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L’indifferenza naturale

Archivio rassegna stampa

  • 21Ott2018

    Stefano Vitale - ilgiornalaccio.net

    Libro complesso diviso in 11 parti, che in realtà è costruito in maniera circolare. I vari capitoli, le sezioni ritornano su se stesse in una spirale che modifica il paesaggio poetico, come in una grande variazione sonoro-poetica. Il libro è come le barene, quei terreni di forma tabulare e incerta delle lagune che periodicamente sono sommerse dalle maree e che quindi riemergono in forma diversa.

    La barena poi, nell’etimo, pare derivi dal veto “baro” che indica un cespuglio o un ciuffo d’era. E qui le metafore si moltiplicano. La poesia è quel cespuglio, quel ciuffo d’erba, punto d’osservazione fragile, ma che sta dentro la cosa che si osserva; la poesia registra gli eventi, vi assiste e ne fa parte come una forma naturale anch’essa.

    Il libro di Testa ha questa vocazione: descrivere il mondo naturale e quello delle lagune venete in particolare. Ma lo fa con un meccanismo interessante. Non si tratta di mettersi da punto di vista delle emozioni dell’osservatore, ma dal punto di vista del respiro reale delle cose che, siam pure osservate, fanno parte del quadro della natura. Solo così si comprende il senso dell’indifferenza naturale che sta nel titolo.

    Guarda la vita che anonima fermenta
    Il ritmo uguale dei giorni senza meta:

    da qui ti parlo, da questa indifferenza
    che nel torpore consuma le cose:

    le senti in aria, le gemme già esplose,
    come chiaro e tremendo il verde incomba?

    lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
    l’incuria mi ha preso alla sua lenza. (pag. 17)

    Certo il rifermento più evidente è Leopardi (ovviamente lontano nello stile, nel lessico, nel tono) ma la questione non è strettamente leopardiana. Testa vuole porgere al lettore la sua riflessione sulla non riducibilità della natura all’umano, ma al tempo stesso immerge l’uomo nella natura perché ne fa ovviamente parte. Testa non rinuncia allo sguardo umano, ma lo scopo è liberare le cose viste dalle sovrastrutture “la mente rumina le cose/ le afferma nella sottrazione”. Programma che è anche linguistico: la sua scrittura è sempre secca, sontuosa, ma diretta, precisa anche se barocca talvolta. Il paesaggio lagunare è statico, stagnante, lunare e la poesia si immerge in questa atmosfera ferma. Invece è mossa e sonante la parola. Testa fa largo uno delle rime, cerca il canto e musicalità dei termini come se alla immobilità dei soggetti possa corrispondere comunque una mobilità del testi. Il che rende la lettura, che certo non è facile, più fruibile.

    O erano poi ailanti
    quelle foglie in fuga
    sotto i colpi ustionanti
    in una gelida congiura
    di un pomeriggio così lento
    a consumarsi, a sfarsi,
    erano quindi ailanti
    o un ostinato errore
    e piante senza nome
    li avevano avvinti
    e resti amanti? (pag. 24)

    Occorre anche lasciarsi andare ai sortilegi visivi e sonori di questa poesia per apprezzarla. E la cosa è interessante e originale. Questa ricerca poetica trova un suo ulteriore spazio nell’uso della tecnica dell’Haiku. Non stupisce: esso è tipico di una poesia orientale della natura. E l’atteggiamento di Testa è vagamente simile: una poesia che vuole essere essenziale, fatta di versi brevi. Lui non scrive Haiku tradizionali, ma poesia in forma di haiku come avviene in “Campi d’acqua” e qui di nuovo c’è come un andare e venire dalla mente, dal pensiero alla visione delle cose mettendo la mente nella posizione di svuotarsi da idee preconcette, da emozioni inutili e retoriche per cogliere l’emozione pura che emerge dal contatto con la cose reale.

    L’orizzonte intravisto
    sui campi d’acqua
    inonda la tua mente

    una tazza di latte
    il sole appeso
    sui pioppi nella nebbia

    solo macchie negli occhi
    sui campi arsi
    i radicchi decomposti

    i container immobili
    tra i pioppi neri
    ansanti animali. (pag. 53)

    C’è un che di ascetico in questi versi che affascinano, che provocano un effetto di straniamento metafisico. La sezione centrale “Gloria e i gelsi” introducono però un evento nuovo: “noi, saremo presto invasi dalle foglie,/tu, crescerai paziente nell’aspetto dei giorni”. Il poeta torna ad una dimensione “terrena” e fa corrispondere natura e umanità, il crescere della vita è il frutto di uno scambio e le persone si mescolano con la natura, divengono natura.

