Nel paese di Tolintesàc

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  • 01Gen2012

    Redazione - lankelot.eu

    La mitologia non è sempre e non è necessariamente legata a divinità e creature affini. La mitologia, qualche volta, nasce dalla mente e dai ricordi di una nonna che irriga l’infanzia del nipote con racconti e personaggi incredibili. E così basta poco al nipote per immaginare e trasferire tante e tali figure ed accadimenti in un cosmo fatto di eroi, avventure e sogni.

Ed è per questo che leggere “Nel paese di Tolintesàc” ha significato tornare nel paese di Cavina e nella casa della sua infanzia. Un viaggio spazio-temporale tra facce che ho potuto facilmente immaginare e vite che sanno fondare, ancora una volta, una epopea minima ma memorabile.

    Nonna Cristina è esistita davvero ed era la nonna di Cristiano Cavina. E lui, Cristiano Cavina, è cresciuto ai piedi di una nonna che gli raccontava storie e persone lontane che, da bambino, non poteva sapere. Mamma Nicolina, d’altro canto, lavorava come postina e, appena poteva, se ne andava a “campagnolare” altrove. Per questo al bambino non rimaneva che ascoltare, magari con gli occhi attenti e la bocca spalancata a comunicare sorpresa, le parole della nonna che fluivano sciolte e appassionate tra una mentina e l’altra.

E’ chiaro che la vera protagonista di “Nel paese di Tolintesàc”, il secondo romanzo di Cavina, sia proprio nonna Cristina “una donna grossa, con le mani grandi e morbide sempre profumate di Spuma di Sciampagna, dai tanti panni che aveva lavato al fiume nell’arco della sua vita”. Ed è a lei e alle sue storie che ci si affeziona rapidamente, esattamente come il bambino “arrotolato ai suoi piedi come un gatto”. Ed è da lei che affiorano i racconti di una volta, quelli che parlano di un’età che sembra lontana solo se si guarda il calendario. In una storia in cui c’è spazio per nonno Gustì e le sue amanti, per lo zio Varo cresciuto in osteria da Mario, un uomo alto un metro e mezzo e con una ferita di mortaio in mezzo alla pancia. “Da allora Mario, il fratello alto come un tavolino di Gustì, divenne zio Tarzan”. 
E la nonna, come ogni nonna, infarcisce le sue cronache di perle di saggezza che il nipote non può che assorbire e fare sue. Gli insegna, tra le altre cose, che tutti perdono qualcosa: “Me lo spiegava con calma, in modo che mi si piantasse per bene in testa, e capissi che non c’era niente di male in tutto questo […] Tu sei stato molto precoce, concludeva nonna Cristina succhiando una mentina: non eri ancora nato che avevi già perso il babbo”.

Stavolta il paese che fa da sfondo e cornice al romanzo di Cavina si chiama Purocielo, un nome eloquente e quasi magico che, ovviamente, nasce da un’invenzione. Il dettaglio non ha rilevanza perché Purocielo è un posto che somiglia a tutti i piccoli paesi della provincia italiana. E nonna Cristina ha un po’ le manie e le fissazioni che molte nonne hanno o hanno avuto. Anche la mia. E quindi non mi vergogno di dire che ho amato molto “Nel paese di Tolintesàc” perché in tanti momenti mi è sembrato di vedere in nonna Cristina la mia nonna, la madre di mia madre, esattamente. Quella donna forte, decisa e “rivoluzionaria” che mi ha insegnato ad immaginare il tempo in cui la terra era l’unica ricchezza possibile e la guerra, coi fascisti venuti per forza, le aveva portato via parecchio. Anche più di quella stanza che nonna Cristina aveva perso nel ’44 mentre era sfollata “a Settefonti, una frazione ben nascosta nei calanchi”.

Lo scrittore dedica il libro ai suoi “dolcissimi e spettacolari nonni materni”. E’ un omaggio delicato, sentito e pieno di una dolcezza bambina che solo le parole di un bambino possono rammentare e celebrare con lo stupore e la leggerezza necessari.
Cavina mi ha nuovamente commossa e divertita. Non mi secca ritrovare anche dentro “Nel paese di Tolintesàc” quei personaggi o quei riferimenti che ho già letto altrove, nei suoi libri. Ho avuto solo la sensazione di poter tornare in un posto che già conoscevo, tra nomi e volti che avevo già amato altrove. E le sue frasi brevi, il suo scrivere svagato, giocoso e lieve hanno tutto il merito di trasformarsi in uno stile narrativo peculiare che merita apprezzamento da parte di chi vorrà immergersi in atmosfere familiari in cui non ci si perde mai, anzi, dove ci si ritrova molto facilmente.

  • 20Gen2006

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    Tolintesàc, ovvero “mettilo nel sacco”. L’espressione viene da Fellini ed è diventata il titolo-insegna del nuovo romanzo di Cristiano Cavina. Vi si racconta la sgangherata vicenda di una famiglia romagnola. La voce narrante è quella di un ragazzino, non ancora nato all’epoca dei fatti, nipote della protagonista, Nonna Cristina…

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  • 15Gen2006

    Carlo Vulpio - Il Corriere della Sera

    Se “gli altri” ti sembrano addirittura “statue di porcellana” che vivono in un mondo fantastico, semplicemente perché “in quel mondo non c’erano cambiali in protesto che ti curvavano le spalle”, mentre tu “persino nel giorno del primo ricevimento dei genitori della mia vita”, a scuola, vedi tua mamma “perfettamente sola”, significa che molto hai sofferto e molto hai da raccontare…

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