Mille cretini

Archivio rassegna stampa

  • 26Ott2017

    Francesco Feola - francescofeola.wordpress.com

    “Ne senti il richiamo la sera prima di andare a letto, nei momenti “morti” della giornata o in una uggiosa domenica mattina, quando lasciare il tepore del letto è ancora più difficile del solito…”

    Riflessivo e a volte spietato nella prima parte, esilarante, caustico (termine usato non a caso nella terza di copertina per descrivere le sue trasmissioni televisive) e dissacrante nella seconda.

     

    Con Mille cretini (Marcos y Marcos, 2013; titolo originale Mil cretins) lo scrittore catalano Quim Monzó ci ha regalato una raccolta di racconti brevi che nella seconda parte si fanno brevissimi, proprio il genere di racconti che fa per me. Non come I quarantanove racconti di Hemingway, meravigliosi ma a volte interminabili e più al limite tra il racconto lungo e il romanzo breve. I racconti di Monzó li leggi ciascuno in una sola volta, al massimo in due quelli più lunghi, ma più spesso riesci a leggerne anche più d’uno alla volta (quelli della seconda parte vengono via uno dietro l’altro!) Ne senti il richiamo, quasi il bisogno, la sera prima di andare a letto, nei momenti “morti” della giornata (vedi quando sei al bagno) o in una uggiosa domenica mattina, quando lasciare il tepore del letto è ancora più difficile del solito, ma con la compagnia di questo volumetto è tutta un’altra storia!

    “Non che mi trovi male con lei, né tanto meno desideri che muoia. Per niente. Ma non fosse stato che doveva morire, non sarei mai andato a viverci insieme, e tanto meno l’avrei sposata.” [pp. 32-33]

    Su tutti mi è piaciuto il racconto L’elogio nel quale uno scrittore emergente passa dall’adorazione ai limiti dello stalking per l’affermato scrittore e docente universitario Daniel Broto fino al totale disprezzo per lo stesso, che culmina in una recensione al vetriolo del giovane (ormai affermato anche grazie a un elogio del suo ex idolo) sull’ultimo romanzo di Broto, reo solo di aver procrastinato una telefonata al suo ex ammiratore (una vicenda che mi ha ricordato molto quella di due artisti italiani del Cinquecento, Michelangelo Buonarroti e il suo prima irriducibile ammiratore e poi acerrimo detrattore Baccio Bandinelli, come racconta Giorgio Vasari).

    Sorprendente, poi, la perfetta imitazione dell’assenza di logica nei sogni trasposta magistralmente nella prosa del racconto Due sogni, e altrettanto incredibile come Monzó abbia reso avvincente la noia in Guardo alla finestra, dove appunto il protagonista non fa altro che guardare per ore e ore, anzi per pagine e pagine, dalla finestra del suo appartamento.La prima parte si apre e si chiude con il tema degli anziani nelle case di riposo e il relativo dramma dei figli: da Il signor Beneset che riceve la visita di suo figlio e che, con estrema naturalezza, pur conservando la sua virilità anche nella vecchiaia, si veste da donna, forse per non fare sentire l’assenza della madre al figlio, che con altrettanta naturalezza contempla la vestizione; a L’arrivo della primavera, in cui la voglia di morire dei genitori chiusi in un ospizio insieme a «tutti questi vecchi, a questi mille cretini che vivono qui» (p. 90), come dice la mamma, alla fine sembra diventare anche il proposito del figlio per liberarli dalle sofferenze della loro malconcia vecchiaia. Ma alla fine, dopo aver escogitato mille modi per porre fine alle esistenze dei due anziani, nessuno dei tre ha davvero il coraggio di andare fino in fondo, non fosse altro che è ancora inverno, e la primavera è ancora lontana…

    “La questione è tutta qui: non introdurre mai note dissonanti; essere grigio nel grigiore, non spiccare tra quelli che non spiccano.” [p. 131]

    La seconda parte si leggerebbe tutta d’un fiato, non fosse per gli impegni quotidiani che ci tengono occupati (lavoro, studio, relazioni sociali, ecc.) Una Madonna che oppone un secco no all’incredulo arcangelo Gabriele (Il sangue del mese venturo), uno scrittore costretto suo malgrado a scrivere un racconto brevissimo, lui che riesce a scrivere con facilità anche centinaia di pagine sul nulla (Trenta righe), per non parlare del principe azzurro che, non riuscendo a svegliare la sua principessa con un semplice bacio, passa a ben altri baci fino a possederla più volte, ma la bella continua a essere addormentata (Una notte).

    Una galleria di personaggi inverosimili, su tutti quello che sposa la sua ex solo perché viene a scoprire che è malata e dovrà morire, prima o poi (L’amore è eterno, prima parte). Personaggi dall’evanescente consistenza fisica e con un lavoro generico, ma che si caratterizzano con sorprendente prepotenza attraverso i loro cervellotici ragionamenti, nei quali ci impantaniamo incuriositi e travolti fino a condividerli o quanto meno a comprenderli e giustificarli, riconoscendoli con un atto di pudica autoconfessione affini ai nostri. Personaggi che, proprio per la loro assurdità, sono più reali e credibili che mai!

    Monzó è considerato tra i più grandi scrittori degli ultimi decenni (sempre dalla terza di copertina), e addirittura tra i massimi scrittori viventi, com’è stato detto su The Guardian (e come ci fa accorti la quarta di copertina). Non so esprimermi al riguardo, anche perché trovo riduttivo e controproducente idolatrare o mitizzare chiunque, scrittori compresi (si rischia di fare la stessa fine del giovane esordiente di cui sopra). Però, sicuramente, Mille cretini di Quim Monzó mi è piaciuto molto, forse moltissimo!

