Nel folto dei sentieri

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  • 29Gen2017

    Sauro Damiani - poesia.blog.rainews.it

    Umberto Piersanti

    -Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, Milano, Marcos y Marcos, 2015

    Rose e marmellata. (“dopo la marmellata con il burro/al grande parco scendi/sopra i muri,/tra i meli e le rose/passi e respiri”, p.30). Rose; e anemoni, e colchici, e papaveri, e giacinti, e primule, e, prima di tutto, favagelli. Come nell’intera storia poetica di Piersanti, anche in questo ultimo libro sfavillano i fiori, nominati con la precisione di uno sguardo individuante e amoroso, che ne fa sprigionare la loro luce assoluta. “Luminoso” è uno degli aggettivi più frequenti e significativi del libro, spesso in coppia con altri che ne esaltano la forza evocativa, come in “chiaro e luminoso”, “ridente e luminoso”. Un “luminoso” di una tonalità inconfondibile, tutta piersantiana, che spicca nel panorama di una poesia, non solo italiana, che, al contrario, predilige le tonalità scure. Ma un fiore (o un’ora, o un evento) è luminoso solo in quanto è “assoluto”, cioè, nel senso etimologico del termine, “sciolto”, separato dal tempo “baro”; un fiore (o un’ora, o un evento) “remoto”, anche qui nel senso di rimosso dall’oggi e collocato in un orizzonte mitico, nell’eden “fragile/ e assoluto”, sempre perduto (“l’eden che ci è concesso/è sempre perso”; 209): come tutta quella nata dopo e dal romanticismo, anche la poesia del nostro è percorsa da un’insanabile scissione metafisica. Solo che Piersanti non rinuncia a dispiegare e nominare l’incontenibile efflorescenza della natura (lanatura naturans), di cui egli si sente carnalmente partecipe e di cui è commosso testimone e interprete. Nel “tempo della povertà”, egli non è povero.

    Rose e marmellata. Con i fiori, la marmellata, il formaggio, le salsicce, la mortadella, le castagne, la pasta rossa, i fichi, la polenta. Il che significa che per avere un’esperienza vera e totale del mondo non è sufficiente vedere, bisogna anche gustare (“niente è più bello che succhiare i fichi” p. 81). Esperienza duplicemente nutriente. Infatti la vista è l’organo della distanza, il senso più intellettuale; distanza dal giorno “colmo” dell’infanzia (“infanzia tu sei/ eterna epifania”, p.58), reso di nuovo presente e vivo dal lavoro della memoria (“la memoria/nutre la tua giornata” scrive il poeta (p. 35). Diversamente dalla vista, il gusto è il senso della più stretta prossimità, dell’ esperienza fisica, corporale, decisiva per un poeta come Piersanti, che in una delle sue più nette dichiarazioni scrive (p. 147): “sempre ho scelto la terra/e non il cielo”, rifiutando decisamente ogni prospettiva ultraterrena. Ora la bellezza, che la vista colloca nell’orizzonte assoluto e remoto della memoria, e dunque in una dimensione unicamente mentale, penetra nel sangue e nella vene, potenzia la vita, procura un godimento sensuale che ricorda – malgrado Piersanti non sia certo poeta da mezzogiorno estivo – il d’Annunzio alcionico. “Sangue”, potente simbolo della vita, è una delle parole chiave del nostro (“nel sangue ho questo giorno” 148). Riassumendo, in Nel folto dei sentieri troviamo da una parte il sentimento di una distanza e di una perdita, e dall’altra una tenace volontà battagliera tesa a recuperare, seppur per “frammenti”, per momenti privilegiati, la totalità perduta, lo spazio-tempo sacro. È la lotta della memoria e dunque, leopardianamente, della poesia, ma è anche quella dell’organismo biologico, del corpo nella sua pienezza vitale, per stabilire, con uno “sprofondamento” nel corpo vivente della natura naturata, una comunione con i luoghi in cui sono piantate le radici del poeta e che egli sente minacciati da una modernità dissacrante. Luoghi persi, ma le cui radici egli porta nel sangue, e che perciò non può non cantare, come per una vocazione più potente di ogni possibile resistenza: “tra inverno e primavera/sono nato, sempre mi porto dentro/l’erbe e i fiori/che la neve sempre/tronca e spezza,/e poi tenaci/tornano fuori/tra le crepe gelate/dalla terra” (p.108) . Il tempo e lo spazio formano dunque in Piersanti uno spazio-tempo indissolubile. Lo spazio senza il tempo scadrebbe nel cronachismo della poesia dell’area lombarda con la sua lingua prosastica, a cui la poesia del nostro è quanto mai estranea; il tempo senza lo spazio significherebbe abbandono all’elegia, al piangersi addosso del pur amatissimo Pascoli. Ma Piersanti è un lottatore “tenace” (una delle parole più insistite del libro); è un camminatore che continua strenuamente a inoltrarsi nel folto dei sentieri, per uno dei viaggi più ricchi e affascinanti che oggi sia dato di percorre. E che sia dato di leggere. Perché il percorso nello spazio è anche percorso nella memoria-poesia. Nel folto dei sentieri è un libro-percorso. Il poeta lo affronta con la sua voce pacata e meditativa, col suo canto calmo e virile, trepidante ma senza fremiti, con una lingua quotidiana ma florida, lirica ma con rare impennate, priva, salvo poche, e non del tutto felici, eccezioni, di prestiti letterari eppure ben ancorata alla tradizione. Per quest’ultimo aspetto, si pensi solo al seguente incipit di strofa, che ci proietta nel mondo del Leopardi, per distanziarsene immediatamente riportandoci a quello tipico di Piersanti: “sempre m’è stata cara/la stagione dei ghiacci” (p. 148).

    “Il tempo non esiste/va avanti e indietro” (p. 180) scrive il poeta in una delle sue frequenti riflessioni sul tempo (e anche “Tempo”: entità metafisica), uno dei temi privilegiati della poesia moderna occidentale. Anche in questo caso ci troviamo di fonte a una dicotomia. Da una parte c’è il tempo assoluto, colmo, dell’infanzia, il tempo fermo ed eterno del mito (il “tempo che precede”), dall’altra il tempo dello sradicamento dalla “radura perfetta e riparata” (p.176), il tempo che “procede e sempre incalza” (p.137). Precede/procede, in una studiata e felice paronomasia, che unisce termini dal significato opposto ma che scaturiscono da un unico nucleo sentimentale e concettuale. Il tempo che va avanti e indietro, e che perciò “non esiste” (la freccia del tempo è infatti irreversibile) introduce un terzo elemento, quello che, appunto, unisce “procede” e precede” e che ne fa un’unica realtà, nella quale convivono movimento e quiete, positivo e negativo, vita e morte, come in una quieta danza o in un laico rito. Questo andirivieni in cui il tempo è, quasi ipnoticamente, sospeso, è il libro-percorso di Piersanti. Ricordiamoci però che il tempo e lo spazio formano uno spazio-tempo indissolubile e che l’escursione temporale si ridurrebbe a un vano fantasticare se non fosse annodata allo spazio, ai luoghi in cui il poeta è sempre vissuto, ai sentieri che egli ha percorso e percorre in una ostinata e vitale fedeltà. Piersanti non è un poeta della borghesia internazionale e sradicata, tipo Montale; non è un ebreo errante, figura centrale della letteratura moderna, soprattutto mitteleuropea: il suo luogo poetico è costituito dalla Cesane, lì sempre torna, solo lì egli veramente vive. Ecco dunque il moto pendolare fra passato e presente, in una continua ripresa degli stessi temi e anche delle stesse espressioni, come dei leit-motiven, o anche un po’ come i procedimenti formulari dell’epica antica, essenziali per memorizzare la poesia orale (e vedremo quanto Piersanti sia legato all’oralità).

    Moto pendolare, ho detto; ancora meglio, potremmo parlare di sistole e diastole, di inspirazione ed espirazione: la poesia di Piersanti non ha nulla di meccanico ma, al contrario, è nutrita di vita vissuta, è luminosa e polposa (“castagne e parole”, in uno dei più significativi accoppiamenti). Un polo del movimento è dunque costituito dal tempo sacro dell’infanzia, “l’eden fragile/e assoluto”, il “nido”, di memoria pascoliana (“un nido poi ricordo/così lontano/chiuso fra bassi rami,/tenero, con le foglie/e caldo come la vita” p. 12), nido che protegge dal male del mondo e gli dà significato; il polo opposto, nato dall’esperienza e coscienza che “non c’è radura/perfetta e riparata” (176) e che l’Eden è sempre perso, è formato dall’oggi, col “faticoso andare” (p.102) in una “terra squallida/e contorta, profanata/dagli uomini e dai cani” (p. 19), dove la pace è “grigia”, dove centrale è la presenza del figlio Jacopo e si impone drammaticamente la responsabilità della sua cura. È l’irruzione del principio di realtà nel vivo del principio di piacere, è il polo della caduta (quasi come per un peccato originale) nel tempo che procede, con la sua corsa, la sua fuga, la sua rapina, alla quale il poeta si oppone “rabbioso e disperato” (p. 123). La spia grammaticale di questa pulsazione è costituita dalla congiunzione avversativa “ma”, che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è solo negazione di un elemento positivo, ma anche di uno negativo, in un inarrestabile movimento a spirale. Lo vediamo in modo esemplare nella poesia Nei giorni dell’Avvento (p.191), col motivo classico del rapporto fra la vita umana e quella delle foglie: “d’inverno è il nostro Eden/così fugace,/torneranno le foglie…// ma l’uomo non rinasce con le foglie…// ma se torni tenace/a quel presepe/vedi allora la luce/che dislaga,/dalla paglia s’innalza/tra i pastori” (notare il “dislaga” dantesco). Il “ma” nega un altro “ma” e così via, incessantemente, senza un punto fermo. Dopo l’espulsione dall’Eden dell’infanzia, non può esserci luogo stabile, non può esserci patria (“la vera patria,/è quella che sta sempre/oltre il confine//ma questa è un’illusione”, p. 142), se non nella poesia-memoria; infatti “la fonte sta dovunque/o in nessun luogo”: sta nella memoria, appunto. Perciò la sistole implica la diastole e viceversa, in un due in uno e uno in due, il cui aspetto grammaticale è la figura della sinestesia. L’avversativo “ma” è affiancato da questa figura retorica unificante, di cui il libro offre non pochi esempi. Abbiamo già trovato la “pace grigia”. Poi “freddo bianco” (p. 116), “riso biondo” (p. 55), “riso bruno” (p. 44), “orma azzurra” (p. 119); “brivido nero” (p. 204) “silenzio scuro” (p. 219) “profumo chiaro” (p. 170). Tutti aggettivi luministici. Un’eccezione è costituita da “sorriso magro” (p. 110 e 155) riferito al padre del poeta, l’Enea che lo ha portato bambino sulle spalle. L’Enea che egli teme di non essere nei riguardi di Jacopo, forse più legato, per un rapporto ancestrale, alla madre, figura anche questa mitizzata, da Mater Matuta mediterranea: “e tu giovane madre/queti quel vento forte” (p.170).

    Il viaggio inizia: “e tu t’inoltri” (p.102). Fatto un passo “nel folto dei sentieri”, ecco aprirsi uno scenario vastissimo, dove i due poli di cui ho detto costituiscono solo gli estremi, ma che all’interno ospita una straordinaria varietà di movimenti. Così vediamo il poeta “negli anni giovani” gettare fiori a una “bionda castellana” e sognare avventurose fughe d’amore; incontriamo il tempo della guerra e quello della passione politica, con l’illusione, rapidamente smentita, di un “tempo nuovo”; scorgiamo il nostro identificarsi col cavaliere di un quadro di Raffaello e col suo “cammino eterno/e infinito” (p.142), o sentirsi partecipe della Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto; e, naturalmente, incontriamo, anche se con una frequenza inferiore a quella dei libri precedenti, l’alter ego dell’autore, il pastore Madio, una delle grandi invenzioni di Piersanti, nel quale, in una sintesi originale e moderna, confluiscono – per ricordare solo i nomi più alti – il Virgilio dellaEgloghe, il Tasso dell’Aminta, il Leopardi del “pastore errante” con la sua inesausta interrogazione sul senso delle cose. E ci viene incontro Jacopo, il figlio autistico del poeta, presentato nell’evoluzione dei suoi anni, dall’insorgere della malattia (Un giorno non come un altro della vita, p. 99), al presente segnato da un’estraneità al mondo, di cui è agghiacciante espressione l’indecifrabile riso “stridulo e assurdo” (p. 56); figlio oggetto, oltre che di amore, di sgomento ma forse anche di invidia da parte del genitore. Presente e passato si fondono e si separano in un gioco ininterrotto, con fusioni continue fra il presente del presente e il presente del passato; gioco realizzato grammaticalmente attraverso un incessante cambiamento di soggetti e di tempi verbali, tanto che spesso non sappiamo (né dobbiamo saperlo) di chi si parla effettivamente e in quale momento siamo: fusioni che assorbono l’identità biografica e il tempo cronologico nell’andirivieni senza tempo che è il cuore del libro. Rapido cambiamento di “fotogrammi” (non dimentichiamoci che Piersanti è anche autore di felici lungometraggi) reso possibile dalle strofe di varia lunghezza di cui sono costituite le poesie, quasi tutte di molti versi, ad indicare un flusso unico, poematico (e anche graficamente il dipanarsi dei versi può ricordare un fiume), ma un flusso sussultante, franto, come il ritmo di un cuore che ha perduto, con la salute, il pieno accordo col mondo.

    Inevitabilmente il viaggio del poeta “nel folto dei sentieri” comporta, oltre alla felicità del respiro nella radura e nell’Aperto, anche l’incontro col male: un incontro tanto soffocante da fargli talvolta pensare a “quant’è dolce/perdere la strada”. È il male cosmico, metafisico, di cui il male storico è drammatica manifestazione, costituito dall’insanabile frattura fra il “tempo che precede” dell’infanzia e il “tempo che procede” della vita adulta; frattura che, come abbiamo visto, il poeta cerca di risanare nel duplice modo della parola poetica e della comunione quasi pagana con la terra. Ma la lotta senza tregua contro le forze ostili e annientanti non è limitata all’essere umano, bensì coinvolge e stringe in una intima solidarietà tutti i viventi, dalle libellule che si sforzano di non essere “trangugiate” (si noti la forza del verbo) dai balestrucci, ai fiori che ogni primavera, tenacemente, rompono la scorza della terra ghiacciata e riaffermano il “dono”, seppur precario, della vita. “Natura così bella e così atroce,/quell’animale soffriva sgomento/e moriva in mezzo al cielo/così azzurro” (p.75) scrive il poeta nella sezione Aspettando l’inverno, che, in mezzo a immagini di violenza naturale, contiene alcune liriche di purezza greca, forse non immemori dei lirici greci tradotti da Quasimodo. Schegge luminose in mezzo al flusso del libro, che testimoniano di quante corde disponga la poesia di Piersanti (“oh quel grande ciliegio/giù per i fossi/che raduna gli uccelli e i ragazzini/senza foglie, l’inverno,/riluce chiaro dentro l’aria”; p. 80). Il male, dunque. Ma, come ben sapeva Leopardi, il male davvero insostenibile non è la sofferenza, non è la morte, ma la mancanza di senso: il cosmo è “ordinato e indifferente” (p. 195). Cammina il poeta, ma talvolta cammina “senza senso/e senza meta” (p.168), malgrado la memoria si ostini, tenace, “a dare un senso/ad ogni cosa” (p.203). Così gli si para davanti “il vuoto”, e un vuoto tale da far arrestare, sbigottito, perfino il tempo. Un vuoto che, al contrario, egli è costretto ad attraversare. Situazione angosciosa, tanto che il poeta può arrivare a dire “la miglior sorte/è quella della pietra/che perdura eterna/dentro il gelo” (p.166). Siamo agli antipodi dell’eternità vivente del tempo dell’infanzia. Qui l’oscillazione tocca la sua escursione massima; il tempo “colmo” dell’infanzia e il “vuoto” dell’esistenza adulta: due eternità opposte, ma convergenti nell’annullamento della condizione umana, della comune sorte, della responsabilità che giorno dopo giorno si ripresenta e che in Piersanti ha soprattutto il volto del figlio Jacopo, anche lui partecipe di un “tempo che precede”, ma tanto lontano dal mito (se non un mito alla rovescia, pietrificato). Da qui nasce il sogno della fuga: “l’unica libertà/resta la fuga,/così fragile e breve, così assoluta” (p.163). Un altro assoluto: quello del sogno, un sogno impossibile e disumanizzante. A grandi prove e grandi rischi è sottoposto il poeta nel suo cammino nel folto dei sentieri. Il punto, come ho detto, è dare un senso alla vita. Eliminare il male dal mondo è impossibile: fa parte della realtà così com’è. Esso è presente anche nell’Eden “riparato” dell’infanzia, nel suo tempo “sospeso”: et in Arcadia ego, come sappiamo. Ma nell’Eden il male assume la forma leggendaria dello sprovinglo e la realtà si popola di magie e sortilegi, di figure immerse in un’aura favolosa e domestica, rassicurante. L’Eden dell’infanzia, chiuso nel suo cerchio protettivo, converge col tempo ciclico del mondo contadino e pastorale, premoderno, dell’infanzia del poeta, quando gli uomini avevano confidenza con le forze negative della natura, col dolore e con la morte e ogni evento entrava a far parte di un rito, di una festa. Allora esisteva una intensa vita comunitaria (“e c’erano tutti/ attorno a quella panca”, p. 115), allora il Natale col suo presepe emanava una luce che vinceva ogni tenebra: luce che non si è spenta nel laico e “pagano” Piersanti, consapevole, un po’ come il Magrelli di Il sangue amaro, della forza e del significato della cultura cristiana e dei suoi miti (abbiamo già visto la Sacra Famiglia in fuga). Allora la terra “era cielo” scrive il poeta.

