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Lo strappacuore

Archivio rassegna stampa

  • 17Ago2014

    Francesca - Tersite

    Lo strappacuore, Boris Vian

    Paragonato a La schiuma dei giorni (1947), Lo strappacuore (1953) potrebbe sembrare un romanzo più “canonico” e leggibile. Attenzione però: non c’è meno Vian qui di quanto non ce ne sia in altri suoi testi, le immagini restano al limite dell’assurdo e i colori usati sono sempre vividi, soffocanti, brillanti, saturi. Libro dotato di una particolare ironia oscura, presenta una vicenda il cui progredire non modifica necessariamente l’apparenza delle cose. Ne La schiuma dei giorni il grigiore si intensifica, va di pari passo con il declino: come per la casa che si restringe fino a diventare soffocante, oppure per l’invecchiamento accelerato di chi vive il dramma di Chloe da vicino. Lo strappacuore, di fatto, mantiene una sua regolarità. Qui, il marcio che prospera nei personaggi cresce e si conferma ogni giorno, ma l’ambientazione resta sempre riconoscibile: felice, sempre luminosa e colorata. La violenza (anche sociale) che ne La schiuma dei giorni rimane sullo sfondo ed esplode in certi momenti (la pista da pattinaggio, il deperimento e la morte, la questione del lavoro), qui è virulenta. C’è il mondo fantastico dei bambini e la loro vitale interazione con la realtà, c’è il mondo del paesello con le sue condizioni al limite dell’umano. Infine, se nel primo dei due romanzi lo strappacuore è un’arma, quella usata da Alise per uccidere Jean-Sol Partre, qui lo strappacuore non esiste. Quel libro che tenete in mano, quello è lo strappacuore.

     

    Il dottor Giacomorto vaga nei pressi di una scogliera, finché non sente delle grida; una donna, Clementina, sta partorendo e minaccia il marito Angelo con una pistola. Accetta di essere aiutata solo da quel dottore appena arrivato, peccato che sia uno psichiatra e che non abbia idea da dove iniziare. Nonostante l’inettitudine di Giacomorto, nascono i “tremelli”: Joel, Noel e Citroen. Da quel momento in poi Clementina allontana sempre più Angelo, che presto deciderà di prendere il mare, con una barca costruita da lui stesso. Giacomorto decide di rimanere a vivere presso di loro e Clementina gli affida piccole commissioni, mentre per lei la cura e la protezione dei figli diventerà un’ossessione crescente.

    Lo scontro con la realtà del paese non sarà sempre semplice. Rimarrà profondamente colpito dalla cosiddetta “fiera dei vecchi”: alcuni sensali mettono in mostra la loro mercanzia, degli anziani soli trattati alla stregua di schiavi, mostrandone pregi e difetti. Stato della dentatura. Le condizioni delle ossa. Giacomorto sa bene che si tratta di una consuetudine del posto, ma non può fare a meno di criticarla; peccato che uno dei presenti non possa fare a meno di zittirlo con un pugno sui denti. In seguito, Giacomorto andrà da un falegname e si accorge che questi ha un assistente, un bambino, che lavora fino a morire di stenti. Non è una prerogativa del falegname: bambini e animali sono trattati da tutti alla stessa stregua. La vera violenza che anima questa favola nera però, non sta solo nelle umiliazioni pubbliche, nello scontro fisico, né nello sfruttamento. Il nucleo di questa violenza sta nella pretesa di possedere l’altro e di imporre le proprie scelte, siano esse in nome della consuetudine o di un bene non meglio precisato. Abusi che diventano normalità. Oppressione in nome di un presunto concetto di amore. Creazione di rapporti di dipendenza assoluta, impedendo di formarsi come persona. Autopunizione e sacrificio in nome di richieste immaginate e mai espresse. Mi punisco, così mi amerai, perché dovrai amarmi, ti costringo ad amarmi.

