Tre matti

Archivio rassegna stampa

  • 04Mar2015

    Rossella Lo Faro - Youbookers.it

    Si intitola ‘Tre matti’ la raccolta di tre racconti, legati dal tema della follia, della triade russa per eccellenza: Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj. Scelti e tradotti da Paolo Nori, i racconti pubblicati nella collana Ultra della casa editrice milanese Marcos y Marcos si presentano con una copertina inequivocabile: emergono da uno sfondo bianco gli schizzi di ritratti e la calligrafia di Dostoevskij direttamente dalle bozze di Delitto e castigo, oltre ad emblematiche figure rappresentanti matti tratte dai tarocchi più famosi.

     

    Le memorie di un pazzo – Gogol’

    Il testo è uscito per la prima volta nel 1835 nella raccolta Arabeschi, ed è stato poi ripubblicato nel terzo volume delle Opere complete del 1942. Il protagonista è un impiegato senza nome che si occupa di fare la punta alle penne del direttore del dipartimento; s’innamora perdutamente della figlia di quest’ultimo, Sophie, e riesce a scoprire cosa pensa di lui tramite l’epistolario della cagnetta Maggie (Allora, guardiamo un po’. La scrittura è abbastanza chiara. Però, nella grafia, c’è qualcosa di canino). Il tono del discorso non prende mai una piega totalmente surreale, nemmeno quando si nota una bizzarra evoluzione nelle date del diario: si parte infatti dal 3 ottobre di un anno imprecisato dell’Ottocento, per poi passare al 2000 e, attraversando “martobre”, si giunge ai “34 Ms noan, febbraio 349”. Il momento di rottura con la normalità è un avvenimento banale, oltreché comune: la scoperta che la donna anelata sia in realtà innamorata di un altro uomo, un odiosissimo kamer-junker – un gentiluomo di camera. L’uomo, che decide di non leggere più la posta della cagnetta, si dedica alla lettura dei giornali e comincia così a preoccuparsi delle vicende spagnole: Isabella II, figlia di Ferdinando VII, in quel momento saliva infatti al trono all’età di tre anni, ed egli si sente in dovere, dopo l’imbastitura di un mantello su misura, di autoproclamarsi – pirandellianamente – imperatore della Spagna.

    Il sogno di un uomo ridicolo – Dostoevskij

    Il racconto è stato pubblicato nell’aprile del 1877, all’interno della rivista Diario di uno scrittore e narra di un giovane uomo che si presenta da subito con un aggettivo specifico, che lo inquadra perfettamente: ridicolo. Dichiara infatti che:

    Di me hanno riso sempre e dovunque. Ma nessuno di loro sapeva, nessuno indovinava che se c’era un uomo, sulla terra, che più di ogni altro sapeva che io ero ridicolo, quello lì ero io, e quel che mi offendeva più di tutto, era il fatto che loro non lo sapessero, ma lì la colpa era mia; son sempre stato così orgoglioso, che guai al mondo se l’ho mai confessato a qualcuno.

    Ma una notte fa un sogno – o meglio, un viaggio onirico – che lo conduce alla consapevolezza (da lui chiamata, profeticamente, verità) che gli uomini possono vivere felicemente: basterebbe costruire un paradiso sulla Terra. Ma nessuno crede in lui, additandolo come pazzo e ricordandogli costantemente che la sua è un’ingenua allucinazione, che un mondo perfetto non è raggiungibile e, forse, nemmeno auspicabile.

    Memorie di un pazzo – Tolstoj

    Pare che lo scrittore abbia cominciato a lavorare a queste poche pagine, connotate da una liricità che rimanda immediatamente alla Sonata a Kreutzer, nel marzo del 1884, ma continuò a scriverlo fino al 1903. È la storia di un uomo che subisce uno strappo interiore (un altro termine pirandelliano): improvvisamente, durante un viaggio lavorativo, si rende conto d’avere:

    un’angoscia, un’angoscia, un’angoscia spirituale simile a quella che si prova prima di vomitare, però spirituale.

