L’ombrello di Nietzsche

Archivio rassegna stampa

  • 22Set2017

    Marco Miglionico - culturificio.org

    Non uscite di casa senza un ombrello!

    La percezione seguente la lettura del breve libro di Thomas Hürlimann è la stessa di chi ha percorso una strada nel bosco, un bosco fittissimo, da cui ne esce accecato offrendosi al primo bagliore di luce. La tendenza a voler mirare a quella luce e tentare, coi nostri mezzi, di offrirne una spiegazione è la medesima tendenza che Hürlimann nel suo libro, invece, denuncia.

    È propria, a suo dire, del mondo occidentale la pulsione di non volere arrendersi alla fisica, ma di varcare una soglia, approdando così a quella meta(oltre, dopo)-fisica che Aristotele aveva ben inteso. Hürlimann chiama questa tensione continua del pensiero occidentale una crepa e fa di Nietzsche il pensatore più attento a quella stessa crepa dalla quale nacquero la psicoanalisi e l’esistenzialismo.

    Nietzsche è infatti l’indagatore della metafisica, è “l’animale filosofico le cui narici fiutano verso l’interno”, scrive Hürlimann. Il brevissimo libro riesce a percorrere infatti con semplicità e con garbo il medesimo percorso del pensatore tedesco, in un arco di tempo preciso (dal 1881 al 1888) da Sils-Maria a piazza Carlo Alberto, a Torino. Hürlimann immagina un continuo rapporto fra Nietzsche, viandante, e il cielo sopra di lui, cautamente affrontato portando sempre dietro con sé un ombrello, l’ombrello rosso: vero protagonista della dissertazione di Hürlimann. Come ha osservato la traduttrice Mariagiorgia Ulbar nella sua nota finale al testo di dissertazione si può giustamente parlare, perché “[Hürlimann] ci tira dentro la filosofia del Novecento con un amo che è un ombrello rosso e che, se non pretende la conoscenza dello specialista in filosofia, verso il mondo della filosofia con baldanza ci spinge, ci spinge verso il gusto della dissertazione filosofica e del piacere del ragionamento”.

    L’autore del breve libro parte infatti da una frase del ricco aforismario nietzschiano che, fuori dal contesto, sembra un’osservazione apparentemente inutile: “ho dimenticato il mio ombrello”. Non si coglie nell’immediato il senso dell’affermazione di Nietzsche, perché nell’immediato il nostro pensiero è già fuorviato da quella deformazione tipicamente occidentale di risalire al contesto da una frase. Hürlimann, per esempio, offre la lettura psicoanalitica che fece dell’ombrello Derrida, che tuttavia resta parziale e incapace di comprendere a pieno il senso. Hürlimann invece inverte il senso della questione e ci invita, complice il suo gatto Mufti che lo accompagna nelle camminate e che fa da protagonista nelle due brevi digressioni all’interno del libro, a badare al contesto, alla bellezza degli ambienti, a ciò che un luogo può ispirare. In questa medesima ottica, tutto il suo breve lavoro è di fatto un percorso attraverso cui sembra più facile ripercorrere le tappe del pensiero di Nietzsche, perché se ne apprendono le suggestioni ispirate da un luogo. Ogni sentiero calpestato da Nietzsche aveva per compagno un ombrello rosso, di cui Hürlimann fa un’analisi finissima.

    L’ombrello simboleggia il serpente arrotolato e fattosi bastone, il bastone di Esculapio, il

    serpente che si nutre di sapienza, l’animale sacro per molte culture antiche. Dunque l’ombrello incarna l’estremo baluardo tra l’uomo ed il cielo, lo strumento di cautela che deve essere dell’uomo che guarda al cielo e comprende, per un attimo, di essere governato da e condotto verso qualcosa di superiore. Dimenticare l’ombrello è un segno di resa, di follia: pare che infatti Nietzsche abbia pronunciato questa frase, mentre veniva condotto in manicomio, forse ripensando a quell’ombrello rosso caduto in piazza Carlo Alberto, mentre abbracciava il noto cavallo.

  • 08Mag2017

    Leonardo Vietri - Corriere Di Viterbo

    Non è da tutti condensare il pensiero di Frederich Nietzsche in poche righe. Eppure, è proprio quanto accade in questo elegante libricino di Thomas Hurlimann, magistralmente tradotto da Mariagiorgia Ulbar, che firma anche la toccante nota alla traduzione finale.

