L’uomo dei dadi – Edizione speciale

Archivio rassegna stampa

  • 24Mag2016

    Giulia Marziali - CriticaLetteraria.org

    L’uomo dei dadi e il metodo della follia

    Tira il dado. Il dado sceglie per te. Tu non hai colpa, non hai responsabilità. Hai affidato tutto il potere al dado e non c’è modo di tornare indietro. La parabola paranoide, folle, eccitante di Lucius Rhinehart parte dal momento in cui decide, quello sì l’unico momento conscio e responsabile, di voler affidare a un banale dado da gioco a sei facce la scelta di ogni sua prossima mossa. In principio, piccole azioni senza importanza. Luke fa lo psicanalista, è un uomo solido, quel che si direbbe un professionista affermato, ha una famiglia; eppure la seduzione costituita dall’ignoto, il baratro estatico dell’inconsapevolezza, l’irrazionalità scelta per convinzione hanno la meglio sulla ripetizione della quotidianità che tranquillizza e soffoca. E il lancio dei dadi diventa il più serio di tutti i giochi. La storia ce la racconta lo stesso Rhinehart ne L’uomo dei dadi, pubblicato qualche anno fa da Marcos y Marcos nella traduzione di Marina Valente e oggi ristampato in versione Mini. È davvero un libro tascabile, una sorta di breviario che rimane con te per circa 700 minipagine e che ti risucchia irresistibilmente nell’abisso della tecnica della dispersione del sé.

    Si può essere affascinati da questo metodo di autosabotaggio, di sperpero creativo. È esaltante leggere la storia di un uomo che perde i freni, che si lascia andare prima al fondo del proprio ego e poi si lancia in un progetto folle, quello di fare della sua idea un modello terapeutico, fino ad aprire dei Centri di sperimentazione in ambienti totalmente casuali che liberino i clienti dal “fardello dell’identità individuale” e che diventano presto celebri come luoghi di estrema depravazione.

    Nel luglio del 2015 un illustre fan del dottor Rhinehart, Emmanuel Carrère, ha scritto su Internazionale un lungo reportage in cui, nella tecnica dell’autofiction di cui è maestro, racconta di essersi spinto fino alla dimora dell’idolo; e di averci trovato un tranquillo signore che risponde al nome di George Cockcroft, vive in una fattoria a Hudson, a nord dello stato di New York, e si definisce an old fart, un vecchio rimbecillito.

    Una delusione? Come nei racconti migliori, in fondo non importa se sia accaduto veramente. È l’immaginare una follia del genere che la rende già possibile. Un’utopia negativa, che è nel senso della distruzione, dell’annullamento, e non in quello della costruzione, possibilmente pacifica. Un progetto in cui i principi vengono annullati, negati ed è il Caso il dio supremo delle occasioni perse o afferrate al volo: come si può a queste condizioni costruire una struttura sociale il cui tranquillante dovrebbe essere un metodo disciplinato?

    L’uomo dei dadi è un racconto antropologicamente trascinante, denso di psicologia e filosofia. Gli orientamenti ce l’abbiamo in esergo: si parte dalla psichiatria, da Van der Berg, da Jung, e passando dal filosofo cinese Chuang-tzu, si arriva a Nietzsche. Ma l’ultima, prestigiosissima posizione, è per il comandamento supremo: «Chiunque può essere chiunque». È volontà di (auto)distruzione e disperato vitalismo, è il nichilismo estremo il fondo più fondo di questo libro che si legge a strati. E che molto difficilmente si dimentica.

  • 28Apr2016

    Jessica Chia - Wuz.it

    L’uomo dei dadi – Luke Rhinehart

    Era la maledetta sensazione di avere un io: quel senso dell’io che secondo gli psicologi tutti dobbiamo avere. E se (a quel tempo pareva un pensiero originale) lo sviluppo di un senso dell’io fosse normale e naturale ma né inevitabile né auspicabile? Se rappresentasse un’appendice psicologica: un inutile, anacronistica spina nel fianco?

