Notte inquieta

Archivio rassegna stampa

  • 14Mag2018

    Redazione - officinadellibro.blogspot.com

    <<Nella mia camera trovo alcune lettere, le getto in una borsa senza leggerle, quelle parole umane in mezzo a un qui e ora disumano. Non si legge, adesso, non si sorride, non si ama…>>
    Siamo quasi alla fine della Seconda Guerra mondiale e la voce narrante è quella di un cappellano militare ucraino, senza nome, che ripercorre un po’ la biografia dell’autore, Albrecht Goes. Ci troviamo di fronte un uomo saggio ma rassegnato ai tempi che corrono

    <<Finite le strade selciate, lo zuccherificio era già fuori città, e subito dopo si era in mezzo alla campagna. Qua non c’erano distruzioni né miseria, niente vetri rotti, niente macerie; il mondo è intatto, buono e grande come nei primi giorni della creazione.>>

    Ed è così che inizia “Notte inquieta”, Marcos y Marcos, con il nostro protagonista che cerca rifugio nella campagna dalla caserma, dall’ospedale, dalla morte che incombe sempre più vicina: la riflessione che coglie è struggente e al contempo pratica, Albrecht Goes dipinge una realtà spaventosa ma ineluttabile. In poco più di ventiquattro ore il cappellano militare incontra tutte le sfumature del bene e del male.
    Il cappellano viene avvertito di partire con una certa premura per arrivare alla caserma di  Proskurov prima di notte, per dare conforto religioso al condannato a morte, Baranowski, che verrà fucilato all’alba del giorno dopo per diserzione.
    Contrariamente alla prassi, il parroco vuole conoscere la storia del povero giovane che perderà la vita per una legge prettamente militare, che in tempo di pace non avrebbe estirpato una giovane vita. Prende la documentazione da un giudice militare che chiude gli occhi di fronte alle ingiustizie, proprio come questa; da fare da mediatore tra il giudice e il cappellano c’è il maggiore Kartuschke un uomo volgare, crudele che crede fermamente nelle leggi naziste.
    <<Non risposi. Per un attimo fissai gli occhi del mio interlocutore, poi sentii che il mio sguardo si volgeva altrove. Per orrore, per vergogna. L’orrore di pensare che ci sono uomini che non dovrebbero esistere. E costui era uno di questi.>>
    Alla prigione incontra i detenuti, tutti molto giovani, incarcerati per i motivi più diversi ma tutti legati alla voglia di vivere negata in tempi bellici. Tra questi incontra anche Baranowski che ancora non sa che sta per passare la sua ultima notte.
    Fuori dalla prigione il cappellano viene raggiunto da un altro uomo di fede che dovrà dare il via alla fucilazione vera e propria con diversi scrupoli di coscienza: Goes dà la parola a un personaggio che potrebbe benissimo essere l’altra faccia del protagonista. Il tenente Ernst non crede di riuscire a dare il via agli spari, ha dei figli e quando sarà finita la guerra questo gesto peserà sulla sua coscienza per sempre. Il cappellano militare, come dimostra in più di un’occasione, concorda con il suo collega ma pensa che non cambierebbe i fatti opporsi ai superiori se non essere incarcerati, o peggio, a propria volta. L’unica soluzione attuabile è cercare di fare il meno danno possibile e imporsi alle ingiustizie tentando di dare il massimo conforto alle vittime di un sistema assurdo.
    Arrivato alla locanda il cappellano divide la stanza con una coppia che passa la sua ultima notte insieme: il capitano Brentano è stato mandato al fronte, un altro modo per mandare a morte qualcuno.
    Alle prime luci dell’alba il protagonista va a dare conforto al giovane Baranowski scoprendo più informazioni sulla sua vita privata e i motivi per cui si è ritrovato in questa tragica situazione. Il cappellano riesce nel suo lavoro calmando il ragazzo e infondendogli la dignità che merita. Il tutto finisce in poche ore e disgustato il cappellano torna verso la sua caserma.
    <<[…] dovevamo perdere quella guerra, se volevamo avere ancora, in futuro, una vita degna di un uomo, solo pochissimi, a quel tempo, l’avevano capito.>>
    Albrecht Goes ci regala un piccolo romanzo intenso in cui riesce a infondere l’amore per la vita, la dignità, gli orrori della guerra in poche parole e con uno stile risolutivo che non manca di cogliere la profondità -alle volte poetica- della situazione senza appesantire la narrazione. L’approccio che sceglie di dare al suo protagonista è molto pratico, modellando un uomo colto, saggio ma impotente e vagamente frustrato (probabilmente anche impaurito) di fronte al grande potere nazista. Il cappellano si scontra con i suoi obblighi compiendo una piccola Odissea (con tanto di creature mostruose e personaggi bonari)  cerando di tenersi a galla attraverso i marosi della vita militare imposta dalla guerra. Stranamente per essere il protagonista un uomo di fede i riferimenti alla religione o alla chiesa sono limitati, durante il racconto il cappellano riferisce poco al Signore, solo dove è estremamente necessario per svolgere il suo lavoro. Una scelta curiosa da parte dell’autore, forse imposta dai tempi che richiedevano pastori di larghe vedute e con una forza che non sempre riesce a trarre origine dalla religione.
    “Notte inquieta” riproposto da Marcos y Marcos è stato tradotto in diciotto lingue e per la prima volta pubblicato nel 1950, rimane attualissimo in grado di concentrare  amore, orrore, silenzi, ordini perentori, parole di conforto, speranza, rassegnazione e morte.
    COPERTINA 8,5 | STILE 9 | STORIA 8,5
    Trama
    È una sera di ottobre del 1942.

    La locanda di Proskurov è gremita di militari in trasferta. Il pastore venuto ad assistere un condannato a morte deve dividere la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. È la guerra, la guerra di Hitler. La notte è nera e tempestosa, la follia nazista e la morte ammorbano l’aria, eppure in quella stanza trionfa la vita. La bella Melanie sale le scale di nascosto e viene ad abbracciare per l’ultima volta il suo capitano. In tre dividono pane e miele, un sorso di caffè vero.

    Poi, mentre gli amanti si appartano in un angolo, il pastore si immerge nella storia dell’uomo che verrà fucilato per diserzione: negli atti del processo trova la strada per giungere al suo cuore. E in carcere, più tardi, pastore e condannato si dicono addio come fratelli.
    All’alba il plotone d’esecuzione si metterà in marcia, l’aereo del capitano decollerà per Stalingrado.
    Ma in quella notte inquieta sguardi, abbracci, voci e parole uniscono per sempre, e rendono giustizia assoluta.
    L’AUTORE
    Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930.
    Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi alla scrittura. È morto a Stoccarda nel 2000. Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa.
    Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, sono stati tratti un film e uno sceneggiato televisivo per la bbc.
    http://officinadellibro.blogspot.com/2018/05/recensione-notte-inquieta-di-albrecht.html
  • 09Mag2018

    Elisa Ponassi - lalettricerampante.blogspot.it

    «Va bene; fare del male per prevenire il Male: è questo che vuol dire? La missione della spada come missione dell’ordine. Ma quale ordine difendiamo con la nostra guerra? L’ordine dei cimiteri.

    E l’ultimo di quei cimiteri, il più grande di tutti, saremo noi a occuparlo. E anche se dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Ma pare già di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani.»

    Non è facile parlare e dare voce ai cattivi, soprattutto se si racconta di un periodo storico reale e non di argomenti fittizi. Verrebbe quasi da chiedersi perché farlo, perché dedicare un romanzo o anche solo un pensiero a chi ha fatto tanto male al mondo e soprattutto alla sua gente. Però al tempo stesso credo sia normale interrogarsi sulle dinamiche mentali dei cattivi, chiedersi cosa li abbia spinti a fare quello che hanno fatto, a comportarsi come si sono comportati, a uccidere. Ci credevano davvero o stavano solo eseguendo degli ordini? Credevano davvero che il sacrificio di molte, troppo vite umane innocenti fosse il giusto prezzo da pagare per raggiungere un presunto nobile ideale? Insomma, erano o non erano umani?

