Mi chiamo Irma Voth

Archivio rassegna stampa

  • 14Dic2015

    Elisa Ponassi - La Lettrice Rampante

    Mi chiamo Irma Voth – Miriam Toews

    Le mie parole non sono solo parole. Sono immagini e lacrime e imperfette offerte d’amore e pallottole che mi sparo in testa.

    Ho scelto questa citazione per aprire la recensione di Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews, tradotto da Daniele Benati e pubblicato da marcos y marcos, anche se è quella che già potrete trovare sulla quarta di copertina. Ne cerco sempre un’altra, di solito, così da farvi conoscere qualcosa di più del libro che ho letto. In questo caso, però, credo che quella frase rappresenti al meglio non solo tutto il libro, ma anche un po’ tutto lo stile di questa, per me grandissima, scrittrice canadese.

    Di Miriam Toews ho letto praticamente tutto. Mi è rimasto solo un libro da leggere, Un complicato atto d’amore, pubblicato da Adelphi e non da marcos y marcos e che al momento non sono riuscita a trovare nei soliti luoghi in cui acquisto libri. Ho letto e ho amato tutto quello che ha scritto, dicevo. Da Un tipo a posto all’ultimo I miei piccoli dispiaceri, passando per quel capolavoro che è In fuga con la zia, per me il suo migliore in assoluto.

    È stato quindi con un po’ di tristezza che mi sono avvicinata a Mi chiamo Irma Voth. La tristezza di sapere che dopo, almeno per un po’, non ci sarebbe stato più nulla.

    Mi sono trovata di fronte a un libro un po’ strano, in cui riconoscevo perfettamente lo stile ma che, per le prime 200 pagine, mi ha lasciato anche un po’ di confusione.

    Irma Voth è una ventenne mennonita, che vive da sola in un casolare nel deserto del Messico, accanto alla casa della sua famiglia, da cui è stata cacciata dal padre dopo che lei ha spostato uno “straniero”. Uno straniero che, dopo l’idillio dei primi tempi, sembra non amarla, non sopportarla più, lasciandola da sola.

    Gli ho chiesto perché cercava di confondermi con delle risposte che servivano solo a classificare le mie domande e come mai era diventato così strano da qualche tempo in qua e da dove era saltato fuori questo problema riguardo al mio modo di dormire con una gamba sulla sua e cos’aveva da andarsene sempre via e perché cercava a ogni costo di fare il duro invece di limitarsi a essere se stesso e allora lui mi ha tirato a sé e mi ha chiesto di smetterla di parlare, per favore, di smetterla di tremare, di smetterla di bloccare la porta, di smetterla di piangere e di smetterla di amarlo

    Un giorno una troupe cinematografica affitta l’altro casolare accanto al suo. Lo scopo è quello di girare un film sullo stile di vita mennonita e Irma, quasi senza rendersene conto, viene assunta come interprete per l’attrice tedesca che interpreterà la protagonista. Il mondo di Irma si apre all’improvviso verso qualcosa a cui non aveva mai pensato e che le da poi il coraggio di fuggire definitivamente dal suo passato e dalla sua vita. Non da sola, ovviamente, per cercare di salvare se stessa ma anche più persone possibile.

    Per le prime duecento pagine di Mi chiamo Irma Voth non si riesce bene a capire dove Miriam Toews voglia andare a parare. Sì, mette in scena le incredibili differenze tra un mondo chiuso, come lo è quello di una comunità religiosa così stretta e ancora al passato come quella mennonita, e il mondo del cinema, il mondo esterno. E mette in scena anche la tristezza di Irma, il suo ritrovarsi suo malgrado segregata in una vita da cui non sa come fuggire. Però, ecco, sembrava mancare quella potenza narrativa, quella profondità, che avevo trovato in tutti gli altri libri di questa autrice. Sembrava solo, per fortuna. Perché le ultime cento, cento cinquanta pagine sono di una forza incredibile. Irma prende coraggio e scappa da quel mondo, portando con sé la sorella e un’altra piccola accompagnatrice, ma riesce anche a fare i conti con se stessa e con il suo passato, grazie all’aiuto delle splendide persone che incontra sul suo cammino. Eppure, anche se libera, non riesce mai a sentirsi a casa.
    Forse Miriam Toews avrebbe potuto rendere meno lunga la parte iniziale, dando prima il via al viaggio rocambolesco di Irma e della sua piccola combriccola. Ma con il senno di poi, forse, sarebbe mancato qualcosa e il viaggio di Irma, fisico ma soprattutto interiore, non si sarebbe sviluppato al meglio.
    Se non avete mai letto nulla di Miriam Toews secondo me dovreste rimediare. Il mio preferito rimane sicuramente In fuga con la zia, che dal mio cuore non se ne andrà mai. Ma anche tutti gli altri e quindi anche questo sono di quelle letture che ti aprono un mondo e un cuore, quello dell’autrice, che in pochi sanno davvero mettere così bene su carta.
    Quindi sì, lo consiglio caldamente.
    Titolo: Mi chiamo Irma Voth
    Autore: Miriam Toews
    Traduttore: Daniele Benati
    Pagine: 300
    Editore: marcos y marcos
    Prezzo di copertina: 17,00€
  • 12Dic2013

    Lucia Ravera - mangialibri.com

    C’è un campo sterminato di granoturco, in culo al mondo, nel deserto del Messico. Lì prolificano i serpenti, la polvere soffia dalla terra  e la stagione delle piogge sembra alquanto stitica. In mezzo a quel nulla, spuntano tre casupole. In una abita Irma, emarginata dalla famiglia e dalla rigida comunità mennonita, che non le hanno perdonato il matrimonio con un tale Jorge, trafficante di erbe sospette.

    Nell’altra vivono i suoi: padre padrone, mamma servile e una ciurma di fratellame e sorellame. Irma, l’esiliata, sta giusto badando alle vacche, come al solito, e sempre come al solito, sta domandandosi se tornerà anche stavolta il suo Jorge, che coltiva l’insana abitudine di scomparire e di ricomparire come se niente fosse… quando arrivano. Arrivano chi? Quelli della troupe cinematografica di Diego, il regista a caccia di gloria, che proprio in quel del Chiuhuahua ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, realizzando il sogno di un film sui mennoniti. Il silenzio si rompe. Il cielo si squarcia. E l’armata di attori, cameraman e brancaleoni di ogni genere e sorta, si insedia in pianta instabile nella terza casa, un tempo occupata dagli zii di Irma. Chi sono ‘sti tizi, che manco parlano la stessa lingua, girano nudi e fanno un baccano della malora? In che modo reagirà la tribù dei fedeli, appena si troverà faccia a faccia con quei “matti”? E Irma, come la mettiamo con la bella Irma, sola e abbandonata, in procinto di essere sfrattata, senza lavoro, e, guardate caso, poliglotta? Resisterà alla tentazione di curiosare tra quella masnada di artistica carne umana? Quale sarà infine il suo destino? Forse quello di restarsene a mungere mucche, attendendo paziente il suo sposo, assente ingiustificato… Oppure improvvisamente si sveglierà e sceglierà di prendere il toro per le corna?..
    Delizioso. Un libro delizioso, direttamente dal Canada (perché canadese è l’autrice). In oltre duecento pagine, leggo quello che mi piace rinvenire nella scrittura femminile: una storia fresca, diversa, scritta con uno stile fluido, personale e con un’ironia che sa pungere, con intelligenza. Scopro un personaggio, anzi più personaggi, che dei luoghi comuni se ne fregano e creano invece luoghi propri, francamente originali, divertenti. Irma, la grande, per esempio, scorge per la prima volta in vita sua il mondo e mica ci pensa su due volte: un po’ per disperazione, un po’ per speranza di sopravvivenza decide di conquistarselo. Per conto suo, senza chiedere l’aiuto di nessuno. Che forza, che volontà di rifarsi contro tutto e alla faccia di tutti. Donna stereotipizzata dalla società patriarcale che l’ha voluta casta, pia, fedele, bella e zitta, suo bengrado, impara a uscire dal guscio e a costruirsi un’identità, a partire dalle parole. Le stesse parole che le sono state a lungo negate. Quelle con cui sarà capace di ribaltare e riabilitare la sua esistenza (e non solo la sua), in nome del diritto alla libertà che le spetta e alla quale non intende rinunciare.

  • 07Mar2013

    Redazione - lacasadialchemilla.com

    Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews

    Non vi ho mai parlato dei romanzi di Miriam Toews ma questo è il terzo che leggo: dopo “Un complicato atto d’amore” e “In fuga con la zia”.
    Miriam Toews è una scrittrice canadese, figlia di mennoniti. I mennoniti hanno quindi un ruolo importante nei suoi romanzi che sono carichi di sofferenza, causata da difficili rapporti familiari, da genitori “complicati”, da vite al margine della società.

    Soprattutto in quest’ultimo “Mi chiamo Irma Voth” si sente forte il peso della vita mennonita. E’ un romanzo che mi è piaciuto molto perché Miriam Toews riesce ad accendere sempre una luce in fondo al tunnel, nonostante le disgrazie che capitano ai protagonisti, questi riescono sempre a trovare una vita d’uscita.
    Devo dire che questo è il mio preferito perché è impossibile non affezionarsi ad Irma, alla sorella Aggie e alla piccola Ximena. Ma anche alla loro povera madre, alla sorella scomparsa Katie e così a tutti i personaggi che compaiono sulla scena. E’ bellissimo perché nei romanzi di questa scrittrice si incontrano sempre persone positive, strambe ma buone.
    Mi ha commosso l’incontro con Gustavo, il taxista di Acapulco, non lo dimenticherò mai…
    Ma anche Nohemi e i suoi parenti del Bed & Breakfast! Quanta splendida umanità ha incontrato Irma a Città del Messico e quanto coraggio ha avuto a bussare a quella porta.
    Sono certa che sarai perdonata, cara Irma.
    C’è stato un periodo della mia vita in cui ero affascinata dagli Amish (“parenti” dei mennoniti) ma leggendo e scoprendo mi sono accorta che è davvero una vita dura, regolata da una religiosità estrema, con principi ferrei e una sobrietà impressionante! Purtroppo uscire dalla comunità è difficile perché si viene catapultati in una realtà completamente diversa, senza gli strumenti per affrontarla. Ho appena scoperto che esiste anche un programma televisivo sugli Amish, qualcuno di voi l’ha mai visto?