    Piccola nota a margine: appassionato della lingua, della letteratura e della cultura catalana (rappresentata proprio da Monzó, nato a Barcellona, alla Fiera di Francoforte del 2007, con una prolusione in forma di racconto per festeggiare la sua Catalogna, in quell’anno Paese – sic! – ospite d’onore), leggendo la versione italiana ho provato a immaginare la veste linguistica originale, e solo in questo modo si comprendono meglio alcune scelte, che a prima vista potrebbero far storcere il naso, della traduttrice Gina Maneri, che credo abbia semplicemente voluto, certo in alcuni tratti forzando un po’ la mano, riprodurre l’andamento della lingua di Pere Calders.

  • 15Lug2013

    Michele Bertinotti - elaleph.it

    Il più grande fascino del romanzo è la sua libertà, e in ultima istanza il lusso di potersi permettere la lentezza. Il narratore può portarsi a spasso un personaggio per venti pagine o soffermarsi per trenta o quaranta righe sulla descrizione di un dettaglio. Il romanzo gode di un respiro ampio.

    Il racconto naturalmente non può permettersi tutto questo. Chi scrive racconti deve dosare con sapienza tempi e ritmi della narrazione, puntare dritto al punto quando serve e, possibilmente, colpire nel segno. Chi sceglie la forma breve può concedersi la lentezza soltanto se alla fine viene premiata da una trovata efficace o se riesce a diluire in essa il senso di una storia. Si può dire che il racconto abbia il fiato corto. Alcuni brani di Quim Monzó, scrittore catalano apprezzatissimo in patria, rispettano davvero le caratteristiche migliori del racconto. Tanto che la raccolta Mille cretini, uscita pochi mesi fa per Marcos y Marcos, potrebbe essere brutalmente letta come un manuale di tecnica narrativa.
C’è il crescendo di Sabato, la storia di una donna che inizia a liberarsi ossessivamente di tutto ciò che riguarda il marito – vestiti, vecchie foto – finché la sua follia si estende a tutta la casa – mobili, lampadari, persino piastrelle; l’abilità nel piazzare un picco narrativo efficace, come in Oltre la ferita, dove al termine di una vacua discussione letteraria tra un uomo e una donna, lui si toglie da un impiccio (non ha mai letto Il Profumo di Süskind) con una battuta sagace; il gusto di giocare con il ribaltamento di una scena classica, ben delineata nei tempi e nelle dinamiche, come in Una notte, dove il principe che incontra la bella addormentata finisce per liberare dalla maledizione la donzella, ma finirà per assopirsi a sua volta, e questa volta per sempre.
Ciò che colpisce di più il lettore, tuttavia, non è tanto la tecnica narrativa, pur notevole in alcuni pezzi, ma lo spirito dissacrante dei racconti. Come Auslander, Monzó gioca con il paradosso, le situazioni assurde, i nonsense, spinto dall’unico proposito di mostrarci chi siamo o chi potremmo diventare. Quella che rappresenta è la vita di qualsiasi lettore borghese, ma esasperata, istupidita da uno svolgimento narrativo privo di logica.
Per questo i gesti più vicini alla quotidianità possono diventare il pretesto per smascherare il rapporto tra due persone, una discrasia sentimentale, un anello debole. L’ambito coniugale, in questo senso, è uno dei più bersagliati. In Cento di questi giorni un uomo, riordinando un armadio, trova i maglioni a V color pastello che sua moglie, accecata dal desiderio di plasmare il marito, continua a regalargli da anni nonostante a lui non siano mai piaciuti e non l’abbia mai nascosto.
E se il protagonista di Forchetta, apprestandosi a mangiare, si rendesse conto che la moglie gli ha furbescamente rifilato una posata caduta per terra, come reagirebbe? Interpreterebbe il dispettoso gesto come una delle tante, piccole vendette che una vita coniugale dignitosa – ma piatta – può innescare?
L’affezione alla borghesia e al disvelamento delle dinamiche interne ai suoi rapporti quotidiani (padre e figlio, moglie e marito) potrebbero ricordare al lettore italiano molti racconti di Buzzati. Un esempio su tutti: anche se Monzó non gioca con il fantastico ma con il gusto del paradosso e dell’assurdo portato all’estremo, probabilmente a Buzzati non sarebbe dispiaciuto il racconto Il ragazzo e la donna, dove un attacchino di un’agenzia immobiliare appiccica volantini pubblicitari per la strada e una misteriosa donna lo segue passo passo per staccarglieli subito. Chi sarà quella donna? Cosa vorrà?
La domanda angosciante non riceverà mai risposta.

  • 03Lug2013

    Marianna Morosin - mangialibri.com

    Un bellimbusto ultraottuagenario che ammazza il tempo ed esorcizza la vecchiaia con tacchi a spillo e calze a rete, minigonne e trucco glamour.  Un incallito insonne che le ha provate tutte, ma proprio tutte, ma niente, anche i libri più noiosi e pesanti lo incuriosiscono e lo appassionano tenendolo destissimo: solo la moglie, nei momenti più intimi, è capace di farlo sprofondare in un torpore senza eguali e in un sonno catatonico.

