Manuale pratico di giornalismo disinformato

Archivio rassegna stampa

  • 27Apr2016

    Stefano Donno - stefanodonno.blogspot.it

    Manuale pratico di giornalismo disinformato, di Paolo Nori (Marcos y Marcos). Intervento di Nunzio Festa

    ‘Nnaltro’ libro pazzesco. A 30 secondi di lettura al massimo, trovi un brivido di stupore. Nori usa la lingua come una fisarmonica, no… no… no…: trasforma la lingua italiana in questo strumento. Il solito Ermanno Baistrocchi ci racconta delle sue brave lezioni di “Giornalismo disinformato”, una specie di scuola di scrittura creativa e ricreativa. Ma mentre deve raccontarlo, per obbligo forse di legge s’intuisce da subito, a qualcuno in particolare. Perché qualcosa di strano davvero è accaduto. Un avvenimento che, ma molto vagamente, sa di giallo.

    Come si capisce all’inizio ma – ovvio – meglio alla fine del romanzo: ché nelle cucina d’Ermanno Baistrocchi era steso un morto! Mentre l’assillo lavorativo era di scrivere il nuovo romanzo commissionato dal suo editore. Operazione di mestiere, però, che questa volta Baistrocchi non riusciva proprio a farsi scendere in gola. E rimandava la stesura del libro, rinviava il tempo della scrittura. Davvero? Quando, dopo la prima esperienza con il giornale di sinistra “La canaglia” aveva anche accettato una proposta di collaborazione giornalistica al destro “La marmaglia”. (Allora i redattori del primo, certo, l’avevano debellato dall’elenco dei sostenitori attivi del loro giornale militante). Facendo, però, il giornalismo disinformato che poi spiegava al suo gruppo di partecipanti alla scuola, di giornalismo disinformato. Per intenderci meglio, fra le caratteristiche del giornalismo disinformato ci sono pure le interviste alla gente ‘normale’ e dire sempre le cose che non si possono dire. Ecco, nuovamente, l’epos del quotidiano. Parmigiano (con due ‘p’), il nostro autore, fine traduttore di classici e meno classici russi, inventore di collane editoriali “atipiche”, capace d’inventarsi per esempio un romanzo come “La banda del formaggio” – Marcos y Marcos, Milano, 2013 – qualcosa sul suo spazio telematico l’aveva anticipato. Ma quando prendiamo tutto assieme, vediamo trasformarsi in opera letteraria una dichiarazione del Nori: “Quando ho cominciato a scrivere avevo il computer su un tavolo che era contro un muro, e scrivevo guardando questo muro e la mia attenzione era tutta verso l’alto, il triangolo che percorrevo per ore, nella mia testa, era tra me, il computer e il cielo della letteratura dal quale cercavo di attingere quelle parole, quelle espressioni, quella sintassi che avrebbero fatto di me un maestro di stile, e scrivevo in una lingua dalla quale non si capiva, non si doveva capire, che io ero di Parma, nel cielo della letteratura non c’era Parma, non c’eran confini comunali, provinciali, regionali, c’eran delle altre cose, c’era il premio Nobel, c’eran dei busti un po’ impolverati, c’era la legge Bacchelli e dietro, là in fondo, c’era la crusca, e i cruscanti, che si intravedevano appena ma restava il dubbio sulla loro natura a metà tra l’umano e il divino. Dopo sei mesi circa che scrivevo tutti i giorni con questa aspirazione al cielo della letteratura, mi hanno invitato a una rivista (si chiamava Il semplice) dove, per capire se i racconti erano belli o no, li leggevano ad alta voce, e io, quando son tornato a casa ho provato anch’io a leggere le mie cose ad alta voce e pian piano le cose che scrivevo si sono macchiate della lingua del posto dove le scrivevo (Parma), e le cose da scrivere non mi venivan più dall’alto, mi venivan su da tutte le parti e quel triangolo lì, io – computer – cielo della letteratura, è diventato un triangolo con un vertice infinito, è diventato io – computer – mondo, credo che grossomodo sia successo così”. Come non leggere questo minutarista?

