Nonnitudine

Archivio rassegna stampa

  • 04Apr2018

    Diego Alligatore - ithinkmagazine.it

    Due chiacchiere in palude con Fulvio Ervas e il suo libro “Nonnitudine”

    Nonnitudine è il nuovo libro dello scrittore veneziano Fulvio Ervas, conosciuto per i romanzi con protagonista l’ispettore Stucky, il più noto dei quali, Finché c’è prosecco c’è speranza, è diventato di recente anche un film con Giuseppe Battiston. Tutti sono stati pubblicati da Marcos y Marcos, e questo Nonnitudine non fa eccezione.

    Un titolo particolare, Nonnitudine, che, come è ovvio, gira attorno al diventare nonni. In brevi e divertenti capitoli, il protagonista del romanzo ci racconta l’emozione di diventare nonno e di come la sua vita è cambiata, anche se il nipotino vive con la figlia in Portogallo. Per condividere la sua esperienza si inventa una specie di club con altri nonni, che decidono di incontrarsi periodicamente in un bar per raccontarsi le loro esperienze e filosofeggiare tra una foto, un video e un bicchiere.

    Il libro ha la leggerezza di un documentario in presa diretta, un film camera a mano (o cellulare, visti i tempi), ma a emergere è un ottimo romanzo di stampo umanista, con la bella sorpresa di una fiaba morale messa in coda, quando le pagine diventano nere con le parole in bianco.

    C’è un mondo strano in questa favola, con degli strani esseri del sottosuolo, timorosi di uscire dal loro nido, perché fuori c’è un universo buio e pericoloso. Solo i libri e la curiosità per il diverso potranno portare una nuova speranza.

    Questa fiaba è un bel regalo per il nipotino lontano ma un bel regalo anche per noi, come tutto Nonnitudine. Facciamo qui due chiacchiere con l’autore Fulvio Ervas.

    Come è nata l’idea di scrivere Nonnitudine?

    L’occasione, meravigliosa, è che sono diventato nonno e che ho sentito la necessità di ragionare, sotto forma di romanzo, sul tempo e sul suo flusso. Il tempo biologico, non quello sociale o storico. Il tempo della nostra esistenza, con i suoi passaggi e la sua rete di relazioni.

    Perché questo neologismo come titolo?

    Abbiamo tutti esperienza di come identificare un punto nello spazio. Sappiamo che se tracciamo una retta verticale e una orizzontale, possiamo  identificare un punto. La longitudine e la latitudine. Ma noi non siamo fatti solo di spazio, ma anche di tempo e relazioni. Ecco, la nonnitudine è uno strumento per fissare uno stato della vita, una condizione dell’animo. Una sorta di identificazione di un soggetto che si muova anche nel tempo biologico.

    Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

    Il materiale narrato è quello di questa mia personale fase di vita. Ma ho cercato di allargare lo sguardo, raccontando una condizione. Non tanto quella dell’invecchiamento, parola che associamo all’essere nonni. Si invecchia comunque, con o senza nipoti. Facciamo di tutto per allungarci la vita. La riflessione, invece,  è sulla coscienza di questo accumulo di tempo, sulla comprensione dei passaggi, sulle opportunità di ogni fase di vita e sulla responsabilità. Non a caso l’io narrante affronta la nonnitudine assieme ad un gruppo di neononni, tutti un tempo facenti parte di un’associazione di geostrategia, dedicati a studiare l’evolversi politico del mondo. Si occupavano di futuro e adesso si occupano di nipoti e possono farlo responsabilmente, non perché si sono rimbecilliti, ma perché hanno elaborato strumenti di analisi della realtà.

    La parte finale del romanzo è occupata da una favola moderna. È nata appositamente per questo libro o l’avevi già in testa autonoma? Perché per questa c’è un cambio cromatico, con le parole scritte in bianco su foglio nero?

    La fiaba nasce come tentativo del nonno di sottrarre il suo nipotino ai pericoli del mondo. Perché un mondo dove due adolescenti psichici, uno negli USA e uno in Corea, dissertano sulla lunghezza e potenza dei loro missili, è un luogo pericoloso per bambini e adulti. Quindi rischiamo di trascinare il mondo in un’epoca tremenda, dalla quale si potrà emergere solo grazie all’energia e all’immaginazione dei bambini. Che leggono.