     

    Se un giorno vi dicessero di lasciarvi andare? Se questo “lasciarvi andare” implicasse prendere la vostra personalità, tutta bella compatta, intatta, sottovuoto, fondata su lacrime, botte, sudore, ormoni, diplomi attaccati al muro, medaglie, pianti e rimpianti, e vi dicessero di metterla nel tritacarne? Se vi dicessero di abbandonare il vostro potere decisionale, di non seguire più le regole, le leggi, i vincoli familiari, i vincoli di sangue, i vincoli lavorativi… cosa ne sarebbe di voi?
    Se ogni scelta della vostra vita non fosse più dettata dall’educazione culturale, scolastica, familiare, dal cosiddetto “io”, ma fosse un oggetto a forma cubica con sei facce e un numero x di probabilità chiamate caso, a scegliere per voi? Mandereste tutto in malora per lanciarvi nella vertigine scoscesa del vuoto?
    Qualcuno, nel mondo, ha provato a farlo. Si chiama Luke Rhinehart e un giorno ha deciso di affidare la sua vita ai dadi. Questa è la sua storia. E non è una storia del tutto inventata.

    Luke è uno psichiatra e vive una vita nella norma, da giovane uomo bianco americano. E per normale s’intende una vita noiosa, una vita fatta di cereali e colazioni coi bambini, di dopobarba e giornate passate in studio con i pazienti, di serate al poker con gli amici terminate in un consumo medio-alto dei doveri corporei coniugali:

    Lil e io ci eravamo incontrati e accoppiati quando avevamo entrambi venticinque anni. Avevamo alimentato un profondo, irrazionale e ovviamente nevrotico bisogno reciproco: amore, una delle forme di pazzia più accettate socialmente. Ci eravamo sposati: la soluzione della società alla solitudine, al desiderio e alla lavanderia.

    Luke vive un’esistenza uguale ad altri milioni di esistenze che ci vengono insegnate e imposte dalla regola mangia, consuma, riproduci, o se volete, siamo polvere e polvere ritorneremo. Ma un giorno il dottor Rhinehart si alza dal letto, dopo tanti giorni tutti uguali e meccanici, e decide che questa esistenza non se la sente più nella pelle; come la stragrande maggioranza dei suoi pazienti, Luke cade nel tunnel della depressione. Diventa infelice, demotivato, non ama più il suo lavoro, non sopporta più la sua famiglia. Nel bel mezzo della sua vita costruita con perfezione, quella che può apparire una crisi di mezza età è in realtà una sommossa esistenziale a tutti gli effetti, una liberazione dei moti dell’animo che si sentono imprigionati in un corpo troppo educato. La prigione dei sensi. La prigione dell’individuo unico, integro, unitario.
    Una sera di apatia uguale a tutte le altre, Luke risponde all’insofferenza della sua vita prendendo in mano un paio di dadi e lasciando che siano loro a decidere per lui, proponendo – per gioco – un’alternativa assurda: andare a letto con la vicina o tornarsene a dormire con la moglie. Il dado non ha coscienza, il dado non ha pietà, il dado ti affida al caso e ti lascia macerare in esso.

    Da quella sera la vita di Luke cambia completamente. A mano a mano inizia a spogliare, a decostruire il suo essere unitario, la sua persona educata da regole conformiste e universalmente accettate, per affidarsi completamente e ciecamente alla forza del caso, al dio dado. Non esiste più alcuna scelta che non passi attraverso il dado, alcuna decisione di vita, da come vestirsi al mattino a quale personalità indossare alle cinque del pomeriggio. Non esiste più alcun Luke Rhinehart, esiste un bambino di cinque anni, una donna in menopausa, un allupato, un venditore di tappeti in pensione, Benito Mussolini, Napoleone Bonaparte, un uomo paralizzato dall’ictus, una vecchia lesbica, un balbuziente. Luke scopre la vertigine di una libertà senza senso, senza confini, una libertà in cui non esiste un unico Luke ma una possibilità infinita di personalità. Afferrare questa libertà gli permette di guarire dalla depressione, dall’ansia e dalla noia, dal senso di insoddisfazione che la vita gli impone. Luke è libero perché non è più solo un unico essere, ma sono tanti, dentro di lui. La sua progressione verso la guarigione, vista dalla società come una regressione, è di tornare allo stadio dell’infanzia quando i bambini vivono nell’incoerenza e non si riconoscono ancora nel loro “io”, quella malattia che li farà diventare adulti.