    In Notte inquieta, da poco ripubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Ruth Leiser, Albrecht Goes prova a rispondere a queste domande. Lo fa attraverso un pastore, in servizio tra ospedali, caserme e alloggi militari, tutti tedeschi, che un giorno viene chiamato d’urgenza in una città vicina per assistere un condannato a morte nelle ore precedenti e durante l’esecuzione. Lui accetta, perché non può fare altrimenti, perché il suo lavoro è quello. E l’unica cosa che può fare per rendere meno ingrato il suo compito è cercare di capire qualcosa di più dell’uomo che verrà ucciso, cercare, in quelle poche ore che gli sono rimaste, di conoscerlo e di sapere cosa l’abbia spinto a disertare. Una cosa pura e semplice, come l’amore. Mentre è lì che studia tutte le carte, nella sua camera arriva un altro uomo, il capitano Bretano in procinto di partire per Stalingrado e quasi sicuramente di non tornare mai più. E con lui, Melania, la donna che ama e che sa che probabilmente non vedrà mai più.

    Non c’è molto altro da dire sulla trama di Notte inquieta. È un libriccino tutto sommato sottile, ma che racchiude interrogativi ed emozioni molto, molto grandi, che ti rimangono in testa a lungo anche dopo aver chiuso il libro. Racconta il lato umano dei cattivi e in qualche modo cerca di aumentarne la condanna: perché è inevitabile chiedersi come sia possibile che persone capaci di amare possa nocompiere tali atrocità, o anche solo accettarle.

    È questo pensiero che mi ha accompagnato per quasi tutta la lettura, impedendomi forse di cogliere appieno il vero senso di quello che Albrecht Goes stava raccontando. Da un lato ho provato una forte empatia nei confronti del disertore, disposto a tutto per amore, e di Melania, desiderosa di godersi di stare con la persona che ama fino all’ultimo

    «Che ore sono?»

    Guardo l’orologio e rispondo sottovoce: «L’una.»

    Poi, silenzio. Ma la voce, non rivolta a me, dice, ed è impossibile non sentirla: «Ancora sei ore.» E poi, anche più sommessa: «Ancora sei attimi.»

    E l’altra voce (ti chiedo scusa d’averti sentita!): «Ancora sei anni.»

    Questa è la dolcezza dell’amore: le ore diventano anni. E questa è la saggezza dell’amore: l’attimo si fa lungo come un anno. Hanno una notte sola, quei due. Ma vuol dire: per sempre.

    Dall’altro lato, però, ho provato quasi rabbia verso questo pastore, che non riesco a vedere come vittima degli eventi, per quanto sicuramente più grandi di quanto una singola persona potesse  combattere. Certo, lui non nega il conforto a nessuno; lui si arrabbia di fronte ai gesti e ai comportamenti violenti e ingiustificati degli altri ufficiali; e soprattutto porta un po’ di compassione e calore in luoghi in cui sembra non si sappia nemmeno cosa sia.
    Ma è davvero sufficiente, o una luce fioca in una notte buia e inquieta non fa altro che rendere ancora più oscure le altre, sapendo che, una volta spenta, non cambierà nulla?

    https://lalettricerampante.blogspot.it/2018/05/notte-inquieta-albrecht-goes.html

  • 01Mag2018

    Andrea Cabassi - giudittalegge.it

    LA NOTTE INQUIETA DI UN CAPPELLANO MILITARE

    “Turin, 16 mars 1962

    Monsieur,

    je m’excuse de m’adresser à vous en français, puisque je ne connait pas assez l’allemand pour l’écrire correctement.

    Je viens de recevoir et de lire votre livre, et je me sens obligé de vous écrire, et non pas seulement pour vous remercier. Il est facile, et de quelque façon peu sérieux, de dire que Unruhige Nacht et Das Brandopfer sont des beaux contes. Ils le sont, de tout évidence: mais ce sont surtout des bons contes, des contes courageux. Ce n’est pas de la littérature: c’est de la chair et du sang, c’est des pages écrites par un homme pour les hommes.

    Je suis content qu’ils aient été écrits par un Allemand, et qu’il aient trouvé du succès parmi le public d’Allemane; c’est un bon signe, ça veut dire que ‘le ciel est rouge’.

    Je suis heureux d’apprendre que vous avez lu mon livre et l’avez trouvé bon, et j’éprouve une sort de paix à penser que, à partir d’éxperiences si différentes, vous, chrétien et pretre, et mois, juif non croyant nous nous retrouvons si voisins l’un de l’autre dans nos jugements sur les hommes. Je désir et j’espère quel es hommes comme vous soyent nombreux en Allemagne et qu’ils puissent etre aimés et écoutés.

    Votre ami

    Primo Levi”

     

                                                                                                  “Torino, 16 marzo 1962

    Signore,

    mi scuso di rivolgermi a lei in francese poiché non conosco abbastanza bene il tedesco per scriverlo correttamente. Ho ricevuto il suo libro, e mi sento in obbligo di scriverle, e non soltanto per ringraziarla. E’ facile e, in qualche modo, poco serio dire che Unrughe Nacht e Das  Brandopfer sono dei bei racconti. Lo sono, evidentemente: ma sono soprattutto dei buoni racconti, dei racconti coraggiosi. Non è letteratura: è carne e sangue, sono pagine scritte da un uomo per gli uomini.

    Sono contento che siano stati scritti da un Tedesco e che abbiano avuto successo fra il pubblico della Germania; è un buon segno, questo significa che ‘il cielo è rosso’.

    Sono felice di sapere che ha letto il mio libro e lo ha trovato buono, ed io trovo una sorte di pace a pensare che, a partire da esperienze così differenti, lei cristiano e prete, ed io, ebreo non credente, ci si sia trovati così vicini l’uno all’altro nei nostri giudizi sugli uomini. Desidero e spero che gli uomini come lei siano numerosi in Germania e che possano essere amati e ascoltati.

    Il suo amico

    Primo Levi”

    Questa è la lettera che Primo Levi inviò ad Albrecht Goes il 16 marzo 1962. E’ contenuta nell’appendice dell’’importante, approfondito e documentatissimo libro di Martina Mengoni “Primo Levi e i tedeschi” (Einaudi 2017. Pag. 189. La libera traduzione dal francese è mia). Si tratta di un libro che indaga sia le relazioni che Primo Levi ebbe con autori tedeschi, sia quanto, per lui, dopo la devastante esperienza concentrazionaria, fosse fondamentale comprendere i tedeschi in generale.

    Nella lettera Levi cita due tra i racconti lunghi più belli di Goes: “Hunrhige Nacht”, “Notte inquieta” e “Das Brandopfer”, “La vittima”. Quando, poi, si riferisce al suo libro che Goes aveva trovato buono, il libro in questione  è “Se questo è un uomo” .

    Albrecht Goes aveva studiato teologia ed era stato ordinato pastore protestante nel 1930. Durante la guerra era stato cappellano militare. Nel 1953 aveva abbandonato il sacerdozio per dedicarsi alla scrittura che già praticava. Martina Mengoni ci informa che Goes pubblicò “Notte inquieta” nel 1950. Il libro vendette oltre trentacinquemila copie e divenne un caso editoriale. “La vittima” venne pubblicato qualche anno dopo, nel 1954.

    A proposito della lettera di Levi Martina Mengoni sottolinea, giustamente, che la sua stesura fu possibile in quella determinata congiuntura storica e non la sarebbe stata né prima, né dopo:

    Lo stupefacente slancio ecumenico di questa lettera non sarebbe stato possibile sotto un’altra congiuntura storico-biografica: cinque anni prima, o dieci anni dopo, Levi non avrebbe mai potuto rivolgere parole simili a un tedesco cristiano, benché scrittore” (Pag. 73).

    Nel 1959 fu Einaudi a pubblicare per prima in Italia i due racconti nei “Coralli”. Il libro si intitolava “Prima dell’alba”. Seguì la Giunti nel 1994, che pubblicò “Notte inquieta” ed ancora Marcos y Marcos nel 2011. Oggi, con una felicissima scelta, è la stessa casa editrice Marcos y Marcos che ripubblica questo straordinario racconto riproponendo la traduzione efficacissima di Ruth Leiser Fortini, unica traduttrice italiana delle opere di Goes.