    E ora? Ora è il tempo dello smarrimento, dell’estraniazione da una mondo desacralizzato che ha visto crollare tutti i miti, lasciando gli uomini in un deserto senza sorgenti d’acqua, in una corsa affannosa senza riposo e senza meta: “in una terra ignota/ora t’addentri” (p. 136). Il tempo sacro dell’infanzia decade nella “cronaca dei giorni, /fragili e falsi come notiziari” (p.119). Gli esseri umani, privi di memoria, incapaci di vedere e apprezzare la bellezza sempre nuova della natura, sono come delle leibniziane monadi senza porte e senza finestre (p.12), esseri alieni, fra i quali il poeta cammina senza conoscerli né riconoscerli, o, ancor di più, osserva in disparte “tra le foglie nascosto/e riparato” (p. 31): due universi paralleli e non comunicanti. Il poeta si sente estraneo perfino a quanti sono legati a lui da un rapporto letterario e che dunque, in ipotesi, dovrebbero formare una comunità fondata sui medesimi valori: “i letterati tutti sono andati,/con scie di parole/e di caffè” (p. 225). Parole e caffè, binomio che stride non poco con quello, a cui ho già accennato, formato da “castagne e parole/così calde”, di una poesia precedente. (p.113). Le parole gustose e calde di una realtà intima e significativa si oppongono a quelle che si disperdono in un mondo moderno privo di centro, di cui il caffè è tipico emblema. Tanto più sconsolante è la situazione dell’autore in quanto egli, diversamente da una nobile e antica tradizione (pensiamo solo al ciceroniano De senectute), pensa che “non c’è saggezza/nell’età che s’inoltra” (p.213). Professione di vitalismo che lo avvicina al conterraneo Leopardi col suo orrore per la vecchiaia e forse anche al Nietzsche dionisiaco, benché in un precedente libro Piersanti abbia affermato “con Dioniso non c’entra”, e benché la poesia del nostro sia essenzialmente apollinea, contemplativa (si pensi alla frequenza dell’aggettivo “queto”). E tuttavia non possiamo dimenticare il suo “paganesiamo”, il desiderio di sprofondamento nel corpo della terra, in una sensuale comunione, l’altra via, come ho già detto, per medicare, senza poterla guarire, la ferita metafisica che lo lacera. Insomma la poesia di Piersanti ha un respiro amplissimo, tendente ad abbracciare la vita nella sua totalità: egli infatti cammina in unità con “lo stupendo passo delle stagioni/della vita e della morte/del cosmo stesso” (p. 75). Poesia cosmica, ancor più che esistenziale, quella del poeta marchigiano, in questo non lontana da quella di un poeta per altri versi ben distante da lui, cioè l’ultimo Luzi, il Luzi poematico e paradisiaco.

    Inspirazione ed espirazione, sistole e diastole: due in uno e uno in due. Lo notiamo anche a livello metrico. Il metro di Nel folto dei sentieri, salvo poche eccezioni, è unico, come è canonico per un poema. O meglio, Nel folto dei sentieri costituisce la terza parte di un’ideale trilogia le cui due prime parti sono Il tempo che precede e L’albero delle nebbie (forse il capolavoro del poeta): non a caso il libro inizia con la congiunzione “e” (“e quella forma immensa/di bruno metallo o altro”, p.11), come riallacciandosi all’opera precedente. Il respiro poematico è particolarmente sensibile in Nel folto dei sentieri, opera mossa da un unico, vasto afflato, malgrado il libro sia scandito in sezioni e malgrado ne contenga una formata da un poemetto (Aspettando l’inverno) che si differenzia dalle altre sia per la sua origine orale sia per la brevità delle poesie, alcune delle quali, come ho già detto, non sono forse immemori dei lirici greci tradotto da Quasimodo. In controtendenza rispetto al resto del libro, in questa sezione prevale la miniatura, se non il frammento (“dove il ginepro cerchia/la quercia grande/scende piano la donnola alla cova”, p.78); “le bianche vacche/pascolano sui monti;/pensa al fiume il ragazzo, a quelle donne”, p.93). Poemetto assai notevole, e più che per la variatio che introduce in un’opera di notevoli dimensioni, per essere quasi un compendio delle figure e dei temi che costituiscono il cuore della poesia di Piersanti. Ma ancora più rimarchevole perché mette in luce la radice orale, affabulatoria della poesia del nostro, il suo radicamento in un mondo premoderno, agricolo e pastorale, in un tempo che è insieme mitico (cioè mitizzato) e ciclico. Eppure questo poeta in cui scorre la linfa di una realtà che non è più, è, come ho detto più volte, un poeta modernissimo. Anzi, una delle ragioni del fascino di questa poesia risiede proprio nell’essere insieme luminosa e ferita, nel saper cantare insieme la bellezza e la crudeltà, il precede e il procede, lo splendore dei fiori e la caduta delle foglie. Le Bucoliche intonate da un Virgilio rauco, dalla lira che ha perduto l’accordatura. Rapporto premoderno-moderno che, malgrado vistose differenze e innanzitutto lo sperimentalismo linguistico del secondo, accosta Piersanti a Zanzotto, non a caso autore di IX Ecloghe.

    Tornando al metro di Nel folto dei sentieri, notiamo anche qui, come ho detto sopra, la sistole e diastole dell’intero libro. Infatti fondamentalmente il metro è costituito da un endecasillabo spezzato in due parti, settenario e quinario o, più raramente, l’inverso (l’endecasillabo perfetto si forma quando fra i due versi c’è sinalefe). L’endecasillabo è il verso poematico per eccellenza, e naturalmente Nel folto dei sentieri lo presenta integro, e spesso splendido, numerose volte, come in questi esempi: “tremano nella terra ghiri e topi” (p. 79); “questo tiepido marzo che declina” (p.131); “come nei giorni più lontani e persi” (p.182); “ma l’uomo non rinasce con le foglie” (p 193); “dimentichi gli agnelli alla piantata” (p.226). Sfogliando anche casualmente il libro, troviamo continui esempi di endecasillabo spezzato, con o senza sinalefe: “nel tempo che precede/hanno dimora” (p. 39); “masticano lenti i buoi/la paglia scura” (p. 69); “sempre ho scelto la terra/e non il cielo” (p. 147); “nascono quelle viole/a due colori” (p. 159); “la miglior sorte/è quella della pietra” (p. 166); “la più remota e persa,/la più lontana” (p. 179); “non lo dissolve il tempo/o trascolora” (p. 205). Talvolta, invece della coppia settenario-quinario, abbiamo quella settenario-quaternario (o ternario); altre volte il settenario è sostituito da un ottonario o un novenario: ciò che dà luogo, con un procedimento tipicamente moderno (si pensi solo a Montale), a un ritmo zoppicante, a una continua tensione fra regolarità e irregolarità, da cuore che non pulsa più come dovrebbe. Altre volte ancora il settenario e il quinario (più il primo che il secondo) si presentano autonomi, formando brevi serie di versi. Altre volte ancora – ed è forse la soluzione che meglio mette in luce la straordinaria libertà del poeta all’interno di forme codificate – l’endecasillabo, anziché in due membri, si spezza in tre: “occhi e mani/riscalda,/il sangue e il cuore” (p. 45); “dal dolore/che sempre/c’accompagna” (p.109) (notare il “c’accompagna”, spia dell’oralità); “ma poi ritorna/a tratti,/e non sai come” (p. 210). La combinazione di due e tre non poteva mancare, come in questo esempio: “e quelle rocce fitte/nella panca,/con le sue luci,/ a sera,/ il pino accende (p. 52). Non si deve tuttavia credere che Piersanti sia prigioniero di un’intellettualistica ars combinatoria. Nulla di più lontano da una poesia pulsante come quella del poeta marchigiano, che ha forse nella parola “sangue” il suo emblema. La pulsazione ci riporta al due in uno e all’uno in due di cui ho già detto. Questo rapporto è presente anche nelle frequenti coppie di aggettivi sparse in tutto il libro: coppie in cui i due termini si potenziano l’un l’altro sì da formare una stretta unità e che fanno spiccare il particolare, apollineo luminismo del poeta marchigiano. Ecco alcuni significativi esempi: “giardino chiaro e luminoso” (p. 13); “pagine… ridenti e luminose” (p.27); “radici vaste e chiare” (p. 29); “acqua così chiara/e così azzurra” (p. 35); “aria/fredda e chiara” (p. 69); “giorni chiari/e luminosi” (p. 172); “acqua azzurra/e trasparente” (p. 44); “buoi/nitidi e incisi” (di icasticità carducciana); “radura/perfetta e queta” (p. 70); “crochi/ azzurri e lievi” (p. 121); “favagello…/giallo e acceso” (p. 158); ma le viole, con una variazione del rapporto fra i due aggettivi che altrimenti diventerebbe monocorde, sono “pallide e stupite” (p. 18) e “cupe e splendenti”. Luce apollinea quella di Piersanti. Ma di un apollineo moderno, di un tempo segnato dalla frattura e dalla perdita. Così il rapporto fra i due aggettivi talvolta cambia e il secondo si oppone al primo. La luce è “breve e assoluta” (p. 141); l’eden è “fragile e assoluto” (p. 197); il cigno è “chiaro e fugace” (141). Il massimo della tensione fra gli aggettivi si ha nei versi “cosmo ordinato/e indifferente” (p.195) e soprattutto in “Natura così bella e così atroce”. Dove il negativo prevale, i due aggettivi tornano a potenziarsi, ma con segno inverso rispetto al positivo. I giorni sono “fragili e falsi” /(p 119); l’amore è “fragile e fugace” (120); i giorni sono “lontani e persi” (182); la terra è “squallida/e contorta” (p.19), copia “pallida e sbiadita” della “radura” luminosa dove il tempo non entra.

    Ecco dunque la pulsazione della poesia di Piersanti. Pulsazione che sembra cessare proprio nei versi finali: “ma alla finestra resti,/solo a guardare,/i molti libri pesano,/i molti anni” (p. 226).   A parte il sentimento di distacco dal mondo moderno, spicca qui un atteggiamento rinunciatario che contrasta con la volontà “tenace”, “rabbiosa” che percorre tutto il libro. Pesano gli anni, ma pesano anche i libri, come se l’accumulo della cultura si opponga alla spontaneità della poesia, ne inaridisca la fonte. Il cammino nel folto dei sentieri, col suo danzante andirivieni che sospende il tempo, sembra a un tratto arrestarsi. Dobbiamo crederlo?

  • 19Dic2016

    Fabio Michieli - www.poetarumsilva.com

    LUNGO I SENTIERI DI UMBERTO PIERSANTI

    Nel folto dei sentieri di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos, 2015) è un libro che si è visto assegnare nel corso del 2016 un bel po’ di premi. Tutti meritati sicuramente; tutti attestanti il valore della poesia di Piersanti, che non ha certo bisogno di sentirselo dire. Ecco perché il fatto in sé si esaurisce qui, nel senso che i premi di poesia spesso lasciano il tempo che trovano, e bisognerebbe andarsi a vedere di ogni premio la composizione della giuria, e di ogni giurato la reale ‘competenza’, ossia il gusto da lettore, o l’area di gravitazione. Insomma, come già ai tempi dell’Antico Fattore, i premi letterari sono spesso una questione che poco ha a che fare con la poesia.

    Nel folto dei sentieri, per sua e mia fortuna, ha molto a che fare con la poesia, perché è poesia allo stato puro; un lungo dialogo tra l’uomo e la poesia, perché è a essa che il poeta pone le domande, e perché è nella poesia che il poeta-padre ritrova il figlio al quale tutto il libro si rivolge perché in lui si riflette. E tutto nel segno della natura, perché Umberto Piersanti continua il suo percorso tra paesaggi a lui cari: monti, colline, valli, fiumi, prati. Nella natura tutto l’universo poetico si riflette, e non può essere altrimenti per un poeta che come uomo nella natura tende a riconoscersi. E nell’agire in questa direzione sono evidenti i riferimenti alla più alta tradizione poetica italiana, non solo novecentesca, con continui recuperi lessicali che si impastano con la fluida lingua di Piersanti dando vita a un fiume in piena di immagini che travolgono il lettore.
    E la sensazione prima che assale proprio il lettore di queste poesie è quella di essere condotto per mano lungo i sentieri calpestati da Piersanti-cavaliere, alla ricerca infinita di questo “non luogo” («e sogna il cavaliere/ la bianca strada/ e un luogo non l’attende»), col privilegio di porre i propri piedi sulle (nelle) sue orme-impronte, senza mai rischiare di uscire dal solco, in un tutto che sospende anche il tempo («e lì s’arresta il tempo/ come nel quadro?» si chiede il poeta in Sentieri). Già, il tempo… impalpabile a volte, quanto puntuale altre; un tempo memoriale, che attinge anche lontano nei secoli, al quale contrapporre un tempo attuale, tattile e dolorosamente reale. E se l’allora guarda alla Urbino rinascimentale, l’ora si incarna nel figlio Jacopo e al suo autismo colto in gesti e sguardi, e raccontato in molte poesie di questa raccolta, poesie che traducono gli infiniti sentieri percorsi da Jacopo nella sua “contrada”, una delle im­magini che indicano l’oscuro male che assedia la vita del ragazzo («da una forza nera/ scelto e devastato», dice a un certo punto il padre-poeta, per farsi carico – in un altro componimento – del figlio «sulle spalle/ come mio padre/ al fosso dov’è la casa/ […] io dai rovi ti strappo, dagli spini folti»), e rende inevitabil­mente distante (irraggiungibile?) un figlio al padre («[…] figlio il più difficile/ e distante,/ non ha potere il padre/ di fermare l’oscuro male/ che ti cerchia/ e assale/ e non sa come darti/ un po’ di quiete»; da Sul mare, in notti diverse).
    Nel non-tempo di Jacopo-figlio si incontra il tempo-storia di Umberto-padre, messosi a nudo con la stessa fragilità del figlio raccontato; solo che se a noi lettori è concesso di comprendere Umberto, è invece inaccessibile il mondo assediato di Jacopo; un mondo che percepiamo per barlumi di luce nei versi delle poesie; luce che filtra dalla, o nella, fitta, folta, foresta di domande indirette che vengono ininterrotta­mente poste alla propria vita da Piersanti.
    La centralità del tempo in Nel folto dei sentieri (titolo luziano, come altri se ne sono incontrati in questo 2016, quasi a indicare il riaffiorare di un rapporto recuperato con un maestro per certi versi ingombrante) è scandita sin dai titoli delle parti che compongono il libro: Il tempo nuovo, Alla vecchia maniera, Aspettando l’inverno (su per la gola del Furlo), Un’ostinata memoria, Paesaggi e quadri, Le ore e i giorni, son tutti titoli che indicano tappe di vita vissuta, in una progressione temporale che è ribadita dalle date poste in clausola a ogni poesia. Una necessità forse ossessiva, raggiunta la maturità non solo poetica, di indicare i momenti e fermarli anche sulla carta. Tappe di un’esistenza che si dilata, comunque, in un tempo più vasto di quello vissuto, come ho già avuto modo di dire, dove tutto può confondersi e rendersi non comprensibile – come forse avviene nella vita di chi è affetto d’autismo –: «[…] vengono da ogni vicenda/ e da ogni storia, confusi/ nelle vesti e nelle lingue,/ non sanno ciò che viene/ e quel che è stato,/ le falangi d’uomini infinite,/ il vento le disperde/ come rena// tu ci cammini in mezzo/ non li conosci,/ monadi dice il filosofo/ senza porte e finestre,/ in un suo cieco sogno/ ogni monade vive rinserrata/ ma la sua storia ha dentro/ disegnata,/ a volte ti balena/ per frammenti// [….] più fitte e numerose/ che nei poemi,/ folte più che acini/ d’uva nei canestri,/ di tutti i semi e l’erbe/ sparse nei campi,/ passano le figure/ sotto la mole,/ non sai da dove vengono,/ dove andranno,/ ma tu sei lì nel mezzo/ che cammini,/ la sorte più fraterna/ e più distante» (Presso un edificio dei tempi nuovi, poesia che apre l’intera raccolta).
    È innegabile, e inevitabile, del resto che i due temi portanti di questa raccolta, “natura” ed “esistenza”, si ricongiungano e si riconoscano nell’unico tema: Jacopo; è lui il centro della riflessione di Piersanti, che interroga sé nel paesaggio, nei movimenti del figlio, negli sguardi insondabili del figlio, nei silenzi del figlio, nelle valli, nei sentieri terrosi o pietrosi. Jacopo è probabilmente il caos stesso della natura, che ha sue regole e che sa come non rispettarle al contempo. Qui le ragioni della smarrimento del padre-poeta, che racconta ogni moto del pensiero. Qui pure i segni della tenacia, della dedizione, della devozione, dell’amore, della spe­ranza, per uscire dalla morsa di un dolore che altrimenti tutto divorerebbe, compresa la bellezza che pur (r)esiste.

     

    Non sei di questo tempo

    e poi quel mare opaco,
    colore dei giorni freddi,
    un verde che si scioglie
    tra nebbie e spume,
    e tu lo guardi
    stretto al finestrino
    del treno che s’inoltra
    nell’inverno

    non sei di questo tempo,
    lo capisci
    se le guardi
    snelle e disegnate
    e quelle giubbe uscite
    dal futuro, magari da una pagina
    d’Urania, mandano luci strane
    e fluorescenti,
    stanno in silenzio
    con il capo chino
    sulle parole accese
    tra le mani

    no, ha i vostri anni,
    non v’assomiglia,
    dico del figlio,
    ancora più del padre
    vive dal vostro tempo
    separato

    oh, quel mare sognato
    dagli alti campi,
    ci scendono palombe
    a branchi folti,
    stronca il piombo ali
    e becchi, gli occhi queti,
    li cercano tra i ceppi
    i bianchi cani

    dalle strade sbranate,
    le case rotte,
    dal cielo era venuto
    dolore e fuoco,
    arrivai alla Gran Pozza
    ch’era un giorno d’estate

    oh, quell’ora assoluta,
    l’immensa luce,
    l’acqua cerchiava il mondo
    e la tua vita

    entra – dice Gaetano –
    non ci pensare,
    e sono andato dentro
    tutto vestito,
    il vecchio Gaetano
    e tu bambino

    ora che t’attraverso
    nell’inverno,
    nel giorno ti ricordo
    più luminoso

    Dicembre 2007

    .