    Giacomorto passa il suo tempo cercando qualcuno da psicanalizzare, ma nessuno è disposto ad aprirsi: in realtà, tutti in questo teatro dell’assurdo sono presi dalle proprie nevrosi e hanno il loro modo per scaricarsi. In un ruscello poco lontano dal paese vi è ormeggiata una barca, la Gloria, dove vive un uomo il cui compito è smaltire la vergogna. Grazie a lui, non ci sono responsabilità, non c’è vergogna. Tutto ciò che è marcio e morto, tutto ciò che uomini e donne del paese non possono più sostenere, la portano a lui. In cambio l’uomo ottiene “oro e vergogna”, ma entrambe le cose gli sono inutili, dal momento che gli è proibito usare l’oro e la vergogna ovviamente può essergli solo di peso. Come un soldato che muore (per la gloria) in una guerra come tante, ricevendo in cambio una sfavillante medaglia d’oro.

    “Ho una casa. […] Mi danno da mangiare. Mi danno dell’oro. Molto oro. Ma non ho il diritto di spenderlo. Nessuno mi vuol vendere niente. Ho una casa e molto oro, ma devo digerire la vergogna di tutto il paese. Mi pagano perché abbia dei rimorsi al posto loro. Per tutto quello che fanno di male e di empio. Per tutti i loro vizi, per tutti i loro crimini. Per la fiera dei vecchi. Per le bestie torturate. Per gli apprendisti. E per le loro porcherie.”

    L’incontro con l’ambiente religioso è ugualmente surreale. Il curato di paese sembra una sorta di stregone, interpellato spesso dai fedeli per ottenere un miracolo della pioggia. L’uomo nega di intercedere per una richiesta tanto materialistica e li accusa di essere veniali persecutori dell’interesse, gente che vuole solo stomaco pieno e campi irrigati a dovere. Secondo lui, il popolo deve mirare solo all’altezza dei cieli e all’indistinto, vedere la religione “come un lusso”, una concessione purissima. C’è religione e ritualità, ma non esiste nessuna spiritualità: è solo un’eterna lotta per chi riesce ad attirare l’attenzione di Dio. Ci sono i bambini da battezzare per consuetudine. Ci sono le pantomime del sacerdote, che inscena una sorta di incontro di boxe contro il diavolo. E c’è il sacrestano, che loda fino all’eccesso il curato, autore di una elaborata, entusiasmante omelia.

    “Lei vive in una dimensione mondana!” esclamò il curato [discutendo con Giacomorto] “La fiera dei vecchi? Cosa vuole che m’importi […]? Quegli uomini soffrono… e quelli che soffrono otterranno il loro pezzetto di paradiso. D’altronde, le sofferenze di per se stesse non sono inutili, ma in realtà a me quelli che danno fastidio sono gli impulsi che stanno dietro a queste sofferenze. Non posso sopportare ch’essi non soffrano in Dio, caro signore. Sono dei bruti. […] Per loro la religione è solo un mezzo. […] E lei sa che cosa mi domandano? Di far crescere la lupinella. Caro signore, loro, della pace dell’animo, se ne sbattono! Ce l’hanno già! Hanno la Gloria!”

    Concludendo, lo strappacuore è una favola in cui l’amore diventa la scusa principe per appropriarsi dell’altro fino all’annullamento. Chi si lascia prendere, non capisce che le spire che lo avvincono non sono un abbraccio. La “vittima” permette tutto questo per affetto, per abitudine, per buona fede… I figli di Clementina crescono velocemente e Vian ne descrive minuziosamente lo sviluppo, il loro mondo quasi magico, fatto di giardino, alberi e mare in lontananza. Vivono nel loro spazio e non hanno ancora il desiderio di partire, ma persiste una profonda voglia di sperimentare. Giochi da bambini, potenziali pericoli che porteranno a un progressivo restringersi del loro spazio: via gli alberi, ecco che viene creata una recinzione, un cancello sempre chiuso. Via anche l’erba, via anche i sassi. Il tempo rivela una frattura sempre più netta fra il mondo dei figli e il mondo così come lo concepisce la madre. I primi, forti di un’incoscienza squisitamente infantile, desiderosi di capire, non comprendono gli eccessi di protezione della madre, ma l’affetto gli impedisce di difendersi. La amano, semplicemente. Le permettono qualsiasi cosa. Clementina, al pari dei suoi compaesani, è personaggio profondamente problematico; le ultime pagine della vicenda sono solo la normale conclusione di un percorso pressoché determinato.