    Vale la pena spendere due parole su Ruth Leiser Fortini. Di origini svizzere (era nata a Bienne nel 1908), sposò il grande poeta e saggista Franco Fortini nel 1946. Fu una raffinata intellettuale, una donna impegnata nella lotta per il rispetto dei diritti umani e, naturalmente, traduttrice dal tedesco, a volte insieme al marito Franco. Morì a Milano il 13 marzo 2003.

    “Notte inquieta” è un racconto lungo o romanzo breve di circa un centinaio di pagine. Una notte inquieta davvero perché è una notte cupa e tempestosa  in cui i vari personaggi messi in scena devono confrontarsi con la morte. Siamo nell’ottobre 1942 in Ucraina. Da Vinnycia, dove è di stanza, un cappellano militare viene inviato a Proskurov per assistere un disertore che, a causa della diserzione, è stato condannato a morte. Giunto a destinazione incontrerà il condannato a morte, ma anche ufficiali della Wermacht nelle loro diverse tipologie e caratteri, tra di essi il capitano Brentano con cui condividerà la stanza d’albergo e la sua notte d’amore con l’infermiera Melanie.

    Già dall’incipit si comprende quanto per il cappellano militare, un pastore protestante, sia di grande importanza la letteratura. Più di una volta è stato sorpreso mentre recitava i versi di Omero. Leggendo queste righe la memoria va a “Se questo è un uomo”, quando Levi, nella realtà del Lager riesce a parlare di Dante. Quasi come se la letteratura avesse il potere di contrastare ogni tipo di bruttura, come se essa avesse il compito, anche nelle situazioni estreme, di riscattare la vita di un uomo.

    In più parti di “Notte inquieta” viene citata la letteratura. Non solo Omero, ma anche Dostoevskij, tanto che il condannato a morte, che si chiama Fëdor Baranowski, ricorda al cappellano militare il grande scrittore russo:

    Il linguaggio è radicato nel mistero e i nomi hanno una loro magia. Non potevo impedire che quel nome di soldato, a me solo un’ora prima sconosciuto – e destinato a rimanere sconosciuto, quasi cancellato ormai dal registro del tempo- mi ricordasse per una qualche omofonia un altro nome, un nome inestinguibile, sacro e terribile insieme, il nome di Fëdor Dostoevskij. Lui, all’ultimo momento, fu strappato al patibolo. Invece il plotone del tenente – come si chiama?- del tenente Ernst mirerà giusto” (Pag. 33).

    E i riferimenti alla letteratura non si fermano qui. Come accennato più sopra il capitano che condivide la stanza d’albergo con il cappellano militare si chiama Brentano. Anche qui il nome porta ad una associazione di idee. Porta a ricordare Clemens Brentano o la sorella Bettina, che fu amante di Goethe, entrambi poeti che hanno un posto importante nelle letteratura romantica tedesca:

    Clemens o Bettina? Mi chiedevo ancora. Non è dato saperlo. Bisogna interpretare la Canzone del destino di Clemens: ‘Quando io abbia teso l’arco, e tu presa la mira, allora va al cuore il dardo’. Mi distrassi, si sa che accade proprio nei momenti più emozionanti: mi aveva colpito il pullover di lana di Brentano” (Pag. 62).

    Viene da domandarsi se nel cappellano militare o Goes, non agiscano sottotraccia le interpretazioni che volevano il romanticismo come un precursore remoto del nazismo. O forse agiscono solo nel lettore. Ma è tema letterario, politico, storiografico troppo vasto per essere affrontato in questa sede.

    E non è presente solo la letteratura. Lo è anche la musica. Sono citati il “Fidelio” di Beethoven (pag. 55-56) e “Le nozze di Figaro” di Mozart (Pag.66).

    Questo ritornare alla Cultura è un disperato tentativo di opporsi alla barbarie della guerra. Del resto già nell’incipit del romanzo questo contrasto è reso con forza quando il cappellano descrive la sua passeggiata in un paesaggio che potrebbe essere idilliaco e che potrebbe portare un po’ di ristoro, essere una parentesi, anche se piccola, nell’infuriare della guerra. Ma anche quel luogo è un luogo dell’Ucraina occupata dai soldati di Hitler.

    La mostruosità del nazismo non è descritta attraverso atti di guerra o massacri, ma attraverso la figura del maggiore Kartuschke:

    “Sono venuto con un incarico preciso – e quale incarico! – e quell’uomo, invece di parlare con me, come sarebbe stato suo dovere, si diverte con queste laide spiritosaggini. Mi sentirei vile come un cane se non lasciassi immediatamente la stanza.

    Che razza di uomo è? Da dove viene? Chi gli ha dato quei gradi? Questa guerra, questa esplosione d’odio contro quanto sarebbe stato capace di mantenere in vita uno spirito di serenità e di comprensione, continuava a svelare  le più strane contraddizioni nella maniera di reclutare le sue truppe…  Cosa sarà stato, da borghese, quel Kartuschke?” (Pag. 27).

    La mostruosità di questo personaggio sta nella sua volgarità, nella sua laidezza, nella sua assoluta mancanza di pietas. Sono i vari Kartuschke che conducono direttamente alle porte del Lager.

    Fa da contraltare a Kartuschke il tenente Ernst, con tutti i suoi scrupoli e i suoi interrogativi etici, che dovrà comandare il plotone di esecuzione quando Baranowski sarà fucilato. Tra il cappellano e il tenente si instaura un dialogo straordinario. Sono pagine di rara bellezza. Qui ne riporto solo un brano E’ una riflessione del tenente Ernst:

    E se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremmo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Mi pare già di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani. Ma no, parliamo seriamente. E’ questo che volevo domandarle: noi siamo davvero superiori a tutti i vari Kartuschke? Non siamo anche più marci di loro perché sappiamo quello che facciamo?” (Pag.55).

    Che è come dire “come possiamo opporci?”, “abbiamo la possibilità di farlo?”, “qual è la nostra responsabilità?”

    E’ durante questo colloquio che ci imbattiamo in una delle pagine più belle di “Notte inquieta”, una pagina molto attuale in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui soffiano, impetuosi, i venti di guerra, una pagina su cui tutti noi dovremo avere il dovere di soffermarci.  Dice il cappellano militare, rivolgendosi al tenente Ernst:

    Non si tratterà di odiare, allora, la guerra. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che L’Iliade rimanga L’Iliade e Il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce”. (Pag.57).

    Il cappellano militare si trova al crocevia di due storie che hanno, entrambe, come tema dominante il confronto con la morte: la vicenda del disertore Baranowski, la vicenda del capitano Brentano che deve partire per il fronte di Stalingrado dove avrà poche possibilità di sopravvivere. Il cappellano sarà testimone di queste due storie che hanno a che fare con la morte, ma sarà anche testimone discreto della tenera storia d’amore tra il capitano Brentano e  l’infermiera Melanie. Malgrado la notte sia inquieta, sia tempestosa, malgrado la guerra infuri, malgrado ci siano personaggi come Kartuschke, malgrado tutto questo, in quella notte la pietas tesserà la sua tela, un esile filo di umanità resterà a contrapporsi alla barbarie.

    Il cappellano militare è, anche, l’ultimo custode della memoria di Baranowski. Compito di grande umanità quello di raccogliere la testimonianza di un morente, di dargli voce perché come scriveva il filosofo di origini ebraiche Lévinas in una grande lezione di etica, noi quando nasciamo, siamo già e immediatamente consegnati all’Altro. E’ l’Altro che deve raccogliere il testimone e prenderci in consegna. Esattamente quello che fa il cappellano militare con Baranowski. Non solo quello. Cerca anche di ricostruire, non solo la biografia del disertore quando studia gli incartamenti che lo riguardano, ma anche la sua storia intima. Qualcuno saprà, qualcuno potrà testimoniare davanti ai conoscenti, agli amici, ai familiari, al Tribunale della Storia.