  • 01Apr2016

    Andrea Cirolla - L'Indice

    “Chi legge Paolo Nori, diventa Paolo Nori” scrive Benedett@. “E in quella pelle lì o ti trovi a tuo agio oppure devi uscirne subito. Io mi ci trovo talmente bene (…)”.

  • 13Mar2016

    Francesco Musolino - Gazzetta del Sud

    Ermanno e il suo “giornalismo disinformato”

    Pur di sfuggire in tutti i modi possibili alla scrittura del nuovo romanzo, Ermanno Baistrocchi «guardava su internet, ascoltava la musica, mangiava, si offendeva, perdeva le cose, accettava inviti a tutti i festival, andava in giro a fare corsi di giornalismo disinformato».

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  • 23Feb2016

    Irene Sorrentino - sulromanzo.it

    Manuale pratico del giornalista disinformato di Paolo Nori

    Manuale pratico di giornalismo disinformato è il titolo dell’ultimo lavoro di Paolo Nori, pubblicato da Marcos y Marcos. Il protagonista veste i panni di un personaggio noto ai lettori di Nori e cioè Ermanno Baistrocchi già al centro de La banda del formaggio romanzo che pare avere un vero e proprio legame “naturale” con questo.

    Ermanno vive sempre a Casalecchio di Reno, non lontano da Parma e da Bologna, fa lo scrittore e ogni tanto anche il giornalista. Sta passando un periodo non facile, a suo modo di dire «strano». E le stranezze in sostanza sono che guadagna più del solito, che ha vinto un premio letterario per il suo ultimo libro sulla figlia, Daguntaj, e che la fidanzata Emma gli ha chiesto di vivere insieme. Ma non è questo ciò che affligge Ermanno. Lui ha un problema: deve scrivere un libro. Ma non ha voglia e non sa come farlo. Tutte le idee che gli vengono in mente non hanno nulla a che fare con il libro che deve finire.

    Allora passa il tempo a fare delle cose come scrivere articoletti per un giornale, ascoltare musica, navigare su internet, mangiare, fare la spesa, a perdere le cose, ad andarsene in giro e partecipare a tutti i festival cui lo invitano, anche a quelli più strani e bizzarri del mondo. E non perché vuole fare quelle cose ma perché così può evitare di scrivere.

    Un giorno Ermanno s’inventa un altro passatempo. Decide di tenere un corso elementare di giornalismo disinformato in una libreria di Bologna, una volta alla settimana di lunedì sera per tre ore. E questo è il suo Manuale.

    Ebbene, cos’è questo giornalismo disinformato? «È un giornalismo dove i giornalisti delle cose che scrivevano non ne sapevano niente e non ne volevano sapere niente». Chi lo pratica, insomma, deve raccontare fatti che non interessano a nessuno, intervistare coloro che di solito non fanno notizia, come per esempio la casalinga Flora. Il giornalista disinformato può solo avere torto, può solo scrivere cose inutili e usare parole che non servono a nulla. E meno male perché, prendendo in prestito le parole di Nori, «le parole usate per servire a qualcosa si vendicano»

    E le parole, come ripete spesso Nori nei suoi libri, sono importanti, possono essere fulminanti e, talvolta, possono avere il «potere di cambiare il mondo, di cambiarne la struttura».

    Di grandissima maestria è il passaggio su quelle che Nori definisce le «espressioni parassite», quelle cioè in cui l’abbinamento di alcune parole è talmente automatizzato da arrivare a svuotarsi e di queste espressioni parassite è pieno il mondo del giornalismo informato. E quindi a volte, così come sembra suggerire Nori, dire semplicemente «Non so cosa scrivere» potrebbe essere la soluzione migliore.

    Un giorno nella vita di Ermanno impegnato a fare per non fare, succede qualcosa, tutto cambia e «il mondo diventa più mondo».