    Ma Luke non sa arrestarsi, va oltre. Non fa solo della vita da dado un tonico interessante, più vario dell’alcol, meno pericoloso dell’LSD, più stimolante della borsa o del sesso, rischia di tramutarla in un gioco senza fine, lascia che il dado la distrugga completamente. Non riesce più a smettere, a stare dentro alla vita universalmente accettata: essere un marito, essere un padre, essere un uomo composto negli istinti, essere un medico brillante e razionale.
    Il suo stile di vita diventa una vera e propria teoria e, sicuro del fatto che il problema universale degli uomini è la loro resistenza al cambiamento, Luke invita i suoi pazienti a forzare la propria indole, quella che li ha portati ad ammalarsi, per lasciar decidere al caso. I dadi iniziano a rotolare, rotolare, rotolare. E non solo nella mani di Luke, rotolano nelle mani di amici e pazienti: nascono in moltissime città degli Stati Uniti d’America i centri dei dadi: centri in cui i pazienti imparano a giocare con la vita, con i “ruoli”, con i sentimenti, anche a comando, a mentire, a dire la verità, a confondere realtà e menzogna:

    Dobbiamo creare uomini a caso, persone dei dadi. Il mondo ha bisogno di persone dei dadi. Il mondo avrà persone dei dadi.

    Questa è la storia di Luke, della sua morte e della sua rinascita, della sua disfatta. Luke è diventato un uomo totalmente a caso, con i rischi, le perdite e i pericoli che ne sono conseguiti. Ciononostante la sua fine era segnata dalle regole conformi al mondo. E questo era prevedibile, persino per i dadi.

    L’uomo dei dadi esiste ancora. Ha scritto questo libro perché glielo ha detto il dado. Vive a Canaan, nello stato di New York. Vive dentro di te, vive dentro di me. Vive dentro il nostro essere multipli, il nostro essere donne e uomini, carnefici e vittime, omosessuali ed eterosessuali, sadici e masochisti. Vive in quegli spiriti tormentati nelle nostre gabbie toraciche, nei nostri intestini, nelle nostre faringi. Basterebbe affidarli al caso, farli rotolare nella combinazione di numeri che si susseguono all’infinito, e questi non tornerebbero più al loro posto. A quel punto sarebbe la liberazione dei nostri “io”. Ma sarebbe anche la fine del nostro esistere nel mondo. Nessun pubblico ad ascoltare la nostra parte, un sipario calato e una vita a caso, in solitudine.

  • 10Apr2016

    Irene Bignardi - laRepubblica

    L’uomo che giocava a dadi con la propria vita

    “Dio non gioca a dadi con l’universo” dice Albert Einstein. Con l’universo no, ma con i lettori si può giocare, pensa Luke Rhinehart, uno scrittore americano che pubblica sotto il nome del suo protagonista in un libro, dove il dado viene tratto appena possibile.

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  • 12Mar2016

    Francesco Bove - L'armadillofurioso.it

    L’uomo dei dadi: Luke Rhinehart e la sospensione del giudizio

    Ho scoperto L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart, da poco ristampato da Marcos Y Marcos, grazie a un bellissimo articolo di Emmanuel Carrère, apparso su Internazionale nel numero “Viaggio” e mi ha subito incuriosito la storia di Luke, psicanalista affermato, che decide, una sera, di affidare a un dado una decisione. Da questo momento in poi, come accade per il libro cinese degli oracoli de La Svastica sul Sole, Luke baserà le sue scelte in base ai risultati del dado.

     

    Il libro è ispirato a una storia vera, quella di George Cockcroft che, ancora oggi, è solito servirsi dei dadi per ogni scelta e il suo libro è stato, per molti, un “manuale di sovversione” intriso di forte comicità ed erotismo. Quel che affascina, però, di questo testo del 1971 è la reiterazione di un concetto semplice, quello del caso, attraverso una dimensione psicanalitica post-1968. Il personaggio principale, Luke, vuole conservare la sua identità e inseguire il suo destino senza determinarlo. Una visione anarchica, dove non si attribuiscono significati agli eventi ma solo interpretazioni. Luke, infatti, ha sospeso il giudizio in funzione del dado e le sue capacità di valutazioni dipendono dalle fluttuazioni dell’azzardo, investendo, di volta in volta, un pezzo sempre più importante della sua vita.

