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L’inferno è vuoto

Archivio rassegna stampa

  • 03Set2018

    Stefania Massari - huffingtonpost.it

    Gli uomini amano i miraggi, perché osservare il vuoto è spaventoso

    “L’inferno è vuoto”, scritto da Giuliano Pesce e pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos, è un romanzo che ti catapulta in una rocambolesca ed eccitante avventura, a tratti surreale e comica, vissuta sul filo del rasoio.

    Siamo a Roma e una notizia che ha dell’incredibile sconvolge la capitale: il Papa si è suicidato, buttandosi dalla finestra durante l’Angelus in mezzo ai fedeli. Nel frattempo, Fabio ha il desiderio di diventare uno scrittore e il Boss, suo editore, lo convoca nel suo ufficio per comunicargli che dovrà scrivere un libro sul Papa. Finalmente è giunta la sua occasione. Tutto quello che dovrà fare è raccogliere informazioni e stare vigile.

    Di contro, fa la sua comparsa una Roma sotterranea, quella del malaffare, con a capo il Cobra, un tipo losco e senza scrupoli, che con i suoi scagnozzi, Bara, Beccamorto e Alberto Gasman, tiene in pugno la città intera. In più, per rendere la trama ancora più avvincente, si palesa fra una scena e l’altra una rossa mozzafiato dagli occhi verdi che possiede quasi una grazia irreale.

    Intrighi, omicidi, colpi di scena, scandali nella curia romana si susseguiranno nel corso della narrazione per rendere febbrile ed eccitante questa storia che sovverte le regole classiche della narrazione e che diventa quasi un romanzo a puntate del quale si aspetta il continuo.

    Ogni personaggio descritto ha dei contorni ben definiti per quanto riguarda le sue caratteristiche più evidenti, ovvero quelle legate al contesto in cui si muove, ma presenta spesso delle ombre nelle personalità taciute agli altri, ma ben visibili a se stesso, le quali non possono essere pienamente confessate perché, come l’autore sottolinea più volte, è presente nelle vite dei protagonisti un confine molto labile fra il lecito e l’illecito che se si oltrepassa fa precipitare direttamente all’inferno, ma non un inferno in senso biblico, ma in un inferno nel quale scontare una vita fatta di peccati e trasgressioni che ti fanno deviare dalla rettitudine.

    Il Cobra e i suoi collaboratori sono l’esempio di una vita vissuta nel crimine dalla quale non si può più tornare indietro per essere redenti. Ogni giorno sanno di aver oltrepassato tutto ciò che è lecito, ma non possono fare a meno di seguire la loro natura fatta di rischio, ricatto e malaffare. In contrapposizione, abbiamo Fabio, scrittore ingenuo e timoroso, che pur di realizzare il sogno di diventare scrittore si immerge in un caso eclatante di cui è testimone tutto il mondo, inconsapevole dei guai in cui si sta per cacciare.

    Da questa analisi approssimativa, emerge un tema importante legato al senso della vita e al nostro libero arbitrio che, spesso, ci conduce alla rovina o ad una saggia decisione da prendere per seguire la retta via, ma ciò non ci dà garanzie a lungo termine perché, come scrive Giuliano Pesce:

    ”La vita è una marcia nel deserto. Si può vivere alla giornata oppure inseguire la terra promessa. Per questo gli uomini amano i miraggi, perché osservare il vuoto è spaventoso. Così viviamo rimpinzandoci di sentimenti artefatti…”

    E quando questo miraggio si sfalda e la speranza in una vita migliore cede, ecco che dovrebbe subentrare la fede, quel credere senza vedere, che può o dovrebbe fare un miracolo per riportarci alla rettitudine e se neanche la fede può salvarci, allora cosa resta?

    Forse credere è unicamente un fattore di coscienza e se anche il Papa ha perso la fede, commettendo un gesto simile, inconcepibile per la dottrina cattolica, allora gli uomini a cosa dovranno aggrapparsi se anche i modelli di riferimento cedono?

    Questo è l’interrogativo aperto che ci potremmo porre.

    ”L’inferno è vuoto” è un romanzo che, utilizzando le atmosfere di un noir o del giallo, ci svela la miseria umana in tutta la sua imperfezione e vulnerabilità. Alla fine ciò che conta è fare i conti con se stessi e guardarsi allo specchio, accettando le nostre umane debolezze.

    Il ritmo frenetico, la trama ben strutturata e il linguaggio a volte crudo, preciso e colto fanno de ”L’Inferno è vuoto” un bel romanzo che merita di essere letto con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, perché si troverà il tempo per sorridere un po’ e per riflettere su temi che ci stanno veramente a cuore e che toccano le coscienze di ognuno di noi.

    A voi la scelta.

    https://www.huffingtonpost.it/stefania-massari/gli-uomini-amano-i-miraggi-perche-osservare-il-vuoto-e-spaventoso_a_23485261/

  • 27Ago2018

    Azzurra Sichera - silenziostoleggendo.com

    “L’inferno è vuoto” di Giuliano Pesce: un mix di pulp e filosofia

    De “L’inferno è vuoto” mi avevano colpito la trama e la copertina. L’idea di dare il là alla narrazione con il suicidio del Papa mi sembrava di grande impatto e l’ho comprato spinta dalla curiosità. Ma è con il suo stile che Giuliano Pesce mi ha agganciata alle pagine, lette davvero a perdifiato.

    Ironico, grottesco, pulp sulla scia di Tarantino, l’autore descrive uno scenario dove l’incredibile e l’improbabile giocano al tiro alla fune, regalando al lettore capitoli brevi che volano via tra colpi di scena e incastri tra i personaggi, tutto all’ombra del Cupolone, durante tra giorni, da domenica a martedì.

    Come dicevo, tutto inizia con il suicidio del Papa. Il fatto di per sé è di enorme clamore ma ad amplificarne la portata è il biglietto che ha lasciato: “Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio”. Cosa voleva dire papa Goffredo in questo suo messaggio di addio?

    Un Grande Editore spera di ricavarne qualcosa e allora manda Fabio Acerbi, l’ultimo degli ultimi della sua Grande Casa Editrice, per sperare di pubblicare un instant book e lo fa infiltrare al Vaticano spacciandolo per un designer di monumenti funebri. Fabio è un tipo insignificante e nei tre giorni che rimarrà a Roma capisce che un’avventura è quello di cui in realtà ha sempre avuto bisogno: “Solo ora si rende conto che la sua vita è sempre rimasta sospesa, statica, stagnante. Senza neppure accorgersene, era finito nella stessa situazione del marinaio strozzato dalla bonaccia, che supplica l’arrivo di una tempesta: meglio esporsi al pericolo che disidratarsi, goccia dopo goccia, in attesa della morte”.

    Poi c’è Alberto Gasman – con una sola N – che non è riuscito a fare l’attore come sognava ed è finito a lavorare per il Cobra. Come Fabio, anche Alberto penserà spesso alla sua vita e, tra un bicchiere di vino e una striscia di coca, si chiederà per cosa ha davvero vissuto.

    Il Cobra è il personaggio chiave del libro, colui che muove i fili di tutta Roma, anzi, lui stesso si definisce il “re di Roma” e non ci stupiamo più di tanto quando al “colloquio” con una nuova bambolina per il suo bordello si mette a citare Shakespeare. Che classe.

    Attorno a lui, in perfetto stile Romanzo Criminale, il Nibbio, il Ragno, il Topo, Bara e Beccamorto. Questi ultimi due sono assolutamente geniali: battibeccano sui massimi sistemi mentre si sbarazzano di cadaveri, il ritmo delle loro conversazioni è serrato e accattivante. Giuliano Pesce fa quasi confondere il lettore: chi sono i buoni? Chi sono i cattivi?

    Ma il circo de “L’inferno è vuoto” è molto più ampio. C’è un commissario, una serie di cardinali, una femme fatale, e tanti altri personaggi più o meno importanti, ma tutti con un ruolo, una visione, uno scopo. C’è più di una trama, più di un filone narrativo e tutto è abilmente confezionato dall’autore che, con un ritmo in crescendo, giunge a un finale chiarificatore e inevitabile, che spiegherà anche la scelta del titolo.

    È un mix di filosofia e di pulp questo romanzo, riflessivo e splatter, ironico e dissacrante, scritto con uno stile che fa presa e che diventa un marchio assolutamente riconoscibile. Una gran bella scoperta, non c’è che dire!

    https://www.silenziostoleggendo.com/2018/08/27/recensione-l-inferno-e-vuoto/

  • 29Lug2018

    Gianni Santoro - La Repubblica

    Ma che ci fa Tarantino sul Cupolone

    Una carrellata di personaggi borderline all’ombra di San Pietro.

    Leggi l’articolo completo

  • 23Lug2018

    Redazione - Bookindie.com

    L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce è un romanzo con ritmo. Uno di quelli che ti prende per il colletto della camicia alla prima pagina e ti trascina rovinosamente sino all’ultima, senza mai consentirti di abbassare la guardia.

    La storia è a suo modo dannatamente pulp, con una trama in pieno stile “tarantiniano”, a mio avviso già bella e confezionata per il cinema.

    Ho avuto modo di conoscere l’autore nel corso della rassegna letteraria Trovautore che si è tenuta poche settimane fa a Fiuggi (FR) e trovo che la sua semplicità e affabilità ben nascondono la sua potenza letteraria. Questo è uno di quei libri utili al blocco del lettore, piacevole, veloce e ben scritto. Ho amato l’assenza di un protagonista singolo; L’inferno è vuoto è un romanzo corale, dove tutti i personaggi hanno un ruolo ben definito e sono un ingranaggio necessario alla storia, tutti ben caratterizzati, di quelli che ti restano fissi nella mente anche durante le pause di lettura. La trama non prevede momenti morti e pertanto, nel raccontarla, c’è un alto rischio di spoiler. Tutto inizia con il papa che si suicida tuffandosi nel vuoto, uno scrittore viene inviato a Roma dal suo editore per scrivere un romanzo e la sua vita si intreccerà con quella di malavitosi senza scrupoli, aspiranti attori e preti poco caritatevoli.

    Per concludere, consiglio assolutamente la lettura di questo romanzo a chi cerca una storia ben congeniata e che non annoi, mentre io ho già inserito nella mia wishlist l’altro libro dell’autore, sempre edito da Marcos y Marcos: Io e Henry.