    «Sa cosa c’è di bello, dei fatti criminali, ammesso che ci sia qualcosa di bello, qualcosa di bello secondo me c’è, ed è il fatto che il mondo, quando succede un delitto, o anche una disgrazia, non so se ci ha mai pensato, diventa più mondo».

     A questo punto Ermanno il suo libro deve scriverlo, non può più fuggire.

    Ma dove finisce Ermanno e dove comincia Paolo? Manuale pratico di giornalismo disinformato è un libro in cui la voce e la presenza letteraria di Paolo Nori sono lampanti. Eppure, leggendo si ha sempre più l’impressione che il confine tra Ermanno e Paolo sia labile e impalpabile. È in grado di colorare le sue pagine e di maneggiare il linguaggio come fosse argilla, modellandolo, trasformandolo. In un mondo di scrittori in cui la maggioranza si esprime, purtroppo, seguendo i decaloghi e le regoline delle scuole di scrittura, Nori s’impone come autore, in grado di versare pensieri suoi in parole veramente sue.

    Nori non ha la pretesa di raccontare l’Italia così come dice lui stesso, ma ha l’abilità di scoperchiare la realtà, di pungerla nelle pieghe e di puntare la penna lì dove sembra ambire, e cioè nelle «tenebre del presente».

  • 17Feb2016

    Redazione - advertiser.it

    Il giornalismo disinformato di Paolo Nori

    Libro del mese per Adv-Strategie di Comunicazione

    “…una cosa che mi piaceva, del mestiere del giornalista, era io che avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli. Cioè: quando la maggior parte dei giornalisti, prevedendo la fine del giornalismo, cercavano delle altre cose da fare, io mi ero messo a fare il giornalista ed era una cosa anacronistica che mi piaceva”

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  • 11Feb2016

    Marina Grillo - internostorie.it

    Manuale pratico di giornalismo disinformato di Paolo Nori

    Ogni volta che leggo Paolo Nori non so cosa aspettarmi. Cioè per certi versi sì, quel suo modo di sbeffeggiare la realtà e le stramberie con serietà sono il carattere distintivo della sua prosa. Una storia piena di rimandi, come scrive l’autore in una nota sul sito. 
Forse il titolo,Manuale pratico di giornalismo disinformato (Marcos y Marcos) è fuorviante, il punto focale è altro.

    Del corso che Ermanno Baistrocchi tiene in una piccola libreria di Bologna, per due mesi, tutti i lunedì sera, si fa accenno in più punti ma non diventa l’elemento centrale della questione. Certo, il riferimento a un giornalismo servile, approssimativo e conformato è la sottile critica avanzata fin dal titolo e paradossalmente ribaltata in chiusura del libro.
Dunque Ermanno si occupa del corso di giornalismo disinformato – «era un nome che andava benissimo e faceva la sua funzione come di binocolo che ci permetteva di vedere le cose non riuscivamo a vedere e di dire le cose non riuscivamo a dire» –, frequentato da venti persone:

    Io avevo detto che noi facevamo del giornalismo disinformato, non potevamo sederci dalla parte della ragione, perché, essendo disinformati, avevamo torto; se fossimo stati informati avremmo avuto ragione, ma eravamo disinformati e avevamo torto: il giornalismo disinformato non poteva essere altro che dalla parte del torto, le cose che dicevano i giornalisti disinformati erano inutili, le parole usate dai giornalisti disinformati eran parole che non servivano a niente, e questo era un bene, perché le parole per servire a qualcosa, si vendicano, come diceva un giornalista disinformato della Guyana belga che in un pezzetto dove spiegava perché aveva cominciato a fare il giornalista disinformato raccontava che aveva cominciato a farlo perché non era capace di allacciarsi le scarpe, avevo detto, a lezione, che era una cosa che forse non c’entrava tantissimo, come la maggior parte delle cose che dicevo a lezione, che io, a lezione, devo confessare, non sapevo mai cosa dire, arrivavo a lezione che ero quasi sempre impreparato che, del resto, cosa vuoi dire a una lezione di giornalismo disinformato, cosa vuoi prepararti?