    E non ti chiamo per nome
    ma ti penso come a una cosa buona
    e intensa e luminosa e viva
    che una sera su un argine s’è accesa (pag. 62)

    Questa tensione rimane centrale sino alla sezione “Un giorno tra i viventi” dove torniamo al clima della “natura morta”, della descrizione fredda ma coinvolgente del farsi e disfarsi della natura per poi virare di nuovo in “Bancali” verso una metaforizzazione dell’esperienza umana in chiave naturale.

    Se tutto è putredine, i granchi morti tra le alghe
    sulle secche screziate dell’ultimo sole,

    i petali sfatti della buganvillea sul selciato
    come domande che cerchiano la testa;

    se tutto è fermi, o nell’ora stagnante del declino
    un lancione gira in tondo su se stesso,

    anche la distesa piatta del tirreno è laguna
    una tavola estiva imbandita di sale;

    e mentre il ferry stira le pieghe sull’onda
    in apnea i tuoi pensieri si calano a fondo,

    e tra i ciottoli rotondi, a misura di tempo
    scalpellano con il corpo una natura morta con torso. (pag. 89)

    La conclusione del libro è emblematica: Testa raggiunge il suo scopo, quello di condurci in un luogo immobile, sospeso, metafisico che a me fa pensare, in prosa, alla scrittura di Gianni Celati (e penso a “Verso la foce”) e in poesia a certi passaggi di Sereni ed anche alla pittura di Hopper:

    l’impermanente, il filo che si perde,
    l’ansia, la bava che cola dalla bocca,
    l’inapparente, l’acqua sulle foglie,
    la trafittura che più non ci tocca;
    era questo, e non è più nominabile,
    iridescente, il manto d’apparenza:
    la ghirlanda stesa, sul cuore immobile,
    immobilmente spende dell’assenza. (pag. 117)

    https://www.ilgiornalaccio.net/libri/lindifferenza-naturale-di-italo-testa/

  • 07Ott2018

    Livio Partiti - ilpostodelleparole.it

    In un paesaggio aperto, luminosamente prossimo e distante, la vita ignota fermenta dai fossi; ma è vita in bilico tra costruzione e sottrazione, tra abbandono e desolazione.

    Nulla, nella luce che irradia dal cuore di questo libro, luce d’acqua e di neve, luce selvatica d’ailanto e di barena, nulla parla di idillio: tutto è stupendamente indifferente, sordo al turbamento umano, alla fatica dell’essere che in quel paesaggio si muove a tentoni, ammirato e annichilito. Così un grande fondale naturale accoglie senza neppure avvedersene il desiderio di felicità dell’esistenza, il suo tentennare tra pieno e vuoto. Come un grande linguaggio segreto e perturbante, sommosso tuttavia dalla tensione dello sguardo che lo fruga: tensione che sarà di parola mai ovvia e di ritmo costantemente sperimentato, tensione appena dissimulata dietro la conquistata trasparenza, che a tratti rasenta il gelido nitore, del verso. A questo splendore muto / che m’allontana / a questo terrore / che mi richiama: così, nella lucida coscienza di una preda, rintoccano le forze oppositive da cui L’indifferenza naturale di Italo Testa è felicemente attraversata.

    Nel clamore

    e a ogni cosa sospeso
    nel clamore, nel vento
    di un bianco lontano,
    nel volo dei fossi

    all’acqua che ghiaccia
    a ogni cosa sei preso,
    per la pena del freddo
    smesso il cappotto

    distendi la mente
    sulle forme dei corpi,
    e al peso che incombe
    tu levi il rilievo

    e alla lingua dei morti
    prepari il sentiero.

    Italo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia.

    Tra i suoi libri di poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016), i camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013), La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto (in Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010), canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005), Gli aspri inganni (LietoColle, 2004).

    Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident dj su «Le parole e le cose» e collabora con altri lit-blog. Pubblica la rivista/poster «2×2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia.

    Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

    https://ilpostodelleparole.it/libri/italo-testa-lindifferenza-naturale/

  • 04Ott2018

    Vladimir D'Amora - criticaimpura.com

    Essendo che: la scrittura della poesia di Italo Testa è semplice: piegata-una-volta; ed essendo che: la scrittura della poesia di Italo Testa è una esperienza pericolosa: por-perior: ché esige conoscenza immediata diretta (peritia): esperta del periculum: in un incontro con certe resistenze: porta-porto: con la durezza di soglia di mediazione: experientia teste…

    Ed essendo che Monsieur Teste: è davvero chi non possa morire, ma solo ripetersi all’infinito?… – L’indifferenza naturale  e Anafore. Per una teoria della poesia sono la loro coincidenza…

    primo titolo:

    Italo Testa
    o dell’oblio poetico

    Che cosa lascia accadere – questa-poesia?
    Se ci atteniamo al protocollo critico e pure di uno storicismo complicato nelle catastrofi e nei disastri delle cose postume…: ossia complicato dall’oggi, (che è) una protocollarità che accade quasi obbediente nelle situazioni pubbliche quali presentazioni recensioni com-memorazioni – possiamo trovarci afferrati da una verità indugiante spesso come evento, ossia nella distanza percorribile, praticata: tra questa, qualunque singolare, poesia e le sue figure di storificazione: questa, e la poesia, rischiando di accadere sì ma tuttavia sempre come demandata alle sue stesse perversioni corruzioni proversioni – alle sue figure. Per cui la dignità e anche la cogenza di ogni sua apertura in prosa ossia in storia: rischia sempre di dettarsi come la cerca, anche venatoria, di quelle sue segnature, di quelle sue disponibilità immagini-fiche, che la rendano acconcia appunto alle sue schiusure figurali: alle sue con-figurazioni condivisibili paronamicamente da destituire anche. Insomma: l’evento poetico, proprio quanto più sia cacciato (fiutato afferrato…) nella sua appropriazione, tanto più sarà l’innesco di espropriazioni, che gli si possano calzare come un addicimento necessariamente che ce lo possa dispensare: come se una presentazione poetica potesse risarcirci – oggi – dell’onere e della abitabilità poetici…!
    Insomma: un evento pensato ossia nominato ossia ritratto dalla inaggirabile elusione di ogni sua perdita: non è l’accadere di questa poesia: non è, questa poesia, la pratica del venire meno delle sue figure di verità… E ciò perché la poesia né lo è, un evento, né lascia accadere eventi, né li lascia sopravvivere… Cioè?

    Come da Italo Testa, La indifferenza naturale:

    Sia una specie della fioritura nel tunnel della metro: come una perturbazione sia; e il perturbante sia quella anomalia producente e non prodotta dalla metropoli e dalle sue normazioni non solo linguistiche… Come accade una perturbazione se ad accadere è la (sua) addensazione ossia poematizzazione? E se è dal chiarore che vengono e se è al chiarore che tornano – i perturbanti?

    Il perturbante non è ragione di altro ossia di una parola-praticata come causa del perturbare, ché è il perturbante stesso e questo è poetico: a incaricarsi di svolgersi nelle sue stesse ragioni… Ma, allora, che cosa accade a questa-poesia (di Testa…) se il suo destino di origine ossia i suoi inceppi ossia la sua ‘contropoeticità’ è proprio quanto essa come in una radura naturaliter poetice aporetica ossia… ferita, lascia che le accada?

    Testa è poeta di coincidenze di cadute la cui simultaneità di relazione è, proprio essa, ciò che resta – del cadere comune… Poeta di catastrofi con chiarore, ossia di cieli versati poetati in più di un verso: poeta di un cielo munito di un clarissimo elio-tropismo: poeta versato a sottosuoli sub actu a portata di… mano: e da maneggiare come resti cui si possa rinunciare. Poeta, cioè, non commentabile perché poeta esigente ossia senza che la sua memoria poetica debba accusarci di negligenza ossia di empietà – qualora non la mandassimo alla memoria.

    Come un sottotitolo:

    Come ripetere attese senza oggetto… Come iterare de-lusioni… La poesia come uso dello zero

    Solo…?

    Solo poeticamente può darsi una coincidenza ossia la simultaneità sposata a una scimmia…?
    Perché la poesia addensa quelli che sono letteralmente etimologicamente equi-voci…? Un programma (filosofico) di oltrepassare l’evento e di un Uso, per cui pratica e uso, proprio nella, e non dalla, loro equivocità ossia prosaica riducibilità, assumano il rango di termini ossia di parole pensanti e di pensieri come gesti…, sono sempre e soltanto né compiti né doti del poeta: ma (i suoi) poetati: sono deposizioni di figure e maschere e di ruoli e missioni e di ambigue postazioni tra la performazione e la istallazione: tra la inappariscenza e la doxa…?

