Parlami d’amore

Archivio rassegna stampa

  • 02Mag2016

    Martina Mantovan - poetarumsilva.com

    Pedro Lemebel, Parlami d’amore, Marcos y Marcos, 2016 (trad. it. di Matteo Lefèvre)

    Parlare di Pedro Lemebel significa parlare d’amore.
Significa innamorarsi di lui, della sua storia, del suo sguardo diretto e tagliente, della musica della sua voce e di quella di tutti gli altri di cui fu cantore. Perché Pedro Lemebel non era solo uno scrittore forte e delicato: era una fata, una donna in divenire, una farfalla. E come farfalla, comemariposa, ha vissuto tutta la vita in metamorfosi, lottando e credendo fermamente nella possibilità di una rivoluzione sociale, combattendo quotidianamente contro il buio vorace del Cile degli anni Settanta e contro l’odio omofobo e cieco della società passata e odierna.
Lemebel sapeva trasformare la realtà: possedeva quel dono raro e prodigioso della capacità di mutare la paglia in oro, l’abiezione in dignità, l’insulto in poesia. È colui che da maricón si trasforma in mariposa, che dispiega le ali e fa della propria entelecheia un atto d’amore e di lotta.
Parlami d’amore è una raccolta di cronache, di narrazioni vibranti di vita: “parlami d’amore” non è solo un’esortazione a cui si viene invitati, ma l’intento profondo e viscerale di narrare la vita e l’amore, di raccontarli nella loro fusione nonostante tutto il resto. Quando Lemebel parla d’amore racconta dell’adrenalina della militanza sotto il regime, delle lacrime ecologiche che si versano a Helsinki, dell’eterna indifferenza delle rovine di Pachacamac, del tocco estraneo e vellutato del prelato, dei maremoti emotivi e fisici. Ogni cronaca brilla nella sua unicità; in ogni cronaca emerge la bellezza insita nelle cose che pochi riescono a osservare e descrivere.

     

    Non passarono nemmeno quindici minuti che arrivò lo tsunami a ricoprire come una macchia d’olio la metà del paese con la sua melassa densa di legni e sciagura. E poi si ripiegò con la forza di una bocca gigantesca che inghiottiva tutto quello che incontrava sotto una luna sanguinosa che tingeva di rosso la catastrofe.

    Pedro Lemebel non si legge, si ascolta: la sua scrittura è tutt’uno con la melodia, con le voci roche e appassionate che giungono all’orecchio da una finestra aperta, o da una discoteca clandestina. La musica disvela e scandisce i ritmi della vita; si insinua e permea la lingua della fata: in queste pagine si trova il canto liberatorio, la voce che si alza sola o in coro contro tutte le ingiustizie; un canto che riempie la gola e le strade di una felicità che non si lascia condizionare dalla sventura che opprime e pare non aver mai fine. È l’insubordinazione della gioia di vivere che si fa beffe delle avversità e mostruosità del quotidiano.

    Mi piace e approvo la Festa dei lavoratori per tutte le rivendicazioni politiche del caso, ma soprattutto perché non si lavora. In questo giorno mi attira la strada, mi ipnotizza il fulgore delle molotov, mi trascina quella rabbiosa allegria che ci spinge verso l’inquieta Alameda. E marcio con la classe operaia cantando una vecchia canzone italiana di Modugno che diceva: “E il capoufficio lasciamolo su… lasciamolo su”.

    Senza cedere mai alla retorica o a facili moralismi,  Lemebel spinge la narrazione su terreni franabili e scivolosi: nel raccontare episodi come lo stupro o l’abuso sessuale pare farsi carico della brutalità dell’episodio, restituendolo con sincerità e delicatezza.  Non lascia alcuno spazio a un voyeurismo della crudezza di un qual certo realismo; non perde mai di vista la poesia, e in ogni lacrima riesce a vedere il luccicore della rugiada. In ogni singola parola, nella coreografia che egli crea sulla pagina, risalta la fragilità di un animo combattivo, di una mariposa maestosa e meravigliosa nel suo essere effimera, di quella fragilità cristallina delle cose eccezionali e preziose. Lemebel è lo scrittore della libertà e delle cause perse, colui che conosce la sconfitta di mille campi di battaglia, ma non della guerra: sa che per vivere, omosessuale e travestito in un paese bigotto e oscuro, deve combattere. E lo fa con l’ironia generosa e colorata di chi non rinuncia al sorriso davanti al terrore di Pinochet.