    Ciò che rende ancora più coinvolgente la lettura di questo piccolo grande gioiello della letteratura tedesca e non solo, è il rapporto tra narratore e autore. Il narratore è un pastore protestante che ha il ruolo di cappellano militare nell’esercito tedesco che occupa l’Ucraina. Ma anche Goes è stato pastore protestante e cappellano militare durante la seconda guerra mondiale. C’è un margine stretto, dunque, tra narratore e autore. Quanto c’è di autobiografico? Quanto di invenzione narrativa?  Ci parla la voce narrante o la voce autoriale? Chiunque sia colui che ci parla, ci parla in un linguaggio senza sentimentalismi e sempre supportato da una forte tensione etica. Ci parla con il linguaggio della pietas e con quello dell’umanità nel tentativo di far da barriera alla barbarie.

    Aveva ragione Primo Levi. In queste pagine non si fa letteratura. Questa pagine sono carne e sangue, scritte da un uomo per gli uomini.

  • 26Apr2018

    Redazione - diariodiunadipendenza.blogspot.it

    Ucraina, ottobre 1942. Dopo un mattino insolitamente clemente, di quelli che ti infondono nelle scarpe il desiderio di passeggiare all’aria aperta, l’avvicinarsi della sera porta la tempesta sul fronte di guerra. Fulmini, saette, e la consapevolezza che la disfatta è ormai vicina.

    Si è eccezionalmente nelle fila dell’antagonista, del nemico crucco. Dalla parte di chi, di lì a qualche tempo, sarà vinto. Nevicano cristalli e svastiche sulla bellissima copertina illustrata da Laura Fanelli. In una locanda di Proskurov, in una fragile bomboniera di vetro, un comò allestito a tavolino – sopra: cioccolato, tè, vino rosso, caffè forte – e due letti, due questioni private costrette a una convivenza forzata. La luce della lampada a petrolio brilla sui segreti militari e gli incartamenti, sull’amarezza del salutarsi per sempre: più forte ancora, la scrittura di Albrecht Goes, scomparso diciotto anni fa. Prima pastore protestante, poi scrittore, presta sensibilità e vocazione all’occupante di uno dei letti: il narratore è infatti un cappellano militare. Il suo compito, raccogliere l’ultima confessione di uno sfortunato destinato al patibolo: il soldato Baranowski ha rinunciato alla divisa, ha disertato per amore di una donna con un viso «per cui vale la pena di rischiare qualcosa». Non c’è un paravanento a separarlo dall’altro ospite, il capitano Brentano: l’indomani volerà a Stalingrado e, probabilmente, il suo è un viaggio senza ritorno. Sarebbe sconveniente imporre a quello sconosciuto – un uomo di chiesa, tra l’altro: con i suoi tabù, con il suo decoro – la presenza in camera dell’infermiera Melanie, la fidanzata a cui prepararsi a dire addio?

    Non c’era bisogno di parlare. In cima ai monti e nell’abisso tacciono le conversazioni; e quanto sia grande la distanza fra quelle e questi, solo Iddio lo sa. Iddio e coloro che si amano. Dunque è così, pensa Brentano. E Melanie: dunque avrebbe potuto essere così, per tutta la vita. E tutti e due: ma una volta lo è stato. Qualche volta. E l’ultima volta è ora, a Proskurov, nella notte. E poi: è ancora.

    Ore turbolente, le loro. Ore in cui ricercare l’incanto delle piccole cose, le gioie del condividire. Ore in cui dispensare illusioni e farsi compagnia in una zona franca, nell’attesa di un destino triste rimandato finché è stato possibile rimandare. Ore brevi, dense, come breve e denso è questo romanzo. Gli antichi spiriti dei guerrieri caduti battagliano nel cielo. L’alba, nell’immaginario collettivo un forziere di promesse, è invece uno squallido miraggio da scongiurare. Ci si prende a cuore a vicenda, casi umani dalle ore contate. E inevitabilmente li si prende a cuore a nostra volta. Ci sono sconsiderati che nelle armi hanno ricercato lo sfavillìo delle medaglie e del successo facile, comandanti improvvisati, rari veterani degni di gloria. Se la guerra è un mercato di corpi e speranze infrante, se il disonore ti mette in una posizione scomoda precludendoti scelte alternative, come fare la differenza? Nelle linee nemiche, dalla parte del torto, si può restare in coscienza brave persone?

    Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sopranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.

    Dove i sogni e i giovani hanno vita breve, quando gli altri non fanno che intimarti di mantenere la calma morendo da soldato, regali graditi possono essere allora parole in grado di confortare davvero, bugie comprese, o un colpo di proiettile bene assestato. A Goes, «capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano», non trema la mano. Non fallisce. Il suo sparo centra il cuore, ed è così che intanto ti grazia.
    In una notte di carta che porta consiglio, e la commozione.

    http://diariodiunadipendenza.blogspot.it/2018/04/recensione-notte-inquieta-di-albrecht.html

  • 23Nov2013

    Flavio Villani - flaviovillani.com

    ALBRECHT GOES – NOTTE INQUIETA (MARCOS Y MARCOS, 2011): a volte capita, anche se non di frequente, di scoprire un piccolo gioiello, una perla nascosta in uno scrigno. “Notte inquieta” è un piccolo capolavoro, poco più di cento pagine di potente e struggente scrittura che Marcos y Marcos ha pubblicato qualche anno fa, su suggerimento di Claudio Oxoli, “libraio in Milano”, meglio conosciuto come “il Claudio della Lirus”, libreria dove i libri prima di venderli li leggono davvero.

    “Notte inquieta” è un racconto lungo, “una storia semplice” si potrebbe dire, la cui trama può essere riassunta in poche righe: un cappellano militare, pastore evangelico di un’unità di combattimento della Wermacht di stanza in Ucraina, è chiamato ad assistere spiritualmente un condannato a morte per diserzione. Siamo nel 1942, l’assedio di Stalingrado è in corso, il Grande Macello al suo apice, per il Terzo Reich è l’inizio della fine. Il racconto si svolge nella notte di tregenda che precede l’esecuzione. In quelle poche ore il cappellano incontra molti personaggi, ufficiali e soldati, i sommersi e i salvati di questa vicenda. Incrocia le loro storie, cerca di comprenderle, profondamente, umanamente. Dialoga con l’ufficiale che dovrà comandare il plotone d’esecuzione, devastato dal rimorso per ciò che al mattino dovrà fare. Assiste al consumarsi della storia d’amore fra Brentano, il morituro capitano che all’alba partirà per Stalingrado, e l’infermiera Melanie. Incontra altri uomini abbruttiti dall’alcol, buoni e cattivi, fantasmi in attesa di un destino che quasi mai si sono scelto.
    L’atmosfera mi ha ricordato le descrizioni del fronte orientale lette nel romanzo di Jonathan Littell premio Goncourt nel 2006, “Le Benevole”. Non so se il parallelo regga, ma in questo breve romanzo ho vissuto la stessa aria di cupa tragedia, le stesse descrizioni delle assurdità della burocrazia militare prussiana, addirittura gli stessi odori e gli stessi colori. Ma anche non marginali somiglianze nei due protagonisti, Max Aue de “Le Benevole” e il cappellano militare del racconto di Goes. Ambedue sono intellettuali, amanti della musica e della letteratura, dei classici; ambedue sono osservatori non ingenui della realtà, del macello che la follia li obbliga a vivere; ambedue, benché ne siano profondamente nauseati, sono incapaci (come del resto la stragrande maggioranza dei loro connazionali e commilitoni) di opporsi a tale orrendo macello. La coscienza delle cose non rende meno colpevoli, e loro lo sanno: “Ma io assaporando per la seconda volta la mia viltà come saliva amara, dissi: “sì, signor generale”, dice il cappellano militare dopo che gli è mancato il coraggio di sottrarsi al saluto al generale di turno, un insopportabile ubriacone, personificazione della follia che sommerge tutto.
    Gli esiti finali di questi due personaggi sono, tuttavia, opposti: il personaggio di Littell immerso nella “banalità del male” fino al collo non se ne sottrae, anzi, scientemente arriva a sfruttare le situazioni per cercare di migliorare la propria posizione, mascherandosi dietro una cortina di disincanto e di sarcasmo per non liquefarsi del tutto di fronte alla nauseante immondizia che deve ingurgitare ogni giorno. Mentre il cappellano non perde la propria umanità neppure per un istante. L’amore, vero, reale, privo di qualsiasi risvolto retorico o interessato al proselitismo religioso, che prova per i suoi simili, la capacità di comprensione, l’empatia nei confronti dei più deboli, lo salvano dalla perdizione. Solo una grandissima, infinita umanità, che porta, insieme a lui, a odiare la guerra e tutte le brutture che l’uomo riesce ad allineare dietro di sé, ma anche a credere che non tutto è perduto, che una speranza di redenzione esiste sempre. La summa di quest’uomo nelle meravigliose parole finali, mentre è di ritorno in aereo alla propria unità: “Aprii la calotta di vetro e sporsi il capo, respirando profondamente. Era quasi una gioia, una strana gioia rabbiosa. E quando, poco dopo, il pilota tornò nelle nuvole e, come sferzate e punture d’aghi, la pioggia si avventò su di me, non mi passò per la testa di chiudere la calotta. Ero in armonia con tutto, anche con l’insurrezione furiosa dei venti”.