    Per un ascolto…

    Indeterminatezze
    Indecisioni
    Metamorfosi
    Entità proteiche: proteiformi

    Se ciò: se esse cadono in un avvenire e, cioè, come zanzottianamente logos erchomenos una parola di avvento ossia che nel chiarore torna…

    Allora…

    Pratica…

    Uso…

    … sono termini di un chiarore e di un lucore di disastro e di catastrofe, ché guardano e sotto e in alto e al terracqueo e all’uranico: vi guardano per e in coincidenza: il poeta cade insieme alla parola sua al suo elemento…

    Questa-poesia deve non restare quindi deve scagliarsi stagliarsi nella impermanenza…

    Deve- disamorarsi – disamorarci…

    Può- istituire statuire: un collasso una coincidenza: il coincidere è wesung non wesen: è una ad-verbialità: accade: si dà come distanza stanza del corpo e della sua immagine: come rinuncia a ogni immagine non colta nel suo stesso sottrarsi.

    E’ un caso, che il tonos la misura elegiaca coincida cada insieme con quella innica: l’armonia aspra con la dolce – come?

    Con i nessi relativi…

    Relativamente-a…

    La indifferenza è ellenisticamente postura scettica: sospendere il giudizio: epoché: epoca pro-duce esponendosi il soggetto: fa epoca il poeta come sospendendosi in una adiaphoría indifferenza: si situa in una postazione kenotica vacua: in-attesa-di: della natura: che è gratia dono: donarsi di una sottrazione: di una catastrofe: di un disastro: di un cum-cadere di dio e del creato, del creaturale: di monstra che sono il loro stesso muto presente esserci di abbaglio… E il poeta è o, meglio, sia l’innescatore di dispositivi di re-lazioni: di un incidersi scritturale come un portare il segno alla sua scaturigine e alla sua destinazione: al suo presente come concomitanza coalescenza coincidenza cum-cadere di avvenire, di domani e di origine, di inizio: nella significatività di uno stallo: di un chiarore, la cui grana di presenza e di incidenza sia non altro, che la sua stessa naturalità… Perché è naturale ossia umano, che il poeta si esponga a Iddu stromboliano ossia a un limite ossia a una musa minuscola perché feriale sub manu: a portata di verso: di ritorno al suo avvenire: e questa musa è – quindi di poi – una ninfa abbattuta nella e dalla sua stessa luce di inizio: di ispirazione: nel suggere essa stessa il gravame della sua primordiale promettente inizialità… Prima dell’inizio – Hegel docet… – prima del primo: è il contraccolpo controbalzo (del)la dialettica in arresto in immagine stallo… Quindi: se philosophus docet: se il pensiero pende naturaliter alla statuizione della controparola: il poeta è il portante nel suo transito stesso di tale archeoinizialità: di questo esporsi vuoto al vuoto come limite come praticarsi di letizia quanto di strazio… E il disamore in fine: non è una philia amicizia per la ninfa che decaduta sia l’offerta dei suoi disiecta membra; ma è una abitudine – una affezione, un affezionarsi (hic est poesia!) alla caduta che apra resti non soteriogicamente miracolisticamente incaricati di lasciar sopravvivere occasioni kairoi dies di reintegrazioni di una natura salva: ma piuttosto torsi di originario: di originalità: brandelli del domani ossia – abiti di rinunzia.

    Questo-poeta è sempre (un) innamorato: desidera la sua madama la madama che, prima di afferrarlo, lo sappia avvistare… E madama è la lingua: il poeta è chi ami la sua costola di lingua come l’intero di quelli – i soggetti tutti linguistici… – che egli è, e di quello che Ella è: il poeta si ama… E amarsi è rischio narcisistico rischio di immagine: la lingua è la imago del poeta; ed è la abissale esposizione alla ninfa lingua che a forza di levitare e a furia di portarlo in fretta alla sua proiettiva dicibilità: in questa stessa stasi abitudine hexis di vita lo condanna a una re-latività: la lingua ha da dire ossia insieme può deve: agglutinare (Testa scrive – deve iscrivere – che è il pensiero, la ruminazione…) a portare il gravame della cosa: la lingua del poeta dicendo se stessa dice la cosa la vita la res: ed è questa coincidenza simultaneità stessa, che è la mostruosità scandalosamente feriale inapparente presente di ogni an-ipotetico: del Buono: non solo poetante non solo pensante: altro: Altro: alterità.