    Un trepidante e devoto principe azzurro che profonde con  inesauribile e romantica passione tutte le sue energie per ridestare la sua bella: ma nulla, sfibrato dopo tanti tentativi a vuoto si assopisce, e quando proprio allora la sua bella si ridesta, lei se la fila chiedendosi chi sia mai quell’estraneo che le si è addormentato a fianco. Una mogliettina sollecita che puntualmente si lancia nell’epica avventura di educare il consorte al bon ton regalandogli maglioni color ocra, scollo a V (come non amare quel meraviglioso modello e quei fantastici colori?).  Ma lui (ehhh già…), lui ama i colori scuri (come è mai possibile?) e detesta lo scollo a V.  E così, nella titanica impresa di elevare il maritino al bello, ecco in verità quei maglioni, uno alla volta, anno dopo anno, impilarsi uno sull’altro sotto una coltre di polvere, ben nascosti (indovinate da chi?) sul ripiano più alto e inutilizzato dell’armadio: suggello della vanità di ogni conversione forzata…

    Mille cretini: sono, siamo i mille volti di una umanità che si affaccia nitida, e viva più che mai, fra le mille pieghe dei brillanti racconti del catalano Quim Monzó. Mordace, graffiante, anticonvenzionale, Monzó con uno stile icastico, molto visivo, con pochi tratti ben messi a fuoco, ci riporta scene di ordinaria quotidianità. Nella forma, spesso, del paradosso, mette a punto con uno stile arguto le nostre grandezze e miserie, i tic quotidiani, i pensieri più teneri e nostalgici ma anche le piccinerie del nostro comune agire. È soprattutto nei racconti più brevi che Monzó, ci pare, colpisce nel segno: in poco più di una paginetta fra divertito e mordace ci strappa un sorriso ma ci svela, fra le righe, bagliori di verità, lasciandoci, a fine racconto, con il pensiero sospeso a rincorrere il senso ultimo di quelle parole fuggite via fulminee. In fondo, dietro a stramberie, tic o ipocondrie i personaggi che prendono vita fra queste pagine – piacevolissima lettura – nascondono la loro profonda umanità, velando talvolta, dietro scene parossistiche, anche un po’ di amarezza o di una sottile tristezza, che veste i panni ora della tenerezza e del ricordo lieve, ora della fuga (anche trasognata) dal proprio ruolo o dalla propria ristretta realtà, ora delle piccole (o grandi)  incomprensioni del vivere quotidiano. Il tutto  sempre affidato alla misura di un racconto diretto, acuto, ad effetto, che pur senza essere superficiale mantiene la propria piacevole  autonomia narrativa. Una raccolta che è un brillante, sagace graffio sulle convenzioni, uno sguardo alternativo sulla multiforme varietà dell’animo umano. E nello scoprirci tutti un po’ cretini,  sorridendo  assumiamo  un pizzico d’antidoto per provare ad esserlo un po’ meno. Quantomeno, abbiamo la consolazione di essere in buona compagnia, e impariamo a guardare con più levità l’altrui e la nostra umanità.

  • 28Apr2013

    Redazione - sololibribelli.com

    Racconti brevi, sferzanti, ironici. Nel complesso uno studio antropologico sull’assurdità, più che sulla cretineria, delle azioni più banali e quotidiane di una serie di uomini e donne più o meno comuni: una mescolanza di casalinghe, vecchi, principi azzurri, scrittori, la Madonna…

    ok, forse non proprio persone comuni, ma la sensazione che i racconti lasciano è quella di poter incontrare questi personaggi proprio dietro l’angolo. Anzi, di averli già incontrati, o perlomeno di averne conosciuti a decine di simili. Cretini. Egoisti. Folli. Umani.
    C’è un anziano in casa di riposo che con grande naturalezza si veste da donna, c’è un principe azzurro che esagera per compensare la propria inadeguatezza, una donna che vuole eliminare letteralmente ogni traccia del marito rimasta in casa sua, un uomo che sposa la sua ex solo perché è convinto che presto lei morirà, una coppia di anziani che annuncia senza remore al proprio figlio il desiderio di volersi suicidare.
    La cafoneria, la baldanza, le piccole vendette, l’indifferenza, i ricatti morali e le piccole azioni che diventano simbolo di malesseri più grandi: il catalano Quim Monzó è un fine osservatore della realtà, di quelle cose che nessuno nota mai ma che tutti fanno o hanno visto fare, e descrive con acutezza e precisione una serie di comportamenti che è impossibile non riconoscere come appartenenti al genere umano. Con un pizzico di ironia e un linguaggio schietto e privo di moralismi, ci presenta un insieme di scene apparentemente casuali, ma che rivelano uno sguardo attento e divertito, che non censura né disapprova ma si limita a esporre i fatti.
    Ogni tragedia, ogni vizio, ogni traccia di ignavia o di ossessione o di crudeltà vengono sviscerate in questa raccolta davvero godibile, che si legge in un soffio e lascia un amaro sorriso sulle labbra.
    Ognuno spererà di non far parte di questa schiera di mille cretini, eppure si renderà conto che prima o poi un qualsiasi gesto banale lo farà rientrare nella categoria. Sperando che in quel momento non ci sia in giro Quim Monzó a registrare ogni dettaglio della nostra dabbenaggine.

  • 08Apr2013

    R. Brioschi - Pagina Uno

    Racconti brevi per narrare la vita: cosa ce ne facciamo, come la occupiamo, che relazioni instauriamo con gli altri, familiari, amanti, amici che siano.

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  • 03Apr2013

    Ana Ciurans-Ferrandiz - Pulp

    Sgomitano per aggiudicarsi il primato dell’idiozia, i mille cretini che popolano i diciannove racconti di questo nuovo libro di Quim Monzó.

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  • 01Apr2013

    Paolo Calabrò - Il Caffè

    Mille cretini, di Quim Monzó, è un libro che si può scegliere per diversi motivi. Per il fascino irresistibile del titolo, certo; per i colori della copertina e per la bella edizione Marcos y Marcos, anche; o magari perché, come nel mio caso, si ha un debole per gli imbecilli e si sogna spesso di farne una strage.