    Così le pagine nere, con cui è stampata la favola, ci ricordano che questo mondo, in mano a questi adulti pazzi, può diventare un luogo buio, rischiarato solo dalle parole, bianche, di chi ha nelle proprie tasche il futuro.

    Quasi in contemporanea con Nonnitudine è uscita la riedizione di Finché c’è prosecco c’è speranza, dal quale Padovan ha tratto il film con Battiston. Ha influito positivamente per far conoscere  il tuo lavoro e l’ispettore Stucky?

    Il film è andato molto bene. Consideriamo che è un film assolutamente indipendente e fuori dai grandi schemi dell’industria cinematografica. Quindi con le sue gambine ha camminato moltissimo e ringraziamo i numerosi spettatori che l’hanno sostenuto. Poi, come è  naturale, un film nelle sale rilancia il libro, e la stessa figura dell’ispettore Stucky.

    Immagineresti un film tratto anche da questo tuo nuovo libro?

    Non lo so. Nonnitudine è un libro per adulti, un libro sul tempo e sul sorriso dei bambini. Adulti dotati di una certa sensibilità, non saprei se possa essere cinematograficamente appetibile. Ma chissà…

    Ritieni positiva la tua esperienza con il cinema? Proseguirà con altri film tratti dai romanzi con l’ispettore Stucky?

    Lavorare ad una sceneggiatura è stato stimolante. Stiamo ragionando su come dare altre occasioni a Stucky, magari con una serie televisiva.

    Progetti letterari futuri?

    Un nuovo Stucky, e il tema è Porto Marghera.

     

    http://www.ithinkmagazine.it/intervista-fulvio-ervas-nonnitudine/

  • 01Apr2018

    Grazia Sacchi - Scarp de' tenis

    Sembra una strana malattia. Che cambia il modo di stare al mondo. Succede ai nonni quando nasce un nipotino.

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  • 19Mar2018

    Ilenia Farinelli - angelipress.com

    Uno sguardo sul mondo dei nonni

    Fulvio Ervas racconta in questo libro l’esperienza di diventare nonni e la scoperta di una felicità anomala in un momento della vita in cui solitamente la monotonia e le abitudini prendono il sopravvento. Una nuova vita inizia e tutta la famiglia riscopre le piccole gioie della vita e soprattutto se ne stupisce, e nei nonni si genera subito un forte senso di responsabilità nei confronti del nuovo arrivato.

     

    Si entra a far parte di una sorta di club di uomini riuniti dalla volontà di conoscere meglio la nuova situazione di “nonnitudine” e di migliorarsi nell’ottica speranzosa di accompagnare il nipotino il più a lungo possibile. Ci si ritrova quindi ad informarsi sull’argomento, a rispolverare il proprio passato per vedere se c’è qualcosa di utile per il futuro e soprattutto qualcosa da condividere. Soprattutto c’è l’amore, immenso e libero dalle ansie e dall’inesperienza dei giovani genitori, che porta ad essere orgogliosi e commossi per ogni piccolo ostacolo superato e che trasporta i nonni oltre i confini umani facendoli sentire dei supereroi.

    Per tenere più vicino a sé il nipotino appena nato, che però vive in Spagna, Ervas ha inserito nel libro una fiaba scritta con caratteri bianchi su pagine nere nella quale i bimbi leggono ad alta voce e la loro energia fa funzionare la luce.

    L’autore accompagna il lettore in uno stupendo viaggio nel quale convivono commozione e ironia, fantasia e riflessione.

    www.angelipress.com/item/76569-nonnitudine

  • 08Mar2018

    Paola Stefanucci - 50epiumagazine.com

    Intervista a Fulvio Ervas: «Vi racconto la mia nonnitudine»

     

    Fulvio Ervas, insegnante di Scienze naturali, classe 1955, appare nelle cronache letterarie alle soglie del Terzo millennio. Subito conquista lettori (e cinespettatori) con le vicende, in sette –per ora- romanzi del suo ispettore Stucky.  Non solo gialli: la bibliografia dello scrittore veneziano annovera in totale tredici romanzi, tutti pubblicati con Marco y Marcos. Alcuni titoli: Follia docente, Se ti abbraccio non aver paura (tradotto in nove lingue), Tu non tacere. L’ultimo è Nonnitudine: un neologismo da lui coniato per raccontare la sua nuova condizione esistenziale. Perché, sì, Fulvio Ervas è (già) nonno.