    La paura che assale l’uomo è infatti quella più terrena possibile, e cioè la morte:

    stavo malissimo, avevo paura, ma se ti ricordi la vita, se pensi alla vita, allora è la vita morente che fa paura.

    Dopo un intenso travaglio interiore, passando da una conversione alla fede al ritorno temporaneo all’ateismo, fino a una definitiva dedizione alla Chiesa, l’uomo spaventa se stesso con pensieri poco inquadrabili e attua un ragionamento senza filo logico, e proprio per questo umano.

    Se in Gogol’ la memoria è utilizzata come confessione e presa di coscienza – non a caso il primo verbo utilizzato all’interno del racconto è mi sono svegliato – per Tolstoj le memorie sono un mezzo per esorcizzare la paura della morte. E se nel racconto di Gogol’ il lettore ride (prendendo quindi le distanze) dell’esibita disconnessione dalla realtà del protagonista, in Dostoevskij in un primo momento pare immedesimarsi nella condizione di normalità della voce narrante, che solo successivamente subisce uno sfasamento, mentre con Tolstoj si lega intimamente al racconto, patendo la sofferta conversione alla religione e alla fede (Se tu ci fossi, mi diresti qualcosa, diresti qualcosa agli uomini. Ma tu non ci sei, c’è solo la disperazione). Più che la follia, pare dunque la condizione dell’uomo di fronte al vuoto (amoroso o spirituale) a legare questi tre racconti, brevi, intensi e necessari.

    Delusione d’amore, volontarismo ingenuo, fede in extremis: tre aspetti diversi di un unico fenomeno, la follia, che non è necessariamente una malattia, ma spesso solo un modo di chiedere aiuto. O, semplicemente, di avere un altro punto di vista.

    Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj, Tre matti, 
pp. 160,
 Marcos y Marcos, 2014

  • 21Nov2014

    Goffredo Fofi - Internazionale

    Al contrario di quello che si può pensare i grandi scrittori sono più rari che mai, e ben han fatto per una volta i giuramenti del Nobel a non premiare uno che si crede grande ma un medio probo bravo scrittore come Modiano.

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  • 01Set2012

    Paolo Nori - Smemoranda 2012

    Gli asili nido? Cosa vuoi che sappia io degli asili nido. Non ne so mica niente. Ma quando? Aah, ma è stato tre o quattro anni fa. Sì, mi avevan chiamato, e c’ero anche andato, ma dire che sapevo qualcosa, non sapevo niente. Sì, ma gliel’ho detto, la prima cosa che gli ho detto: Io vi ringrazio molto di questo invito, ma non ne so niente. Son contento di esser venuto, son contento di sentirne parlar degli esperti, che poi gli asili nido è anche un argomento interessante, e soprattutto la figura paterna, a chi non interessa la figura paterna negli asili nido? Vi ascolto molto volentieri, solo non fatemi parlare che non ne so niente.

