Ma il mondo, non era di tutti?

Archivio rassegna stampa

  • 01Mar2017

    Valerio Calzolaio - italiani.net

    Ma il mondo non era di tutti?

    I confini del e nel pianeta. I secoli contemporanei. Otto autori italiani di differente ambito o genere

    (saggi, romanzi, poesie, fumetti e così via) si cimentano sui confini in un interessante volume curato (anche con breve prefazione) da Paolo Nori, in collaborazione con l’Arci, “Ma il mondo, non era di tutti?”. Sono Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi. Massari riassume una decennale raccolta di storie di donne e uomini migranti attraverso il mar Mediterraneo: bisogna ascoltare i linguaggi dell’inquietudine con attenzione ed empatia, e parallelamente dotarsi di una griglia critica di precisi riferimenti bibliografici. Pascale con garbo e ironia fa la propria autobiografia del mondo, Lucarelli traccia una riga italiana fra Eritrea ed Etiopia.

  • 13Dic2016

    Silvia Pelizzari - www.huffingtonpost.it

    Ma il mondo, non era di tutti? Un’antologia per parlare di confini

    Quale strada abbiamo fatto per arrivare fino a ora dice molto di noi. Ma dice molto di noi anche il posto da cui veniamo, da chi veniamo, da quali tessuti abbiamo intrecciato con le persone attorno a noi, dove si appigliano i nostri ricordi, quali suoni pronuncia la nostra bocca mentre l’aria passa dalla faringe e la lingua batte sui denti e il palato. Di che forma sono fatte le nostre solitudini e come camminiamo, cosa facciamo per gli altri e come tramandiamo la nostra storia.

     

    C’è un piccolo libro, una piccola antologia, uscita per quella preziosa casa editrice che è la Marcos Y Marcos, che è estremamente attuale nella sua prepotenza e mi ha lasciato una forma di dolcezza addosso. Si intitola Ma il mondo, non era di tutti?, è curata da Paolo Nori, e vede otto autori alle prese con un racconto, una poesia, un fumetto, che abbia a che fare con i confini.

    È bizzarro parlare di confini oggi. Abbiamo per anni fatto in modo che non ci fossero, abbiamo detto che il mondo era appunto di tutti, abbiamo abbattuto muri a picconate, in modo così deciso che un attimo dopo pensare al fatto che ci fosse sembrava assurdo. Ci ritroviamo con lo spauracchio di vedere barriere al Brennero e qualcosa di peggio al confine con il Messico.

    Ci ritroviamo a fare passi indietro e a chiuderci nel salotto di casa, anziché ad aprire le porte. È un discorso lungo e complesso, che non può essere affrontato con il buonismo. Ma qualcosa sta succedendo e farsi domande in tal senso è credo un dovere di ognuno di noi. I confini attorno a noi si declinano in vari modi, e hanno a che fare con tantissime altre parole.

    In 153 pagine appena, questo libro prova a parlare di confini, di linguaggi, di incomprensioni e di solitudini. Parla delle parti per provare a parlare del tutto, crea ponti per aiutarci a stanare gli ossimori. Prova a parlare di diversità e di uguaglianza, di lontananza e di vicinanza, in modo diverso, affatto retorico, ma anzi spaziando nelle storie di ognuno di noi e degli altri da noi.

    Perché se è vero che Io è un altro, forse è ora di provare a pensare al contrario: L’altro è io. E da questa prospettiva, forse, molte cose nuove potrebbero nascere e cambiare. Nel racconto di Carlo Lucarelli, Tesfai è un pastore che ogni giorno esce per portare le capre a pascolare su un altipiano. Quando un giorno un caporale italiano gli sbatte in faccia un trattato di pace, arriva anche una riga che divide in due parti il terreno sul quale cammina ogni giorno.

    Emmanuela Carbé racconta di Emma, che ha 26 anni ed è ricoverata in un ospedale psichiatrico e incontra una ragazza orientale che non dice una parola, che non vuole togliersi il cappotto né mangiare e con cui nessuno sembra riuscire a comunicare o a stabilire un ponte. Violetta Bellocchio ci presenta Maria, una donna con gli occhi di vetro che dice di essere una strega. Va a tutti i matrimoni di Milano, la prendono per una matta ma forse non lo è.

    Nel racconto di Gipi, un uomo trova un ladro infilato nella sua macchina, e anziché denunciarlo o prenderlo a botte decide di curare la ferita che ha in testa e di aiutarlo, aiutando anche se stesso. In una nota iniziale, Paolo Nori parla di Perec, del suo non avere ricordi con la sua famiglia, del suo non avere memoria del (suo) passato.