    Fulvio Ervas,  tra “nonnità” e “nonnitudine”, c’è differenza?

    Cercavo un titolo già prima di iniziare il romanzo. Sappiamo che un punto nello spazio è definito da due coordinate: la longitudine e la latitudine. Mi chiedevo se, per una persona, possono bastare due dati per capire dove sia o dove sia arrivata. Se non ci fosse bisogno di una coordinata fatta di tempo e di sentimenti. Così ho inventato nonnitudine: una coordinata del tempo che fluisce. Dove sono e cosa provo.

    Da quando è nonno e che cosa è cambiato nella sua vita con l’arrivo del suo nipotino?

    Il piccolo Aiaia, come lui stesso si denomina, ha due anni e mezzo.  Io ho cercato di raccontare quello che mi stava succedendo da 0 a due anni. Sembrerebbe l’indicazione di una marca di pannolini. Eppure, durante questo lasso di tempo, avvengono trasformazioni strepitose (la battaglia contro la gravità, la coordinazione motoria, la parola, il riso, la rete di relazioni, le prime maniacali abitudini) che riassumono le centinaia di migliaia di anni di evoluzione del genere Homo. Osservarli, con amore e coscienza, osservarli dotati di tempo e di maturità, permette d’innamorarsi della vita, delle sue possibilità. Permette di stupirsi ancora, mentre il bambino si stupisce ogni volta. C’è qualcosa di più profondo di un rinnovato stupore?

    È opinione comune che le nonne siano più preparate dei nonni alla nuova dimensione relazionale. È vero, secondo lei?

    Sì, lo sostengo in ogni angolo del libro. Quella che racconto è la nonnitudine di un maschio. Non ci penso nemmeno a competere con la sensibilità femminile in materia di cura dei bambini. Il naso femminile ha supersensori per le molecole del sonno, della fame, della cacca, del talco e del mal di pancia. Le nonne sono pittrici e i nonni meccanici. Con qualche eccezione, certo. E si può imparare, certo. Ma bisogna, con onestà, riconoscere una superiorità quando è manifesta.

    Uno scrittore è sempre un osservatore attento del paesaggio umano:  dal suo punto di vista qual è, oggi, la condizione dei nonni?

    Sono in corso, nella società italiana, profondi cambiamenti demografici. Che la gente comune, e pure la classe politica, sottovaluta quando non ignora. L’allungamento della vita, il basso tasso di natalità, l’età avanzata in cui si ha un primo figlio, l’uscita tardiva dei giovani dalla famiglia. Tutto questo rimescola, e condiziona, la società reale, le dinamiche economiche, abitative, il welfare. La stessa struttura relazionale.  Il nonno, che adesso è troppo spesso un bancomat per la famiglia e un paracarro all’uscita delle scuole (supplendo così alle difficoltà economiche e lavorative dei figli), perde l’autorevolezza. Diventa un aiutante domestico e la relazione diventa integrazione di welfare. Non è una cosa del tutto sana. Oltretutto, se aumenta l’età a cui si decide di fare un figlio, i nonni saranno, giocoforza, anzianissimi all’arrivo del primo nipote. Insomma, stiamo dentro a una rivoluzione familiare che sarà interessante seguire. Per capire davvero chi siamo e cosa saremo.

    I nonni italiani sono autorevoli o accondiscendenti?

    Mah, credo che si sentano in dovere (dentro una società in cui i legami di sangue sono molto forti e la prossimità tra figli e genitori elevatissima) di essere una sorta di badante dei piccoli. In questo c’è anche molta generosità, arrivare dove non arrivano le istituzioni. Farsi carico, con responsabilità. Questo viene svolto anche molto bene, ci sono esempi meravigliosi di rapporti nonni-nipoti di alto livello umano e morale. Io credo che questo aspetto, rispetto al ciclo generazionale precedente, sia cresciuto. Che le difficoltà sociali, cioè, stiano creando l’opportunità di rafforzare un ruolo rendendolo più efficace, forse ancor più umano. In questo c’è un po’ di autorevolezza e anche di accondiscendenza. Si educa sempre miscelando con sapienza. Ma soprattutto c’è una minore distanza.

    Lei, che ricordo ha dei suoi nonni?

