Notte inquieta

Archivio rassegna stampa

  • 23Nov2013

    Flavio Villani - flaviovillani.com

    ALBRECHT GOES – NOTTE INQUIETA (MARCOS Y MARCOS, 2011): a volte capita, anche se non di frequente, di scoprire un piccolo gioiello, una perla nascosta in uno scrigno. “Notte inquieta” è un piccolo capolavoro, poco più di cento pagine di potente e struggente scrittura che Marcos y Marcos ha pubblicato qualche anno fa, su suggerimento di Claudio Oxoli, “libraio in Milano”, meglio conosciuto come “il Claudio della Lirus”, libreria dove i libri prima di venderli li leggono davvero.

    “Notte inquieta” è un racconto lungo, “una storia semplice” si potrebbe dire, la cui trama può essere riassunta in poche righe: un cappellano militare, pastore evangelico di un’unità di combattimento della Wermacht di stanza in Ucraina, è chiamato ad assistere spiritualmente un condannato a morte per diserzione. Siamo nel 1942, l’assedio di Stalingrado è in corso, il Grande Macello al suo apice, per il Terzo Reich è l’inizio della fine. Il racconto si svolge nella notte di tregenda che precede l’esecuzione. In quelle poche ore il cappellano incontra molti personaggi, ufficiali e soldati, i sommersi e i salvati di questa vicenda. Incrocia le loro storie, cerca di comprenderle, profondamente, umanamente. Dialoga con l’ufficiale che dovrà comandare il plotone d’esecuzione, devastato dal rimorso per ciò che al mattino dovrà fare. Assiste al consumarsi della storia d’amore fra Brentano, il morituro capitano che all’alba partirà per Stalingrado, e l’infermiera Melanie. Incontra altri uomini abbruttiti dall’alcol, buoni e cattivi, fantasmi in attesa di un destino che quasi mai si sono scelto.
    L’atmosfera mi ha ricordato le descrizioni del fronte orientale lette nel romanzo di Jonathan Littell premio Goncourt nel 2006, “Le Benevole”. Non so se il parallelo regga, ma in questo breve romanzo ho vissuto la stessa aria di cupa tragedia, le stesse descrizioni delle assurdità della burocrazia militare prussiana, addirittura gli stessi odori e gli stessi colori. Ma anche non marginali somiglianze nei due protagonisti, Max Aue de “Le Benevole” e il cappellano militare del racconto di Goes. Ambedue sono intellettuali, amanti della musica e della letteratura, dei classici; ambedue sono osservatori non ingenui della realtà, del macello che la follia li obbliga a vivere; ambedue, benché ne siano profondamente nauseati, sono incapaci (come del resto la stragrande maggioranza dei loro connazionali e commilitoni) di opporsi a tale orrendo macello. La coscienza delle cose non rende meno colpevoli, e loro lo sanno: “Ma io assaporando per la seconda volta la mia viltà come saliva amara, dissi: “sì, signor generale”, dice il cappellano militare dopo che gli è mancato il coraggio di sottrarsi al saluto al generale di turno, un insopportabile ubriacone, personificazione della follia che sommerge tutto.
    Gli esiti finali di questi due personaggi sono, tuttavia, opposti: il personaggio di Littell immerso nella “banalità del male” fino al collo non se ne sottrae, anzi, scientemente arriva a sfruttare le situazioni per cercare di migliorare la propria posizione, mascherandosi dietro una cortina di disincanto e di sarcasmo per non liquefarsi del tutto di fronte alla nauseante immondizia che deve ingurgitare ogni giorno. Mentre il cappellano non perde la propria umanità neppure per un istante. L’amore, vero, reale, privo di qualsiasi risvolto retorico o interessato al proselitismo religioso, che prova per i suoi simili, la capacità di comprensione, l’empatia nei confronti dei più deboli, lo salvano dalla perdizione. Solo una grandissima, infinita umanità, che porta, insieme a lui, a odiare la guerra e tutte le brutture che l’uomo riesce ad allineare dietro di sé, ma anche a credere che non tutto è perduto, che una speranza di redenzione esiste sempre. La summa di quest’uomo nelle meravigliose parole finali, mentre è di ritorno in aereo alla propria unità: “Aprii la calotta di vetro e sporsi il capo, respirando profondamente. Era quasi una gioia, una strana gioia rabbiosa. E quando, poco dopo, il pilota tornò nelle nuvole e, come sferzate e punture d’aghi, la pioggia si avventò su di me, non mi passò per la testa di chiudere la calotta. Ero in armonia con tutto, anche con l’insurrezione furiosa dei venti”.