    …questa è la soundtrack della mia lettura: R.E.M. – Losing my religion

    https://bookindie.wordpress.com/2018/07/23/linferno-e-vuoto-giuliano-pesce/

  • 11Lug2018

    Vanessa Sobrero - wreckingpink.com

    Pesce, carissimo amico (ma giuro, la recensione è assolutamente imparziale – ti prego portami ancora al 1930!) e bravissimo autore, ci aveva sorpresi e sconvolti con il suo primo romanzo per Marcos y Marcos: Io e Henry, un romanzo a tratti spionistico, a tratti da manicomio, dove la realtà e la verità spesso non coincidono… o forse sì, non l’ho capito.

    Con L’inferno è vuoto, Pesce torna a sconvolgerci, e lo fa in grande, così in grande che nessun essere umano lo avrebbe mai potuto immaginare: il Papa si è suicidato.

    Sì, proprio Lui. Il capo della Chiesa Cattolica ha deciso di abdicare con un gesto inequivocabile, compiendo uno dei peccati meno tollerati dalla Chiesa: il suicidio.

    “Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio.”

    Questo è stato il messaggio d’addio del Pontefice, scritto su un biglietto prima di buttarsi dalla finestra durante l’Angelus. E, ovviamente, tutto il mondo va nel caos. Vengono persino lanciati degli hashtag, come #Volatoincielo e #Comeunangelo (lol), ogni testata giornalistica è affamata di informazioni, e vuoi che il Boss di una Grande Casa Editrice non decida di commissionare a Fabio Acerbi, Ufficio Diritti, ex-aspirante scrittore, un libro di inchiesta sui motivi che hanno spinto il Papa al suicidio?

    Ci vuole un uomo sconosciuto per questa missione, come Fabio, che ovviamente dovrà andare in Vaticano sotto copertura, per non destare sospetti. Ovviamente.

    Acerbi mi ha ricordato un po’ il Tagliaferro di Io e Henry, due scrittori alla fine delle proprie carriere che hanno perso fiducia nel proprio talento e che sperano in un miracolo per cambiare la propria, noiosa vita. E così accade.

    Già al primo capitolo ritroviamo il genio, l’assurdo, l’umorismo che contraddistinguono la scrittura di Pesce. Quel genio che ti fa chiedere quanti Negroni abbia bevuto per uscirsene con un’idea del genere. Ed è qui che si presenta il secondo protagonista del romanzo: Alberto Gasman, reduce da una notte di cocktail, cocaina, ragazze esuberanti e slogan ancora più esuberanti.

    SAY NO TO RACISM: DRINK NEGRONI”

    Gasman fa un lavoro da sogno: su chiamata del suo datore di lavoro, il Cobra, accompagna ospiti e celebrity a divertirsi in giro per i locali di Roma. E molto spesso (leggi: sempre) si diverte un po’ troppo. Tanto che a volte rischia di restarci secco, o di fare secco un suo cliente. Ed è proprio questo il caso: non tutti sono come Maradona e il suo ospite, Willy Carnaroli, conduttore televisivo, non ha retto tutto quel “divertimento”.

    Il commissario De Santis è sommerso di lavoro a causa del suicidio del Papa e gli mancava solo di dover indagare sulla scomparsa della nipote del prefetto. L’emicrania gli fa esplodere il cervello, ma quando trovano il portafoglio di Willy e lo portano al commissariato, inizia per lui una feroce caccia alla verità. Sembra che tutte le disgrazie di questi giorni siano collegate, ma come?

    Così le vite di Acerbi, Gasman e del commissario si intrecciano con quelle del Cobra e di una misteriosa Rossa che farà strage (letteralmente?) tra i nostri protagonisti, si sfiorano e infine si scontrano in una danza macabra e assurda, esilarante e cupa, che trascina il lettore in un vortice di confusione e colpi di scena alla Tarantino. Non mancano, anche qui, citazioni letterarie, musicali e cinematografiche, tipiche dello stile di Pesce, che rendono ogni suo libro un pozzo di nuove scoperte e frasi da sottolineare.

    Smettere di leggere questo libro sarà difficile quanto per Gasman smettere di bere.

    Voglio fare una menzione d’onore, senza spoiler, a due personaggi secondari che sono diventati i miei preferiti già dal primo incontro: Bara e Beccamorto, i boia e becchini del Cobra. Con il loro aspetto eccentrico e i loro battibecchi si sono guadagnati un posto nel mio cuore tra i migliori personaggi letti quest’anno.

    «Cosa ti aspettavi?» chiede Beccamorto. «Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore».

    Riuscirà Gasman a scampare all’ira del Cobra? Fabio scriverà il suo libro d’inchiesta o scapperà a gambe levate? Il commissario verrà a capo della sparizione della nipote del prefetto? E quella Rossa, che incanta tutti al primo sguardo come una sirena e che sembra soffrire di disturbo della personalità, quali segreti nasconde?

    Se volete scoprirlo e aprire un vaso di Pandora che vi lascerà senza fiato, dovete leggete il libro e vi assicuro che non ve ne pentirete!

     

    https://wreckingpink.wordpress.com/2018/07/11/linferno-e-vuoto-recensione/

  • 10Lug2018

    Vera Sodano - Illettoremedio.com

    “Cosa ti aspettavi?” chiede Beccamorto, “Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore”.

    In una domenica qualunque il mondo viene sconvolto da un evento straordinario: a Roma, durante l’Angelus, il papa si suicida gettandosi dalla finestra. Ma cosa avranno mai a che fare con il suicidio del papa un aspirante scrittore, un boss della malavita, un attore fallito, una coppia di sicari e una femme fatale dai profondissimi occhi verdi?

    Questo evento è, invece, la molla che dà il via al rocambolesco tour de force di questi personaggi, le cui vicende si muovono inesorabilmente verso un finale per nulla scontato. Non voglio aggiungere nulla, il rischio di spoiler è davvero elevato! Posso però dirvi che “L’Inferno è vuoto”di Giuliano Pesce (edito da Marcos y Marcos) ha una trama degna del miglior Tarantino: impossibile non rivedere nella coppia di Bara e Beccamorto quella di Vincent Vega e Jules Winnfield di Pulp Fiction!
    La prosa è ironica e pungente, con una filosofia di vita ai limiti del cinismo che fa gioco alla descrizione di un mondo fatto di violenza e sopraffazione.
    Insomma, con questo romanzo è davvero impossibile annoiarsi ma, se ancora non siete convinti, lascio la parola all’autore…

    Nome: Giuliano
    Cognome: Pesce

    Come è nata l’idea di questo romanzo?
    È nata molti anni fa, durante una conversazione goliardica. Un mio amico – molto anticlericale – disse: “Se mai diventassi Papa, mi butterei dalla finestra, per creare scandalo”. Per molto tempo, ho pensato che una scena simile sarebbe stata un’ottima apertura per un romanzo. Ma ho dovuto aspettare di avere in mente anche il resto della storia: non si può lanciare una bomba simile e poi scappare via: sarebbe un inganno ai danni del lettore.

    Il Cobra, Bara e Beccamorto, il Topo, il Ragno, fino a papa Goffredo: i nomi dei personaggi del tuo romanzo sono decisamente singolari. A che cosa ti sei ispirato per la loro scelta?
    Vi confesso una mia debolezza: non sono bravo a trovare i nomi ai personaggi, soprattutto quando ce ne sono tanti, come in questo caso. Inoltre, per me è molto importante che i nomi si stampino bene nella mente del lettore, e l’idea che il mondo della malavita romana fosse composto da bizzarri “animali” mi è sembrata quella giusta.

    Il romanzo mostra una realtà fatta di violenza e sopraffazione con una filosofia di vita profondamente cinica. Come mai questa scelta?
    Come dice Beccamorto, uno dei gangster protagonisti: “Cosa ti aspettavi? Il lieto fine esiste solo nelle favole. La vita è una merda e poi si muore”. La maggior parte dei personaggi, più o meno consapevolmente, aderisce a questa visione del mondo. Ma vi lascio anche un’altra massima, forse un po’ più speranzosa: la vita è come il culo di un babbuino: piena di merda ma anche di colori.

    Uno dei tuoi protagonisti, Fabio, lavora in una casa editrice e sogna il successo letterario. Tu sei molto giovane ma sei già al terzo romanzo pubblicato. Quanto è stato difficile raggiungere questo traguardo?
    Pubblicare, di per sé, non è difficile. Ogni anno in Italia vengono pubblicate decine di migliaia di novità. C’è spazio per tutti. Il problema semmai è arrivare ai lettori in mezzo a questo marasma editoriale. Io mi auguro un futuro con sempre meno libri pubblicati: meno quantità e più qualità, por favor.

    Che genere di lettore sei? Da un libro alla volta o più letture contemporaneamente?
    Ho sempre letto moltissimo e più o meno di tutto. Nei miei periodi d’oro leggevo anche cinque o sei libri la settimana, ma sempre uno alla volta. Quando entro in un mondo-libro che mi piace preferisco immergermi totalmente. E se un libro non mi piace lo mollo e passo ad altro: ci sono così tanti bei libri da leggere che non basta una vita. Per quelli brutti non c’è il tempo!

    Quale libro porterai con te in vacanza?
    Ho recuperato da poco una vecchia edizione di Requiem per una monaca di William Faulkner. Domani lo attacco, ma purtroppo le vacanze sono ancora lontane, quindi credo che non vedrà mai l’ombrellone.

    Progetti futuri?
    Al futuro voglio pensarci bene. Tre romanzi pubblicati a 28 anni cominciano a sembrarmi troppi. Ora sto lavorando con alcuni registi su sceneggiature e vari progetti. Aspettiamo e vediamo!

    Perché i nostri Lettori medi dovrebbero leggere “L’inferno è vuoto”?
    Non capita tutti i giorni che il Papa si butti di sotto, durante l’Angelus, in mezzo ai fedeli.Non siete curiosi di sapere perché?

    Un saluto a tutti i Lettori medi:
    Ciao, Lettori medi! Fate i bravi e leggete tanto, ché fa sempre bene!

     

    https://illettoremedio.wordpress.com/2018/07/10/linferno-e-vuoto-giuliano-pesce/

  • 05Lug2018

    Silvia Grassi - Leggiamo-blog.com

    “Siamo tutti angeli, prima di cadere”

    Non sapevo di amare il genere pulp finché non ho letto Adios Muchachos di Daniel Chavarria. Cercate di procurarvi il libro che è un gioiellino di perversione e follia.
    Non sapevo nemmeno che L’Inferno È Vuoto fosse un romanzo simile, un po’ hardboiled, un po’ satira, un po’ commedia, un po’ tanto sopra le righe, ma comunque capace di comunicare un messaggio forte in mezzo a una delirante baraonda di sesso, droga e rock’n roll.