    Il ricordo dei nonni è spesso una costruzione della memoria, una narrazione. Non credo sia possibile una valutazione oggettiva di queste figure, a posteriori. I miei abitavano uno spazio emotivo e relazionale più distante. Avevano molti nipoti, mentre io ne ho uno solo (e questo muta la densità relazionale). Ricordo in particolare il mio nonno paterno che a soli 18 anni, era nato nel 1899, andò in guerra lungo il Piave. Dopo pochi mesi venne ferito e lui raccontava, a tutti i suoi nipoti, che quella è stata la sua più grande fortuna, perché scampò alla guerra. Lui mi ha insegnato che la pace è un lusso sfavillante.

    http://50epiumagazine.com/fulvio-ervas-vi-racconto-la-mia-nonnitudine/

  • 08Gen2018

    Chiara Stival - italian-directory.it

    La nonnitudine di Fulvio Ervas, una riflessione sul futuro

    Nominare Fulvio Ervas, dopo il successo cinematografico di Finché c’è prosecco c’è speranza tratto dal suo omonimo libro, potrebbe essere fuorviante: l’ispettore Stucky non è l’unico protagonista della sua ricca produzione letteraria,

    seppure per i tipi della Marcos y Marcos, lo scrittore ha pubblicato una serie di romanzi ambientati nel Nordest che vedono come protagonista l’ispettore italo-persiano (Pinguini arrosto -2008, Buffalo Bill a Venezia – 2009, Finché c’è prosecco c’è speranza – 2010, L’amore è idrosolubile – 2011, Si fa presto a dire Adriatico – 2013).

    Nonnitudine è un’altra cosa. È una riflessione sulla vita molto più affine a romanzi precedenti come Se ti abbraccio non aver paura (tradotto in 9 lingue, vincitore del Premio Anima e del Premio Viadana giovani, Libro dell’anno 2012 degli ascoltatori di Fahrenheit Rai Radio3) o Tu non tacere, storie vere che Ervas sa raccontare con una scrittura semplice e pulita, proprio come le vicende che narrano; dietro lo scrittore resta vivo lo spirito di ricercatore e sperimentatore scientifico, quel ruolo di insegnante di scienze naturali che è il suo primo lavoro.

    È proprio questa commistione tra spirito d’osservazione scientifica e occhio sensibile d’uomo moderno che caratterizzano il suo stile. Nonnitudine è il libro in cui quest’equilibrio viene sbilanciato, nel piatto della bilancia l’esperienza autobiografica ha un peso maggiore nonostante l’io narrante sia nascosto da un “lui” che non vuole avere un nome, se non il ricordo di un tale Pietro Stocco, detto Sfogo.

    Questa esperienza inimmaginata trova lo scrittore impreparato, le sue conoscenze tecnico-linguistiche non sono sufficienti a gestire l’impatto emotivo che il cambio di ruolo, da padre a nonno, scaturisce nel suo modo di essere.

    Dopo un primo momento disorientato, ecco che prevale il metodo e la curiosità di un insegnante scrittore, sempre pronto a stare al passo con i cambiamenti, cercando di approfondire ogni sfumatura che questa nuova condizione mette in luce. Per Ervas i fatti della vita offrono uno spunto per ampliare l’orizzonte di conoscenza, di se stessi e del futuro collettivo: una responsabilità comune verso luoghi da preservare e persone di cui prendersi cura.

    Nel romanzo Nonnitudine, Ervas indaga nella storia delle persone anche attraverso il confronto con vecchi amici di un gruppo dedito alla geostrategia, come se l’essere nonni, di questi tempi, richieda una nuova analisi, o solo perché è necessario immaginare il futuro per lasciare degli insegnamenti ai nipoti.

    Che rapporto ha questa fase della vita con il tempo?

    Avere percezione profonda del proprio tempo biologico, non del banale calendario, è una faccenda complessa. Riconoscere le tappe di cambiamento del proprio corpo, prepararsi ad esse, avere coscienza dei cicli emotivi, dei cambiamenti delle mappe mentali, è un duro lavoro, affascinante e denso di senso. Bisogna esercitarsi per invecchiare (processo bellissimo la cui alternativa è morire) affinché si approdi ad una persona leggera come l’elio e non a un vecchiaccio plumbeo tutto baricentrato sui suoi acciacchi e sulle occasioni mancate. Io intendo la vita come un’opportunità qui, e non prevedo un paradiso.