  • 04Nov2012

    Camilla Biagini - Libriblog

    Albrecht Goes non è un nome nuovo al pubblico italiano. I suoi testi sono già stati infatti pubblicati in Italia ma non sono riusciti a trovare con il passare del tempo un luogo in cui mettere le loro radici, un luogo dal quale non poter essere mai più dimenticati.

    L’editoria italiana si è infatti con il tempo ancorata alle leggi del mercato e sono stati proprio autori come Albrecht Goes a subirne le conseguenze.
    (Nota della redazione) Pensate che precedentemente questo romanzo è stato salvato da una nota libreria milanese, la Lirus di Via Vitruvio. La libreria anni fa venne a sapere che il volume rischiava di finire nel dimenticatoio, e ne acquistarono diverse copie per impedirlo. Il piccolo volume, in una edizione precedente, figura tra i “consigli del libraio” sugli scaffali della libreria. Insomma, si tratta di un piccolo gioiello da preservare, leggere, conoscere!
    Albrecht Goes può oggi essere riscoperto grazie alla casa editrice Marcos Y Marcos che ha deciso di ripubblicare una delle sue opere migliori, un romanzo breve anzi brevissimo che si snoda in sole 120 pagine circa ma che riesce ad essere intenso e commovente come pochi altri romanzi riescono ad essere. Stiamo parlando della “Notte inquieta” che sarà disponibile in libreria a partire dal 19 gennaio 2012 , una delle opere più famose di questo grande scrittore dalla quale è stato tratto anche un film di grande successo.
    “Notte inquieta” è ambientato durante gli anni della guerra, in Ucraina per la precisione nel 1942, ma non può essere considerato un romanzo di guerra. Questo è piuttosto un romanzo che parla dell’imperfezione dell’uomo e della sua violenza, dell’ingiustizia che le guerre da sempre portano con sé, ingiustizia da cui l’uomo non riesce a ribellarsi ma alla quale anzi soggiace come fosse privo di volontà e di coscienza, come se la guerra e il potere lo avessero annichilito completamente.
    Ad un cappellano militare luterano viene dato il compito di assistere un disertore condannato a morte nelle ore che precedono la sua fucilazione. Il cappellano decide di fermarsi per la notte nella locanda di Proskurov, locanda frequentata quella sera da molti militari tedeschi. Tra i militari c’è anche un ufficiale, un giovane ragazzo che deve a breve partire per Stalingrado, con il quale il cappellano deve dividere la stanza. Stalingrado è assediata, il giovane ufficiale ha quindi molti tratti in comune con un condannato a morte. Il cappellano sarà testimone quindi anche della sua ultima notte, delle sue ultime ore di vita, le sue ultime ore di felicità nell’abbraccio con la sua amata Melanie.
    Un racconto intriso di una profonda malinconia, un racconto che ci fa dubitare della nostra stessa umanità e che ci porta a riflettere sul perché le ingiustizie della guerra esistano ma che dopotutto ci offre anche un germe di speranza. La violenza incombe, la guerra è sempre più pressante, l’odio e la disperazione invadono le strade, ma l’amore esiste così come esiste la luce e anche solo per un momento possiamo sentirci nuovamente vivi, a casa, al sicuro.

  • 27Giu2012

    Marianna Morosin - Mangialibri

    È una mattina d’ottobre del 1942. L’autunno ucraino, fra i sentieri dei boschi e delle campagne di un intenso color bruno, ha regalato un giorno di vento, profondamente azzurro, una giornata di nuvole veloci, di luce limpida, di forte odor d’argilla e d’autunno;  una giornata capace di “restituire al giusto valore qualche ora degna di un uomo”.