  • 04Nov2012

    Camilla Biagini - Libriblog

    Albrecht Goes non è un nome nuovo al pubblico italiano. I suoi testi sono già stati infatti pubblicati in Italia ma non sono riusciti a trovare con il passare del tempo un luogo in cui mettere le loro radici, un luogo dal quale non poter essere mai più dimenticati.

    L’editoria italiana si è infatti con il tempo ancorata alle leggi del mercato e sono stati proprio autori come Albrecht Goes a subirne le conseguenze.
    (Nota della redazione) Pensate che precedentemente questo romanzo è stato salvato da una nota libreria milanese, la Lirus di Via Vitruvio. La libreria anni fa venne a sapere che il volume rischiava di finire nel dimenticatoio, e ne acquistarono diverse copie per impedirlo. Il piccolo volume, in una edizione precedente, figura tra i “consigli del libraio” sugli scaffali della libreria. Insomma, si tratta di un piccolo gioiello da preservare, leggere, conoscere!
    Albrecht Goes può oggi essere riscoperto grazie alla casa editrice Marcos Y Marcos che ha deciso di ripubblicare una delle sue opere migliori, un romanzo breve anzi brevissimo che si snoda in sole 120 pagine circa ma che riesce ad essere intenso e commovente come pochi altri romanzi riescono ad essere. Stiamo parlando della “Notte inquieta” che sarà disponibile in libreria a partire dal 19 gennaio 2012 , una delle opere più famose di questo grande scrittore dalla quale è stato tratto anche un film di grande successo.
    “Notte inquieta” è ambientato durante gli anni della guerra, in Ucraina per la precisione nel 1942, ma non può essere considerato un romanzo di guerra. Questo è piuttosto un romanzo che parla dell’imperfezione dell’uomo e della sua violenza, dell’ingiustizia che le guerre da sempre portano con sé, ingiustizia da cui l’uomo non riesce a ribellarsi ma alla quale anzi soggiace come fosse privo di volontà e di coscienza, come se la guerra e il potere lo avessero annichilito completamente.
    Ad un cappellano militare luterano viene dato il compito di assistere un disertore condannato a morte nelle ore che precedono la sua fucilazione. Il cappellano decide di fermarsi per la notte nella locanda di Proskurov, locanda frequentata quella sera da molti militari tedeschi. Tra i militari c’è anche un ufficiale, un giovane ragazzo che deve a breve partire per Stalingrado, con il quale il cappellano deve dividere la stanza. Stalingrado è assediata, il giovane ufficiale ha quindi molti tratti in comune con un condannato a morte. Il cappellano sarà testimone quindi anche della sua ultima notte, delle sue ultime ore di vita, le sue ultime ore di felicità nell’abbraccio con la sua amata Melanie.
    Un racconto intriso di una profonda malinconia, un racconto che ci fa dubitare della nostra stessa umanità e che ci porta a riflettere sul perché le ingiustizie della guerra esistano ma che dopotutto ci offre anche un germe di speranza. La violenza incombe, la guerra è sempre più pressante, l’odio e la disperazione invadono le strade, ma l’amore esiste così come esiste la luce e anche solo per un momento possiamo sentirci nuovamente vivi, a casa, al sicuro.

  • 27Giu2012

    Marianna Morosin - Mangialibri

    È una mattina d’ottobre del 1942. L’autunno ucraino, fra i sentieri dei boschi e delle campagne di un intenso color bruno, ha regalato un giorno di vento, profondamente azzurro, una giornata di nuvole veloci, di luce limpida, di forte odor d’argilla e d’autunno;  una giornata capace di “restituire al giusto valore qualche ora degna di un uomo”.

    Un cappellano militare percorre quei sentieri. Cammina nel vento fino al campo di girasoli, fino al fiume: vuole dedicare qualche ora alle “cose belle come nei primi giorni della creazione”e ritrovare il tempo per la propria anima prima di tornare alla “prigionia” dell’ospedale militare. È la guerra  di Hitler: ogni attimo dedicato al silenzio e alla coscienza è un attimo rubato – a fatica – al “qui e ora disumano dove non si sorride, non si ama”.  Quella sera, ventosa e ormai fredda, dell’ottobre del 1942, il pastore giunge nella locanda di Proskurov – gremita di soldati, in un’aria ammorbata dalla follia nazista come un male oscuro. È venuto ad assistere un condannato alla fucilazione per diserzione, il giovane di origini polacche Fëdor Baranowski, che ancora non sa che quella sarà la sua ultima notte. Il pastore divide la stanza con il capitano Brentano, giunto quella stessa sera e in partenza per Stalingrado:  una destinazione da cui è quasi impossibile tornare vivi, l’equivalente di una condanna a morte. Quella notte è la notte degli addii: allora, più che mai, nell’essenzialità  ogni gesto si carica di senso, per chi ancora sa guardare dentro se stesso. Alla locanda giunge di nascosto,  nella stanza che Brentano e il pastore condividono,  la fidanzata del capitano, Melanie: è venuta ad abbracciare un’ultima volta l’uomo che ama. I tre, intimamente vicini di là di tante parole, consumano insieme un po’ di pane bianco e miele, del buon caffè. Poi, mentre Melanie e il capitano Brentano si appartano in un angolo per passare le ultime ore insieme, il pastore legge durante la notte gli incartamenti di  Fëdor Baranowski: vuole conoscere la storia di quel giovane polacco, intuirne i pensieri,  prima che il faldone della sua pratica si chiuda e lo consegni per sempre all’anonimato delle innumerevoli vittime della guerra nazista. Vuole incontrare quel giovane prima della fucilazione, accompagnarlo nel momento del congedo dalla vita. All’alba il destino si compirà: Baranowski sarà fucilato, Brentano partirà per il fronte. Ma quella notte inquieta saprà portare nel buio dell’orrore nazista uno squarcio di luce… 
Notte inquieta (prima edizione 1950) è un piccolo gioiello che conosce da anni – all’estero –  una straordinaria fortuna, pubblicato in diciotto lingue, sottratto al rischio dell’oblio nell’editoria italiana grazie all’appassionato consiglio di un libraio di Milano, Claudio Oxoli, che ne ha segnato il destino facendo conoscere questo piccolo libro  alla casa editrice Marcos y Marcos. Il suo autore, Albrecht Goes, nato in Germania nel 1908, fu cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale, e non è difficile intuire l’esperienza e i pensieri stessi di Goes nello sguardo con cui  il narratore – il pastore protestante  – racconta in prima persona e rivive la vicenda di quella notte. Perché chi narra non è solo capace di accompagnarci lungo il percorso narrativo, di portarci dentro i fatti, ma con uno stile asciutto sembra sottrarsi alla fiumana degli accadimenti:  per interrogare la propria coscienza, e incidere, con forza, eppure con altrettanta levità , una riflessione intima. Ne nasce un quadro di potente essenzialità, in cui buio e luce si affiancano sfumando l’uno nell’altra. Quella “notte inquieta” è il buio del sonno della coscienza, nell’abiezione e nel cinismo del maggiore Kartuschke e di soldati succubi del regime nazista, dimentichi di ogni umanità. E’ la notte della dolorosa crisi di coscienza tenente Ernst, che l’indomani dovrà ordinare l’esecuzione di un uomo; ma anche di uomini come lui che, pur  rinnegando il male nazista, se ne sentono complici: non basterà un giorno dire che “non abbiamo responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Questa è l’amara verità: il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti”. Quella notte però è anche la notte in cui uno squarcio di luce rischiara le tenebre: è la dignità e la grandezza di uomini capaci ancora di amare e di farsi prossimo, una com-passione profonda che è spasimante rivolta alla  barbarie, e segna il trionfo della vita sulla morte dell’anima. Senza retorica, senza sentimentalismi, Albrecht Goes ci conduce lungo un cammino che parla di male e di bene. Interroga la nostre coscienze, quasi a chiederci da che parte vogliamo stare: qui e ora.  Ma  insieme, con un tono poetico, sembra affidarci un viatico che tanto più intensamente riluce nel suo nitore  quanto più cupo è il buio: il potere salvifico dell’autentica bellezza, quella che aiuta l’uomo a ritrovare la sua vera umanità.

