Lost in translation

Archivio rassegna stampa

  • 13Mar2017

    Cristina La Bella - vocidifondo.com

    Tra stupore e meraviglia, “Lost in traslation”, il libro delle parole intraducibili

    «Tradurre è un’arte magica, perché ogni parola apre un mondo» così si legge nella quarta di copertina di Lost in translation, uno dei libri illustrati più belli che mi siano capitati tra le mani. Certamente tra i più splendidi degli ultimi anni.

    Un libro destinato non solo agli appassionati di linguistica e traduzione, ma anche a chi è semplicemente curioso e mai si stanca di interrogarsi riguardo a ciò che gli sta attorno. Le parole sono punti di partenza, consentono di viaggiare da un posto all’altro restando comodamente seduti in poltrona, di rispondere a domande che non sapevamo di voler porre, di costruire fantasticherie, chimere e storie di ogni genere. L’autrice, Ella France Sanders, giovanissima scrittrice, che non ama stare a lungo in nessun posto – per scelta vive un po’ ovunque: dal Regno Unito agli Usa, dalla Svizzera al Marocco – ha raccolto in queste 120 pagine cinquanta “parole intraducibili”, accompagnate da splendidi disegni, che ci trasportano nei vizi e virtù di altrettanti paesi diversi. Perché dove la parola manca, l’immagine arriva. Tradizioni e costumi si tengono per mano in questa cornucopia di sostantivi, aggettivi, verbi … sulla scia del cosmopolitismo.

    Le lingue non sono immutabili, per quanto a volte possano trasmettere un apparente senso di stabilità. Le lingue evolvono e talvolta muoiono, ma che conosciate soltanto poche parole di una lingua o mille parole di molte lingue, ci modellano: ci permettono di dar voce a un’idea, esprimere amore o delusione, far cambiare opinione a qualcun altro.

    Tradotto da Ilaria Piperno, Lost in translation è stato pubblicato nel 2015 da Marco y Marcos, lo stesso editore che nel 2016 ha pubblicatoTagliare le nuvole col naso. Modi di dire dal mondo, sempre di Ella France Sanders.

    «Se nella vostra lingua madre ci sono piccole ma importanti lacune, niente paura: potete ricorrere ad altre lingue per definire il vostro stato d’animo».

    Così scrive l’autrice, che mette in fila come soldatini di latta parole di ogni lingua del pianeta, dando forma a quelle immagini che si affollano nella nostra mente, a rimasugli della nostra infanzia, a suggestioni ed emozioni che pensavamo non avessero un nome specifico. Scopriamo ad esempio che «vacilar» è un termine spagnolo che indica il viaggiare per il gusto di farlo più che per la meta, che i francesi per definire il colore ingiallito delle foglie appassite dicono «feuillermort», che «akihi» è un sostantivo che alle Hawai è usato per descrivere chi ascolta le indicazioni e poi subito dopo le dimentica. E ancora «razil jubit», un verbo appartenente alla lingua russa, che esprime una delle sensazioni più tristi, che si possano provare: il disinnamorarsi. Sbirciando nel libro troviamo altre meravigliose parole intraducibili:

    MANGATA, un sostantivo svedese dai toni romantici che designa la scia luminosa della luna che si riflette sull’acqua. Forse non tutti ci badano più, ma il mare di notte baciato dalla luna resta uno degli spettacoli più belli.

    GEZELLING, un aggettivo olandese che ci proietta in un’atmosfera familiare, difatti gezelling descrive il senso di intimità, calda e rigenerante, non necessariamente fisica, che si prova stando con le persone care.

    HIRAETH, nome gallese, che ha molto in comune con la saudade, e che esprime un’immagine intrisa di malinconia: la nostalgia per un luogo dove non si può tornare o il rimpianto per i posti perduti del passato o che non sono mai esistiti.

    KOMOREBI, una parola giapponese, che nell’istante in cui acceca incanta. È il sostantivo usato per descrivere la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi.

    KARELU, sostantivo tulu, che indica il segno lasciato sulla pelle da qualcosa di stretto. Qualcosa che probabilmente è successo a tutti almeno una volta nella vita.

    SHLIMAZEL, una parola yiddish, che etichetta la persona perseguitata dalla sfortuna. Ne conosciamo almeno una di persona costantemente vittima della malasorte.

    TSUNDOKU, sostantivo giapponese che esprime un’immagine comune nelle case di molti: un libro comprato ma non ancora letto, di solito impilato con altri mai letti.

    E ce ne sarebbero di termini da citare, perché – vi ripeto – Lost in translation è un libro magnifico, che certamente non può mancare sul comodino di chi subisce il fascino delle parole e dei suoi parlanti, di chi con queste ultime vorrebbe giocare tutta la vita, di chi piacevolmente cerca nelle altre culture le risposte che non ha. «Meraki» è un verbo della lingua greca traducibile grossomodo con “fare qualcosa con tutto te stesso, con passione, creatività e amore”. Ecco, tutto questo troverete e si nasconde in Lost in traslation, un libro fatto di dettagli, quelle piccole cose che sembrano niente, eppure sono le più importanti. Davvero non vorrei smettere di parlare di questo mini capolavoro, che ho messo sullo scaffale accanto a libri come “Il piccolo principe” e “Alice nel paese delle meraviglie”. Altre due parole intraducibili che vale la pena ricordare mi va di scriverle: “trepverter” (yiddish), che è una risposta ironica o una replica brillante che ti viene in mente soltanto quando è troppo tardi per usarla; e “nunchi” (coreano), ossia l’arte sottile e spesso inosservata di sentire e comprendere l’umore altrui. Ora che ve lo ho spiegate, sto peggio di prima. Starei a discorrere per ore di questo “Lost in translation”, che non si perde nei meandri della traduzione – come il titolo potrebbe far pensare – ma esso con intelligenza e acume ne rivela difficoltà, meccanismi e incredibili potenzialità.

  • 20Feb2017

    Redazione - secondocapitolo.wordpress.com

    Lost in traslation || Ella Frances Sanders

    Le parole di questo libro potrebbero rispondere a domande che non sapevate di voler porre, o magari ad alcune che avete già posto. Potrebbero identificare con precisione emozioni ed esperienze che apparivano vaghe e indescrivibili, o magari vi faranno ricordare una persona dimenticata da tempo. […] Spero che questo libro vi aiuti a trovare alcune parti di voi stessi perdute nel tempo, che faccia riemergere ricordi piacevoli o permetta di tradurre in parole pensieri e sensazioni che non eravate mai riusciti a esprimere con chiarezza (Ella Frances Sanders).

    In editoria esiste la figura di un professionista spesso dimenticata o sottovalutata: quella del traduttore. Il traduttore è colui che ha il delicatissimo compito di tradurre, appunto, il testo scritto dall’autore in lingua originale (lingua di partenza) in una lingua d’arrivo diversa. Tra la lingua d’arrivo e quella di partenza ci possono essere affinità (come nel caso delle lingue neoromanze, che hanno origine comune dal latino) oppure grandi differenze e nulla in comune, talvolta anche nel sistema di scrittura. Passare da una lingua all’altra, allora, richiede un cambiamento di forma mentis, come se si indossasse un diverso paio di occhiali per leggere a tutti gli effetti una diversa realtà.

    La parte più affascinante nel confronto tra le lingue, probabilmente, è proprio lo scarto tra i diversi modi di ragionare, rapportarsi al mondo e percepire la realtà, visibile e non visibile (basti pensare ai modi di descrivere i sentimenti, per esempio). Per questo, non tutte le lingue hanno le stesse parole e non tutte le lingue hanno parole per descrivere le medesime cose. Ecco allora che subentra il concetto di “intraducibilità“. Proprio così: ci sono della parole che non hanno un corrispettivo nelle altre lingue, cioè non esiste un modo di esprimere quello stesso significato con una parola sola; in questi casi si ricorre a perifrasi o spiegazioni più articolate certo, ma chiaramente si perde un po’ di quel significato, di quella magia che si trova nelle parole più curiose e pregne.

    E allora “Lost in traslation” nasce proprio da questo, dalla curiosità intellettuale di scoprire quali sono le parole intraducibili delle altre lingue. L’autrice Ella Frances Sanders ne raccoglie 50 in questo splendido libro illustrato da lei stessa, edito in Italia nel 2015 da Marcos y Marcos.

    Quello che cerca di fare, attraverso disegni e spiegazioni, ha una duplice valenza: da un lato regalare al lettore delle parole bellissime e dense di significato (perché diciamocelo: siamo dei feticisti delle parole); dall’altro portarci dentro all’affascinante mondo della traduzione, mostrandoci con una serie di casi concreti quanto può essere difficile rendere parole come “poronkusema”, in finlandese “la distanza che una renna può comodamente percorrere prima di fare una pausa”, oppure “gurfa”, in arabo “l’acqua che puoi tenere in una mano”.

    Tra le mie parole preferite:

    • cafuné (portoghese brasiliano): l’atto di passare teneramente le dita fra i capelli della persona amata;
    • tsundoku (giapponese): un libro comprato ma non ancora letto, di solito impilato con altri libri mai letti;
    • razljubit’ (russo): disinnamorarsi, una sensazione dolceamara;
    • trepverter (yiddish): una risposta ironica o una replica brillante che ti viene in mente soltanto quando è troppo tardi per usarla;
    • nunchi (coreano): l’arte sottile e spesso inosservata di sentire e comprendere l’umore altrui.