    Cito una frase del libro: “L’imprinting ha a che vedere con la verginità della mente, con la sua progressiva costruzione”. Quali sono, secondo te, gli imprinting più importanti nella vita degli uomini del XXI secolo?

    Per quelli della mia età, gli imprinting maggiori sono novecenteschi: penso alla costruzione dell’Europa, penso alle lotte sociali, a un certo senso morale. Questo, quasi, ventennio del XXI secolo è all’insegna della velocità e penso che la velocità stia condizionando i modelli mentali di moltissime persone. Peccato che stare alla guida di una vita veloce, o velocizzata, presupponga grande abilità per non schiantarsi. I social mi dimostrano che ci si schianta molto molto facilmente.

    In Nonnitudine la risata dei bambini ha un peso rilevante, perché?

    Perché rivela che tutti abbiamo avuto dei momenti di felicità. Abbiamo avuto persone e situazioni che ci hanno smosso emozioni profonde e intrattenibili. Essere felici è alla portata di ciascuno. Come diceva Gianni Rodari bisogna rendere felice un bambino più che fornirgli subito grandi schemi interpretativi del mondo. Consolidiamo la sua fiducia nella vita prima di tutto. Un bambino infelice, magari profondamente infelice, che cittadino sarà e come potrà una tale persona governare utilmente delle comunità?

    Una preoccupazione del protagonista: “andava convincendosi che il mondo stesse prendendo davvero una brutta piega”, per Fulvio Ervas qual è la piega più grave?

    Se due quindicenni psichici, uno in Corea e uno negli USA, stanno giocando con la dimensione del loro pulsante, può il mondo sperare che non accada un altro grande conflitto?

    Una parte del libro è un racconto che sembra un testamento, sono dunque i libri l’eredità più importante che possiamo lasciare ai posteri?

    Credo che l’esempio che si può, e si deve, immaginare funga da testamento per i posteri. I libri sono uno dei prodotti dell’immaginazione. Anche immaginare un mondo senza imbecilli è una bella eredità.

    Fulvio Ervas cela una grande ironia nell’atteggiamento di chi è affetto da nonnitudine, alcune sue risposte sono domande a cui è doveroso dedicare almeno una riflessione.
    Buona lettura!

    https://italian-directory.it/nonnitudine-fulvio-ervas-riflessione-futuro

  • 01Gen2018

    Giulia Cocchella - mangialibri.com

    Lui e la moglie hanno prenotato l′aereo con largo anticipo e una macchina a nolo, ma al loro arrivo in Spagna ‒ nonostante siano partiti otto giorni prima della data probabile ‒ il bebetin è già nato. La moglie continua a chiedergli se si sente nonno, ma è complicato rispondere adesso, bisogna che prima incontri il nipote, senza vederlo è difficile.

    E dire che tutto il mondo che ruota attorno alla famiglia si è già messo in moto da tempo: i mesi di attesa sono trascorsi tra le congratulazioni, gli auguri, la febbrile produzione femminile di berretti, calzette e guantini. Poi, finalmente arriva il momento dell′incontro. Si sente felice. È scoccato l′imprinting. Sta appunto leggendo sull′argomento un interessante libretto, che sostiene esistano molti episodi di imprinting, almeno quante sono le stagioni della vita. Come le oche, all′uscita dall′uovo, videro il volto barbuto di Konrad Lorenz e pensarono “mamma”, così è successo a lui: ha visto il nipote, ha pensato “nipote” e se ne è innamorato all’istante. Quindi c′è il rischio, come insinua la moglie, che se accadesse di avere altri nipotini, tutto potrebbe perdere di intensità, perché il bebetin, inutile girarci attorno, ha trovato il campo sgombero dall′esperienza. È subito paura. Per addormentarsi, per eludere il dolore dei duemila chilometri che al ritorno lo separano dal nipotino, intona nella sua testa “bebetin”, che si applica con facilità alle note di Jingle Bells. Canta fino a prendere sonno…