  • 01Giu2012

    Loris Tassi - Blow up

    Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato.

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  • 16Apr2012

    Diego Manzetti - i-libri.com

    Per tutto quel settembre non mi era mai stato possibile lasciare la città, eppure era stato un settembre bellissimo, caldo, un settembre che avrebbe potuto indurre un vecchio camminatore a lunghe passeggiate in aperta campagna.

    Ma si sa come va a finire; si era presi dal proprio servizio quotidiano, si andava avanti e indietro dall’ospedale alle caserme e agli alloggi militari dove, come cappellano, dovevo compiere le mie visite; e non si dimentichi il cimitero militare, che, allestito durante i brevi e violenti scontri intorno a Viniza nel luglio del ’41, quindici mesi più tardi si era terribilmente ampliato.
Il romanzo di Goes è ambientato nel corso di una notte dell’ottobre 1942. . Una notte silenziosa come tante, ma certamente inquieta per il cappellano militare convocato in caserma per assistere un condannato a morte e per quanti si trovavano a viverla con lui. Primo tra tutti il capitano Brentano, inviato al fronte dell’Est, che voleva trascorrere quella che probabilmente sarebbe stata l’ultima notte con la fidanzata, l’infermiera Melanie. Poi senza dubbio per il tenente Ernst, prescelto per dirigere l’esecuzione del condannato Baranowski, ignaro del rigetto della propria domanda di grazia. Personaggi umani, che vivono una guerra che non gli appartiene e che condividono una notte speciale, unica e certamente molto lunga.
In questa notte aleggiano i dubbi del tenente Ernst, incapace di comprendere la guerra in cui la Germania si è gettata:
”Va bene; fare del male per prevenire il Male: è questo che vuol dire? La missione della spada come missione dell’ordine. Ma quale ordine difendiamo con la nostra guerra? L’ordine dei cimiteri. E l’ultimo di quei cimiteri, il più grande di tutti, saremo noi a occuparlo. E se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto solo quello che ci è stato comandato. Mi pare già di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani. E’ questo che volevo domandarle: noi siamo davvero superiori a Kartuschke? Non siamo fosse anche più marci di loro perché sappiamo quello che facciamo?”
In questa notte gli innamorati Brentano e Melanie vivono le ultime ore, uniti, prima di dirsi addio.
In questa notte ciascuno vive la propria tragedia personale:
”Sulla seggiola c’è la candela e, accanto, l’orologio. Non mi azzardo a spegnere completamente la luce. Non posso addormentarmi. Nessuno può addormentarsi, di questi tempi. Questa è la guerra, la guerra di Hitler. Pensavo alle creature fraterne, agli amici, agli essere più cari, a tutti coloro che in quella notte erano in ascolto, a tutti coloro che sentivano pesare la stanchezza sulle palpebre e non potevano dormire. Talvolta accade, a coloro che si dicono addio, che uno dei due si addormenti e riposi in una calma profonda. E anche Baranowski starà dormendo, pensai, ignaro di tutto. Tempesta, immensa tempesta della notte, col tuo fragore furioso, scuoti pure le persiane, infuria contro di me, ma lascia che dormano ora coloro che vanno a morire!”
Ma la tragedia personale consente all’essere umano di crescere.
Goes ci rappresenta, tramite i suoi personaggi, il proprio pensiero sulla guerra. Una guerra combattuta da uomini crudeli, ma anche da persone umane, costrette a compiere azioni che mai altrimenti avrebbero compiuto. L’autore cerca quindi di trovare una giustificazione. Se, come dice il tenente Ernst, chi comprende la malvagità è più colpevole di chi la commette senza rendersene conto, quale apporto possono dare coloro che hanno ben chiaro il male che la guerra reca all’umanità?
”Prima lei mi ha chiesto in che cosa ci distinguiamo da Kartuschke e che cosa dobbiamo fare. Forse ci distinguiamo solo per il fatto che mai, in nessun momento, approviamo l’ingiustizia. E’ vero. Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. Anche Baranowski non è senza colpa e nessun cappellano inglese potrà sottrarsi dall’obbligo di accompagnare un disertore alla morte. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali verso quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.”
Il compito dei buoni è quindi quello di vigilare affinché il male non torni a prendere il sopravvento.
Sono ora passati molti anni da quando questo libro è stato scritto. Arriva un tempo in cui coloro che sono stati testimoni del male vengono a mancare, lasciando l’umanità in una nuova giovinezza, priva di esperienza. Resta però quanto i “buoni” ci hanno lasciato. Sta a noi che viviamo il presente, e a coloro che vivranno il futuro, tramandare il messaggio di chi ha testimoniato quanto crudele possa essere l’animo umano.
Albrecht Goes ci ha lasciato certamente un messaggio forte, nato dalla propria esperienza e volto a far sì che il male non torni a soggiogare il bene.
L’autore prestò realmente servizio come cappellano militare nel corso della seconda guerra mondiale. Scrisse questo libro nel 1950, pochi anni quindi dopo la conclusione di quella guerra che segnò indelebilmente il genere umano.
Questo libro è rimasto sconosciuto in Italia per decenni, fino a quando la casa editrice Marcos y Marcos lo ha pubblicato in lingua italiana. Consiglio a tutti di leggerlo e mi congratulo con l’editore per l’ottima scelta.

  • 19Mar2012

    Matteo Chiavarone - Il recensore

    È calata la notte, il buio scende sulle case, sulle persone, su una Europa che va verso la sua autodistruzione, in quel atroce “gioco alla guerra” del secondo conflitto mondiale.

    È la Notte inquieta (Marcos y Marcos, 2011) di Albrecht Goes, un uomo che quella guerra l’ha vista con gli occhi, gli occhi di un cappellano militare incapace di accettare quella pagina di storia.
Un cappellano che lascia il sacerdozio per diventare scrittore, a guerra finita. Un cappellano che racconta di un altro cappellano, di un cappellano che deve salvare l’anima di un condannato a morte.
A Proskurov, in Prussia, c’è un viavai di militari. Alcune figure indegne di vivere, altre incapaci di accettare. C’è anche chi si rifugia nella vodka, per non pensare.
Ma di chi è la colpa di questa follia?
L’assurdo di una guerra che i tedeschi sani devono capire che è meglio perdere. Che mondo sarebbe stato se avesse vinto Hitler?
In questa notte che non è notte – ci sono troppo anime che non possono dormire sonni tranquilli – un uomo deve morire perché ha tradito, un altro deve dire “sparate”, un altro deve dare l’estrema unzione. Un altro ancora vuole un attimo di felicità, una notte d’amore prima della tempesta. In un mondo di non uomini si vuole sentire uomo.
E anche il condannato a morte muore perché per sentirsi uomo, per raggiungere l’amore. Anche solo sfiorandolo.
Maledetta guerra, maledetta guerra di Hitler. L’aria di questa notte è pesante ma tra le pieghe spunta un po’ di luce.
C’è una lettera da scrivere, qualche addio da decifrare, da spedire, una giustizia da raggiungere.
E la giustizia è fatta di parole, pensieri, di abbracci, di voci, di ricordi che vivranno sempre.
Notte inquieta è un inno alla speranza, uno sguardo profondo unito ad uno stile lirico, meravigliosamente orchestrato, un volume prezioso per raccontare una barbarie con la voce di chi non ha voluto piegarsi, di chi non si è arreso, di chi ha creduto, a ragione che l’umanità non poteva finire in una di quelle notti.
Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930.
Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi alla scrittura.
È morto a Stoccarda nel 2000.
Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa. Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, sono stati tratti un film e uno sceneggiato televisivo per la bbc.