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  • 19Mar2017

    Mario Fortunato - L'Espresso

    Ritorni eterni e noiosi – Hürlimann senza ironia né leggerezza soccombe nel nichilismo di Nietzsche

    Molto tempo fa, sul finire degli anni Ottanta del secolo ventesimo, lessi (e credo segnalai su queste colonne) i racconti intitolati “La ticinese”. Li aveva scritti un autore svizzero di lingua tedesca, Thomas Hürlimann (1950)…

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  • 10Mar2017

    Cristina Biolcati - nuovepagine.it

    L’OMBRELLO DI NIETZSCHE – THOMAS HÜRLIMANN

    Lo scrittore svizzero Thomas Hürlimann è tornato con un saggio filosofico sottoforma di racconto biografico. L’ombrello di Nietzsche è un’opera breve, che si legge rapidamente, ma di una profondità disarmante.

    Uscito nel febbraio del 2017, il libro ha la copertina molto curata – e colorata – che è tipica della casa editrice Marcos y Marcos, con tanto di provvidenziali bandelle. I caratteri grandi, così come la carta spessa e preziosa, contribuiscono a fare di questo scritto un piccolo capolavoro. Soprattutto perché, nel campo dell’odierna editoria, non esistono molti testi di filosofia che abbiano un approccio così diretto.

    Oltre a trattare di Friedrich Nietzsche, il filosofo tedesco che ha influenzato tutto il pensiero occidentale e creato una vera e propria frattura col passato, qui l’autore si serve dell’ausilio di un gatto e della narrazione di alcuni fatti personali. Professando la morte di Dio e intravvedendo un ineluttabile ciclo di “eterno ritorno”, Nietzsche è stato un rivoluzionario.
    Partendo dal presupposto che tutti i buoni pensieri nascano mentre si è in cammino, l’autore ci parla del soggiorno del filosofo a Sils Maria, nella valle montuosa svizzera chiamata Engadina, nell’estate del 1881. Le mete d’alta quota, si sa, hanno sempre il potere di sedurre i visitatori, e così è capitato anche a Nietzsche, che si è innamorato di quel posto a poca distanza da St Moritz. In quanto luogo in grado di infondere concentrazione, è divenuto una vera e propria “musa ispiratrice” per quella che sarà la sua opera più rivoluzionaria, Così parlò Zarathustra.

    Ecco quindi che un oggetto semplice come un ombrello, rosso, nel caso di quello posseduto dal filosofo, è spunto per un dissertazione approfondita. L’ombrello, considerato dal pensiero antico e orientale come una sorta di “volta” che protegge l’uomo e che divide la terra dal cielo, diventa un punto fatale di rottura. E, tolta la “cupola”, anche il bastone viene investito di simbologia. Base che tiene ancorato l’uomo alla terra, tema tanto caro alla filosofia nietzschiana, esso incarna un simbolo dell’antica Grecia. Riconducibile al bastone di Asclepio, associato alla medicina, consiste in un serpente attorcigliato ad una verga.

    In una mattina d’estate, Nietzsche parte per una passeggiata nei boschi. Come spesso succede in montagna, il tempo cambia in maniera repentina. All’orizzonte c’è un temporale, e l’ombrello diventa il mezzo attraverso cui si sviluppa il suo nuovo modo di pensare. Che ne è dell’uomo, se rimane sotto la volta celeste senza protezione? Magari bastasse il riparo di un ombrello, per salvaguardarsi.

    «Sul Piz Surlej gli piomba addosso come un fulmine l’idea che non ci sia un confine fra i due mondi, che il presunto mondo superiore e il nostro mondo terreno siano la stessa cosa. Per questo Nietzsche si definisce il primo dei nichilisti. La patria dell’anima è perduta, ciò che una volta era divino ora è una desolazione tollerabile solo per chi afferma la morte della propria anima e tuttavia continua a esistere, esistendo nel vuoto.»

    Dopo, niente sarà più come prima. La pazzia dell’ultimo periodo, quello torinese che nel 1900 lo porterà alla morte, forse derivata da un morbo degenerativo o dal tentativo di nascondere una malattia venerea – la causa non è mai stata ben identificata –, vede il filosofo arrendersi agli elementi della terra, come in quel giorno in cui ha dovuto fare a meno della protezione del suo ombrello, strappato dal vento, in balia del temporale.