    La nonnitudine, come suggerisce la parola stessa, è uno stato tipico dei nonni, a metà strada tra l′ebetudine, un′attitudine poetica in senso letterale e una vera e propria malattia. Soprattutto implica responsabilità, una “percezione del mondo come luogo che andava bonificato, perché un nipote potesse radicarsi”. È quello che succede, in ogni caso (anche se il dottore abbassa gli occhiali e sospira a lungo, quando si commette l′errore di chiedergli consiglio). Diventare nonno è un′esperienza esaltante, una straordinaria felicità, ma non perfetta. Esistono timori e grandi domande, così urgenti che certo si possono sacrificare le discussioni di geopolitica tra amici a favore di argomenti di più stringente attualità: quanti dei nipoti dei presenti hanno iniziato a parlare, che cosa fare quando non si condivide lo stile educativo dei figli, a che età proporre la lettura di Quasimodo e così via. La nonnitudine poi regala nuove energie vitali: quando il bebetin incomincia a camminare, suo nonno riprende a correre. Tra riflessioni e momenti esilaranti, mescolati e condotti da una penna agile, Fulvio Ervas scrive un romanzo che ancora una volta trae spunto dalla vita vera. Ma a differenza di Non tacere e del suo acclamatissimo Se ti abbraccio non aver paura, questa volta è la sua personale esperienza di nonno a fornirgli l’ispirazione. Una storia che senz′altro si fa apprezzare, soprattutto per chi si trovi in stato di nonnitudine.

    http://www.mangialibri.com/libri/nonnitudine

  • 16Dic2017

    Mauretta Capuano - ansa.it

    Ervas, la mia nonnitudine e il tempo. Quando essere nonno è un privilegio

    (ANSA) – ROMA, 16 DIC – FULVIO ERVAS, ‘NONNITUDINE’ (MarcosyMarcos, PP 253, EURO 18).

    Reduce dall’inaspettato successo del film ‘Finché c’è prosecco c’è speranza’, tratto da uno dei suoi romanzi con protagonista l’ispettore Stucky, che “potrebbe diventare una serie televisiva”, e dall’arrivo in libreria del romanzo che “sente più suo”, ‘Nonnitudine’ (MarcosyMarcos), Fulvio Ervas ci invita a non “avere paura del tempo che passa”.

     

    “Quando ti confronti con un bambino capisci il lato positivo dell’invecchiamento. L’alternativa è morire. Tu sei il tempo che vivi e essere nonno è un privilegio” dice all’ANSA Ervas, diventato famoso con il viaggio di un padre e del figlio autistico raccontato in ‘Se ti abbraccio non avere paura’.

    Ora lo scrittore si confronta in ‘Nonnitudine’ con l’essere diventato nonno, ma parla anche a quelli che non lo sono. “La nonnitudine è una coordinata degli adulti, di tipo temporale/affettivo. Di chi capisce l’amore di quelli che si proiettano nel tempo. Il mio piano B, cioè l’altra vita dopo di me, è il mio nipotino, ma vale anche per chi non ne ha” spiega lo scrittore che è da poco diventato nonno, ma nel libro non dice mai il nome del suo nipotino che è lontano, vive in Spagna.

    Per tenerlo più vicino a sé in ‘Nonnitudine’ ha inserito una lunga fiaba – 70 pagine con caratteri bianchi su carta nera – in cui i bambini leggono ad alta voce e la loro energia fa funzionare la luce, la fotosintesi. “Tutto quello che serve alla comunità di adulti, che viene dal mondo incerto e vive sottoterra. Il 2018 – dice Ervas – rischia di essere il 1938.

    Non dico che accadrà, ma siamo vicini, credo a una terza guerra mondiale”.

    Dopo questo libro, Ervas, 62 anni, che continua a fare l’insegnante in Veneto, è convinto di non poter dire molto di più della vita. “Posso fare fiction, serie” e a una sta già lavorando. “Stiamo pensando di fare una serie per la tv tratta dai sette romanzi con protagonista l’ispettore Stucky. Nel film Giuseppe Battiston è 7-8 volte il mio Stucky. In ‘Finché c’è prosecco c’è speranza’ ha fatto il suo ispettore, ironico, malinconico. Pensavo non fosse possibile renderlo così popolare.

    E’ un giallo di nicchia, per pochi lettori, non lo dico per snobismo. Con pochi morti, poca violenza, pochi colpi di scena e molta scienza, in fondo sono un insegnate di chimica” racconta.