    Poco rock’n roll per la verità, in compenso sesso e droga a palla.

    Il romanzo inizia col botto: il Papa si suicida gettandosi dalla finestra durante l’Angelus della domenica e nel giro di mezzo secondo il mondo è in delirio. Non fa nemmeno in tempo a schiantarsi al suolo che, mentre i fedeli lo piangono, sui social gli hashtag si sprecano, registi e attori sono già pronti per girare un film e le case editrici non vedono l’ora di andare in stampa con il best seller dell’anno. Così Fabio Acerbi, sotto copertura, viene spedito tra le file del Vaticano per carpire i segreti del Santo Padre e scrivere non una banalissima biografia, ma un libro inchiesta da urlo. Peccato che Fabio non sia esattamente un cronista d’assalto, ma un timido e insicuro scrittore con tante storie ancora chiuse nel cassetto, relegato da anni all'”ufficio vedove” dove gestisce i rapporti con i congiunti dei defunti per i diritti d’autore. Ma forse questa è l’occasione della vita e non può farsela scappare.

    In una Roma meno sacrale seguiamo invece le vicende di Alberto Gasman che per una serie di vicissitudini che non sto qui a elencare si è trovato a lavorare per il Cobra, il signore incontrastato della malavita. Dopo una notte di bagordi in cui ha fatto divertire un po’ troppo il famoso presentatore Willy Carnaroli (aka Gerri Scotti), Alberto si sveglia la mattina e trova il suo cliente morto stecchito; Bara e Beccamorto si occupano di far sparire la salma, ma le cose precipitano, nuovi morti spuntano nei momenti meno opportuni, una rossa mozzafiato fa girare la testa a chiunque incroci i suoi occhi verdi e mentre le vicende si incastrano una con l’altra la storia si fa poco alla volta sempre più delirante e rocambolesca.

    Un romanzo senza santi nè eroi, in cui la regola è una sola: vietato affezionarsi a qualcuno di loro. Ma è quasi impossibile visto che l’autore li colora di eccessi e sfottò, i personaggi sono reali per un verso, vere e proprie caricature dall’altro. È il gioco delle maschere e Giuliano Pesce le fa cadere una a una, fino al finale che posso definire in un solo modo: assolutamente perfetto. Siamo “noi” a non esserlo. Sempre alla ricerca di un posto nel mondo, eterni insoddisfatti, vendicatori incalliti, vittime del sistema e di un ego che non concede tregua.
    Divertente, arguto e irriverente L’Inferno è Vuoto regala dell'(in)sano intrattenimento e se proprio devo trovargli un difetto… ecco, forse c’è un po’ troppa carne al fuoco. Giuliano Pesce si diverte un sacco a vestire i panni dell’abile burattinaio, ma tira i fili su un palcoscenico in cui non sempre è facile farci stare tutti. Eppure ci riesce. Il Cobra, il Nibbio, il Topo, il Ragno, Alberto Gasman, Fabio Acerbi, la rossa, il commissario De Santis, l’agente Mancini. E ancora. Il cardinale Bianchetti, don Quirico, Bara, Beccamorto… Nessuno ha il ruolo di semplice comparsa, la caratterizzazione è immediata, precisa, tagliente, ma rischia di soffocare la trama che in certi punti è veloce quanto un colpo di proiettile.
    Il romanzo però merita. Una prova sicuramente superata, dopo Io e Henry l’autore ha voluto spingersi oltre il baratro, guardare giù e raccontarci quello che ci aspetta: “il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore”. Quindi siete avvisati!

    http://leggiamo-blog.blogspot.com/2018/07/recensione-linferno-e-vuoto-di-giuliano.html

  • 02Lug2018

    Alessia De Col - voglioleggere.com

    Letto in un paio di giorni, “L’inferno è vuoto” inizia la sua storia da un fatto che ha dell’incredibile: il Papa si suicida (e già questo rende un po’ l’idea di quanto possa essere “folle” l’autore).

    Da questo avvenimento le vite di numerosi e bizzarri personaggi si intrecciano in modo magistrale e convergono tutte verso il finale che riuscirà a riunire tutti i personaggi e le loro storie; perché sì, tutti sono collegati tra loro e più si va avanti nella lettura, meglio si capisce cosa li unisce.

    Avevo già conosciuto l’autore grazie al suo secondo lavoro “Io e Henry” che non era riuscito a convincermi pienamente, ma che mi aveva intrattenuto e soprattutto incuriosito verso questo giovane autore che ha subito mostrato di avere tutte le carte in regola per diventare un grande narratore.

    Il libro scorre che è una meraviglia, una vera “corsa a perdifiato”, il lettore viene preso e stritolato dal susseguirsi di eventi e colpi di scena (uno in particolare mi ha davvero lasciato a bocca aperta), tutto questo crea continue aspettative e voglia di capire e sapere. Lo stile è semplice e fresco, con simpatia graffiante porta il lettore a volerne sempre di più e a non staccarsi mai dalle pagine.

    I personaggi “cattivi” sono in netta maggioranza rispetto a quelli “buoni”; diversità e stranezza sono le parole chiave per dare una descrizione velocissima dei personaggi. Questa abbondanza di “cattiveria” mi ha attirato tantissimo e mi ha fatto amare ancora di più la storia. Per farvi capire meglio, tra le pagine di “L’inferno è vuoto” si conosce un grande boss della malavita romana e i suoi scagnozzi o servi: il suo braccio destro, viscido quanto lui, i due killer-becchini, il drogato che sogna di diventare un personaggio famoso, ma che in realtà deve assecondare e far divertire le persone famose che gli vengono assegnate; si trova anche un uomo che sogna di diventare un grande scrittore, ma che si trova “rinchiuso” nell’ufficio vedove di un importante editore; un ragazzo con manie e pulsioni molto strane e macabre, che potrebbe concorrere al ruolo di protagonista di un grande horror…e via dicendo, non sto qui a raccontarveli tutti, ma credo possa bastare quello che ho scritto per darvi un’idea di quanto è vasto, strambo e complesso il cast di questo libro.

    Potremmo considerare “L’inferno è vuoto” una sorta di commedia amara con un pizzico di noir e hard boiled; ci sono scene davvero assurde, paradossali, che inizialmente fanno ridere, poi riescono a creare nel lettore tensione e paura; compaiono scene davvero forti, senza essere troppo splatter grazie ad una buonissima capacità descrittiva che lascia spazio anche all’immaginazione del lettore senza caricare troppo le pagine di dettagli. A mente fredda trovo i significati nascosti tra le righe e le riflessioni che hanno preso la mia mente, mi sono resa conto che le storie e i personaggi raccontati sembrano rispecchiare alcuni aspetti della nostra società, ma l’autore ha deciso di raccontarli portando tutto all’estremo.

    Un libro che non è sicuramente adatto a chi è molto sensibile e impressionabile, dedicate attenzione a questo libro se avete voglia di una storia graffiante, dove inganni, cattiveria e follia sono i padroni, ma dove troverete spazio anche per riflettere e ridere.

    https://voglioleggere.blogspot.com/2018/07/linferno-e-vuoto-di-giuliano-pesce.html

  • 21Giu2018

    Salvatore Lo Iacono - Il Giornale di Sicilia

    La Roma di Pesce fra tragedia e commedia

    Una Roma scoppiettante e noir – fra mondo dello spettacolo, ecclesiastico e della malavita – personaggi in bilico fra tragedia e commedia, e un inizio choc: papa Goffredo, durante l’Angelus domenicale, si suicida in mondovisione.

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  • 16Giu2018

    Cecilia Lavopa - contornidinoir.it

    Quando devo acquistare un vestito, il primo senso che viene solleticato è la vista: guardo la forma, l colore, la fantasia. Lo provo, controllo che sia adatto a me, che mi stia bene. Che mi rappresenti. Stessa cosa avviene con un libro: guardo la copertina, lo sfoglio, leggo le prime pagine. Confesso, ogni tanto lo annuso, irresistibile l’odore della carta…

    La prima cosa che mi colpisce nel libro di Giuliano Pesce è proprio la copertina: un papa a testa in giù con l’abito talare svolazzante, che si getta nel vuoto. L’immagine sarebbe comica, se non che un secondo dopo realizzi che stiamo parlando di un papa che si suicida. Quasi un ossimoro, se vogliamo, visto che sarebbe praticamente impossibile, dal punto di vista religioso, che un prete si tolga la vita.
    La reazione di Piazza in San Pietro è di assoluto panico, gente che urla, inorridisce, perché se succede una tragedia del genere, può davvero avvenire di tutto, ormai.

    E in men che non si dica, il panorama dei social si tinge di nuovi hashtag riferiti alla morte del papa, come #Papabuono, #Volatoincielo e #Comuneangelo, perché non sia mai che non si possa essere aggiornati su Facebook, Twitter o Instagram in situazioni come queste, che uno sia credente o meno, l’importante è esserci, dovunque e comunque.
    Ovviamente, ci sta anche un libro d’inchiesta sul suicidio, no? E’ per questo che Fabio Acerbi, trentun anni e con il sogno nel cassetto di diventare scrittore – il più grande – si trova con il compito affibbiato dal suo boss nella casa editrice in cui lavora, di recarsi a Roma per mettere le basi per un testo che non sia solo una banale biografia. Acerbi lavora esattamente al reparto “Ufficio vedove” nel quale vengono trattati i diritti d’autore quasi esclusivamente con le vedove degli scrittori defunti. Timido, sfortunato, con una mole di lavoro tale che il suo romanzo dovrà aspettare parecchio per vedere la luce. Nel suo viaggio in treno verso Roma, tra l’altro, incrocia una fantastica rossa dagli occhi di un verde iridescente che lo sconvolge e lo intriga.