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  • 13Mar2013

    Elena Spadiliero - sulromanzo.it

    Il mondo è davvero dominato dai cretini? In un’intervista rilasciata a Stefania Vitulli per «il Giornale», l’autore di “Mille cretini”, Quim Monzó, ha definito la stupidità come «la qualità che gli stronzi hanno di infastidire e irritare quelli che non sono stupidi come loro».

    Ciò implica la consapevolezza delle proprie azioni, il sapere di fare una cosa sbagliata e, appunto, stupida, ma farla lo stesso, magari incrociando le dita, nella speranza che nessuno s’accorga dell’idiozia di tali comportamenti.

    Chi è Quim Monzó? Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, è uno scrittore catalano di romanzi e racconti, oltre che giornalista per il quotidiano «La Vanguardia». È suo il discorso d’apertura della Fiera internazionale del libro di Francoforte nel 2007, l’anno in cui il paese ospite era la sua Catalogna: allora, presentò uno scritto in forma di racconto breve, una novità rispetto agli interventi degli anni precedenti. In Italia i suoi libri sono pubblicati principalmente dalla casa editrice Marcos y Marcos, ma ricordiamo anche “Il migliore dei mondi”, edito da Einaudi. Alla sua attività di scrittore, ha affiancato la collaborazione con il cinema (ha scritto i dialoghi del film “Prosciutto, prosciutto” di Bigas Luna).

    Riguardo a Mille cretini, non è la prima volta che mi ritrovo a parlare di questa bella raccolta di racconti. La struttura dello scritto di Monzó mi ha fin da subito colpita per la sua freschezza, agilità, ironia e franchezza nel ritrarre dei casi umani, che incarnano vari aspetti della stupidità: dalla scelta di un uomo di sposare l’ex fidanzata malata – spinto da una strana forma di altruismo –, alla donna frustrata perché il marito e il figlio, dopo cena, si chiudono nelle loro stanze coi rispettivi computer e la lasciano da sola per tutta la serata. Peccato che, nel primo caso, la ragazza, per miracolo, guarisca, e il novello sposino non sappia più che pesci pigliare (se non fosse stata malata, mica se la sarebbe sposata!); Marta, invece, è sempre stata molto critica nei confronti dei programmi televisivi – poiché non permettevano a lei e alla sua famiglia di comunicare – mentre, ora che il marito e il figlio hanno optato per il pc, comincia a pensare che forse la tv significava almeno qualche ora insieme in salotto.

    Insomma, i cretini hanno sempre da lamentarsi e quando le cose cambiano si lamentano ancor di più. E gli intelligenti? Riusciranno a salvare il mondo? Programmi spazzatura, riviste di gossip, la diffamazione che prevale sul diritto di cronaca: in realtà, la lista dei canali che contribuiscono a diffondere uno stile di vita e messaggi stupidi è lunga e articolata. Ma sarebbe sbagliato credere che Monzó sia pessimista a riguardo, quasi ci stesse dicendo che la stupidità ha ormai preso il sopravvento sul proverbiale buon senso e sull’intelligenza. Egli si limita a tracciare dei ritratti ben precisi, con la stupidità che trae la sua linfa vitale dall’omologazione di pensiero, dai falsi miti della società moderna, dalle paure e frustrazioni umane. I lettori si trovano al cospetto della stupidità nelle sue mille sfaccettature, e forse l’obiettivo dello scrittore è far loro provare quel senso di fastidio, disgusto e avversione che li spinga a rifiutare le scelte dettate dall’egoismo, il tornaconto, per agire un po’ come la Madonna del racconto Il sangue del mese venturo, che si rifiuta in modo categorico di mettere al mondo Gesù, poiché la cosa le è stata imposta dall’alto. Se è vero che, alle volte, siamo sfortunatamente in tanti un po’ cretini, sarebbe bene fare di tutto per ridurre la percentuale di stupidità quotidiana a livelli minimi.

  • 01Mar2013

    Davide Musso - Blow Up

    Dovessi trovare un tratto comune tra i racconti di questa raccolta, mi verrebbe da dire l’assurdità della vita, e di alcuni (a volte troppi) esemplari del genere umano, segnati da piccolezze d’animo e stupidità.

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  • 12Feb2013

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Mille cretini di Quim Monzò

    19 racconti fulminanti, brevi o brevissimi, quelli raccolti nel volumetto dal titolo Mille cretini che la casa editrice Marcos y Marcos ha appena pubblicato a gennaio 2013.

    L’autore è il catalano Quim Monzò, personaggio di spicco nella vita culturale della Barcellona odierna: i suoi racconti sono esilaranti, intelligenti, tristi, ironici, pieni di cultura mai accademica o retorica.

    La raccolta si apre con la sconcertante storia del figlio che va in visita alla casa di riposo dove è ricoverato l’anziano padre; raggiunge la camera 309, bussa ripetutamente, non sente risposta e quindi apre la porta… Suo padre sta indossando delle mutandine di pizzo nero:

    “Ti ho sempre detto di bussare prima di entrare”

    è l’unico commento del vecchio al figlio neppure tanto sorpreso: spiazzante davvero il racconto, in un’atmosfera degna di un film di Almodovar.

    In un’altra casa di riposo per anziani si svolge anche il racconto “L’arrivo della primavera”: i genitori molto ammalati del protagonista decidono di suicidarsi perché stremati dalla condizione di immobilità e di malattia alla quale sono costretti e chiedono al figlio consigli sulle modalità con cui portare a termine il loro progetto. Questo permette di rivedere tutta la loro vita, di criticare la vita dei vecchi, incapaci di badare a se stessi, incapaci di capire ciò che sta avvenendo della loro condizione.