  • 15Feb2012

    Donato Bevilacqua - La Bottega di Hamlin

    La guerra “umana” di Albrecht Goes: intimità, uomo e colpa in “Notte inquieta”
Notte inquieta è certamente l’opera più famosa di Albrecht Goes, intellettuale tedesco nato nel 1908 a Langenbeutingen e morto a Stoccarda nel 2000.

    Questo racconto, pubblicato per la prima volta nel 1950, ci viene oggi riproposto dalla Marcos y Marcos in una deliziosa edizione [1]. L’autore ci porta senza indugi nel clima della Seconda Guerra Mondiale, raccontandoci questa piccola ma grande storia attraverso gli occhi e le parole di un cappellano militare che deve assistere un condannato a morte. Una notte di ottobre del 1942, la sera prima dell’esecuzione, il cappellano si trova in una locanda di Proskurov gremita di militari, dove divide la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. Proprio in quella stanza Melanie sale di nascosto per abbracciare per l’ultima volta il suo amato capitano, e mentre i due si appartano, il cappellano è intento nello studiare la storia dell’uomo che verrà fucilato il giorno seguente. Pastore e condannato si diranno addio come amici, qualcuno partirà per Stalingrado, e un senso di giustizia assoluta accompagna il finale del racconto. Goes conosce bene la realtà della guerra, e quest’opera sembra in effetti poggiare le basi nelle esperienze personali dell’autore, ordinato pastore protestante nel 1930 e cappellano militare durante la guerra. Nel 1953, poi, Goes lascia il sacerdozio e si dedica alla scrittura, dimostrando tutte le sue capacità di teologo e libero pensatore. Appare evidente come, specialmente nell’opera qui in oggetto, lo scrittore trasferisca questo affascinante incontro tra l’esperienza tragica della guerra e il suo rapporto con la religione. Da questo fondersi nasce una scrittura che si riempie di umanità, andando oltre il solito racconto ma ricercando negli eventi l’intimità e il senso più profondo. Goes scrive quindi la guerra “in chiave umana” potremmo dire, quasi rendendole un valore spirituale, ricercandone il significato più profondo attraverso le singole storie personali e i pensieri più nascosti. «Quel giorno di vento, profondamente azzurro, dovevo pur godermelo […] avevo voglia di camminare per i sentieri […] Tutt’intorno, silenzio; appena il soffio del vento, non una voce umana, solo quella della mia solitudine che parlava a se stessa: benvenuto autunno! benvenuta, libertà!» La guerra entra con forza nella giornata del cappellano; la chiamata all’esecuzione sconvolge i suoi programmi di solitudine, frena la sua voglia di libertà. Ecco un primo confronto tra la serenità e il suo opposto: la guerra. Nel descriverla l’autore, per bocca del cappellano, non ci mette mai di fronte alla crudeltà delle armi o a scene di conflitto, ma ci descrive la quotidianità al di là del campo di battaglia:
Qui, dietro queste porte. Qui si sta distesi sulle brande, si sospira, si ama, si muore, si scrivono lettere, si gioca a scacchi, all’alma, a carte. Si fanno iniezioni intramuscolari o endovenose: Ebusin, Cardiazol. Si compilano elenchi di permessi e congedi, di promesse che non vengono mantenute. Si beve, si fuma, si parla grasso. E c’è chi scrive le “storie” dei malati […] Elenchi degli arrivi e delle partenze. Elenchi delle paghe, delle trattenute, dati. [2] 
La guerra di Goes si combatte quindi in mezzo alle persone, e si contrappone alla bellezza delle loro vite: «La rigidità militare con la quale si presentavano era esagerata e veramente fuori luogo; ma è più facile che si spezzi l’esistenza, piuttosto che s’interrompano certe formalità». Un concetto ancora più marcato se si pensa che nell’intero racconto c’è quasi la volontà di mantenere due mondi ben distinti tra loro: la guerra, appunto, e le singole vite delle persone sia vicine che lontane dai cannoni: «come se nel profumo di quella notte d’ottobre, in quel dolce profumo di vento umido, ritrovasse un contatto con la sola realtà durevole e buona rimasta intorno a noi». Le persone sono il punto di partenza e il nocciolo vero di questo racconto, attraverso i loro gesti il conflitto si avvicina a noi e viene reso umano, spirituale:
È questo, la guerra. Può anche succedere di esser trasferito da Oriente a Occidente attraversando la città dove sei nato, senza nemmeno poter scendere dal treno. E tu te ne stai appoggiato al finestrino e vedi passare il balcone di casa tua. Magari hai fortuna: tua moglie sta stendendo la biancheria, ne puoi scorgere il vestito rosso e i capelli neri. Mi immergo nei pensieri e non mi rendo conto che stiamo viaggiando tra le case. [3] 
La stessa stanza della locanda dove pernotta il cappellano, e dove si incontrano il capitano con la sua amata, rappresenta in fondo proprio un rifugio alla realtà esterna della guerra, un’alcova all’interno della quale è l’amore a trionfare: «Questa è la dolcezza dell’amore: le ore diventano anni. E questa è la saggezza dell’amore: l’attimo si fa lungo come un anno. Hanno una notte sola, quei due. Ma vuol dire: per sempre». Un concetto, quello dell’amore che vince sulla guerra, che ritorna spesso nel racconto: «lo studio dell’incartamento Baranowsky, era altrettanto capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano». Se è vero che l’autore ha come punto di partenza l’intimità di ogni singola persona, è proprio il rapporto tra il cappellano e il condannato a morte che ce ne dà dimostrazione. Attraverso le carte e i documenti il pastore vuole a tutti i costi arrivare a trovare un contatto con il detenuto: «Ma dietro tutto questo doveva ben esserci una storia, un certo corso di avvenimenti. E forse valeva la pena di saperla, quella storia; conoscerli, quegli avvenimenti […] Dunque questa è la cronaca di quella vita. Ma quale sarà la storia intima?». Dove non arrivano i documenti arriva l’immaginazione, la fantasia. E così il cappellano cerca di immaginare pensieri, sensazioni ed emozioni del condannato [4]. Ecco che quindi ritornano i concetti di umanità e di continua ricerca dell’intimità. Non è un caso che Goes ponga al lettore quella che molti altri intellettuali hanno chiamato “la questione della colpa”, la responsabilità di tutti coloro che hanno assistito alle follie naziste, senza opporre la minima resistenza.
Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. […] La nostra colpa è quella di vivere. Ora dobbiamo vivere con questa colpa. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali a quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. Non si tratterà di odiare, allora, la guerra. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato […] noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buna falce [5].
Il problema della colpa trova in effetti tra gli storici e i letterati ampio spazio di analisi. Karl Jaspers distingueva in merito quattro diversi tipi di colpa: criminale, politica, morale e metafisica. Le ultime due sembrano essere direttamente collegate alla discussione qui affrontata. L’autore definisce infatti la colpa morale «la responsabilità morale per quelle azioni che compie come individuo […] anche per le azioni di ordine politico e militare. In nessun caso vale la scusa che ‘gli ordini sono ordini’. […] i delitti rimangono sempre delitti, anche quando vengono ordinati […] così ogni azione resta sottoposta anche al giudizio morale. L’istanza è qui la propria coscienza» [6]. Così, invece, Jaspers si esprime sulla colpa metafisica:
Una solidarietà la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche un colpevole […] in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico e morale. [7]
Nell’opera di Goes la questione della colpa si unisce chiaramente a tematiche e concetti religiosi: «Come servo del Vangelo – per questo ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà». L’autore lavora molto, in questo racconto, con il concetto di “doppio”, di opposizione. Emblematico un passo in cui il cappellano si relaziona al condannato:
Dovevo lasciarlo libero di dire tutto quello che voleva; ma, al tempo stesso, quella conversazione, dovevo guidarla. Perché si trattava di due cose: la morte e l’eternità. La morte è libertà, ma l’eternità è impegno, la partenza è dolore, ma l’arrivo è gioia. Che strano avere di fronte a sé questo dovere. [8]
E questo concetto della duplicità risulta ancora più evidente quando Goes affronta il tema del bene e del male: «Poi, a un tratto, mi sembrò che il male che tanto mi feriva fosse piuttosto quella parte di noi, irrisolta, che non sappiamo dominare». Sembra quasi che lo scrittore tedesco si rifaccia a Pascal, grande filosofo che ha fato del concetto della duplicità dell’uomo, della grandezza e della miseria umana, un elemento essenziale della sua poetica. L’idea è che l’uomo sia alla mercè di forze extrasensoriali, che corrompono e distorcono il suo giudizio, «un atomo sommerso e come sperduto nel vasto mare dell’essere, tra i due estremi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo» [9], incapace di intendere i principi delle cose ed il loro fine. Come dice lo stesso Pascal, l’uomo «si vede come sperduto in questo remoto angolo della natura […] Che cos’è un uomo nell’infinito?» [10]. Questa posizione di precarietà nei confronti della natura è evidenziata in maniera ancor più esaustiva dal seguente pensiero del filosofo:
Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d’intendere il nulla donde è tratto e l’infinito che lo inghiotte. Che farà, dunque, se non scorgere qualche apparenza della zona mediana delle cose, in un’eterna disperazione di conoscerne il principio e il termine? Tutte le cose sono uscite dal nulla, e vanno sino all’infinito. Chi seguirà quei meravigliosi processi? Solo l’autore di quelle meraviglie le comprende; nessun altro lo può. [11]
L’uomo è quindi la somma di forze positive e negative che lottano tra loro, è angelo e bestia allo stesso tempo, è bene e male in un corpo solo.
Notte inquieta è quindi un racconto di straordinaria originalità in cui l’aspetto umano e intimo trionfano sui conflitti e sulla crudeltà. Da una stanza nasce l’amore e dentro a quattro mura ci si può isolare e creare una realtà diversa fatta di pensieri, riflessioni e spunti per trovare la “chiave umana” della guerra.
Note: 
[1] Da quest’opera, tradotta in 18 lingue, sono stati tratti un film ed uno sceneggiato televisivo per la BBC. 
[2] Albrecht Goes, Notte inquieta, Milano, Marcos y Marcos, 2012, p. 17.
[3] Ivi, p. 19.
[4] Da pagina 17 a pagina 18 Goes fornisce una prova di straordinaria abilità letteraria e di sensibilità. In queste pagine il cappellano immagina l’intimità del condannato e della sua storia, si immedesima in lui.
[5] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., pp. 59, 60.
[6] Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, I ed. 1965, pp. 22-23.
[7] Ibidem.
[8] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., p. 88.
[9] Paolo Serini, Pascal. Pensieri, Mondadori, Milano, 1972, Introduzione p. 36.
[10] Ivi, p. 157.
[11] Ivi, pp. 157-158.