    Pochi piccoli esempi possono essere illuminanti per farci capire che il nostro modo di percepire e descrivere la realtà non è l’unico possibile. Questo è il fascino segreto che conosce bene chi studia le lingue, e che tanto affascina tanto anche me. La questione però è di lunga data: è la lingua a plasmare il nostro modo di vedere la realtà o la realtà a plasmare la lingua? Questo libretto ci dimostra quanto a realtà, culture, regioni diverse del mondo corrispondano lingue in grado di esprimere sentimenti, situazioni, fatti di cui noi non avevamo mai neanche sentito l’esigenza…O forse sì, ma fino ad oggi non sapevano che esistesse una parola adatta ad esprimerla.

    Un libro bello, affascinante, intelligente, curioso, istruttivo, con una punta di poesia perché in fondo ci fa anche sognare un po’ e ci regala belle emozioni. A me ne ha date molte, l’ho adorato ad ogni nuova parola, ad ogni coloratissima illustrazione. Non posso che consigliarvelo per leggerlo tutto d’un fiato (come ho fatto io), o per sfogliarlo qualche pagina alla volta, tenendolo sul comodino come un piccolo vademecum da portare sempre con sé.

  • 14Feb2017

    Valentina De Poli - Topolino

    Cari amici di Topolino…

    Gezellig! È un aggettivo olandese che descrive “il senso di intimità, calda e rigenerante, non necessariamente fisica, che si prova stando con le persone care.”

    Leggi tutto l’articolo

  • 24Gen2017

    Giovanni Turi - giovannituri.wordpress.com

    I bestseller del 2016 editore per editore

    Di articoli sui libri migliori dello scorso anno ne sono apparsi davvero troppi, dopo tre anni (201320142015) ho quindi deciso di cambiare la domanda e di chiedere quale sia stato e come mai il titolo più venduto del 2016 per ciascuna casa editrice. Ecco le risposte di ad est dell’equatore, Atlantide, CasaSirio, Einaudi, e/o, Garzanti, Iperborea, Las Vegas, LiberAria, Longanesi, L’Orma, Marcos y Marcos, minimum fax, Neo, NN, Ponte alle Grazie, Racconti, 66thand2nd, SUR, Tunué, Voland.

     

    ad est dell’equatore (Carlo Ziviello, responsabile comunicazione)
    Per ad est dell’equatore è stato La parola mala, a cura di Giovanni Chianelli. Un saggio di fenomenologia dell’insulto e un viaggio che attraversa l’Italia e l’italiano, categorie culturali e sociali: letteratura, cinema, teatro, filosofia, musica, politica e sport. Il successo del libro è dipeso anzitutto dal tema: l’italiano è una delle lingue dal vocabolarioturpiloquiale più esteso e fantasioso, e dalla leggerezza con cui è stato trattato, che rappresenta una novità. In genere i libri sull’argomento erano o saggi linguistici piuttosto di nicchia oppure molto settoriali: mancava un libro che attraversasse così tanti ambiti espressivi e che li affrontasse in modo lieve ma rigoroso. In definitiva è stato un’occasione per parlare di un tema che è capace di unire sentimento ed espressioni popolari alla cultura cosiddetta alta, che è poi quello che noi di ad est dell’equatore cerchiamo da sempre di fare.

    Atlantide (Flavia Piccinni, responsabile coordinamento editoriale)
    Leonida di Nada Malanima è stato il nostro bestseller, che a oggi abbiamo ristampato per quattro volte. Come tutti i nostri libri, ogni edizione ha una copertina diversa, e tutti i volumi sono numerati a mano. Per noi, nati da poco più di un anno, e soprattutto per la nostra scelta di distribuire unicamente in librerie indipendenti che gestiamo direttamente, si è trattato di un inaspettato successo. Il merito è della straordinaria potenza di Nada, artista originale e sempre fedele a se stessa, e della sua Leonida: una donna che impara dalla vita a essere impassibile, a farsi scivolare tutto addosso, e che dalla vita e dall’amore viene travolta.
    La voce di Nada, che ha avuto recensioni entusiaste da parte della critica, è sincera e unica: le sue parole sono musica capace di raccontare la gioia, il dolore, la rabbia e la passione in modo travolgente. La storia di Leonida ci ha parlato fin dall’attacco, e avere la possibilità di darle un corpo è stato il più prezioso dono del 2016.

    CasaSirio (Federica Antonacci, responsabile ufficio stampa)
    Il bestseller di CasaSirio per il 2016 è Elementare, cowboy di Steve Hockensmith, primo titolo straniero acquisito dalla casa editrice e per noi è stata una scommessa vinta. Il libro è un giallo western ambientato negli ultimi anni del XIX secolo; i protagonisti sono due fratelli cowboy, fanatici di Sherlock Holmes, che si imbattono in una serie di delitti e cercano di risolverli. Questa commistione fra deserto e crime in salsa british, unita a una scrittura scorrevole e accattivante, ha decretato per questo libro un successo che ci ha spinti a pensare di pubblicare anche gli altri volumi dedicati alle avventure dei fratelli investigatori.

    Einaudi (Paolo Repetti, direttore editoriale Stile libero)
    Il 21 marzo 2015, Giacomo Mazzariol, un diciottenne di Castelfranco Veneto, ha caricato su YouTube un video girato con suo fratello Giovanni, che ha la sindrome di Down. Quel piccolo film possedeva una forza narrativa rara e immediata e ci è venuta la curiosità di conoscere il suo autore. L’idea era che potesse avere una storia da raccontare, ma non sapevamo se voleva farlo, se se la sentiva, se riteneva di esserne capace; non ci interessava una semplice testimonianza raccolta da qualcuno. Doveva essere un testo suo. Doveva contenere la stessa magia e la stessa ironia che aveva messo in quel video tanto speciale. Giacomo se la sentiva, e ne era capace. Così è nato Mio fratello rincorre i dinosauri, un autentico romanzo di formazione che si è conquistato un pubblico vastissimo, soprattutto di giovani, fino a diventare uno dei libri più amati dagli studenti delle scuole italiane. È il libro di maggior successo dell’Einaudi nel 2016.

    e/o (Gianluca Catalano responsabile marketing)
    La risposta è scontata: si tratta dell’Amica geniale di Elena Ferrante, che è tra i dieci libri più venduti in Italia nel 2016 (a più di 5 anni ormai dalla pubblicazione).

    Garzanti (Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa)
    Lo stupore di una notte di luce di Clara Sanchéz è stato il più grande successo del 2016 per Garzanti. Libro molto atteso, e pubblicato in anteprima mondiale, è il seguito del Profumo delle foglie di limone, il bestseller da un milione di copie grazie al quale Clara Sanchéz si è imposta in Italia. Siamo molto felici: il bel risultato non era scontato, e ha confermato Clara Sànchez come una delle scrittrici straniere più amate dal pubblico italiano e dalla stampa.

    Iperborea (Pietro Biancardi, editore)
    Il libro più venduto dello scorso anno è stato Io non mi chiamo Miriamdella svedese Majgull Axelsson.
    Eravamo speranzosi sul suo successo, ma il risultato ci ha sorpreso molto, tant’è che nonostante una buona tiratura iniziale l’abbiamo dovuto ristampare due volte in due mesi. Come spesso accade in questi casi (quando c’è un buon libro, con una trama forte, temi importanti e personaggi azzeccati) l’80% del successo è dovuto a… fortuna: la scrittrice Michela Murgia si è innamorata del libro e ne ha parlato con entusiasmo durante il suo programma televisivo riprendendo poi il filmato sui social. Il resto lo hanno fatto i librai: ancora prima del consiglio televisivo un numero crescente di librai lo stava consigliando ai clienti. Il libro è entrato nelle classifiche e da lì in poi diventa tutto più facile: i giornali ne parlano, le grandi librerie lo ordinano, i lettori si incuriosiscono…

    Las Vegas (Andrea Malabaila, editore)
    Il nostro titolo più venduto del 2016 è stato Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega. È stato anche il più recensito e amato dai blogger. Il motivo principale è che Bacchilega è bravissimo a creare trame complesse e a dare vita a una polifonia di voci (ogni personaggio racconta una pezzo della storia in prima persona, dal proprio punto di vista), come già aveva dimostrato in I romagnoli ammazzano al mercoledì, che probabilmente è il nostro titolo di maggior successo e che di sicuro ha fatto da volano a questo nuovo romanzo che è una commedia nera, ma anche un giallo, ma anche un thriller, ma anche una lettura molto divertente. Insomma, il classico libro Las Vegas fuori dagli schemi.

    LiberAria (Giorgia Antonelli, editore)
    Il titolo LiberAria più venduto del 2016 è un esordio femminile a cui tengo particolarmente: Overlove, di Alessandra Minervini. Il romanzo, pubblicato a novembre nella collana Penne, è andato in ristampa a sole due settimane dall’uscita, e per questo ringrazio i molti lettori che l’hanno amato, ritrovando se stessi. Overlove è una storia che inizia quando l’amore finisce, è un libro sulla mancanza. Mancanza di amore, di denaro, di verità, di famiglia, di radici, mancanza di cose che sono troppo, e quindi poco. Una storia che abbiamo vissuto tutti, ma raccontata con uno sguardo unico. Ambientato in una Puglia malinconica e quasi pavesiana, Overlove possiede una scrittura che procede per sottrazione, in cui spicca un linguaggio profondamente personale, capace di usare e rinominare le parole. Credo che la ragione del suo successo si annidi soprattutto nella voce, nitida e originale, della sua autrice.