    “Perché a tutti questi vecchi, a questi mille cretini che vivono qui, all’ospizio, non gliene importa niente, non distinguono la roba pulita da quella sporca. Ma io non sono idiota, io mi accorgo ancora di tutto, anche se loro credono di no….”

    Un’amara denuncia sulla condizione di emarginazione degli anziani, sul rapporto difficile con i figli, espressa però con grande e lucida ironia.

    Sul tema della scrittura, “Trenta righe” racconta l’ansia dello scrittore a cui è stato dato l’incarico di scrivere un racconto breve, mentre lui ama i testi lunghi e si sente inadeguato a quelli brevi, forse perché realmente non ha nulla da dire e nella lunghezza del testo la mancanza di idee si confonde e finisce per scomparire. Inutile sottolineare la critica feroce a tanti scrittori del nostro tempo.

    L’altro racconto sempre di ambiente letterario, “L’elogio”, descrive la visita in una libreria periferica e poco conosciuta del noto scrittore Daniel Broto, che acquista quasi per caso il romanzo di un giovane esordiente, “La bellezza del cadmio”. Ne apprezza la qualità, che segnala durante un’intervista alla pagina culturale di un noto quotidiano, che definisce un bellissimo libro. Di qui la vicenda si dipana con uno scambio di ruoli: il grande scrittore verrà sostituito nel tempo dall’esordiente che, con una petulante e continua scalata, arriverà alle vette della fama, oscurando chi per primo lo aveva fatto apprezzare. Una metafora sul mondo della critica e della letteratura contemporanea che credo non sia solo relativa all’ambiente in cui si muove Monzò, ma molto diffusa anche in altri ambiti culturali.

    Un libro da leggere con attenzione, apparentemente leggero ma pieno di spunti profondi e di una critica davvero radicale alla nostra contemporaneità, ai rapporti d’amore, di famiglia, di lavoro. Tutta la nostra esistenza sembra passare nelle pagine di questi racconti, con levità ma anche con enorme malinconia.

  • 01Feb2013

    Mario De Sanctis - bookdetector.com

    Se è vero come dice De Lillo che i racconti (rispetto ai romanzi ) tra le altre caratteristiche, debbono tenere un tono, sicuramente i racconti di Quim Monzó che compongono Mille cretini tengono la nota benissimo.

    Una risonanza di sospensione attonita nei gesti ripetuti, nei piccoli eventi che il caso porta davanti ai personaggi. Il figlio che fa visita al padre in casa di riposo e con lui scambia una conversazione banale mentre il padre si trucca e si veste da donna, così come in un altro racconto “un uomo” fa visita ai genitori anziani e storditi e nella sua casa d’infanzia abbandonata. Ecco tutto appare in questa semplice, disarmante desolazione da svuotamento. Menomazione psichica, sguardo attonito, ripetizioni ossessiva, sguardo fisso: tutto rimanderebbe alla sfera del “cretino”, in quanto stupido. Se l’assurdo non manca (come l’Uomo alla finestra che guarda senza fare altro) il “cretino” di Monzó tuttavia non è quello di Fruttero & Lucentini, uomo medio e ottuso dalla mediocrità. Monzó risale verso l’etimologia : da “cristiano” esteso poi al significato di “uomo comune” e poi assimilato – poiché il termine nato in ambito Alta Savoia, alla malattia purtroppo comune in quei territori nel ‘600 – detta anche “cretinismo”. I racconti di Mille cretini ci portano a metà tra l’everyman e l’idiota dostoeveskijano. È un uomo che guarda come siamo abituati noi dalla finestra di YouTube, osservando ebeti tragicomiche epic fail, i video delle cadute accidentali, visti a milioni forse perché rendono segretamente comica la caducità. Qualcosa di simile provocano i racconti di Monzó seguendo i personaggi che – come dice ancora dell’uomo alal finestra – “trasforma un atto banale in un’ossessione”. Così a noi la vita scorre davanti, come al papà del protagonista in L’arrivo della primavera, malato e in casa di riposo, era vissuto attaccando un congedo per malattia all’altro fino a farne “l’obiettivo nella vita”, e forse parente di Bartebly. A loro il normale si nega, come “il nostro uomo”protagonista di Un’altra notte che legge qualsiasi cosa prima di dormire e non riesce mai a dormire perché “i neuroni si svegliano immediatamente” o Il ragazzo e la donna dell’omonimo racconto che trasformano il loro gesto ripetitivo (lui attacca volantini, lei lo segue e li stacca) in straniante amore, come due personaggi di Remondi & Caporossi, imprigionati in poetiche sequenze maniacali. Fissati o svagati, tra le stranezze, flaneur imprigionati in mille paradossi, anche noi lettori siamo con il cretino che ripete e ripetutamente guarda ripetersi la vita. E tuttavia forse è toccato dalla meraviglia dei poeti che nelle frattaglie deposte in strada come piccoli relitti insignificanti, vedono invece allegorie di un tempo che sarà vissuto.

  • 01Feb2013

    Michele Lupo - alibionline.it

    Lo scrittore Quim Monzó lo sa: i cretini sono molto più di mille

    Quim Monzó, catalano classe 1952, è narratore di una certa fama, articolista e saggista, nonché dialoghista per l’assai trascurabile Bigas Luna.

