Natura infedele

Archivio rassegna stampa

  • 29Mar2009

    Bruno Arpaia - Il Sole 24 Ore

    E’ un dolore intenso e scarno, quello che la saragozzana Cristina Grande deposita con delicatezza nel suo primo (breve) romanzo…

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  • 14Mar2009
  • 08Mar2009

    Alessandra Iadicicco - Famiglia Cristiana

    Saran pure gemelle ma che diversità! Le tratteggia con maestria Cristina Grande.

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  • 04Mar2009

    Laura Pezzino - Vanity Fair

    Natura infedele della spagnola Cristina Grande laggiù è stato la rivelazione narrativa del 2008.

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  • 01Mar2009
  • 16Feb2009

    Valeria Perrella - Grazia

    Ha il respiro del romanzo breve europeo e la magia del grande romanzo latinoamericano, questo libro di Cristina Grande, fotografa spagnola alla prova letteraria.

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  • 06Feb2009

    Brunella Schisa - Il Venerdì

    Renata è alta, Maria è bassa. Sono gemelle eterozigote, quindi non si assomigliano per niente. E forse per questo si tengono alla larga l’una dall’altra.

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  • 02Gen2009

    Lucia Ravera - Mangialibri

    Renata e Maria sono sorelle gemelle, ma non hanno nulla in comune, a parte una madre bizzarra, a tratti volitiva, altri apparentemente anaffettiva, in ogni caso, fieramente indipendente. E’ lei che ha dato il nome alle figlie: Renata come la Tebaldi, il suo idolo, Maria non come la Callas, che le è sempre stata antipatica, ma come la nonna. Renata è per natura infedele.

    Questa è la sua dannazione. Passa di letto in letto, portandosi appresso una noia mortale, in cerca forse del grande amore. Poi, quando finalmente lo trova, la maledizione della carne ritorna e, spietata, la punisce, costringendola alla perdizione della solitudine. Maria ha un altro genere di dipendenza. Non fa sesso, in compenso si droga. Eroina e coca, di preferenza. Un giorno, però, stupisce tutti con effetti speciali. Si disintossica, si fidanza, partorisce una bambina. Il punto è che in qualche angolo del suo corpo aleggia un inquietante senso di astinenza e gli effetti di questo innominabile vuoto diventano in un attimo tragicamente collaterali. Intanto la madre, rimasta vedova all’improvviso, pensa al modo per rimettersi in piedi e per farlo è disposta ad attraversare mezza Spagna, dalla montagna da cui è scesa per sposarsi all’Aragona di Epila e Saragozza, dove trotta e mette radici insieme alla sue due ragazze. Lei, non è tipo da lasciarsi correre la vita addosso. Agisce. Ora, dopo la chiusura definitiva della pasticceria ereditata dal marito, vuole aprire un’erboristeria. A costo di rovesciare il mondo. E ce la fa… 
…Ed è l’unica, a onor del vero, a farcela sul serio e ad avere le idee chiare in tutta questa storia che, tinteggiata di umorismo e spennellata qua e là di cinismo non esplicitamente dichiarato, ci racconta i drammi di una famiglia qualunque e, senza addentrarsi troppo, fa emergere la difficoltà di comunicare tra le protagoniste. Il punto di vista registrato è quello di Renata, alla quale spetta ricostruire, in un flusso di ricordi frammentari e casuali, un mosaico complesso. Le premesse delle prime pagine, in cui gli uomini, pure presenti, vengono messi in sordina, sembrano tratteggiare un romanzo dal sapore “matriarcale”. Ci aspettiamo, da un momento all’altro, qualche vagito di quel tipico “riscatto al femminile”, che proprio nei momenti più cupi sa fare la differenza anche nella letteratura. Penso in un lampo alla Etxebarria, conterranea della “Nostra”, e alle sue eroine perennemente in bilico, armate di coraggio e di autoironia… Cristina Grande ha scelto per noi una strada differente e ci ha allestito uno spettacolo di tutt’altro tenore: il declino della volontà, atterrata da un inedito spleen in versione spagnoleggiante. Renata e Maria, alla fine, non sono altro che vittime di se stesse e la forza per entrare nella vita a occhi aperti, ahimè, non riusciranno a trovarla. Non in questo libro. Nonostante le buone intenzioni abbozzate nella penultima riga e le promesse fatte nelle ultime tre, in quarta di copertina.