    Longanesi (Fabrizio Cocco, editor)
    Anche durante l’anno appena trascorso, Longanesi ha visto il riconfermato ed eccezionale entusiasmo dei lettori per l’autore che più a lungo ha accompagnato la storia e la crescita della casa editrice: Wilbur Smith, il re dell’avventura. Il rapporto di fiducia che Smith ha saputo creare con i lettori in tutto il mondo è non soltanto fondamento di un successo commerciale, ma anche la dimostrazione di quanto l’istinto di un vero narratore, la fantasia e la creatività siano sempre cruciali.

    L’Orma (Lorenzo Flabbi, coeditore)
    Il titolo più venduto delL’orma nel 2016 è stato Gli anni di Annie Ernaux. Oltre alla lunga vita editoriale che ci auguriamo per un testo di questa levatura, le ragioni sono certo da cercare anche nella vittoria del Premio Strega europeo 2016. Da quell’affermazione, avvenuta a inizio luglio, i dati di vendita non hanno mai smesso di crescere, a riprova del fatto che si tratta di un libro (e di un’autrice) che sta entrando nel tessuto culturale italiano in maniera irreversibile. Assieme agli altri testi di Ernaux (Il posto e L’altra figlia), nel periodo natalizio ci hanno dato soddisfazioni straordinarie anche il romanzo di Irmgard Keun Gilgi, una di noi e la raccolta epistolare di Jane Austen Niente donne perfette per favore. Un trittico di autrici straordinarie, non c’è che dire.

    Marcos y Marcos (Stefano Santamato, responsabile ufficio commerciale)
    Il libro Marcos y Marcos più venduto del 2016 è Lost in translation, di Ella Frances Sanders, tradotto da Ilaria Piperno. Una deliziosa raccolta illustrata di cinquanta parole intraducibili. Parole in tante lingue diverse che esprimono emozioni, raccontano situazioni e rispondono a domande che magari non sapevate neanche di volervi porre.
    Dobbiamo il successo di questo piccolo gioiello alla sua originalità – anche rispetto alla nostra consueta linea editoriale – alla sua assoluta accessibilità e al virtuoso e preziosissimo passaparola scatenato da librai e lettori, che l’hanno reso molto più di una divertente strenna natalizia.
    E ora che Lost in translation fa coppia con il nuovo Tagliare le nuvole col naso, siamo doppiamente contenti.

    minimum fax (Daniele Di Gennaro, editore)
    Il titolo che nel 2016 ha raggiunto il picco di vendita per minimum fax è Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci. È stato motivo di massimo orgoglio che migliaia di persone abbiano incontrato e letto un libro di tale complessità e preziosità linguistica.
    Massima soddisfazione, perché il gioco di squadra di tutta la casa editrice per la promozione di questo primo romanzo dell’autore ha fatto sì che riuscisse ad entrare nella cinquina finale del Premio Strega, che ovviamente ha dato un forte impulso al titolo, e visibilità al lavoro di ricerca della collana di narrativa italiana Nichel, diretta da Nicola Lagioia (a sua volta vincitore dello stesso premio e oggi direttore del Salone del libro di Torino), anche lui “nato” in minimum fax con il suo romanzo d’esordio.

    Neo (Angelo Biasella, coeditore)
    In casa Neo, il libro più venduto del 2016 è Grandi momenti di Franz Krauspenhaar. Il romanzo, una balzana mistura di auto-fiction ed esoterismo, narra la vicenda dello scrittore Franco Scelsit a un anno dal suo primo infarto. Sullo sfondo, una Milano amata e odiata dalla quale il protagonista vorrebbe scappare ma in cui sempre ritorna, invischiato com’è nelle abitudini e nei ricordi che, in gioventù, lo resero felice. Il nucleo narrativo è una bolla pulsante in cui nuotano personaggi del passato, del presente e di un ipotetico futuro. A momenti di grande consapevolezza, l’autore alterna perle di sregolatezza stilistica, vere e proprie epifanie in cui la letteratura si unisce alla poesia, in un’atmosfera che trascina il lettore in uno stato di allucinazione al contempo comico e disperato. Un trip lungo 160 pagine che incontra il favore di chi nella narrativa cerca esperienze stranianti piuttosto che una tiepida alcova in cui sentirsi al sicuro.

    NN (Alberto Ibba, direttore editoriale)
    Il libro più venduto del 2016 è senza dubbio Benedizione di Kent Haruf (traduzione di Fabio Cremonesi), che ha superato le 25 mila copie. I fattori sono molteplici. Innanzitutto la qualità della scrittura e la bellezza della trama, ma anche il lancio su i quotidiani nazionali di autori del calibro di Piperno, Missiroli, Affinati, Pincio; il coinvolgimento di oltre 80 librerie mobilitate contemporaneamente lo scorso maggio in un Haruf’s day; alcuni piccoli investimenti pubblicitari e infine il passaparola dei lettori attraverso i social.

    Ponte alle Grazie (Cristina Palomba, editor della narrativa)
    L’opera di maggior successo di Ponte alle Grazie è stata Al giardino ancora non l’ho detto, un diario del congedo: Pia Pera ha cominciato a scriverlo quando la sua malattia, la sclerosi laterale amiotrofica, non era ancora stata diagnosticata con chiarezza. In questo “lungo addio”, l’interlocutore principale è il giardino di Pia, che vive in queste pagine con tutta la sua forza vitale. Il libro è stato amatissimo dal pubblico e dalla critica: tanta stampa e tanti lettori, commossi dalla struggente bellezza di quest’ultima avventura letteraria, necessaria e potentissima dichiarazione d’amore per la vita che Pia era consapevole di dover salutare. Per tutti il messaggio più forte: persino nella prigione di un corpo che non si muove più si può risplendere di gioia e di amore.

    Racconti (Stefano Friani, coeditore)
    Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose di Virginia Woolf, con la curatela di Liliana Rampello, è stato il nostro libro più venduto in un 2016 per noi ricchissimo di soddisfazioni e che ci ha visto esordire come casa editrice. È andato in ristampa in appena quindici giorni e la prima tiratura non era esattamente scarsa. Inoltre ha scatenato un vero e proprio dibattito attorno alle short stories di una scrittrice amatissima soprattutto per i suoi romanzi, almeno finora. Aver pubblicato tutti i racconti di Virginia Woolf, come pure l’unica raccolta di uno scrittore della caratura di James Baldwin e quelle di Rohinton Mistry e Éric Faye, o aver portato in Italia per la prima volta autori come Philip Ó Ceallaigh e Stephen Graham Jones sono traguardi talmente irreali che ogni tanto ci diamo dei pizzocotti sulle guance per ricordarci che non siamo più stagisti.

    66thand2nd (Isabella Ferretti, coeditore)
    Il campione di 66thand2nd nel 2016 è stato Giorni selvaggi di William Finnegan, un risultato dovuto a più fattori. Da un lato la sua collocazione in Vite inattese, una delle collane più seguite dal pubblico. Dall’altro la vittoria del Pulitzer, appena un mese prima dell’uscita italiana, e la tournée dell’autore sono stati un volano straordinario per promuovere il titolo sulla stampa, nelle librerie e sul web. La maggior parte del merito, tuttavia, va attribuito al valore intrinseco e alla singolarità del libro di Finnegan, capace di conciliare il racconto d’avventure con il romanzo di formazione, di sovrapporre l’analisi perfetta di uno sport come il surf (forse più una filosofia di vita) alla mappa talvolta inquietante della società americana, mettendo insieme Melville e Kerouac, Salter e Krakauer. Un capolavoro.

    SUR (Marco Cassini, editore)
    Il best seller di SUR del 2016 è stato Nessuno scompare davvero, romanzo d’esordio di Catherine Lacey.
    «Sorprendente, introspettivo e spiazzante», per Sergio Pent dell’Unità, secondo Elena Stancanelli il romanzo «si occupa, con meravigliosa precisione, di quella parte di noi che scalpita», e lo fa, come ha scritto Valeria Parrella, con «una voce potente e femminilissima».
    Al di là dell’ottima accoglienza della stampa sintetizzata in questi tre giudizi, il libro (tradotto da un’altra esordiente, Teresa Ciuffoletti alla sua prima prova) è piaciuto soprattutto a lettori e lettrici. È la storia di una donna, Elyria, che un giorno, a ventotto anni, si lascia alle spalle marito, lavoro e il trauma familiare all’origine della sua scelta, per volare verso la Nuova Zelanda e fare un viaggio on the road.
    Nel 2018 SUR pubblicherà anche il secondo romanzo della Lacey.

    Tunué (Vanni Santoni, editor della narrativa)
    Il titolo Tunué che ha venduto di più nel 2016 è stato Dalle rovine di Luciano Funetta: è partito subito forte, con recensioni entusiastiche sui maggiori giornali e blog letterari, e da lì non si è più fermato, trovando consenso presso ogni tipo di lettore e critico – alla fine le recensioni sono state quasi centocinquanta – e riuscendo poi a raggiungere la dozzina del Premio Strega, cosa che ha dato un’ulteriore e significativa spinta al titolo. Al di là della bontà della prosa e della sorprendente maturità per un esordiente, credo c’entri anche il fatto che Funetta, pur tenendo i piedi piantati in un certo filone oscuro della letteratura latinoamericana, è stato anche tra i primi italiani a intercettare una certa direzione della narrativa europea – oggi sempre più forte, penso a Cărtărescu, a Krasznahorkai, a Volodine – che va oltre il semplice sconfinamento di genere per cercare nuove metafisiche; il tutto, però, senza vezzi sperimentali ma con piglio solidamente narrativo.