    E invece loro hanno insistito che avevan previsto il mio intervento, che mi pagavano, anche, allora ho parlato. Mica perché mi pagavano, oramai ero lì, ero anche di strada. Venivo da Bassano del Grappa, che ero andato a un convegno sul traffico. Eh. Sì. Sul traffico. No guarda, non ho neanche la patente. Difatti. Sì. No, gli ho detto che io vado in treno. No, dopo ho parlato. Mica di traffico. Cioè, in un certo senso, di traffico, ma in un certo senso. Che anche lì, io gli ho detto: Io vi ascolto volentieri, che il traffico è un argomento, poi qui siete tutti degli esperti, è meglio che parlate voi che io vi sto a sentire, gli ho detto io, solo che loro, non c’è stato verso, che io avevo già accettato, hanno detto, che c’era già anche lo stanziamento approvato, ho dovuto dir qualcosa anche lì. Eh, cosa vuoi che gli abbia detto, subito avevo pensato di parlare del traffico dei treni, solo che, cosa vuoi che sappia io del traffico dei treni? Cioè, qualcosa, a pensarci, lo trovavo, sul traffico dei treni. Che io, dei treni, c’è quella cosa lì, che io non l’ho mai capita, che i treni quando stanno per arrivare in stazione, non so se ci hai mai fatto caso, prima di arrivare in stazione, le stazioni grandi, a Bologna, ma anche a Firenze, a Milano, anche, prima di arrivare in stazione i treni si fermano. Che è una cosa che è strana abbastanza, a pensarci, è come se uno che va, non so, in tabaccheria, a piedi, o in bicicletta, dieci metri prima di arrivare in tabaccheria si ferma e sta lì quattro o cinque minuti poi riparte e entra in tabacchieria e prende le sigarette. Ecco io avevo pensato: adesso gli parlo di queste fermate, che poi delle volte ci sono sia quando arrivi che quando riparti, ci sono dei treni che arrivano in orario e poi a ripartire ci mettono dei venti minuti che a quelli che son dentro al treno gli viene su un’ansia che te senti proprio il nervoso che vien su dalla gente che li vedi che stanno attenti al minimo rumore, che tutti i rumori vorrebbero che fosse il fischio del capotreno che dice che il treno può ripartire e poi dopo, lì, quando riparte davvero, magari con venti minuti di ritardo, si sente il sospiro di soddisfazione, non che si senta con le orecchie, si sente, non so come dire, con le antenne, è una cosa che è un po’ così, di atmosfera, che la gente, è come se senti le teste che si rilassano, e son tutti contenti che non gli sembra vero, cioè sono contenti che il treno è partito che è una cosa che non dovrebbe essere mica una cosa che la gente è contenta, cioè un treno arriva, e dopo parte, dovrebbe essere una cosa normale, e invece loro, che poi dovrei dire noi perché dentro ci sono anch’io, noi siamo contenti. Ecco. Io pensavo di dirgli una cosa del genere. Perché quella cosa lì che si fermano, i treni, e che poi fan fatica a ripartire, è per via del traffico, no? Cioè io perlomeno mi immagino che sia per via del traffico. Di preciso non lo so, ma io mi immagino che c’entri, un po’, il traffico. Eh. Comunque dopo non gliel’ho detto. No perché, l’intervento, lì, era previsto che io parlavo un’ora. Eh. Guarda, non lo so, loro hanno detto che io avevo accettato, che c’era anche lo stanziamento e tutto che era proprio uno stanziamento da un’ora, allora io non potevo, capisci, cioè il traffico dei treni, va bene, se era cinque minuti, ce la facevo, un’ora mi sembrava un po’ troppo. Allora dopo, gli