    Come se non bastasse, c’è Alberto Gasman: sballarsi fa parte del suo lavoro. Il suo compito è portare in giro i clienti per farli divertire. E’ il turno di Willy Carnaroli, conduttore televisivo. Lo ha portato in giro nei locali del Cobra, suo datore di lavoro. Peccato che al risveglio lo ha trovato morto stecchito all’Hype Club. Una ragazzina è semi-svenuta e mezzo cocktail vicino alla testa pelata, oltre a tre strisce di coca a portata di naso formano un quadretto poco rassicurante. Si occupa delle indagini il commissario De Santis, emicrania perenne tanto da girare con la scorta di medicinali. Sua madre ha il cancro e lui sente l’impotenza di non poterla aiutare. Combattere la criminalità è un conto ma le malattie sono una battaglia persa. Si fa aiutare dall’agente Mancini.  Il suo intuito dice che c’è un collegamento tra Gasman, Acerbi e il Cobra. E sarà una escalation di intrighi e di misteri…

    Ci ho messo un po’ a scrivere la recensione, perché il libro di Giuliano Pesce mi ha fatto sorridere e intristire, ha posto i lettori davanti a una situazione paradossale quanto inaspettata. Ha creato personaggi che mi hanno richiamato alla mente i film con Jo Pesci (guarda caso, i nomi dello scrittore e dell’autore si somigliano!) in cui i cattivi possono avere quell’immagine ridicola da farli risultare simpatici. Dopo Io e Henry, sempre di Marcos y Marcos, Giuliano Pesce regala a noi lettori un libro fuori dalle righe, come stile e come trama, nel quale ogni concetto è rivisto sotto una forma nuova, alla stregua di un vestito su misura o un piatto agrodolce con molte spezie, un mix di sapori inconsueti. Non ho trovato una grande caratterizzazione dei personaggi, ma trovo che sia stato un giusto equilibrio per non caricare ancora di più una trama di per sé molto ricca.
    E anche quando penso di aver letto tutto, quando mancano poche pagine alla parola fine, Pesce riesce ancora a sorprendermi. Il mio metro di misura per capire se un libro mi è piaciuto è quello di domandarmi: “Lo rileggerei?” La risposta è sicuramente sì.

    http://contornidinoir.it/2018/06/giuliano-pesce-linferno-e-vuoto/

  • 16Giu2018

    Michele Neri e Marta Cervino - Marieclaire

    Tempo di lettura

    Leggere, per vivere. Meglio ancora, diventare lettori di profondità. Più precisamente: sfogliare libri su carta, se si vuole ritrovare integrità e intensità in un’epoca che frammenta e anestetizza.

    Leggi l’articolo completo

  • 12Giu2018

    Maurizio Di Gioia - articolotre.com

    L’inferno è vuoto. Il frizzante romanzo di Giuliano Pesce

    Il papa si è suicidato. Fabio Acerbi, giornalista per un grosso editore milanese, è costretto a raggiungere la capitale per scoprire informazioni sull’estremo gesto compiuto dal pontefice e raccogliere idee per pubblicare un best-seller.

    Accanto a lui una sensuale rossa, un noto capo della criminalità capitolina, i suoi uomini pronti a tutto, un famoso conduttore di quiz televisivi, un detective della polizia e uomini di fede. E ancora attività criminali, sostituzioni di persone, trame malavitose, un ristorante cinese, ritorsioni e rivalse, giochi di potere e di vendetta anche a fronte di desideri capricciosi, ma soprattutto azione e divertimento in un romanzo che sa strappare più di qualche risata.

    L’ultima fatica di Giuliano Pesce, edito dalla Marcos y Marcos in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, mostra una trama ben strutturata dove i tasselli vanno a delineare un chiaro dipinto d’insieme, un ritmo serrato e incalzante che richiama in parte anche il mondo del grande schermo, citazioni a persone e società che difficilmente non possono essere colte, nonché un finale imprevedibile che è degna conclusione a un romanzo che si mostra intelligente e di grande personalità.

     

    http://www.articolotre.com/2018/06/linferno-e-vuoto-il-frizzante-romanzo-di-giuliano-pesce/

  • 12Giu2018

    Micol Treves - lucialibri.it

    Pulp e poesia, con Pesce girar pagina regala adrenalina

    Con il suo terzo romanzo “L’inferno è vuoto” Pesce regala una storia ricca di paradossi, dal ritmo frenetico e dalle avventure rocambolesche. Tra commedia e tragedia, la vicenda ha inizio col suicidio di un papa, durante l’Angelus domenicale…

    Che bellezza di romanzo. Che tripudio di paradossi, ritmo frenetico, battute brillanti in dialoghi riusciti, avventure rocambolesche, ironia surreale, flash di commedia e tragedia, figure borderline e sopra le righe che si cacciano in situazioni pericolose, in una Roma con più buio che luce. E tanto, se non tutto, si regge sull’eterna, infinita tensione fra morte e vita. Non ha ancora trent’anni Giuliano Pesce, ma è al terzo romanzo, il suo più convincente, il secondo per l’editore Marcos y Marcos. Una conferma e una sorpresa. E, dunque, non fidatevi di quanti si piangono addosso e dicono che in Italia non ci sono talenti veri…

    Quattro protagonisti, il papa e una rossa misteriosa

    Pesce frulla situazioni e personaggi con abile scioltezza e distribuisce tanti sorrisi amari nel suo romanzo L’inferno è vuoto (251 pagine, 18 euro). C’è un aspirante scrittore, Fabio Acerbi, immerso in un mondo dell’editoria decisamente poco affascinante, alle prese con un Grande Editore che fa di lui ciò che vuole. C’è Alberto Gasman (solo una n), scagnozzo di un malavitoso, che non ha vigilato a dovere su un presentatore televisivo, Willy Carnaroli, che gli era stato “affidato”. Quel malavitoso, il Cobra (con due sicari dai nomi niente male, Beccamorto e Bara). E un commissario, Giorgio De Santis, alle prese con parecchio lavoro (fra morti e una scomparsa eccellente, la nipote del prefetto). A questi quattro protagonisti vanno aggiunti un suicida, papa Goffredo (che nelle prime righe del romanzo si getta a testa in giù, durante l’Angelus in mondovisione, lasciando un biglietto inequivocabile: «Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio») e una ragazza misteriosa, dai capelli fulvi e con un neo sulla guancia, che appare ogni volta che c’è qualche snodo fondamentale della storia. Sul suicidio del papa Acerbi deve scrivere un instant book, ma la sua vicenda – in tre giorni, da domenica a martedì – si legherà inestricabilmente a quella degli altri personaggi: le avventure picaresche scorreranno fra alti prelati, uomini chiave del mondo dello spettacolo

    Roma come una Milano di qualche decennio fa

    Spiazza, Pesce. Per immaginazione, ironia e tenuta narrativa ha una marcia in più. Ne vien fuori una gangster story molto originale. Visioni psichedeliche, inseguimenti, una Roma che sembra una Milano di parecchi decenni fa (o almeno quella che fu immortalata da certo cinema ritenuto non di serie A…) bizzarrie assortite, improbabili imprevisti, e trame intricate che si avviluppano e s’intrecciano. I riferimenti cinematografici a caposaldi pulp sono piuttosto espliciti, non mancano le citazioni letterarie, ma non c’è nulla che appesantisca la lettura, anzi. C’è anche una buona dose di poesia. Girar pagina è un piacere, un dovere, regala adrenalina. Tante frasi da ricordare. Una? «La felicità è tutta qui: un’estasi rapida. Neanche il tempo di assaporarla e già svanisce: scivola nei ricordi, invecchia alla velocità della luce. Nei casi migliori evapora senza lasciare traccia, in quelli peggiori si trasforma in rimpianto».

    http://www.lucialibri.it/2018/06/12/pulp-poesia-pesce-regala-adrenalina/

     

     

  • 11Giu2018

    Alessandro Casalini - alessandrocasalini.com

    Una pacchia! Finalmente anche l’Italia ha il suo Jonas Jonasson (Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, L’analfabeta che sapeva contare, ecc…).

    Giuliano Pesce ci serve su di un piatto d’argento questo “succosissimo” noir che riesce davvero a divertire, oltre che a tenere il lettore sulle spine fino all’ultima pagina.

    Immaginate cosa accadesse se, durante la messa della domenica, il Papa si gettasse dalla finestra di San Pietro andandosi a spiaccicare sulla piazza, sotto gli occhi increduli di migliaia di fedeli. Sarebbe il caos. Ed è proprio quello che accade in questo romanzo. Il caos. Ma non uno qualsiasi, piuttosto qualcosa di ottimamente condito di storie parallele che, poco per volta, vanno a creare l’intreccio della trama, senza mai disdegnare una componente ironica importante. Pesce ci sa fare con la scrittura e alla Marcos y Marcos, ci sanno fare con lo scoprire talenti.

    Un romanzo decisamente estivo, da leggere con leggerezza sotto l’ombrellone oppure in un momento di relax persi un’isolata baita di montagna. Si legge molto velocemente, io me lo sono “fatto fuori” in un paio di pomeriggi di mare.

    Quarta di copertina

    È domenica e tutto va storto.
    Il papa si butta dal balcone e Roma affonda nel caos.
    A Milano, Fabio Acerbi, agli ordini di un editore molto grande, corre a prendere il treno. Sogna di scrivere un best seller, ha già appuntamento con un cardinale.
    Ma chi è questa rossa, sul sedile di fronte, con le iridi così verdi da mettere a disagio?

    Poi c’è Alberto Gasman, che si sveglia in una saletta dell’Hype Club: alle prese con visioni fluorescenti, il cadavere di un presentatore stroncato dalla coca e una minorenne in cerca di guai.
    Il Cobra non lo paga certo per questo, ed è la volta che lo punirà. Se impalandolo, bruciandolo vivo o affidandogli una missione suicida, Alberto Gasman lo scoprirà presto, perché il Cobra lo aspetta alle tre.
    Ma chi è questa bella che sale le scale? Capelli rossi, collo leggero e fragile, un neo sulla guancia da baciare. Cosa ci fa nel bordello da cui il Cobra manovra la città?

    È martedì e tutto gira a mulinello.
    La nipote del prefetto è scomparsa, e spuntano cadaveri in ogni angolo.
    Il commissario De Santis balza da un verbale all’altro, spiritato: i misteri danno senso all’esistenza, e a lui è scoccata la scintilla.
    Qualcosa lega Fabio Acerbi, il Cobra e Alberto Gasman.
    Ma chi era quella donna di rara bellezza, al Grand Hotel Semiramide? Gli occhi verdi, ferini: i capelli che cadono sulla schiena come lava incandescente.

    http://www.alessandrocasalini.com/giuliano-pesce-linferno-e-vuoto/

  • 11Giu2018

    Valentina Marcoli - pulplibri.it

    Se il Papa si suicida…

    a Roma è il caos. Così si apre il nuovo romanzo di Giuliano Pesce, già autore per Marcos y Marcos di Io e Henry.

    L’amatissimo papa Goffredo, due volte Premio Nobel per la Pace si getta dal balcone del Vaticano, lasciando un biglietto che recita: Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio.”