    Il gatto Mufti segna il cammino, educando il suo padrone – l’autore di questo saggio – a seguire quella vita in continuo divenire. Talvolta, un aiuto provvidenziale giunge quando meno sembrerebbe probabile – e mi riferisco ad un incidente occorso allo scrittore, di cui egli fa menzione proprio in questa storia.
    Le parole della traduttrice, Mariagiorgia Ulbar, sono illuminanti e preziose:

    «Quando ho avuto in mano per la prima volta questo libro e l’ho letto, ho fatto due considerazioni: è un libro breve che si legge con gusto e scioltezza ed è un libro che ti tira dentro la filosofia del Novecento con un amo che è un ombrello rosso e che, se non pretende la conoscenza dello specialista in filosofia, verso il mondo della filosofia con baldanza ci spinge, ci spinge verso il gusto della dissertazione filosofica e del piacere del ragionamento.»

  • 10Mar2017

    Gabriele Ottaviani - mangialibri.com

    L’OMBRELLO DI NIETZSCHE

    Derrida prende il concetto di “verità”, un concetto trascendentale, e dimostra con una serie di citazioni che la verità per Nietzsche è una donna, un velo femminile, una vela femminile tirata e dispiegata da pulsioni e istinti. In questo contesto Derrida cita Sigmund Freud: “Il pene è il tipico esempio del feticcio”.

    Ovviamente anche nell’asta, nel bastone dell’ombrello, si nasconde l’esempio del feticcio, motivo per cui Derrida suggerisce di guardarlo come lo sprone ermafrodita di un fallo pudico coperto dal suo velo. Così, il simbolo dell’ombrello diventa per Derrida l’immagine di un concetto di verità messo alla berlina. L’asta fallica, vale a dire la pulsione, l’istinto, apre e penetra una verità originariamente trascendentale, che in verità è un velo, una membrana pendula, un imene deflorato. Per Derrida l’ombrello è un essere intermedio, sospeso fra cielo e terra, tra trascendenza e immanenza, che unisce in una bellezza spettrale entrambi i mondi. Ma ciò vuol dire che quando lo sprobe ermafrodita si scopre e il velo si apre, Nietzsche supera la crepa fondamentale che è dentro di sé. La sua verità raffigura ancora la volta celeste, ma non è più pura, bensì tirata onanisticamente della sua stessa mano, e si dispiega come velo, disvelamento e deflorazione di un’illusione… L’animale filosofico, le cui narici fiutano verso l’interno, preme le labbra sulle froge di un cavallo stramazzante al suolo. Il fuori è dentro, il dentro è fuori, il dolore più profondo è il piacere più grande, Dio uomo animale bacio punto. Punto. Fine. La vita dopo, la vita di quell’uomo inebetito continua prima nel ritiro monacale di un ospedale psichiatrico e poi a casa, con la madre e la sorella. Fa stampare il suo ultimo libro in quaranta copie a spese proprie. L’idea di diventare famoso in tutto il mondo come autore di un best-seller lo esalta. Si racconta che mangi come un animale. La madre gli toglie i resti di cibo dalla barba con un pettine. Nessuna parola. Regressione a balbettio e carponamento. Stato di infante. Eterno ritorno…