    Dietro il fumo nero e fetido della sua cremazione è rimasto un paese diviso per sempre. Una fossa di  morti senza corpo, impossibile da ricoprire con la venia pietosa del perdono. Per le strade in festa incontrai molti amici che non vedevo da anni, e l’emozione ce ne fece ricordare altri che non ci sono più e che se ne sono andati senza conoscere la sorte dei propri desaparecidos. Ma quella malinconia era l’unica cosa che oscurava il gioioso sole nel cielo in cui le bandiere rosse animavano quel chiassoso carnevale. Famiglie intere percorrevano la Alameda ricoperta di stelle filanti e perfino i cani randagi dimenavano la coda abbaiando contenti in quel pomeriggio multicolore.

    Corale e musicale, coerentemente con la struttura testuale e linguistica di questa raccolta, è pure la traduzione di Parlami d’amore: essa è frutto di un’esperienza collettiva di traduzione coordinata da Matteo Lefèvre e la revisione di Claudia Tarolo. Quindici sono i traduttori che si sono confrontati con il testo di Lemebel e tra di loro, creando un lavoro polifonico che è riuscito magistralmente a rendere quella complessità emotiva e linguistica tipica dell’autore. Questa raccolta di cronache narrative nasce quindi da un laboratorio di traduzione che ha letto, analizzato e discusso gli scritti, ricreandone le atmosfere linguistiche, e restando, in alcuni casi, fedele all’originale cileno per mantenerne le sfumature. Essere sbocciato da questa esperienza condivisa aggiunge al testo un quid particolare: si trova tutta la ricchezza linguistica ed esperienziale di ognuno;  materia viva e multiforme su più fronti, questo testo raccoglie le metamorfosi e i cambiamenti di un paese, di uno scrittore e di una farfalla, nonché di  un gruppo di uomini e donne, traduttori e traduttrici, che hanno colto l’invito e deciso di parlare insieme di aeroporti, di azioni dissidenti e teatrali, di unicorni sul bus e di dittatori morti troppo tardi. E naturalmente, d’amore.

    L’autobus continuò il suo percorso, mentre indietro era rimasto l’albero di gambe che da lontano appariva poeticamente tragico. Indietro restava l’albero fiorito di gambe che gli sbirri strappavano via con violenza. In realtà, non erano nient’altro che scintille d’arte di strada che duravano un batter d’occhio; non c’erano neanche foto di quell’attivismo che rallegrava la resistenza e alleviava la nostra rabbia. Dopo andavamo a casa a discutere dei dettagli.

    *

    Nota
Credo fermamente che il lavoro di traduzione meriti un’attenzione e un riconoscimento che spesso non trova lo spazio che merita. Chi traduce è a tutti gli effetti coautore del testo, il quale viene riscritto e arricchito del bagaglio personale e autoriale del traduttore. Per questo motivo ho deciso di menzionare tutti coloro che hanno reso possibile l’edizione italiana di questo libro: Laura M. Anzalone, Beatrice Borgato, Annunziata Capanna, Francesca Conte, Sara Coppola, Anna De Pari, Roberta Dimartino, Silvia Falorni, Edoardo Franchi, Matteo Lefèvre, Giulia Senes, Claudia Tarolo, Claudia Tebaldi, Gloria Tramontozzi, Concetta Tuccillo, Maria Elena Vaiasuso, Flavia Zibellini.

  • 24Apr2016

    Benedetta Marietti - laRepubblica

    Il Cile e le sue ferite raccolti in un diario minimo

    Un foulard variopinto legato sulla nuca, a mo’ di bandana, l’immancabile sigaretta tra le dita, gli occhi intensi, spesso truccati, il sorriso dolce e malandrino: così appare nelle fotografie che lo ritraggono Pedro Lemebel, grande scrittore cileno e coraggioso militante civile, nato “pobre, comunista y maricón”, come lui stesso si definiva, in uno dei quartieri più desolati e violenti di Santiago, e scomparso nel gennaio 2015, a 62 anni.

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  • 01Apr2016

    Elisa Ponassi - Lalettricerampante.it

    Parlami d’amore – Pedro Lemebel

    La sua prima lettera la ricevette per posta, in una busta con il sigillo di ceralacca e il francobollo dell’Uruguay. Era scritta in un bel corsivo elegante con il suo inchiostro grigio azzurro. Era un tratto delicato. In ogni pausa della scrittura, un soffio di mare tiepido scompigliava le vocali come uccelli ballerini davanti ai miei occhi. Il suo nome era Aloma, viveva a Montevideo in una casa troppo grande per il suo andare lento, da rondine attempata.

    Pedro Lemebel è entrato nella mia vita per caso, e quasi all’improvviso. Un giorno ero in un mercatino dell’usato, uno di quelli di catena, in cui i libri occupano solo una minima parte in mezzo ad altre cianfrusaglie dal design spesso improponibile. Arrivati al momento di pagare, ora non ricordo più cosa in realtà, sul bancone c’era questo libro di marcos y marcos dalla copertina azzurra. L’ho acquistato senza quasi guardarlo, visto che i libri di questo editore come ho già detto più e più volte, li compro praticamente a scatola chiusa, talmente mi piace. Ovviamente, il libro era “Ho paura torero” di Pedro Lemebel, uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto negli ultimi anni.