  • 27Gen2012

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    La casa editrice Marcos Y Marcos ripropone a gennaio 2012 Notte inquieta (Unruhige Nacht), il libro pubblicato nel 1950 da Albrecht Goes, pastore luterano, in servizio come cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale.

    Nel 1953, Goes lasciò la vita militare per dedicarsi alla scrittura e questo breve romanzo è stato tradotto in tutto il mondo.
Notte inquieta è capace di mostrare come un racconto, pur nella sua estrema brevità, riesce ad essere estremamente efficace nel suo obiettivo: condannare senza esitazione il nazismo, Hitler e la sua follia distruttrice, la guerra, la violenza che essa comporta, l’ingiustizia che nella guerra trova il suo alimento e la sua ragion d’essere.
1942. Il narratore è un Pastore protestante, da tre anni arruolato come cappellano al seguito della Wehrmacht, alla vigilia della disfatta di Stalingrado. Viene chiamato per trascorrere vicino ad un giovane disertore, condannato alla fucilazione, le ultime ore che lo separano dall’esecuzione della sentenza. Il Pastore, anche se riluttante, capisce che il suo compito è di grande importanza: portare il conforto della fede ad uno sconosciuto, che ignora di dover morire entro poche ore, aiutandolo almeno spiritualmente ad affrontare un momento spaventosamente doloroso. In realtà nelle poche ore, che sembrano un vita intera, il cappellano incontrerà non soltanto il morituro, ma anche un ufficiale in partenza per Stalingrado, Brentano, (da cui sa che difficilmente potrà tornare vivo), il quale ha dato appuntamento alla fidanzata, l’infermiera Melanie, con cui spera di passare l’ultima notte.
La verità della vita e della morte, dell’amore, della maternità, del passato e del futuro, dell’amicizia, dell’onore e della dignità si concentra in una manciata di ore (di secondi, o di anni, si chiede Melanie) e ciascuno dei protagonisti è costretto a fare i conti con la propria esistenza: lunga o brevissima, senza futuro o presaga di un futuro oscuro e incerto.
Religiosità, rigore morale ed etica del dovere vengono messi in discussione tra i diversi personaggi che dialogano nel breve volgere di ore che saranno decisive per la vita di tutti: uno scambio di idee, di affettività, di consapevolezza ad altissima densità emotiva ma anche razionale. Nelle righe del racconto si legge la convinzione che Hitler avesse portato l’Europa alla rovina, che la guerra sarebbe stata persa, che il destino di milioni di ebrei fosse già noto nel ’42 a molti tedeschi, che l’amore per la musica e la letteratura non poteva assolvere il popolo tedesco dai crimini di gran parte di quanti avevano seguito ciecamente il nazionalsocialismo. Il Pastore protestante, padre di famiglia, si specchia con la propria coscienza e medita sul Vangelo, evocando parole che appaiono stridenti nel mondo assurdo della guerra nazista nelle gelide pianure russe.
Albrecht Goes è un teologo e le sue riflessioni, che rispecchiano esperienze autobiografiche, fanno pensare a quanto poco si è detto della opposizione ad Hitler nella letteratura recente. Leggendo il libro ho ripensato a “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman e a “Destinatario sconosciuto” di Kressmann Taylor. In occasione della ricorrenza della Giornata della memoria sono letture da meditare con attenzione.

  • 19Gen2012

    Desirée Paola Capozzo - Elle

    La storia della guerra è fatta di tante storie, tutte degne di essere raccontate: come quella che vive un pastore in una “Notte inquieta” dell’ottobre del 1942, durante il secondo conflitto mondiale, in cui è chiamato ad accompagnare il triste destino di un militare condannato a morte per diserzione.

    È la notte inquieta di un uomo che, al di là della fede, soffre con pietà la tragedia umana, con la consapevolezza che nessuno aveva ancora capito quella semplice verità per cui l’ingiustizia non può portare al bene.
    Ma tra le ombre della morte e della crudeltà cieca dell’uomo in guerra, la vita e l’amore regalano uno squarcio di luce con le parole, i gesti e gli abbracci di una coppia che si ama, mentre il pastore si immerge nei faldoni che raccontano la vita di chi all’alba non ci sarà più…
    Questo racconto del teologo Albrecht Goes è un piccolo e prezioso libretto dalla storia che emoziona: finito tra i libri da mandare al macero è stato “salvato” dal libraio Claudio Oxoli della libreria Lirus di Milano che, quando ha saputo che il libro non sarebbe stato più ristampato, ha deciso di comprare tutte le 1200 copie a disposizione. Le ha vendute tutte, e ne ha regalate un paio agli editori Marcos y Marcos che se ne sono innamorati e hanno deciso di ridargli vita riportandolo in libreria.

  • 23Nov2007

    Samuele Bernardini - Riforma

    Un libro assolutamente da leggere quello che l’editore Marcos y Marcos ha mandato in libreria alla fine di ottobre.

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  • 02Nov2007

    Valeria Parrella - Grazia

    Siamo in guerra: non si può vivere come si vorrebbe, né tanto meno morire come si vorrebbe.

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  • 19Ott2007