    Confessiamo tuttavia di non averlo mai letto prima d’ora. Ossia prima di questi Mille cretini, titolo invitante assai, tradotto da Gina Maneri per Marcos y Marcos. Racconti brevi su una genìa ahinoi maggioritaria – e non ne facciamo certo questione di confini regionali o nazionali. Basti pensare a un tipo ricorrente in queste storie: l’uomo di lettere. Il lettore improbabile che cerca il titolo giusto per fare buona figura in società, e segnatamente, lo scrittore. Cretino non più che carogna, c’è da dire.
    MilleCretini2Non sappiamo se e quanto vi sia di autobiografico nelle storie in sé – s’intende, a parte l’inevitabile “simbolico” senza cui nessuna narrazione è possibile – ma certo nell’apparente tono non curante, nella scrittura che più piana non si potrebbe, nell’indicativo presente costante, assiduo che sembra aderire al “reale” (qualsiasi cosa esso sia) con composta e a tratti amabile crudezza, gli uomini di lettere non fanno una gran figura. Il bravo scrittore che si lascia andare a un giudizio positivo ma pacato sul libro di un esordiente, si scopre “autore” di una fascetta pubblicitaria che lo definisce addirittura “straordinario” – sì che il beneficato (che dice di aver visto in lui il suo maestro), si monterà la testa e pretenderà attraverso una serie di manovre spossanti e fastidiose anche di frequentarlo. Le conseguenze saranno deprimenti – e tutt’altro che inverosimili o assurde. Del resto nemmeno il Padreterno fa una gran figura, almeno a prendere sul serio l’arcangelo Gabriele che annuncia a Maria il “dono” non richiesto di un figlio.
    Nella cultura contemporanea, peraltro, non pochi danni provengono dalla “mitologia della cura” (si veda al riguardo una nota canzone di Franco Battiato). Ne sa qualcosa il tizio che sposa una donna credendola malata terminale, e sarà costretto a domandarsi dove ha sbagliato se invece gli toccherà festeggiare di mala voglia gli anniversari di matrimonio. Per lo più, questi cretini tendono a invadere la vita degli altri. Vero che risulta quasi impossibile sottrarsi a un minimo di cretineria nella vita. Forse bisognerebbe fare come il tipo che passa ore e ore a guardare dalla finestra, a farlo con attenzione, concentrato abbastanza da dimenticare le incombenze quotidiane, gravide come sono di ansia e preoccupazioni anche se si tratta di dare un bacio al proprio figlio (che cosa potrebbe succedergli ora? come posso evitargli i pericoli di ogni giorno?). Ma se ridursi a puro sguardo non fosse che una forma intellettualistica di cretineria dovuta a un deficit di umanità? Monzó oscilla dall’esplicazione umoristico-didascalica all’elusività del racconto che lascia sospesi e leggermente interdetti; e diverte.

  • 31Gen2013

    Redazione - soulfood-capital.blogautore.repubblica.it

    Se è vero come dice De Lillo che i racconti (rispetto ai romanzi ) tra le altre caratteristiche, debbono tenere un tono, sicuramente i racconti di Quim Monzò “Mille cretini” tengono la nota benissimo e l’intonazione tesa colora il senso dei vari personaggi che affollano l’ultima raccolta dello scrittore spagnolo.

    La risonanza più decisa che produce è quello di una sospensione attonita, di una contemplazione del mondo in cui le cose rotolano e accadono coinvolgendo in modo assurdo o da comicità da cinema muto i protagonisti, Al tempo stesso, grazie proprio a questa particolare accordatura stilistica che Monzò imprime, produce l’effetto di un distacco contemplativo delle piccole e a volte grandi tragicità che nascono anche nel quotidiano semplice, nei gesti ripetuti, nelle cosa fatte per abitudine o dai piccoli eventi che il caso porta davanti a noi.