    Voland (Daniele Di Sora, editore)
    Escludo dal computo i titoli di Amélie Nothomb: che senso avrebbe dire che il titolo più venduto dell’anno scorso è stato Il delitto del conte di Neville? È così ogni anno, per fortuna, e ogni volta che esce un nuovo romanzo di Amélie si tornano a vendere anche gli altri libri della scrittrice.
    Fatta queste premessa, il libro che ha venduto di più nell’anno appena passato è stato Conforme alla gloria di Demetrio Paolin. Sono convinta che sia uno splendido romanzo, e questo credo sia il motivo principale del suo successo. Ma spesso non basta. Hanno dato impulso alla vendita, che prosegue imperterrita a dieci mesi dall’uscita, anche l’entrata del romanzo nella rosa dei dodici finalisti al Premio Strega e l’estrema disponibilità dell’autore ad andare in qualsiasi luogo della penisola a parlare del suo libro. Il libro è stato inoltre ottimamente e ampiamente recensito, e anche questo ha avuto il suo bel peso. Non ultimo fattore, è stato il costante interesse dei social, ormai sempre più importanti per sostenere un libro.

     

     

  • 19Gen2017

    Tempo di libri - www.tempodilibri.it

    I mondi possibili della traduzione

    Tradurre è un’arte magica, perché ogni parola apre un mondo: le parole intraducibili sono potenti grimaldelli in grado di creare mondi possibili. Come quelli che racconterà Tempo di Libri, che dedicherà all’arte della traduzione uno specifico filone tematico per affrontare il tema da molteplici punti di vista, tentando di rendere pop un argomento raramente affrontato al di fuori dei contesti accademici.

    Come spiegare l’intraducibile? Da questa domanda era partita Ella Sanders, autrice del best seller Lost in translation. Cinquanta parole intraducibili dal mondo (Marcos y Marcos, 2015) che, per ironia della sorte, è stato tradotto in molte lingue diverse. Il libro riportava una serie di parole che, nella lingua originaria, rappresentavano dei veri e propri concetti o stati d’animo, impossibili però da trasporre in altre lingue con una sola parola: serviva un discreto panegirico per poter far capire al lettore di cose si stesse parlando.

     

    Ultimamente il tema della traduzione è stato influenzato anche dalla massiccia fruizione di serie tv in lingua originale. Da qualche anno a questa parte in molti concordano nell’affermare che le serie tv sono diventate il prodotto culturale che meglio di tutti sta raccontando il tempo in cui viviamo. Al proliferare delle serie si sono create altrettante comunità di puristi del linguaggio che hanno dato vita a vere e proprie community che si dedicano a tradurre puntate confrontandosi tra di loro.

    Umberto Eco diceva che tradurre in fondo è come un po’ tradire. Ma tradire chi? La lingua originale che viene sostituita o la lingua di “ricezione” del messaggio che di fatto accoglie un messaggio non originale? Oggi possiamo dire che un traduttore di fatto è un vero e proprio ri-scrittore del libro, perché tradurre significa interpretare un concetto e farlo proprio, per esporlo poi nel proprio contesto sociale. Ma cosa vuol dire tradurre? Oggi il concetto di traduzione abbraccia molteplici significati e ha molte sfaccettature: oltre alla traduzione di un testo, per i libri si ha anche la trasposizione di un’idea su una copertina. In Giappone, per esempio, un libro di Saviano con che immagine sarà rappresentato? E Murakami in Italia?

    Tradurre oggi significa più che tradire… adattare. Su iTunes è disponibile una versione della Bibbia tradotta con il linguaggio degli emoji e spopolano su twitter, con migliaia di follower, profili fake di personaggi di guerre stellari che parlano solo attraverso beep e AUWAHHHRG. Ogni riferimento a Chewbecca e R2-D2  non è ovviamente casuale.

    A Tempo di Libri si affronterà il tema della traduzione da molte prospettive, tra cui quella da cui è nato il progetto “Traduco” del CNR, che ha l’obiettivo di mettere online un traduttore capace di racchiudere in un solo algoritmo oltre 70 traduttori online. Non resta che attendere, quindi: ogni altra parola sull’argomento sarebbe superflua, se non addirittura intraducibile.

     

  • 04Lug2016

    Adriano Ercolani - date-hub.com

    BOOK *LOST IN TRANSLATION

    Uno dei libri di illustrazione più incensati dalla critica, forse il più apprezzato dalla fine del 2015 ad oggi, è stato Lost In Translation di Ella Frances Sanders. Siamo di fronte ad un raffinato gioco metalinguistico: 50 parole intraducibili, rese comprensibili attraverso l’ausilio di illustrazioni. Un tentativo, nobile e riuscito, di superare stereotipi e confini culturali, grazie al potere descrittivo universale dell’immagine.

    L’esperimento è interessante proprio perché si situa coraggiosamente nella linea di confine, ambigua e pericolosa, tra traduzione e tradimento.
 Il supporto delle immagini, che aggirano l’ostacolo concettuale dell’impossibilità della traduzione letterale nell’immediatezza evocativa del disegno, donando al lettore suggestioni, spunti, analogie familiari che consentono di afferrare al volo un significato, senza la prolissità di una nota a margine.

    La traduttrice Ilaria Piperno centra il punto molto chiaramente: “La pluralità linguistica e il confine tra ciò che è trasmissibile da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, è in sé l’oggetto del libro. Lost in Translation mette in luce quella costellazione di concetti, immagini, gesti che appartengono indissolubilmente a un unico universo proponendoci di usarle anche nel nostro”. Il riferimento è chiaramente al celebre film di Sofia Coppola con Bill Murray e Scarlett Johansson, ma il libro (edito in Italia da Marcos y Marcos) è molto di più: in tempi di pregiudizi incrociati e tensioni etniche, Lost in Translation è un utile talismano contro la maledizione dell’ignoranza.

    La stessa Sanders ha spiegato la particolare risonanza creativa dell’operazione: ”Come illustratrice, normalmente è proprio l’assenza di testo l’aspetto principale: spesso ti trovi a dover esprimere un’idea con una sola immagine. Il mio approccio per le illustrazioni di questo libro è stato quello di pensarle come se non ci fosse nessun testo in didascalia, come se la parola intraducibile dovesse essere comunicata solo attraverso l’immagine. Concordo pienamente con ciò che dici, a volte le immagini (siano esse quadri, illustrazioni o fotografie) possono condurci oltre la necessità delle parole e del linguaggio”.

    Un libro che raccomandiamo a chiunque voglia viaggiare, anche solo con l’immaginazione, libero da bagagli tradizionali, sulla strada piena di sorprese del dialogo interculturale e dell’apertura mentale. E se qualcuno obietterà che comunque inevitabilmente la traduzione è un tradimento, e che dunque anche questo tentativo è destinato a fallire, rispondiamo agitando come una bandiera una delle più belle tra le parole intraducibili illustrate nel libro, Wabi-Sabi, ovvero: la “Bellezza dell’imperfezione, dell’eterno fluire delle cose”.

  • 24Giu2016

    Federico Mussano - leggeretutti.net

    Lost in translation

    Scambiare la parolatsundoku per un gioco di logica con ottantuno caselle è di certo un errore (il sudoku è ben altra cosa) ma relegare il volume “Lost in translation” al ruolo ditsundoku sarebbe un errore ancora più grave. Questo sostantivo giapponese indica infatti«un libro comprato senza essere letto» e, mal comune mezzo gaudio,«di solito impilato con altri libri mai letti». L’opera della Sanders – non solo scrittrice ma anche raffinata illustratrice – merita invece attenzione, un’attenzione che si tramuta in curiosità man mano che si scoprono parole provenienti da ogni parte del mondo caratterizzate da una sostanziale intraducibilità, figlie quindi di sensibilità lessicali e riferimenti sociolinguistici che costringono all’uso di perifrasi con lo svantaggio della prolissità e, soprattutto (nella maggior parte dei casi), della perdita di precisione nell’enunciare concetti.

    Non è quindi un caso che l’autrice dichiari di trovarsi «a riconoscere questi sostantivi, aggettivi e verbi nelle persone che incrocio per strada» ricordando di aver «visto boketto negli occhi di un uomo anziano seduto in riva all’oceano» e resfeber nel «cuore di amici che si accingevano a fare un viaggio dall’altra parte del mondo» con il primo termine – di nuovo tratto dalla lingua giapponese – a indicare lo sguardo che vaga in lontananza senza pensare a niente e il secondo a rappresentare il misto di ansia e aspettativa (forse più di ansia, considerato il battito cardiaco irrequieto) del viaggiatore svedese. Il giapponese di komorebi e lo svedese di mångata provano a ricordarci due modi diversi di ammirare le suggestioni che la luce provoca in noi legandosi alle meraviglie della natura: sole e luna, nel primo caso è il sole che filtra tra le foglie degli alberi mentre nel secondo è la luna che lascia una scia luminosa nel riflettersi sull’acqua.