    Come in un disegno con gli insiemi, tracciare la sua vita prima della seconda guerra mondiale significa non avere zone che si mescolano con altre, nate dall’intersezione di più parti; ci sono spazi che sono soli con loro stessi. George Perec non parla la stessa lingua dei suoi genitori, non è nato nella loro terra, non è cresciuto nel loro paese. Era, di fatto, solo. E ha dovuto curare la sua solitudine; qualcuno l’ha dovuta proteggere e qualcuno si è fatto il carico di tramandarla, in qualche modo perpetuarla, perché era quello che rimaneva a Perec della sua infanzia e del suo passato.

    E si chiede, Paolo Nori: “Una delle domande che credo salteranno fuori da questa antologia è: il nostro mondo, è in grado di proteggere qualcuno dalla sua solitudine? gli interessa tramandare le storie dei Perec di oggi?”.

    È una domanda importante a cui otto autori cercano di rispondere, ognuno con gli strumenti che possiede. Questo libro mi ha ricordato quanto sia importante pensare ai confini (e al suo contrario), alle bandiere, alle appartenenze reali ed emotive, alle lingue che cambiano e si mischiano, ai linguaggi non verbali, al sangue rosso e alle storie che ognuno di noi vive, sopporta, accoglie come può e come è capace.

     

  • 21Nov2016

    Valerio Calzolaio - Valerio Calzolaio

    I confini del e nel pianeta. I secoli contemporanei. Otto autori italiani di differente ambito o genere (saggi, romanzi, poesie, fumetti e così via) si cimentano sui confini in un interessante volume curato (anche con breve prefazione) da Paolo Nori, in collaborazione con l’Arci, “Ma il mondo, non era di tutti?”. Sono Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale, Gipi. Massari riassume una decennale raccolta di storie di donne e uomini migranti attraverso il mar Mediterraneo: bisogna ascoltare i linguaggi dell’inquietudine con attenzione ed empatia, e parallelamente dotarsi di una griglia critica di precisi riferimenti bibliografici. Pascale con garbo e ironia fa la propria autobiografia del mondo, Lucarelli traccia una riga italiana fra Eritrea ed Etiopia.

  • 08Ott2016

    redazione - illibraio.it

    Ma il mondo non era di tutti?

    “Ma il mondo, non era di tutti?” è un’antologia curata da Paolo Nori, che affronta il tema dei confini nel mondo contemporaneo, attraverso racconti di Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale e Gipi.

    “Ma il mondo, non era di tutti?” (Marcos y Marcos) è un’antologia di racconti curata da Paolo Nori, il tema di fondo intorno a cui ogni racconto ruota, è quello dei confini. Un tema di attualità, per un’antologia voluta da arci Nazionale, composta da otto racconti rispettivamente di Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Francesca Genti, Carlo Lucarelli, Monica Massari, Giuseppe Palumbo, Antonio Pascale e Gipi.

     

    La domanda fondamentale, che Paolo Nori sottolinea nell’introduzione, è: ha senso, oggi, in Italia, il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quello che afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono tutti dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni con gli altri con uno spirito di fraternità”?

     

    Una meditazione sull’identità, l’appartenenza, i confini e l’essere straniero nel mondo di oggi, che Paolo Nori introduce con una riflessione sulla figura dello scrittore Georges Perec. Subito dopo la seconda guerra mondiale Perec era un bambino senza ricordi d’infanzia. Da adulto scriveva di sé: “Fino ai dodici anni, più o meno, la mia storia occupa qualche riga: ho perduto mio padre a quattro anni, mia madre a sei; ho passato la guerra in varie pensioni di Villard-de-Lans. Nel 1945, la sorella di mio padre e suo marito mi hanno adottato. Questa assenza di storia mi ha, a lungo, rassicurato: la sua secchezza oggettiva, la sua apparente evidenza, la sua innocenza mi proteggevano”.

    Perec era nato in Francia, ma non si sentiva francese. “Ho un nome francese, Georges, un cognome francese o quasi: Perec che tutti scrivono Pérec o Perrec: il mio cognome non si scrive esattamente come si pronuncia. A questa contraddizione insignificante si associa il sentimento tenue, ma insistente, insidioso, ineluttabile, di essere in un certo modo straniero rispetto a qualcosa di me stesso, di essere ‘diverso’, ma non tanto diverso dagli ‘altri’ quanto diverso dai ‘miei’; non parlo la lingua che parlavano i miei genitori, non condivido nessuno dei ricordi che essi poterono avere”.

    Perec ha potuto crescere in un mondo, l’Europa occidentale del dopoguerra, che l’ha protetto dalla sua solitudine e ha avuto interesse a tramandare la sua storia. Ma – chiede a sé e ai lettori Paolo Nori – il nostro mondo, oggi, è ancora in grado di proteggere qualcuno dalla sua solitudine? Gli interessa ancora tramandare le storie dei Perec di oggi?