    Un giorno non come un altro della vita

    salgono per greppi
    e sui costoni
    mai così fitti
    e alti e luminosi
    i papaveri rossi,
    t’entrano nella macchina
    come lampi,
    trapassano vetri
    e specchi
    s’intrecciano sugli occhi
    e tra le mani,
    ebbra la corsa
    dentro quel rosso smisurato,
    no, ancora non lo sai,
    fugge l’ultimo anno
    giovane e felice

    e venne il giorno cupo,
    un giorno non come un altro
    della vita,
    e la spagnara limpida
    e compatta
    quell’azzurro lieve
    come l’aria
    scomparve nelle tenebre
    oscurata,
    e s’oscurarono i cieli
    e tutti i campi
    anche il verdone perse
    il suo colore
    e nero lo stridio
    nere l’erbe,
    nel nero che t’avvolge
    e che ti schianta
    le tempie fatte cupe
    come il respiro

    come nella pellicola
    che arde e brucia
    i fotogrammi tutt’attorno,
    mutilata la salvano
    le forbici,
    in cenere si spengono
    le ore che quel giorno
    cerchiano, il più cupo

    sì, mi restano
    la casa e le figure
    nella mia macchia persa
    la più lontana,
    quell’odore dell’acqua,
    di muschio e raganella
    verde e bagnato,
    l’antico scalzo e biondo
    che lento s’incammina
    verso le nubi

    dopo il ricordo cede,
    i fotogrammi tutti
    sono bruciati,
    ma qualche brano resta,
    scendi per l’aspra piana
    scordi compagni e prati,
    e tu e la donna entrate
    soli dentro quel mare,
    vuoto, così remoto
    e gli spini dei ricci
    nella carne
    la corsa non arrestano,
    felice

    oggi c’è molta luce
    nella macchia,
    vengono fuori bisce
    al primo raggio,
    tra le foglie cammino
    intorpidito
    come quella lumaca
    dentro l’erbe
    che il ragazzo toglie
    da una scatola buia

    e ripenso a quel giorno,
    un giorno non come un altro
    della vita

    Luglio 2010

    © Umbero Piersanti, Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos, 2015

     

  • 26Giu2016

    Redazione - Giornale di Brescia

    PontedilegnoPoesia: Umberto Piersanti tra i finalisti

     

    Marco Beck, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Rino Mele, Paride Mercurio, Umberto Piersanti e Silvio Raffo: sono alcuni fra i più noti poeti contemporanei italiani, che saranno protagonisti della fase finale della settima edizione di PontedilegnoPoesia, premio nazionale di poesia edita, che si svolgerà dal 19 al 21 agosto nella stazione turistica dell’Alta Val Camonica

     

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  • 03Mar2016

    Carlo Franza - Blog.ilGiornale.it

    Il poeta Umberto Piersanti con “Nel folto dei sentieri” racconta in versi natura ed esistenza. Una delle voci più autentiche della poesia italiana.

    Ho tra le mani il nuovo libro di poesie “Nel folto dei sentieri” (Marcos Y Marcos, 2015) di Umberto Piersanti (è nato a Urbino nel 1941 e nell’Università insegna Sociologia della letteratura) e mi son detto, una recensione cosa può aggiungere di più a un poeta “laureato”, visto che il suo nome vive già nei vertici della poesia contemporanea? Ma la vita di un poeta è fatta di stagioni e ogni stagione ha la sue varianti, le sue sofferenze, i suoi stati di grazia, le sue accensioni, le sue ansie e paure, gli eventi e la storia.

    Questo è pertanto il libro della maturità di Piersanti, con i temi che argomentano tutto tra un fuori e un dentro, tra la natura e l’intimità domestica, il figlio Iacopo (“Jacopo sulla pista / cammina piano, / poi corre, si ferma, /barcolla un poco, / segue la brioche / che hai nella mano, è il suo vessillo unico e imperioso, / più del suo pianto / è il riso che t’inquieta, / stridulo e assurdo / nessuno lo decifra”), il tempo che scivola inesorabilmente, il peso della vita e il futuro spalancato sull’orizzonte (“Al tempo che m’incalza / e che m’assedia / s’oppongono tenaci le parole”).Ebbene con il tono del pudore, con il rispetto e la raffinata civiltà che avvolge proprio la poesia contemporanea, entro nelle fibre lucide di questo volumetto e ne catturo, come fosse una bibbia, i segni tangibili dell’attitudine del poeta a esprimersi. Libro unico, prezioso, carico di elementi di “vero”( “lo scoiattolo che sale/ per il tronco/ a chi lo guarda/ spezza la catena,/ e solo nelle pause/ sta la vita”) e tensione morale, di quella rattenuta e discreta religiosità nel suo flettersi sotto il peso della vita presente. Tra i versi circola una sorta di reliquiario del vivere, la lucentezza del paesaggio che vive attorno al poeta, il fissaggio di questa natura, un fazzoletto marchigiano messo in un rilievo concreto, e delle cose concrete annotate, poi il significato e il simbolo.

    Il dialogo diretto con le cose, il poeta del cielo e della terra (” …/sempre ho scelto la terra/e non il cielo/ma quel giorno la terra/ era nel cielo/…”), un poeta che fissa come pochi i quadri naturali, la descrizione di una cronaca dimessa e oggettivata; eppoi l’insidia, il morso delle cose, una simbolica lucentezza nitida e segreta, specchio di un mondo che vuole rivelarsi anche nei colori, nei toni del bianco (“in neve bianca”, “il bianco cerchio”, “i bianchi agnelli”, “nel gran bianco”, “l’aria è fatta bianca”, “biancoazzurro” , “bianco il suo volto”, “pietra bianca”, “i sassi bianchi”, “s’imbianca”, “la neve la più bianca”, ecc.) e dell’azzurro (“il fiordaliso azzurro”, “nell’aperto di azzurro”, “l’acqua biancazzurra”, “cielo azzurro”, “dentro il verde e l’azzurro”, “riluce azzurro”, “pianeta azzurro”, “il bel manto azzurro”, “addobbi azzurri”, ecc.), anche se non mancano i verdi i rossi e i viola.

    Qui una poetica chiarita e per più versi raggiunta, tutto si distende, con una straordinaria semplicità e una straordinaria pienezza di echi, in elegia. I ricordi, la memoria, il vissuto lontano e vicino, il quotidiano come finestra aperta sui luoghi a lui cari, l’urbinate, i boschi delle Cesane, la verità segreta della vita, la fantasia, tutto quello che riemerge al di là di ogni certezza, di ogni conclusione, di ogni ragionevole ritratto di se stesso. Quella quintessenza della sensualità e malinconia e del colore tra Bertolucci, Libero De libero e Caproni, e oltre, che sembra in lui apparire, ecco che la coglie al volo, la respira. Anche il sogno fanciullesco, la scoperta del mondo passo dopo passo, giorno dopo giorno, il riacquisto di un dono, il presentimento delle stagioni, tutto vive tra un massimo di rapimento e un massimo di distensione, tra un canto lieve e declamato o parlato e un canto con una inclinazione che fa vivere il pregio della sua poesia (“ad altri, remoti / anni, questo muschio / lucente ci riporta, / all’età dei padri, / delle teneri madri / tra gli addobbi azzurri / delle feste, / uno ad uno caduti / lungo gli anni, / ora sono ombre / così spesse e vere, / figure dentro il sangue / che trasale”). La bravura di Piersanti nell’uso della lingua, è sapienziale. L’uso di vocaboli d’impronta pascoliana mette in luce suggestioni visive e musicali, tutto vive nella memoria della sua “marca”, accompagnata dall’esigenza disperata di un contatto umano, per rinvenire un soccorso alla propria pena -compreso il vissuto del figlio autistico- e una verifica delle proprie umane aspirazioni. Vi leggo una poesia di impegno, non nel senso ideologico, ma nell’ambito della tematica spirituale della lirica contemporanea. E Umberto Piersanti è coscientissimo del suo ritmo poetante, e talvolta metafisico, del gioco divaricato degli aggettivi, delle trasposizioni analogiche, del ritorno di certe parole e immagini, delle impressioni di un vissuto, dei simboli di quella medesima liberazione-disperazione. E mentre la natura, le cose, le figure sono descritte, ritagliate e inchiodate nei versi, il poeta le accompagna nella vibrazione vitale che si tramuta in quel fremito fermo ch’è la poesia. La voce poetica di Umberto Piersanti fa ritrovare in questo libro non solo il timbro pensoso della vita umana, ma anche il timbro autentico della vita cosmica.

  • 01Gen2016

    Alberto Fraccacreta - succedeoggi.it

    “Nel folto dei sentieri” di Umberto Piersanti

    Natura e creazione

    Nella sua nuova silloge il poeta urbinate ricerca l’uscita dal groviglio etico-esistenziale per riapprodare alla conciliazione originaria tra Creato e Creatore. Dove si prefigura un tempo nuovo…

    La poesia di Umberto Piersanti ha essenzialmente due temi: la natura e il figlio Jacopo. All’interno dell’ultima silloge pubblicata dal poeta urbinate, Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos, 235 pagine, 17 euro), queste linee liriche, erbose e afflitte al contempo, si compenetrano prodigiosamente, sino a considerare che Jacopo è natura, paesaggio interiore con un’alta possibilità di trascendenza («Jacopo anche tu/ da una forza nera/ scelto e devastato,/ solo che quella donna/ risale ai prati,/ sparge i fiori tra l’erbe/ nei campi il grano»). Il figlio è creazione e laceramento della creazione, distacco, frantumarsi dell’anelata unità, nei confronti del quale sembra necessaria una faticosa dedizione, un amore grande («ma io t’ho portato/ sulle spalle/ come mio padre/ al fosso dov’è la casa,/ mi ha posato nell’erba/ oltre il torrente,/ io dai rovi ti strappo,/ dagli spini folti») che anche confida nel premio decisivo della salvezza («ma la memoria nutre/ la tua giornata»), proprio per il suo contenuto di irriducibile sofferenza.

    Il folto dei sentieri è il groviglio etico-esistenziale da cui si dipana la ricerca, mai dismessa, della pace assoluta, del principio di onnipresente requie che rende reale e veritiera la fine del patibolo. Uscire dai gangli del dolore significa attraversare con coraggio ogni travagliata stazione della vita («il Purgatorio è altissimo/ e sospeso,/ pazienza e calma ci vuole/ per salire») per sospirare un futuro di edenica felicità («adesso non hai pecore/ o fatiche,/ adesso per i campi/ lo puoi cercare,/ quel tronco dove cade/ lo puoi trovare»), ancora osservata dietro al vetro della presenza umana («ma alla finestra resti,/ solo a guardare,/ i molti libri pesano,/ i molti anni»).

    Piersanti assomiglia a un affilato passeggiatore di boschi, un navigato profeta dell’incanto, un folletto incanutito che sale e scende per i declivi delle Cesane alla ricerca del sentiero giusto entro il quale Creato e Creatore riescono a disvelare la loro maschera identitaria. Un equivoco di bellezza li sorprende mentre sono un’unica sostanza. Ma, al fondo del suo convincimento, il poeta sa bene che esiste una differenza effettiva tra i due, tale da innalzare vorticosamente il Creatore in qualcosa di inconoscibile e liminare per leopardiano abbaglio («forse dietro quel promontorio/ e quella strada c’è un luogo/ che li attende,/ la vera patria,/ quella che sta sempre/ oltre il confine»), che non può esser detto né compreso. Il crivello dell’illusione, però, riporta rapidamente il sogno dentro la «vita fedele alla vita», direbbe Mario Luzi, e il poeta, cavaliere del presente, riprende l’incessante passo verso l’altrove, segnato da nubi e schiarite, da disarmi e affidamenti («e sogna il cavaliere/ la bianca strada,/ un luogo non l’attende,/ il suo cammino/ un cammino eterno/ e infinito»).

    Nel punto di convergenza di quell’altrove giace la speranza sottesa che Jacopo e la natura ricompongano la conciliazione originaria, tornando dunque a uno stato antecedente all’hic et nunc, del quale si sperimenta la nostalgia e il duro intreccio. Il vincolo terrestre è altresì difficile da abbattere («questo feroce legame/ con la terra/ nessuna metafisica/ lo spegne»), e la speranza cangia in muta accettazione del domani trasognato nel grembo dei boschi, lungo la quiete delle radure, non viste con Heidegger nel sembiante dell’Ereignis impersonale, l’evento dell’essere, ma percepite in più morbidi toni crepuscolari del disincanto («ma se sulla terra/ ti distendi/ con l’erbe sopra gli occhi,/ i sassi accanto,/ si perdono nell’aria/ anche i dolori»). Il passo di Piersanti persegue il tempo differente, l’istante isolato dentro il quale si mostra come il bagliore del sole «la vita che si queta», e Jacopo e la natura paiono giocare concordi l’uno nell’altro. E tutto prefigura un tempo nuovo, un nuovo inizio.

    ma la corsa dei giorni

    non s’arresta

    e io debbo tornare

    alla mia casa

    e scendere alla tua

    così lontana,

    il tempo non scegliamo

    e le vicende,

    l’unica libertà

    resta la fuga,

    così fragile e breve,

    così assoluta

     

  • 13Nov2015

    Davide Tartaglia - Rivistaclandestino.com

    Piersanti, il cercatore. Conversazione con Davide Tartaglia. 

    1. Nel folto dei sentieri è l’ultima fatica poetica di Umberto Piersanti, uscita di recente per i tipi di Marcos y Marcos. Umberto, leggendo questa tua ultima opera, risulta subito chiaro come Nel folto dei sentieri giunga in maniera coerente a compimento di tutta la tua produzione poetica. Una fedeltà nei confronti della lirica, una limpidezza della parola, che, però, sembra tutt’altro che una scelta di campo ideologica o la ripetizione di uno stile, ma nasce piuttoto dalla necessità di una ricerca umana (e quindi poetica) inesauribile. Dentro le briglie di uno stile ormai maturo e fondato si sente premere la forza prorompente di una domanda ostinata, che si tiene lontana dal rischio del “mestiere” e conferisce a questo libro la potenza vergine di un’opera prima. Dunque, Umberto, da quale esigenza viene fuori questo libro? C’è, ancora, qualcosa di necessario da dire che può essere affidato alla poesia?

    Se qualcuno mi chiede “perché scrivo”, rispondo che si scrive per non morire. Scrivere è innanzitutto un atto di vita.

    Non si scrive per la fama – qualsiasi mediocre cantautore è più famoso di ogni poeta contemporaneo -, si scrive per il bisogno di tracciare un segno, di far uscire da te delle parole affinchè raggiungano gli altri. Questa pulsione è uguale a quella di chi scrive “Lucia ti amo” nei muri di una casa in campagna, o la stessa che ha mosso Dante ne La Commedia, ovviamente con esiti nemmeno paragonabili. Dunque io scrivo perché devo scrivere, per una fedeltà alla mia vocazione. Io sono un poeta “di natura”. Cosa vuol dire “essere di natura”? Tutti i poeti possono nominare un albero per le strade di Milano. Essere un poeta di natura vuol dire che la natura non è mai uno scenario, uno sfondo, ma è qualcosa che si vive in maniera totale, profonda. Nel mio caso c’è un approccio, una congiunzione totale tra vita e scrittura, che non sempre c’è e non è detto che ci debba sempre essere. Per esempio, nel caso di Montale, come racconta la Spaziani, il sambuco entra nella poesia solo per una scelta prosodica, di suono. Invece il mio bisogno di mordere la terra, di controllarla, di vederla, di sentirla, di percepirla è totale, rimanendo però lontano da qualsiasi dimensione ecologica, dunque da un’“ideologia della natura”. Infatti, la mia natura appare anche in tutte le sue crudeltà: l’aquila che stringe il coniglio con gli artigli, il serpente ucciso, l’uccelletto che nei primi giorni di vita cade dall’albero ed è inghiottito dalla serpe, e, allo stesso tempo, la natura osservata nella sua spettacolarità magica e totale. La mia natura è vissuta il più delle volte sotto forma della memoria, la quale le conferisce un tratto mitico e si confonde con la leggenda di un vivere che non va a cercare gli dei – come potrebbe fare un Conte – ma che trova, nelle figure, nei personaggi, nei luoghi, il mito stesso della sua vita e della sua scrittura.

    2. Come hai appena accennato, un ruolo fondamentale in tutta la tua poetica lo gioca la memoria. E’ sempre stata evidente la “volontà mai smentita di respingere la storia in corso e di vivere una sorta di dopostoria politico” (Alessandro Moscè). Però, mentre nei libri giovanili, il disagio di essere nella storia sfociava in un conflitto esplicito con la tua generazione (si pensi al ’68), in quest’ultimo libro è come se si affacciasse una sorta di sguardo pietistico e di compassione verso il proprio tempo, dal quale nasce il ricordo nostalgico del “tempo che precede”. Quest’ultimo, rievocato attraverso la memoria, più che un rifugio dall’aggressione della storia, diventa il filtro di lettura per un giudizio più profondo sul presente. Dunque, che ruolo ha la memoria in questo libro? E quali differenze o corrispondenze rispetto ai tuoi libri precedenti?