ho parlato di una cosa tutta diversa. Eh, ho improvvisato. Che è stata una cosa stranissima. Cioè io di solito, quando vado, che mi chiamano, mi preparo tutto, cioè io vado là che ho tutto scritto, non dico una parola di più, non mi invento niente, io arrivo lì, non son neanche io, cambio anche voce, hai capito? Delle volte non mi accorgo neanche di quel che c’è scritto, difatti poi spero sempre che non mi facciano delle domande e se mi fanno delle domande io gli rispondo sempre nello stesso modo, cioè io gli dico: La rigrazio per la domanda che è molto interessante, purtroppo io però non so rispondere. 
Che in un certo senso, hai capito?, gli do anche soddisfazione, difatti alla fine poi sono contenti, la cosa più strana è che sono contenti, anche lì a Bassano del Grappa, io sai di cosa gli ho parlato, alla fine? Gli ho parlato dei bambini piccoli, della nascita di un bambino piccolo come forma di traffico, che quello lì è un traffico, hai dei figli te? Ecco, allora lo sai. Solo che non ero mica tanto convinto che valesse, come traffico, allora alla fine gli ho parlato anche un po’ degli asili nido. Intesi come traffico di mamme, cioè come concentrazione di giovani donne in un dato cronotopo, lo sai te cos’è il cronotopo? Eh, anch’io non lo so mica tanto bene, significa Spazio tempo, credo, ma non sono sicuro, però m’è scappato, che cronotopo è una di quelle parole che nelle conferenze ti vengono fuori senza che tu te ne accorgi. Cronotopo, ho detto, e ho alzato la testa, li ho guardati, non diceva niente nessuno, Si vede che va bene, ho pensato, e sono andato avanti. E dopo ho finito con quella cosa lì, con la concentrazione di mamme, in certi orari, davanti a certi portoni, e tra loro, ma rara, qualche timida figura paterna che trascina la sua solitudine, devo aver detto una cosa del genere, che ho pensato intanto che la dicevo: Ah, andiam bene. Solo che loro, oh, io non so cosa dirti, eran contenti. Cioè sembravan contenti. Cioè sembran sempre contenti. Eh. Anche secondo me. Ah, guarda, non lo so. No, perché uno proprio se lo domanda: Ma cosa ci vado a fare? 
No perché poi mi chiamano a dir delle cose, l’altro giorno, per dire, sono andato a Trento a un convegno sulla letteratura della DDR.  Credi che io ne sappia qualcosa, della letteratura della DDR? E secondo te non gliel’ho detto? È stata la prima cosa che gli ho detto, Guardate che io non so neanche com’è pitturata, la letteratura della DDR, solo che loro mi han detto che volevano proprio qualcuno che non ne sapeva niente, che loro eran degli anni che ci lavoravano che l’avevan studiata da tutti i punti di vista, la letteratura della DDR, che, cosa vuoi che ci sia da dire, è durata quarant’anni, volevan sentire una voce nuova, e mi avevan chiamato a me che potevo parlare di quel che volevo. Allora, io, lì, no, no, ho inventato. Cioè io ho fatto un discorso, ma tutto immaginario, cioè io mi sono immaginato un ipotetico romanzo della DDR che racconta di un padre che nella sua solitutine, sulla sua utilitaria, passa il tempo davanti a un asilo nido, che io non lo so neanche se c’erano, gli asili nido, nella DDR, a interrogarsi sul cronotopo cosa vuol dire. Cioè lui si dice: questo posto qua dove sono, un abitacolo di un’utilitaria della DDR in un parcheggio della DDR davanti a un asilo nido della DDR è uno spazio. E fin qui ci siamo. E il tempo, adesso son già passate