  • 24Gen2013

    Lucilla Parisi - i-libri.com

    MI CHIAMO IRMA VOTH di Miriam Toews

    Titolo: Mi chiamo Irma Voth
    Autore: Miriam Toews
    Editore: Marcos Y Marcos
    Anno: 2012

    “Molto tempo fa, negli anni Venti, sette uomini della comunità mennonita avevano fatto un viaggio dal Manitoba al palazzo presidenziale di Città del Messico per concludere un affare. Gli era stata offerta questa terra per un tozzo di pane e loro avevano deciso di accettare e di trasferire tutti i membri dalla loro colonia, nel Canada centrale, fino al Messico, dove non avrebbero più dovuto mandare i loro figli a scuola o insegnar loro a parlare in inglese o vestirli con abiti normali.

    I mennoniti hanno avuto origine in Olanda cinque secoli or sono, dopo che un certo Menno Simons si era così commosso nell’udire i prigionieri anabattisti cantare inni sacri prima di essere giustiziati dall’Inquisizione spagnola, che aveva sposato la loro causa ed era divenuto il loro leader. Poi hanno cominciato a girare per il mondo e a fondare le loro colonie, in cerca di libertà, solitudine, pace e mercati per il loro formaggio”.

    La scrittrice Miriam Toews è mennonita come la protagonista del suo romanzo Irma Voth e come Irma ha lasciato molto presto la sua famiglia per girare il mondo.

    Irma fugge dal campo 6.5, tra El Paso e Chihuahua, dove vive la sua comunità religiosa, per raggiungere Città del Messico e con essa la sua personale libertà.

    Irma ama guardare il cielo stellato del Messico, ama sua madre e le sue sorelle, ma non le regole di una vita in cui non si riconosce ed in cui, sin da piccola, “credeva di essere morta”.

    “Sedute sullo steccato, guardavamo le cose. Cose semplici. Che erano vere. Cose che ci appartenevano e si appartenevano tra loro. Le nuvole, i nostri vestiti, le mie mani”.

    L’arrivo al campo del regista Diego e della sua troupe – per i quali lavorerà come interprete della lingua dei mennoniti il Plattdeutsch – rappresenterà per Irma il riscatto, il primo passo verso se stessa e i propri desideri. L’indifferenza di un padre che aveva smesso di ascoltarla e comprenderla “secoli prima” e l’assenza di un uomo sposato nell’illusione del cambiamento, faranno il resto: con le sorelline Aggie e Ximena, affidatele dalla madre, Irma raggiungerà la capitale messicana e qui comincerà la vita che ha scelto.

    In Irma c’è tutta la forza della sua storia ed il coraggio di una giovane donna alla prese con le difficoltà di una società che non fa sconti soprattutto a chi, come lei, ha sempre vissuto ai margini, perché “i mennoniti scelgono sempre di vivere in posti dove nessun altro vuole andare”.

    C’è tutta l’ingenuità del suo sguardo su una realtà che non conosce e la curiosità di carpirne i segreti ed il significato profondo. E Città del Messico, con i suoi luoghi che conservano le suggestioni di un passato ancora presente, è lo sfondo ideale per questa ricerca. La scrittura, l’impegno politico, la musica e l’arte in tutte le sue forme consegneranno ad Irma e alle sue sorelle una nuova vita e, con essa, la serenità necessaria per fare ritorno ai luoghi del passato con rinnovata consapevolezza.

    “Voglio essere perdonata. Voglio essere perdonata per aver causato la morte di tante persone che amavo. Ho la sensazione che potrebbe non succedere mai. Non so in che modo possa succedere né se succederà. Io credo di no, ma vorrei che fosse possibile. […] Voglio essere perdonata dalle persone che amo. Wilson mi aveva detto che l’arte è una forma di redenzione. Mio padre che l’arte è una menzogna. Io non posso perdonarmi, ma posso perdonare mio padre. E la mia speranza è che sia a lui che a me venga restituita la vita”.

    La scrittura di Miriam Toews ci regala un romanzo originale, sia per lo stile fortemente innovativo che per il tema trattato. L’autrice porta la sua storia personale all’interno del suo romanzo e lo fa con ironia, intelligenza e grande coraggio.

  • 13Dic2012

    Elena Spadilero - labottegadihamlin.it

    Miriam Toews: intervista all’autrice di Mi chiamo Irma Voth

    Miriam Toews è una vera e propria rivelazione della narrativa canadese degli ultimi anni. Il 6 settembre di quest’anno è uscito in libreria, edito da Marcos y Marcos, Mi chiamo Irma Voth, romanzo che racconta la storia di una ragazza coraggiosa, appartenente a una comunità mennonita. Il personaggio ha molto in comune con l’autrice, non solo apprezzata scrittrice, ma anche appassionata di cinema, tanto da prendere parte nel 2007 alla pellicola Luz silenciosa, del regista messicano Carlos Reygadas. Noi de «La bottega di Hamlin» l’abbiamo intervistata, ed ecco cosa ci ha raccontato…

    Parliamo un po’ di Irma Voth and Nomi Nickel, la protagonista del tuo precedente romanzo Un complicato atto d’amore. Due figure oppresse, che tentano una via di fuga dalla loro realtà, quella mennonita. So che anche tu discendi da una famiglia mennonita, quindi possiamo definire questi due personaggi in qualche modo autobiografici? Miriam Toews assomiglia di più a Irma o Nomi?
    Sì, i personaggi sono in una certa misura autobiografici, ma direi che io sono più simile a Nomi, piuttosto che a Irma. Sono cresciuta in una comunità mennonita conservatrice del Canada, come Nomi in Un complicato atto d’amore. Irma, invece, ha vissuto la maggior parte della sua vita in una colonia mennonita del Vecchio Ordine, nel nord del Messico, avendo a che fare con una esperienza di oppressione molto più estrema rispetto a quella di Nomi.

    Qual è il tuo rapporto con le tue origini? La descrizione della comunità mennonita risponde all’esigenza di criticare certi usi e costumi o di farli conoscere in modo più approfondito?
    Nessuna delle due, in realtà. Mi concentro sui i miei personaggi e le loro vite, scrivo su argomenti che conosco e di cui ho esperienza. Non ho mai scritto per criticare le tradizioni mennonite o per informare i lettori sull’argomento. Semplicemente, quello è il mondo da cui provengo e, quindi, quello su cui qualche volta scrivo. È vero, la mia posizione è critica nei confronti del fondamentalismo, della cultura del controllo e dell’ipocrisia di cui sono pervase questi tipi di comunità. Non sono però critica nei confronti del credo mennonita in sé o dei mennoniti.

    In Mi chiamo Irma Voth, il padre della ragazza ricopre un ruolo fondamentale: egli è il detentore delle tradizioni della comunità. Qualche anno fa, hai parlato di tuo padre in Swing low: a life [2000, inedito in Italia, N.d.R.]. Qual è l’importanza della figura paterna nel processo di emancipazione di Irma? E nel tuo? Questo particolare rapporto padre-figlia è una questione solo mennonita o è un argomento molto più vasto?
    Sono certa che delle criticità nei rapporti padre/figlia siano presenti in molte culture, specialmente in quelle patriarcali, soprattutto se si ha a che fare con un padre rigido ed una figlia ostinata ed amante della libertà. Mio padre non aveva nulla a che fare con Julius Voth, il padre di Irma Voth. Mio padre era religioso ma non burbero e dispotico. Il padre di Irma rappresenta un mondo passato dal quale Irma ha bisogno di scappare completamente. Non c’è una via di mezzo per Irma e, per trovare se stessa, è obbligata lasciare la propria casa e tutto ciò che le è familiare.

    La “normalità” si configura come la possibilità di decidere in autonomia, di vivere nella moderna società, praticando anche le attività più semplici, come lavorare nel cinema. La “normalità” è un obbiettivo fondamentale per Irma. Lei e Nomi sono due personaggi che fuggono da un mondo a cui sentono di non appartenere. Il vagabondare della protagonista di In fuga con la zia può essere letto nello stesso modo?
    In un certo senso, sì. Hattie, la protagonista in In fuga con la zia, sta scappando dalla sua vita a Parigi, ma il suo viaggio è anche motivato dal bisogno di trovare il padre del bambino di sua sorella. Hattie non cerca la libertà, come Nomi e Irma, ma la pace e la tranquillità. Ma è vero, si potrebbe dire che ognuno dei tre personaggi abbandona un mondo alla ricerca di un altro, non sapendo esattamente cosa troverà una volta arrivata a destinazione.

    So che sei un’appassionata di cinema e che hai partecipato nel 2007 a Luz silenciosa del regista messicano Carlos Reygadas. Anche in Mi chiamo Irma Voth il cinema ha un ruolo importante. Hai mai pensato di scrivere sceneggiature?
    Sì! Ho collaborato alla scrittura di una sceneggiatura, un adattamento di In fuga con la zia, e sono sempre stata stimolata dalla possibilità di scrivere una sceneggiatura originale. Vedremo. Penso, ad ogni modo, di preferire la scrittura di romanzi. C’è più libertà nella stesura di un romanzo, si ha il controllo assoluto sullo svolgimento della storia. Scrivere una sceneggiatura è stato comunque divertente.

    Per concludere, quali sono le tue letture preferite? Qualche autore in particolare?
    Leggo di tutto. Mentre scrivo un romanzo preferisco leggere poesie, saggi e biografie di autori. Non vedo l’ora di leggere le Letters di Kurt Vonnegut [inedite in Italia, N.d.R.]. Quando, invece, non scrivo un romanzo mi piace leggerli. Aspetto con ansia di leggere il nuovo libro di Louise Erdrich [autrice USA pubblicata in Italia da Feltrinelli, N.d.R.].