    Rampollo di una famiglia che per entrambi i rami estende le sue propaggini tra i più alti papaveri elvetici, adolescente istruito in un convento benedettino, studente di filosofia, scrittore, persino assistente alla regia e direttore artistico in teatro, autore tra i più premiati, al centro anche di numerose controversie, persino con membri della sua famiglia che hanno ritenuto di essere ritratti in maniera non lusinghiera nelle sue opere, da sempre imperniate sulla storia della Svizzera (ma non solo), Thomas Hürlimann riflette con un libretto agilissimo, dotto, divulgativo, dalla prosa accattivante e brillante, che si legge in un attimo, sui massimi sistemi, sull’evoluzione del pensiero occidentale e sull’esistenza. E non standosene seduto su un ramo come il piccione del film di Roy Andersson che ha vinto il Leone d’oro a Venezia nel 2014, ma partendo da Nietzsche e dal suo buen retiro in Alta Engadina a Sils Maria (e grazie al cielo non c’entra nulla l’insopportabile e sopravvalutatissima pellicola con Juliette Binoche), attraverso la sua propria aneddotica personale, nella fattispecie un incidente d’auto nel 1998 sul ponte sul lago Sihl (striscia via dalla carcassa della macchina grondando letteralmente litri di sangue e con una scheggia di parabrezza conficcata nella tempia), gli scritti di Rilke, la speculazione di Derrida, filosofo influenzato da Husserl e Heidegger, nonché ispiratore in vari ambiti del decostruttivismo, la psicanalisi e il mito. E inoltre le follie, gli spostamenti e i feticci dell’autore di Così parlò Zarathustra, travisato biecamente dal nazismo, un ombrello citato più volte da numerosi testi e smarrito nemmeno fossimo a passeggio tra i versi di Vattene amore e un gatto che, a differenza di quello di Schrödinger, è libero di scorrazzare e indicare a chiunque voglia seguirlo la strada. È estate, è il 1881: Nietzsche cammina nei boschi, il temporale gli strappa via il parapioggia e lui decide che in fondo va bene così. Senza riparo, decide di abbandonare anche la rassicurante cupola delle convenzioni e dà il via alla sua rivoluzione filosofica.

     

  • 07Mar2017

    Redazione Linus - Linus

    Così parlò il temporale – Il giorno in cui Nietzsche fece una delle passeggiate più importanti della sua vita

    Estate del 1881, Friedrich Nietzsche esce dalla sua casetta di Sils MAria, Alta Engadina, alza gli occhi al cielo, prende l’ombrello e decide di andare a fare una passeggiata.

     

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  • 22Feb2017

    Ilaria Pocaforza - criticaletteraria.org

    “L’ombrello di Nietzsche”: Una passeggiata tra cielo e terra

    Quando immaginiamo i grandi pensatori del passato crediamo inconsciamente che le loro riflessioni, le loro opere siano da sempre lì, che l’umanità abbia potuto da sempre godere dei testi che riportano le loro idee rivoluzionarie. Però non ragioniamo mai sul fatto che quei concetti, quelle parole sono il frutto di un lungo cammino, di un percorso di pensiero durato anche diversi anni e poi finalmente sfociato nei principi che noi tutti conosciamo.

    Oggi ci troviamo ad analizzare un’opera che ha per protagonista Friedrich Nietzsche, del quale molti avranno solo un vago ricordo, qualche reminiscenza dagli anni del liceo che conduce in una sua celebre affermazione (“Dio è morto”). Thomas Hürlimann ambienta L’ombrello di Nietzsche nell’agosto del 1881, quando il filosofo tedesco è a Sils-Maria, in Engadina; nel corso di una passeggiata vede il suo ombrello rosso volare, sospinto dal vento. Ora che non c’è più nulla a frapporsi tra l’uomo ed il cielo, tra l’essere umano e la violenza degli elementi, solo un gatto pare indicare il cammino da seguire, sotto una pioggia scrosciante che tutto lava.

    Nietzsche inizia così a concepire l’idea che lo condurrà a scrivere una delle sue opere più celebri, Così parlò Zarathustra, ed a noi non resta che seguirlo nelle sue peregrinazioni geniali, mentre l’autore del testo alterna digressioni sulla mitologia dell’ombrello e sul suo gatto Mufti, piccola ma saggia guida degli uomini che sembrano aver compreso tutto, ma senza ricordare nulla.

    In questo modo assistiamo all’avvicendarsi della vera storia di Nietzsche con avventure biografiche personali e richiami ad altri testi, per offrirci un libro che, come ha osservato la traduttrice Mariagiorgia Ulbar nella sua nota

    “ci tira dentro la filosofia del Novecento con un amo che è un ombrello rosso e che, se non pretende la conoscenza dello specialista in filosofia, verso il mondo della filosofia con baldanza ci spinge, ci spinge verso il gusto della disttertazioen filosofica e del piacere del ragionamento”.

    Hürlimann ci spiega come l’ombrello per le antiche popolazioni cinesi ed egiziane richiamasse il tetto di una pagoda o di una palma, come questo fosse non solo il simbolo di un privilegio concesso a chi era ricco e potente, ma anche “un simbolo di trascendenza, metafisico”.