due ore che sono qui, abbiamo anche il tempo. Allora, si chiede lui, è un cronotopo, questo? Che io dico: si può andare in giro a dir delle cose del genere? No, ma difatti. No, ma anche secondo me. E poi non è mica finita. No perché quello lì, della DDR, dopo, cioè praticamente, io non sapevo più cosa dire, allora lo facevo star lì tanto, tipo tutto il pomeriggio, cioè te ti immagini un pomeriggio in un parcheggio della DDR, su un’utilitaria della DDR, davanti un asilo della DDR, una figura paterna della DDR con la sua solitudine? Eh, lo so anch’io, però qualcosa dovevo pur dire, e poi dopo, c’era il problema di come finire. Eh. E sai come ho finito? Lo vuoi sapere? No, io se non vuoi non te lo dico. Te lo dico? Eh. Ho finito che lui stava lì tutto il giorno, praticamente, davanti all’asilo nido, e dopo quando veniva ora andava a prendere la figlia, la caricava in macchina, davanti, che nella DDR non c’era questa abitudine che c’è adesso di mettere i figli di dietro sul seggiolino, no, la caricava davanti e partivano, senze cinture di sicurezza, e la figlia aveva in mano un pennellino, che si vede che avevan pitturato, lì in quell’asilo della DDR, oppure il motivo non lo so ma era così, aveva in mano questo pennellino, la macchina partiva, la bambina cominciava a spennellare il cruscotto, dopo gli diceva, al suo babbo: Papà, la tua macchina è tutta polverizzata. Eh. Ho finito così. E niente. Dopo sono andato a dormire, gli ho detto che cenare, no, grazie, facevo anche a meno, sono andato in albergo. E poi son ripartito, al mattino presto. E nell’andare in stazione ho visto un ombrellone, di quelli verdi, che si muoveva come se tirasse un gran vento, e invece il vento non tirava. E sotto l’ombrellone ho visto un signore con una camicia rossa e nera a righe sottili, e dei capelli grigi, tirati indietro, e tenuti insieme a ciuffi dalla brillantina, ma secca, e eran le sette del mattino, e era lui che apriva l’ombrellone. E sono entrato nel suo bar, ero il primo cliente, e il caffè l’avevo già preso in albergo allora gli ho chiesto qualcosa di salato, e lui m’ha detto Posso farle un toast, e io gli ho detto Va bene, e intanto che metteva su il toast è entrata una signora e gli ha chiesto il solito cappuccino. E il bar era grande, con dodici tavolini con sopra dodici tovagliette blu con disegnati dei pesci, dei disegni che io li avevo già visti sui tappetini per i mouse del computer. E in alto per aria c’era un filo tirato con appese ventritré bandierine di Italia Sizzera Svezia Inghilterra Austria Germania Olanda Francia Stati Uniti, e poi ancora Italia Svizzera Svezia eccetera, fino a ventitré, si finiva con l’Austria. E è entrato un immigrato, sudamericano, sembrava, con un giubbetto chiaro e un ombrello nero, e delle scarpe da ginnastica bianche, e gli ha chiesto un caffè. E è arrivato il toast, e l’immigrato ha guardato il toast e ha chiesto al barista: Quanto costa questo? E il barista ha detto Due euro e cinquanta. E dopo non ho sentito cosa si son detti perché erano già entrati altri tre o quattro, si eran messi a parlar tutti insieme. E io ho preso il toast e l’ho mangiato, e dentro era freddo, non si era scongelato del tutto, e dopo ho pagato sono uscito dal bar e mi è sembrato che cominciasse a piovere appena, ma poi ha smesso subito, e poi tutto il mattino ho avuto in bocca l’odore salato del toast non scongelato.