    Ermanno appare sbiadito in queste pagine, fatica a concentrarsi sulla storia da scrivere, viene meno la sua centralità. Non ha non più voglia di fare bella figura, in un periodo in cui è demotivato. È uno scrittore in crisi e dovrebbe presentare al suo editore un romanzo, o come dicono i critici un’autofiction, o meglio un’otofiksjc (con la c al contrario e la tilde). Ma non accade nulla di importante nella sua vita degna di essere raccontata.
La ricerca affannosa di qualcosa di cui narrare svanisce quando sente un urlo di donna. Mentre Ermanno è intento a fumare una sigaretta sul tetto del condominio di Emma quando dopo l’accaduto incrocia lo sguardo di un uomo che sfugge e da lì che inizia un nuovo capitolo che si mescola alla sua quotidianità. Non farà l’investigatore, ma in qualche modo verrà intrappolato nella vicenda. E dunque, per Ermanno ci sarà materiale su cui meditare.
Ma ci sono anche l’analista, la «Canaglia» e la «Marmaglia» – «il mestiere del giornalista, era che avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli», Mantegazza, la convivenza con l’Emma. E poi il solito fare, un fiume di parole: ci finiscono nel calderone il presidente del consiglio che parla di un Dostoevskij poeta, la trasmissione televisiva per la promozione della lettura Io leggo perché, il plagio di un noto scrittore. Un fiume in piena. E lo sguardo è sempre cinico. Passano gli anni ed Ermanno non smussa alcuni lati del carattere, anzi si acuiscono sempre più. Come la battaglia contro l’incoerenza e lo rivela in qualche modo al suo unico interlocutore nel sorprendente finale.

  • 28Gen2016

    Alessandra Selmi - Il Cittadino

    Manuale pratico di non sense apparente

    Capita a tutti i professionisti della scrittura di avere delle scadenze da rispettare nella consegna di un testo e, niente, il cervello rimane ostinatamente vuoto. Capita ai professionisti, si diceva, non agli scrittori, perché gli scrittori sono artisti e non rispettano mai le scadenze. Capita a Ermanno Baistrocchi, protagonista dell’ultimo libro di Paolo Nori, “Manuale pratico di giornalismo disinformato”.

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  • 10Gen2016

    Federica Cocozziello Visconti - monespritcomique.blogspot.it

    Manuale pratico di giornalismo disinformato – Paolo Nori

    Egregio Dottore, Scrittore, Editore, Giornalista Disinformato Nori,

    Ho appena terminato il Suo “Manuale pratico…” e mi  è tornata la paolonorite.

    Mi era già accaduto con “Si chiama Francesca questo romanzo” e “Bassotuba non c’è” ma, essendo ormai passati diversi anni, pensavo di essere fuori pericolo. Invece sono bastate poche pagine ed ho subito ripreso a pensare tutto di seguito come Lei.

    Ho perso respiro e punteggiatura mentali.

    Che purtroppo non mi capisce nessuno se inizio le frasi con una congiunzione, o comunque mi guardano strano. Siccome però sono un po’ di giorni che dico che forse sto diventando matta perché mi sento una confusione in testa che mai prima – ad esempio, non mi ricordavo il nome di Vanna Marchi e confondevo sottendere con sottintendere – può darsi che tutti pensino che io abbia ragione e sia solo pazza, invece sono affetta da forma acuta di paolonorite.

    Mentre leggevo ho pensato più volte che un libro in cui Rimbaud, Lacan e Dostoevskij passeggiano a braccetto per le strade di Casalecchio di Reno è un libro che io, se fossi insegnante, lo farei leggere a scuola.

    E ci farei pure le interrogazioni ed i compiti in classe: “Espressioni parassite nella letteratura italiana contemporanea: esempi celebri e riflessioni personali”, oppure “La teoria dell’assenzialismo nell’opera di Learco Pignanoli: perché il non esserci al posto dell’esserci? E in che senso il non esserci”?