    L’ombrello simboleggiava il serpente, animale sacro per molte culture antiche, e dunque incarnava un essere intermedio che anche per Nietzsche che altro non era se non un”animale filosofico con le narici rivolte all’interno”.

    Dunque, per il pensatore tedesco l’ombrello incarna l’estremo baluardo tra l’uomo ed il cielo, l’ultima difesa tra noi e quel Dio sconosciuto e misterioso che governa le nostre azioni.

    L’ombrello di Nietzsche è un testo piccolo, che si legge velocemente, ma ogni sua parola è densa e pregna di un significato che si cristallizza nelle pieghe più recondite dei nostri pensieri.

    Mi piace concludere con una frase dell’autore che credo rispecchi bene le speranze di tutti noi uomini moderni che, ogni volta che volgiamo gli occhi al cielo, speriamo di non essere soli, perché sappiamo bene che non ci basterà un ombrello per essere al sicuro, ma che auspichiamo che dietro a quella grande volta celeste ci sia qualcuno che ci osserva e ci protegge. Ed allora:

    “Forse, ed è un bel Forse, qualcosa ci protegge più di quanto pensiamo”.

  • 14Feb2017

    Maddalena Lotter - carteggiletterari.it

    La crepa dell’Occidente su ‘L’ombrello di Nietzsche’

    […] Oh, non perché ci sia felicità,
    questo vantaggio precoce di una prossima perdita…
    […] Ma perché essere qui è molto, perché sembra abbia bisogno
    di noi tutto quello che è qui, l’effimero che
    stranamente ci riguarda.

    (R. M. Rilke, Elegie duinesi, VIII)

    Pensare di poter dire tutta la vita: questo è stato, per sommi capi, il delirio occidentale. Un delirio di tracotanza, poiché infatti ad esso la vita è sempre sfuggita, si è sempre spostata altrove proprio nel momento in cui l’abbiamo interrogata per comprenderla. Anche oggi, a distanza di più di un secolo, vale la pena di ricordare come un monito quant’è facile cadere nella presunzione che un’unica visione sul mondo (molto spesso la propria) possa essere quella esatta.