    secondo titolo:

    Italo Testa
    o di una presunta emorragia – dalle forme

    Ma – come se non solo si volesse concludere che il… troppo storpia!, allora così si avrebbe da chiedere: perché accade questo?
    Perché data la relazione: e la lingua, la scrittura, la poesia sono (forme e eventi: figure e vite della) relazione: data una relazione tra una soggettività umanità come indifferente e una natura che raccoglie sia il naturale, sia ciò che è storico, e umano e artifici…: tra una indifferenza come sospensione del giudizio e come farsi vuoti vacui disponibili esposti, e una alterità naturale ontologica che è mostruosamente proteiforme e metamorfica: chiedersi: che cos’è questa loro relazione? Ossia: che cosa media tra questi sì fatti: e-vocati poetati, poli sì da consentire che, appunto, ci sia come fatto, come prodotto, come poetato: un intervallo: uno spazio di gioco di tempo: uno iato: un agio: di mediazione?

    La indifferenza qui – è il trascorrere del soggetto da una persona grammaticale all’altra: è una indeterminatezza la cui vacuità è ottenuta poetata fatta per eccesso parodico: eccedenza però di parodia proprio: per elettrificazione e tensione: gioco tensivo di eccessi…: della sua stessa consistenza grammaticale linguistica: tutte le persone non ne fanno alcuno, di soggetto: la soggettività non solo è la sua indifferenza di collasso ma al suo stesso collasso è indifferente: collassando in una frammentazione spudorata verbosa ipertrofica ne resta poco (di) ferita: tanto ferita da non poterne accusare cicatrice alcuna: se non la grammaticalizzazione del ferimento stesso… E intanto: in e a tanta-indifferenza: la natura altra e oggettualmente presente nella sua alterità assordante e tumultuosa di cangiamento e di feticizzazione ossificazione del mutamento stesso: questa natura non è altro, che l’essere la physis l’insorgenza di quella vicenda di indifferenza della soggettività, di un’altra-umanità…

    Siamo, quindi, provocati a una confusione non caotica, e sia che siamo nello spettacolo del nichilismo… Come lo abita Testa poeta: quale agio di rapporto, quale gioco, quale intervallo, quale amore il poeta può pro-durre perché la nostra distretta epocale, la nostra e umana e sua e altra: vicenda nichilistica né sia rimossa smentita denegata né meramente illusoriamente economicisticamente trattata come un che di solvibile liquidabile risarcibile?
    Questa-poesia: che abito di amore: che farsi lingua è: di disastro e di catastrofe: per una terra che sia tenenza del suo sprofondare: per un cielo che sia il chiarore del suo sfrangersi?

    L’intervallo poetico e, cioè, la amabilità e, anzi, la appartenenza stessa della lingua di una poesia a quanto è Amore, ossia al desiderio mediatorio intermedio intermediario: mediale: la poesia e l’amore come viventi come il rischio stesso del narcisismo formalismo e della fantasmaticità consumantesi come feticcio di assenza, ossia come oggettualità depravata ossia telicamente insistente nella sua cosalità: l’agio che la poesia è, non può che esporsi come rischio: come pericolo esperto della sua stessa grana di esperienza. A dire: nell’intervallo il poeta-crea senhal: crea annunzia l’intervallo come tensione: discrasia: parodia: tra cosa e nome: tra vita e forma: tra mondo e linguaggio… Una-poesia è la abitudine, quindi, ad abolizioni: a vite esotiche ossia intronate nella loro distanza. Una-poesia non presuppone il mondeggiarsi come un fondo di appropriazione: come una prosa situabile nelle traversie della eccezione ossia della inclusione per mezzo di esclusione; bensì non altrimenti che inscenando sintesi disgiuntive tra nome e cosa ossia intervallando indifferenza e natura con inestensioni figurali (la ninfa abbattuta… il disamore…) la lingua che una poesia è, attende non una, ma a una intensità di non altro, che di prosa. La prosa, il mondo sono, cioè, poeticamente: la lingua è linguisticamente: adagiata in una tensione interna (intentio non da in-tendere, ma da intus-tendere…): in una possibilità. In una pratica: in un uso: in una voce? In un segnale? In una storia… Di progressione la cui marca non è altro che un presente cui si fa il… verso.