    In un romanzo mirabolante che si sviluppa in soli tre giorni, incontriamo un sacco di personaggi interessanti e bizzarri, a partire da Bara e Beccamorto che a dispetto dei nomignoli sembrano un duo comico, con le loro divise da becchini, il loro inseparabile carro funebre, presi come sono dai loro continui battibecchi sulla morte, e intenti a smaltire i cadaveri per conto del Cobra, capo indiscusso del traffico di droga e prostituzione nella capitale. Alberto Gasman, con una “s” come ci tiene a precisare lui, attore mancato e autista dei vip al soldo del Cobra, si ritrova invischiato nell’omicidio su commissione del cardinal Bianchetti, aspirante papa. Fabio Acerbi, che sogna di diventare un Grande Scrittore ma che invece lavora all’Ufficio vedove in cui si trattano i diritti degli scrittori defunti con le vedove appunto , in missione in incognito per conto di un Grande Editore, ha il compito di carpire quante più informazioni possibili dalle persone vicine al defunto pontefice per realizzarne un libro d’inchiesta. Arturo Tommasi, regista del docu-film sulla vita del papa, mandato dal Cobra per suoi interessi economici.

    A tutta questa faccenda, già di per sé molto ingarbugliata, si aggiunge il commissario De Santis che deve tenere sotto controllo il traffico di turisti accorsi nella capitale per il fattaccio, trovare la pronipote del prefetto, e risolvere il caso di omicidio di don Quirico. La verità molto spesso inganna e a complicare ulteriormente le cose arriva la Rossa, una donna bellissima che scombinerà tutti gli equilibri, trasformando in esclamativi i punti interrogativi che si creano capitolo dopo capitolo.

    Una scrittura cruda in una struttura narrativa raffinata e complessa, fanno di questo romanzo la lettura ideale. Una bomba ad orologeria pronta a scoppiare sulle pagine finali che arrivano in fretta, perché tutti vogliono indagare su questo strano suicidio, così poco ortodosso, e alla fine la scritta “fine” di lieto non ha proprio nulla.

    https://pulplibri.it/article/se-il-papa-si-suicida/

  • 05Giu2018

    Irma Loredana Gargano - sulromanzo.it

    E se l’inferno fosse vuoto? Intervista a Giuliano Pesce

    Avvicinarsi quanto più possibile al limite è, spesso, l’unico modo per compiere scelte diffcili, esistenziali.

    Decisioni che altrimenti non si avrebbe la giusta spinta per prenderle. E Giuliano Pesce ne L’inferno è vuoto spinge al massimo i suoi personaggi, “costringendoli” ad affrontare rocambolesche avventure che, proprio nel loro essere così esageratamente surreali, diventano punto d’appoggio per riflessioni intense sulla vita e anche sulla sua fine. Il dualismo esistenziale tra vita e morte raccontato con l’originalità che caratterizza gli scritti di Pesce e l’immancabile pungente ironia con la quale condisce il tutto e lo rende piacevole al lettore.

    Gli abbiamo rivolto alcune domande sul nuovo romanzo, edito sempre da Marcos y Marcos, incuriositi anche dal confronto con il precedente.

    Esce il nuovo romanzo, sempre per Marcos y Marcos, e questa volta sembra lei abbia voluto scrivere il libro al contrario. Mi spiego: in Io e Henry il lettore scopriva la scena topica solo alle ultime battute mentre adesso costituisce proprio l’incipit. Si tratta di una scelta legata alla storia oppure ci sono altre motivazioni?

    Di sicuro non mi piace ripetermi. Ma non è certo una scelta progettata a tavolino. La scena di apertura, con il papa che si getta nel vuoto durante l’Angelus, mi ronzava in testa già da anni, suggerita da un amico, quasi per scherzo. Per iniziare a scrivere un romanzo, però, ho bisogno di avere in mente sia la scena iniziale che quella finale. A quel punto si tratta solo di raccontare – prima di tutto a me stesso – come si collegano quelle due immagini. È come se la storia fosse già lì da qualche parte, e io dovessi solo scriverla.

    Anche ne L’inferno è vuoto il tema principale sembra essere legato all’esistenzialismo o sbaglio?

    Direi che il romanzo è dominato dall’azione e dalla suspense, più che dalla filosofia. Che poi i personaggi si trovino a scontrarsi con temi come l’angoscia, il peccato, la colpa e il peso delle decisioni prese o subite, credo sia inevitabile, poiché sono calati in situazioni estreme, in cui non possono esimersi dal cercare di dare un senso alla propria esistenza. Penso per esempio al personaggio di Bara, un gangster che, nel momento del suo massimo dramma personale, si trova – suo malgrado, direi – a riflettere su come le esistenze di tutti gli uomini siano intrinsecamente collegate e apparentemente dominate da forze che ci appaiono, in fondo, del tutto incomprensibili:

    «Se qualcuno è sopravvissuto a quella tempesta di fuoco, è giusto che sia così. La fortuna è più che un dio tra gli uomini. Perché tutti gli uomini sono solo il risultato della fortuna: la vita è una vincita alla lotteria degli spermatozoi. Tutti nascono unici, sorteggiati fra trecento milioni di girini bianchi. Nascono unici per ritrovarsi circondati da un mucchio di altre persone – tutte vincitrici – aggrovigliate tra loro, intrecciate come i fili dello stesso tappeto. Ma ognuno pensa per sé, tira in una direzione, vuole tracciare il proprio disegno. E allora tiri anche tu, senza sapere nemmeno quale senso abbia quell’ordito. Tu tiri, loro tirano; e all’improvviso è tutto finito. Come se non fosse mai successo.

    ‘fanculo.»

    In Io e Henry si percepiva molto del dualismo tra solitudine, fisica o mentale che sia, e condivisione, di vita ed esperienze. Reali o immaginarie che fossero. Ne L’inferno è vuoto invece tutto sembra consumarsi nella lotta infinita ed eterna tra vita e morte. Considerando anche che si parla di personaggi particolari con esistenze borderline, i protagonisti del suo romanzo sono persone che vogliono vivere o morire?

    «Possibile che tutti i tuoi discorsi finiscano con la morte?» chiede Bara – uno dei personaggi del romanzo –  al suo amico Beccamorto, che gli risponde: «Sembra che la vita funzioni così».

    Sicuramente uno dei temi portanti del romanzo è la tensione tra la vita e la morte. I personaggi – che siano gangster, attori o uomini di Chiesa – si trovano costantemente in situazioni di pericolo. Parliamoci chiaro: una pistola puntata alla testa spingerebbe chiunque a fare un bilancio della propria esistenza, e mi intrigava molto l’idea di cogliere i personaggi in un momento di riflessione così estremo. E poi, dopotutto, chi è in grado di cogliere il dramma della fine se non un personaggio letterario? La vita di ognuno di loro – che si concluda con una morte violenta o meno – è destinata a esaurirsi sulla pagina.

     

    Permane la sua volontà e capacità di raccontare aspetti e problemi contemporanei molto seri e attuali attraverso l’uso dell’ironia e dell’autoironia. Nonostante le avventure esilaranti che si avvicendano e si inerpicano nel giro di brevissimo tempo, riesce comunque a dare al lettore margini per riflessioni ponderate. Sono folgorazioni letterarie le sue oppure i suoi scritti rispecchiano un preciso piano di lavoro?

    Ogni storia ha il suo modo di essere raccontata. L’inferno è vuoto ondeggia tra commedia e tragedia, e credo che riesca a porre il lettore nel giusto stato d’animo per affrontare le riflessioni a cui fai riferimento: ci si trova di fronte a temi universali, come sono la difficoltà di comprendere il senso della vita e della morte, ma li si osserva dal punto di vista personaggi molto particolari, che spesso stride con il senso comune. Credo che un buon romanzo debba sempre pungolare il lettore, e invitarlo a spingersi un po’ più in là, in luoghi che non pensava di poter raggiungere e che invece sono proprio lì, dietro la pagina.

     

    Sembra esserci molto di autobiografico nel protagonista, aspirante scrittore, Fabio Acerbi e molto di lei scrittore in tutta la storia. Come si inserisce simbolicamente un papa in tutto questo?

    Più che a me stesso, il personaggio di Fabio Acerbi – aspirante scrittore, alle dipendenze di un Grande Editore che dispone della sua vita come meglio crede – è ispirato ai tanti giovani che ho visto e vedo affacciarsi nel mondo del lavoro editoriale. Spesso, da fuori, si ha un’idea della Casa Editrice come luogo di cultura per eccellenza, in cui si passa la giornata a discutere di libri e di scrittura, un luogo in cui c’è ancora tanto spazio per il sogno e la fantasia. Ma non è così: le redazioni sono sempre più piccole e i ritmi di lavoro frenetici. E molti si trovano spiazzati.

    Per quanto riguarda il papa, non credo che sia un simbolo attinente al mondo editoriale, che infatti occupa solo una piccola parte del romanzo. L’estremo gesto del pontefice si rifà semmai a quella tensione tra vita e morte, inferno e paradiso, salvezza e dannazione di cui abbiamo parlato prima.

     

    Lei popola Roma di personaggi strambi e la anima di persone improbabili le cui rocambolesche vicende solo in apparenza sembrano inverosimili. Viene naturale chiedersi se davvero l’inferno è vuoto?

    Non appena Fabio Acerbi mette piede a Roma, riceve una telefonata da un numero sconosciuto. «Chi sei?» chiede. «La tua guida», risponde una voce contraffatta. «Per questo lato dell’inferno».

    La maggior parte dei personaggi del romanzo vive una vita immersa nella violenza, fisica o psicologica che sia. Quando si parla di gangster, prostitute e spacciatori, è facile immaginarci la loro esistenza come un oceano di dannazione. Ma, se si estende il discorso anche a personaggi più vicini a noi è impossibile non pensare al Mondo come, quantomeno, all’anticamera dell’inferno. Dappertutto ci sono persone – vecchi, donne e bambini – che vivono per la strada, o addirittura muoiono di fame e in guerre inutili, scatenate dall’avidità e dal disprezzo per la vita di altri uomini come loro, mentre la maggior parte di noi sta a guardare senza fare un bel niente.

    In queste condizioni, chi può essere così arrogante da pensare di essere salvo?

    http://www.sulromanzo.it/blog/e-se-l-inferno-fosse-vuoto-intervista-a-giuliano-pesce

  • 04Giu2018

    Sara G. - ladivoratricedilibri.it

    Un salto dal balcone durante l’Angelus e Papa Goffredo è solo un ricordo che apre il sipario su un romanzo sorprendentemente pulp: L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce, edito da Marcos y Marcos.