    Un cappellano militare percorre quei sentieri. Cammina nel vento fino al campo di girasoli, fino al fiume: vuole dedicare qualche ora alle “cose belle come nei primi giorni della creazione”e ritrovare il tempo per la propria anima prima di tornare alla “prigionia” dell’ospedale militare. È la guerra  di Hitler: ogni attimo dedicato al silenzio e alla coscienza è un attimo rubato – a fatica – al “qui e ora disumano dove non si sorride, non si ama”.  Quella sera, ventosa e ormai fredda, dell’ottobre del 1942, il pastore giunge nella locanda di Proskurov – gremita di soldati, in un’aria ammorbata dalla follia nazista come un male oscuro. È venuto ad assistere un condannato alla fucilazione per diserzione, il giovane di origini polacche Fëdor Baranowski, che ancora non sa che quella sarà la sua ultima notte. Il pastore divide la stanza con il capitano Brentano, giunto quella stessa sera e in partenza per Stalingrado:  una destinazione da cui è quasi impossibile tornare vivi, l’equivalente di una condanna a morte. Quella notte è la notte degli addii: allora, più che mai, nell’essenzialità  ogni gesto si carica di senso, per chi ancora sa guardare dentro se stesso. Alla locanda giunge di nascosto,  nella stanza che Brentano e il pastore condividono,  la fidanzata del capitano, Melanie: è venuta ad abbracciare un’ultima volta l’uomo che ama. I tre, intimamente vicini di là di tante parole, consumano insieme un po’ di pane bianco e miele, del buon caffè. Poi, mentre Melanie e il capitano Brentano si appartano in un angolo per passare le ultime ore insieme, il pastore legge durante la notte gli incartamenti di  Fëdor Baranowski: vuole conoscere la storia di quel giovane polacco, intuirne i pensieri,  prima che il faldone della sua pratica si chiuda e lo consegni per sempre all’anonimato delle innumerevoli vittime della guerra nazista. Vuole incontrare quel giovane prima della fucilazione, accompagnarlo nel momento del congedo dalla vita. All’alba il destino si compirà: Baranowski sarà fucilato, Brentano partirà per il fronte. Ma quella notte inquieta saprà portare nel buio dell’orrore nazista uno squarcio di luce… 
Notte inquieta (prima edizione 1950) è un piccolo gioiello che conosce da anni – all’estero –  una straordinaria fortuna, pubblicato in diciotto lingue, sottratto al rischio dell’oblio nell’editoria italiana grazie all’appassionato consiglio di un libraio di Milano, Claudio Oxoli, che ne ha segnato il destino facendo conoscere questo piccolo libro  alla casa editrice Marcos y Marcos. Il suo autore, Albrecht Goes, nato in Germania nel 1908, fu cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale, e non è difficile intuire l’esperienza e i pensieri stessi di Goes nello sguardo con cui  il narratore – il pastore protestante  – racconta in prima persona e rivive la vicenda di quella notte. Perché chi narra non è solo capace di accompagnarci lungo il percorso narrativo, di portarci dentro i fatti, ma con uno stile asciutto sembra sottrarsi alla fiumana degli accadimenti:  per interrogare la propria coscienza, e incidere, con forza, eppure con altrettanta levità , una riflessione intima. Ne nasce un quadro di potente essenzialità, in cui buio e luce si affiancano sfumando l’uno nell’altra. Quella “notte inquieta” è il buio del sonno della coscienza, nell’abiezione e nel cinismo del maggiore Kartuschke e di soldati succubi del regime nazista, dimentichi di ogni umanità. E’ la notte della dolorosa crisi di coscienza tenente Ernst, che l’indomani dovrà ordinare l’esecuzione di un uomo; ma anche di uomini come lui che, pur  rinnegando il male nazista, se ne sentono complici: non basterà un giorno dire che “non abbiamo responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Questa è l’amara verità: il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti”. Quella notte però è anche la notte in cui uno squarcio di luce rischiara le tenebre: è la dignità e la grandezza di uomini capaci ancora di amare e di farsi prossimo, una com-passione profonda che è spasimante rivolta alla  barbarie, e segna il trionfo della vita sulla morte dell’anima. Senza retorica, senza sentimentalismi, Albrecht Goes ci conduce lungo un cammino che parla di male e di bene. Interroga la nostre coscienze, quasi a chiederci da che parte vogliamo stare: qui e ora.  Ma  insieme, con un tono poetico, sembra affidarci un viatico che tanto più intensamente riluce nel suo nitore  quanto più cupo è il buio: il potere salvifico dell’autentica bellezza, quella che aiuta l’uomo a ritrovare la sua vera umanità.

  • 01Giu2012

    Loris Tassi - Blow up

    Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato.

    Leggi l’articolo completo

  • 16Apr2012

    Diego Manzetti - i-libri.com

    Per tutto quel settembre non mi era mai stato possibile lasciare la città, eppure era stato un settembre bellissimo, caldo, un settembre che avrebbe potuto indurre un vecchio camminatore a lunghe passeggiate in aperta campagna.