    E aggiunge: “Avevo iniziato a scrivere un’altra storia con Stucky e mi vedevo sempre davanti la faccia di Battiston. Il film è un attacco alla monocultura del prosecco e all’inquinamento del territorio. C’è molta ironia e forse è più ambientalista del libro”, sottolinea lo scrittore che ha lavorato per due anni alla sceneggiatura con il giovane regista Antonio Padovan, 31 anni, a cui si deve l’idea del film. “Non è vero che i giovani sono sdraiati come dice Michele Serra, almeno non tutti. Padovan era alla presentazione di un mio libro, anni fa, e fra una platea di donne – che sono le maggiori lettrici – ha alzato la sua manina e mi ha chiesto se da un mio libro si poteva fare un film. E’ stato lui, pubblicitario che vive a New York, a mettere in moto ogni cosa. E non abbiamo avuto nulla dalla Regione, dalla Film Commission, dalla zona del prosecco.

    Lo ha prodotto il veronese Nicola Fedrigoni di K+Film. In Veneto è andato bene e anche in giro per l’Italia. E’ in sala da 43 giorni” spiega Ervas.

    Ma la sua “urgenza” è stata davvero ‘Nonnitudine’. “Vedi – dice – che padre sei stato quando i tuoi figli fanno dei figli.

    E questo accade non perché sei più rilassato, ma perché senti la vita in maniera più profonda. A mio nipote lascio in eredità l’immaginazione e non dimentichiamo che leggere è l’unico modo in cui puoi sentire il tuo pensiero”. (ANSA).

     

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/unlibroalgiorno/2017/12/16/ervas-la-mia-nonnitudine-e-il-tempo_c0734633-ff76-4c88-9687-62026bb108a2.html

  • 05Dic2017

    Alessandro Scandale - associazionivicentine.it

    Il nuovo romanzo di Fulvio Ervas “Nonnitudine” (Marcos y Marcos) racconta l’esperienza di diventare nonni e sentirsi improvvisamente dotati di super poteri.

    Dopo il successo di “Se ti abbraccio non avere paura”, ecco il libro dello scrittore veneto che ha creato l’ispettore Stucky, protagonista di una serie di gialli e ora anche di un film interpretato da Giuseppe Battiston (Finché c’è prosecco c’è speranza). La storia di una nuova vita che comincia ad un’età in cui molti si sentono sperduti e inutili, una volta finita la vita lavorativa, e che invece porta con sé tutta la meraviglia delle nuove scoperte, l’esperienza del tempo e dello spazio e la magia degli oggetti che hanno un nome. Al diventare nonni, consapevoli di una responsabilità verso la nuova vita e il pianeta che la ospita, Ervas associa il neologismo “nonnitudine” e il futuro si srotola davanti come un luogo abitato, da rendere fertile e rigoglioso. Lui non è l’unica vittima di questa strana malattia, che cambia il modo di stare al mondo: un gruppo nutrito di neononni finisce per darsi appuntamento al bar. Accanto a birra fresca e ordinarie vanterie, cresce la voglia di discutere, esplorare, tornare a correre insieme, vivere per durare. E a casa, quando sale la nostalgia per il nipotino lontano, c’è una lunga favola da scrivere: in una comunità sotterranea, sono i bambini che leggono a generare energia vitale, l’energia che potrebbe servire un giorno per ricominciare…

  • 01Nov2017

    Marta Cervino - MarieClaire

    Cosa vuol dire diventare nonni? Che tifone ci travolge alla nascita di un nipote? In queste pagine c’è il viaggio di un uomo attraverso questo nuovo territorio.

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  • 23Ott2017

    Redazione - ilLibraio.it

    “Nonnitudine” di Fulvio Ervas racconta l’esperienza di diventare nonni e sentirsi improvvisamente dotati di super poteri. Dopo il successo di “Se ti abbraccio non avere paura”, ecco il nuovo libro dello scrittore che ha creato l’ispettore Stucky, protagonista di una serie di gialli e ora anche di un film, interpretato da Giuseppe Battiston.