    Clementina aveva fame. Ormai non mangiava più al pasto di mezzogiorno, durante i quali si occupava unicamente di ingozzare i suoi tre. Andò a verificare la porta della sua camera e girò la chiave nella serratura. Calma. Nessuno può entrare. […] Poi si avvicinò all’armadio. […] Nell’armadio c’era una gran puzza. Per la precisione, puzzava di carogna. C’era una scatola da scarpe di cartone da cui veniva quell’odore. Clementina la prese e annusò. Nella scatola, sopra un sottocoppa, un resto di bistecca stava per putrefarsi. Una putrefazione pulita, senza mosche […]. Delicatamente, prese la bistecca fra il pollice e l’indice e la morse con attenzione, facendo attenzione a staccarne un boccone dai contorni netti. Era facile, era tenero. […] A malincuore, richiuse l’armadio e passò nello stanzino della toilette, dove si lavò le mani. Poi si distese sul letto. Stavolta non avrebbe vomitato. […] A ogni modo, il principio doveva trionfare: i pezzi migliori per i bambini; Clementina rise pensando a com’era iniziato, lei si accontentava di mangiare gli avanzi, di finire il grasso delle cotolette e del prosciutto rimasto nei loro piatti e di finire le tartine inzuppate nel latte […]. Ma questo lo può fare chiunque. Qualsiasi madre. […] Ma solo lei lasciava imputridire tutti quegli scarti. I bambini si meritavano proprio quel sacrificio – e più era terribile, più quella roba puzzava, più Clementina aveva l’impressione di rafforzare il suo amore per loro, di confermarlo, anche se dai tormenti che in quel modo s’infliggeva potesse nascere qualcosa di più puro e più vero – era necessario recuperare tutto il tempo che aveva perduto; era necessario recuperare ogni minuto pensato senza di loro. Ma Clementina restava vagamente insoddisfatta, perché non aveva ancora potuto decidersi a mangiare i cagotti. E si rendeva conto di barare nel momento in cui proteggeva dalle mosche gli avanzi sottratti alla dispensa. Poteva anche darsi, che alla fine, questo sarebbe ricaduto sulle loro teste.

    Domani avrebbe riprovato.

    https://tersiteblog.wordpress.com/2014/08/17/strappacuore/

  • 09Mar2013

    Redazione - 2000battute

    LO STRAPPACUORE

    Boris Vian

    Traduzione di G. Turchetta

    Marcos y marcos 2009

    Una favola macabra. Alla Boris Vian, che vuol dire che è un po’ come se a raccontarla fosse un clown imbellettato e colorato che però sta marcendo. Una gamba ormai è già stata rosicchiata dalla muffa; la casacca rossa ha dei buchi, cade a brandelli; i capelli, arancioni un tempo, sono in parte bruciacchiati, con chiazze nere e lanuginose; però nonostante questo il clown continua a raccontare, a far lazzi, a sganasciarsi, a rotolarsi, solo che claudica quando cammina, ogni tanto si blocca, come se una corrente artica lo avesse investito e tossisce da tisico, poi subito dopo sputa un ranocchio verde. Fatto questo ricomincia con le burle e i giochi, anche se poco alla volta la gamba viene rosicchiata sempre più dalla muffa, un fumino color piombo si alza da in mezzo i capelli e lembi di stoffa cadono in terra.

     

    Questo vuol dire che Lo strappacuore è scritto “alla Boris Vian”.

     

    Certo, dopo aver letto La schiuma dei giorni, “il più straziante tra i romanzi d’amore contemporanei”, come lo definì Raymond Queneau e come anche io lo definisco, tornano a farsi sentire dietro le costole gli echi di quella favola tragica e surreale, sognante e malinconica, strappacuore, quella favola sì, strappa-cuore, sempre che uno ce l’abbia un cuore e non abbia invece una lattina di alluminio schiacciata. Tornano a farsi sentire quegli echi e Lo strappacuore rimpicciolisce, diventa stortignaccolo, s’impolvera a confronto con quella meraviglia. Non è impregnato di quella stessa magia che piega le pagine e le parole e le immagini e i raggi di sole. No, non così, ma forse era impossibile.