    Tanti anni fa mi hanno regalato un computer per scrivere libri ed oggi apprendo, da Lei e da Bukowski, che quello che mi serviva, innanzitutto, era una sedia.

  • 19Dic2015

    Maurizio Crippa - Il Foglio

    Verrebbe da consigliarlo anche solo per il titolo, che rimanda sardonico al “mestiere di giornalista che io avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli”. Verrebbe da non interrompere la lettura fino all’ultima riga, tutta di filato, lasciandosi cullare da quella sorta di talkin’, di blues emiliano, che è la scrittura sonora di Paolo Nori.

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  • 16Dic2015

    Camillo Langone - Il Foglio

    Mai colli delle camicie button down

    ”Manuale di giornalismo disinformato” di Paolo Nori (Marcos y Marcos) non merita di essere letto solo per la canzonatura dei discorsi del presidente della repubblica e per il dialogo a distanza con Raffaele La Capria. Merita, in periodo di regali natalizi, soprattutto per la bocciatura dei colli button down.

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  • 03Dic2015

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    Come far ridere in un mondo stupido

    Paolo Nori è un narratore aspettuale, ovvero uno che lavora sulle differenti scansioni temporali degli avvenimenti che va raccontando, sul modo di svolgimento dei fatti, sul loro “aspetto”. Fa ampio uso dell’imperfetto quale tempo verbale; in questo modo focalizza eventi che durano nel presente, e insieme sono perfettamente indeterminati.

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  • 12Nov2015

    Redazione - Illibraio.it

    Il “giornalismo disinformato” secondo Paolo Nori
    Su ilLibraio.it un estratto dal nuovo libro di Paolo Nori (in perfetto stile Nori)

     

    Baistrocchi è salito sul tetto a fumare, di nascosto, una sigaretta, che erano vent’anni che aveva smesso.
    Sente un urlo, ma forte, e subito pensa una cosa stranissima: “Questa voce io la conosco”. È la voce di una donna che ha visto solo una volta, alla cena della scuola elementare di giornalismo disinformato. Baistrocchi aveva fatto un corso di giornalismo disinformato, alla fine avevano fatto una cena, ed era venuta anche la moglie di un suo allievo, Mantegazza, e aveva detto tre frasi: “Io, sostanzialmente, sono la moglie”, “Mio marito, sostanzialmente ha perso la testa”, “Mio marito, sostanzialmente, si è innamorato di lei”. Il bello dei fatti criminali, se c’è qualcosa di bello nei fatti criminali, e secondo Baistrocchi c’è, è il fatto che il mondo, quando succede un delitto, o anche una disgrazia, diventa più mondo. E Baistrocchi, ai fatti criminali, era uno che ci pensava, perché doveva scrivere un romanzo, e aveva un ritardo nella consegna che un po’ aveva vergogna. Aveva bisogno di una disgrazia, perché Baistrocchi, nei suoi romanzi, scriveva cose che erano successe davvero, non inventava niente, e se non succedeva niente non aveva niente da scrivere. E in quei momenti lì, intanto che fumava sul tetto, si immaginava che gli sarebbe successo qualcosa. E gli era successo davvero…

    Paolo Nori è nato a Parma, abita a Casalecchio di Reno e ha scritto romanzi, fiabe e discorsi. Torna in libreria per Marcos y Marcos con Manuale pratico di giornalismo disinformato. E ilLibraio.it qui di seguito ne pubblica un estratto:

    …una cosa che mi piaceva, del mestiere del giornalista, era che io avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli.
    Cioè: quando la maggior parte dei giornalisti, prevedendo la fine del giornalismo, cercavano delle altre cose da fare, io mi ero messo a fare il giornalista ed era una cosa anacronistica che mi piaceva, mi sentivo nel buio, dopo le racconto anche il buio, non dico il buio così a caso, c’è un motivo ma salta fuori poi dopo, porti pazienza, la cosa che voglio dire adesso è che mi piaceva, stare nel buio, mi sentivo una specie di inviato nel territorio della crisi non per risolverla, per godermela, e in un certo senso me la godevo mi piaceva molto il disastro che mi stava sopra la testa mi piaceva meno il fatto di dover scrivere un articolo a settimana che non sapevo mai cosa scriverci, nei miei articoli che dovevo scriverne uno a settimana che significava cinquantadue all’anno.
    Anche se io, nei miei articoli, non è che avessi bisogno di chissà che avvenimento, per un articolo, io scrivevo su dei fatti piccolissimi, insignificanti che sopra i giornali di solito non ci finivano, su dei cambiamenti da niente come il fatto che io, una volta ogni due mesi dovevo lavare le scale del palazzo dove abitavo, e quando le lavavo che poi uscivo e vedevo le scale pulite pensavo “Ma guarda che belle scale, ma chi le ha lavate bene così?”, e mi veniva in mente che se avessi fatto, di mestiere, il lavatore di scale, sarei stato sempre contento, secondo me, oppure il fatto che io, che abitavo a Casalecchio di Reno, avevo visto, a Casalecchio di Reno, poco lontano dalla biblioteca, una scritta sul muro che diceva: “Basta con la disoccupazione giovanile”.
    E mi era piaciuta molto e da quando l’avevo vista quando giravo per Casalecchio di Reno mi aspettavo sempre di veder delle scritte sorelle che avrebbero potuto essere, non so “Abbasso l’invecchiamento precoce”, oppure “Viva gli sconti”, o anche “Basta brufoli, per favore”, o “Viva il beltempo”, o “Abbasso il semaforo rosso”, per esempio, che son delle cose che non sono notizie ma per me, e per quelli come me, il fatto che non fossero notizie le faceva diventare più notizie delle notizie.

    (continua in libreria)

  • 12Nov2015

    Redazione - Libero

    Cercare le news nel bugiardino d’un medicinale

    Dalla lettura grottesca degli effetti collaterali di un farmaco nasce la manipolazione della realtà. Il libro di Nori “Manuale pratico di giornalismo disinformato” è una satira feroce dei giornali.

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  • 05Nov2015

    Redazione - IlPost.it

    Un estratto da “Manuale pratico di giornalismo disinformato” di Paolo Nori

     

    Era un periodo che ragionavo su delle cose, non so, il primo che è morto per i funghi avvelenati, mi chiedevo, come avevan fatto a capire che era morto per i funghi avvelenati?
    Oppure, non so, la biancheria, mi chiedevo, è la biancheria anche se è colorata? E quanto tempo è, mi chiedevo, che non mi metto più delle mutande bianche?
    Che sono domande che possono essere anche interessanti, se quello che se le fa ha tredici anni, ma io sa quanti anni avevo? Cinquantacinque.
    Era un periodo che io non ero mica tanto contento, e cominciavo ad avere cinquantacinque anni avevo il dubbio che sarebbe stato così per il resto della mia vita che poi, a cinquantacinque anni, non è che sarebbe stato un resto tanto cospicuo, no?
    Era anche un po’ il mio carattere, eh?, cioè io avevo un carattere che, se passavo davanti al fiorista, alla croce di Casalecchio, dove abitavo, che io abitavo a Casalecchio di Reno, attaccato a Bologna, e c’era un fiorista che si chiamava Non solo fiori che se ci passavo davanti, vedevo che c’eran le primule, pensavo “E le secondule? Quando arrivano?”.
    Ha capito?
    Era un periodo così, e era un periodo che mi eran successe due cose che avevan cambiato la mia vita che era diventata una vita, non che non mi piacesse, però, non so come dire, non mi piaceva.
    Eran due cose, stranissime, la prima, che avevo guadagnato troppo, la seconda, che la donna di cui ero innamorato e che avrei voluto che decidesse che voleva abitare con me, aveva deciso che voleva abitare con me.
    Che io, cioè, non è che mi dispiacesse, quando me l’aveva detto ero contento, però nello stresso tempo avevo pensavo “Ma perché?”.
    Era un periodo difficile.