     

    Diventare nonni è come sentirsi improvvisamente dotati di super poteri, la risata di un nipotino è un’onda anomala di felicità: in quel momento della vita in cui la monotonia e l’abitudine si ripiegano su se stesse una nuova vita comincia, portando con sé tutta la meraviglia delle nuove scoperte, l’esperienza del tempo e dello spazio, l’invenzione della gravità e la magia degli oggetti che hanno un nome. Questo curioso fenomeno del diventare nonni, improvvisamente consapevoli di una responsabilità verso la nuova vita e il pianeta che la ospita, si chiama “nonnitudine”: i neononni si riuniscono al bar con una birra fresca in mano e talvolta inventano storie; storie come quella di un mondo sotterraneo, dove i bambini che leggono generano energia…

    “Nonnitudine ”(Marcos y Marcos) è il nuovo libro di Fulvio Ervas che, dopo il grande successo di “Se ti abbraccio non avere paura” (Marcos y Marcos), la storia di Franco e Andrea, un padre coraggioso e il suo dolcissimo figlio autistico, racconta cosa vuol dire diventare nonni e riscoprire le piccole gioie della vita.

    In concomitanza con l’uscita del nuovo libro, a fine ottobre arriverà nelle sale il film di Antonio Padovan “Finché c’è prosecco c’è speranza”, interpretato da Giuseppe Battiston e tratto dall’omonimo libro di Ervas, appartenente alla serie di gialli che vede per protagonista l’ispettore Stucky e le sue indagini nella terra dell’autore: il Veneto.

    Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, un estratto dal nuovo libro di Ervas:

    “Piuttosto, perché ci viene la lacrima facile?” aveva chiesto ai colleghi nonni. “Perché ci succede questo? Come e più che con i nostri figli? Non abbiamo ancora trovato una risposta!” “Dài, è l’età, la fragilità delle sinapsi”. “Ma sì. Gli ormoni sballati o mal funzionanti”. “È la terza età” aveva detto qualcuno. “Terza età è semplicemente invecchiamento. No, è qualcosa di più” aveva affermato.

    “Siamo malati di nonnitudine” aveva scandito la parola, rimasta a lungo sopra di loro, tra gli odori del caffè. “Nonnitudine, nonnitudine” avevano bisbigliato. Si era alzato, aveva aperto il piccolo libro, L’arte di essere nonno, e aveva recitato:

    Il loro riso ci fa spuntare una lacrima sulle pupille e fa trasalire le pietre della nostra vecchia casa; il loro sguardo radioso disperde i terrori della tomba semiaperta e degli anni gelidi e gravi.

    Luciano l’aveva interrotto.

    “Scivoliamo nel patetico. Diamoci una regolata!”

    “Nonnitudine, una malattia? Ma sai quali malattie vere girano nel mondo? Torniamo con i piedi per terra” Guglielmo aveva vistosamente calpestato il pavimento del bar.

    Ripetutamente, come se dovesse uscire da un pantano.

    Lui s’era reso conto che evolveva verso un’ideologia della sua condizione.

    Non avrebbe avuto coraggio né cuore per dire ai suoi amici ciò che davvero pensava: essere nonni aveva implicazioni assai più ampie che essere stati padri o madri, perché a quel tempo avevano degli alibi, erano giovani, non conoscevano appieno il mondo, dovevano lavorare, pensare ai mobili e al mutuo, erano assorbiti e distratti; ora l’orizzonte era più limpido, polvere e molto rumore erano svaniti e lo sguardo avanzava sino in lontananza; ora sapevano di sé e del mondo; sapevano che stavano lasciando in eredità miliardi di frammenti di plastica, nuvole di gas di scarico, acque sporche; sapevano che si alzavano la notte per svuotare la dispensa del futuro dei loro nipoti. Lo sapevano. Aver guadagnato una distanza appropriata implicava responsabilità. Altrimenti era una farsa. Non aveva coraggio né cuore per dirlo. Aveva non solo qualche anno in più. Aveva una sorta di malattia, una deformazione, una percezione del mondo come luogo che andava bonificato, perché un nipote potesse radicarsi. Era la nonnitudine, di sicuro”.

    (continua in libreria…)

  • 14Ott2017

    Bruno Gambarotta - Tutto Libri - La Stampa

    Diario di un’emozione/Fulvio ervas.

    Com’è bello avere un nipotino quando Victor Hugo ti dà una mano.

    Un’elogio della “nonnitudine” in forma di romanzo tra pannolini e nuova consapevolezza della vita e del tempo.

    “Il bimbo è arrivato. Sono un uomo felice”, scrive nel suo diario l’autore la sera stessa dell’annuncio.

    Ci vuole coraggio di questi tempi a parlare di felicità e Fulvio Ervas dimostra di averlo nello stendere in terza persona la cronaca dei pensieri e delle emozioni provate nel diventare per la prima volta nonno.

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