    Tutti i protagonisti sembrano guardare le cose come da questo acquario da ebetudine, come da una meravigliata pazienza che si tramuta in quella indifferenza al dolore e al tragico – e in questo caso l’assurdo – che la vita ti offre. Il figlio che fa visita al padre in casa di riposo e con lui scambia una conversazione banale mentre il padre si trucca e si veste da donna, così come – e la ripetizione del soggetto non deve essere casuale – in un altro racconto “un uomo” fa visita ai genitori anziani e rimbecilliti e al tempo stesso torna nella sua casa d’infanzia ormai vuota. Ecco tutto appare in questa semplice, disarmante desolazione da svuotamento.
    La menomazione psichica dei genitori anziani sembra fare da specchio a quella qualità di sguardo assente che Monzò ci trasmette attraverso la voce narrante e le reazioni dei protagonisti, grazie allo stile apparentemente gelido, ma attonito, in sordina. Uno sguardo forse “cretino”, ma non nel senso della stupidità, come da significato comune: certo, le piccole assurdità non mancano e per esempio in quella ottusità dell’ “Uomo alla finestra” che guarda senza fare altro dalla finestra, per ore, sembra risuonare un qualche eco flaubertiana di come i suoi Bouvard e Pecouchet si accostavano al sapere del mondo. E tuttavia il “cretino” di Monzò non è da assimilarsi a quello belga ritratto da Baudelaire e che poi in parte ispirò quello dei nostri Fruttero E Lucentini, ovvero l’uomo medio contemporaneo, quello che riduce a banalità la società intorno a lui e tuttavia si compiace di definirla (banalmente) “molto complessa”. No, qui non siamo nel territorio dell’opposizione tra intelligenza e betise: Monzò risale coi suoi cretini dentro l’etimologia del termine che dalla parola “cristiano” estendeva da un lato al significato di “uomo comune”, dall’altro, poiché il termine pare sia nato in ambito Alta Savoia, Vallese, assimilava la malattia diffusa in quei territori nel ‘600 – detta anche “cretinismo” – proprio in quanto abbastanza comune, introducendo per assimilazione anche la locuzione di “povero cristo”.
    Insomma Monzò ci porta, più che nel territorio del comico rabelasiano, sul versante del tragico, seppur vissuto in vite minime, con minuzie innocue. I racconti di “Mille cretini” ci portano nel territorio della santa pazienza e della “idiozia” dostoeveskijana, mescolata all’ironia. La sua voce comune è quella del contemplativo dallo “sguardo perso” come quello che hanno gli anziani o quello pacifico ma pure angosciato del protagonista di “Guardo alla finestra” che nell’osservare passanti,uccelli che ripetono le loro traiettorie, ripetizioni di gesti da un vicino, rivelano che “l’attività di guardare dalla finestra comprende anche il rendersi conto di tutto ciò che non fai perché sei concentrato al cento per cento a guardare dalla finestra” , Se ne sta come milioni di occhi nel mondo stanno su Youtube e osservano le tragicomiche epic fail , i video delle cadute accidentali, ripetuti a migliaia. Una pornografia della caducità infinitesimale. Così l’uomo che guarda nei racconti di Monzò non è un pornografo, non è un cinico, ma pure è disperato al punto che “trasforma un atto banale in un’ossessione” e dietro quella vede una caducità verso cui tutto il nostro sapere è impotente e muto.
    Così a noi la vita scorre davanti come al papà del protagonista de “L’arrivo della primavera” che malato insieme alla i casa di riposo, era vissuto attaccando un congedo per malattia all’altro fino a farne “l’obiettivo nella vita”, fino a creare uno stato di passività, di indolenza, di rifiuto che assume contorni melvillliano. Uno stato di distacco dalle cose che nel finire attaccati alla macchina e ai tubi per la medesima malattia rivela un destino beffardo che forse è in tutti noi, il nostro sopravvivere di marionetta dentro gli stessi meccanismi delle cose che osserviamo senza potercene districare.
    Non ci liberiamo di questo incatenamento se non, forse, rinunciandovi. Il padre che sembra vivere per desiderare di morire e resta vivo, in “questa spirale senza fine” in cui la primavera non arriva mai. O come “il nostro uomo” (spesso Monzò usa sostantivi generici come per condivisione) che in “Un’altra notte” legge qualsiasi si cosa prima di dormire e non riesce mai a dormire perché “i neuroni si svegliano immediatamente”. I protagonisti dei racconti – e a maggior ragione ancora una volta noi con loro – restiamo all’erta vigile, quella di chi vuole dormire e non s’addormenta mai.
    Come certi personaggi degli spettacoli di Remondi & Caporossi, imprigionati in poetiche sequenze maniacali, che trasformano un’alienazione in incanto, eco il giovane de “Il ragazzo e la donna” che trasformano il loro gesto ripetitivo (lui attacca volantini, lei lo segue e li stacca) in una sorta di storia d’amore mascherata. E vaghiamo con loro tra le stranezze di questa città, flaneur imprigionati nei suoi mille paradossi, siamo il cretino che guarda – o che narra, e noi con lui – dei racconti di Monzò, uno che forse può vedere altrove, forse è toccato dalla meraviglia del poeta, uno che nelle frattaglie che si depositano per strada a i suoi piedi come piccoli relitti insignificanti, vede invece allegorie di un tempo che non vive.

  • 30Gen2013

    Mille Cretini - lemeledelsilenzio.it

    Questo sì che è un libro che ti cambia la giornata. O meglio, è un libro che a me, quando l’ho letto, ha cambiato la giornata. Sì, perché è una raccolta di racconti davvero molto, ma molto bella.

    Scritta con una lingua scorrevole e attenta, ricca di idee particolarmente interessanti e di… cretini. Sì, cretini! Solo che, a fine lettura, mi è venuto come il sospetto che tutti questi cretini siano, almeno in parte, ognuno noi.

    Tra i personaggi che compaiono in questi racconti c’è infatti chi si lascia prendere dalla rabbia, chi se ne approfitta, chi fa un’azione per compassione (anche se ci vedo una punta di egoismo) per poi trovarsi in trappola… in pratica, un universo di casi umani che, a mio modo di vedere, può rappresentare molte delle nostre abitudini e delle nostre vite, perché almeno una volta nella nostra esistena, una cosa cretina l’abbiamo fatta, o la faremo.
    Vi porto, per farvi un esempio, una frase che mi ha colpito:

    Non godo del bacio se non quando ormai c’è stato; allora lo ricordo con piacere. Non ne godo al momento perché vedo le ombre oltre la tenerezza, le terribili possibilità che si celano dietro ogni cosa piacevole.

    Non c’è però solo questo, nella raccolta. C’è anche l’occasione continua di riflettere sulla vita in generale, su come certe azioni possano influire su di noi e sugli altri, su come altre esistenze possano sconvolgere la nostra. Esemplare, in questo senso, il brevissimo racconto sulla Madonna. Son veramente poche righe, in cui Maria non si nomina serva del Signore, ma anzi rifiuta di portare in grembo il Salvatore (geniale il titolo “Il sangue del mese venturo”). Ecco, mi son ritrovato a pensare: ‘vedi? basta un semplice no, al posto di un sì, e la storia del mondo cambia’.

    Leggeteli questi racconti. Sono veloci e gustosi. Sono ironici, intelligenti, audaci e lucidi.
    Leggeteli. Vi farete un gran regalo.