    (si ringrazia Valerio Bordonaro per il contributo)

  • 01Dic2012

    Antonella Finucci - flaneri.com

    “Mi chiamo Irma Voth” di Miriam Toews

    «Il mondo sembrava spettacolare e bello e calmo, come il sacro cuore di Gesù, avrebbe detto mia madre. Il mondo che stavamo lasciando. Ma immagino che il mondo faccia sempre così. Ti risucchia dentro facendosi bello proprio nel momento in cui sei pronto per andartene».
    È Irma che parla, Irma che se ne va perché sceglie di essere libera. Pagando un prezzo altissimo, ma consapevole di iniziare a vivere.

    Per tornare, anche, alla fine, ma diversa, migliore e magari pure felice. Parto dalla fine, che poi è un inizio; una fine che nasce da un incipit scioccante: «Jorge ha detto che non sarebbe tornato finché non imparavo a essere una moglie migliore». La sua storia, in mezzo. Temi forti raccontati in prima persona senza drammi, senza eccessi, con un filo di ironia che rende più piacevole e leggera la narrazione.
    Edito da marcos y marcos, Mi chiamo Irma Voth, di Miriam Toews, è un romanzo che cattura, particolare e insolito per ambientazione e qualità della scrittura.
    Siamo all’interno di una comunità mennonita, Irma parla messicano, inglese e basso tedesco e non sopporta le regole rigide che la circondano, le consuetudini della sua comunità. Vittima di un padre violento e possessivo, chiude con lui ogni rapporto quando decide di sposare un messicano non mennonita contravvenendo alle regole, sperando di iniziare con lui una nuova vita. Delusa dal suo uomo che le imputa di essere una cattiva moglie (è invece lui a essere un pessimo marito, tanto da abbandonarla dopo pochi mesi di convivenza), Irma si ritrova a fare da interprete all’attrice tedesca Marijke, dopo l’arrivo nel deserto di una strampalata troupe cinematografica.
    «Spero che un giorno qualcuno mi chiederà dov’ero quando ho fumato la mia prima sigaretta, perché gli potrei dire bè, sai com’è, ero sul letto di mia zia e mio zio con un’attrice tedesca di quattordici anni che aveva un figlio di ottanta. Niente di che».
    Si apre per lei un mondo nuovo, che seduce anche sua sorella Aggie, come lei donna pensante e dunque scomoda, che decide di seguirla. Ma nemmeno quello è il loro posto, sebbene affascinante e interessante. Irma allora, coraggiosa e inquieta, desiderosa di essere semplicemente donna, decide di lasciare Diego, il suo film e le regole di quest’altro mondo (che in fin dei conti non era poi migliore per costruirsi una personalità libera ma concreta), alla volta di Città del Messico. Insieme a Aggie e alla neonata Ximena, che la madre ha appena partorito e che affida alle sorelle maggiori per sottrarla a una vita impossibile, iniziano le dis-avventure di questo terzetto assortito e per certi versi comico: Irma si improvvisa doppiamente mamma, cambiando pannolini alla piccola ed emozionandosi quando Aggie diventa improvvisamente grande sporcandosi di sangue.
    Originale e realistico allo stesso tempo e sicuramente molto autobiografico, in questo romanzo la Toews riesce a indagare i dolori e gli interrogativi della vita di tutti i giorni, senza la pretesa di dare delle risposte, soltanto con la speranza di portarci a riflettere. E lo fa con un modo di raccontare così vicino al parlato e all’immediatezza, mantenuto in modo eccellente dal traduttore Daniele Benati, che riesce a rendere la narrazione particolarmente fluida e avvincente. La forza di una donna e la spinta della libertà in un romanzo che merita di essere letto, anche dagli uomini.

    (Miriam Toews, Mi chiamo Irma Voth, trad. di Daniele Benati, marcos y marcos, 2012, pp. 304, euro 17)

  • 31Ott2012

    Ana Ciurans - Blow up

    Miriam Toews, Mi chiamo Irma Voth, Marcos y Marcos, pag. 300, euro 17,00, trad. di Daniele Benati

    Irma Voth è nata in una famiglia mennonita fuggita in fretta e furia dal Canada dopo la misteriosa scomparsa della sorella. C’è qualcosa in quella vita imposta che lei non riesce a mandare giù.

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  • 31Ott2012

    Patrizia La Daga e Giuditta - leultime20.it

    1. Dai un voto alla copertina e spiegalo
    Voto: 8
    Le copertine della Marcos y Marcos mi piacciono molto, perché sono colorate in maniera decisa e fortemente riconoscibili.
    Il giallo di questa copertina specifica risulta un forte richiamo di attenzione e curiosità. Il cactus centrale, quasi antropomorfizzato, si staglia nel mezzo e richiama lo sguardo alle figure umane scure e incappucciate sullo sfondo. Bello anche il lettering del titolo, nella sua chiara e tonda semplicità.

    Una mia passione: trovare in copertina il nome del traduttore. Peccato che manchi, mentre Daniele Benati, citato sulla bandella e frontespizio, avrebbe meritato, a mio avviso, anche la copertina perché ha fatto un ottimo lavoro, conservando viva e immediata la lingua.

    2. L’incipit è…
    Scioccante. Parole che feriscono e che incollano alla pagina.

    3. Due aggettivi per la trama
    Curiosa e appassionante.

    4. Due aggettivi per lo stile
    Colloquiale e insolito.

    5. La frase più bella
    Sono tornata in corridoio e ho sentito Aggie e mia madre che parlavano nella stanza da letto. Aggie diceva stringimi forte, mamma, ancora più forte. Stavano piangendo tutt’e due.
    Forse non è la più “bella” frase in senso stilistico, ma è una delle più emotive. È l’ultimo saluto alla madre di una figlia che fugge. Semplice e commovente. Senza fronzoli. Solo lacrime.

    6. La frase più brutta
    Aggie ha detto che nostro padre aveva detto al regista che i film sono come delle bellissime torte, farcite di merda.
    L’ottusità di un uomo che si manifesta nella volgarità di un’immagine.

    7. Il personaggio più riuscito
    Irma Voth, la protagonista. Una giovane donna dall’intelligenza vivace, con un carattere bizzarro e inconsapevolmente coraggioso, che le consente di affrontare le difficoltà della vita con risolutezza ed ironia.

    8. Il personaggio meno azzeccato
    Ximena, la neonata, sorella di Irma. La sua presenza intenerisce il lettore ma rende surreale una parte del romanzo, già costellato di episodi a dir poco inconsueti. Riuscire a far vivere a una bambina così piccola certe avventure appare una forzatura eccessiva.

    9. La fine è…
    Aperta e commovente.

    10. A chi lo consiglieresti?
    A tutti perché oltre a divertire e ad emozionare, apre i confini della conoscenza a realtà inconsuete. Dei mennoniti e delle loro severe regole di vita, prima di questo libro, personalmente, non sapevo nulla.
    Voto: 8
    Una copertina minimalista, efficace e molto coerente. L’aridità della vita della protagonista e dei luoghi semidesertici in cui si svolge la vicenda è ben rappresentata dal cactus su fondo giallo, che domina la scena. L’opportunità di fuggire da un’esistenza opprimente è invece incarnata dalla troupe cinematografica.

    Straordinario, perchè fa scattare in maniera diretta l’immedesimazione con l’ottica straniata della protagonista, in un miscuglio introspettivo di discorso indiretto e diretto che sostanzia l’originalità e la felicità della narrazione.

    stranulata e surreale.

    Immediato e originale

    Sedute sullo steccato, guardavamo le cose. Cose semplici. Che erano vere. Cose che ci appartenevano e si appartenevano tra loro. Le nuvole, i nostri vestiti, le mie mani.
    C’è il senso vero del romanzo, l’attenzione per le minuzie insignificanti della vita interpretate dallo sguardo pazzoide e personalissimo di Irma, all’interno del quale si caricano di un denso e pregnante significato esistenziale.

    Fino a un momento prima stai saltellando fra le onde sfavillanti per la prima volta in vita tua e non riesci assolutamente a smettere di ridere, e subito dopo eccoti a espellere l’inutile mucosa del tuo utero e a imbrattare di messaggi sanguinolenti bacinelle di porcellana e spiagge sabbiose. Parole dettate dalla vergogna come: scusate per il pasticcio e l’odore, e non so per quale accidenti di motivo sto piangendo in una giornata estiva così bella.
    Non c’è il dono della femminilità i questo brano, ma solo il disagio e l’inadeguatezza di essere necessariamente e ineluttabilmente donne, sensazioni capaci di spezzare la felicità di un momento di giochi infantili al mare e di inchiodare alla propria meschina situazione.
    Sono tutti personaggi fuori dalle righe. Note oltre il pentagramma. Questa loro condizione di inappartenenza li rende in maniera diversa perfettamente riusciti e congeniali al mondo narrativo di cui fanno parte. Obbligata a scegliere cito Wilson, con la carica sofferente della sua malattia e l’indifferenza lucida con cui la vive, almeno in apparenza.
    I personaggi sono tutti azzeccati, posso solo scegliere tra quelli negativi, il più urticante e odioso, che però all’interno della vicenda conserva una sua nota di forte umanità.
    Il padre, severo autoritario violento, reso con grande maestria nel gioco di finzione e realtà, con cui la protagonista vive i momenti con lui sulla pagina, indicandoci come reali gesti e parole che le sarebbero piaciuti veder compiere al genitore nei momenti più salienti. La mancanza di questi gesti rendono anche la figura del padre estremamente ricca di una sofferta e sofferente umanità.

    Sospesa e poeticamente inconcludente.

    A chi ama farsi trasportare in un mondo lontano, non per distanza geografica ma per suggestioni atmosfere incontri e sensazioni. Con Mi chiamo Irma Voth veniamo rapiti da un mondo che fa della stranezza la cifra dominante del modo di concepire e valutare la realtà.

  • 24Ott2012

    Francesca Frediani - Elle

    Ragazze in fuga

    Nel nuovo libro di Miriam Toews, la storia di una giovane donna che scappa senza mai voltarsi. Proprio come lei.

    Le adorabili ragazze di Miriam Toews sono creature in fuga: amiche, sorelle, zie, che scappano senza guardarsi indietro, lasciandosi alle spalle ambienti religiosi cupi, genitori oppressivi, mariti assenti, vite pesanti.