  • 01Set2012

    Paolo Nori - Smemoranda 2013

    Io ci son delle cose, non delle cose importanti, delle cose poco importanti, ci son queste cose che non sono mai riuscito a spiegarmi, per esempio il fatto che, quando scrivi un libro, prima o poi ti succede che qualcuno ti chieda: Perché scrivi? Un lettore, o un giornalista, o un qualcuno che, dal momento che scrivi dei libri, si sente in diritto di chiederti: Perché scrivi?

    Che non è una domanda che non si può fare, per carità, si può fare, solo che certuni, per esempio io, quando vanno a presentare i loro libri, o quando gli fanno delle interviste, si aspettano di sentirsi dire delle altre cose, per esempio che il loro libro è molto bello, per esempio, e che sono stati molto bravi, a scrivere un libro del genere, e invece si sentono chiedere: Perché scrivi? e sentendosi chiedere: Perché scrivi? gli sembra di sentirsi anche chiedere: Perché non fai qualcos’altro, che magari ti viene poi meglio? E allora rispondere, a questa domanda, uno risponde già un po’ di malagrazia, perché è già, in un certo senso, una domanda sbagliata, essendo la domanda giusta una domanda completamente diversa, cioè più o meno una domanda del genere: Ma come hai fatto a scrivere un romanzo così bello che io prima di leggerlo non pensavo nemmeno che si potesse scrivere, un romanzo bello così?Invece domande del genere, così acute, così perspicaci, è difficilissimo, sentirsele fare, pensare che sarebbe così bello, darebbe l’opportunità di rispondere: Una domanda molto intelligente, complimenti, è una domanda talmente bella che non ho niente da rispondere, che sono soddisfazioni, dare delle risposte del genere, e succede purtroppo così raramente, bisogna accontentarsi di rispondere invece a delle domande meno acute, meno perspicaci e meno intelligenti come, per esempio: Perché scrivi?. Che tra l’altro son domande che hanno fatto un po’ a tutti, non sono domande che hanno fatto solo a te, pensate per te, no, sono delle domande che girano, ma da degli anni, sono usate, son fruste, a Luigi Malerba, per esempio, una volta, gli hanno chiesto, in Germania, degli studenti tedeschi: Perché scrivi? e lui, dopo aver sospirato, che chissà quante volte gli avevan rivolto questa domanda invece di altre domande che avrebbero potuto rivolgergli con molto più costrutto del tipo la domanda: Ma come hai fatto a scrivere un romanzo così circolare come Il serpente? Cos’hai usato, un compasso?, che mi risulta che sia una domanda che non gli hanno mai fatto, lui quella volta lì, quando questi studenti tedeschi privi di fantasia gli hanno chiesto, a Malerba, Perché scrivi?, lui sembra che abbia risposto: Per capire quello che penso, che però, dopo, alla fine, tutto sommato, io, devo dire, sono contento che gli hanno fatto quella domanda, perché la risposta che ha dato Malerba è una riposta che io, la prima volta che l’ho sentita, ho pensato: Ma pensa. Che la gente di solito pensa che uno che scrive le cose che pensa le pensa prima, di scriverle, e invece, a sentir la risposta di Malerba, vien da pensare che il pensiero è una cosa, non so come dire, come un prodotto, della scrittura, come se uno che scrive non pensasse con il cervello, ma con i polpastrelli, che è una cosa, a pensarci, che a me fa pensare a quella frase di Gogol’ che dice E tutto questo succede perché la gente pensa che le idee si trovino nel cervello, non è vero, le porta il vento dalle parti del Mar Caspio, scrive Gogol’, o qualcosa del genere, io le citazioni ogni tanto le sbaglio, forse ho sbagliato anche quella di Malerba, a pensarci, se l’ho sbagliata pazienza, cosa devo fare?, io me la ricordo così. E così mi ricordo anche quell’altra, lì, di quell’altro, come si chiama, Garcia Marquez, io faccio fatica moltissimo anche a ricordarmi i nomi, l’altro giorno ci ho messo delle ore a farmi venire in mente il titolo di una rivista di letteratura di carta che è rimasta una delle ultime riviste di letteratura di carta che pubblicano dei racconti, dieci anni fa c’era pieno di riviste di letteratura di carta che pubblicavano dei racconti adesso è rimasta quasi solo quella lì che io non mi ricordavo il titolo, mi veniva in mente Vie Nuove, non era Vie nuove, mi veniva in mente Quaderni piacentini, non era Quaderni piacentini, mi veniva in mente Tempi moderni, non era Tempi moderni, era una rivista di letteratura di carta che poi il titolo me l’aveva detto una mia amica che l’aveva cercata su Google, aveva messo su Google Riviste di letteratura, uno dei primi risultati era il nome di questa rivista di letteratura che adesso però io non me lo ricordo, eh, io ormai ho quella memoria