    Mai prima ho apprezzato il pulp in uno scrittore italiano perché, per me, che mi infervoro coi dialoghi alla Lansdale e coi film di Tarantino, le aspettative sul genere sono elevate.

    Pesce però ingrana immediatamente la quarta e non scala, anzi accelera, fino alla fine del romanzo che tiene sul pezzo con un crescendo adrenalinico e impila, un pezzo alla volta, le vicende dei diversi protagonisti racchiuse in capitoli, brevi e ben strutturati, fino a formare un grattacielo vertiginoso, da cui poi è difficile non precipitare.

    Il suicidio del Papa coinvolge le vite di Fabio Acerbi che spera di poter scrivere finalmente un best-seller per la casa editrice in cui lavora e di Alberto Gasman, attore fallito, finito per fare lo scagnozzo del Cobra, criminale spietato che innesca una catena di efferate imprese delittuose tratteggiate dall’autore con irresistibile ironia, in modo da mantenere un perfetto equilibrio tra crudezza e realtà.

    Se da una parte il Papa perde la vita in circostanze particolari, dall’altra anche un conduttore televisivo, affidato alle premure di Gasman, muore stecchito dopo aver sniffato troppa cocaina e aver messo nei guai una minorenne.In mezzo a queste morti si muove, appuntita come un coltello da macellaio, un’ombra, una specie di gotico Cappellaio Matto che ruba carri funebri.

    I dialoghi – piccole, macabre, perle di saggezza – come quelli affidati a Bara e Beccamorto, i due spietati sicari del Cobra, danno improvvisi colpi di acceleratore al battito cardiaco del romanzo e a quello di chi lo legge, mentre il tessuto narrativo riassorbe la tachicardia, in un bilanciamento complessivo perfetto.

    “Cosa ti aspettavi?” chiede Beccamorto. “Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore.”

    Come in tutte le crime-story che si rispettino, anche qui non poteva mancare la bond-girl di turno che popola i desideri dei protagonisti, tutti maschi: la chiamano La Rossa, una donna di indicibile bellezza, dai capelli color della fiamma e gli occhi di puro smeraldo, che conquista il palco del mondo senza quasi proferir parola e ammanta di seducente mistero le pagine del libro.

    L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce è, in buona sostanza, un potente bolide lanciato a tutto gas verso l’ignoto, se vi piace il brivido dell’alta velocità, non pensateci su e salite.

     

    http://ladivoratricedilibri.it/2018/06/04/linferno-e-vuoto-giuliano-pesce/

  • 01Giu2018

    Francesca Mancini - thrillercafe.it

    Da poco edito da Marcos Y Marcos, dopo aver debuttato al Salone del Libro di Torino, recensiamo oggi al Thriller Café “L’inferno è vuoto” di Giuliano Pesce.

    È con una domenica a dir poco particolare che si apre questa storia rocambolesca e, a tratti, surreale: il Papa si suicida buttandosi dal balcone, durante l’Angelus, in mezzo ai fedeli, e Roma affonda nel caos. Intanto a Milano, Fabio Acerbi – agli ordini di una grande casa editrice – corre a prendere il treno per raggiungere la capitale: il “Boss” gli ha commissionato un libro d’inchiesta sulla morte del Pontefice garantendogli l’aiuto di una fonte interna e segreta del Vaticano, disposta a parlare. Per il protagonista, giovane di belle speranze che sogna di scrivere un best seller, sembra l’occasione tanto attesa.
    Poi c’è Alberto Gasman, che voleva fare l’attore, e che invece si ritrova a lavorare per Il Cobra, spietato e crudele capo indiscusso della malavita romana. Il compito di Alberto consiste nel ricevere una telefonata, prelevare l’ospite di turno e portarlo in giro per locali, ma stavolta qualcosa è andato storto: si sveglia in una saletta dell’Hype Club alle prese con visioni fluorescenti, il cadavere di un presentatore televisivo stroncato dalla cocaina e una minorenne in guai seri. Il Cobra non lo paga certo per questo, ed è la volta che lo punirà.
    È martedì, la nipote del prefetto è scomparsa e spuntano cadaveri in ogni angolo. Il commissario Giorgio De Santis balza da un verbale all’altro, spiritato: i misteri danno senso all’esistenza e a lui è scoccata la scintilla, oltre a una terribile emicrania.
    Qualcosa lega Fabio Acerbi, il Cobra e Alberto Gasman. E chi è questa donna di rara bellezza, dagli occhi verdi e ferini, i capelli rossi che cadono sulla schiena come lava incandescente, il collo leggero e fragile, e un neo sulla guancia da baciare?
    Un romanzo ottimamente congegnato quello che propone questo giovanissimo autore: la trama accattivante è fondata su molteplici vicende che si sviluppano e collegano nell’arco di tre giorni conferendo un ritmo frenetico e costante fino all’ultima pagina. Imprevisti e situazioni improbabili e bizzarre arricchiscono e completano la narrazione.
    Lo stile è fresco, moderno e spesso ironico. Giuliano Pesce utilizza poche descrizioni per lasciare spazio a dialoghi curati e “cinematografici”: i battibecchi tra Bara e Beccamorto, due personaggi singolari, fuori dal comune, sono perle di umorismo e saggezza popolare.
    È comunque una gangster story, non mancano quindi crimini, passioni, traffici di droga ed esseri umani, prostituzione, corruzione e sparatorie. Molto bravo l’autore, a mio parere, a mantenere l’equilibrio tra crudeltà e bellezza, serietà ed ironia, morte e vita, illusione e speranza.
    I personaggi sono numerosi e abilmente ritratti: ognuno di loro giocherà un ruolo fondamentale all’interno del racconto, inseguendo sogni, desideri, successo e vendetta che si intrecciano fino ad arrivare al finale insospettabile.
    «Il lieto fine? Quello esiste solo nelle favole. La vita è una merda; e poi si muore»

    http://www.thrillercafe.it/linferno-e-vuoto-giuliano-pesce/

  • 31Mag2018

    Alcide Pierantozzi - rivistastudio.com

    Opera seconda di Giuliano Pesce, L’inferno è vuoto somiglia a tutto e non somiglia a niente – com’è giusto che sia, suppongo, per un romanzo pubblicato nel 2018 da un ragazzo nato nel 1990.

    La storia, parecchio “sorrentiniana”, comincia con il papa che durante l’Angelus si butta dal balcone in mezzo ai fedeli. Su un biglietto ha lasciato scritto: «Non esiste alcuna verità, non esiste alcun dio», eppure i cattolici sembrano accogliere il gesto e la frase con inspiegabile indulgenza, tanto che molti di loro inneggiano addirittura alla beatificazione. È la prima componente weird di una storia che, un colpo di scena dietro l’altro, passa dall’essere un film di Guy Ritchie (Pazzi Scatenati) ambientato tra ricoveri di malavitosi e set televisivi, a uno di quei bellissimi noir francesi alla Japrisot (Trappola per Cenerentola), o alla Tanguy Viel (L’assoluta perfezione del crimine): uno di quei noir in cui a un certo punto arriva una donna – una misteriosa rossa, qui – in grado di far sbarellare sia il congegno narrativo che il protagonista. Anzi, i protagonisti, visto che sono due. Da una parte c’è un ragazzo che aspira a scrivere bestseller, Fabio Acerbi: lavora nel reparto “vedove” di una casa editrice ma il Grande Editore riesce a intrometterlo in vaticano con l’obiettivo di fargli scrivere un libro sui veri motivi del suicidio del papa; dall’altra c’è Alberto Gasmann, aspirante attore alle prese con il cadavere di un presentatore televisivo stroncato dalla coca e con un boss detto Il Cobra. Preti, assassini, tossici, puttane, maniaci sessuali e un commissario di polizia vecchio stampo si succedono sulla pagina in una commistione di generi che funziona molto. Quello che colpisce del libro di Pesce è la capacità di alternare i momenti duri tipici della letteratura pulp con l’afflato di certi blues, con un improvviso scarto poetico sulla pagina. In questo rincorrersi di orrore e stupore ricorda molto certi film italiani degli anni ’70, soprattutto Lucio Fulci, anche perché Pesce è bravissimo a lavorare sul setting delle scene. E non è un talento da poco, questo del setting, di come cioè far interagire i protagonisti con gli ambienti e tra loro attraverso le azioni, senza abbindolare il lettore con le frasi a effetto (che pure qui non mancano, e chi ha detto che devono mancare?). Un bel romanzo, utile anche a capire cosa gira nella testa degli scrittori nati negli anni ’90.

    http://www.rivistastudio.com/standard/i-libri-del-mese-26/

  • 29Mag2018

    Giovanni Bitetto - flaneri.com

    C’era un tempo fra i Novanta e i Duemila in cui la letteratura italiana passava una sbornia di narrazioni sopra le righe, esperimenti formali arditi, uso spregiudicato della finzione come categoria primaria.

    Erano i tempi dei Cannibali, o degli scrittori minimum fax che guardavano al postmodernismo americano come un giardino in cui giocare liberamente, ritrovando degli strumenti che, secondo loro, potessero dire qualcosa del mondo contemporaneo, o addirittura agire sulla realtà. Si credeva che quel tipo di letteratura fosse la giusta risposta a un reale sfuggente, masticato dall’universo totalizzante dei media, il simulacro era una categoria che si affermava con prepotenza, lo scrittore si misurava sul terreno delle proprie potenzialità espressive, ricalibrava gli strumenti per esperire il reale.

    I figli cresciuti letterariamente negli anni Ottanta, e dunque sotto l’egida di Tondelli, adottavano lo sguardo saturo di cinema e tv e attraverso esso rimodellavano l’ambiente circostante, non solo guardando alla gioventù come il maestro tondelliano, ma riconsiderando la società tutta. A ben guardare quella stagione – pur essendo generatrice di una certa freschezza – non aveva niente di nuovo, né era poi così ardito approdare ai lidi della letteratura americana, si trattava dell’ultima propaggine di un movimento culturale – il postmodernismo – che scavava il proprio solco a partire dalle neoavanguardie degli anni Sessanta.

    Non sono dovuti passare molti anni: le novità – di sguardo, stile, riferimenti – di Nove, Scarpa, Genna, Pincio, Lagioia e tanti altri, sono state celermente digerite dal panorama italiano. Presto l’autofiction è sorta come categoria ibrida, in egual percentuale reale e fittizia, in grado di narrare le nostre esistenze come continua frattura fra ciò che è e ciò che percepiamo.