    Ma si sa come va a finire; si era presi dal proprio servizio quotidiano, si andava avanti e indietro dall’ospedale alle caserme e agli alloggi militari dove, come cappellano, dovevo compiere le mie visite; e non si dimentichi il cimitero militare, che, allestito durante i brevi e violenti scontri intorno a Viniza nel luglio del ’41, quindici mesi più tardi si era terribilmente ampliato.
Il romanzo di Goes è ambientato nel corso di una notte dell’ottobre 1942. . Una notte silenziosa come tante, ma certamente inquieta per il cappellano militare convocato in caserma per assistere un condannato a morte e per quanti si trovavano a viverla con lui. Primo tra tutti il capitano Brentano, inviato al fronte dell’Est, che voleva trascorrere quella che probabilmente sarebbe stata l’ultima notte con la fidanzata, l’infermiera Melanie. Poi senza dubbio per il tenente Ernst, prescelto per dirigere l’esecuzione del condannato Baranowski, ignaro del rigetto della propria domanda di grazia. Personaggi umani, che vivono una guerra che non gli appartiene e che condividono una notte speciale, unica e certamente molto lunga.
In questa notte aleggiano i dubbi del tenente Ernst, incapace di comprendere la guerra in cui la Germania si è gettata:
”Va bene; fare del male per prevenire il Male: è questo che vuol dire? La missione della spada come missione dell’ordine. Ma quale ordine difendiamo con la nostra guerra? L’ordine dei cimiteri. E l’ultimo di quei cimiteri, il più grande di tutti, saremo noi a occuparlo. E se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto solo quello che ci è stato comandato. Mi pare già di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani. E’ questo che volevo domandarle: noi siamo davvero superiori a Kartuschke? Non siamo fosse anche più marci di loro perché sappiamo quello che facciamo?”
In questa notte gli innamorati Brentano e Melanie vivono le ultime ore, uniti, prima di dirsi addio.
In questa notte ciascuno vive la propria tragedia personale:
”Sulla seggiola c’è la candela e, accanto, l’orologio. Non mi azzardo a spegnere completamente la luce. Non posso addormentarmi. Nessuno può addormentarsi, di questi tempi. Questa è la guerra, la guerra di Hitler. Pensavo alle creature fraterne, agli amici, agli essere più cari, a tutti coloro che in quella notte erano in ascolto, a tutti coloro che sentivano pesare la stanchezza sulle palpebre e non potevano dormire. Talvolta accade, a coloro che si dicono addio, che uno dei due si addormenti e riposi in una calma profonda. E anche Baranowski starà dormendo, pensai, ignaro di tutto. Tempesta, immensa tempesta della notte, col tuo fragore furioso, scuoti pure le persiane, infuria contro di me, ma lascia che dormano ora coloro che vanno a morire!”
Ma la tragedia personale consente all’essere umano di crescere.
Goes ci rappresenta, tramite i suoi personaggi, il proprio pensiero sulla guerra. Una guerra combattuta da uomini crudeli, ma anche da persone umane, costrette a compiere azioni che mai altrimenti avrebbero compiuto. L’autore cerca quindi di trovare una giustificazione. Se, come dice il tenente Ernst, chi comprende la malvagità è più colpevole di chi la commette senza rendersene conto, quale apporto possono dare coloro che hanno ben chiaro il male che la guerra reca all’umanità?
”Prima lei mi ha chiesto in che cosa ci distinguiamo da Kartuschke e che cosa dobbiamo fare. Forse ci distinguiamo solo per il fatto che mai, in nessun momento, approviamo l’ingiustizia. E’ vero. Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. Anche Baranowski non è senza colpa e nessun cappellano inglese potrà sottrarsi dall’obbligo di accompagnare un disertore alla morte. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali verso quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.”
Il compito dei buoni è quindi quello di vigilare affinché il male non torni a prendere il sopravvento.
Sono ora passati molti anni da quando questo libro è stato scritto. Arriva un tempo in cui coloro che sono stati testimoni del male vengono a mancare, lasciando l’umanità in una nuova giovinezza, priva di esperienza. Resta però quanto i “buoni” ci hanno lasciato. Sta a noi che viviamo il presente, e a coloro che vivranno il futuro, tramandare il messaggio di chi ha testimoniato quanto crudele possa essere l’animo umano.
Albrecht Goes ci ha lasciato certamente un messaggio forte, nato dalla propria esperienza e volto a far sì che il male non torni a soggiogare il bene.
L’autore prestò realmente servizio come cappellano militare nel corso della seconda guerra mondiale. Scrisse questo libro nel 1950, pochi anni quindi dopo la conclusione di quella guerra che segnò indelebilmente il genere umano.
Questo libro è rimasto sconosciuto in Italia per decenni, fino a quando la casa editrice Marcos y Marcos lo ha pubblicato in lingua italiana. Consiglio a tutti di leggerlo e mi congratulo con l’editore per l’ottima scelta.

  • 19Mar2012

    Matteo Chiavarone - Il recensore

    È calata la notte, il buio scende sulle case, sulle persone, su una Europa che va verso la sua autodistruzione, in quel atroce “gioco alla guerra” del secondo conflitto mondiale.