    È un clown Boris Vian, un clown come ve l’ho raccontato.

    Niente più alberi, pensava Clementina. Niente più alberi, un cancello di qualità. Sono già due cose. Due cose infime, certo, ma ricche di possibili conseguenze. Un numero considerevole di incidenti di ogni genere si trova ormai fin da questo momento relegato nella sfera della eventualità defunta. Loro sono belli, crescono, hanno una bella cera. Dipende dall’acqua bollita, dalle mille precauzioni che abbiamo preso. E come potrebbero stare male, dal momento che tutto il male lo riservo a me? Ma non bisogna mai allentare la vigilanza, bisogna continuare. Continuare. Restano tanti pericoli! Soppressi quelli dell’altezza e dello spazio, restano quelli del terreno. Marcio, microbi, sozzerie, dal terreno arriva di tutto. Isolare il terreno. Collegare tra loro i lati del muro per mezzo di un pavimento che sia così a tenuta stagna contro i rischi. Questi muri meravigliosi, questi muri d’assenza, questi muri contro i quali è impossibile andare a sbattere, ma che costituiscono un limite ideale. Un limite allo stato puro. Un terreno analogo, un terreno che annichili il terreno. A loro resterebbe da guardare il cielo… e il cielo ha così poca importanza. Certo, un bel po’ di disgrazie possono abbattersi su di loro, venute dall’alto. Ma, senza voler minimizzare i rischi immensi provenienti dal cielo, possiamo ammettere – e io non credo di essere una cattiva mamma solo perché mi lascio un pochino andare – oh! soltanto da un punto di vista teorico – ad ammettere, che, secondo una scala di crescente pericolosità, il cielo viene per ultimo.

    Boris Vian è il menestrello delle fiabe lievi e tristissime, le fiabe color metallo, dal sapore dolce che diventa amaro, della felicità che viene soffiata via come foglie secche dal vento. È un burlone che racconta storie per bambini; i bambini siete voi che leggete le sue favole, e mentre le racconta i bambini crescono, voi crescete, diventate adolescenti, poi adulti. A metà della favola siete uomini e donne; vi ritrovate voi e la favola, che nel frattempo è cambiata come siete cambiati voi, siete cresciuti voi ed è cresciuta lei, voi avete perso la vostra innocenza di fanciulli e l’ha persa anche lei, la sua innocenza di favola per bambini è svanita, siete diventati uomini e donne che vivono nel mondo e guardano il mondo e riconoscono l’orrore del mondo e anche la favola comincia a parlare del mondo, delle persone crudeli, del male che era nascosto e corrodeva le parole di fiaba, e anche se le parole sono ancora di fiaba, le immagini non lo sono più, sono immagini di malattie, di sesso ignorante, di amore soffocante, di alberi che si contorcono dal dolore, di animali che vengono crocefissi, di fiori che aggrediscono i polmoni, di bambini o di innamorati che sognano la libertà e felicità, le cercano, le rincorrono e quelle continuano a sfuggir loro per colpa del Male, cha a volte ha la forma di una ninfea leggera e delicata, altre ha la forma dell’amore materno, quello più grande e più puro.

    Boris Vian scriveva favole per bambini che diventano adulti e per adulti che tornano bambini, ma solo nello spazio di qualche pagina, poi basta, poi il trucco finisce. Scriveva burlandosi dei suoi lettori e dei libri, faceva capriole e sberleffi, inventava le parole e faceva parlare i gatti e le capre. Scriveva ridendo perché la vita è fatta di amore e di libertà, di tanto amore e infinita libertà, ma dietro le sue parole che ridono sale una nebbia, un’ombra scura, che rimpicciolisce il mondo pieno di amore e di libertà, lo stringe come un pulcino nel pugno, fino a spezzargli le ossa sottili e stritolarlo come un limone dal quale si fa colare il succo. Il pulcino diventa un grumo, una poltiglia stretta nel pugno dal quale cola sangue.