    La memoria ha un ruolo importante e, in questo libro più che negli altri precedenti;qui c’è un confronto più serrato con il mio tempo, il tempo nuovo. C’è un confronto senza la passione civile e politica dei miei libri giovanili, e senza le rabbie dei miei libri giovanili. Io, uomo sostanzialmente di sinistra, nei miei libri giovanili, a differenza di tanti altri autori (si pensi al marchigiano Gianni D’Elia, o anche a De Signoribus), ho sempre criticato il fanatismo sessantottino e la violenza.

    Riguardo il giudizio sul mio tempo, “il tempo nuovo”, posso dirti che io non sono come Pasolini che contrappone l’autenticità di ciò che è passato, che per me ha le sue durezze incredibili, all’inautenticità del presente. Ti racconto un piccolo aneddoto. Quando ero piccolo i miei genitori mi mandavano in colonia, sia a quella dei comunisti che a quella dei preti, l’importante è che mi davano a mangiare. I miei genitori erano bipartisan. In quella dei preti mi ero preso una cotta per una bambina di Firenze e volevo mangiare vicino a lei, Lucianina. Don Franco, invece, mi aveva messo a mangiare vicino a uno con la faccia tutta butterata. Allora gli dissi: – Don Franco, io voglio mangiare vicino a Lucianina – E lui mi rispose: – nella vita bisogna saper soffrire, così si sarà ricompensati nell’altra vita-. Io, che ero abbastanza laico, controbattevo: – sì, Don Franco, ma lei e gli altri preti mi avete detto che c’è un posto che si chiama inferno. E se si finisce lì dentro non si esce più. Dunque, se avrò la scarogna di finire laggiù, avrò sofferto qui e soffrirò dopo -. Ma quando questo ragazzo è andato via e mi ha salutato dicendomi: – ciao Umberto, non ci vediamo più -, io ho avuto un “tuffo al cuore”. Tutto ciò che perdiamo irrevocabilmente non può che destarci uno struggimento totale. Io canto un mondo che ha visto la mia infanzia e che ora è scomparso, ed è chiaro che la memoria fa un fenomeno particolare: fa svanire il ricordo nel sogno e avviene la trasformazione “mitica”.

    Ma il mio tempo è stato anche duro, sono uno che è andato a scuola quando c’era la vaschetta con l’inchiostro, il pennino, la carta assorbente. Ho visto trasformazioni totali. Ci sono cose importanti e belle oggi, e ci sono cose negative come la perdita della memoria storica. Io non voglio contraddire la contemporaneità, anche se alcune cose non mi piacciono, come i mass media banalizzati oltre ogni limite. In questo tempo ci sono, infatti, molti aspetti che stimo, per esempio il rapporto di coppia che, nonostante faccia sempre capolino il rischio del consumismo, rimane comunque più civile e, sostanzialmente, più maturo.

    Io sono stato sempre un poeta e un uomo “a latere” rispetto ai tempi in cui sono vissuto, ero l’unico sessantottino che diceva che la dittatura del proletariato non funzionava, che la Cina era molto contraddittoria e c’era il culto della personalità. Era un periodo di confusione enorme e posso dire di essere rimasto sempre abbastanza lucido. Dunque, questo tempo lo guardo senza astio, cercando di capirlo, e guardandolo un po’ “a latere”, come ho sempre fatto.

    3. E’ sempre stato molto chiaro come la tua “mitografia personale”, la trasformazione degli ambienti e della natura al di fuori del quotidiano sia una mitografia integralmente laica, radicata alla terra, che sembra rifiutare ogni sorta di metafisica. Eppure, l’attitudine lirica imprime comunque nel lettore uno slancio verticale inevitabile (quel fumo / che alla terra non tende / ma sale in cielo), una domanda su Dio e sul dopovita come compimento definitivo di quella pace così spasmodicamente ricercata in ogni verso. In quest’ultimo libro la tua posizione è piuttosto contraddittoria, ci sono dei momenti in cui questa ricerca sembra inevitabile (che senso ha la vita / per chi nella vita dimora / un solo istante? / la fatica del nascere / a che serve? Oppure: tenace è la memoria / che s’ostina, / tenace a dare un senso / ad ogni cosa) ed altri, invece, in cui sembra affiorare una rinuncia ad ogni ricerca dell’ulteriore a favore di un abbandono nostalgico al tempo passato attraverso la memoria ed il sogno. Qual è la posizione di Umberto Piersanti, uomo e poeta, nei confronti del sacro e della verticalità? Ha rinunciato definitivamente alla personale ricerca su Dio o rimane, come torre in solitario campo, una domanda che umanamente non si può evitare?

    Con il sacro ho avuto sempre un rapporto difficile, spesso conflittuale. Ebbi anche un trauma a causa di un incontro con una persona di Chiesa che – credo – sia stata anche rimossa. Diciamo subito che io sono tenacemente legato alla terra, all’erba, al verde, la mia corporeità è totale: cibo, sesso, natura. Anche la mia natura ha una sacralità pagana. Detto questo, sono uno che prega. Se mi chiedi se sono credente, ti potrei rispondere che nessuno è totalmente credente e nessuno è totalmente non credente. Penso che in ognuno di noi ci sia un gran casino e, – devo ammettere -, razionalmente ho molti dubbi. Penso che ogni religione sia un modo di percepire l’universo, il mondo, i misteri della vita; penso sia un modo di liberarsi dalla paura della morte che ogni civiltà ha in momenti diversi; però la figura di Cristo e il Cristianesimo mi affascina. Nella mia poesia ricorrono tanti Natali e tanti presepi – un po’ più di lontananza dalle Pasque -, per cui posso dirti che non ho rinunciato alla mia personale ricerca di Dio. Dire che ho trovato la fede in senso stretto, benché preghi quando i tempi si fanno duri e mi affidi al Padre eterno, a Gesù e a Maria, è una falsità. Posso dire di essere ancora molto sospeso. Ad ogni modo la mia poesia rimane comunque ancorata ad una dimensione terrestre; il cielo, per quanto non venga sconfessato, rimane quasi celato. C’è un aneddoto dei contadini delle mie terre che mi colpisce molto e che ti dirò in dialetto urbinate: – ma tu ci credi nell’aldilà? –, risposta: – sarà anca vera, mo da ma là è ne mai artornat nesun (“sarà anche vero, ma da là non è mai tornato nessuno”, ndr).

    4. Come in tutta la tua poesia, anche in questo libro, è centrale il rapporto con la natura per la creazione di questo spazio-tempo ninfeo, alternativo alla cronaca. Particolarmente interessante è il puntiglio di una descrizione- nominazione precisissima, quasi scientemente botanica. Questa attenzione maniacale verso la natura denota, dunque, che nella costruzione del sogno, del mito, non si “inventa” nulla, ma piuttosto si ricostruisce a partire dalla realtà e dalla personale esperienza della realtà, anche nel minimo dettaglio.

    Da dove nasce, Umberto, questa attenzione maniacale verso il reale fino all’esigenza di una descrizione così precisa della natura e delle assenze arboree?

    E qual è, nella tua opera, il rapporto tra la realtà e la poesia?

    “Fiat lux et lux fit”. La parola è un modo di comprendere; nelle Bibbia è un modo di creare la realtà. Io non posso dire solo “quel fiore, con i petali gialli, lunghi, un po’aguzzi…”, devo anche dire: il “favagello”. I favagelli non sono fiori rari, quando arriva febbraio, marzo, le nostre colline ne sono piene, eppure i poeti non li hanno mai visti. Non sembra strano? E’ un fiore bellissimo, molto più splendente e luminoso di una margherita. Nominare le cose, per me, vuol dire conoscerle, entrarci dentro, saperle ed avvicinarle nel loro mistero più profondo, certo non possederle. Nominare vuol dire apparentarmi con le cose, introdurre la mia possibilità di conoscenza e per questo sono così attento alla realtà e alla nominazione. Sul rapporto con la realtà riprendo quello che dicevo prima riguardo i sambuchi di Montale. Io non potrei mai nominare un fiore che non conosco, come anche una storia d’amore. Posso trasformarla, mitizzarla, portarla all’estremo, farla vivere come innamorati che fuggono sulla luna di una leggenda popolare, ma c’è sempre una base reale. Ho bisogno del reale per scrivere. E’ chiaro che io non intendo il reale in senso neorealista, reale è anche la sfumatura più lieve, il soffio d’aria, il sogno più indistinto, la fantasia più totale. Michael Hamburger diceva: il poeta può parlare delle sfumature di un tulipano, ma se è un vero poeta, parlando delle sfumature di un tulipano,parlerà del mondo. Io intendo il reale nella sua complessità totale e sento il bisogno che le parole e le cose abbiano un loro rapporto, naturalmente non pensando che valgano solo certe cose: politiche, civili, etc. Le parole e le cose sono legate tra di loro in un modo assolutamente non meccanico, ricco, arioso, multiforme.

    5. Una sezione del libro è introdotta da un tuo commento che parla della genesi delle poesie che seguiranno, e riveli che nascono come canto orale tra le campagne del Furlo. Puoi approfondire questo aspetto? In che rapporto sta la poesia con l’oralità e con il ritmo?

    Io vengo da una civiltà che narrava: il mio bisnonno Amadio mi raccontava dello sprovinglo, il diavolo cane nero che gli entrava nel biroccio, la corsa del biroccio che si fermava, etc. Mio nonno mi intratteneva con questi racconti e per me era come andare a spasso con un amico. Vengo dalla dimensione dell’affabulazione. Non sono un poeta legato solamente a ciò che scorre in interiore homine, per cui il racconto mi appartiene fin dentro le viscere.

    Ma la mia scrittura unisce il racconto orale, che ho sempre posseduto fin da bambino, a una lettura dei classici e dei poeti dell’Ottocento-Novecento (Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Leopardi,…) in cui io ho incontrato il ritmo. Io non uso la metrica, lo schema ritmico, in modo post-moderno o citazionistico, ma tento di tradurli in una lingua normale e diretta, accostandomi all’operazione che faceva Leopardi con la lingua di Monti (senza, ovviamente, azzardare nemmeno il minimo paragone con il poeta di Recanati). Io penso che ogni poeta debba possedere un suo ritmo, il mio è quello che appartiene – come scrisse Franco Loi più di una volta – alla grande tradizione italiana. Sono un italiano centrale, lontano dalla prosaicità lombarda, padana, ma lontano anche dal barocco e dall’espressionismo meridionale.

    6. Il concetto del tempo, che è un tema che percorre tutta la tua produzione poetica, come si è sviluppato dagli esordi fino ad oggi? Qual è il tempo della poesia?

    Luzi diceva che per scrivere occorre un po’ discostarsi dalle cose. Il tempo della poesia, se si parla del tempo della scrittura, non è la notte ma il giorno ed è un momento appartato, anche contemplativo. Posso anche scrivere en plein air, oppure uscito da una passeggiata en plein air. Il tempo, invece, in cui colloco gli spazi è “il tempo dell’altrove”. Credo che ogni poeta, in un modo o in un altro, ricerchi un altrove, un altrove che sia un destino. Magari gli impegnati lo trovano nella rivoluzione, – Majakovskij potrà credere all’altrove del mondo socialista, così come Brecht -, ma nella poesia resiste questa indefessa richiesta dell’altrove perché la poesia nasce da qualcosa che trascende il presente, da un’ansia religiosa di eternità. L’altrove è quella natura separata dove il tempo non ha il suo dominio. Il mio altrove è un altrove di quiete in cui io ricordo tutto, ma è anche l’altrove magico, seppure sconvolto da dolori e avvenimenti tragici, che la memoria trasfigura perché depura dagli elementi più duri, più prosaici, più concreti. Nella memoria anche il dolore diventa un’altra cosa. Questo altrove non ha un valore storico, ha piuttosto un valore ontologico, è una necessità dell’essere.

    7. Umberto, per concludere, ti chiedo un parere sulla condizione attuale della poesia e sul destino che le spetta nella contemporaneità.

    La poesia contemporanea è molto vasta e ricca. Non c’è più qualcuno che ha il bastone del comando e fissa il canone, il recinto. Quello che mi spaventa un po’ è una proliferazione eccessiva e anche il fatto che non ci si capisca più niente, è il fatto che magari poeti giovanissimi vengano immediatamente antologizzati senza attendere pazientemente il giudizio del tempo, della storia. Vedo anche una difficoltà di essere accettati e, allo stesso tempo, la volontà di bruciare le tappe, di esserci comunque. Ci sono stati anche errori delle grandi case, che spesso hanno fatto delle scelte stralunate e parapoetiche, dettate da interessi sociologici e che hanno portato ad un allontanamento della gente, dei non addetti ai lavori dalla poesia.

    Penso però, in definitiva, che ci sia una bella vita della poesia, una vita che si allarga, in cui, certo, mancano i lettori in senso stretto, ma vive un interesse che si sviluppa sotto altre forme: iniziative culturali, letture. C’è una vivacità, una vita sotterranea ma non troppo, esoterica ma non troppo. Penso, inoltre, che la poesia stia molto meglio del romanzo. Il romanzo è afflitto dalle mode, dal dominio spaventoso del genere, è stritolato in un vortice di tirannie da cui la poesia, invece, è totalmente libera. Vedo, dunque, una forte vitalità nella poesia contemporanea. Certo, ai tempi di Leopardi un poeta era un intellettuale a 360 gradi e un cantante era sullo sfondo; oggi, molto spesso, il più piccolo dei cantautori, che è un gigante sull’apparenza, ha un’incidenza sulla società molto maggiore del più grande dei poeti. Ma non è questo che conta. La forza della poesia è anche la sua perseveranza. Credo che anche il tentativo dell’avanguardia degli anni Sessanta-Settanta di dire che c’è solo una direzione sia stato sconfitto, a favore di una ricchezza e di una varietà che non può che fare bene alla poesia e alla sua tensione originaria, mai sconfitta, di “dire” il mondo.

     

  • 01Nov2015

    Roberto Marconi - Fermenti n.243

    Perdersi. Nel folto dei sentieri

    Fedele a se stesso e al suo canto nella nuova opera Umberto Piersanti ci guida tra memorabili cammini, nel folto dei propri sentieri vitali

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  • 15Ott2015

    Alessandra Pacelli - Il Mattino

    Il respiro del bosco con i suoi fruscii, con un sotteso muoversi di creature furtive, con le stagioni che si danno il cambio in atmosfere struggenti di visioni selvatiche, di uomini che sfidano e domano la natura e se stessi. È «Nel folto dei sentieri» che Umberto Piersanti si addentra a raccontarci emozioni e odori, ricordi d’infanzia e apparizioni di fantasmi personali:

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  • 10Ott2015

    Tiziano Mancini - Il Resto del Carlino

    Tra il favagello e lo spervingolo c’è l’Olimpo Poetico di Piersanti

    Allo scrittore urbinate domani sarà assegnato il Premio Frontino

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  • 17Lug2015

    Arnaldo Colasanti e Daniele Piccini - Poesia

    Tra le costanti della poesia di Umberto Piersanti c’è un sentimento drammatico del tempo e della natura, risolto non in forma filosofica, ma si dirbbe plastica, quasi classica.

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  • 06Lug2015

    Davide Valtolina - Labalenabianca.com

    Un cammino incespicante: “Nel folto dei sentieri” di Piersanti

    Nel folto dei sentieri – titolo dell’ultima raccolta di versi di Umberto Piersanti – può riferirsi tanto alla terra marchigiana quanto allo spazio, al pari dolce e sconnesso, selvatico e folgorante, della memoria. La dorsale costituiva del libro è infatti il recupero del tempo, anche improvviso e privo di volizione. I testi si compongono per lo più sui riflussi del passato che emerge e porta in primo piano il vissuto privato del poeta, colto sotto una luce nostalgica («ah, potere rientrare | dentro la foto…», p. 105) che dilata il confronto con i «tempi nuovi» (p. 11).

     

    Tutta la silloge è segnata dal senso del tempo che passa, inesorabile, disfacendo una condizione umana che soltanto la memoria può provare a comporre di nuovo. Questo sembra il valore primigenio del ricordo rispetto alla «fuga dei giorni | che mai ha tregua» (p. 151) e che minaccia una sconnessione nelle cose. Ciò comporta un incespicare, un’incertezza che si fa anche distanza dagli uomini e produce una sensazione di lucida solitudine e mancata appartenenza («io non gioco mai, | in ogni gioco | sto sul bordo del campo», p. 184). Per questa ragione il ricordo tende a ripiegare in chiave protettiva e racchiudersi nell’ambito familiare, coinvolgendo – per instaurare uno scambio vero, pure retrospettivo – alcune delle figure più vicine: il padre, la madre, la sorella. Anche il presente traccia il tentativo di un dialogo ristretto, ostico, specialmente con il figlio Jacopo, autistico, che «abita una contrada | senza erbe e fiori» (p. 138) e che è, per certi versi, deuteragonista del libro.

    Questa attitudine esistenziale si lega, sul piano testuale, a unandamento piano e discorsivo, con le sequenze narrative, per lo più emerse da un tempo ormai dissolto, che si compenetrano in maniera fluida ai movimenti ragionativi (ancora più chiari in certi attacchi, dove il pensiero è colto nel suo schiudersi); la continuità del discorso è rafforzata anche dall’assenza di punti fermi, dalle ripetizioni foniche e dalle riprese semantiche che a volte sembrano persino rimandare a modalità proprie della dizione orale. Dimensione che trova del resto la sua massima forza nel poemetto Aspettando l’inverno (su per la gola del Furlo) – nato come «canto orale», dice in una nota introduttiva lo stesso Piersanti – in cui il richiamo alla natura diviene più pregante, insieme all’evocazione del ciclo di vita e morte, e si accompagna a bozzetti di vita rurale che portano in scena le figure verosimilmente più distanti dai «tempi nuovi» (p. 11), come il pastore o il contadino.