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  • 20Ott2012

    Giuditta Casale - trentamag.com

    Leggendo su… le minoranze

    Plurale è meglio di singolare, multiforme di unitario, molteplice di semplice, diverso da uguale?
 Generalizzando e anche banalizzando direi a gran voce di sì!
    Eppure in tutte le epoche, ma ancor più dolorosamente e tragicamente nel Novecento per l’Europa,
 le minoranze, etniche o religiose, non sono state considerate una risorsa preziosa, ma al contrario
usate dalla rabbia cieca di governi e capi di governo come capro espiatorio per poter deviare e
deconcentrare i cittadini dai reali problemi della società, o per creare un falso mito di nitarietà e
nazionalismo, o ancora per vendicare passati privilegi di cui la minoranza era stata fatta oggetto.

    Certo non sempre salvaguardare la propria identità di minoranza a scapito dell’integrazione e del
confronto, è di per sé un dato positivo, laddove ci si chiude all’esterno, lo si elimina dalla propria
percezione del reale, lo si relega a una condizione di denigrazione e rigetto.
Al concetto di minoranza, che è spesso accompagnato da persecuzioni e deleggittimazioni, si
associa quello di emigrazione, sradicamento, integrazione, non sempre facile, non del tutto riuscita,
talora non garantita.
Due diversi tipi di minoranza, visti da un’angolatura molto differente, e raccontati con stili
fortemente originali e suggestivi sono al centro di due splendidi romanzi.
Miriam Toews in Mi chiamo Irma Voth, (traduzione di Daniele Benati, Marcos y Marcos, 2012)
racconta delle idiosincrasie e dell’emarginazione voluta e consapevole della comunità mennonita,
acuita dalla vicenda personale della protagonista che il padre relega in una condizione di ulteriore
isolamento e marginalità non solo dalla famiglia ma dalla stessa comunità.
    Molto tempo fa, negli anni Venti, sette uomini della comunità mennonita avevano fatto un viaggio
dal Manitoba al palazzo presidenziale di Città del Messico per concludere un affare. Gli era stata
offerta questa terra per un tozzo di pane e loro avevano deciso di accettare e di trasferire tutti i
membri dalla loro colonia, nel Canada centrale, fino al Messico, dove non avrebbero più dovuto
mandare i loro figli a scuola o insegnar loro a parlare in inglese o vestirli con abiti normali.
I mennoniti hanno avuto origine in Olanda cinque secoli or sono, dopo che un certo Menno
Simons si era così commosso nell’udire i prigionieri anabattisti cantare inni sacri prima di essere
giustiziati dall’Inquisizione spagnola, che aveva sposato la loro causa ed era divenuto il loro
leader. Poi hanno cominciato a girare per il mondo e a fondare le loro colonie, in cerca di libertà,
solitudine, pace e mercati per il loro formaggio. Diversi paesi ci danno ospitalità a patto che ce ne
stiamo buoni e contribuiamo all’economia coltivando la terra senza dare nell’occhio. Noi viviamo
come fantasmi. Poi, qualche volta, questi paesi decidono che dopotutto anche noi dobbiamo essere
cittadini come gli altri e ci obbligano a far cose come arruolarsi nell’esercito o pagare le tasse o
rispettare le leggi e allora noi prendiamo su la nostra roba nel bel mezzo della notte e partiamo
per un altro paese, dove possiamo vivere in purezza, anche se un po’ ai margini. Il nostro motto
proviene dal “rifiuto del mondo” che si trova nel libro biblico di Giacomo: Chi dunque vuole
essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
    Melinda Nadj Abonji in Come l’aria, (traduzione di Roberta Gado, indicata in copertina come è
straordinaria ed encomiabile tradizione per Voland, 2012) racconta invece della discriminazione e
della difficile identità per la piccola comunità ungherese della Voivodina, nel nord della Serbia, ma
la percezione di tale identità è anche in questo romanzo resa più complessa dall’emigrazione della
famiglia Kocsis, protagonista del romanzo, dall’allora Jugoslavia in Svizzera. Un cammino tortuoso,
pieno di disillusioni, in un caleidoscopio di sentimenti e sfumature, che la guerra rende ancora più
confusi e nebbiosi, contraddittori e lugubri:
    Nomi e io non abbiamo mai deciso di venire qui, soltanto questo; e mamma, che sgancia il
mollettone dai capelli, lo pinza alla camicia, papà, che lancia la spugna dietro di sé nel lavandino,
tua madre ha ragione a ricordarti la guerra, prova a immaginare solo per un attimo con la tua
testa dura cosa significherebbe, e io che dico che non è questo il punto, voglio capire la nostra
diversità senza rendermi invisibile, e non mi viene il termine ungherese per “diversità”, ma la
chiarezza improvvisa del perchè, quando qualcuno muore, si dice che è “scomparso”, la difficile
posizione della diversità, penso, mi dirigo verso la stazione di polizia, grate a porte e finestre,
salve, c’è nessuno?

    In entrambi i romanzi, pur nella loro innegabile e ben visibile diversità di toni e temi, quello che
affascina è l’ottica della protagonista da cui gli eventi e soprattutto il concetto stesso di “minoranza”
viene tradotto: Irma e Ildikò. Due donne nel fiore degli anni, figure complesse, con delle bizzarie
che le rendono uniche, come unico e particolare è il loro modo di guardare alla realtà, sia quella
limitata che le circonda che quella più generale di cui sentono di voler far parte. Per entrambe il
vero salto nel buio, con la conseguente opposizione alla figura paterna, più netta e dolorosa in Irma,
più toccante e intima in Ildikò, è innamorarsi di uno “straniero”, uscire fuori dalla propria angusta
comunità, per confrontarsi con l’altro, il diverso, persino il nemico.
Per Irma si tratta di Jorge, un messicano, inaccettabile per il padre, nella cui visione delle persone
intrisa di stereotipi inattaccabili, i messicani sono tutti narcotrafficanti:
    Una volta avevo commesso l’errore di chiedere a mio padre se non era inevitabile, dopo tutti quegli
anni, che una ragazza mennonita si innamorasse di un ragazzo messicano e volesse sposarlo.
È quella che si chiama integrazione, babbo, mica una cosa dell’altro mondo. Voglio dire, se si
accettano le terre per un tozzo di pane… Ma lui aveva smesso di ascoltarmi secoli prima.

    Anche Ildikò sa bene che l’identità del ragazzo che ama, Dalibor, un serbo vissuto in Croazia, non
sarà facile da accettare per il padre, ma lo spirito è completamente diverso, un atteggiamento più
moderno e sfrontato che scade nel gioco e nello scherzo:
    …e i tuoi genitori? Glielo hai già presentato? È troppo presto, rispondo in fretta, ci conosciamo
solo da un paio di settimane. Serbo? Domanda Aranka. Sì, un serbo vissuto in Croazia, a
Dubrovnik. Quindi difficile per tuo padre, difficile o impossibile, rispondo io (e abbiamo già
speculato per scherzo su come trovare l’ago nel pagliaio, l’uomo ideale che nostro padre
desidererebbe per le sue figlie, all’ultimo posto in assoluto un serbo, però nemmeno un russo e
neanche uno svizzero, l’uomo ideale è ungherese, il non plus ultra sarebbe un vajdasàgi magyar,
un ungherese di Voivodina a cui non bisogna spiegare la storia, uno che sappia cosa significa
appartenere a una minoranza, e siccome lo sa è emigrato anche lui, in Svizzera, un ungherese
di Voivodina che in Svizzera ha fatto strada, ha un mestiere vero, dunque niente a che fare con
le parole, la pittura o la musica; inoltre porta i baffi e i capelli corti, tira sempre il portafogli
per primo, con discrezione, non si fa mai invitare da una donna e mangia volentieri cibi pesanti,
maschili, al contrario di quegli omuncoli pallidi che si cibano di verdura e insalate come le
mucche di erba, il suo abbigliamento è corretto, soprattutto le scarpe, ha fatto il militare e non si
sognerebbe mai di andare alle dimostrazioni in un paese democratico, tanto meno a quella del 1°
maggio!), magari li sottovalutiamo, i nostri padri, osserva Nomi, siamo sempre convinti di sapere
come reagiranno, come darci torto!

    Il rapporto tra padre e figlia in Mi chiamo Irma Voth è fatto di angoscianti silenzi, di mancanza
di gesti e parole, di una violenza manesca e crudele che non cede mai alle spiegazioni. Il padre,
come lo stesso Jorge, che ne è quasi un’infantile incarnazione, sono anime brutali, perché ferite.
Rispondono con la violenza e l’anaffettività a un profondo disagio esistenziale, che mette radici
nella loro infanzia ferita. Tra Irma e il padre non ci sono più parole, ma solo sguardi pieni di
durezza, che nascondono a sé e agli altri un terribile e atroce segreto.
    Dov’è? Ho detto. Mia madre ha indicato il retro della casa, la cucina estiva, e io sono volata da
quella parte e ho fatto saltare il gancio e l’occhiello e ho strappato via la zanzariera dal cardine
che cedeva e ho detto a mio padre di smettere di picchiarla, la stava frustrando con una cintura, e
ad Aggie di venire subito con me. Subito. Mio padre e io ci siamo guardati negli occhi. I suoi occhi
erano folli di paura e di disperazione e lui ha cominciato a piangere e mi ha chiesto di perdonarlo.
    Mi ha implorato di perdonarlo.
Gott ist die Liebe
Lest nich erlosen
Gott est die Liebe
Er liebt auch dich.
È una bugia. Mio padre non ha detto niente. Ma è vero che ci siamo guardati con durezza per
qualche istante.