    Boris Vian scrive con l’ombra della morte che incombe e il sorriso dell’amore sulle labbra.

    Ride, si burla, e muore. Come tutte le sue storie.

    Come tutti, forse, alla fine.

    https://2000battute.blog/2013/03/09/lo-strappacuore-boris-vian/

  • 01Ott2012

    Ilaria Scarpiello - SoloLibri.net

    Boris Vian ha scritto un rebus, un rompicapo lungo duecentotrentanove pagine. Romanzo gotico ed inquietante, “Lo Strappacuore” ti si presenta sotto le mentite spoglie della dolcezza e poi ti afferra le caviglie e ti tira giù in un abisso scuro pieno di domande senza risposta, come nel peggiore degli incubi.
    Tutto inizia con un parto, un difficile e doloroso parto trigemellare. Clementina mette al mondo i “tremelli” Citroen, Joel e Noel, aiutata da Giacomorto, psichiatra alla perenne ricerca di passioni altrui per riempire il suo vuoto interiore, richiamato casualmente nell’abitazione dalle urla di dolore della donna. I tre gemelli sono mostri, prodigi, nel senso originario del termine latino, ma Clementina non se ne accorge, tutta presa com’è a gestire il suo nuovo ruolo di madre ossessiva votata all’assurdo compito di preservare i suoi figli da ogni possibile pericolo, qualunque forma esso assuma, in nome dell’amore materno, fino alla soluzione estrema.

    A poca distanza dalla casa sulla scogliera, luogo dove si svolge la vicenda familiare, possiamo scorgere un piccolo orribile paese, metafora della nostra società, dove gli abitanti si sentono in diritto di poter svolgere le azioni più turpi, come mettere all’asta gli anziani e sfruttare fino alla morte i bambini, pagando in oro sonante La Gloria affinché si prenda carico della loro vergogna. Un paese dove l’unico Dio è interessato al lusso, al denaro, agli spettacoli truccati.
    Boris Vian tiene incollato il lettore fino all’incredibile ultima pagina del suo romanzo, in un crescendo linguistico e figurativo spiazzante, sebbene ancora lontano dalla perfezione raggiunta con il successivo “La Schiuma Dei Giorni”. “Lo Strappacuore” è un romanzo dolorosamente attuale, onirico, malvagio nel suo messaggio più chiaro: gli Uomini, con tutte le loro aberrazioni lucide o mascherate, sono archetipicamente sempre gli stessi, nel 1962 così come nel 2012. Il libro contiene tanti simboli, significati nascosti, e il volerne decifrare tutti può essere paragonato al volo di Icaro: attenti a non avvicinarvi troppo al sole, la cera potrebbe sciogliersi.

     

  • 29Ago2011

    Andrea Tognasca - leggolibri.net

    LO STRAPPACUORE di BORIS VIAN

    Alcuni conoscono Boris Vian come l’autore de Il disertore, canzone contro la guerra tradotta in più lingue e ancor più eseguita; altri conoscono l’autore di romanzi, La schiuma dei giorni è considerato il migliore fra i dieci scritti; altri ancora il poeta di liriche funamboliche, tra le quali Non vorrei crepare. Gli amanti del jazz avrebbero apprezzato la sua tromba in furibonde jam-session nelle caves di Saint-Germain… La lista sembrerebbe continuare all’infinito pur tralasciando l’attività di giornalista, critico musicale, drammaturgo, organizzatore culturale, inventore e (breve) di ingegnere. La verità è che Boris Vian, nato a Ville-d’Avray (Francia) nel 1920, fu tutto questo insieme, un talento multiforme e incontenibile che si espresse quasi con rabbia e cercò definizione, spesso con dolore, nell’arco di una vita durata soltanto 39 anni.

     

    Non è forse un caso che una personalità dai così tanti volti decida di esordire in letteratura sotto pseudonimo, e quasi per sfida, con un romanzo alla maniera hard boiled, Sputerò sulle vostre tombe, che diventa immediatamente un best seller in patria. Sorte contraria toccherà agli scritti più sentiti e personali dell’autore: Lo strappacuore infatti fu quasi ignorato quando uscì nel 1953.