    È la Notte inquieta (Marcos y Marcos, 2011) di Albrecht Goes, un uomo che quella guerra l’ha vista con gli occhi, gli occhi di un cappellano militare incapace di accettare quella pagina di storia.
Un cappellano che lascia il sacerdozio per diventare scrittore, a guerra finita. Un cappellano che racconta di un altro cappellano, di un cappellano che deve salvare l’anima di un condannato a morte.
A Proskurov, in Prussia, c’è un viavai di militari. Alcune figure indegne di vivere, altre incapaci di accettare. C’è anche chi si rifugia nella vodka, per non pensare.
Ma di chi è la colpa di questa follia?
L’assurdo di una guerra che i tedeschi sani devono capire che è meglio perdere. Che mondo sarebbe stato se avesse vinto Hitler?
In questa notte che non è notte – ci sono troppo anime che non possono dormire sonni tranquilli – un uomo deve morire perché ha tradito, un altro deve dire “sparate”, un altro deve dare l’estrema unzione. Un altro ancora vuole un attimo di felicità, una notte d’amore prima della tempesta. In un mondo di non uomini si vuole sentire uomo.
E anche il condannato a morte muore perché per sentirsi uomo, per raggiungere l’amore. Anche solo sfiorandolo.
Maledetta guerra, maledetta guerra di Hitler. L’aria di questa notte è pesante ma tra le pieghe spunta un po’ di luce.
C’è una lettera da scrivere, qualche addio da decifrare, da spedire, una giustizia da raggiungere.
E la giustizia è fatta di parole, pensieri, di abbracci, di voci, di ricordi che vivranno sempre.
Notte inquieta è un inno alla speranza, uno sguardo profondo unito ad uno stile lirico, meravigliosamente orchestrato, un volume prezioso per raccontare una barbarie con la voce di chi non ha voluto piegarsi, di chi non si è arreso, di chi ha creduto, a ragione che l’umanità non poteva finire in una di quelle notti.
Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930.
Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi alla scrittura.
È morto a Stoccarda nel 2000.
Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa. Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, sono stati tratti un film e uno sceneggiato televisivo per la bbc.

  • 15Feb2012

    Donato Bevilacqua - La Bottega di Hamlin

    La guerra “umana” di Albrecht Goes: intimità, uomo e colpa in “Notte inquieta”
Notte inquieta è certamente l’opera più famosa di Albrecht Goes, intellettuale tedesco nato nel 1908 a Langenbeutingen e morto a Stoccarda nel 2000.