    Al contrario il rapporto di Ildikò con il padre, seppure intessuto di silenzi e incomprensioni, di
note taciute e sottratte alla condivisione, racconta un legame fragile ma profondo, di un uomo
che la Storia ha in qualche modo piegato, ma non spezzato. Nel rapporto padre-figlia si nasconde
soprattutto un approccio diverso alla propria identità. Il padre è ancora un ungherese, ancorato a
tradizioni pregiudizi riti e valori, le figlie invece sono cittadine del mondo, hanno con le loro origini
un rapporto complesso di affetti e sentimenti, ma sentono come una necessità impellente il desiderio
di integrarsi, di vivere come i loro coetanei in Svizzera, hanno reciso in maniera netta da un punto
di vista esperienziale e pragmatico il legame con le antiche tradizioni della Voivodina. Sono la
modernità, laddove i genitori rappresentano la tradizione:
    Qui in Svizzera è normale uscire di casa, tutti escono di casa presto, a sedici o a diciassette
anni, pochi aspettano oltre i venti, fa parte del diventare adulti, Nomi e io abbiamo cercato di
spiegarlo più e più volte ai nostri genitori, in tedesco e in ungherese, ma lo sapevamo entrambe:
non avrebbero mai capito, mamma e papà, come si possa uscire di casa prima di sposarsi, come
si possa preferire un “buco” alla possibilità di vivere in un posto dove c’è tutto. Ma solo il giorno
in cui ho messo le mie cose negli scatoloni, ho intuito che in gioco c’era molto di più: la profonda
vergogna che mamma e papà dovevano provare per il mio trasloco, cosa avrebbero detto i nostri
parenti? Leggevo nei loro occhi che la mia partenza significava l’abbandono della famiglia
d’origine, se ne sentivano responsabili, e non solo un po’, ma in tutto e per tutto (Mamika mi
sussurra nell’orecchio, non pensare una cosa solo per la tua parte, ma da ogni lato possibile), e
ho guardato i miei genitori, ho ricominciato da capo, non ha niente a che fare con voi…ho detto
e poi ho taciuto, perchè ho compreso che non c’erano parole di consolazione, l’essenziale restava
intraducibile.

    Profonde differenze sentimentali nella stessa condizione di minoranza: Irma si sente ingabbiata,
vive la sua condizione di mennonita come un carcere, da cui è necessario fuggire per poter vivere.
In questa fuga rocambolesca e libertaria porta con sé gli affetti più profondi, le due sorelle. In
Indilkò, invece, il dilemma è molto più complesso. Il suo essere ungherese di Serbia in terra
svizzera con le innumerevoli sfumature di senso che ogni dato geografico porta con sé, resi ancora
più complessi dalla guerra nella ex Jugoslavia che mette in discussione ognuno di questi assetti,
è un dato fortemente introspettivo, ricco di sentimenti e di partecipazione emotiva. Uno scavo
interiore che Ildikò e la sorella Nomi vivono sulla propria pelle e nei propri ricordi, negli incontri
e nei confronti. Una dicotomia che a tratti sentono lancinante e a tratti carica di nostalgia. Uno
sguardo alla loro vita attuale con tutti i problemi di integrazione che la guerra nei Balcani ha reso
più urgenti, e uno sguardo alla Voivodina carico di nostalgia e struggimento, ma anche di ansia e
preoccupazione.
Mentre Irma corre a perdifiato alla ricerca della vera se stessa, oltre la barriera della comunità
mennonita e della figura paterna, Ildikò si sente dimezzata, frastornata, spezzettata ed è alla
disperata ricerca di tutti i suoi pezzi e i suoi frammenti di identità, difficili da collegare e incollare
tra di loro.
Quello che salva entrambe e che darà un senso e una direzione alla loro ricerca è il senso prezioso
di sorellanza, questo legame affettivo con le sorelle che salva dalle onde e dai marosi di una
complessa identità e aiuta a salvaguardare se stesse, che è forse il vero e necessario approdo di
ciascuno di noi, al di là di ogni appartenenza. Con struggente nostalgia, ma anche con il brillio
negli occhi di un’importante conquista, i due romanzi così diversi nella loro declinazione narrativa e
stilistica, si incontrano nella conclusione sulle note del canto e sull’importanza dei propri legami:
    Le tende erano tirate ed era tardi, le stelle erano dappertutto, e sentivo i rumori incomprensibili
degli animali che cercavano di comunicare fra loro al buio e le voci dei miei fratelli e dei miei
genitori che cantavano un’antica canzone in basso tedesco e io sono rimasta per un momento fuori
dalla porta ad ascoltare e poi sono entrata e ho detto ciao, come state?
    In quella giornata blu di novembre abbiamo pensato ai nostri morti, prozie e prozii, bisnonni che
non abbiamo mai conosciuto, alla mamma di mamma e a Papuci, e per lei, Mamika, abbiamo
cantato una canzone, e abbiamo pregato a suo nome che i vivi non muoiano prima che sia tempo.
    Facile attribuire ciascuno dei due brani al romanzo di appartenenza, ma il mio invito più vero è a
leggere tutto il resto di entrambi!

  • 12Ott2012

    Angela - Righe Vaghe

    Irma Voth è una giovane mennonita che ha sposato un messicano che la abbandona perché secondo lui non è una brava moglie.
    Suo padre, proprio perché ha sposato un messicano, la relega in una casa dall’altro lato del campo mennonita e, appena può, la caccia via.
    Irma Voth è confusa, crede di essere una persona debole.

    Irma invece custodisce un’enorme forza.
    Con l’arrivo di una troupe cinematografica, che deve girare un film sui mennoniti, le vite del campo vengono stravolte e Irma ne approfitta per prendere in mano le redini della sua vita e per salvare dal padre, e da quel mondo apparentemente perfetto e drammaticamente fermo, le sue sorelle minori: Aggie e Ximena.
    Non è un romanzo allegro. Fin dall’inizio capiamo che c’è un filo tragico a collegare il tutto. Ma leggendo si ride, perché la Toews abilmente fa diventare esilaranti le storie di abbandono e solitudine dei suoi personaggi. Un riso amaro che ci consola e che non ci fa staccare dal libro.
    Quando Irma prende e va via tiriamo un sospiro di sollievo. Non è quello il lieto fine, ma la storia, da quel punto, prende un’altra piega. Irma non è stupida, Irma è forte e ha qualcuno di cui prendersi cura e da amare. Questo la porterà a reagire con determinazione, a cercare una soluzione e ad affrontare un passato che fa male. Un passato che ci farà restare senza parole.
    Il fatto che si rida tanto, dalla vendita della droga, alle lezioni di tango, passando per le facce strambe e il vomito di Ximena, rende la fuga perfetta.
    L’ironia della Toews e la sua lucidità mi hanno appassionata fin dalla prima riga. La forza di personaggi come Irma e come la piccola Aggie mi ha commossa.
    Ci sono personaggi a cui vorresti assomigliare un po’. Irma è uno di questi.

  • 09Ott2012

    Annarita Briganti - Il mucchio

    Miriam Toews. Fughe necessarie.

    La rivelazione della narrativa canadese è stata la scrittrice più attesa allo scorso Festivaletteratura di Mantova. Miriam Toews, classe 1964, bionda e sempre sorridente, ci presenta il suo terzo romanzo, Mi chiamo Irma Voth, pubblicato da Marcos y Marcos nella bella traduzione di Daniele Benati.

    Leggi l’articolo completo

  • 05Ott2012

    Elisabetta Muritti - Velvet

    Quando le donne hanno molte vite.

    Passate, presenti o future. Ragazze e/anziane, tutte, prima o poi, si ritrovano a fare i conti con la loro storia. E la famiglia.

    La storia di una ribellione. Miriam Toews, 48 anni, figlia di severi genitori mennoniti (cioè seguaci della più numerosa delle chiese anabattiste) canadesi, ha fatto parlare di sé con romanzi strampalati e struggenti.

    Leggi l’articolo completo

  • 30Set2012

    Redazione - girotrailibri.blog.tiscali.it

    Irma Voth e la sua greve famiglia vivono nel più totale isolamento nel deserto del Messico.
    A rompere una monotonia fatta di preghiera e lavoro è una troupe cinematografica che avvia i lavori per la realizzazione di un film a tema. Irma, catapultata in un vortice di novità, comincia a prendere consapevolezza del suo essere e delle necessità che da esso gridano soddisfazione, avviando un processo di distacco, anche fisico, da ciò che è la sua esistenza.

    La narrazione porta il lettore in viaggio nel mondo dei Mennoniti, un gruppo religioso, di cui Irma fa parte, che propugna il ritorno alla chiesa cristiana delle origini che, negli intenti, è stata adulterata dalla smodata ricerca di “temporalità”. Essi si pongono in atteggiamento apertamente polemico con quelli che sono i dettami del concilio di Nicea. Rifuggono il lusso e vivono appartati, lontani dalla tentazione.
    Un viaggio che non è di condanna per le scelte religiose di un gruppo, ma un mondo dal quale Irma prende le distanze in modo netto, ma con la nostalgia che si ha quando si rinuncia qualcosa che di noi è elemento costitutivo.

  • 28Set2012

    Marco Crestani - Libereditor.wordpress.com

    La prima volta che ho incontrato Jorge è stato al rodeo di Rubio. Lui non era né un cowboy né un lanciatore di lazo. Era solo uno spettatore seduto sugli spalti. Normalmente noi non avevamo il permesso di andare al rodeo, ma mio padre era lontano da casa, nel Belize, in visita a un’altra colonia, e mia madre aveva detto a mia sorella Aggie e a me che potevamo prendere il pick-up e andare a passare il resto della giornata al rodeo, a patto che portassimo con noi anche i bambini così lei poteva riposarsi.