    Allo stesso modo sono tornate quelle scritture realistiche che cercavano di opporsi – non so quanto vanamente – a un mondo fatto di pinzillacchere, meta-livelli, ironia corrosiva.

    Non so dire quale sia il panorama odierno: persino all’interno della poetica dei singoli autori si possono individuare vettori che vanno in direzioni differenti, come sempre occorrerà qualche anno per storicizzare le scritture di questi anni Dieci.

    Una cosa però mi sembra evidente: nei cascami del tragicismo dell’autofiction, nelle sempre floride epopee familiari, nelle ricostruzioni storiche del tempo che erano, nei libri di genere zeppi di personaggi cinici e disillusi, manca una categoria agitata al tempo della postmodernità imperante, e poi – di contro – demonizzata come fosse una cedevolezza: la categoria del gioco. Paradossale, perché in un tempo in cui il patrimonio simbolico di ciascuno è formato in gran parte da cianfrusaglie di un immaginario collettivo confuso, trafficare con i simboli e le narrazioni dovrebbe risultare naturale. Voglio quindi parlare di un narratore – giovane ma già al suo terzo libro – nelle cui storie ritroviamo l’entropia di una contemporaneità non per forza apocalittica, ma suggestiva, ricca di potenzialità visionarie.

    È il ritmo a scandire le storie di Giuliano Pesce: così era per Io e Henry, così è in L’inferno è vuoto, (Marcos y Marcos, 2018). Uno stile narrativo agile e ironico che si trascina dietro mille riferimenti culturali, e il turbine di azioni dei personaggi, mascherando le avventure da vicende picaresche, o adottando atmosfere di genere, fra il poliziottesco e il noir. Il ritmo è il metronomo di ogni capitolo, di ogni avvenimento sulla pagina, il tempo perfetto dei molti dialoghi che esplodono in battute brillanti.

    Il romanzo di Pesce inizia in maniera spiazzante: il Papa si suicida buttandosi dal balcone di San Pietro. Siamo già in un mondo altro in cui l’ordine ha abdicato, viene meno una figura dell’immaginario collettivo, dalla realtà senza gerarchie possono affiorare simboli e personaggi disparati, trame intricate e assurde, avventure dalla morale corrosiva.

    Affilata è anche la lingua di Pesce, che parodia la realtà, connettendosi con la nostra parte più cinica: «Gli hashtag #Papabuono, #Volatoincielo e #Comeunangelo sono diventati trending topic su Twitter in meno di otto minuti dal Grande Salto; Facebook è stato invaso da meme che riportano le frasi più celebri del pontefice. Milioni di persone hanno pianto in diretta su Instagram. In un lampo sono comparse schiere di nuovi cattolici in tutto il mondo».

    Questo evento epocale, che fa precipitare il mondo di un limbo, si pone come il motore che dà il via all’azione: due sono le storie intrecciate in maniera elicoidale. La prima è quella di Fabio, impiegato frustrato di una casa editrice che ha la sua grande occasione: poter scrivere un reportage sulle motivazioni che hanno spinto il Pontefice a suicidarsi. A causa della sua ricerca Fabio si addentrerà nel demi-monde della Roma papale, fra prelati assetati di potere e macchinazioni occultate dal mondo dello spettacolo. In questa linea narrativa si respira il mistero e l’assurdità, gli universi di cartapesta del potere che celano rapporti di dominio reali.

    La seconda linea narrativa segue le vicende di Alberto Gasman, faccendiere della malavita che deve vedersela con il suo capo, il Cobra, e con la dipartita di un presentatore televisivo, Willy Carnaroli, stroncato da un’overdose di cocaina. Questa storia si srotolerà fra colluttazioni e inseguimenti, all’affannosa ricerca di una misteriosa figura femminile. In tali frangenti Pesce, sicuro della sua penna estrosa, adotta il genere, creando un mondo fumoso, debitore di un’urbanità onirica che ricorda la Milano degli anni Settanta, e rimpinzandolo delle visioni psichedeliche di una contemporaneità in cui l’immagine è più vera del vero. Seguire il saliscendi nella prosa dell’autore significa lasciarsi affabulare da un trama piena di svolte e doppi fondi, sinuosa come l’ordine di un cosmo che vive solo delle leggi di chi lo descrive.

    Giuliano Pesce si comporta come uno sciamano dell’immaginario, rimestando nella soffitta dell’estetica cinematografica, del racconto televisivo corroso e cambiato di segno, dell’onirica realtà che si costruisce giorno per giorno attraverso i mezzi di comunicazione di massa, delle citazioni letterarie usate con acume. Un mare di riferimenti che ricorda la bellezza infantile delle costruzioni: ogni capitolo si struttura come un mattoncino di un’architettura spregiudicata, che corre verso la fine facendoci dimenticare di essere aggrappati a un ottovolante lanciato nell’ignoto.

    http://www.flaneri.com/2018/05/29/linferno-e-vuoto/

     

  • 27Mag2018

    @Casalettori - Robinson La Repubblica

    L’inferno è vuoto (Marcos y Marcos) ha la costruzione di un poliziesco atipico, di un fumetto surreale e di una metafora esistenziale.
    Un papa suicida, un aspirante scrittore, un commissario introverso e tante comparse di una malavita che regge i fili del teatrino narrativo.

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  • 27Mag2018

    Ermanno Paccagnini - La Lettura

    Diavoli a Roma Capitale perché l’inferno è vuoto

    Demenziale – nel senso di narrazione ricca di componenti paradossali – è l’aggettivo che mi si affaccia leggendo L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce. Che prosegue la linea, là solo surreale, del precedente Io e Henry, col quale ha molti punti in comune, a partire dal titolo, anche questo un calco: nello specifico il grido di Ariel nella Tempesta di Shakespeare: «L’inferno è vuoto, i diavoli sono tutti qui».

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  • 25Mag2018

    Senzaudio - senzaudio.it

    Il Papa si suicida, lascia un biglietto in cui scrivere Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio.
    Questo è l’inizio del libro L’inferno è vuoto di Giuliano Pesce per cui vi posso assicurare che non si tratta di uno spoiler.

    Questo è l’inizio che ti prende a schiaffi già dalle prime righe e ti porta a fare delle ipotesi in completa autonomia. Cosa ne sarà della fede se anche la più alta carica della chiesa mette in dubbio i fondamenti su cui si basano duemila anni di cristianesimo? Cosa ne sarà del Vaticano ora che il Papa ha deciso di commettere quel peccato che lo porterà lontano dal paradiso?
    Da qui parte un viaggio alla scoperta di Roma e dei suoi intrighi. Da un lato la Santa Sede, l’organizzazione del funerale del Santo padre, dall’altra la malavita. Giochi sporchi, Vip dediti all’alcol e alla droga, pronti a tutto per una ragazzina e una serata di sballo senza essere riconosciuti e giudicati.
    Nel mezzo abbiamo una ragazza misteriosa. Una rossa tutto fuoco dagli occhi verdi in cui perdersi che forse risponde al nome di Chiara e forse no e che come tutte le donne misteriose della letteratura porterà guai al protagonista. Il protagonista, uno dei protagonisti, è Fabio Acerbi. Ragazzo di buone speranza che lavora per un editore senza scrupoli. Ora che il Papa è morto tutti si fionderanno sul mercato degli Instant Book, ma per l’editore di Fabio Acerbi questo non basta. Commissiona al povero malcapitato un libro inchiesta che faccia luce sulle vere ragioni del suicidio del Santo Padre. Gli procura una copertura e una fonte, ma ovviamente non può filare tutto liscio. Abbiamo poi anche Alberto Gasman, che con un cognome così avrebbe preferito dedicarsi ad altro nella vita e che invece deve accontentarsi di essere uno dei tirapiedi del famigerato e temuto Cobra. Un tipo poco raccomandabile che ha le mani in pasta in ogni affare losco e, tra questi, pure quello dei sosia.

    Come potete immaginare gli elementi compressi in questo libro sono moltissimi e sono tutti godibilissimi. Ne esce quella che per me è una commedia amara in cui a farla da padrona è il sotterfugio e l’inganno. Un testo scritto in maniera fresca e divertente che stampa un sorriso acido sulla bocca di noi lettori. Una storia in cui i personaggi di buon cuore scarseggiano e quelli che sembrano vivere sempre in cerca di un modo per fregare il prossimo abbondano.

    Se nelle vostre letture c’è spazio per dei personaggi fluorescenti e graffianti allora L’inferno è vuoto fa per voi.

  • 23Mag2018

    Sara Giudice - letterefilosofia.com

    Giuliano Pesce ha esordito nel 2010 con “La parziale indifferenza” (Edizioni Il Foglio Letterario) ed è a oggi padre di altre due opere, entrambe pubblicate con la casa editrice Marcos y Marcos. È un autore giovane, forse coraggioso, e allo stesso tempo piuttosto capace di calibrare tutti gli elementi prescelti e inserirli in luoghi e situazioni ponderate sino al minimo dettaglio. Non c’è niente fuori posto, non troviamo nessun buco di trama.

    Anche il personaggio che appare nelle ultime venti pagine ha uno scopo ben preciso e nel poco spazio che gli è concesso, quel personaggio porterà a termine il compito che gli è stato assegnato. Senza “se” e senza “ma”, fosse anche il compito di morire.

    “L’inferno è vuoto” è uscito da pochissimo in libreria, ha esordito nientepopodimeno che al Salone del Libro di Torino e si prospetta un libro dalla vita mediamente lunga. È infatti possibile vedere, nell’ultima opera di Pesce, la commistione di entusiasmi giovanili da primo romanzo e consapevolezze da autore già affermato. Pesce sembra proprio questo: un giovane autore che ha imparato tutto dalle due precedenti pubblicazioni, ma che non può distanziarsi dall’entusiasmo della prima volta. Formula vincente.

    La storia de “L’inferno è vuoto” sarebbe complessa se non vivessimo nell’epoca dei plot twist, degli spoiler e della serialità spinta. È semplicissimo seguire l’intreccio in cui il protagonista si trova incastrato, tanto da non poterne uscire ed essere costretto a perirne le conseguenze – finali, più che altro.