    Questo racconto, pubblicato per la prima volta nel 1950, ci viene oggi riproposto dalla Marcos y Marcos in una deliziosa edizione [1]. L’autore ci porta senza indugi nel clima della Seconda Guerra Mondiale, raccontandoci questa piccola ma grande storia attraverso gli occhi e le parole di un cappellano militare che deve assistere un condannato a morte. Una notte di ottobre del 1942, la sera prima dell’esecuzione, il cappellano si trova in una locanda di Proskurov gremita di militari, dove divide la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. Proprio in quella stanza Melanie sale di nascosto per abbracciare per l’ultima volta il suo amato capitano, e mentre i due si appartano, il cappellano è intento nello studiare la storia dell’uomo che verrà fucilato il giorno seguente. Pastore e condannato si diranno addio come amici, qualcuno partirà per Stalingrado, e un senso di giustizia assoluta accompagna il finale del racconto. Goes conosce bene la realtà della guerra, e quest’opera sembra in effetti poggiare le basi nelle esperienze personali dell’autore, ordinato pastore protestante nel 1930 e cappellano militare durante la guerra. Nel 1953, poi, Goes lascia il sacerdozio e si dedica alla scrittura, dimostrando tutte le sue capacità di teologo e libero pensatore. Appare evidente come, specialmente nell’opera qui in oggetto, lo scrittore trasferisca questo affascinante incontro tra l’esperienza tragica della guerra e il suo rapporto con la religione. Da questo fondersi nasce una scrittura che si riempie di umanità, andando oltre il solito racconto ma ricercando negli eventi l’intimità e il senso più profondo. Goes scrive quindi la guerra “in chiave umana” potremmo dire, quasi rendendole un valore spirituale, ricercandone il significato più profondo attraverso le singole storie personali e i pensieri più nascosti. «Quel giorno di vento, profondamente azzurro, dovevo pur godermelo […] avevo voglia di camminare per i sentieri […] Tutt’intorno, silenzio; appena il soffio del vento, non una voce umana, solo quella della mia solitudine che parlava a se stessa: benvenuto autunno! benvenuta, libertà!» La guerra entra con forza nella giornata del cappellano; la chiamata all’esecuzione sconvolge i suoi programmi di solitudine, frena la sua voglia di libertà. Ecco un primo confronto tra la serenità e il suo opposto: la guerra. Nel descriverla l’autore, per bocca del cappellano, non ci mette mai di fronte alla crudeltà delle armi o a scene di conflitto, ma ci descrive la quotidianità al di là del campo di battaglia:
Qui, dietro queste porte. Qui si sta distesi sulle brande, si sospira, si ama, si muore, si scrivono lettere, si gioca a scacchi, all’alma, a carte. Si fanno iniezioni intramuscolari o endovenose: Ebusin, Cardiazol. Si compilano elenchi di permessi e congedi, di promesse che non vengono mantenute. Si beve, si fuma, si parla grasso. E c’è chi scrive le “storie” dei malati […] Elenchi degli arrivi e delle partenze. Elenchi delle paghe, delle trattenute, dati. [2] 
La guerra di Goes si combatte quindi in mezzo alle persone, e si contrappone alla bellezza delle loro vite: «La rigidità militare con la quale si presentavano era esagerata e veramente fuori luogo; ma è più facile che si spezzi l’esistenza, piuttosto che s’interrompano certe formalità». Un concetto ancora più marcato se si pensa che nell’intero racconto c’è quasi la volontà di mantenere due mondi ben distinti tra loro: la guerra, appunto, e le singole vite delle persone sia vicine che lontane dai cannoni: «come se nel profumo di quella notte d’ottobre, in quel dolce profumo di vento umido, ritrovasse un contatto con la sola realtà durevole e buona rimasta intorno a noi». Le persone sono il punto di partenza e il nocciolo vero di questo racconto, attraverso i loro gesti il conflitto si avvicina a noi e viene reso umano, spirituale:
È questo, la guerra. Può anche succedere di esser trasferito da Oriente a Occidente attraversando la città dove sei nato, senza nemmeno poter scendere dal treno. E tu te ne stai appoggiato al finestrino e vedi passare il balcone di casa tua. Magari hai fortuna: tua moglie sta stendendo la biancheria, ne puoi scorgere il vestito rosso e i capelli neri. Mi immergo nei pensieri e non mi rendo conto che stiamo viaggiando tra le case. [3] 
La stessa stanza della locanda dove pernotta il cappellano, e dove si incontrano il capitano con la sua amata, rappresenta in fondo proprio un rifugio alla realtà esterna della guerra, un’alcova all’interno della quale è l’amore a trionfare: «Questa è la dolcezza dell’amore: le ore diventano anni. E questa è la saggezza dell’amore: l’attimo si fa lungo come un anno. Hanno una notte sola, quei due. Ma vuol dire: per sempre». Un concetto, quello dell’amore che vince sulla guerra, che ritorna spesso nel racconto: «lo studio dell’incartamento Baranowsky, era altrettanto capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano». Se è vero che l’autore ha come punto di partenza l’intimità di ogni singola persona, è proprio il rapporto tra il cappellano e il condannato a morte che ce ne dà dimostrazione. Attraverso le carte e i documenti il pastore vuole a tutti i costi arrivare a trovare un contatto con il detenuto: «Ma dietro tutto questo doveva ben esserci una storia, un certo corso di avvenimenti. E forse valeva la pena di saperla, quella storia; conoscerli, quegli avvenimenti […] Dunque questa è la cronaca di quella vita. Ma quale sarà la storia intima?». Dove non arrivano i documenti arriva l’immaginazione, la fantasia. E così il cappellano cerca di immaginare pensieri, sensazioni ed emozioni del condannato [4]. Ecco che quindi ritornano i concetti di umanità e di continua ricerca dell’intimità. Non è un caso che Goes ponga al lettore quella che molti altri intellettuali hanno chiamato “la questione della colpa”, la responsabilità di tutti coloro che hanno assistito alle follie naziste, senza opporre la minima resistenza.
Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. […] La nostra colpa è quella di vivere. Ora dobbiamo vivere con questa colpa. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali a quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. Non si tratterà di odiare, allora, la guerra. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato […] noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buna falce [5].
Il problema della colpa trova in effetti tra gli storici e i letterati ampio spazio di analisi. Karl Jaspers distingueva in merito quattro diversi tipi di colpa: criminale, politica, morale e metafisica. Le ultime due sembrano essere direttamente collegate alla discussione qui affrontata. L’autore definisce infatti la colpa morale «la responsabilità morale per quelle azioni che compie come individuo […] anche per le azioni di ordine politico e militare. In nessun caso vale la scusa che ‘gli ordini sono ordini’. […] i delitti rimangono sempre delitti, anche quando vengono ordinati […] così ogni azione resta sottoposta anche al giudizio morale. L’istanza è qui la propria coscienza» [6]. Così, invece, Jaspers si esprime sulla colpa metafisica:
Una solidarietà la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche un colpevole […] in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico e morale. [7]
Nell’opera di Goes la questione della colpa si unisce chiaramente a tematiche e concetti religiosi: «Come servo del Vangelo – per questo ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà». L’autore lavora molto, in questo racconto, con il concetto di “doppio”, di opposizione. Emblematico un passo in cui il cappellano si relaziona al condannato:
Dovevo lasciarlo libero di dire tutto quello che voleva; ma, al tempo stesso, quella conversazione, dovevo guidarla. Perché si trattava di due cose: la morte e l’eternità. La morte è libertà, ma l’eternità è impegno, la partenza è dolore, ma l’arrivo è gioia. Che strano avere di fronte a sé questo dovere. [8]
E questo concetto della duplicità risulta ancora più evidente quando Goes affronta il tema del bene e del male: «Poi, a un tratto, mi sembrò che il male che tanto mi feriva fosse piuttosto quella parte di noi, irrisolta, che non sappiamo dominare». Sembra quasi che lo scrittore tedesco si rifaccia a Pascal, grande filosofo che ha fato del concetto della duplicità dell’uomo, della grandezza e della miseria umana, un elemento essenziale della sua poetica. L’idea è che l’uomo sia alla mercè di forze extrasensoriali, che corrompono e distorcono il suo giudizio, «un atomo sommerso e come sperduto nel vasto mare dell’essere, tra i due estremi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo» [9], incapace di intendere i principi delle cose ed il loro fine. Come dice lo stesso Pascal, l’uomo «si vede come sperduto in questo remoto angolo della natura […] Che cos’è un uomo nell’infinito?» [10]. Questa posizione di precarietà nei confronti della natura è evidenziata in maniera ancor più esaustiva dal seguente pensiero del filosofo:
Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d’intendere il nulla donde è tratto e l’infinito che lo inghiotte. Che farà, dunque, se non scorgere qualche apparenza della zona mediana delle cose, in un’eterna disperazione di conoscerne il principio e il termine? Tutte le cose sono uscite dal nulla, e vanno sino all’infinito. Chi seguirà quei meravigliosi processi? Solo l’autore di quelle meraviglie le comprende; nessun altro lo può. [11]
L’uomo è quindi la somma di forze positive e negative che lottano tra loro, è angelo e bestia allo stesso tempo, è bene e male in un corpo solo.
Notte inquieta è quindi un racconto di straordinaria originalità in cui l’aspetto umano e intimo trionfano sui conflitti e sulla crudeltà. Da una stanza nasce l’amore e dentro a quattro mura ci si può isolare e creare una realtà diversa fatta di pensieri, riflessioni e spunti per trovare la “chiave umana” della guerra.
Note: 
[1] Da quest’opera, tradotta in 18 lingue, sono stati tratti un film ed uno sceneggiato televisivo per la BBC. 
[2] Albrecht Goes, Notte inquieta, Milano, Marcos y Marcos, 2012, p. 17.
[3] Ivi, p. 19.
[4] Da pagina 17 a pagina 18 Goes fornisce una prova di straordinaria abilità letteraria e di sensibilità. In queste pagine il cappellano immagina l’intimità del condannato e della sua storia, si immedesima in lui.
[5] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., pp. 59, 60.
[6] Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, I ed. 1965, pp. 22-23.
[7] Ibidem.
[8] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., p. 88.
[9] Paolo Serini, Pascal. Pensieri, Mondadori, Milano, 1972, Introduzione p. 36.
[10] Ivi, p. 157.
[11] Ivi, pp. 157-158.