    Caratteristica del libro è l’assenza di una trama “forte”, l’intreccio è quasi un pretesto per mostrare un mondo. Vian fonda una realtà totalmente personale e in questa muove personaggi al limite del riconoscibile come esseri umani, raccontandoli con un linguaggio che gioca senza sosta con la sintassi, il lessico, i doppi sensi e i calembour spesso sorprendenti. Ne Lo strappacuore quindi la scrittura è davvero e ossessivamente gioco, sorpresa e palestra di una fantasia irrefrenabile. Per questo il protagonista si chiama Giacomorto, “nato privo di pregiudizio e preconcetto”, e arriva in un paese dove nulla sembra aver senso, dove la morale segue strade mai battute e terribili, dove il tempo si smembra e i mesi si chiamano lugliembre o aprosto e ben si guardano dall’avere 31 giorni, dove alcune lumache blu regalano il dono del volo a chi le mangia. Dove insomma accadono e si pensano cose davvero “fuori dal mondo” e dove tuttavia nessuno sembra stupirsene. Unico a registrare questa realtà con qualche soprassalto è Giacomorto, non a caso il nostro Virgilio senza memoria, che per giunta esercita il mestiere di psicologo e cercherà di curare Clementina dall’opprimente amore per i suoi tre gemelli, che chiunque troverà naturale chiamare tremelli.

    Si farebbe un torto al libro riassumendone la trama, Lo strappacuore sfugge alla condensazione, è davvero un’audace avventura della mente che si vive pagina dopo pagina. Boris Vian disse dei propri romanzi: “Ho provato a raccontare alla gente delle storie che non aveva mai letto…”. Lo strappacuore ne è una lampante dimostrazione.

    In due parole: una della storie che non avete mai letto (lo dice l’autore stesso!)

    http://www.leggolibri.it/lo-strappacuore-di-boris-vian/

  • 31Ago2009

    Pino Cottogni - fantascienza.com

    Una società che strappa letteralmente il cuore

    Nel surreale Lo strappacuore di Boris Vian, l’amore esasperato di una madre rende tre gemelli prigionieri di uno strano mondo creato da lei stessa. Fuori, una realtà brutale, guidata da un Dio che dispensa favori a pagamento.

    Lo strappacuore (L’arrache-coeur, 1962) di Boris Vian è un romanzo il cui spunto è forse autobiografico: l’autore è morto giovanissimo, dopo un’infanzia non felice per colpa di una madre possessiva e opprimente. Nel testo si descrive un’inquietante società con barbare consuetudini che possono, letteralmente, strappare il cuore.

     

    I protagonisti sono tre gemelli: Noèl, Joèl e Citroen, i quali hanno una madre, Clementina, ossessionata dal grande amore per i suoi “piccoli”. Presa da continue paure sui pericoli a cui possono andare incontro, Entina, come la chiamano i gemelli, cancella il mondo intorno a loro e li rinchiude in gabbia. Fuori, troviamo un mondo e una natura brutali, una società orrenda che tortura a morte uomini e animali. Ci sono vecchi messi all’asta, ragazzi schiavizzati e un Dio che dispensa favori a pagamento. Un testimone dell’amore distorto di Clementina è lo psichiatra Giacomorto, sempre a caccia di emozioni di altri per colmare un congenito vuoto interiore.

    L’autore. Boris Vian è nato a Ville d’Avray nel 1920 ed è morto giovanissimo a Parigi nel 1959. Di grande intelligenza e dotato di una personalità poliedrica, è stato scrittore, ingegnere, cantautore, trombettista e traduttore francese. È stato anche membro del Collège de Pataphysique nonché dirigente del reparto discografico jazzistico presso Philips. Ha scritto dieci romanzi e per quattro usò lo pseudonimo di Vernon Sullivan, in quanto si trattava di storie e tinte forti piene di sesso e violenza. Vari suoi romanzi e racconti sono citati nel Catalogo Generale della Fantascienza come: Et on tuera tous les affreux (E tutti i mostri saranno uccisiMarcos y Marcos 1993).