    Racconto spesso questo aneddoto, lo so, perché mi piace pensare che la Fata dell’angolo, la protagonista di quel romanzo, abbia voluto che io la trovassi così, che abbia voluto irrompere all’improvviso nella mia vita e lasciarci un bel segno. Da allora, ho poi cercato di recuperare tutte le opere di Lemebel pubblicate in italiano. Sono solo altre due, in realtà, quindi non è stato tanto difficile. “Baciami ancora forestiero” e quella di cui vi parlo oggi, Parlami d’amore, da poco pubblicata sempre da marcos y marcos e tradotta dai partecipanti al laboratorio di traduzione tenuto a Roma da Matteo Lefévre (un laboratorio che se fosse stato più vicino avrei sicuramente frequentato anche io).

    Proprio come lo era Baciami ancora, Forestiero, Parlami d’amore è una raccolta di scritti di Lemebel. Degli episodi, delle cronache, dei racconti realmente vissuti, in cui ciò che traspare maggiormente è il suo amore per la vita. Un poeta, anche se non scrive poesie, lo definisce Roberto Bolaño. E credo non esista definizione più azzeccata. Dai racconti d’amore alle cronache di viaggio (da Helsinki a Roma, senza dimenticare mai la sua paura di volare), dalle semplici riflessioni sulla quotidianità, agli incontri d’amore casuali su un bus, senza dimenticare l’impegno civile: le sue avventure alle feste delle fate, vietate dal regime ma a cui lui (lei, come spesso si chiama) non vuole rinunciare, ma anche le riflessioni sul primo maggio, sulla fine della dittatura e sull’aborto.

    Se non avete mai letto niente di Pedro Lemebel e non conoscete il “personaggio”, non dovete partire da Parlami d’amore. Non riuscireste a cogliere completamente la sua poesia, né la bellezza di quello che scrive. In alcuni racconti, ammetto, ho faticato anche io, che questo autore lo amo con tutta me stessa. Partite da quel capolavoro di Ho paura torero e poi, sono sicura, inevitabilmente approderete anche qui. E vi perderete nelle sue parole d’amore, nel suo stile canzonatorio e appassionato, nel suo amore per la vita, per la bellezza, per il mondo.

    Parlami d’amore fornisce un tassello in più per completare il personaggio di Lemebel, per conoscerlo ancora più a fondo. E innamorarsene, di nuovo.

  • 14Mar2016

    Claudia - ilgirodelmondoattraversoilibri.it

    Nelle cronache piumate raccolte in “Parlami d’amore” di Pedro Lemebel (marcos y marcos, 160 pagine, 12 euro) ho ritrovato il don Pedro che avevo già avuto il piacere di leggere in “Baciami ancora, forestiero”. Attraverso queste pagine traspare tutta la passione che ha da sempre caratterizzato gli scritti di Pedro Lemebel, consegnandoci altri suoi pensieri che dovrebbero farci riflettere, soprattutto in questi tempi difficili di lotta per i diritti civili.

    Titolo: Parlami d’amore

    L’Autore: Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero e maricon. Dopo aver fondato un collettivo artistico con Francisco Casas, inizia a realizare spettacoli e performance artistiche. Ha da sempre rivendicato il diritto alla vita, alla memoria e alla libertà sessuale. Pedro Lemebel è morto nel gennaio del 2015 dopo una lunga malattia

    Traduzione dallo spagnolo: laboratorio di traduzione tenutosi a Roma presso la Libreria Altroquando

    Editore: marcos y marcos

    Il mio consiglio: la voce di Lemebel non deve smettere di parlare, d’amore, di rabbia, di storie di gente comune, di diritti civili e di diritti per le donne. Un libro assolutamente da leggere.

    Uff! Che giorni, che tempi, in cui accettavamo di correre dei rischi pur di farci notare! E’ strano, ma sono pochi quelli che ricordano queste esperienze. I dettagli si sono cancellati perfino nei protagonisti di quelle azioni, in un’epoca in cui nessuno si azzardava ad agire sulla pubblica piazza. Non eravamo in molti, forse meno di un centinaio, a partecipare quel giorno all’azione lampo di arte politica, con la strizza al culo e il respiro affannato, elettrizzato dall’emozione [Pedro Lemebel, estratto da “Il coordinatore culturale”, trad. Annunziata Capanna]

    La voce di Pedro Lemebel ha ancora molto da dire e chi decide di approcciarsi ai suoi scritti pieni di passione è portato necessariamente a riflettere su ciò che sta leggendo. Ora che ho letto tutto di Pedro Lemebel che è disponibile in italiano, mi sono fatta un’idea della sua figura e credo che servirebbe anche qui da noi, in Italia, una persona simile.

