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Non domandarmi nulla

Archivio rassegna stampa

  • 07Mag2015

    Roberto Deidier - robertodeidier.blogspot.it

    Sostiene Lawrence Venuti, uno dei maggiori teorici della traduzione letteraria, che quando a tradurre un poeta si appresta un altro poeta, le sue scelte ricadranno nell’ambito di un processo straniante, che tenga cioè in maggior conto aspetti e caratteri dell’originale rispetto a quelli della lingua d’arrivo e del suo sistema culturale. In realtà le dinamiche si fanno molto più complesse, perché ciò che accade tra autori, anche diversi nello spazio e nel tempo, risponde perlopiù a una sorta di “prestito” della lingua, di una lingua poetica che risulta costruita, codificata anche da parte di chi traduce.

    Certamente il divario tra scelte stranianti e scelte addomesticanti (ovvero il criterio che tiene più in conto la lingua di chi traduce) si attenua, o quanto meno oscilla, quando siamo in presenza di contatti tra sistemi linguistici vicini, derivanti dallo stesso ceppo. È quanto si verifica, ad esempio, tra lo spagnolo di Machado e di Lorca e l’italiano di Francesco Scarabicchi; contrariamente la diversità e la distanza costringono a scelte ben più difficili e radicali, specie se quello che vogliamo ottenere in italiano è un testo poetico e non una vaga fotocopia in traduttese dell’originale.

    Questo è il primo punto: non si tratta semplicemente di un contatto tra due lingue prossime parlate e scritte da una parte all’altra del Mediterraneo, ma di sistemi espressivi, insomma di stili che rispondono a determinate officine poetiche. La libertà dei moderni è stata anzitutto quella di svincolarsi dai canoni e da un’idea monolitica della tradizione, scegliendo liberamente i propri autori, maestri o compagni di strada, eleggendoli in qualche modo, e in qualche caso, a vere e proprie ossessioni. È il caso di questo libro, un quaderno di traduzioni che si limita per l’appunto ai due autori spagnoli, feticci che hanno accompagnato il percorso di formazione di Scarabicchi, la sua gioventù poetica come la sua bella maturità. Il risultato è davvero di un equilibrio raro, sia per le singole scelte, sia per la totalità dell’operazione; il lettore avverte chiaramente la presenza di Machado e Lorca nel verso di Scarabicchi a fronte, sente la “cura” (nel senso latino di amore e studio insieme) con cui il poeta si rapporta con i due modelli; sente, in definitiva, che ciò che gli si pone sotto lo sguardo è un processo di simbiosi, in cui il “prestito” a cui alludevo si è svolto secondo una tensione dialettica chiara e sempre percepibile, e che nessuna scelta è stata effettuata fuoriuscendo da quell’equilibrio. Il traduttore non si è sovrapposto agli originali, gli originali non hanno sovracondizionato il traduttore.

    C’è, dietro questa empatia, un percorso di accoglimento di una somiglianza o piuttosto di una diversità? Se penso a certe prove di Scarabicchi, come Il viale d’inverno, non riesco a non riconoscere una delicatezza e un’allure di malinconia che in realtà permeano tutta la scrittura di questo poeta; e allora il rapporto con Machado, soprattutto, mi sembra che si sia instaurato come attraverso l’individuazione di una voce maestra, mentre il controcanto gitano di Lorca  ha portato, in queste versioni come nel mondo poetico di Scarabicchi, quelle venature di energica freschezza che talora si lasciano cogliere pur nella dolcezza dell’elegia.

    Antonio Machado, Federico García Lorca, Non domandarmi nulla, versioni di Francesco Scarabicchi, Marcos y Marcos 2015, e. 17.00.

    da Lorca, Dopo il passaggio

    I bambini guardano

    un punto lontano.

    I lumi si spengono.

    Alcune ragazze cieche

    domandano alla luna,

    e nell’aria salgono

    spirali di pianto.

    Le montagne guardano
    un punto lontano.