    Forse era incinta. O forse aveva appena perso il bambino. Non ricordo. Ma quel pomeriggio se ne infischiava delle regole, e così, per miracolo, ci eravamo ritrovati a un rodeo. Non so se a rendermi audace sia stata la scarica di adrenalina che ho avuto al solo pensiero di essermi allontanata dalla fattoria, fatto sta che ho notato Jorge seduto là da solo, tutto preso dallo spettacolo, che muoveva abilmente il proprio corpo a seconda dei movimenti dei veri cowboy, e l’ho trovata buffa, come cosa, e ho deciso d’andarlo a salutare.
    Fai finta di essere un cowboy? gli ho chiesto in spagnolo.
    Lui ha sorriso, un po’ imbarazzato, credo.
    E tu, fai finta di essere una mennonitzcha? ha detto.
    No, io lo sono davvero.
    Mi ha chiesto se volevo sedermi accanto a lui e io ho detto sì, ma solo per poco, perché bisognava che tornassi da Aggie e i bambini.
    Abbiamo chiacchierato in un cattivo inglese e in un cattivo spagnolo, ma non è stata una gran conversazione, perché non appena mi ero seduta accanto a lui, la mia audacia era svanita di colpo e le mie ginocchia si erano messe a tremare dalla tensione. Avevo paura che qualcuno mi vedesse parlare con un giovane messicano e lo riferisse a mio padre

    A diciannove anni Irma Voth vive in una comunità mennonita nella regione semi desertica del Chihuahua messicano. Sono passati sei anni da quando la sua famiglia ha lasciato il Canada per sfuggire agli occhi indiscreti del governo e preservare la propria libertà religiosa, ma a Irma manca ancora la sua piccola città canadese. Le manca il freddo, ma non solo quello.
    La vita in Messico non è facile, anzi. Irma si ritrova abbandonata dal giovane marito che l’ha lasciata per perseguire una vita di spaccio invece che lavorare nella fattoria della sua famiglia.
    Ora suo padre l’ha relegata in un casolare ai margini della comunità e tutto sembra crollare, ma le cose cambiano per Irma solo quando nella casa vuota accanto alla sua arriva una troupe cinematografica a fare un film sulla comunità mennonita gettando inevitabilmente lo scompiglio…
    Quando Miriam Toews sembra parlare del presente, ci porta lontano. La sua è una voce eccentrica, ma autentica, discorde, insolita. Non la afferriamo mai, perché abita altrove, anche quando pare soffrire e lacrimare davanti ai nostri occhi. Commuove e diverte (con un umorismo tagliente e spesso cupo) allo stesso tempo e scrive in un modo straordinariamente fresco parlando di felicità tortuose o di esistenze al limite con grande umanità e intensità emotiva.
    Una scrittrice importante dallo stile lieve, rapido, sciolto che introduce uno struggente e fantastico respiro amoroso.

  • 27Set2012

    Alice De Carli Enrico - meloleggo.it

    “Mi chiamo Irma Voth” è il nuovo romanzo di Miriam Toews, scrittrice-rivelazione del panorama letterario canadese degli ultimi anni. Tradotto in italiano da Daniele Benati, è l’ultima novità proposta dalla casa editrice Marcos y Marcos.
    Il titolo, “Mi chiamo Irma Voth” (solo “Irma Voth” nell’originale) sembra già una presa di posizione, una dichiarazione d’intenti.

    Irma Voth si presenta, racconta la sua storia e il suo mondo, spersa com’è in mezzo al deserto del Messico dopo che Jorge, suo marito, se n’è andato lasciandola sola in mezzo a quella vastità di terra e cielo, nel campo 6.5. Certo, i suoi genitori, sua sorella minore e due fratellini ancora più piccoli abitano nella fattoria lì accanto ma, dopo che si è sposata con un messicano a soli 18 anni, i rapporti con loro si sono fatti tesi. Sono mennoniti, non hanno l’abitudine di prendere contatto con persone che non appartengono allo stesso credo, che non rispettano le stesse tradizioni e non condividono un comune stile di vita. O almeno così la pensa suo padre e, di rimando, è così che deve pensarla il resto della famiglia.
    La presentazione di Irma è il principio, un sassolino lanciato forse per caso, ma con decisione, che rappresenta il primo piccolo passo che questa giovane ragazza compie per cercare sé stessa come persona, come essere umano. A volte neanche il cielo trapuntato di stelle e la natura attorno a lei sembra diano ascolto ai suoi pensieri, sola com’è a porsi domande, a nutrire speranze e a cercare nella linea dell’orizzonte il ritorno di quel marito che se n’era andato, “ma prima di partire mi ha donato una torcia elettrica nuova fiammante con batterie tripla C e gliene sono riconoscente perché questo è un angolo di mondo molto buio, un angolo buio e nero come la pece”.
    Solo che Irma conosce lo spagnolo, l’inglese e il basso tedesco, e quando incontra Diego, il regista che ha deciso di girare un film proprio lì in mezzo al nulla, dove vive lei, ecco che la riconosce come la persona perfetta per poter lavorare come interprete sul set. Non solo viene così coinvolta nelle riprese di un lungometraggio, non solo inizierà a confrontarsi con molte altre persone, tutte reduci dal proprio personalissimo passato, ma comincerà anche ad avere un suo ruolo e tutti i compiti che questo comporta, anche quello di filtro tra le persone, di detentrice dei loro segreti e, perché no, in un certo qual modo di regista delle emozioni.
    Mentre ciò che accade dentro e fuori dal set trasforma quel sassolino lanciato per caso in una valanga interiore, tanto potente quanto naturale, Irma si troverà a cambiare, a crescere e, suo malgrado, a prendere in mano le redini tanto della sua esistenza quanto di quella delle proprie sorelle. Imparerà, soprattutto, che non bisogna esser pronti a morire, né essere pronti a vivere, ma occorre essere pronti “a morire a forza di provarci”.

  • 25Set2012

    Michele Lupo - ParadisoDegliOrchi.com

    C’era già stato Un complicato atto d’amore (in Italia da Adelphi). Ora, nel romanzo Mi chiamo Irma Voth tradotto da Daniele Benati per i tipi di Marcos y Marcos, la canadese Miriam Toews ritorna su un argomento per lei evidentemente fondamentale, sebbene, e senza i timori della sua protagonista, sembri risolverlo con una certa agilità.

    Come molti sapranno la Toews proviene da una famiglia di mennoniti, comunità cristiana di derivazione anabattista fondata dall’olandese Menno Simons (1496-1561). A leggere le sue storie e informati sulla sua stessa biografia verrebbe da dire che esiste un modo non così drammatico per risolvere la faccenda dell’identità, feticcio agitato nella cultura degli ultimi anni con la facilità tipica dei linguaggi approssimativi.
    Irma Voth, canadese anche lei, cresce però in una zona desertica del Messico. La sua è una comunità isolata come prescrive la dottrina mennonita. Sono pacifisti ma a loro modo fondamentalisti, refrattari a qualsiasi tipo di mescolanza, rigidi nelle norme e nei costumi, sospettosi verso la modernità, che significa qualsiasi cosa non appartenga al loro codice culturale. Di più, Irma deve vedersela con un padre che anche caratterialmente non è il massimo della vita (per non dire il senso logico: per lui, quelli di fuori sono tutti narcotrafficanti) il che significa essere costretti a introiettare dogmi e regole in un modo piuttosto violento.
    Ciò nonostante, la ragazza, fragile ma non troppo da non sapere quello che vuole (intanto, una vita meno claustrofobica), conosce il messicano Jorge, estraneo alla comunità, e se ne innamora fino al punto di sposarlo. Se il padre è costretto ad abbozzare, costringe però i due a vivere separati dagli altri badando alle mucche. Cosa che al ragazzo garba poco o punto. Sì che Irma si ritrova in breve a dover fare a meno della famiglia e dello sposo avventizio. Che è un gran bel modo per mettersi alla prova. Lì, o sprofondi nella depressione, o provi a reinventare la tua vita. Ed è questo che le riesce di fare approfittando del caso che fa giungere al villaggio una sgangherata troupe cinematografica il cui regista ha idealizzato la comunità e vuole omaggiarla con un film (e una delle cose migliori del libro è la contraddizione fra la purezza pretesa dalla rappresentazione e l’ostilità anche un po’ ottusa che la realtà a sé stante le oppone).
    Di lì principieranno le avventure della donna, che accettando per la troupe l’incarico di interprete dal balzano tedesco della comunità, conoscerà il suo stravagante circo di artisti più o meno improbabili, poi si deciderà a un personalissimo espatrio – e definitivo distacco dal mondo originario – verso Città del Messico. Un po’ come è successo alla scrittrice, che in effetti ha mollato i suoi simili, ha iniziato a costruirsi una sua carriera nel mondo di fuori anche lavorando come attrice cinematografica.
    Temi impegnativi quelli della Toews risolti con passo leggero, mai scevro di umorismo, stilisticamente non indimenticabile, candido solo in apparenza, cattivo quanto basta.

  • 19Set2012

    Alessia Clapis - GliAmantiDeiLibri.it

    A tu per tu con… Miriam Toews
    Autentica rivelazione della narrativa canadese degli ultimi anni, Miriam Toews è nata in una comunità mennonita del Manitoba, tirata su da genitori piuttosto burberi. A diciott’anni se n’è andata di casa sbattendo la porta e ha girato mezzo mondo. Appassionata di cinema, si è cimentata persino come attrice, con risultati egregi. Nei suoi romanzi, commuove e diverte con una scrittura di straordinaria freschezza, parlando di felicità complesse, vite al margine, lucida follia.