    L’atmosfera del libro è sempre sospesa tra realtà e sogno e il protagonista è sempre proteso verso la realizzazione di un desiderio. Il dado gli dà la possibilità di concretizzarlo o di cambiare verso al suo percorso perché è l’unico dio a cui riferirsi, secondo il protagonista, al punto che arriverà a scrivere una lettera in base al suggerimento di una faccia del suo dado. Questo racconto sull’incapacità di creare qualcosa di nuovo e sull’assenza del libero arbitrio se, da un lato, può apparire come una critica estrema alla gioventù post-sessantottina, d’altro canto si inserisce, in un modo molto originale, all’interno di quel filone distopico alla Dick rivedendolo in chiave più nichilistica e simbolica. Le interpretazioni di questo testo, però, possono essere tante: letto tra le righe, può narrare della liberazione dell’inconscio attraverso la mancanza del controllo di se stessi e raccontare quel “non esserci” nietzschiano che ha tanto affascinato i filosofi post-strutturalisti. Il dado, quindi, non è altro che una macchina astratta molto abile che collega il pensiero conscio e inconscio del protagonista, quindi dell’uomo senza più riferimenti politici, culturali e sociali.

     

  • 15Set2015

    Zaum - Libreria Zaum

    Raccontare un libro significa probabilmente anticiparne in qualche modo la storia. E la storia di questo libro può essere detta in poche righe, così, semplicemente ritagliando e manipolando la quarta di copertina: psicanalista affermato, il dottor Luke Rhinehart si rende conto di condurre una vita banale, sebbene “modello”, ed entra in crisi. Al termine di un’ennesima, paludosa serata di poker, tenta un rimedio alla noia: scorge fra le carte da gioco un dado, e gli affida una prima decisione: stuprare o meno la moglie del suo socio e migliore amico. Ingolosito dagli esiti, non resiste alla tentazione di proseguire il gioco, iniziando a regolare tutta la sua vita, compresa la terapia dei suoi pazienti, in base al responso dei dadi, e diventando così l’uomo dei dadi.