    Si parte con un giovane pieno di speranze e si finisce ai piedi di una montagna di non-personaggi perfettamente costruiti. Pesce, infatti, è capace di usare qualsiasi tipo di mattoncino proteico-letterario per costruire personaggi sempre credibili, con cui non si può sempre empatizzare, ma di cui si possono sempre capire le intenzioni. Pesce è in grado di spiegare, senza troppi giudizi fini a loro stessi, i desideri del carnefice e della vittima e di distribuirli perfettamente sul puzzle dell’intreccio narrativo. Tutto torna, anche se il lettore continuerà comunque (si immagina) a sentire un certo disagio apocalittico nei confronti di una storia che inizia e finisce ma non smette mai di iniziare e finire, iniziare e finire, iniziare e finire. Si attacca al lettore siccome sanguisuga.

    La retorica infernale è il velo più o meno sottile sul quale si adagiano personaggi positivi, negativi, schizofrenici. Traffici di droga e esseri umani terminano il quadro, che sempre sul bordo della credibilità. Il tono di fondo è surreale e grottesco, ma ogni passo avanti non è mai un avanzamento verso l’assurdo “tanto per”. Il ritmo è progressivamente accelerato, finisce per diventare turbinoso nel passaggio di testimone fra gli sguardi dei tanti protagonisti di una storia che mette tutti sullo stesso piano. Facciamo tutti la stessa fine.

    Tutti superano il limite, Pesce non lo fa mai. Guarda da dietro la linea di partenza i suoi figli che corrono verso il baratro del traguardo, la fine di un vicolo cieco su cui schiantare un’automobile lanciata a tutta velocità. Si succedono in una corsa al cardiopalma verso cosa? Successo? Capricci? Vendetta? Tutto questo e molto di più. Hanno tutti desideri, sono tutti peccatori. Ognuno di noi è in grado di distruggere sé stesso per uno scopo più alto, sempre e comunque egoistico.

    http://www.letterefilosofia.com/linferno-e-vuoto-di-giuliano-pesce-una-recensione-di-sara-giudice/

  • 22Mag2018

    Giorgio Minelli - temperamente.it

    Venerdì scorso sono stato alla libreria Verso a Milano (riuscitissimo esperimento edito-culturale, che fa dell’indipendenza e della peculiarità dei titoli proposti sue fiere bandiere) alla presentazione del libro L’inferno è vuoto, del giovanissimo autore Giuliano Pesce, classe ’90.

    Ero stato incuriosito sia dal titolo del libro sia dalla presenza in veste di moderatore della presentazione di Alcide Pierantozzi, prolifico scrittore che ho avuto l’onore di conoscere di persona. Inoltre l’incontro è stato davvero interessante – come molti degli appuntamenti di Verso Libri, che vi consiglio di tenere sott’occhio e frequentare, se siete alla ricerca di eventi non scontati relativi ai libri – grazie anche alle letture del bravo attore Federico Gariglio e ad una buona dose di alcool: aggiungendo solo un paio di euro al prezzo del libro, si potevasorseggiare un cocktail punch dedicato al Cobra, uno dei protagonisti delle pagine di Pesce (forse il mio preferito).

    Ma veniamo al libro.
    L’inferno è vuoto è un hardboiled che parte subito in quarta e non fa che accelerare fino al frenetico finale. Del resto non poteva che essere così, per una storia che comincia nientemeno che con il suicidio del Sommo Pontefice durante l’Angelus domenicale, di fronte alle televisioni di tutto il mondo. Il messaggio che il Papa lascia al mondo rende tutto, se possibile, ancora più strano e, per certi versi, sinistro:

    «Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio.
    Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio.»

    È facilmente immaginabile il caos che va creandosi a seguito di un fatto di questa portata: città di Roma in tilt per l’arrivo dei fedeli e fili da burattinaio tirati per confermare o accrescere il potere da parte di personalità senza scrupoli.
    È un’occasione d’oro anche per Fabio Acerbi, che se gioca bene le sue carte potrebbe scrivere un best seller sull’accaduto e fare il tanto agognato salto di qualità all’interno della casa editrice per la quale lavora.
    Anche Alberto Gasman (con una sola n, non ha parentele con il famoso attore) è travolto dalla situazione, anche se a ben guardare avrebbe molto altro a cui pensare, dato che il noto presentatore Carnaroli, alle cui proprie cure era stato affidato, giace riverso al suolo dopo una nottata di esagerazioni e oscenità.
    E cosa mai vorrà quella rossa dagli occhi del color dello smeraldo che sembra essere ovunque, durante gli accadimenti nevralgici?

    I personaggi del romanzo sono davvero molti e ben caratterizzati (quasi tutti maschili, per espressa scelta narrativa) ma, come fin da subito anticipato dall’autore, potrebbe essere davvero sconveniente affezionarsi a qualcuno di loro, dato l’elevato tasso di mortalità.
    L’inferno è vuoto ha un ritmo frenetico che scorre veloce, ricco di espedienti narrativi misti a numerosi insegnamenti morali che lo scrittore inserisce tra le pieghe della narrazione, che possono divenire delle piccole fonti di ispirazione -true story.

    La lettura de L’inferno è vuoto è consigliato a tutti quelli in cerca di emozioni febbrili e non deboli di cuore, cui si aggiunge il mio personale auspicio di leggere presto nuovi scritti di Giuliano Pesce.

    Giuliano Pesce, L’inferno è vuoto, Marcos y Marcos, 2018, € 18

     http://www.temperamente.it/recensioni-3/giallo/linferno-vuoto-giuliano-pesce/

  • 17Mag2018

    Fiorella Fumagalli - Tutto Milano La Repubblica

    Personaggi ispirati alle regie di Quentin Tarantino, una scrittura affilata, una storia spiazzante: dopo Io e Hanry, premio Fiesole under 40 2016, a 28 anni Giuliano Pesce presenta giovedì 17 alle 19 alla Libreria Verso, in corso di Porta Ticinese 40, il nuovo romanzo L’inferno è vuoto (Marcos y Marcos).

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  • 10Mag2018

    Sandy Mercado - stambergadinchiostro.altervista.org

    “E la vita è solo un orribile limbo che separa la nascita dalla morte.”

    “L’inferno è vuoto e i demoni son qui!”, scriveva Shakespeare ne “La tempesta” e a distanza di quattrocento anni Giuliano Pesce fa di quell’espressione una realtà concreta nel suo nuovo romanzo in uscita oggi per Marcos y Marcos. Quasi come una vera e propria tragedia gli avvenimenti si svolgono in tre atti, rappresentati in questo caso da tre giorni diversi: domenica, lunedì e martedì.

    Tutto comincia con la morte di papa Goffredo, che apre una ferita nel cuore dei suoi fedeli. La notizia infatti spacca il mondo in due, da una parte c’è chi vuole saperne di più mentre dall’altra chi lo piange. In questo clima di divisione assoluta Fabio Acerbi ancora sogna di diventare uno scrittore affermato e quale miglior modo se non scrivendo la storia che possa rendere il suicidio del papa un’istantanea di un momento che rimarrà impressa nel tempo. Dall’altra parte invece Alberto Gasman ha rinunciato a una carriera nel mondo del cinema per intrattenere qualunque personaggio il Cobra voglia affidargli, ma è mentre sta tenendo tra le mani una patata bollente che le cose prendono una piega diversa. Come se non bastasse, il Cobra, l’uomo dietro le quinte che tiene in pugno la città cerca di coronare anche lui un suo sogno, forse l’unico di cui realmente gli importi. E poi per ultimo c’è lui, il commissario De Santis, una pedina non facoltativa dentro un’equazione impossibile.

    Ignari di tutto, la vita di quattro individui si intreccia e si snoda seguendo il crescendo di un ritmo sempre più contagioso che spinge loro ad inciampare e rialzarsi per poi inciampare ancora, quasi come se fosse stato scritto nel copione che l’unica azione che potevano compiere fosse quella di inciampare e cadere.

    Tutti i personaggi sembrano muoversi come burattini manovrati da un grande maestro che si cela dietro le quinte di questa magistrale farsa.

    ”La felicità è tutta qui: un’estasi rapida. Neanche il tempo di assaporarla e già svanisce: scivola nei ricordi, invecchia alla velocità della luce. Nei casi migliori evapora senza lasciare traccia, in quelli peggiori si trasforma in rimpianto.”

    Giuliano Pesce è riuscito a catturare la mia attenzione sin dalla prima pagina, ma poco a poco mi sono resa conto che quello che stavo leggendo, oltre ad essere un romanzo dinamico e ben costruito, si è rivelato anche un ottimo esempio di una messa in scena teatrale, enfatizzata nei punti giusti e travolgente in tanti altri.

    Da sempre si pensa che la fotografia rubi l’anima delle persone, ma in questo caso è stata la penna dell’autore a farlo, perché i suoi personaggi hanno quel giusto grado di imperfezione che li rende reali, come se fossero persone vere, smascherate davanti al pubblico che mostrano la loro vera faccia, quella che di solito è nascosta da un sorriso finto o da un saluto forzato.

    A conti fatti le vicende narrate accadono in tre giorni soltanto, che però sembrano quasi dilatarsi visti dagli occhi dei protagonisti, come se il tempo si piegasse per dar loro lo spazio necessario a tutto ciò che devono fare, senza lasciare loro un pretesto per non agire, una sorta di piccolo inferno sulla terra.

    Ogni sua frase è come una poesia, anche prese singolarmente racchiudono un significato che li rende completi così come sono, ma poi succede un miracolo qualcosa di inaspettato: continuano.

    La penna dell’autore è molto allenata, capace di ammaliare con le parole chi legge, tenendolo incollato alle pagine, nonostante la storia sia semplice da comprendere sono i dettagli che catturano l’occhio.

    La domenica lascia spazio al lunedì e le conseguenze di tutte le azioni sbagliate si ritorcono contro i personaggi e poi nel martedì raggiungono l’apice esplodendo come fuochi d’artificio. Questa è la prima volta che mi imbatto in un romanzo di Giuliano Pesce e per questo devo ringraziare Marcos y Marcos, non solo ho scoperto una lettura coinvolgente ma in più mi sono resa conto di averlo divorato in così breve tempo da sentire ora l’astinenza per un nuovo romanzo.

    “L’inferno è vuoto” è un viaggio nell’anarchia più assoluta, all’interno di un girone dell’inferno mascherato come il palcoscenico di uno spettacolo teatrale.

    http://stambergadinchiostro.altervista.org/recensione-inferno-vuoto-pesce/

  • 04Mag2018

    Redazione - Il Venerdì di Repubblica

    Un Papa si suicida. Sullo sfondo di quella che sembra un’apocalisse, a Roma si muovono strani personaggi:

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