    Ne L’ombrello di Nietzsche (Marcos y Marcos, 2017) Thomas Hürlimann definisce questo atteggiamento d’indagine filosofica sulla realtà come la ‘crepa’ dell’Occidente, attraverso la figura travolgente, pionieristica e un po’ folle che è stata, per la nostra cultura, quella di Friedrich Nietzsche.
    «Nietzsche», scrive Hürlimann in questo che è un breve saggio e al contempo un quadro biografico che ci restituisce in poche pagine (circa 60) l’atmosfera di un’epoca di grandi spostamenti d’asse, «Nietzsche si accinge alla trasvalutazione dei valori. Ciò che fino a quel momento era stato considerato puro, l’idea di Dio o di una più alta verità, non lo era più. E ciò che fino a quel momento era stato considerato impuro, come l’egoismo o la menzogna, tornava improvvisamente ad apparirgli puro, viscerale, naturale» (p.37).
    L’operazione iniziata da Nietzsche e proseguita da altri (o potremmo dire piuttosto che tutti, dopo Nietzsche, hanno dovuto dialogare con Nietzsche) è delicatissima: mettere in crisi il sistema di una metafisica che si fonda su una concezione dualistica della vita e su una distinzione precisa fra soggetto e oggetto. Ad entrare in crisi sono i volti del bene e del male, della vita e della morte, del giusto e dello sbagliato, del noto e dell’ignoto, visti in un’eterna e sterile contrapposizione. Così Hürlimann ci presenta in Nietzsche un ribelle: «…La metafisica è anche ciò che Platone, il pensatore che precede Aristotele, aveva chiamato ‘Mondo delle idee’, l’essere eterno e vero che si inarca come un cielo sopra la nostra esistenza terrena. Nietzsche è interessato principalmente al concetto di scissione contenuto in questo modello. Egli non può e non vuole accettare che il pensiero significhi differenza, divisione, separazione, scissione» (p.21).
    Non è un caso che Nietzsche si sia interessato al concetto greco misterioso e inafferrabile del ‘dionisiaco’, scorgendo nell’irrazionale una possibilità altra di comprensione del mondo, una visione che non è data dalla luce ma che proviene piuttosto dalla cecità degli occhi, la visione dell’indovino Tiresia, che non vede il mondo e quindi lo vede più a fondo. E’ questa la visione introspettiva del poeta, se vogliamo, e dell’oracolo, che di fronte alle domande sulla vita «non dice e non nasconde, ma significa» (Eraclito).
    Nietzsche viaggia, Nietzsche pensa: «Sul Piz Surlej gli piomba addosso come un fulmine l’idea che non ci sia un confine tra i due mondi, che il presunto mondo superiore e il nostro mondo terreno siano la stessa cosa. Per questo Nietzsche si definisce il primo dei nichilisti» (p. 43).
    Ci eravamo sbagliati. Il logos non comprende tutta la verità; semmai la riduce a qualcosa di comprensibile, ma pur sempre la riduce; e non vi è un primato delle idee sulla realtà sensibile, esse sono semmai facce diverse della stessa situazione. L’essere non è lontano dalla sua apparizione, dal suo emergere in una manifestazione tangibile: insomma, l’oggetto ‘mela’ non è altro dall’essenza della mela. Nietzsche apre le porte anche a questa consapevolezza che sarà poi propria della riflessione dei fenomenologi e in particolar modo di alcuni fra loro, come Maurice Merleau-Ponty, che si pongono sul limite fra esistenzialismo e fenomenologia.
    Non è un caso, comunque, che il nichilismo sia nato e proliferato in Europa, nel contesto della storia del pensiero occidentale; in Oriente, ad esempio, tutto questo sconforto di fronte a una realtà che non è come avremmo voluto che fosse, non è mai avvenuto. Ma per parlare di questo servirebbero pagine e pagine di riflessione. Ci basti ora pensare che, in effetti, il nichilismo potevano elaborarlo solo quelli che avevano elaborato per secoli una metafisica della scissione: il mondo del pensiero e la realtà sensibile avvertite come separate. Al momento della caduta dei dualismi, l’Io (occidentale) si trova di fronte alla sua hybris e di fronte a un baratro in cui i punti di riferimento si sgretolano.
    L’ombrello perduto del titolo interviene allora come l’immagine di «un concetto di verità che è messa alla berlina», secondo Derrida, ma è anche il simbolo che ci consente di tessere una nuova dialettica della relazione, e non dell’opposizione, fra la terra e il cielo, fra realtà tangibile e mondo del pensiero. Il gatto Mufti (di cui non vi svelo niente se non che in queste pagine vi condurrà con delicatezza e seduzione feline nei meandri dell’essere) è invece l’incarnazione di una percezione: poter cominciare da qui un nuovo cammino nella Verità, non più tanto nel tentativo illusorio di definirla e contenerla in un unico discorso, quanto piuttosto nella possibilità di attraversarla e di esserne attraversati in un viaggio che non ha meta.
    Il viaggio stesso è la meta; è il relazionarci con le cose che ci avvicina al vero, poiché la Verità non è ‘qualcosa’: la Verità è un rapporto.
    A questo proposito, si rivela fondamentale la traduzione italiana di Mariagiorgia Ulbar, qui in veste di germanista traduttrice, ma pur sempre una poetessa, la cui capacità di scegliere il vocabolo più preciso e al contempo illimitato ci restituisce la grande apertura e il valore di questo continuo rapporto misterioso con il vero. Poiché poi il testo di Hürlimann si trova intriso di poesia e di visione, emerge da questo lavoro anche la possibilità di considerare il linguaggio letterario, e specialmente quello poetico, come la forma di indagine filosofica più onesta e più vicina al complesso fenomeno della vita.

    Thomas Hurlimann è nato nel 1950 a Zug, in Svizzera. Ha scritto numerosi romanzi, racconti e testi teatrali. ‘Signorina Stark’ è uscito nell’agosto 2001, guadagnando rapidamente i primi posti della classifica dei best seller tedeschi. Vincitore di numerosi premi tra cui il Joseph-Breitbach-Preis (2001), il Jean-Paul-Preis (2003), il Thomas-Mann-Preis (2012) e l’Hugo-Ball-Preis (2014), le sue opere sono state tradotte in ventuno lingue.

     

  • 05Feb2017

    Alessandra Iadicicco - La Lettura

    Un colpo di vento fece volare la filosofia  Nel crepuscolo degli idoli avrebbe dato una dimostrazione dirompente di «come si filosofa col martello». Ma è impugnando uno strumento più enigmatico e leggiadro che il distruttore della metafisica d’Occidente aveva avviato la sua impresa: vibrando contro un cielo di montagna che incombeva minaccioso filosofici colpi d’ombrello.