    Questa la storia. Alla quale andrebbe aggiunta qualche noterella sulla scrittura (a tratti veramente divertente, caustica, ironica). E tuttavia quello che mi interesse qui non è tanto questo, quanto provare a seguire una suggestione che L’uomo dei dadi mi ha suggerito quasi da subito, quella di essere (volontariamente o meno) il racconto di un’esperienza di vita (im)possibile, guidata da una certa lettura, foucaultiana, del Nietzsche della morte di Dio come morte dell’uomo. Scrive Foucault:
    Ai nostri giorni, e Nietzsche anche qui indica da lontano il punto d’inflessione, si afferma […] la fine dell’uomo (quel sottile, impercettibile scarto, quell’arretramento nella forma dell’identità, che hanno portato la finitudine dell’uomo a convertirsi nella sua fine)[…]. Più che la morte di Dio – o meglio nella scia di tale morte e in una correlazione profonda con essa – il pensiero di Nietzsche annuncia la fine del suo uccisore: ossia l’esplosione del volto dell’uomo nel riso, e il ritorno delle maschere […] l’assoluta dispersione dell’uomo. [M. Foucault, Le parole e le cose]
    L’uomo, inteso come (rappresentazione di) quel soggetto unitario e coerente che tiene insieme tutte le rappresentazioni, le esperienze, i discorsi, è un’invenzione recente, invecchiata in fretta e niccianamente destinata a essere superata, o almeno, e qui si innesta l’esperimento di L’uomo dei dadi, destinata ad essere superata se si vuole essere felici.
    Perché essere uomo in questo modo significa condannarsi all’impossibilità del dionisiaco, esattamente quello a cui mira, per sé e per gli altri, il dottor Luke Rhinehart:
    La mia passione […] è stata cambiare la personalità umana. La mia. Quella degli altri. Quella di tutti. Dare agli uomini un senso di libertà, di esaltazione, di gioia. Restituire alla vita l’emozione che proviamo quando con i piedi nudi tocchiamo la terra all’alba e vediamo il sole prorompere tra gli alberi di montagna come un lampo orizzontale; quando una ragazza offre per la prima volta le lebbra per essere baciata; quando un’idea, improvvisamente, esplode nel nostro cervello riorganizzando, in un istante, le esperienze di tutta una vita.
    Per essere felici, occorre uccidere l’uomo così come oggi è inteso, come io identitario e coerente, e tornare a quella spontaneità gioiosa e giocosa dell’infanzia:
    Perché i bambini erano così spesso spontanei, pieni di gioia e concentrati mente gli adulti erano controllati, pieni d’ansia e dispersivi?
Era la maledetta sensazione di avere un io: quel senso dell’io che secondo gli psicologi tutti dobbiamo avere. E se […] lo sviluppo di un senso dell’io fosse normale e naturale ma né inevitabile né auspicabile? Se rappresentasse un’appendice psicologica: un inutile, anacronistico dolore nel fianco? O, come le enormi zanne del mastodonte, un pesante, inutile e, in definitiva, autodistruttivo fardello? Se il senso di essere qualcuno rappresentasse un errore evolutivo disastroso per il futuro sviluppo di una creatura complessa come il guscio per le lumache o le tartarughe?
[…]
Gli uomini devono cercare di eliminare l’errore e sviluppare in loro stessi e nei loro figli la liberazione dal senso dell’io. L’uomo deve sentirsi a suo agio lasciandosi andare da un ruolo all’altro, da un gruppo di valori a un altro, da una vita all’altra. Gli uomini devono essere liberi dalle costrizioni, dagli schemi, dalle coerenze per essere liberi di pensare, sentire e creare in modi nuovi.
    In altri termini, per essere felici occorre passare dall’uomo così come è stato fino ad ora a un uomo nuovo, «L’uomo a Caso. L’uomo imprevedibile», capace di portare nell’età adulta la spontaneità dionisica dell’infanzia:
    Noi vogliamo creare un mondo di bambini adulti senza paure. Vogliamo liberare la molteplicità indotta in ciascuno di noi dalla nostra società anarchica e contradditoria. […] Vogliamo la libertà dall’identità individuale. La libertà dalla sicurezza, dalla stabilità e dalla coerenza. Vogliamo una comunità di creatori, un monastero per pazzi gioiosi»
    In altri termini: vogliamo generare ed essere generati dal caos creatore, il caos che è reso possibile dall’affidarci al caso. Perché il caso è l’unico strumento capace di deresponsabilizzarci, (Luke Rhinehart si sente libero perché allo stesso tempo si sente liberato dal suo essere un agente responsabile delle sue azioni), e quindi di liberarci  dal senso di colpa e dalla paura che frena la nostra potenza dionisiaca e creatrice.
    Dobbiamo lasciarci esplodere nella molteplicità. E qui risuona, ancora, un Nietzsche abusato (sui social network) che annuncia il pericolo di un’umanità ancora non pronta a superarsi in un oltre-uomo capace di andare al di là di quelle che fino ad oggi erano le possibilità solo umane:
    Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare! Io vi dico: bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante: Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna [F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra]
    Come risuona, in molte pagine di L’uomo dei dadi, una critica feroce (vagamente foucoultiana anch’essa) alla psicoanalisi come dottrina dell’ordine, della costrizione e della normalizzazione : «un ospedale psichiatrico è un’istituzione globale» e lo scopo della psicologia è, accettare come ineluttabile l’infelicità, «aumentare la produttività, integrare l’individuo nella società in cui è inserito e aiutarlo a vedere e accettare se stresso. Non […] alterare abitudini, valori e interesse dell’io, ma […] vederli senza idealizzazione e di accettarli per quello che sono».
    Disclaimer:
    • non è affatto detto che l’autore di questa nota di lettura sia d’accordo con questa idea di gioia, felicità e liberazione e, forse, neppure con questa indebita sovrapposizione di Nietzsche, Foucault e L’uomo dei dadi.
    • nessun Deleuze è stato torturato nell’estensione di questa nota di lettura.
    • un neo-occasionalista potrebbe obiettare che il caso in fondo è pur sempre scelto da Dio (come ad un certo punto osserva Luke Rhinehart) e che quindi questa morte di questo uomo alla fine restaura in senso assoluto proprio Dio.