    Lemebel fu uno degli intellettuali che non fuggirono dal Cile il giorno in cui Pinochet organizzò il colpo di stato e uccise l’allora Presidente Allende. Lemebel rimase nel suo Paese, continuando ad opporsi alle angherie e ai soprusi introdotti dalla dittatura militare. Chi ha davvero voglia di combattere e cambiare le cose nel proprio Paese resta.

    Gli scritti raccolti in “Parlami d’amore” sono un caleidoscopio di pensieri e ricordi di Pedro Lemebel, ricordi che all’apparenza sembrano casuali e sembrano andare avanti e indietro nel tempo, senza soluzione di continuità. Alcuni scritti sono piccole gemme che raccontano la vita di persone comuni, gente del popolo, che potrebbe essere chiunque, come la protagonista di “Aloma non abita più qui” che ritrova dopo averlo creduto desaparecido il grande amore della sua gioventù.

    Non ci potevo credere, l’amore può arrivare in ogni momento. Aloma l’ha trovato, penso adesso, e guardo le nuvole sopra la cordigliera mentre l’aereo che mi porta in Uruguay trema come una sposa innamorata [Pedro Lemebel, estratto da “Aloma non abita più qui”, trad.  Francesca Conte]

    Ma tra gli scritti ci sono anche veri e propri manifesti a proposito dei diritti civili: toccante quando bello è “Un uovo non è un pollo“, che parla del diritto all’aborto della donne cilene, un tema che ancora oggi è piuttosto tabù nel Paese sottile; oppure come “Viña è un festival, musica sul mar” che racconta di un ritrovo di Fate e conseguente retata punitiva per crimini che non hanno commesso, oppure “Il Primo maggio” dove Pedro racconta come il lavoro non gli sia mai piaciuto più di tanto, ma difende con le unghie e con i denti il diritto di lavorare per tutti.

    Le cronache piumate raccolte qui sono quindi squarci dei pensieri di Pedro Lemebel, colui che per tutta la vita si è schierato a favore dei deboli e di chi era privo di diritti. Senza mai fuggire dal Cile e lasciarlo in mano alla destra della dittatura, senza mai rifugiarsi dove era più comodo vivere, Lemebel ha dato una lezione di coraggio a tutti: fuggire dal proprio Paese preda di una dittatura può sembrare che richieda coraggio, invece secondo me i veri coraggiosi sono quelli come Pedro che restano e combattono per far sì che ritorni un Paese civile.

    Pedro Lemebel è una figura scomparsa senza dubbio troppo presto, perché di diritti civili ce n’è più che mai bisogno, e oggi più che mai vengono calpestati e ignorati per codardia, in tutti i Paesi e non solo nel Cile. Non si fanno leggi sulle unioni civili o sull’eutanasia per paura di non essere più votati da chi non è d’accordo, lasciando così sole le persone che soffrono e che avrebbero bisogno di assistenza, e facendo sì che solo i ricchi possano vedersi riconosciuti all’estero diritti che a loro spettano, ma solo dopo aver pagato profumatamente.

    Non sono riuscito a scrivere tutto quello che avrei voluto scrivere, ma potete immaginare voi, miei lettori, che cosa manca, che sfoghi, che baci, che canzoni non ho potuto cantare. Il cancro maledetto mi ha rubato la voce (stonata o intonata che fosse). Un bacio a tutti, e a chi ha diviso con me qualche notte torbida. Arrivederci, ovunque sia. Pedro Lemebel [tratto dal messaggio scritto su Facebook nel capodanno del 2015, ventitré giorni prima di morire]

  • 11Mar2016

    Gerardo Bustamante Bermùdez - Internazionale

    Pedro Lemebel, Parlami d’amore

    Suddiviso in dieci sezioni, Parlami d’amore è una scorribanda attraverso le memorie del cronista cileno, la cui voce contestataria esplose negli anni ottanta.

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  • 11Mar2016

    Redazione - il venerdì

    Pedro Lemebel, Parlami d’amore, traduzione di Matteo Lefèvre, Marcos y Marcos

    La raccolta di brevi saggi e cronache del brillante scrittore gay militane cileno.

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  • 28Feb2016

    Antonio Scurati - La Stampa

    La “fata” Lemebel dalla parte del legno storto

    Parlami d’amore: dai diritti dei gay a quelli delle donne, nelle “cronache piumate” dello scrittore cileno un orecchio assoluto per il dramma dell’umanità oppressa.

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