    Si può ben dire che con questo libro ci si nutre di parole e sarà un sostantivo proveniente dalla Germania (non quindi dal lontanissimo oriente o dalle lontane terre scandinave) a ricordarci che, quando si tratta di cibo reale e non di cibo metaforico (sostantivi, aggettivi, verbi), bisogna nutrirsi con moderazione: il tedesco infatti contempla la parola Kummerspeck per indicare la “pancetta da stress” e cioè i chili di troppo che prendiamo per fame nervosa. Una cosa che fa certo innervosire è chiedere informazioni stradali, annuire convinti di aver capito tutto e di riuscire a ricordare tutto… e poi non ricordarsi più nulla! Dovesse succedere alle Hawaii saremo dunque un àkihi, questo il termine specifico.

  • 25Mag2016

    Adriano Ercolani - minimaetmoralia.it

    Lost in traslation – Conversazione sull’intraducibile

    Lost in Translation di Ella Frances Sanders è stato uno dei libri più apprezzati dalla critica negli ultimi mesi.

    Il motivo è semplice: si tratta di un incantevole gioco metalinguistico, in cui l’autrice decide di illustrare una serie di parole intraducibili, tratte da diverse lingue, provando così a superare le barriere linguistiche e il necessario impoverimento apportato da qualsiasi traduzione.

     

    Per l’appunto, dando corpo grafico a quella percentuale di significato ulteriore, implicito, intraducibile che  viene necessariamente smarrito nella traduzione: Lost in translation.

    Oltre ad evocare il celebre film di Sofia Coppola con Bill Murray e Scarlett Johansson, il libro (edito in Italia da Marcos y Marcos) è un prontuario di apertura mentale,  un antidoto ai pregiudizi culturali, una guida divertente e graziosa ad applicare nel quotidiano il bellissimo concetto esemplificato da una delle parole intraducibili: Ubuntu, “io posso essere io solo attraverso voi e con voi”.
    Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice del libro, Ilaria Piperno.

    Come è nato il progetto di questa traduzione?

    È nato nel modo migliore, direi il più desiderabile per un traduttore… Leggere un libro che appassiona, ti fa ridere e commuovere, poi trovare un editore che pensa lo stesso, crede nel libro ed è disposto a pubblicarlo nella tua lingua madre. È stata una catena fortunata, e non credo di sbagliare se dico che capita di rado. Raramente il percorso di un libro è lineare, armonioso, ma per Lost in Translation è andata così.

    La versione originale americana è arrivata nelle mie mani grazie a un’amica, mi sono innamorata del libro e ho pensato di proporlo a un editore. Ho contattato l’autrice negli Stati Uniti tramite il suo blog ed Ella mi ha immediatamente risposto con sincera disponibilità, così l’ho proposto a un editore. Conoscevo l’interesse della direttrice editoriale di Marcos y Marcos per l’argomento e a un anno di distanza ne abbiamo parlato insieme al Salone del Libro di Torino nell’ambito dell’Autore invisibile, il ciclo di incontri dedicati alla traduzione letteraria.

    Uno dei punti di grande interesse del libro, che coinvolge in particolare il tuo ruolo, è mostrare il superamento dei limiti del linguaggio. Come ti sei trovata a tradurre un libro di parole intraducibili?

    Credo che tradurre un libro su parole intraducibili incarni un rebus e una sfida per un traduttore, come ho detto in alcune presentazioni del libro. È come se in queste cinquanta parole fosse condensato ciò che si ritrova sistematicamente disseminato in ogni traduzione, ovvero l’intraducibilità. Ho tradotto i testi di Ella esclusivamente dall’inglese, ma mi sono trovata a dialogare necessariamente con culture diverse, tutte quelle da cui sono tratte le parole del libro. È stato un viaggio, diverso forse da quando ho tradotto romanzi o saggi, nel senso che il contatto in questo caso era con varie lingue e varie culture.

    La pluralità linguistica e il confine tra ciò che è trasmissibile da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, è in sé l’oggetto del libro. Lost in Translation mette in luce quella costellazione di concetti, immagini, gesti che appartengono indissolubilmente a un unico universo proponendoci di usarle anche nel nostro. Sfogliando l’introduzione di Ella trovai l’idea commovente, nel senso di un antidoto alla maledizione della Torre di Babele, dove la diversità non è incomunicabilità ma ricchezza e scambio. Credo che ogni traduttore percepisca “fisicamente” questo concetto mentre traduce e che sia intrinsecamente legato alla sua funzione.

    Certo, poi c’è la questione della “perdita” in relazione al tradurre, e questo è il cuore del problema: Ella propone una “soluzione creativa”, ovvero andare oltre e usare parole di altre lingue che non sono la nostra, ma che ci aiutano ad esprimerci.

    Qual è la parola, tra quelle tradotte, a cui sei più legata?

    Ho diverse “parole preferite” tra quelle racchiuse in Lost in Translation, ma quella a cui sono più legata è sicuramente Ubuntu. È una parola molto nota, anche per l’importanza pubblica che Nelson Mandela le ha attribuito, ma indica un concetto talmente profondo e vicino al mio personale modo di sentire che l’avverto molto vicina. Nei miei ringraziamenti personali ho voluto dedicare questa parola a due sorelle, per me molto importanti, che nella loro vita hanno praticato Ubuntu pur non essendone “linguisticamente consapevoli”.

    Qual è stata la parola che è stato più difficile tradurre?

    Domanda difficile! Ne ho più di una: la parola gallese hiraeth, goya in lingua urdu e in parteluftmensch, in yiddish, di cui ho discusso variamente con persone di origine tedesca e italiana, ebraica e non, perché non riuscivo a risolvere la dualità tra “persona per aria, fra le nuvole”, che in italiano ha un significato ben preciso, e “persona d’aria” che è altro. Devo dire che anche il confronto con la redazione è stato continuo e proficuo durante tutto il corso del lavoro, e non solo nella fase di revisione finale.

    Quali sono le parole italiane che erano presenti nella versione originale e che non hai inserito nell’edizione nostrana?

    Una parola soltanto, “commuovere”, nel senso di qualcosa che fa commuovere. La decisione è stata condivisa e presa con la casa editrice, abbiamo deciso di eliminarla nella versione italiana perché non ci sembrava rappresentativa, da diversi punti di vista.

    In Lost in Translation i testi e le immagini hanno lo stesso peso nel mettere in luce una parola e l’autrice è anche l’illustratrice. Cosa puoi dirci del nesso testo/immagini in relazione alla tua traduzione?

    In Lost in Translation il rapporto testo-immagini è fortissimo, è vero, e peculiare, diverso da quello esistente per esempio nelle graphic novel o nella letteratura per l’infanzia. Ella ha pensato alle immagini come se dovessero esprimere autonomamente la parola, anche in assenza del testo. Si potrebbe dire che l’autrice ha realizzato “un’autotraduzione intersemiotica”, se vogliamo. La mia traduzione ha riguardato soltanto i testi, ovviamente, e lei stessa ha ricreato graficamente le definizioni in italiano, che l’editore le ha inviato negli Stati Uniti. Mentre traducevo ho cercato di tenere conto del peso delle illustrazioni e del rapporto con il testo italiano, ho tentato di evitare eventuali effetti stridenti parola/illustrazione e di ricreare una forte armonia fra i due piani anche nella versione italiana, così come era in quella originale.

    Pensi che ci sarà un seguito, un Lost in Translation #2?

    Ella ha già scritto sul suo blog e sui social che sta lavorando a un nuovo libro e noi siamo in contatto, so che il binomio linguaggio/illustrazioni continua ad appassionarla…

    Qual è secondo la te situazione dei traduttori in Italia in questo momento? E cosa si può fare per migliorarla?

    Credo che la tematica della traduzione stia riscuotendo sempre più attenzione negli ultimi anni, tra festival tematici, premi, indagini e articoli su riviste anche non specializzate. Nel corso delle presentazioni del libro mi ha molto colpita quanto e come sia cresciuto negli anni l’interesse per la traduzione anche fra i non addetti ai lavori.

    Per quanto riguarda la figura del traduttore editoriale, nel nostro paese esistono alcune “fragilità”, se così vogliamo chiamarle, che spesso rendono difficile accedere a prassi di trattamento economico ̶ e non solo ̶ che in altre paesi sono consuete, come ad esempio l’inclusione delle royalties nel contratto di traduzione o la citazione del nome del traduttore in copertina o nelle recensioni dei libri. Ci sono editori sensibili e rispettosi di buone prassi, che riconoscono da vari punti di vista il ruolo e il valore del traduttore editoriale, e ne esistono altri che le praticano meno rigorosamente…

    Un grandissimo passo in avanti è stato fatto proprio di recente con il Protocollo d’intesa STRADE-SLC- ODEI, siglato tra STRADE-Sindacato Traduttori Editoriali, in particolare grazie al gruppo di volontari interni che si è occupato di seguire il lungo percorso, e ODEI-Osservatorio Editori Indipendenti. Condividere buone prassi con gli editori è senza dubbio un punto fondamentale per migliorare le condizioni di lavoro del traduttore di libri.

  • 01Apr2016

    Chiara Gamberale - Io Donna

    Oroscopo dal 2 all’8 aprile 2016

    A ognuno una parola “intraducibile”, scelta dal libro “Lost in traslation” di E.F. Sanders (Marcos y Marcos).

    Leggi l’articolo completo

  • 01Apr2016

    Marcella Terrusi - LiBeR

    Ecco un libro illustrato irresistibile: uno di quegli oggetti che prendi in mano e non puoi che voler portare con te. Questo libretto è bello per veste editoriale, come accade di consueto per i tipi di Marcos y Marcos, delizioso per concezione complessiva, e necessario, per qualche ragione poetica che non resta che indagare insieme ad altri lettori.