    La presenza pervasiva della natura si dispiega nelle pagine del libro in modo continuo e stratificato, con l’esplicitazione costante dei nomi delle piante e degli animali che popolano il paesaggio delle Marche entro cui è inscritta l’esperienza illustrata dai versi. Qui si rinviene il senso letterale del titolo della raccolta: Nel folto dei sentieri è proprio dove il poeta si cala nella realtà, in un tentativo di assimilazione e scioglimento delle cure della vita di tutti i giorni. Questa tensione finisce per intersecare i diversi piani dell’esistenza, come in Nell’acqua delle terme:

    remota primavera
    fatta eterna,
    nella corsa degli anni
    persa e oscurata,
    ma poi ritorna,
    a tratti,
    e non sai come

    (p. 210)

    Come appare nel passo appena riportato, la natura ha anche una funzione contrastiva e sottolinea, agli occhi del poeta, la finitezza dell’essere umano, già solo con la sua ricchezza, la proliferazione delle forme e dei colori. Una compattissima tessitura cromatica innerva d’altronde tutta la raccolta, sia sul piano referenziale che su quello metaforico («riso bruno», p. 44, «riso biondo», p. 85): la percezione è anzitutto visiva.

    Nel complesso, però, la scrittura appare troppo fioca, dolciastra: incapace di scardinare l’ancoraggio al vissuto personale con il suo dispiegamento uniforme e privo di increspature. Non riesce a spezzare il senso di fatica nemmeno la presenza variata della natura, anzi la sua pervasività finisce per sfociare in un moto di ripetizione. Il camminoNel folto dei sentieri – reali, esistenziali e mnemonici – rimane chiuso all’interno di un perimetro circoscritto, che si rivela invalicabile.

  • 05Lug2015

    Daniele Piccini - Famiglia Cristiana

    Che cosa canta l’urbinate Piersanti nei suoi versi franti eppure sonanti? Il motivo di un Eden riconquistato attraverso il ricordo: le Cesane, le memorie contadine e la stessa vicenda del poeta e del figlio Jacopo, colpito dal male, diventano un nuovo mito, nutrito di fragile grazia.

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  • 05Lug2015

    Franco Manzoni - Corriere della Sera

    Si cammina nei boschi, fra alberi, roveti e densi profumi di erbe selvatiche dell’Appennino marchigiano. E’ una struggente processione solitaria, accompagnata da ricordi, spiritelli e visioni, senza alcuna nostalgia del passato.

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  • 30Giu2015

    Paolo Lagazzi - Quidculturae.com

    Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino “Nel folto dei sentieri” è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un “tempo nuovo” di ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi. Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il “fiume” incessante del reale, e in esso il pulllulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso.

    Subito dopo, tuttavia, il richiamo dei sentieri tra i carpini, le querce o gli ornelli rinasce, il respiro ritrova il suo ritmo, il passo di nuovo s’inarca come un’ultima fitta di eros… Tutto ciò che resta di vero si annida tra le pieghe dei momenti, nel sapore segreto delle occasioni, nel profumo dei fiori, delle foglie e dell’erba, o è una serie di doni, scintille, evocazioni della memoria – evocazioni labili come lucciole fuori stagione o fotogrammi bruciati, eppure ancora capaci di suscitare dal fondo del passato attimi epifanici, colori irripetibili, morbide estati o Natali corruschi, prati azzurri e nevi d’argento, figure insieme evanescenti e immortali, fragili come l’aria e icastiche come sacre icone.

    Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, “Nel folto dei sentieri” è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca “l’Aperto”, il seme immenso del possibile, o afferma che “il tempo non esiste, / va avanti e indietro”, ci soffoca e ci carezza; incerto come un viluppo di brume purgatoriali, sa sempre, miracolosamente, cogliere delle apparizioni vivide, delle immagini salvifiche: una margherita fiorita nel cuore dell’inverno, il rosa “tenace” dei ciclamini vincente sulle voragini del grigio…

    Questo movimento a zigzag non ha tregua. Non c’è un punto d’approdo: la vita è anche morte, ogni bellezza è attorniata da siepi di spine. Il figlio Jacopo ha smarrito la propria grazia infantile, il suo riso “stridulo” inquieta chi lo sente, e se condivide ancora col padre il rito del presepe le sue mani forti si accaniscono a sbriciolare “la terra attaccata / sotto il muschio”… Eppure non ha senso cedere a pensieri disperati: ogni mattina fresca d’aria azzurra invita alla dolcezza dei ricordi, ogni estate “riscalda” il sangue, rinnova gli occhi e le mani. Tutto è meravigliosamente e dolorosamente in bilico: ciò che seduce è anche ciò che condanna: le libellule in settembre sciamano “diafane e fitte”, di continuo esposte alla cattura ingorda dei balestrucci, “ma riprendere il volo / è necessario”…

    Una volta che abbiamo compreso che nessuna certezza ci attende, forse dovremmo solo trovare in noi il coraggio di essere, fino in fondo, leggeri, forse dovremmo solo camminare, abbandonarci: “chi non sa dove andare / meglio cammina, / nel buio che s’annuncia / conviene perdersi, / i sentieri tra i campi sono infiniti, / la fonte sta dovunque / o in nessun luogo”.

     

  • 25Giu2015

    Paolo Lagazzi - La Gazzetta di Parma

    Come molte liriche di Attilio Bertolucci, i versi più belli di Umberto Piersanti sono gli echi, le cadenze, i frutti di un inesausto, vibrante cammino. La vita chiama, non ci si può sottrarre… Anche la nuova raccolta del poeta di Urbino «Nel folto dei sentieri» è un intreccio di gesti, sguardi, respiri tra macchie, radure, forre, calanchi, crinali ancora ardenti di luce, ma minacciati da un «tempo nuovo» di ombre, cose assurde, plastica, metalli, fantasmi.

    Incapace di accettarne le scosse e i sussulti, spesso il protagonista sente il bisogno di sostare osservando ciò che gli appare incomprensibile: il «fiume» incessante del reale, e in esso il pulllulio degli umani, i loro volti, le loro voci, i loro viaggi vuoti, senza senso. Subito dopo, tuttavia, il richiamo dei sentieri tra i carpini, le querce o gli ornelli rinasce, il respiro ritrova il suo ritmo, il passo di nuovo s’inarca come un’ultima fitta di eros… Tutto ciò che resta di vero si annida tra le pieghe dei momenti, nel sapore segreto delle occasioni, nel profumo dei fiori, delle foglie e dell’erba, o è una serie di doni, scintille, evocazioni della memoria – evocazioni labili come lucciole fuori stagione o fotogrammi bruciati, eppure ancora capaci di suscitare dal fondo del passato attimi epifanici, colori irripetibili, morbide estati o Natali corruschi, prati azzurri e nevi d’argento, figure insieme evanescenti e immortali, fragili come l’aria e icastiche come sacre icone.

    Esposto più di qualsiasi altro testo di Piersanti al sentimento dell’indecidibile, perennemente sospeso tra ciò che è e ciò ch’è stato, fra la dura minaccia del nulla e un bisogno inesausto di abbandonarsi alla rêverie, «Nel folto dei sentieri» è un libro ricco di contrasti: stretto, da un lato, dalla morsa del tempo in fuga, dall’altro evoca «l’Aperto», il seme immenso del possibile, o afferma che «il tempo non esiste, / va avanti e indietro», ci soffoca e ci carezza; incerto come un viluppo di brume purgatoriali, sa sempre, miracolosamente, cogliere delle apparizioni vivide, delle immagini salvifiche: una margherita fiorita nel cuore dell’inverno, il rosa «tenace» dei ciclamini vincente sulle voragini del grigio… Questo movimento a zigzag non ha tregua. Non c’è un punto d’approdo: la vita è anche morte, ogni bellezza è attorniata da siepi di spine. Il figlio Jacopo ha smarrito la propria grazia infantile, il suo riso «stridulo» inquieta chi lo sente, e se condivide ancora col padre il rito del presepe le sue mani forti si accaniscono a sbriciolare «la terra attaccata / sotto il muschio»… Eppure non ha senso cedere a pensieri disperati: ogni mattina fresca d’aria azzurra invita alla dolcezza dei ricordi, ogni estate «riscalda» il sangue, rinnova gli occhi e le mani. Tutto è meravigliosamente e dolorosamente in bilico: ciò che seduce è anche ciò che condanna: le libellule in settembre sciamano «diafane e fitte», di continuo esposte alla cattura ingorda dei balestrucci, «ma riprendere il volo / è necessario»… Una volta che abbiamo compreso che nessuna certezza ci attende, forse dovremmo solo trovare in noi il coraggio di essere, fino in fondo, leggeri, forse dovremmo solo camminare, abbandonarci: «chi non sa dove andare / meglio cammina, / nel buio che s’annuncia / conviene perdersi, / i sentieri tra i campi sono infiniti, / la fonte sta dovunque / o in nessun luogo».

  • 09Giu2015

    Andrea Galgano - frontiera di pagine

    I sentieri remoti di Umberto Piersanti

    La nuova raccolta poetica di Umberto Piersanti (1941), Nel folto dei sentieri, edita da Marcos y Marcos, conferma la sua mitografica percezione immaginativa che cadenza radici e sconfina in una panoramica visionaria intensa e suggestiva. È la tela memoriale che cede al sogno, imporpora i luoghi e lo spazio, nomina la realtà con visione e antichità solenne quasi cadenzata e protetta.

    La dimensione temporale acquista, pertanto, un fondo e un folto, come in questo caso, in cui l’incanto, la scoscesa e terribile sua permanenza non si appropria di una remota e perduta affiliazione, ma diventa memoria incandescente in cui, come scrive Alessandro Moscè «[….] le Cesane, gli altipiani a sud di Urbino, le mura cittadine rinascimentali della città ducale del Montefeltro, i fossi, le erbe e il grano scheggiato dai colori dorati, confluiscono nella poetica di Piersanti, che include sempre un tempo remoto che domina la sua valle. Il mondo è animato da storie in cui non si distingue più, volontariamente, la realtà dal sogno, la dimensione per lo più domestica dalla memoria fenomenologica».
    Accostandosi e decentrandosi rispetto alla rigogliosa ferialità di Bertolucci, come dice giustamente Moscè, la poesia di Piersanti concentra la rammemorazione labirintica, da un lato, nelle asperità e nel ricolmo dei paesaggi, dall’altro si avvicina a una dimensione di aperta sospensione e mistero aurorale: «e quella forma immensa / di bruno metallo o altro, / materia che trapassa le nubi / e cielo, verso il quadrante / scuro dove s’arresta l’aria / ed ogni luce ha fine, / come sospesi gli alberi / fermi nel lungo volo, / ma sono vere l’erbe / dentro perfette aiuole / che il compasso disegna / senza terra e radici, / senza linfa e sangue».
    La poesia conosce la maturazione del tempo in tutte le sue forme, l’eco flebile e tenace di luoghi «che nel tempo assumono un rilievo antropomorfico nelle scene descritte, spesso notturne. Il microcosmo struggente non è mai appesantito da una pena, da una sopportazione. Se la vicina, “odiosamata” Recanati si muove intorno a soggetti e oggetti avviluppanti, Piersanti ama la memoria inviolata e ritrovata come spazio e risonanza. Opera su di sé un’aspra immedesimazione che brulica intorno, non solo raffigurata nella vegetazione, ma vagante nella nebbia di un alterno destino. Questa poetica si dipana dunque da una civiltà e dalla sua conservazione» (Alessandro Moscè).
    Questa memoria inviolata diventa il poemetto che matura le pagine, raccoglie l’epica della folgorazione come novità di diario di bordo, dove la genga (l’argilla) racchiude la radura delle colline intorno a Urbino, e la viola d’inverno sgomenta «in questo stesso greppo / stento e scorticato, / un cespo di ciclamini, / il più tenace, riluceva nel gelo / fino a dicembre» e «il dono della nascita permane», scheggiando il non-tempo.
    Esiste una invincibilità sotterranea dell’essere in questi panorami di visione assisi e trasognati, laddove l’esattezza luminosa è uno dei mezzi con cui toccare i lembi della realtà e delle stagioni, come improvvisa e felice intrusione: «lì, nella piana immensa / l’acqua affiora ovunque / tra le canne e l’erba, / nel mais fitto / e uguale passi lento, / nessuno nel cammino, / nemmeno un’ombra, / ma il canto delle rane / invade il cielo / e alla terra lo serra / e lo confonde, / di rado, molto di rado, / la voce dei non umani / è la più forte».
    Ma ecco che la vita che si richiama e si riaffaccia in tutta la sua lucente povertà splendida: «la vita si riaffaccia, / quella umana, / passa una nave lunga, / con le luci, / e suoni e canti / e voci, tante voci, / ma tu non scorgi i volti / e le vicende, / nascoste le loro vite / osservi, anche tu nascosto / e riparato / già dorme al tuo ritorno / nel castello quella tenera / coppia che t’accolto, / lente le ore / passano precise, / dopo la marmellata con il burro / al grande parco scendi / sopra i muri, / tra i meli e le rose / passi e respiri».
    L’impronta colma e irremissibile che tocca le sue vertigini ha cadenze epiche e magia rivelata. Osservazione che partecipa, sfiora la nascosta bellezza del mondo e la sua forza riparata e silente che chiama l’io a comporsi, a destarsi e a dirsi, come scrive Davide Rondoni: «I sentieri conducono tra memoria e futuro in un “aperto” (termine caro ai filosofi delle radure e dei boschi – certo, Heidegger ma qui occorre forse tenersi vicina la Zambrano) in cui la vita ci sgomenta e ridice la propria dura verità. La dice e ridice nell’animale che ghermito dall’aquila, «su per le gole del Furlo», «soffriva sgomento / e moriva in mezzo al cielo». Lo dice la figura del figlio, bloccato in un altro tempo, in sentieri che sembrano non andare da nessuna parte, Jacopo. Lo dicono certe sospensioni analoghe a momenti di grazia delle poesie di Carver, ad esempio, quando i tre, padre madre e figlio così irrefrenabile si fermano un istante intorno a un vaso con dei fiori ed è sera. Il vero della vita, il giusto della vita la poesia lo dice, con voce amara ma piena di incanti, in un Aperto minacciato dall’Assoluto, e in colloquio naturale mai esibito con i poeti che nella lettura del gran mistero della natura hanno messo a fuoco e affinato la loro voce, da Leopardi a Luzi».
    La poesia di Piersanti ha l’incantagione solenne di un tempo maturato, solo apparentemente dissolto nel tempo che precede, forse un punto «dove tutto s’imbianca / e trascolora, / è un vento che non sai / da dove viene / e cancella e porta via / ogni figura, / anche il respiro / di quei forti buoi / che entra dentro l’aria e si dissolve / forse c’è un luogo / dove il vento le posa, / dove rimane incisa / ogni figura, / dove non c’’è gesto / e respiro che si perda, / un luogo che sia sbarrato / il tempo per l’eterno / di carne e d’erbe / lo vorrei impastato, / ma sono solo d’aria / le figure / e solo l’aria il tempo non dissolve» e in cui «la morbida estate / dentro noi resta, occhi e mani / riscalda, / il sangue e il cuore».
    La geografia definita e nominata, la storia che lascia tracce, la memoria come conato d’essere, impiantano i residui originari dell’io nella contemplazione, nella novità, nelle pagine del passato fattesi abbaglio di sipari insostituibili che preannunciano metamorfosi: «ad altri, remoti / anni, questo muschio / lucente ci riporta, / all’età dei padri, / delle teneri madri / tra gli addobbi azzurri / delle feste, / uno ad uno caduti / lungo gli anni, / ora sono ombre / così spesse e vere, / figure dentro il sangue / che trasale».
    La poesia avvicina la frastagliata voce della ferita, le stagioni dissonanti, la scia frantumata del silenzio, in cui la mitezza e la chiarezza del sacro appaiono come limine destinale: «quanta gioia ostinata / dentro ogni bruma, / infanzia tu sei / eterna epifania, / se spesso poi ti punge / con lunga spina / quei fuochi ancora illuminano / la strada».
    E poi la figura del figlio Jacopo che alza la delicatezza stremata della sua presenza lieve, in cui «è senza requie il grido / che attraversa queste stanze / nuove / per te disposte / attorno alla tenera erba / chè ti consoli, / ma neppure la guardi e mai ti distendi […]» e «neanche l’acqua / la più chiara e fonda, / le pieghe non allevia / del tuo viso / così perfetto e disegnato / che il tuo male offende ma non piega».
    Egli è sulla pista e cammina piano «poi corre, si ferma, / barcolla un poco, / segue la brioche / che hai nella mano, / è il suo vessillo unico e imperioso, / più del suo pianto / è il riso che t’inquieta, / stridulo e assurdo / nessuno lo decifra».
    La perdita e l’inaugurazione memoriale si appropriano delle fedeltà alla parola vivente come rivelazione ancestrale (Aspettando l’inverno (su per la gola del Furlo)). Vi è una stanza memoriale segreta e ostinata che non cede, non permane nelle bruciature remote e, ancora una volta, come sospensione lirica di tutta la sua poesia, una estrema epifania che rivela e dischiude: «sì, mi restano / la casa e le figure / nella mia macchia persa / la più lontana, / quell’odore dell’acqua, / di muschio e raganella / verde e bagnato, / l’antico scalzo e biondo / che lento s’incammina / verso le nubi / dopo il ricordo cede, / i fotogrammi tutti / sono bruciati, / ma qualche brano resta […] oggi c’è molta luce / nella macchia, / vengono fuori bisce / al primo raggio, / tra le foglie cammino / intorpidito / come quella lumaca / dentro l’erbe / che il ragazzo toglie / da una scatola buia / e ripenso a quel giorno, / un giorno non come un altro / della vita».
    Tutto il diorama di Piersanti possiede la pienezza elementare, in quanto gioia ombrata di elementi. Sono luoghi decifrati che spaziano, paesaggi e quadri in cui «oggi / in questi prati passo con una donna e un figlio, / un figlio che non guarda / e non t’ascolta, / a queste luci e rami / indifferente / abita una contrada senza erbe e fiori / e non c’è nessun altro nella sua strada / ma lui avverte gli evi i più lontani / il tempo che precede alberi e pietre».
    Lo stupore del mondo, che crepita nelle erbe, permane e induce trasformazioni, si addentra nell’amore sperduto e adolescente («remota primavera / fatta eterna, / nella corsa degli anni / persa e oscurata, / ma poi ritorna, / a tratti, / e non sai come»), scavato nella dissolta fuga degli anni, nella ricerca del volto eterno, il più fragile e fugace incontro lungo il crepuscolo che si spegne e fa trasalire il sangue: «nel buio che s’annuncia / conviene perdersi, / i sentieri tra i campi / sono infiniti, / la fonte sta ovunque / o in nessun luogo / scendono per i greppi / le rane a balzi, / forse non hanno meta / forse è smarrita, / tu le guardi, / pensi / quant’è dolce / perdere la strada».
    Piersanti descrive la sua terra in ogni minuzia lucente e in ogni nomenclatura: la terra appenninica, Urbino, il mare Adriatico rischiarano la loro bellezza interminabile e la loro rigogliosa pienezza. Sono linee di luoghi reinventati e barlumi poematici che spingono arcaicità ancestrali e ritornano alla fonte e dove, le Cesane, luogo-segno vicino a Urbino, riscrivono in ogni istante il loro tempo di stelle rischiarate e mute come tratto di genesi.
    L’io che si confonde nella tonalità delle sue figure (padre-figlio-poeta) viene rappresentato nella descrizione del sogno del cavaliere che recupera la scena di un quadro di Raffaello del 1503-1504, il Sogno del cavaliere.
    Il cavaliere che sogna, addormentato sullo scudo e vegliato da Virtù e Piacere, «sospeso sugli arcioni / s’allontana / in quella strada bianca / e infinita / tra verdissimi colli, / rade case / e d’umani mattoni / le antiche logge» deve affrontare il proprio cammino: è l’uomo-padre-poeta «nell’Aperto che mi cerchia» che riconosce le sue colline che «salgono in fitta cerchia / fino al Petrano» e un cigno, fugace e chiaro, rimane negli occhi sospeso e fermo «su quella riga / che non passa / dove accende la luce / aria e foglie, / e dietro il promontorio / mai s’avvia».
    In quel punto preciso c’è un luogo che attende, come un segnale, la realtà che chiama, come una patria che sta sempre oltre il confine: «ma questa è un’illusione, / la più tenace / che per tante stagioni / t’ha accompagnato, / e sogna il cavaliere / la bianca strada, / un luogo non l’attende, / il suo cammino / un cammino eterno e infinito».