    Nel 2004 ha vinto un premio stratosferico, il Governor General’s Award, con Un complicato atto d’amore, pubblicato in Italia da Adelphi.
    Uscito in Canada e in usa alla fine del 2008, In fuga con la zia, il suo precedente romanzo, è in corso di traduzione in dieci lingue. Noi l’abbiamo incontrata nella cornice del Festivaletteratura di Mantova e le abbiamo rivolto qualche domanda.
    Parliamo dell’ambientazione dei suoi romanzi, spesso ricorre come scenario il Canada, anche lei è cresciuta lì, quanto c’è di autobiografico in quest’ambientazione?
    L’elemento autobiografico riguarda la mia vita in Canada, io sono vissuta in Canada, io sono cresciuta in Canada, in una comunità mennonita, non estrema come quella di Irma, benché anche io l’abbia lasciata come ha fatto lei. Io sono però rimasta in Canada mentre lei è andata in Messico.
    Nei suoi libri parla spesso della comunità dei Mennoniti, nella quale anche lei viveva,  quanto questa esperienza ha influenzato la sua scrittura?
    Vivendo in una comunità mennonita, come quella in cui sono cresciuta io, ciò che si poteva fare di artistico, le distrazioni artistiche, erano veramente poche. Non si poteva ascoltare la musica, ballare, andare al cinema. Potevamo scrivere ma in segreto perché ci serviva solo un libro e una penna. Sicuramente sono stata influenzata anche dal fatto di aver letto la Bibbia, nella quale ci sono moltissime allegorie e metafore, e questo mi ha aiutato per la mia scrittura. Essere una mennonita, provenire da quel tipo di comunità mi ha reso un “outsider”, quasi un’estranea alla società e questo è stato sicuramente un vantaggio ed è un vantaggio tutt’ora per uno scrittore.
    Parliamo invece dei personaggi dei suoi libri, in particolare dei personaggi femminili, sono figure che spiccano, molto peculiari, come Hattie per esempio, mi dica qualcosa su questo personaggi…
    Hattie rappresenta bene i tratti di questi personaggi femminili, di queste donne. “In viaggio con la zia” è narrato dal punto di vista di Hattie che è un personaggio che sta tra più mondi, si trova in una posizione intermedia. Ha lasciato il Canada per andare a vivere a Parigi e fare l’artista anche se non funzionerà, come non funzionerà la storia con il suo ragazzo che deciderà di lasciarla. Lei si sentirà persa, e questo fatto di sentirsi sola e persa è sicuramente un tema ricorrente nei miei romanzi. Le donne che io descrivo nei miei libri sono curiose, hanno voglia di scoprire il mondo e hanno aspirazioni artistiche anche se spesso non sanno di averle o non se ne rendono veramente conto. Sono donne insolite, uniche, e sono spesso delle outsider, dei personaggi controcorrente che vanno alla ricerca di amore, famiglia e libertà.
    Un altro tema che ricorre spesso è quello dell’adolescenza, c’è un motivo particolare? una fonte di ispirazione?
    Io ho tre figli, che ormai sono cresciuti, sono adulti, io li ho sicuramente osservati e ho tratto ispirazione da loro. Quello che apprezzo nei giovani e negli adolescenti è il loro coraggio, la loro sfrontatezza, il fatto che siano sempre alla ricerca di qualcosa perché non sanno ancora chi sono e cosa li aspetta, perché non sanno cosa riserverà per loro il futuro e chi diventeranno. Gli adolescenti si trovano in questa terra di nessuno, tra l’infanzia e l’età adulta, che rappresenta un periodo bellissimo da descrivere nella scrittura, nella commedia e nella narrativa.
    Lei afferma di essere molto appassionata di cinema, “se potessi vedrei anche tre film al giorno”, che impatto pensa possa avere questo sulla sua scrittura?
    Sicuramente c’è una relazione, un collegamento tra queste due mie passioni, sono ispirata sia dai libri che dai film, mi piace soprattutto la struttura narrativa che c’è dietro ad ogni film e spesso mentre scrivo mi immagino il mio romanzo come un film quindi con determinate scene, dopo una scena ce n’è un’altra come se fossi proprio sul set di un film. Mi piace anche che i personaggi vengano ritratti in modo quasi cinematografico.
    Lei ha uno stile molto particolare, per esempio ha deciso di eliminare le virgolette, qual è il motivo di questa scelta?
    Non mi piace usare le virgolette per due motivi, perché rendono caotica la pagina, quindi semplicemente per una ragione estetica, e poi anche perché interrompono il mio flusso di scrittura, devi fare più movimenti per fare le virgolette quindi interrompono proprio lo stream of conciousness quando scrivo.
    La scrittura è qualcosa di diverso per ogni autore, qualcosa di particolare, per lei cosa significa scrivere romanzi?
    Il significato che c’è dietro la mia scrittura è quello di dare un senso alle mie esperienze, sicuramente sono seguita da un istinto che mi guida nel raccontare, per dare senso al mio mondo. Non è solo un’esperienza catartica ma cerco di dare nei miei romanzi qualcosa che possa essere condiviso da tutti, di universale e nel quale tutti possano trovare qualcosa da condividere. Voglio suscitare delle emozioni nel lettore, voglio essere capace di portarlo da un posto in un altro.
    Mi parli delle sue influenze, si ispira a qualcuno quando scrive?
    Quando ero adolescente adoravo scrittori come Salinger, Dostoevskij , Checov, Kafka, romanzi e scrittori un po’ bui, oscuri, tragici anche, ma leggevo anche scrittrici come Virginia Woolf, Alice Monroe, una scrittrice canadese che adoro, e anche D.H.Lawrence, poeti come Blake e Shelley, Shakespeare, e la lista potrebbe andare avanti per ore. Quando scrivo preferisco non leggere fiction perché ho paura di essere influenzata dalla scrittura di altre persone, dallo stile di altre persone quindi cerco di non distrarmi da quello che sto scrivendo.
    Vuole mandare un messaggio ai lettori?
    Ringrazio moltissimo i miei lettori e spero che leggere i miei libri li diverta e piacciano molto.

  • 09Set2012

    Monnalisa - Lankelot.eu

    Nel 2007 Miriam Toews ha debuttato come attrice nel film messicano “Luz silenziosa”, diretto da Carlo Reygadas. La pellicola è stata girata a Cuauhtémoc, città del Chihuahua, una regione nel nord del Messico, e racconta le vicende di una comunità menonnita del luogo. La lingua parlata nel film è il Plattdeutsch o basso tedesco, l’idioma utilizzato abitualmente dai menonniti. Evidentemente non è proprio un caso che “Mi chiamo Irma Voth” sia ambientato nella zona di Chihuahua, che la storia coinvolga dei menonniti e che Irma, la protagonista del romanzo, oltre ad essere impegnata nelle riprese di un film, sia figlia di menonniti come Miriam Toews e parli il Plattdeutsch, l’inglese e lo spagnolo.

    Irma Voth, come detto, discende da una famiglia menonnita. Suo padre ha scelto di abbandonare il Canada, dove la famiglia viveva, per trasferirsi in quell’angolo sperduto del Messico assieme a sua moglie e alle sue figlie. Irma, contravvenendo ai rigidi regolamenti familiari e religiosi, sposa un messicano non-menonnita. Lei e suo marito Jorge hanno appena 18 anni. “Abitavamo nella casa senza pagare l’affitto ma lavoravamo per mio padre senza guadagnare nulla. Accudivamo le vacche in modo che lui potesse lavorare nei campi e andare da un Campo all’altro per implorare la gente di preservare le antiche tradizioni anche se la siccità ci faceva crepare. Il suo piano era di sbatterci fuori non appena i miei fratelli più piccoli fossero stati abbastanza grandi da poterlo a tirare avanti con la fattoria”. Jorge, però, va via senza dire quasi nulla mentre Irma vorrebbe essere una moglie migliore di quello che crede di essere. La sua solitudine viene interrotta, di tanto in tanto, dalle visite clandestine della sorella tredicenne Aggie la quale, durante una chiacchierata, le racconta dell’arrivo imminente di una troupe cinematografica che vuole girare un film sui menonniti.
    L’arrivo del regista Diego e di tutti i suoi collaboratori sconvolge la quiete del Campo in cui vivono i Voth. Lo spazio normalmente occupato da vacche, coltivazioni e poco altro viene investito da una serie di personaggi con cui molti dei menonniti della zona non vogliono avere nulla a che fare. Nemmeno il padre di Irma si dimostra particolarmente accomodante per cui la scelta della ragazza di iniziare a lavorare per il regista viene giudicata in modo deplorevole. “Diego ha detto che mi avrebbe spiegato in spagnolo o in inglese quello che voleva che la sua attrice tedesca dicesse o facesse e io l’avrei ripetuto in tedesco. Mi ha detto che in realtà non era importante ciò che gli attori dicevano, visto che in ogni caso gli spettatori non avrebbero capito niente”. Irma spiega a modo suo quello che Diego vuole che Marijke trasmetta e, nel frattempo, inizia a prendere maggiore confidenza con le persone che lavorano al film e, soprattutto, con le parole e l’esigenza di comunicare. La giovane Voth parla tre lingue: quella dei suoi antenati, quella imparata in Canada e quella acquisita in Messico. Eppure la troviamo spesso a scontrarsi con le parole in una faticosa ricerca di pensieri, significati e concetti da organizzare nel modo più corretto e comprensibile.
    “Mi chiamo Irma Voth” potrebbe essere diviso in due parti. La seconda si sviluppa a partire dal momento in cui Irma decide di lasciare Diego e il suo film e di partire per Città del Messico. Porta con sé la sorella Aggie mentre sua madre, dopo un ultimo straziante saluto, le affida anche la neonata Ximena. Inizia così per le tre sorelle Voth un avventuroso viaggio che le conduce fino alla capitale. Hanno la fortuna, quasi miracolosa, di incontrare persone buone capaci di aiutarle ma, una volta trovata una sistemazione decente, Irma ed Aggie dovranno fare i conti con un segreto doloroso tenuto nascosto per anni che potrebbe mandare all’aria il loro futuro e la loro conquistata libertà. Perché, in fondo, questo romanzo non è che una piccola, grande epopea al femminile. Un padre eccessivamente severo ed ortodosso, una terra che amplifica la separazione dagli altri e la scoperta di una normalità fatta di canzoni mai udite, di film mai visti, di abiti mai indossati, di libertà mai provate non può che spingere le due sorelle a cercare la salvezza ben lontane da una gabbia familiare e religiosa che, evidentemente, non hanno scelto.
    La Toews, un po’ come Irma, ha lasciato la sua rigorosa famiglia menonnita a 18 anni ed ha iniziato a viaggiare per il mondo. E, probabilmente, proprio come Irma, si è trovata faccia a faccia con un universo che non poteva conoscere e che si è sforzata di comprendere in ogni modo. Forse in questa ragazza esile ma fortissima la Toews si è vista facilmente reincarnata. Irma appare spesso sprovveduta ed incapace, dice di essere poco intelligente eppure mostra di avere carattere e determinazione da vendere. Sarà anche per questo che la sua voce narrante sembra procedere con quella meccanica ingenuità tipica delle cronache infantili. Frasi brevi, fortemente descrittive e molto immediate. In questo romanzo si contrappongono costantemente una disperazione che sa diventare lancinante e un’ironia leggera e dissimulata. Non si può non apprezzare, ad esempio, il tono dolce/amaro col quale Irma parla dei menonniti: “Diversi paesi ci danno ospitalità a patto che ce ne stiamo buoni e contribuiamo all’economia coltivando la terra senza dare nell’occhio. Noi viviamo come fantasmi. Poi, qualche volta, questi paesi decidono che dopotutto anche noi dobbiamo essere cittadini come gli altri e ci obbligano a fare cose come arruolarsi nell’esercito o pagare le tasse o rispettare le leggi e allora noi prendiamo su la nostra roba nel bel mezzo della notte e partiamo per un altro paese, dove possiamo vivere in purezza, anche se un po’ ai margini. Il nostro motto proviene dal ‘rifiuto del mondo’ che si trova nel libro biblico di Giacomo. Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio”.
    EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
    Miriam Toews è nata nel 1964 a Steinbach, nella provincia di Manitoba, Canada, da una famiglia menonnita. All’età di 18 anni, appena terminati gli studi superiori, ha deciso di lasciare la sua città soggiornando prima a Montréal e poi in Europa. Dopo qualche tempo è tornata nella sua terra di origine e si è iscritta all’Università di Manitoba conseguendo una laurea in Cinema prima e poi una in Giornalismo presso l’Ateneo di Halifax. Ha iniziato a lavorare realizzando documentari radiofonici e scrivendo per alcune riviste. Il suo debutto nel mondo della letteratura, avviene nel 1996, con il romanzo “Summer of my amazing luck”. I libri di Miriam Toews pubblicati in Italia sono: “Un complicato atto d’amore” (Adelphi, 2005); “In fuga con la zia” (Marcos y Marcos, 2009) e “Mi chiamo Irma Voth” (Marcos y Marcos, 2012).