  • 27Gen2012

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    La casa editrice Marcos Y Marcos ripropone a gennaio 2012 Notte inquieta (Unruhige Nacht), il libro pubblicato nel 1950 da Albrecht Goes, pastore luterano, in servizio come cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale.

    Nel 1953, Goes lasciò la vita militare per dedicarsi alla scrittura e questo breve romanzo è stato tradotto in tutto il mondo.
Notte inquieta è capace di mostrare come un racconto, pur nella sua estrema brevità, riesce ad essere estremamente efficace nel suo obiettivo: condannare senza esitazione il nazismo, Hitler e la sua follia distruttrice, la guerra, la violenza che essa comporta, l’ingiustizia che nella guerra trova il suo alimento e la sua ragion d’essere.
1942. Il narratore è un Pastore protestante, da tre anni arruolato come cappellano al seguito della Wehrmacht, alla vigilia della disfatta di Stalingrado. Viene chiamato per trascorrere vicino ad un giovane disertore, condannato alla fucilazione, le ultime ore che lo separano dall’esecuzione della sentenza. Il Pastore, anche se riluttante, capisce che il suo compito è di grande importanza: portare il conforto della fede ad uno sconosciuto, che ignora di dover morire entro poche ore, aiutandolo almeno spiritualmente ad affrontare un momento spaventosamente doloroso. In realtà nelle poche ore, che sembrano un vita intera, il cappellano incontrerà non soltanto il morituro, ma anche un ufficiale in partenza per Stalingrado, Brentano, (da cui sa che difficilmente potrà tornare vivo), il quale ha dato appuntamento alla fidanzata, l’infermiera Melanie, con cui spera di passare l’ultima notte.
La verità della vita e della morte, dell’amore, della maternità, del passato e del futuro, dell’amicizia, dell’onore e della dignità si concentra in una manciata di ore (di secondi, o di anni, si chiede Melanie) e ciascuno dei protagonisti è costretto a fare i conti con la propria esistenza: lunga o brevissima, senza futuro o presaga di un futuro oscuro e incerto.
Religiosità, rigore morale ed etica del dovere vengono messi in discussione tra i diversi personaggi che dialogano nel breve volgere di ore che saranno decisive per la vita di tutti: uno scambio di idee, di affettività, di consapevolezza ad altissima densità emotiva ma anche razionale. Nelle righe del racconto si legge la convinzione che Hitler avesse portato l’Europa alla rovina, che la guerra sarebbe stata persa, che il destino di milioni di ebrei fosse già noto nel ’42 a molti tedeschi, che l’amore per la musica e la letteratura non poteva assolvere il popolo tedesco dai crimini di gran parte di quanti avevano seguito ciecamente il nazionalsocialismo. Il Pastore protestante, padre di famiglia, si specchia con la propria coscienza e medita sul Vangelo, evocando parole che appaiono stridenti nel mondo assurdo della guerra nazista nelle gelide pianure russe.
Albrecht Goes è un teologo e le sue riflessioni, che rispecchiano esperienze autobiografiche, fanno pensare a quanto poco si è detto della opposizione ad Hitler nella letteratura recente. Leggendo il libro ho ripensato a “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman e a “Destinatario sconosciuto” di Kressmann Taylor. In occasione della ricorrenza della Giornata della memoria sono letture da meditare con attenzione.

  • 19Gen2012

    Desirée Paola Capozzo - Elle

    La storia della guerra è fatta di tante storie, tutte degne di essere raccontate: come quella che vive un pastore in una “Notte inquieta” dell’ottobre del 1942, durante il secondo conflitto mondiale, in cui è chiamato ad accompagnare il triste destino di un militare condannato a morte per diserzione.

    È la notte inquieta di un uomo che, al di là della fede, soffre con pietà la tragedia umana, con la consapevolezza che nessuno aveva ancora capito quella semplice verità per cui l’ingiustizia non può portare al bene.
    Ma tra le ombre della morte e della crudeltà cieca dell’uomo in guerra, la vita e l’amore regalano uno squarcio di luce con le parole, i gesti e gli abbracci di una coppia che si ama, mentre il pastore si immerge nei faldoni che raccontano la vita di chi all’alba non ci sarà più…
    Questo racconto del teologo Albrecht Goes è un piccolo e prezioso libretto dalla storia che emoziona: finito tra i libri da mandare al macero è stato “salvato” dal libraio Claudio Oxoli della libreria Lirus di Milano che, quando ha saputo che il libro non sarebbe stato più ristampato, ha deciso di comprare tutte le 1200 copie a disposizione. Le ha vendute tutte, e ne ha regalate un paio agli editori Marcos y Marcos che se ne sono innamorati e hanno deciso di ridargli vita riportandolo in libreria.

  • 23Nov2007

    Samuele Bernardini - Riforma

    Un libro assolutamente da leggere quello che l’editore Marcos y Marcos ha mandato in libreria alla fine di ottobre.

    Leggi l’articolo completo

  • 02Nov2007

    Valeria Parrella - Grazia

    Siamo in guerra: non si può vivere come si vorrebbe, né tanto meno morire come si vorrebbe.

    Leggi l’articolo completo

  • 19Ott2007