  • 02Giu2015

    Lucilla Niccolini - Corriereadriatico.it

    Il poeta Umberto Piersanti presenta “Nel folto dei sentieri”.
    ANCONA – È forse il poeta marchigiano vivente con il più diretto, viscerale rapporto con la natura. Umberto Piersanti non tradisce la sua poetica, inaugurata nel ’67 con “La breve stagione”, e anzi ce ne dà ora compiuta, emozionante prova con la sua ultima raccolta: “Nel folto dei sentieri” (Marcos y Marcos).
    “Sempre in lotta contro il tempo, in uno scontro forte, ma in un rapporto nuovo con esso. Vuoi un esempio? Per me, mio figlio Jacopo, autistico (“abita una contrada/senza erbe e fiori”), da bambino è stato presenza magica e lontana: come gli sprevengoli narrati da mio nonno. Ora non posso più mitizzarlo, ma lo vivo nella sua fatica quotidiana d’esistere”.

    E delinea tre momenti della sua maturazione: “Il tempo differente”, del ’74: “il tempo della contemplazione e dell’amore, contrapposto alla quotidianità”; vent’anni dopo, nel ’94, ne “I luoghi persi” la memoria torna indietro e si confonde col sogno, in una dimensione magica, che si proietta anche nel romanzo “L’uomo delle Cesane” che pubblica in quello stesso anno. “Il terzo momento è l’eros, che pervade tutte le mie poesie. È forse solo in quest’ultima raccolta che scompare…”.

    Ma restano i profumi e gli odori della campagna e delle colline selvatiche, accanto alle trasparenze del mare Adriatico e al biancore delle rupi del Conero…
“Ma a guardar bene inauguro anche un rapporto con i tempi nuovi, senza contrapposizioni ideologiche col mondo antico: è il tema della prima sezione della raccolta”.

    S’intitola “Il tempo nuovo”. Ma qui la poesia “Viola d’inverno” sembra riferirsi piuttosto a un non-tempo, quello di bambini morti troppo presto: “che senso ha la vita/per chi nella vita dimora/un solo istante?/La fatica del nascere/a che serve?”.
“La risposta è negli ultimi versi: …il dono della nascita/permane”.

    Ma tu sei credente?

    “Per la razionalità, ho difficoltà a credere, ma emotivamente sono portato ad accettare la fede in cui sono nato. Ma vero è che alla trascendenza ho sempre preferito il legame con la terra. Guarda, è più facile trovare una risposta nella poesia Mese di maggio: “il sacro che io temo/e da cui fuggo/…/m’apparve un giorno/così mite e chiaro”.

    

Il tuo continuo pendolarismo tra prosa e narrativa è forse legato a periodi diversi della tua vita?

    “Ci sono tempi che non puoi narrare in poesia, in cui mi viene voglia di narrare in modo più disteso. È una scelta di sguardo sulle cose. Sono due approcci diversi alla scrittura, che pure ho praticato contemporaneamente. A volte la poesia è intrisa di vicende non solo interiori; e la narrazione sa essere piena di momenti lirici: non a caso, i miei autori preferiti sono Proust e Pavese”.

    Consideri questa raccolta come un punto di arrivo o di partenza?

    “Dopo la trilogia da Einaudi – “I luoghi persi”, “Nel tempo che precede”, “L’albero delle nebbie” – segna piuttosto una ripartenza di viandante. E io parto sempre portandomi dietro tutto il mio bagaglio: nessuna cesura, ma stacchi, senza tralasciare mai ciò che è passato. Non ci sono sconvolgimenti nel mio percorso…”.

    “Nel folto dei sentieri”: vi si sente l’odore della contemporaneità. Scriveresti un romanzo sul tempo presente?

    “Preferisco raccontare la mia memoria, ma per confrontarla con questo tempo, di cui parlo, ma senza demonizzarlo: non polemizzo, cerco di capirlo”.

    Cosa delle Marche ha più valore per te?

    “La nostra è una regione laterale, con momenti eccelsi, e una bellezza contenuta e intensa. Ma anche luoghi prorompenti. Sono tanti i luoghi meno celebrati da scoprire! E i marchigiani, appartati e tenaci, hanno semmai il difetto di una ritrosia che sconfina nella negazione delle cose, e che non fa vedere. L’ho molto cantata, questa regione, e difesa: mi sono anche schierato contro l’uscita dei nove comuni del Montefeltro verso la Romagna. Mi sono esposto molto, mi va riconosciuto…”.

    Ma la tua polemica non è mai violenta.


    “Già: dura ma rispettosa, serrata e non violenta. Soprattutto non mi piacciono le sparate inutili. Per questo non sono amato dai superimpegnati! Trovo che la lotta del poeta non è per la polis, ma contro il destino di dolore e la precarietà che accomuna l’essere umano”.

  • 01Giu2015

    Alessandro Moscè - Atelier

    Un viaggio terreno, esistenziale, con punte di magia e visionarietà, contraddistingue l’ultima fase della produzione dell’urbinate: oggi il maggior poeta naturalistico italiano

    Leggi l’articolo completo

  • 22Mag2015

    Isabella Leardini - parcopoesia.it

    E’ da poco uscito per Marcos y Marcos il nuovo libro di poesia di Umberto Piersanti, “Nel  folto dei sentieri”. Dopo la trilogia einaudiana questa nuova opera segna un passo diverso, evidente che anche un autore solido come Piersanti, che di una mitografia personale fortissima e radicata ha fatto la propria cifra, può trovare pur restando riconoscibilissimo nuovi topoi, in un percorso anche narrativo che in questo libro compie alcuni temi aperti nelle opere precedenti, ma soprattutto trova dimensioni nuove.

    La figura di Jacopo diviene protagonista dell’intero libro, e il romanzo familiare si compie, ricompone il nido anche se altrove rispetto alla cesana urbinate e alla casa in fondo al fosso che i lettori avevano imparato a conoscere. Una nuova figura di madre entra nella poesia di Piersanti e l’autore del luogo forse per la prima volta canta gli interni, la natura diventa anche domestica e la coralità che nei libri precedenti era eredità solitaria della memoria in questo diviene un noi vero e proprio, presente e plurale. Resta Piersanti il più leopardiano dei poeti italiani contemporanei, e ancor di più in questo libro addolcisce la natura anche aspra e pungente della sua lingua, per ritrovare una dimensione più interna e verticale. Ultima annotazione: Roberto Galaverni rileva già da alcuni anni la presenza dell’inverno come stagione d’oro della poesia contemporanea. Certo quest’opera di Piersanti confermerà la tesi, perché è proprio l’inverno il tempo di questo libro, il suo colore, con il ricorrere del gelo, della neve, di tutta l’area semantica del freddo. Eppure, come suggeriscono il frequente richiamo al presepe e perfino la dolcezza delle gemme invernali scelte mirabilmente per la copertina, non è una stagione dura, dell’inverno questo libro ha anche il tepore.

    L’autore ha scelto per noi quattro poesie da “Nel folto dei sentieri” Marcos y Marcos 2015
    Nella foto la copertina del libro e Umberto Piersanti ritratto da Dino Ignani

    Natale nella casa nuova

    con  queste mani,
    da sempre disabituate
    alle faccende,
    hai disposto il presepio
    piccolo, ma non tanto,
    sulla stretta, lunga
    cassapanca,
    tutto sassi ed erbe,
    senza strade e mestieri,
    senza gli stagni azzurri
    sotto il vetro
    o dimore lontane
    con i lumi,
    qui affondano i pastori
    dentro il muschio
    e stanno i boscaioli
    tra rocce e querce,
    lente avanzano donne
    con le brocche,
    molto, molto più forte
    rilucono le stelle
    sopra campi remoti
    via dalle case

    da sempre uomini e piante
    e terre e cieli,
    pastori coi canestri
    e re coi doni,
    questa capanna unisce
    e rasserena,
    dentro le nuove stanze
    e i nuovi giorni
    oggi sta il padre
    insieme con la madre
    e a te figlio così
    grande e possente,
    ma ai giorni della nascita
    tornato, dentro
    la tua vicenda
    fatti eterni

    ad altri, remoti
    anni, questo muschio
    lucente ci riporta,
    all’età dei padri,
    delle tenere madri
    tra gli addobbi azzurri
    delle feste,
    ad uno ad uno caduti
    lungo gli anni,
    ora sono ombre
    così spesse e vere,
    figure dentro il sangue
    che trasale

    la terra attaccata
    sotto il muschio
    Jacopo la sbriciola
    e dissolve,
    nel bel verde apre
    squarci e varchi,
    ma tu coi sassi
    riempi tutti i vuoti,
    è più aspro il presepio
    ma permane

    e quelle rocce fitte
    nella panca,
    con le sue luci,
    a sera,
    il pino accende

    Dicembre 2012

    La neve e il fuoco

    tu attraversi padre la bufera
    come l’eroe
    il fuoco dei palazzi,
    la cenere che cade
    e che s’addensa,
    e non un vecchio
    ti grava sulle spalle
    ma il figlio che t’afferra
    e tace e trema,
    sa che la neve
    copre le tue ciglia
    e il gelo ormai ti blocca
    sangue e fiato,
    dal fosso poi risale
    un riso o un grido,
    un’anima ci segue,
    forse è dannata

    ma tu non temi
    le anime ed i vivi,
    il gelo che s’incrosta
    sui capelli,
    i rami che a noi cadono
    d’intorno,
    tu sai dov’è la casa
    e la raggiungi

    l’antico che c’aspetta
    sulla porta,
    il vino e le castagne,
    il fuoco alto

    e tra la neve
    ora ti rivedo,
    immobile sul greppo che sprofonda,
    subito t’incammini
    e vai lontano,
    sorpassi Scotaneto
    e Camorciano,
    le orme più non scorgo
    sul gran bianco,
    ora tu lo sorvoli
    senza sfiorare

    di quella casa padre
    ho nostalgia,
    forse della tormenta
    ma alla tua spalla stretto,
    del fuoco che c’asciuga
    e ci ristora,
    nessuna fiamma s’è mai
    più alta alzata

    Febbraio 2012

    Il sogno del cavaliere

    il cavaliere sogna,
    sereno il volto
    nella soffice erba reclinato
    e dentro il ferro,
    dalle tenere membra
    ormai quetate,
    da quel corpo
    giovane e perfetto
    sospeso sugli arcioni
    s’allontana
    in quella strada bianca
    e infinita
    tra verdissimi colli,
    rade case
    e d’umani mattoni
    le antiche logge

    al cavaliere penso
    mentre sopra le nubi
    e sopra laghi e strade
    passo,
    senza destrieri alati,
    senza ippogrifi,
    e mi trasale il sangue
    in questo Aperto
    che mi cerchia,
    dentro l’immensa sfera
    chiude la penna e il monte,
    ma la gente sonnecchia
    coi giornali
    ciondola sulle tazze
    e sui sedili
    forse perché la meta
    loro la sanno
    quel quadrato d’asfalto
    dove il cielo
    improvviso s’arresta
    tra muri grigi

    ma il cavaliere conosce
    la sua meta?
    sa dove conduce
    la bianca strada?
    la meta, quella
    neppure la sospetto,
    ma le colline sì,
    sono le mie,
    salgono in fitta cerchia
    fino al Petrano

    anche quel cigno
    il più chiaro e fugace,
    tra i ventagli del ginkgo
    colto e spiato,
    mi restò negli occhi
    come sospeso,
    fermo su quella riga
    che non passa
    dove accende la luce
    aria e foglie,
    e dietro il promontorio
    mai s’avvia

    forse dietro quel promontorio
    e quella strada
    c’è un luogo
    che li attende,
    la vera patria,
    quella che sta sempre
    oltre il confine

    ma questa è un’illusione,
    la più tenace
    che per tante stagioni
    t’ha accompagnato,
    e sogna il cavaliere
    la bianca strada,
    un luogo non l’attende,
    il suo cammino
    un cammino eterno
    e infinito

    Ottobre 2012

    Mese di maggio

    nel piccolo oratorio
    dai muri spessi
    sale l’incenso,
    una nuvola bianca
    e il suo profumo
    non è di questa terra,
    ma del cielo,
    un cielo così mite
    e così lieto,
    non lo turba il santo
    alla colonna
    e frecce così nere
    e così fitte
    per il costato scendono
    alle gambe,
    ma il suo volto è sereno
    come l’aria
    che nella tela soffia
    tra nubi rade
    e lontani colli

    è qui, di questa terra,
    io lo conosco,
    anche abile coi sassi
    negli scontri,
    ha la tunica bianca
    e biondi ricci,
    dal quadro dell’altare
    sembra uscito,
    e quel vaso d’argento
    lui lo muove
    con un gesto semplice
    e solenne

    maggio coi suoi odori
    preme alla porta,
    la porta della chiesa
    sempre socchiusa

    in questi giorni le donne
    portano veli
    camminano più lente
    e trasognate,
    le roselline gialle
    su per il muro
    di quell’orto grandissimo
    e sospeso
    un profumo mandano
    tenace
    che il vicolo percorre
    tutto intero,
    entra dentro i portoni
    e li rischiara

    non c’è altra stagione
    dove la notte
    scenda più lunga
    e queta tra le case,
    io gli odori respiro
    all’inferriata,
    dormono le sorelle
    poco distante
    e tutta la famiglia
    ora riposa
    in un tenero sonno
    mai più uguale

    sì, momenti perfetti
    ci sono stati,
    con le foglie e la carne,
    senza quel fumo
    che alla terra non tende
    ma sale in cielo

    il sacro che io temo
    e da cui fuggo
    che nelle cripte oscure
    e tra nere vesti
    spesso dimora,
    m’apparve un giorno
    così mite e chiaro

    Novembre 2012

  • 21Mag2015

    Davide Rondoni - Rivista ClanDestino

    I sentieri personali e universali di Piersanti
    La poesia migliore è quella che ti muove e sgomenta. E che ti va vedere cose sconosciute, e le conosciute in modo nuovo. Di Umberto Piersanti, anche in questa nuova prova, mi convince e mi chiama -se posso dire- in una amicale discepolanza, la forza della visione, la terribilità e l’incanto. E così avviene anche in questo “Nel folto dei sentieri”, pubblicato da Marcos y Marcos, che ha fatto bene a ospitare il libro di Piersanti, ora che la “bianca” ormai troppo pallida Einaudi sembra aver perso in parte la sua grinta.