  • 05Mar2015

    Redazione - Libreriamo.it

    Le poesie più belle di Machado e Garcìa Lorca rivivono nelle traduzioni del poeta Francesco Scarabicchi. Arriva in libreria Non domandarmi nulla, edito da Marcos y Marcos, in cui il poeta italiano Francesco Scarabicchi dà una nuova veste alle poesie di due maestri della letteratura spagnola.

     

    MILANO – Marcos y Marcos pubblica Non domandarmi nulla, del poeta anconetano Francesco Scarabicchi: il libro invita a rileggere due tra le massime figure poetiche della modernità europea (Antonio Machado e Federico Garcìa Lorca) attraverso le soluzioni di questa nuova traduzione: Scarabicchi privilegia la semplicità, opta per un registro medio e conserva al massimo grado le intonazioni lessicali e sintattiche del testo spagnolo. Abbiamo intervistato l’autore per chiedergli il significato che ha avuto per lui questa esperienza e quali difficoltà ha incontrato.

     

    In qualità di poeta, che cosa hanno rappresentato e rappresentano per lei Antonio Machado e Federico Garcìa Lorca?

    Sono stati, ormai in anni adolescenti, con Giuseppe Ungaretti, i primi poeti che ho incontrato sul mio cammino.  Hanno segnato la mia costellazione, il mio orecchio, tra essenzialità e colore, fra trasparenza e calore, nel solco della necessità, nel mare di una lingua che amo come poche, “entre el clavel y la espada” come scriveva Rafael Alberti.

     

    Che cosa, secondo lei, unisce e che cosa invece separa queste queste due importanti figure della letteratura spagnola?

    Proprio quello che  ho detto nella risposta precedente. La poesia di Machado è un architettura vertiginosa in bianco e nero, ha la profondità solcata della lastra incisa; segno essenziale, estremo; la parola in lui è asciutta, senza riflessi e senza ombre, è partitura. Lorca è suono, aria,  movimento, tragedia e canto, visione  e  sogno, corpo e sensi, tradizione e futuro.

     

    Come è stato approcciarsi alla traduzione delle loro poesie? Quali difficoltà ha incontrato?

    Un’irripetibile salita impervia toccata dalla felicità. C’erano notti in cui  tentavo le chiavi che avevo e la porta del senso e della lingua non si apriva.  Allora, come fanno alcuni pittori che girano la tela contro il muro, mi alzavo, accendevo un’altra sigaretta, bevevo un caffè e tornavo a lavorare. Solo quando ho mandato le prime prove a  Oreste Macrì, Carlo Bo e Francesco Tentori Montalto, ottenendo una sorta di “lascia passare”, ho proseguito sapendo almeno che la via era giusta. la traduzione (che preferisco chiamare  versione) deve  accostare la mia lingua il più possibile senza perdere l’origine, la madre, sapendo comunque che il rischio di tradimento è a due passi. Del resto, basta attenersi all’etimo del verbo tradurre o vertere, e si comprende quel che voglio dire.

     

    Ritroviamo elementi di Garcìa Lorca e di Machado nella poesia di Francesco Scarabicchi?

    Forse un’idea di rigore, di modo di essere; il tentativo di somigliare, come uomo, al sentimento espresso dai miei versi.  La dedizione assoluta,  ancora la necessità di comporre, sulla pagina,  quegli universi mentali e sentimentali che poi la lingua coniuga e armonizza. Un’ossessione musicale e la coscienza del  tempo, il vero artefice.

     

    Il verso che dà il titolo al libro, “Non domandarmi nulla”, richiama alla mente Montale e il suo “Non chiederci la parola”. Può essere un accostamento appropriato, secondo lei?

    Penso di sì, soprattutto per l’avverbio di negazione che interdice la possibilità. Per mesi l’ho portato con me ripetendomelo quel settenario, poi ho capito che  era la cosa che volevo a legare le due ante del libro, mondi vicini e abissali o forse facce di un’unica moneta. In ognuna delle sezioni c’è l’omaggio dell’uno all’altro. Non serve chiedere perché loro consegnano quel che basta a chi li incontra sulla pagina.