    La quarta di copertina. Noèl, Joèl, Citroen sono gemelli, anzi tremelli, teneri mariuoli coccoloni e dispettosi. Nella loro crescita, tuttavia, qualcosa non quadra; l’amore ossessivo di mamma Clementina cancella il mondo reale attorno a loro e finisce per chiuderli in gabbia. Anche il tempo si inceppa: da maggio si passa a giuglio, aprosto, febbrugno, ottembre. Accanto al miracolo di una natura magnifica e scenari di puro incanto, brulica una società orrenda, dove i vecchi vengono messi all’asta e Dio è una sorta di magnaccia che dispensa favori a pagamento.

    Grande inno alla libertà e alla fantasia, Lo strappacuore è una Gomorra surreale, un mulinello di meraviglie e barbarie che letteralmente strappano il cuore.

     

    https://www.fantascienza.com/12688/una-societa-che-strappa-letteralmente-il-cuore

  • 01Mag2009

    Laura Savina - mangialibri.com

    Giacomorto è uno psichiatra: è dotato di un’intrinseca eleganza ed è vuoto come una botte vuota. La sua carta d’identità parla chiaro: Psichiatra.Vuoto. Da riempire. L’impellente bisogno di colmarsi non dipende da lui, è innato, come il rosso della sua barba affilata. Insegue menti da succhiare e, non possedendone di propri, brama desideri, segreti e idee di qualsiasi essere vivente: “È mostruoso – dice -sapere che esistono delle passioni, e non provarle”. Spinto da tale urgenza si imbatte, un giorno, nella grande casa bianca arroccata sulla scogliera, al cui interno una donna sta per dare alla luce tre gemelli. Testimone e involontario artefice della nascita dei piccoli Noël, Joël e Citroën, Giacomorto, con efficacia quasi inavvertibile, insinua la sua tra le esistenze di Clementina e Angelo, padroni di casa e, al di là del portone, si lascia stordire dalla sconvolgente ricchezza di una natura selvaggia e opulenta.

     

    Ma basta poco perché lo psichiatra si accorga di essere finito in un mondo controverso, ammaliante e spaventoso in cui gli anziani sono venduti alla fiera come bestie e le bestie giudicate e punite secondo leggi umane, dove Dio è un bene di lusso per pochi raffinati eletti e la vergogna il male assoluto da cui liberarsi. Per Giacomorto non c’è più riposo, diviso tra la ricerca di soggetti da psicanalizzare e le richieste d’aiuto di Clementina, vittima di un ossessivo impulso protettivo verso i suoi tre adorati pargoli. Il tempo, così come l’etica e la morale, vacilla e perde colpi, da maggio si passa a giuglio e poi giugnostro, gemprile e aprosto, in un vorticoso ribaltamento delle leggi naturali e umane capace di scardinare ogni tipo di fede e di sovvertire i valori della più salda delle coscienze…

    Romanzo crudo, splendido e agghiacciante, a leggerlo si perde il senso del giusto e della misura, le cose rivelano il loro lato oscuro un secondo dopo aver sfoggiato tutta la loro grazia. Boris Vian riesce a modulare la sua inconfondibile voce nelle mille sfaccettature necessarie a dar vita a personaggi tanto dissimili e complessi; la delicatezza cristallina nella scelta delle parole e il linguaggio intessuto di origami descrittivi che caratterizzano opere come L’erba rossa o La schiuma dei giorni, qui vengono sapientemente controbilanciate dall’inclemenza e dalla crudeltà delle situazioni cui sono accostate che come sferzate inattese, ci riportano di colpo coi piedi per terra. La fantasia visionaria di Vian si cimenta nel non semplice compito di raccontarci la durezza della vita, i meandri più fetidi dell’inconscio umano, i pericoli dell’amore materno che diventa malattia e ossessione, i rischi di una società senza coscienza e i tormenti di una fede senza speranza, il tutto cadenzato dal pulsare di una natura viva incontenibile che, incastonandoli tra le sue infinite membra, rende preziosi come gioielli tutti i suoi sciagurati figli.