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  • 05Feb2017

    Giorgio Fontana - Tutto libri

    Nietzsche prese l’ombrello e inciampò su Zarathustra

    All’inizio dell’agosto 1881 Friedrich Nietzsche si trova a Sils-Maria, in Engadina. Durante una passeggiata – recandosi «a 6000 piedi sopra il livello del mare, e ancora molto più in alto su tutte le cose umane» – verrà folgorato dall’idea dell’Eterno ritorno.

     

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  • 05Feb2017

    Marco Zapparoli - www.illibraio.it

    Il nuovo libro di Thomas Hürlimann, che ci porta nell’Engadina di Nietzsche

    Primavera 1981: in una decina di generose librerie milanesi, spesso a pochi centimetri dalla cassa, appaiono i primi libri marcos y marcos. Libri… parolone. Fascicolini di 16 facciate. Ma su carta preziosa, numerati. Prezzo lire mille.

    Primavera 1981: in centinaia di librerie in Svizzera, Austria, Germania, esce il primo libro di un editore di Zurigo: Amman Verlag. Carta altrettanto preziosa, grafica non dissimile dalla “marcos”. Ma è un libro vero e proprio. Titolo:La Ticinese. Autore: Thomas Hürlimann. Successo da classifica. L’elegante raccolta di racconti che battezzano l’esordio del giovane filosofo vende 60.000 copie in 9 mesi. Per l’editoria di proposta tedesca, un trionfo.

     

    Tre anni dopo, Amman e Marcos y Marcos si conoscono, e in una Frankfurter Buchmesse a temperatura sotto zero fanno amicizia. Egon Ammann proclama con fierezza: “la Milva” è impazzita per questo libretto, ne ha anche letto un pezzetto ad alta voce in un teatro qui a Zurigo.

    I racconti sono bellissimi, perché mai non proporli anche in Italia? Passa un anno, e anche Marcos y Marcos, che nel frattempo ha preso a stampar libri veri, lo diffonde. Il miracolo non si ripete. E Garzanti si tuffa sul libro successivo.

    Il tempo vola, Hürlimann in Svizzera entra nella cerchia dei Grandi, e viene il giorno in cui sforna Signorina Starck: una perpetua sexy, un teologo molto tentato, una biblioteca che incanta. Una storia arguta e pepata e che fa gola… un autore che fa ritorno all’editore che per primo ha creduto in lui.

    Thomas viene invitato al Salone di Torino, si presenta con zainetto pieno di mappe di montagna. A cena, magnifica gatti, sentieri, rivelazioni filosofiche. Gite in Engadina, puntate sui ghiacciai a un passo da supremi pilastri di granito. Vien da mettersi su strada, imitarne le avventure, nel frattempo bersi birre e ascoltarlo raccontare. Con lui, anche i volteggi filosofici più aspri si distendono in pensieri chiari, sorprendenti e, come la signorina Starck, eccitano neuroni un po’ impigriti.

    Non ha mai smesso di andar via così, nel suo modo di scrivere, Thomas: un tanto al pensiero, un tanto al prato o al cielo – azzurri o in burrasca – il resto all’aneddoto o alla trama, secondo l’occasione.

    Sono passati 36 anni, ed ecco affacciarsi per i banchi de’ librai un librino fresco fresco che pare nato da quei racconti, cresciuto in una Facoltà di altissimi studi filosofici, maturato tra le cure di una meticolosa traduzione, che certamente ha richiesto a Mariagiorgia Ulbar attenzioni, verifiche, meditazioni.

    Un viandante sorpreso da una improvvisa tempesta in Engadina che si arrende agli elementi: Nietzsche. Un gatto che indica il sentiero, e insegna al suo padrone – Hürlimann – a camminare senza meta, cogliendo in ogni foglia, in ogni rivolo d’acqua la vita che si trasforma.

    Un momento cruciale, sospeso fra vita e oltre la vita, che dona lo splendore, il lampo dell’eternità terrena.
    Sotto l’ombrello rosso della copertina nera, in questo nuovo libro, in questo denso Ombrello di Nietzsche con poche righe si vola proprio lontano.