  • 26Gen2013

    Angela Bianchini - TuttoLibri

    Nel clima spirituale, oltreché sociale e politico di oggi, dedito a conciliare pubblico e privato, cibo e avvenenza, vita familiare ed esigenze di carriera e di successo…

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  • 25Gen2013

    Goffredo Fofi - Internazionale

    Dura è la vita dell’umorista, obbligato a osservare di continuo le insensatezze umane e comunitarie e a escogitare situazioni più o meno comiche, battute che facciano ridere o almeno sorridere.

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  • 24Gen2013

    Elena Spadiliero - labottegadihamlin.it

    Non sono proprio mille, ma cretini di certo. C’è il principe azzurro che tenta in svariati modi di svegliare la bella addormentata dal suo sonno, invano: alla fine è lui ad addormentarsi, per sempre.

    C’è Toni, che entra in classe con una profonda ferita sul collo, dalla quale il sangue esce copioso, ma viene ammonito poiché è venuto meno all’etichetta, esordendo senza dire “buongiorno”, con la divisa sporca di sangue – lo stesso sangue che rischia di insozzare il parquet! Ma è probabile che uno dei peggiori cretini descritti da Quim Monzó sia il ragazzo che, dopo tanto tempo, incontra la sua ex fidanzata e decide di sposarla, poiché ha scoperto che è malata terminale: peccato che la donna guarisca miracolosamente dal suo brutto male e che il neo marito, a quel punto, non sappia più che fare.

    Due parole su quest’autore, molto conosciuto e amato nella sua Barcellona: Quim Monzó non è solo un talentuoso scrittore di romanzi, racconti – come quelli contenuti in Mille cretini, edito in Italia da Marcos y Marcos – e saggi, ma ha collaborato anche con il noto regista spagnolo Bigas Luna nei dialoghi di alcuni suoi film, fra cui Prosciutto prosciutto (1992). Suo è il discorso d’apertura – in forma di racconto, una novità rispetto agli interventi degli anni precedenti – nell’edizione del 2007 della Fiera di Francoforte, anno in cui la Catalogna era paese ospite d’onore.

    «Ama il vino italiano, le parole in via d’estinzione, le inchieste assurde»: «The Guardian» lo considera uno dei massimi scrittori viventi e i critici di tutto il mondo non hanno che parole positive su di lui. In effetti, con Mille cretini, Monzó dimostra di possedere non solo fantasia, senso dell’umorismo e innegabili qualità di scrittura, ma anche la capacità di confezionare dei racconti brevi di grande impatto emotivo (come nel caso de Il sangue del mese venturo, un’inconsueta rilettura del tema dell’Annunciazione, con una Madonna che non intende accettare la sua gravidanza).

    Mille cretini è un libro divertente, piacevole, da leggere tutto d’un fiato. Monzó riflette sui miti, le abitudini, i difetti della moderna società, portandone certi aspetti all’esasperazione, creando dei personaggi che sono delle vere e proprie “macchiette”, al limite del grottesco: lo scrittore non rinuncia a ritrarli in modo impietoso, concedendo, però, momenti di tenerezza e riflessione, come nel caso del padre ne Il signor Beneset.

    Mille cretini è, senza dubbio, uno dei migliori titoli suggeriti negli ultimi tempi dalla casa editrice milanese e Quim Monzó un autore da proporre e riproporre il più spesso possibile.

  • 24Gen2013

    Stefania Vitulli - Il Giornale

    Lo stile di vita e di scrittura di Quim Monzó si può dedurre facilmente dagli autori che ha tradotto in catalano.

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  • 23Gen2013

    Giuseppe Fantasia - huffingtonpost.it

    Grazie alla casa editrice Marcos y Marcos arriva anche in Italia questa deliziosa ed imperdibile raccolta di racconti dello scrittore, umorista e giornalista catalano, elogiato da El Pais e dal The Guardian e già traduttore di grandi come Barthelme, Miller, Faulkner e Salinger.

    Monzó ha suddiviso il suo libro in una prima parte dedicata ai racconti lunghi, ed in una seconda dedicata a quelli più brevi, ma non per questo meno intensi e coinvolgenti. In uno di questi c’è un uomo che vive in una casa di riposo e che con gran naturalezza ama truccarsi da donna ed indossare”collant, gonna e scarpe comode e senza tacco”, anche alla presenza di suo figlio; in un altro c’è una Maria anticonvenzionale che pronuncia con coraggio il suo ‘no’ all’arcangelo Gabriele in merito alla sua presunta gravidanza.

    C’è poi un ragazzo che viene ferito con una bottiglia e sgridato dal suo professore una volta in classe perché potrebbe sporcare l’aula e, nei successivi, c’è un principe azzurro che cerca di svegliare – invano – la sua bella addormentata, tra mille peripezie anche erotiche, un uomo che è affascinato dal sapore soporifero dei libri e che ne legge sempre molti ogni sera senza però riuscire a prendere sonno e, ancora, un uomo che riceve sempre regali sbagliati dalla moglie e si convince a farseli piacere, accettandoli. Uno dopo l’altro, sarete conquistati da queste storie, surreali ed ironiche, scritte con quella imprevedibilità che caratterizza lo stile di Monzó, maestro nel far sembrare normale anche ciò che non lo è.

  • 18Gen2013

    Gabriele Romagnoli - Repubblica

    Da quando ho letto il suo ultimo libro le definisco “appendici al catalogo di Quim Monzó”. Un esempio. Cammino per le strade di parigi e incontro un conoscente che un mese prima avevo trovato affranto per la recente separazione da una donna.

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  • 18Gen2013

    Julià Guillamon - Internazionale

    Molti vedono in Quim Monzó un autore divertito e moderno. Errore: Monzó è tragico e contemporaneo.

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