    Leggi l’articolo completo

  • 30Mar2016

    Redazione - Passioneperilibri.it

    Lost in traslation, Ella Frances Sanders, Marcos y Marcos

    Gironzolando in libreria, mi è caduto l’occhio su questo simpatico libretto, un titolo accattivante, una bella copertina, un formato strano… Non ho saputo resistergli!

    L’autrice ci presenta, grazie anche a dei deliziosi disegni da lei realizzati, una cinquantina di parole e il loro significato. Le parole, scelte tra varie lingue, sono intraducibili, non hanno un corrispettivo in italiano, ciò che intendono ci è noto, ma non sappiamo come dirlo, ci manca la parola, insomma.

    La luce del sole che filtra magicamente tra le foglie in giapponese si dice semplicemente komorebi

    La pancetta che accumuliamo durante i periodi di stress, dovuta alla fame nervosa, in tedesco si chiama kummerspeck

    La chiacchierata davanti ad un caffè con dolcetto che si prolunga a volte per ore è quasi un’istituzione in Svezia e si dice fika….

    Sei in una città che non conosci, chiedi informazioni e un attimo dopo te le sei dimenticate: akihi in hawaiano…

    E la pila di libri comprati ma non letti sul comodino, ha un nome ben preciso in giapponese: tsundoku!

    Come sono interessanti le sfumature linguistiche a nostra disposizione, quante diverse possibilità di espressione possiamo apprendere ed utilizzare!

    Il piccolo, prezioso “Lost in translation” è un primo passo in questa direzione.

    Da tenere e sfogliare, da regalare.

  • 17Feb2016

    Redazione - 2duerighe.com

    “Lost in translation. Cinquanta parole intraducibili dal mondo”

    Lost in translation è un bel libro pubblicato pochi mesi fa da Marcos y Marcos, scritto e illustrato da Ella Frances Sanders e tradotto in italiano da Ilaria Piperno.

    Sfogliandolo vi imbatterete in simpatiche illustrazioni e strani vocaboli. Drachenfutter, akihi, nunchi, boketto, resfeber. Probabilmente non avete mai sentito o letto queste bizzarre parole ma certamente il loro significato vi risulterà familiare perché almeno una volta nella vita avete provato e conosciuto la sensazione, l’atteggiamento o il momento particolare che descrivono. Parole che non possiamo tradurre in italiano perché non hanno un corrispettivo nel nostro lessico ma che spesso richiamano un mondo di emozioni conosciute universalmente.

    Resfeber, per esempio, è una parola svedese che indica “il battito irrequieto del cuore di un viaggiatore prima che il viaggio cominci, un misto di ansia e aspettativa”. Con boketto i giapponesi esprimono quel momento in cui si lascia vagare la mente senza pensare a niente. Nunchi è il termine coreano con cui ci si riferisce all’ “arte sottile e spesso inosservata di sentire e comprendere l’umore altrui”. In hawaiano c’è una parola (akihi) per descrivere la persona che subito dopo aver ascoltato le indicazioni stradali le dimentica. I tedeschi invece hanno dato un nome specifico (drachenfutter) al “regalo che il marito fa alla moglie per farsi perdonare qualcosa”.

    Attraverso questo minidizionario dell’intraducibile, Lost in translation ci apre le porte di culture lontane e vicine e tramite il potere delle parole ci svela qualcosa, anzi molto, della società e della cultura a cui esse appartengono. È come fare il giro del mondo e scoprire quanto il pensiero e il sentire di popoli diversi siano simili (o a volte diversi) dal nostro.

  • 07Feb2016

    Alice de Carli Enrico - meloleggo.it

    Lost in Translation, di Ella Frances Sanders

    Un libro delizioso, Lost in Translation, volume ad opera di Ella Frances Sanders uscito per quelli della Marcos y Marcos. Delizioso soprattutto per chi, come me, ama le parole e ciò che queste sono capaci di creare nella realtà immaginifica di ognuno di noi. Di fatto, l’autrice ha raccolto 50 parole di lingue diverse, dal significato spesso unico e intraducibile, e le ha spiegate attraverso un’illustrazione.

    Un lavoro di ricerca, il suo, che l’ha portata in tutto il mondo, dalla Germania alla Svezia passando per Corea, Caraibi e Giappone, fino ad arrivare alle Hawaii o in Australia e in altri paesi ancora, tra idiomi più o meno noti, come il wagiman o lo yaghan.

    Ogni parola riportata rappresenta un piccolo mondo a sé stante perché ha una sua storia e racchiude, tra la prima e l’ultima lettera di cui si compone, un’immagine propria. Per questo, sfogliare le pagine di questo libricino significa non soltanto viaggiare tra i vari paesi, ma anche nei suoni e attraverso i filtri con la realtà che ogni lingua crea, svelando il potente desiderio di espressione che si è fatto strada nel cuore delle persone nei vari luoghi del nostro piccolo grande pianeta.

    Scopriamo così che in svedese, ad esempio, qualcuno deve aver sentito il bisogno di trovare una parola per descrivere espressamente la scia luminosa della Luna che si riflette sull’acqua: mångata. In arabo, invece, esiste un termine per indicare l’acqua che si può tenere nel palmo di una mano, ed è gurfa: “Può sembrare un’unità di misura piuttosto vaga”, scrive l’autrice, “ma quando stai facendo un castello di sabbia sulla spiaggia e hai deciso di scavare un fossato intorno alle stanze del re, d’un tratto questa parola assume un senso inaspettato”.

    Ma non tralasciamo le emozioni! La prossima volta che vi sentirete orgogliosi nel sapere di avere qualcuno accanto che vi ama incondizionatamente, potreste valutare l’idea di prendere a prestito dall’urdu la parola naz, o magari servirvi del termine norvegese forelsket per parlare dell’euforia che vi ha colti quando vi siete innamorati.

    Insomma, il libro di Ella Sanders ci permette di accarezzare, di pagina in pagina, le meraviglie del mondo e delle sue sfumature linguistiche, regalandoci  la sensazione o, meglio, la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda possa essere letto attraverso occhi nuovi. E questo tutto, d’un tratto, si tinge del meraviglioso colore della (ri)scoperta.

  • 19Dic2015

    Federica Guglietta - Liberidiscrivereblog.wordpress.com

    Lost in translation è un gioiellino. Ai più distratti, magari, ricorderà il famoso film con Bill Murray e Scarlett Johansson del 2003. Sempre di intraducibile si tratta, ma su un altro livello.

     

    Ho avuto modo di prenderlo a Più Libri Più Liberi, ma già sapevo della pubblicazione di questo libro da novembre, ne avevo letto buone cose in giro su internet: edito da Marcos Y Marcos, con la traduzione di Ilaria Piperno e le splendide illustrazioni dell’autrice, la giovane Ella F. Sanders, scrittrice e disegnatrice cosmopolita. Chi meglio di lei, allora, poteva consegnarci questo prontuario emozionale della parola mancante, quell’insieme di fonemi che manca nella maggior parte delle lingue del mondo e, guarda caso, esiste e resiste in hindi, malese, gallese o persino in urdu.
    Sapevate che i norvegesi usano una parola ben precisa per tutto, ma proprio tutto, quello che può essere contenuto tra due fette di pane? No? Ebbene, la risposta è “pålegg”. Oppure che “tiam” in farsi sta ad indicare quello scintillio negli occhi quando si incontra per la prima volta una persona che davvero ci piace. Poi c’è “waldeinsamkeit” che per i tedeschi indica quella piacevole sensazione di essere soli nel bosco. E ancora, per i tanti lettori forti assidui frequentatori di Liberi di Scrivere, dovete sapere che in giapponese esiste una parola per indicare la pila di libri ancora da leggere accatastati sul comodino, messi in attesa: si dice “tsundoku”. Esula tutte le unità di misura la parola araba “gurfa” che sta puntualmente ad indicare la quantità esatta di acqua che può essere contenuta nel palmo di una mano concavo, per abbeverarsi.
    Le parole scovate, selezionate e illustrate dall’autrice sono cinquanta e io non voglio svelarvele tutte, quindi, se vi va, non vi resta che immergervi nella lettura. Restereste sicuro senza parole.

     

  • 18Dic2015

    Guido Vitiello - Internazionale

    I migliori libri del 2015 secondo Internazionale

    Parole intraducibili da tutte le lingue del mondo, che però esprimono idee ed esperienze, se non universali, traducibilissime. Solo che a noi manca la parola, e siamo costretti a importarla da luoghi lontani.

    Per esempio: “Speranza meravigliosamente macabra che la persona che ami viva più di te, perché sarebbe difficile vivere senza di lei”. Tutto questo, in arabo, è ya’aburnee. C’è anche la mia amata tsundoku (“un libro comprato ma non ancora letto, di solito impilato con altri libri mai letti”). Dove arrancano le perifrasi, arrivano le belle illustrazioni dell’autrice. Un libro per salvarsi dalla maledizione di Babele.

  • 01Dic2015
  • 01Dic2015
  • 27Nov2015

    Adriano Ercolani - fumettologica.it

    Lost in translation: illustrare l’intraducibile

    Tra i libri d’illustrazione usciti recentemente in Italia, Lost In Translation di Ella Frances Sanders si impone tra i più interessanti e degni di riflessione. In realtà, è limitante definire il libro nei canoni convenzionali dell’illustrazione, trattandosi di un intelligente esperimento al confine tra parola e immagine.