lì, cosa ci posso fare?, adesso magari prima della fine mi viene in mente, ma è difficile, va ancora bene che mi è venuto in mente il nome di Garcia Marquez, delle volte io mi dimentico perfino Garcia Marquez, che se non mi veniva in mente adesso non sapevo come finire questa specie di racconto, che a lui a Garcia Marquez una volta una rivista tedesca gli han chiesto, a Garcia Marquez: Perché scrivi? e lui, dopo aver sospirato, che chissà quante volte gli avevan rivolto questa domanda, invece di altre domande che avrebbero potuto rivolgergli come per esempio la domanda: Ma come mai nel tuo romanzo i personaggi han tutti lo stesso nome? Ti sei sbagliato?, che mi risulta che sia una domanda che non gli hanno mai fatto, lui quella volta lì, quando questi giornalisti tedeschi gli hanno chiesto, a Garcia Marquez, Perché scrivi?, lui sembra che abbia risposto: Perché i miei amici mi vogliano ancora più bene di quanto me ne vogliono, che è una risposta che io, la prima volta che l’ho sentita, ho pensato: Ma pensa. Che, effettivamente, in un certo senso, adesso in generale io non lo so, ma, secondo me, ho l’impressione che la gente si metta a scrivere anche per quello; che io, quand’ero piccolo, che mi sono accorto che non tutti mi volevano bene, mi ricordo c’ero rimasto male, cioè non mi ricordo l’occasione precisa in cui me n’ero accorto, mi ricordo la sensazione vaga come di un dolore, di un’offesa, e questo fatto di scrivere, e di pubblicare, e di pubblicare una cosa enorme come un romanzo, quando a me mi è successo io mi ricordo l’avrei detto a tutti, e mi ricordo che avevo, nella mia testa, l’impressione che fosse una specie di risarcimento, e avevo anche questo pensiero che, dopo l’uscita del romanzo, tutti mi avrebbero voluto bene, che è una cosa stupida, un pensiero da uomo del sottosuolo, Io sono da solo e loro son tutti, e per me scrivere ha voluto anche dir quello, parlar con quei tutti, e, non so come mai, ero convinto che il mio romanzo sarebbe piaciuto a tutti, quei tutti, e quando mi sono accorto che non piaceva a tutti, ci son rimasto malissimo, ma non volevo dir quello, volevo dire un’altra cosa, che quando me l’hanno chiesto a me, quella cosa lì, Perché scrivi?, che a me non me l’han chiesto in Germania, me l’han chiesto in Italia, più di una volta, e quando me l’han chiesto a me io mi ricordo mi è venuto da rispondergli che io scrivo per disperazione; e mi viene in mente una cosa che ho pensato qualche anno fa e che ho anche scritto in un libro che io sono nato negli anni sessanta, e qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e che avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire; quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro; quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni. 
Mi sembrava che noi, mi era venuto in mente, fossimo stata la prima generazione che, se ci davano un lavoro, non era perché c’era bisogno, ci facevano un favore. Cioè era come se il mondo, che per i nostri genitori era stata una cosa da fare, da costruire, per noi fosse già fatto, preconfezionato, e l’unica cosa che potevamo fare era mettere delle crocette, come nei test, mi era venuto in mente una volta e l’avevo anche scritto dentro di un libro e ci avevo anche scritto che noi, lo strumento che avevamo a disposizione per entrare nel mondo non era l’entusiasmo, o la forza morale, o il desiderio di riscatto o non so cosa, era la disperazione, ho scritto tempo fa dentro di un libro e lo riscrivo oggi, e voi che lo leggete potreste pensare che riscrivo sempre le stesse cose e avreste ragione, e la prossima volta che mi vedete, ammesso che mi vediate, potreste chiedermi Perché scrivi?, ma con un tono come per dire Perché non fai qualcos’altro che magari ti viene un po’ meglio?, e se non mi vedete, che probabilmente la maggior parte di voi che state leggendo questa specie di racconto non mi vedrete mai nella vostra vita, potete chiedermelo per mail, che la mia mail la trovate in rete senza troppi problemi, state solo attenti che io, quando me lo chiedete, c’è il caso che me lo dimentichi, che vi ho invitato io a chiedermelo via mail, e è facile che vi risponda con tutta una pippa sulla disperazione; quel che dovete fare, in quel caso, è non rispondermi niente, così io penso che vi ho dato una riposta che vi ha ammutolito e sono contento, e voi siete contenti anche voi che mi avete fatto contento, se farmi contento è una cosa che vi può fare contenti, altrimenti, facciamo così, non chiedetemi niente che siamo a posto, il che corrisponde a una specie di lieto fine, se non mi sbaglio, ma magari mi sbaglio e allora pazienza, cosa vuoi fare?