    Libro di passeggiate e visioni, di “tempo che precede”, le memorie e di “tempo che procede” il senso del fluire inarrestabile delle cose. E al centro le visioni, i fiori nel bicchiere nella inferiate, le valli, gli alberi, il rammemorare che si confonde con il futuro, con il presente…I versi brevi, quasi sempre versi lunghi regolari rfanti, affranti, di Piersanti prendono il lettore fin dalle prime pagine e lo portano in sentieri che a volte diventano labirinti. Chi pensa che questo sia un poeta panoramico e aulico non capisce un tubo. I sentieri conducono tra memoria e futuro in un “Aperto” (termine caro ai filosofi delle radure e dei boschi – certo, Heidegger ma qui occorre forse tenersi vicino la Zambrano) in cui la vita ci sgomenta e ridice la propria dura verità. La dice e ridice nell’animale che ghermito dell’aquila vista “su per le gole del Furlo” che “soffriva sgomento/ e moriva in mezzo al cielo”. Lo dice la figura del figlio, bloccato in un altro tempo, in sentieri che sembrano non andare da nessuna parte, Jacopo. Lo dicono certe sospensioni analoghi a momenti di grazia delle poesie di Carver, ad esempio quando i tre, padre madre e figlio così irrefrenabile si fermano un istante intorno a un vaso con dei fiori ed è sera. Il vero della vita, il giusto della vita la poesia lo dice, con voce amara ma piena di incanti, in un Aperto minacciato dall’Assoluto, e in colloquio naturale mai esibito con i poeti che nella lettura del gran mistero della natura hanno messo a fuoco e affinato la loro voce, da Leopardi a Luzi. Una verità amara, quella di Piersanti, ma non cupa. E piena di incantagioni. E così come nel libro campeggia la luminosa e sofferta, amatissima con sgomento, del figlio, e come nelle pagine si alzano ombre del passato, a volte osservate da una posizione estrema nel tempo con struggenti note, così, in queste stesse pagine, nei medesimi brevi versi dolcemente martellanti, frazioni di lunghi versi narrativi, ci stanno quasi sospiri, forse meno, appare una preghiera o meglio una sua nostalgia. O ancor meno, una memoria di “profumo azzurro” di giacinti. Piersanti è poeta che non evita il morso del presente sociale e personale. Valgono più di mille brutte poesie “civili” le poche righe dedicate a un maratoneta, per stigmatizzare uno dei mali cotemporanei che è la grande distrazione tecnologica. E il suo guardare a volte da un appartato luogo di anni e memorie “il tempo che procede” non è uno sguardo ritirato, ma più esposto e semmai vigile sulle cose e sui fatti. Dei quali nell’ultimo testo Piersanti va a cercare, o meglio vorrebbe andare a cercare, l’aereo coloratissimo, misterioso inizio nell’arcobaleno come in una antichissima e sempre nuova favola. Non sono molti i poeti che oggi conducono il lettore lungo sentieri così personali e universali, dove la biografia personale apre alla comprensione di avventure e sgomenti generali. E pochi poeti oggi hanno una perizia del verso dove brevità, visionarietà lirica e il narrare mondi oppure nuclei minimi di storia vengono offerti con tale viva e continua forza.

  • 20Mag2015

    Enzo D'Andrea - Meloleggo.it

    Quella di Umberto Piersanti è un figura di spicco nel panorama letterario nazionale; la sua poetica svaria ma resta fondamentalmente ancorata all’esistenzialismo novecentesco, filtrato da una particolare sensibilità emotiva, una luce che si illumina di paesaggi che poi passano diretti e pulsanti attraverso la sua penna, in versi che hanno la fluidità dell’acqua di fonte, il candore della neve sui monti, ma anche e soprattutto l’ardore del sentimento genuino.

    Poche ma significative sono le domande che si pone Piersanti. Domande che riportano alla mente il passato, ponendolo in un continuo confronto con la realtà circostante. Tali domande sono il motivo ricorrente delle liriche raccolte nel Folto dei sentieri (ed. Marcos y Marcos).

     

    È il tempo la miglior risposta. Il tempo che sfoca i ricordi e cambia volti suoni e colori, lasciando nomi e immagini libere di essere modellate a piacimento. Il tempo avvicina tutti alla fine, all’ultimo istante che vorremmo mai arrivasse, o almeno vorremmo arrivasse quando avremo ancora il capo alto e l’orgoglio fiero e non il corpo chino di chi è stato vinto, piegato.

    “…forse c’è un luogo dove il vento le posa/ dove rimane incisa ogni figura/ dove non c’è gesto e respiro che si perda/ un luogo che sia sbarrato al tempo per l’eterno…”

    La poesia di Piersanti è un sentiero che si srotola tra campi e valli, fiumi e cielo, campagna e città. In questo svolgersi l’occhio resta rapito da immagini che, vivide e sanguigne come in un fresco dipinto, acquisiscono spessore come per un tocco magico. Perdervisi è un attimo e il tempo si ferma

    “…e lì s’arresta il tempo come nel quadro?/ e cessa lo sgomento per le ore che tregua non concedono al tuo giorno?…”

    ed è sovente la figura del figlio Jacopo a emergere, insieme alle domande perenni del genitore che vede trascorrere l’esistenza e con gli anni emergere interrogativi, timori, affanni.

    Versi semplici, che sanno di vissuto, di odorose verità.

    Versi vaganti, complici di una memoria che non cede. Come sempre, anzi, essa vaga nel tempo che fu, alla ricerca di istanti, immagini, sensazioni felici. Questo vagare muta e assorbe le parole del poeta, i suoi versi diventano un personale diario di bordo, quello del capitano che naviga su acque scure e limacciose con la forza di una viola d’inverno che squarcia le nebbie portando in salvo il ricordo con gran nitidezza.

    In questo alternarsi di quadri e paesaggi, la malinconia fa capolino, ogni tanto:

    “…oggi/ in questi prati passo con una donna e un figlio/ un figlio che non guarda e non t’ascolta/ a queste luci e rami indifferente/ abita una contrada senza erbe e fiori/ e non c’è nessun altro nella sua strada/ ma lui avverte gli evi i più lontani/ il tempo che precede alberi e pietre…”

    È un amore dichiarato, quello per il figlio, ma anche quello per la natura, i paesaggi e le nevi, il cielo e i fiori e gli animali che incontrava lungo la strada.

    “…Sempre ho scelto la terra e non il cielo/ ma quel giorno la terra era in cielo…”

    “…Sempre m’è stata cara la stagione dei ghiacci e delle viole/ dentro i giorni sospesi ci sono nato…”

    I versi di Aspettando l’inverno (su per la gola del Furlo) sono un mondo ancestrale che si risveglia nel tempo odierno. Suoni e figure, sentieri e luoghi che spuntano dietro l’ultima foglia di un albero centenario oppure lungo la scura linea dell’orizzonte dei monti impervi e solitari. Quei versi sono magia, credenza popolare, sogno e pensieri, bellezza e voci surreali. L’umida nebbia cela i contorni, lasciando trasparire solo l’odore gravido della terra bagnata. Gli umori, le palpitazioni di un mondo che è diverso a ogni passo compiuto ti entrano dentro come hanno fatto, per lungo tempo, con l’Autore dei versi.

    Uno struggente canto d’amore, libero e spontaneo, senza calcoli o mire secondarie. Diretto e pungente come il vento in alta quota, tonante sulle creste dei monti ma anche silenzioso ed elegante come la neve che pian piano scende nei boschi.

    La memoria che porta con sé i primi fremiti amorosi.

    La memoria che rimpiange il padre, quelle braccia forti di uomo e le sue mani esperte.

    “…Padre, la tua stagione sento dentro il sangue/ a quel tempo appartengo/ a quei sentieri di sassi bianchi e aspri/ e tu fugavi l’ombre nel cammino/ la tua mano mi guida tra i dirupi…”

    Quel padre ora assente, oggi solo ricordo e dolce richiamo della mente.

    La poesia di Piersanti non è però triste, sconsolata. È giusta. Di quel giusto che si impara solo col tempo, senza rinnegare il passato ma aprendo gli occhi per proseguire il cammino.

    “…Oggi m’aggiro solo nel freddo bianco/ cerco le orme antiche di chi m’ha retto e forte sostenuto/ nel turbine che scende giù al mio fosso/ cerco le ombre che m’hanno guidato/ ma la neve è deserta/ sono lontane…”

    Il viaggio di Piersanti è lungo, è uno sfogliar di pagine di una lunga e immaginaria confessione.

    È il percorso del viandante ignaro eppure speranzoso.

    Il viaggio di “…chi non sa dove andare meglio cammina/ nel buio che s’annuncia conviene perdersi/ i sentieri tra i campi sono infiniti/ la fonte sta dovunque o in nessun luogo…”.

  • 18Mag2015

    Cinzia Demi - altritaliani.net

    L’ultimo libro di poesie dell’autore, appena uscito per Marcos Y Marcos, s’intitola Nel folto dei sentieri. Umberto Piersanti, un poeta che scava dentro i propri luoghi facendo emergere, tanto da toccarle, le proprie radici nel tentativo di ricostruire una propria identità interiore, in una dimensione temporale che non è più solo della memoria ma che diventa, grazie alla presenza sempre più persistente del figlio Jacopo, di un tempo nuovo dove l’adesso è una primavera che stenta ad arrivare.

     

    Umberto Piersanti è nato ad Urbino nel 1941 e nella Università della sua città insegna Sociologia della Letteratura.
    Le sue raccolte poetiche sono La breve stagione (Quaderni di Ad Libitum, Urbino, 1967), Il tempo differente (Sciascia, Caltanissetta- Roma, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, Firenze, 1977), Nascere nel ’40 (Shakespeare and Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986), I luoghi persi (Einaudi, Torino, 1994), Nel tempo che precede (Einaudi, Torino, 2002), L’albero delle nebbie (Einaudi, Torino, 2008) che ha vinto i seguenti premi: Premio Pavese Città di Chieri, Premio San Pellegrino, Premio Giovanni Pascoli, Premio Tronto, Premio Mario Luzi, Premio Alfonso Gatto, Premio Città di Marineo. Nel 1999 per I quaderni del battello ebbro (Porretta Terme, 1999) è uscita l’antologia Per tempi e luoghi curata da Manuel Cohen che ha anche scritto il saggio introduttivo.

    Umberto Piersanti è anche autore di romanzi, tra i quali: L’uomo delle Cesane (Camunia, Milano, 1994), L’estate dell’altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001), Olimpo (Avagliano, 2006), Cupo tempo gentile (Marcos Y Marcos, Milano, 2012); di opere di critica, tra le quali: L’ambigua presenza (Bulzoni, Roma, 1980) e Sul limite d’ombra (Cappelli, Bologna, 1989). Ha curato insieme a Fabio Doplicher l’antologia di poesia italiana del secondo novecento Il pensiero, il corpo (Quaderni di Stilb, Roma, 1986). Ha realizzato un lungometraggio, L’età breve (1969-70), tre film-poemi (Sulle Cesane, 1982, Un’altra estate, Ritorno d’autunno, 1988), e quattro “rappresentazioni visive” su altrettanti poeti per la televisione. Le sue poesie sono apparse sulle principali riviste italiane e straniere come “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, “il verri”, “Poesia”, “Poetry” etc. In Spagna, nel 1989, presso l’editore Los Libros de la Frontera, collana El Bardo, è uscita l’antologia poetica El tiempo diferente (testo italiano a fronte, traduzione di Carlo Frabetti). Un’altra antologia tradotta da Emanuel di Pasquale è stata pubblicata negli Stati Uniti con il titolo Selected Poems 1967-1994 (Gradiva Publications – Stony Brook, New York, 2002). E’ presente anche in numerose antologie italiane e straniere e tra i premi vinti ricordiamo il Camaiore, il Penne, il Caput Gauri, l’Insula Romana, il Mastronardi, il Piccoli, il Frascati. Tre testi filmici L’età breve, Nel dopostoria e Sulle Cesane insieme a numerosi interventi sulla sua opera cinematografica, sono usciti nel volume Cinema e poesia (Cappelli, Bologna, 1985) a cura di Gualtiero De Santi. Attualmente dirige la rivista Pelagos.

    Conosco Umberto Piersanti da diversi anni ormai. Con lui ho riscoperto la bellezza della nostra tradizione lirica, con lui ho imparato ad ascoltare la natura che ci circonda, ad apprezzare ogni singolo fiore o erba – tutti sapientemente nominati nei suoi testi – e a relazionarli col sentire, col momento emozionale a cui si abbinano nel contesto in cui avviene l’accadimento poetico. Passionale e battagliero nelle discussioni politiche e culturali, estremamente convinto dell’importanza e del valore della propria poetica esistenziale, Piersanti è un eccellente oratore e un profondo conoscitore della nostra letteratura in tutti i suoi possibili meandri stilistici e di contenuto. La sua passione per la poesia è contagiosa e non puoi fare a meno di immergerti nella lettura dei suoi libri e di uscirne col cuore gonfio di consapevolezze nuove.

    Tra le altre cose, mi fa piacere ricordare, che la silloge di Umberto Piersanti “I luoghi persi” è stata tradotta in francese da Monique Baccelli per l’editore L’Harmattan e pubblicata con il titolo Les lieux perdus (2014). Riporterò alla fine anche uno dei testi tradotti. Ma, l’ultimo libro di poesie dell’autore, appena uscito per Marcos Y Marcos, s’intitola Nel folto dei sentieri ed è di questo lavoro che mi occuperò nell’articolo.

    Nel folto dei sentieri

    E’ Il sogno del cavaliere – un testo compreso nella sezione Paesaggi e quadri – che potrebbe essere considerato, a giusta ragione, il testo chiave per una possibile lettura interpretativa del libro di Piersanti. L’opera omonima di Raffaello, datata intorno al 1504, propone un richiamo allegorico, tra la grazia delle figure e la chiarità del paesaggio, affrontando una tematica cara alla cultura neoplatonica, componendosi di due figure femminili che vegliano il cavaliere addormentato, riconducibili a Minerva, simbolo delle superiori dignità, e a Venere, simbolo dei piaceri terrestri: il cavaliere dovrà scegliere quale strada seguire tra la prima, un faticoso cammino che porta alla cima di un alto colle, simbolo di elevata e rara virtù, e la seconda, di più felice e serena percorrenza. La perfezione classica, segno di distinzione estetica, etica e interiore dell’uomo, in perfetta integrazione con quella fisica e visibile, è richiamata anche dalla purezza della luce del paesaggio, nel quale prevale una visione emotiva della natura, un sentimento che si traduce in una poetica dove s’intrecciano lirica e mito, e dove potremmo collocare – non mancando di citare anche altri elementi che la compongono – la poesia di Umberto Piersanti.

    In questo testo non sono delineati i contorni del cavaliere che sogna che potrebbe essere il figlio Jacopo, al centro della linea narrativa del libro, con le sue problematiche autistiche che lo separano dal mondo, in un tempo nuovo che il padre-poeta ha deciso di trascorrere accanto a lui e alla madre (testimoniandolo con molti passaggi nella raccolta stessa), figlio che non conosce la sua meta/[non] sa dove conduce la bianca strada… cavaliere che sogna, che non ha un luogo che l’attende e per il quale il suo cammino/ [è] un cammino eterno/e infinito. Ma, il cavaliere, potrebbe essere anche il poeta stesso (l’io poetico è del resto l’altro grande protagonista del libro che spesso si confonde con il figlio o con il padre, e per il quale viene utilizzata la formula del “tu” di montaliana memoria), che in contrasto con la gente [che] sonnecchia/ciondola sulle tazze/e sui sedili e che sa la propria meta, non la conosce affatto mentre: gli trasale il sangue e dice, riconoscendo invece i luoghi amati e familiari, neppure la sospetto(quella meta)/ma le colline sì/sono le mie/salgono in fitta cerchia/fino al Petrano e individua il punto dove accende la luce/aria e foglie e il promontorio dietro al quale si potrebbe illudere di trovare un luogo che lo attende, una vera patria … oltre il confine, l’illusione tenace di un cammino eterno/ e infinito.

    La forza evocativa di questo testo – in cui è racchiusa davvero buona parte della poetica del libro – tiene il confronto tematico e stilistico con alcuni degli autori cardine dell’opera di Piersanti. Pascoli in primis, ma anche Leopardi: il Leopardi delle domande ricomprese in una visione laico-metafisica della vita, e al contempo autore che propone, invece, gli spazi separati della propria vita. L’ermo colle dell’Infinito – caro al poeta e che, insieme alla siepe, esclude lo sguardo dall’orizzonte oltre il quale egli si immagina esistano spazi, silenzi, quiete… – non può non essere il promontorio di Piersanti, dietro al quale potrebbe trovarsi una vera patria. La visione fiabesca del cavaliere che deve scegliere tra la via facile o meno, su come affrontare il proprio cammino immerso tra colline di luce in un andirivieni di memorie e futuro; il colle-promontorio leopardiano che separa l’uomo dalla vita; il figlio inconsapevole e separato egli stesso dallo spazio del mondo; il poeta che arranca tra i sentieri delle Cesane e percorre le spiagge di un nuovo tempo che lo accoglie e che ha scelto di vivere, ma che non sa a cosa lo porterà; la natura materna e accogliente che panteisticamente conforta in brecce pascoliane o d’annunziane – per certi versi – l’autore, sono gli elementi che ritroviamo nel testo, sviscerati poi nelle tonalità più sfumate delle descrizioni dei luoghi e del vissuto dei sentimenti, che attraversano tutto il nuovo libro di Piersanti.