  • 31Lug2015

    Emmanuel Carrère - Internazionale

    Quand’era adolescente, Emmanuel Carrère fu conquistato dalla storia di uno psicoanalista newyorchese che prendeva tutte le sue decisioni lanciando un dado. Quarant’anni dopo è andato a cercarlo.

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  • 24Giu2005

    Daniele Oldani - Il Giornale dell’Altomilanese

    Lo psicanalista gioca a dadi

    Il caso per Luke ha sei facce, tante quante quelle dell’antico passatempo che riesce a stravolgere completamente tutte le regole di vita. Sei le opzioni cui deve necessaria sottomissione.

    L’autodistruzione di un uomo. Oppure – a scelta – la sua totale e consapevole devozione a una nuova, caotica, sorprendente e faticosa filosofia di vita. Forse, sono semplicemente due facce della stessa medaglia. O forse, in tutta questa vicenda, c’è qualcosa di davvero straordinario e innovativo.
Il dubbio è lecito quando ci si immerge – e non è un termine scelto a caso – in questa curiosa e monumentale opera di Luke Rhinehart, nel libro, e per molti anni nella vita, studioso e ricercatore dell’umano equilibrio mentale. Uno psicanalista, insomma, che un bel giorno di fronte alla prospettiva di continuare nella tranquillità il proprio menage famigliare con moglie e figli, scopre il principe della casualità, ovvero il dado.
Sì, proprio quell’oggetto a sei facce che dice uno, due, tre, quattro, cinque o sei, senza lasciare dubbi sulla decisione presa. Il professor Rhinehart scopre che abbinare al lancio del dado sei decisioni invece che sei numeri può diventare un gioco appassionante, stimolante, ma anche molto pericoloso. Eh sì, perché se il dado – che chiede obbedienza assoluta – ti dice di andare al piano di sopra e violentare la moglie del tuo esimio collega, devi farlo. E il protagonista di questo libro lo fa. Magari scoprendo che alla suddetta moglie la proposta non dispiace affatto, anzi…
Pagina dopo pagina – e sono tante – la decostruzione dell’individualità del professore diventa totale: il dado stabilisce che quello che era uno psicanalista deve diventare in una festa un deficiente totale, oppure un anarchico o ancora la reincarnazione di Gesù Cristo.
Un libro divertente e in alcune parti molto profondo, dove accade davvero di tutto: scoprite il mondo di Luke, le sue avventure erotiche, le fondamenta delle sue teorie, le improbabili adesioni alla filosofia dei dadi. O ancora le reazioni di mogli e amanti, di colleghi e luminari, di pazienti e menti instabili. Non ci sorprende sapere che questo libro sia da molto tempo un culto per molti lettori: provate a leggerlo e fatemi sapere se riuscite a resistere all’idea di tirare un dado…

  • 19Mag2004

    Marina Morpurgo - Cooperazione

    Il romanzo di Luke Rhinehart, «L’uomo dei dadi»: uno psichiatra libera la sua personalità multipla, affidandosi al caso.
    Non avvicinatevi a questo romanzo, se avete una cieca fiducia nel vostro psicanalista, o se siete molto religiosi, o facili a scandalizzarvi, oppure se il cinismo per voi è solo cinismo, e non una forma di disperazione.