  • 09Set2012

    Redazione - Marie Claire

    Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews (Marcos y Marcos, euro 17,00)

    L’autrice canadese cresciuta in una comunità mennonita (dalla quale è scappata a gambe levate) torna a raccontare territori a lei conosciuti.

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  • 08Set2012

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Proposto da Marcos y Marcos nel 2012, “Mi chiamo Irma Voth” della ormai nota scrittrice canadese Miriam Toews è un romanzo originale e innovativo per l’ambientazione e per la qualità della scrittura. La giovane autrice proviene da una comunità Mennonita di Manitoba, ma il libro, in parte autobiografico, racconta la vita della comunità stabilitasi nel deserto messicano dopo la fuga precipitosa dal Canada, in seguito alla morte misteriosa della sorella maggiore della protagonista, Katie.

    Il romanzo parte dal racconto in prima persona di Irma, la giovane donna vittima di un padre violento e possessivo, sposata ad un messicano, Jorge, che si rivela un pessimo marito, tanto che abbandona la sposa dopo pochi mesi di convivenza. Irma Voth, che parla inglese, messicano e basso tedesco, è quasi un’apolide, come del resto sua sorella minore, Aggie, ed è insofferente del clima chiuso e claustrofobico nel quale sua madre e i suoi fratellini sono costretti dalle rigide consuetudini della loro comunità religiosa. Quando nel deserto fisico e affettivo di Irma giunge una troupe cinematografica che allontana Irma dalla sua vita di contadina per proporle di fare da interprete all’attrice tedesca Marijke, tutto cambia nella testa della ragazza e si schiudono per lei prospettive insospettate. Insieme alla sorella appena tredicenne e alla neonata, Ximena, che la loro madre ha appena partorito e che affida alle sorelle maggiori per sottrarla ad una vita impossibile, l’improbabile terzetto si avventura in città. Raggiunta la capitale riescono a trovare ospitalità e lavoro, svezzano la neonata, cominciano una vera vita indipendente. Aggie torna a scuola per poi cimentarsi nella pittura, che libera la sua fantasia e creatività, mentre Irma riesce finalmente a fare i conti con il suo passato e a scoprire di essere innocente della morte di sua sorella Katie.
    Un romanzo fantasioso e realistico ad un tempo, con puntate di grande emotività e di grande comicità, con una scrittura colorata e incisiva, ricca di dialoghi rapidi e talvolta improbabili, pieni di domande senza risposta, di affermazioni impreviste, di interrogativi che hanno a che fare con la vita di tutti noi raccontati in pagine di diario che occasionalmente Irma registra sul suo taccuino:
    “Sono le undici e due minuti di mattina. Mi chiamo Irma Voth. Sono su un aereo. Non sono una brava persona. Non sono una persona intelligente. Forse sono una persona libera. Se è questo l’effetto che fa”.
    La parola chiave dell’intera narrazione è proprio libertà, che la protagonista conquista pagando prezzi altissimi, ma regalandoci altresì un romanzo pieno di fantasia, di originalità, di senso di liberazione da schemi e costrizioni: un’iniezione di fiducia nelle possibilità di ciascuno di noi!

  • 08Set2012

    Francesco Moscatelli - La stampa

    Prendi i soldi e scappa dal Paradiso di plastica

    Una troupe sbarca con le sue cineprese russe vintage e le sue nevrosi in un campo mennonita del Chihuahua, in Messico. Lì la vita è ferma all’Ottocento, o quasi: ci sono i figli piccoli da crescere, le vacche da mungere e il mondo esterno da tenere il più possibile alla larga.

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  • 08Set2012

    Redazione - D La Repubblica

    Ragazze killer

    Non dev’essere scontato per i giovani mennoniti abbracciare senza riserve lo stile di vita severo, intransigente e anacronistico di una comunità che per preservare le differenze si chiude al mondo, spesso in luoghi sperduti, come la regione semi desertica del Chihuahua messicano.

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  • 08Set2012

    Redazione - Gioia

    Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews, Marcos y Marcos, pp. 300, euro 17.

    Inizio magnetizzante: la storia di Irma, giovane mennonita (più o meno mormoni) sposa di un poco di buono messicano, con una famiglia soffocante e un padre brutale è raccontata con passione e verità (l’autrice sa di che cosa parla).

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  • 06Set2012

    Maria Tatsos - Elle.it

    C’è grande attesa oggi al Festivaletteratura di Mantova per la presenza della scrittrice canadese Miriam Toews, che alle 18 presso il Teatro Ariston, con Patrizio Roversi, presenterà il suo ultimo romanzo, pubblicato da Marcos y Marcos. Il suo arrivo a Mantova coincide con l’uscita in libreria di Mi chiamo Irma Voth, prevista proprio per oggi.
    In Mi chiamo Irma Voth Toews torna sul tema dell’appartenenza a una comunità minoritaria – già affrontato in Un complicato atto d’amore (edito da Adelphi).

    La protagonista, Irma, è una ragazza mennonita di origine canadese, trapiantata con la famiglia durante l’adolescenza in Messico. Toews conosce bene i mennoniti: lei stessa proviene da una famiglia che ha abbracciato questa forma di cristianesimo eretica, imparentata con l’anabattismo e fondata dall’olandese Menno Simons (1496-1561). Come gli amish, i mennoniti rifuggono dalla modernità per vivere in comunità isolate. Le donne vestono gonne o abiti lunghi e hanno il capo coperto da una cuffia.
    Il padre di Irma Voth è severo e ligio alle regole mennonite. Quando la ragazza, a 18 anni, conosce il coetaneo messicano Jorge, se ne innamora e si sposa con lui, la famiglia la emargina, confinandola a gestire le mucche in cambio dell’ospitalità offerta a lei e al marito. Anche Jorge finisce per abbandonarla e la sua vita subisce una svolta quando la troupe di un film sbarca in queste lande desolate messicane per girare un film sui mennoniti. Irma viene reclutata come interprete dal tedesco – lingua originaria dei mennoniti – per l’attrice protagonista, Marijke. Sarà una rivoluzione, per Irma e per una parte della sua famiglia. La presenza degli estranei farà sentire a Irma il profumo della libertà e le darà il coraggio di affrancarsi dalle catene della comunità.
    Con il personaggio di Irma, Miriam Toews delinea il percorso di un’adolescente alla ricerca della propria identità. Come Irma, anche Toews ha lasciato da giovane la sua famiglia e la comunità. Diversamente dall’autrice, tuttavia, la protagonista del libro è una giovane spaesata e ingenua, ma volitiva, che al termine della vicenda dimostrerà di saper trovare la sua strada nella vita. Mi chiamo Irma Voth è anche un romanzo sul desiderio di integrazione, che sorge così naturale in chi cresce in una comunità isolata e dalle regole ferree. La curiosità dell’altro è la molla più ovvia per la trasgressione. E la punizione è l’espulsione. Una volta innescato il meccanismo, non si torna più indietro, sembra dirci Miriam Toews. Prima Jorge, poi la troupe, infine la fuga a Città del Messico. Irma imparerà a confondersi fra gli altri e a decidere della propria vita in autonomia.
    Sarà possibile incontrare Miriam Toews anche domani, 7 settembre, alle 10.30 presso la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Mantova, dove la scrittrice canadese parlerà in inglese al pubblico sul tema The writing life.

  • 05Set2012

    Annalisa Goldoni - Il manifesto

    Verità sfuggenti nel deserto messicano

    La vitalità feconda della letteratura canadese si conferma ancora una volta nell’ultimo romanzo di Miariam Toews, Mi chiamo Irma Voth (Irma Voth, traduzione di Daniele Benati, Marcos y Marcos, pp. 304, euro 17, l’autrice sarà presente al Festival della Letteratura a Mantova domani e venerdì 7 settembre).

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  • 31Ago2012

    Brunella Schisa - Il venerdì

    Mennoniti. Vi spiego il mondo a parte di una comunità che detesta i moderni.

    Lontani parenti degli Amish, vivono di agricoltura secondo i precetti dell’antico testamento, rifiutano il battesimo e parlano basso tedesco. Una di loro li racconta in un romanzo.

    Assomigliano agli Amish ma sono meno conosciuti. Protestanti conservatori come loro, i Mennoniti vivono in comunità chiuse e hanno un forte senso di appartenenza.

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  • 31Ago2012

    Rachel Shabi - Internazionale

    Diversa, come tutti

    Miriam Toews, Mi chiamo Irma Voth, Marcos y Marcos, 304 pagine, 17 euro.

    Il romanzo di Miriam Toews, una canadese di origini mennonite, è ambientato proprio in una comunità di mennoniti, una chiesa cristiana rigorosa e fondamentalista.

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