    L’atmosfera in cui immediatamente, già dalle prime pagine del libro, si viene circondati dalla lettura dei versi è avvolgente. Un’ondata di profumi e colori palpabili al tatto, anche se vissuti con altri sensi, stordisce il lettore che fa fatica ad abbandonare quelle parole che non sono solo parole significanti. Sono fiori, alberi, arbusti, sentieri, brezze, percorsi, rocce, prati, mare. E’ la natura tutta che viene incontro e propone di essere partecipi di un unico uni-verso. Ed è così che inizia Piersanti, andando a ricostruire nella memoria e con i suoi versi un luogo ideale-reale che diventa l’eden del proprio pensiero, chiedendosi: chissà se ognuno porta nella mente/il suo giardino chiaro e luminoso/se c’è chi ne fa a meno/nel cammino quasi a sottolineare la necessità di una dimensione di interspazio vivibile solo con la natura, che diventa correlativo oggettivo di tutta l’arte del poeta: una viola d’inverno non può stare nel presepe se pure rallegra perché fa pensare alla primavera che cova sotto la neve; un viburno rallegra di foglie la neve in un bosco nero sopra il mare, dove Jacopo scompare e poi ricompare immobile e sospeso, circondato da un’acqua che non bagna, luogo di pastori, luogo di Madìo – il vecchio nonno, già protagonista di molti testi in altri libri dell’autore – e della sua voce lontana; il mughetto che evoca ombre di boschi lontani e ragazze in antiche vesti cantate dal poeta in giovane età; e il fiordaliso e il tulipano; e i narcisi e le giunchiglie e il mare di Sicilia con i suoi miti là, dove Jacopo afferrato da una forza nera, scelto e devastato con gli occhi verdi diventa figlio fatto/ormai padre – ricordando il Caproni del Muro della terra nella poesia dedicata al figlio: diventa mio padre, portami/per la mano/dov’è diretto sicuro/il tuo passo d’Irlanda – .
    Di Caproni c’è un altro punto del libro che ricorda, invece, la poesia Il fischio (parla il Guardiacaccia) dove il fischio diventa un canto che attrae fuori, al pericolo, il poeta che pensa che il pericolo e il dolore siano invece dentro, accanto al fuoco: e quel canto rammento/il più lontano/che nel bosco c’invita/via dal fuoco,/dal dolore/che sempre/c’accompagna.
    E’ lo stesso Piersanti a dichiarare da sempre, comunque, che l’ossessione della nomenklatura, il bisogno di chiamare piante e animali con il loro nome specifico, gli vengono da Pascoli. E Pascoli è, infatti, un autore che torna insistentemente nelle pieghe dei testi dove troviamo tratti ad esempio del Gelsomino notturno quali: il viburno o il lume/là in fondo alla finestra/la casa dentro il bianco; o tratti del X Agosto dove l’aquila diventa per analogia la rondine: i piccoli l’aspettano arruffati… quell’animale soffriva sgomento/e moriva in mezzo al cielo/così azzurro, già mutato in nuvole nere,/dall’altra parte quelli in attesa del cibo.

    Ma, è l’ambientazione che ha sempre caratterizzato la poesia di Piersanti, e che tuttora la caratterizza, anche in quest’ultimo libro dove le Cesane, luogo montano, tra il boschivo e il rupestre, vicino a Urbino, vengono ogni volta rivisitate e reinventate in modo diverso. In questi luoghi, che diventano i luoghi antropologici per eccellenza della poesia, spesso s’incontra, nella narrazione poetica o poematica, un pastore, personaggio mitico e arcaico, frutto di elaborazione culturale e letteraria. Ecco, quando dallo scavo del poeta dentro i propri luoghi emergono, tanto da toccarle, le proprie radici si può dire che il tentativo di ricostruire una propria identità, non fisica ma interiore, è riuscito.
    A questo dobbiamo aggiungere la dimensione del tempo che diventa quello della memoria ma anche, con sempre maggiore insistenza, quello del qui e ora per l’aggiungersi della presenza di Jacopo, il figlio dell’autore, di cui abbiamo già accennato: i suoi non luoghi, le sue assenze, i suoi mutismi, gli scatti improvvisi d’ira o d’ilarità, quel vivere in mondo tutto suo dove nessuno può entrare, diventano – specie nell’ultima sezione dal titolo Ore e giorni – il tempo nuovo l’adesso, vissuto, come dicevo sopra, accanto a lui e alla giovane madre Annie. Ma è, infine, un tempo che fa fatica a diventare primavera quello che sente di vivere l’autore: remota primavera/fatta eterna,/nella corsa degli anni/persa e oscurata,/ma poi ritorna,/a tratti/e non sai come… un tempo dove l’affacciarsi presto alla finestra, lo spalancare persiane non porta a governarlo il tempo, ad arrestarlo, a portarlo indietro come si vuole, a inseguire un tronco che cade, a dimenticare ciò che più appassiona: adesso (dice il poeta-pastore-uomo) non hai pecore/o fatiche,/adesso per i campi/lo puoi cercare,/quel tronco dove cade/lo puoi trovare//ma alla finestra resti,/solo a guardare,/i molti libri pesano,/i molti anni.

    Un libro, forse il più bello e intenso di Piersanti, dove s’incontrano il respiro e il passo del poeta che ci accompagnano in quel folto di sentieri della sua vita, presentandoci la sua terra antica e la sua terra nuova, il suo passato e il suo presente e il timore di una distanza incolmabile tra i tempi, per se e per quel figlio che abita una contrada/senza erbe e fiori.

    Alcuni testi da: Nel folto dei sentieri

    Incontro

    il crepuscolo lungo
    che si spegne,
    dall’erbe e dalle macchie
    fitte più di formiche
    in processione
    le rane nella strada
    e contro i vetri,
    sul cofano aggrappate
    con rauchi gridi

    ma non c’era un torrente
    tutt’intorno,
    neanche un fosso
    il più scavato e perso,
    non era quel cammino
    così assurdo e irreale
    e senza meta?

    ma tacevano i lunghi
    campi e freddi,
    ottobre li bagnava
    con la sua brina,
    solo un grillo tenace
    nel trifoglio
    lo stanco canto
    oppone
    al primo gelo

    chi non sa dove andare
    meglio cammina,
    nel buio s’annuncia
    conviene perdersi,
    i sentieri tra i campi
    sono infiniti,
    la fonte sta dovunque
    o in nessun luogo


    scendono per i greppi
    le rane a balzi,
    forse non hanno meta
    forse è smarrita,
    tu le guardi,
    pensi
    quant’è dolce
    perdere la strada

    Maggio 2013

    *****

    Sotto il Conero

    passano figure trasognate
    lente dentro il crepuscolo
    d’ottobre,
    autunno annebbia
    gesti e passi,
    li trascolora,
    i gabbiani alti in cielo
    come sospesi,
    sospesi anche in cima
    all’onde lievi,
    la Montagna è là,
    in fondo all’acqua grigie,
    i suoi gironi debbono scalare,
    il Purgatorio è altissimo
    e sospeso,
    pazienza e calma ci vuole
    per salire

    la verga d’oro al fianco
    si distende,
    per campi immensi
    scende fino al mare,
    un brandello d’estate
    che resiste,
    tenace
    nella bruma che l’avvolge

    *****

    Un giorno non come un altro della vita

    salgono per greppi
    e sui costoni
    mai così fitti
    e alti e luminosi
    i papaveri rossi,
    t’entrano nella macchina
    come lampi,
    trapassano vetri
    e specchi
    s’intrecciano sugli occhi
    e tra le mani,
    ebbra la corsa
    dentro quel rosso smisurato,
    no, ancora non lo sai,
    fugge l’ultimo anno
    giovane e felice

    e venne il giorno cupo,
    un giorno non come un altro
    della vita,
    e la spagnara limpida
    e compatta
    quell’azzurro lieve
    come l’aria
    scomparve nelle tenebre
    oscurata,
    e s’oscurarono i cieli
    e tutti i campi
    anche il verdone perse
    il suo colore
    e nero lo stridio
    nere l’erbe,
    nel nero che t’avvolge
    e che ti schianta
    le tempie fatte cupe
    come il respiro

    come nella pellicola
    che arde e brucia
    i fotogrammi tutt’attorno,
    mutilata la salvano
    le forbici,
    in cenere si spengono
    le ore che quel giorno
    cerchiano, il più cupo

    sì, mi restano
    la casa e le figure
    nella mia macchia persa
    la più lontana,
    quell’odore dell’acqua,
    di muschio e raganella
    verde e bagnato,
    l’antico scalzo e biondo
    che lento s’incammina
    verso le nubi

    dopo il ricordo cede,
    i fotogrammi tutti
    sono bruciati,
    ma qualche brano resta,
    scendi per l’aspra piana
    scordi compagni e prati,
    e tu e la donna entrate
    soli dentro quel mare
    vuoto, così remoto
    e gli spini dei ricci
    nella carne
    la corsa non arrestano,
    felice

    oggi c’è molta luce
    nella macchia,
    vengono fuori bisce
    al primo raggio,
    tra le foglie cammino
    intorpidito
    come quella lumaca
    dentro l’erbe
    che il ragazzo toglie
    da una scatola buia

    e ripenso a quel giorno,
    un giorno non come un altro
    della vita.


    luglio 2010

    *****

    Anemoni

    nati prima delle gran neve
    nel preludio accecante
    dell’avvento,
    mai torneranno i cieli
    così chiari
    come nei giorni
    che ogni nascita annunciano
    e fioritura immensa,
    luce breve e assoluta
    che nera nube spegne
    scesa dal Catria
    con i neri venti,
    siete anemoni gli stessi
    dalla neve coperti
    e dentro il gelo soffocati
    e spenti,
    voi dagli steli gracili
    ma tenaci, tenaci
    più d’ogni ceppo o tronco,
    o altri, fratelli vostri
    dalle vostre spoglie nati,
    che nella genga un poco grigia
    e un poco chiara
    presso il ginepro spoglio
    colore dell’inverno,
    questo tiepido marzo che declina
    del vostro rosso-viola
    illuminate?

    un giorno, nella casa di pietra,
    dentro il bicchiere
    chiaro all’inferriata
    una ragazza intreccia
    i lunghi steli,
    guarda lieto colui
    che lento avanza
chiuso nella mantella
    per il vento
    che dal pruno
    alza fiori bianchi

    padre, la tua stagione
    sento dentro il sangue,
    a quel tempo appartengo,
    a quei sentieri
    di sassi bianchi e aspri
    e tu fugavi l’ombre
    nel cammino,
    la tua mano mi guida
    tra i dirupi

    ora, giù per i fossi
    l’acqua è chiara
    come nei giorni
    più remoti
    e persi,
    ma l’ombra che mi cerchia
    e che m’acceca
    non c’è più la tua mano
    che la dissolva

    gracile primavera
    scendi ai miei campi,
    così alti e freddi
    e ai venti esposti,
    la tua fatica compi
    eterna e queta,
    e questo sa l’anemone
    che sempre una gelata
    crosta infrange e spezza

    di febbraio e di marzo
    sono i miei fiori
    tenaci com’è tenace
    il gelo dentro l’aria
    – essere come loro
    lo tento invano –
    la violaciocca spezza la muraglia
    gli anemoni e le viole
    escono al sole,
    c’è chi resta nel buio,
    dentro la terra


    marzo 2011

    *****

    Antica foto

    un anno, hai un solo anno
    nel seggiolino di vimini
    seduto e assorto
    con le mani intrecciate
    e gli occhi bassi,
    ah, potere rientrare
    dentro la foto, risentire
    il sangue e le figure,
    no, non così grigio
    il muro lo ricordo
    ma di bocche di lupo
    cosparso e acceso,
    le viole tutt’attorno
    al grande pino,
    il bosso che profuma
    verde e amaro,
    l’infanzia è la stagione
    dei colori
    dentro le vene t’entrano
    confusi,
    dinnanzi agli occhi
    ardono assoluti

    sei nato dentro il freddo
    e tra la neve,
    quando ricade
    e copre i favagelli
    e gli anemoni piega
    sotto il bianco,
    l’inquieta primavera
    dentro la terra s’agita
    e nel sangue
    e mai come in quell’anno
    cadde la neve
    e tu quel bianco, assorto
    guardi dai vetri
    e vuoi che non finisca,
    che tutto copra,
    c’è il fuoco nel camino
    e la polenta
    e dentro il letto
    avrai la brace accanto,
    quello di Camorciano
    fa il bersagliere,
    la terra dove combatte
    è tutta neve,
    alta più d’una casa
    ma tutta nera
    per il fumo e gli scoppi
    di quegli altri,
    spara con la mitraglia
    contro i carri,
    disperso è quel soldato
    che non ritrovi
    dalla neve coperto
    e poi dissolto

    magari per un giorno
    è ritornato tuo padre
    dalla terra che si vede
    quando non c’è una striscia
    dentro il cielo,
    uno straccio di nube
    bianco o scuro,
    dalla Cesana alta
    o dal campanile,
    dicono ch’è una terra
    tutta sassi
    con buche grandi
    come l’orto,
    lì i ribelli lo aspettano
    che passi

    dopo lui va nell’orto
    per l’insalata
    e io gli vado dietro
    tra la gran neve,
    tira fuori i ceppi
    verdi e molli,
    ho i piedi che mi gelano
    bagnati
    e lui mi prende in braccio
    con una mano,
    con l’altra tiene stretta
    l’insalata

    erano giorni scuri,
    scure neve e sabbia
    e scuri i monti
    dove gli uomini muoiono
    andati al fronte,
    scuro anche il cielo
    che la sirena annuncia,
    l’infanzia altro corso
    segue della storia,
    mai come allora
    accesi sono i colori,
    e tulipani rossi
    lungo i fossi,
    giunchiglie a branchi
    per tutti i greppi
    quelle bocche di lupo
    che tu raccogli
    padre per me salito
    con lunga scala
    sulla muraglia

    tra inverno e primavera
    sono nato,
    sempre mi porto dentro
    l’erbe e i fiori
    che la neve sempre
    tronca e spezza,
    e poi loro tenaci
    tornano fuori
    tra le crepe gelate
    dalla terra

    e quel canto rammento
    il più lontano
    che nel bosco c’invita
    via dal fuoco,
    dal dolore
    che sempre
    ci accompagna


    marzo 2011

    *****

    Un testo dalla raccolta Les lieux perdus in francese e italiano
    (I luoghi persi)

    L’île

    Te rappelles-tu le myrte, dru dans les fourrés,
    très blanc, odorant, descendant par les pentes
    jusqu’à cette mer? et les chèvres
    têtues broutant le thym, l’énigme
    du regard qui se pose
    partout, toujours absent?
    je ne connais plus le lieu de l’embarquement
    comment nous montâmes dans le bateau
    quelles étaient les papiers pour le voyage.
    Tu descendais altière par le sentier poudreux
    antique comme les jeunes filles
    qui portèrent le ligne aux fontaines
    ta chair était brune comme la leur.
    Arrêtés dans la clairière où le vent
    a desséché et dispersé les romarins
    nous pourrions les voir si nous attendions
    sans bouger près des euphorbes,
    quand tombe la nuit
    elles vont è la belle fontaine des aneths
    là elles jouent dans l’eau parmi les herbes
    jamais on n’entendit un pleur
    elles sont heureuses.
    Toi tu étais comme elles, une fois seulement
    quand tu sortis de la mer, tu l’es assise
    sur les marches du temple, una ombre è peine
    de douleur traversa ton visage
    Je sus ainsi qu’était fini le temps,
    et que parmi les diuex on ne vit
    qu’un seul jour.
    Et nous reprîmes la mer,
    routes normales.
    Quelqu’un d’autre s’embarque, attend son tour
    et l’île ne s’enforce pas
    comme je voudrais.

    (Janvier 1990)

    L’isola

    Ricordi il mirto, fitto tra le boscaglie
    bianchissimo e odoroso, scendere per i dirupi
    sopra quel mare? e le capre
    tenaci brucare il timo, l’enigma
    dello sguardo che si posa
    dovunque e sempre assente?
    più non so il luogo dell’imbarco
    come salimmo nel battello
    quali erano le carte per il viaggio.
    Scendevi alta per lo stradino polveroso
    antica come le ragazze
    che portarono i panni alle fontane
    la tua carne era buona come la loro.
    Férmati nella radura dove il vento
    ha disseccato e sparso i rosmarini
    qui potremmo vederle se aspettiamo
    immobili alle euforbie quando imbruna
    vanno alla bella fonte degli aneti
    giocano lì nell’acqua e tra le erbe
    e mai s’è udito un pianto
    sono felici.
    Tu eri come loro, solo una volta
    quando uscivi dal mare, ti sei seduta
    nei giardini del tempio, un’ombra appena
    trascorse di dolore nella faccia.
    Seppi così che il tempo era finito
    che tra gli dei si vive
    un giorno solo.
    E riprendemmo il mare
    normali rotte.
    Qualcun altro s’imbarca, attende il turno
    né l’isola sprofonda
    come vorrei

    Gennaio 1990

    *****

    Cinzia Demi
    Bologna, 17 maggio 2015

  • 10Apr2015

    Nicola Bultrini - Iltempo.it

    Nel folto dei sentieri, camminando nel tempo.

    Un diario sulla rotta persa nel rallentare dell’età.

    “Al tempo che m’incalza / e che m’assedia / s’oppongono tenaci le parole”, dichiara Umberto Piersanti, nella sua ultima raccolta di versi, “Nel folto dei sentieri” (Marcos  Y Marcos). Voce di rara consistenza ed energia, Piersanti prosegue il suo cammino nel “tempo che procede”, annotando come in un diario, la rotta che sembra persa del “tempo che precede”. Ma anche “nell’età che rallenta/ il passo e il gesto”, la voce si innamora dell’ “eterno, scontato, stupendo passo delle stagioni”.

    Da decenni il poeta ha introdotto il lettore in un suo mondo reale e trasognato, che ormai appartiene all’immaginario del pubblico di poesia; Jacopo, Urbino, le Cesane, la costa adriatica, chiamando per nome ogni pietra, pianta, scoglio, con un’esattezza luminosa. “Nel bosco dei pensieri” è fortissimo i richiamo della storia, perché “tenace è la memoria / che s’ostina, / tenace a dare un senso / ad ogni cosa”.  Ma “la rapina dei giorni”, irrompe nel “tempo nuovo”, quando  “molto di rado, / la voce dei non umani / è la più forte”. E allora “chissà se ognuno porta (ancora) nella mente / il suo giardino chiaro e luminoso”.