    Esaurite le controindicazioni, ecco le indicazioni: L’uomo dei dadi è ferocemente spassoso, e ha il pregio di insinuare nelle coscienze più di un dubbio sulla natura della felicità, della razionalità, della normalità. Qui si racconta di uno psichiatra, il dottor Rhinehart (dietro cui si cela uno psichiatra «vero», che nella realtà si chiama George Cockroft), che in preda a una crisi depressiva decide di liberare le proprie personalità ingabbiate dalla società e dal suo ego, permettendo loro di esprimersi. Inventa così la teoria dei dadi: affida la propria esistenza al puro caso. Di volta in volta, il dado gli dirà come comportarsi: se da demente bavoso, da psichiatra rispettabile, da violentatore di vicine di casa, da predicatore, da rivoluzionario, da hippy rimbecillito, da assassino, da gay, da libertino. I risultati sono esilaranti, e contagiosi. Ben presto l’austera comunità scientifica – siamo negli anni Sessanta – viene infiltrata da adepti del dado, con grave scandalo. I pazienti vedono il loro terapeuta trasformarsi: «Nei primi tempi il dado mi fece esprimere liberamente i miei sentimenti verso i pazienti, rompere cioè la regola cardinale di ogni psicoterapia: non giudicare. Incominciai a condannare apertamente ogni squallida debolezza che riuscivo a trovare nei miei pazienti piagnucolosi e appiccicosi. Per tutti gli dèi, era davvero divertente». Per la città girano personalità multiple, con i dadi in tasca: un branco di pazzi, che però in fondo di tanto in tanto si comportano in modo non più folle di chi vive secondo raziocinio. E sta in questo la svitata genialità del libro.

  • 15Mag2004

    Ruggero Bianchi - TuttoLibri di La Stampa

    Un romanzo dell’America Anni 70, una perfida satira che coinvolge hippy e zen, mode e illusioni che hanno per sola regola il Caso.

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  • 22Apr2004

    Gabriele Romagnoli - Musica di Repubblica

    SE DATE I NUMERI, LEGGETE QUI

    Un romanzo racconta come tutto è dominato dal caso
    Procuratevi un dado e tiratelo. Se esce 1 voltate pagina e non interessatevi mai a questo libro.

    L’autore di L’uomo dei dadi, George Cockroft in arte Luke Rhinehart, capirà. Se invece esce 2 proseguite fino al punto e a capo: il tempo di spiegare che il testo è opera di un ex psicologo bizzarro e stanco di orgasmi e padri, transfert e sogni. Decide quindi di farsene beffe con un romanzo che proclama la supremazia del caso sulla necessità, l’analisi e la morale. Afferma che i successi di un terapeuta con i suoi pazienti sono accidentali. Di più: tutta la vita lo è e quindi tanto vale affidarla consapevolmente al caso, come fa il suo personaggio. Anziché baloccarsi tra desideri, alternative e rimpianti, assegna al destino 6 possibilità e si attiene alle sue direttive. Bella idea, no? Reggerà per 511 pagine? Leggete il libro. Volete un mio parere prima? Non ho dadi per darvelo. E vado a capo.
Se esce 3, chiedetevi se, in fondo, tutta la vita non è già fin troppo regolata dal caso e quelle che chiamiamo scelte sono in realtà le poche opzioni (meno di 6) a cui siamo stati confinati senza una logica. Quanto c’è di decisionalmente vostro nel processo che vi ha portato a conoscere, qui e ora, questo libro? Comprate il quotidiano a cui questa rivista è allegata e leggete ogni riga o siete nella sala d’attesa di un otorino e ce n’era una pila? E che cosa, in quel che state leggendo, vi farà decidere se leggere anche L’uomo dei dadi? Una frase del reticente recensore o una buona citazione (proviamo, pagina 144: «Dall’infanzia all’età adulta ci ingabbiamo negli schemi per evitare di affrontare nuovi problemi e possibili fallimenti. Dopo un po’ gli uomini si stufano perché non ci sono nuovi problemi. Così è la vita sotto l’incubo del fallimento»). Decidete liberamente, perché 3 è il numero della rivincita del libero arbitrio.
Se esce 4, regalate questo libro al vostro analista, al socio o alla moglie di uno di loro, con un biglietto senza parole (nel romanzo il primo dado impone lo stupro della moglie del socio analista, l’ultimo ben di peggio).
Se esce 5, aspettate a leggerlo finché qualcuno ve lo regala. Se è la moglie del vostro socio o analista, sta cercando di dirvi qualcosa. Se esce 6, tirate ancora il dado finché esce un’altra delle 5 facce/possibilità: talvolta anche il caso è un’apparenza, l’alibi di una volontà che cerca il pretesto per realizzarsi. Non fate il loro gioco, fate il vostro numero.