    Come rivela il titolo, il tema del libro è tra i più fascinosi: l’espressione anglofona Lost In Translation (divenuta internazionalmente diffusa dopo l’omonimo film di Sofia Coppola del 2003) indica le sfumature di significato necessariamente smarrite nel processo di traduzione da una lingua all’altra.

    Il libro affronta, nell’edizione italiana, 50 parole intraducibili. Alla spiegazione – approfondita e divertente – di ogni singolo termine corrisponde un’illustrazione, che contribuisce a comunicare il “non traducibile”. Questa semplice intuizione apre un’importante riflessione sui limiti del linguaggio e sul potere delle immagini di superarli. Tema che ha attirato l’attenzione di diversi critici letterari. Non a caso Ilaria Piperno (autrice della traduzione italiana per Marcos y Marcos) è stata intervistata da Loredana Lipperini nella trasmissione  di Radio 3 Fahrenheit, proprio sulla sua condizione paradossale: dover tradurre un libro di parole intraducibili.

    Abbiamo parlato di questo ed altro con l’autrice, Ella Sanders.

    Quale è stata l’ispirazione del libro?

    Il libro è “accaduto” a me, più di quanto io sia “accaduta” al libro, per intenderci. Due anni fa, sul mio blog, ho pubblicato un piccolo post illustrato per la casa editrice ove lavoravo, ed è subito divenuto virale. Credo quella sia stata l’ispirazione, il seme del libro: tantissime persone hanno condiviso e commentato il post, e una di esse si è rivelata un editore. Era destino, potremmo dire.

    Quale parola hai trovato più difficile da illustrare?

    Alcune illustrazioni sono venute molto semplicemente, con altre ho lottato per giorni. Una di esse, ad esempio, è stata la parola ungherese ‘szimpatikus‘. Alla fine, comunque sono complessivamente soddisfatta delle 52 illustrazioni come raccolta, ovviamente tutte collegate tra loro da un tema comune, anch’esso intraducibile.

    Quale parola invece è stata la più divertente?

    Credo che la più divertente per me sia stata la parola tedesca ‘kummerspeck‘, letteralmente ‘pancetta da stress’. Si riferisce al peso che una persona accumula quando sfoga nel cibo i propri problemi emotivi, cosa che non è propriamente divertente in sé, semplicemente adoro il fatto che la chiamino così. Così drammatico,così reale.

    Puoi dirci la parola italiana (non presente nell’edizione nostrana) che hai voluto illustrare come intraducibile?

    La parola ‘commuovere’. Sono particolarmente contenta di quella illustrazione.

    Il libro mostra come le immagini possano, più delle parole, comunicare cosa risiede al di là dei limiti di ogni linguaggio. Quali sono le tue riflessioni a riguardo? Puoi condividere la tua esperienza nel processo creativo?

    Creare questo libro è stata senza dubbio un’esperienza molto interessante per me. Come illustratrice, normalmente è proprio l’assenza di testo l’aspetto principale: spesso ti trovi a dover esprimere un’idea con una sola immagine. Il mio approccio per le illustrazioni di questo libro è stato quello di pensarle come se non ci fosse nessun testo in didascalia, come se la parola intraducibile dovesse essere comunicata solo attraverso l’immagine. Concordo pienamente con ciò che dici, a volte le immagini (siano esse quadri, illustrazioni o fotografie) possono condurci oltre la necessità delle parole e del linguaggio.

    Amo il gioco di interazione fra i due livelli: in alcuni casi sono entrambi necessari per comunicare un messaggio, mentre altre volte usarne solo uno in realtà comunica molto di più.

    Per me è sempre una sfida affascinante dover scegliere parole, immagini o entrambe.Generalmente, preferisco un lavoro diretto, semplice, il che spesso equivale a lasciare fuori le parole dalla versione finale. Ma allo stesso tempo, ho imparato ad essere più a mio agio con la combinazione di parole e immagini. Beh, credo di averlo dovuto fare!

    In conclusione, quale è il tuo prossimo progetto?

    Negli ultimi sei mesi ho lavorato ad un secondo libro. Non sono sicura di quanto possa ancora parlarne, ma credo abbia un’ispirazione simile a Lost in Translation (linguisticamente parlando)…. Credo che staranno benissimo uno accanto all’altro su uno scaffale. Sarà, per intenderci, una sorta di compagno di Lost in Translation!

  • 17Nov2015

    Alessandra Ribolini - Finzionimagazine.it

    La sensazione è nota a tutti: voler esprimere un concetto e non trovare le parole giuste per farlo. Ebbene, è da poco uscito un libro pensato per tutti noi lessicalmente svantaggiati; si tratta del meraviglioso Lost in Translation, opera scritta e illustrata dalla britannica Ella Frances Sanders pubblicata in Italia da Marcos y Marcos nella bella traduzione di Ilaria Piperno.

    L’intento di Lost in Translation è chiaro fin dal titolo: si tratta di una raccolta di 50 vocaboli provenienti da lingue di tutto il mondo che indicano un concetto, una condizione o una sensazione molto specifica e vengono per questo definite «intraducibili». La lettura del volume, lo potete ben immaginare, è illuminante, e non solo perché si imparano nuove parole; il vero valore di Lost in Translation, infatti, è quello di mostrare il modo di percepire e affrontare la realtà di una determinata cultura.
    Leggere o anche solo semplicemente sfogliare, leggiucchiando qua e là, Lost in Translation è stato molto divertente e appassionante, soprattutto per me che con le lingue straniere ci lavoro e convivo ogni giorno. In un libro del genere a farla da padrone è, ovviamente, il tedesco, ma devo dire che anche giapponese e svedese si difendono alla grande.
    Ma veniamo a cosa mi ha lasciato davvero questo libro, e cioè le parole che ho scoperto e subito aggiunto al mio lessico quotidiano:
    • Pisan zapra (malese): il tempo necessario per mangiare una banana. Davvero mi chiedo come ho fatto a arrivare alla mia veneranda età senza questa parola.
    • Jayus (indonesiano): barzelletta talmente brutta che non si può fare a meno di ridere. Ecco, almeno a Natale saprò dare un nome alla sensazione che provo davanti alle battute infelici che contraddistinguono ogni riunione di famiglia degna di questo nome. Sapete cosa intendo, giusto?
    • Sgrìob (scozzese): il pizzicore al labbro superiore prima di bere un sorso di whiskey. Ovvero la naturale conseguenza della sensazione descritta al punto precedente (ma quanto la sanno lunga gli scozzesi?).
    • Cafuné (portoghese brasiliano): l’atto di passare teneramente le dita fra i capelli della persona amata. Beh, direi che anche i brasiliani non scherzano in fatto di saperlalunghismo.
    • Kabelsalat (tedesco): groviglio di cavi elettrici, letteralmente “insalata di cavi”. Ebbene sì, c’è una parola tedesca per descrivere la nostra maggiore pena quotidiana. Ovvio.
    • Tretår (svedese): tris di caffè. Gli svedesi sì che hanno il senso delle priorità. Tanto di cappello!
    • Gezellig (olandese): il senso di rassicurante intimità, non necessariamente fisica, che si prova stando con chi amiamo. Amore, amicizia, abbracci, famiglia, accoglienza e convivialià: le cose che rendono bella la vita riassunte in una sola parola.
    E per finire, una parola che tutti noi amanti della lettura dobbiamo adottare al più presto:
    • Tsundoku (giapponese): un libro comprato ma non ancora letto, di solito impilato con altri libri mai letti. Una scena che dovrebbe essere familiare per tutti, o sbaglio?

  • 06Nov2015

    Marco Filoni - Il Venerdì

    Ti ho fatto un cafuné perché quando ti amo mi sento tutto gezellig

    In ogni lingua ci sono parole intraducibili che rendono, meglio di ogni altra, uno stato d’animo. Ora un vocabolario ci dice quali sono. E come usarle.

    Leggi l’articolo completo

  • 03Nov2015

    Gabriele Ametrano - Lungarno

    “Le incomprensioni sono così strane / sarebbe meglio evitarle sempre” cantano i Tiromancino. Sentimenti e spiegazioni che giocano sul filo di un rasoio, e troppe volte la mancanza di parole esatte rischia di rovinare tutto. Lo sanno gli amanti, chi è sempre esposto all’attenzione pubblica, chi lavora nella comunicazione, ma, soprattutto, lo sanno i traduttori.

    Leggi l’articolo completo

  • 02Nov2015

    Stefania Leo - it.notizie.yahoo.com

    Le parole intraducibili che spiegano le nostre emozioni
    Come si definisce chi acquista libri in modo compulsivo senza leggerli? C’è una parola che descrive la sensazione dell’innamoramento? Con il libro “Lost in Translation” Ellen Francis Sanders ha raccolto i termini che danno voce a sensazioni spesso indecifrabili.

    Comprare libri, accumularli, ma senza leggere. Si tratta di una sensazione nota a molti lettori, ma per cui – almeno in italiano – non esiste una parola sola che la definisca. Al contrario, i giapponesi ce l’hanno: è “tsundoku”. La scrittrice Ella Francis Sanders ha creato un mappamondo linguistico di parole intraducibili eppure condivise da tutti gli esseri umani, pubblicato da Marcos y Marcos con il suggestivo titolo “Lost in Translation”.
    Nelle traduzioni possiamo smarrire la strada per tornare alla nostra lingua madre perché spesso non c’è un termine corrispondente. Ma, come ci spiega la Sanders “le parole di questo libro potrebbero rispondere a domande che non sapevate di voler porre”. Ecco le cinque parole che potremmo iniziare ad usare per dare una risposta a queste domande sconosciute.
    Akihi. Siamo in una nuova città e stiamo cercando un posto in particolare. Niente app che ci indichino la strada, niente mappe: non ci resta che chiedere indicazioni. Dopo aver ricevuto le indicazioni, ce le abbiamo chiarissime in testa. Un secondo dopo, non ci sono più. La sensazione è nota a tutti, ma in special modo agli abitanti delle Hawai, che hanno coniato questa parola.
    Gezellig. Questa parola olandese è perfetta per la stagione fredda, per descrivere la confortante sensazione di essere al caldo, con in mano una tazza di cioccolata calda, circondati dalle persone che amiamo.
    Kilig. Quando siamo innamorati, eccitati, emotivamente ubriachi, quel formicolio allo stomaco non ci dà tregua. Così come le risate senza motivo, le fantasie da film. Non ci si salva dal Kilig!
    Palegg. Niente è più salvifico di un panino perché si può mettere praticamente tutto tra due fette di pane, e i norvegesi lo sanno. È per questo che la loro lingua ha questa parola, per racchiudere in un insieme linguistico enorme tutto ciò che la nostra creatività può associare a due fette di pane.
    Kummerspeck. Ma se vi piace esagerare con il cibo – panini compresi – potreste essere stressati e la fame nervosa potrebbe aiutarvi a mettere su quella che i tedeschi definiscono con questa parola. Occhio alle calorie!

  • 31Ott2015

    Federica Fiori - Gioia

    …dire tutto in una parola?

    Lost in translation è un libro (bellissimo) sulle parole impossibili da tradurre. Ce ne sono 50 e vale la pena scoprirle perché, come spiega l‘autrice nella prefazione, «potrebbero rispondere a domande che non sapevate di voler porre».

    Leggi l’articolo completo

  • 28Ott2015

    Marina Grillo - Littlemissbook.blogspot.it

    Lost in translation (Marcos y Marcos) è splendido fin dalla copertina, pagine da custodire e regalare. Ella Frances Sanders ha scritto e illustrato un librettino curioso già nel suo formato da album, un piccolo glossario di sentimenti, espressioni e situazioni di parole nuove o poco conosciute che rivelano mondi apparentemente lontani.

    Lost in translation racchiude cinquanta termini dai suoni spigolosi o delicati, – aggettivi, sostantivi, verbi – intraducibili, che non hanno un corrispettivo univoco, trovare un equivalente nella propria lingua è spesso complicato. E al tempo stesso non si prestano alla rapidità della comunicazione odierna: su Twitter come si potrà spiegare il concetto di saudade ed evitare di fossilizzare la conversazione su un argomento senza portare all’esasperazione il vostro interlocutore?
    Il titolo non lascia dubbi sul contenuto del libro: si perde il senso di un termine durante il processo di traduzione, non si afferra il significato più ampio. Si perde il cuore. Le parole sono un insieme di simboli, simboli convenzionali il cui significato reale li valica, ma necessari per decifrare le relazioni e veicolare la conoscenza.
    Tradurre non è un’operazione automatica e banale, ogni termine si porta dietro un patrimonio culturale denso di esperienze e Storia di un popolo. Si traducono suoni ma soprattutto concetti.
    «Le lingue evolvono e talvolta muoiono, ma, che conosciate soltanto poche parole di una lingua o mille parole di molte lingue, ci modellano: ci permettono di dar voce a un’idea, esprimere amore o delusione, far cambiare opinione a qualcun altro».
    L’autrice, che è anche una traduttrice, ha esplorato alcune parole tra più suggestive delle lingue europee, africane, orientali e sconosciute come il tagalog, il nguni bantu, il yaghan, il wagiman, il urdu. Sono pagine interessanti per (ri)scoprire culture antiche e ignote, a volte agli antipodi della terra.
    Le mie preferite?
    Samar (arabo): perdersi nei racconti della notte «in una danza ininterrotta di parole»
    Gezelling (olandese): sensazione di accoglienza che si prova a contatto con le persone più care.
    Jugaad (hindi): risolvere problemi con molta creatività all’insegna del “minimo sforzo massimo rendimento”.
    Fika (svedese): lo eleggerei a momento della giornata. La pausa caffè o tè con tanto di dolcetto da prolungare all’infinito.
    Vacilar (spagnolo): il puro gusto di viaggiare senza programmi.
    Ubuntu (nguni bantu): inteso come umanità, riconoscersi l’uno nell’altro.
    Poi, ci sono alcune piuttosto bizzarre come poronkusema (finlandese) che misura la distanza che una renna percorre ininterrottamente prima di fermarsi (per la cronaca circa sette chilometri e mezzo); pisan zapra (malese) indica il tempo necessario per mangiare una banana, quale sia effettivamente non si sa. E infine per i bookover: in giapponese tsundoku significa i libri acquistati e mai letti, sepolti sotto una pila di libri.
    Per chi viaggia, traduce o è semplicemente curioso è il libro ideale, divertente e immediato. Con fare pratico Ella Sanders inquadra il senso della parola e la restituisce in tratti più semplici e a colori.
    E allora, come ci invita l’autrice non ci resta che liberarci dalla rigida grammatica e perderci nella traduzione.

  • 26Ott2015

    Silvia Casini - Chedonna.it

    Oggi CheDonna, per la categoria Libri, vi propone una novità: Lost in translation di Ella Sanders.
    Cinquanta parole intraducibili dal mondo.

    In Brasile c’è una parola per definire una carezza tra i capelli dell’amato; i finlandesi misurano le distanze in base al tragitto che può percorrere una renna prima di doversi riposare.
    Ti scordi delle indicazioni stradali subito dopo averle ascoltate? Alle Hawaii, c’è una parola per dirlo.
    Hai l’abitudine di cercare qualcosa nell’acqua usando solo i piedi? In Australia c’è il verbo che fa per te.
    Un viaggio di parole, meravigliosamente illustrate, tra idee ed emozioni intorno al mondo.

  • 25Ott2015

    Alessandra Rota - La Repubblica

    In quella parola così strana c’è un segreto

    Piccolo libro da maneggiare con cura perché è davvero prezioso. Quello che fa Ella Frances Sanders è raccontare le sensazioni in una parola. Un solo vocabolo serve per descrivere un mondo di emozioni, magari nascoste.

    Leggi l’articolo completo

     

  • 22Ott2015

    Ivano Sartori - Mondieviaggi.eu

    C’è il linguaggio delle parole, quello dei segni e quello dei disegni. Ella Frances Sanders, vent’anni e qualcosa, ha trovato un modo tanto efficace quanto delizioso per riunirli. Alle sue doti di scrittrice e illustratrice ha unito le curiosità combinate della linguista e dell’entomologa per scovare quei termini che, come insetti rari a rischio d’estinzione, si annidano nei dizionari sempre più poveri e omologati delle diverse lingue ufficiali del pianeta.

    Parole per tradurre le quali non basta una parola, neanche con l’appoggio di un aggettivo. No, occorre un’intera frase, un giro di parole. Sarebbe piaciuto a Cesare Zavattini sapere che c’è in circolazione una ragazza che, probabilmente senza sapere nulla di lui, indaga su chi ha il dono di tale sintesi linguistica. Stricarm’ in d’na parola, ossia «stringermi in una parola», è il titolo di una sua poesia, nonché il suo obiettivo poetico.

    Nel libro di Ella, opportunamente intitolato Lost in translation, poiché tali termini vengono tradotti alla bell’e meglio oppure brutalmente espulsi con la scusa che sono intraducibili, scopriamo che i brasiliani hanno una parola per definire una carezza tra i capelli della persona amata; i finlandesi ne hanno una che indica la misura basata sul tragitto percorso da una renna prima che abbia necessità di fermarsi per tirare il fiato; gli hawaiani sanno come chiamare coloro che si dimenticano delle indicazioni stradali subito dopo averle ascoltate; gli australiani hanno un nome coniato apposta per chi ha l’abitudine di cercare qualcosa nell’acqua usando solo i piedi e così via.

    Sono cinquanta le parole «intraducibili» raccolte da Ella, da lei illustrate, tradotte da Ilaria Piperno e pubblicate da Marcos y Marcos. Ve ne sono pure in italiano. Una è il verbo «commuovere», che pensavamo non necessitasse di tante parole per renderlo esportabile ovunque. Un’altra è «culaccino». Ne ignoravamo l’esistenza, probabilmente è di origine dialettale e uso regionale. Sta a indicare l’impronta lasciata da un bicchiere su un tavolo. Non crediamo che questo lemma abbia una versione tedesca. Lì, precisi come sono, hanno sempre l’avvertenza di mettere un sottobicchiere sotto il boccale traboccante di schiumosa birra.

    Per mettere insieme tante parole, Ella ha vissuto, «intenzionalmente» ci tiene a precisare, in vari Paesi. Tra gli ultimi, Marocco, Gran Bretagna e Svizzera. Dice di sé, parlando in terza persona sul suo blog: «Ella Frances Sanders è scrittrice per necessità e illustratrice per caso. Attualmente vive e lavora nella città di Bath, nel Regno Unito, senza un gatto».

    Se in qualche parte del mondo esiste un termine per indicare la condizione di chi vive senza un gatto e senza pubblicare foto di gatti su Facebook, Ella saprà scoprirlo. Se non esiste, varrebbe la pena di inventarlo.