    Il gioco di intervallo, abitato da snodi a rischio di incidente…, cui siamo, da Testa, assegnati è la pratica, il transito stesso, come venir meno delle figure ossia come deposizione (una visibilità impassibile: un rimando energetico) rappresentativa… Ma, perché in tale distretta: oggi è il poeta, ossia chi crei – per oggi – la sua stessa salvezza, la sua stessa esigenza di non altro, che di critica?
    Perché il poeta è l’unico tra gli angeli che possa testimoniare ossia che possa. L’unico cui la figura sfigurata gli sia natura denaturata.

    L’unico cioè che, essendo co-stretto dal duplicarsi capitalistico postspettacolare feticisticamente fragile di ogni doppia vincolarità: debba-volere-di potere: l’unico a trovarsi montato ossia a insorgere negli strappi: della vita… E la vita a questo-poeta viene come lingua, ossia come una lingua da cui evadere sia come per il proletariato non marxista ma marxiano: come per l’ebreo heideggerianamente nero: come una vita che negandosi abolendosi: sapendosi, cioè, da lontano: sì esotica…: sia vita… Questa-vita solo poeticamente è prodotta come una lingua la cui violenza sia amabile: ché il poeta è nudo quando e dove sia la violazione della sua stessa nudità: se possa-testimoniare il ritmo, cioè, del suo silenzio.

    Perciò si rifletta tanto: il e ogni mondo è versato in una progressione che lo e ci rende affezione di non altro, che di alterità cui apparteniamo non altrimenti, che dovendocele e dovendole più che nominare, appunto ipernominare definire?: rappresentare in una insistenza intensità iterazione di null’altro, che della relazionalità stessa… Dato questo, ossia un presupposto il cui ingombro è appunto la sua stessa liquidazione: ci troviamo a poterlo, né volendolo né dovendolo: essendo volontà e dovere null’altro, che il reale proprio della presupposizione: nella quale appunto troviamo noi: ossia: ne siamo il potius: un-possibile… Ergo: se: la prosa è questa cattura del catturare: il suo possibile adagia: gioca non altrimenti, che da una interiorità meramente esibita… E come trema intus una alterità, se non poeticamente, ossia esponendosi come naturale: come indifferente: come un paradigma di relazione ossia come: per una vita finalmente contenuta da alcuna forma e per una forma finalmente incistata in alcuna vita? Se posso vivere: voglio e debbo vivere – sebbene il volere e il dovere siano realia, la cui tenenza sia, appunto, consumazione, appunto, di una esigenza… La poesia è, quindi, un possibile solo alla portata di ogni reale che finisca nel suo stesso mondeggiare: abitando degli zeri creduti e troppo – creduti.

    Sommariamente: questo-poeta nella e per la sua fine nella scrittura ossia per la sua testimonianza di finzione: proprio in questo: interrompe la sua stessa fiducia nella incredibilità di una vita. E vi impresta durata.

    https://criticaimpura.wordpress.com/2018/10/04/usando-testa-un-saggio-di-vladimir-damora-sulla-poesia-di-italo-testa/

  • 27Ago2018

    Salvatore Azzarello - midnightmagazine.org

    “Guarda la vita che anonima fermenta”

    Nei corridoi dell’Università di Lugano un pomeriggio di giugno incontro Fabio Pusterla, mi dice che ha letto i miei articoli sul suo ultimo libro e sulla raccolta di Meschiari e aggiunge “se ti sono piaciuti quei due libri devi assolutamente leggere questo”; e detto ciò mi porge in gentile omaggio un oggetto delizioso, con una copertina in carta ruvida azzurrina decorata con foglie in varie sfumature di blu.

    Il titolo recita L’indifferenza naturale di Italo Testa, l’ultima uscita della collana da Pusterla stesso diretta per la Marcos y Marcos.

    La raccolta poetica di Testa ha le due qualità che, a mio parere, una raccolta dovrebbe avere. La prima: una propria voce, coinvolgente e intensa, flessibile alle variazioni dell’animo e del contenuto eppure sempre riconoscibile. La seconda: un suo paesaggio, interiore ed esteriore, non nel mero senso del contesto o dello sfondo ma da intendere come l’insieme degli elementi che in interazione con l’io poetico danno alla poesia una sua vita propria.

    Colpisce anzitutto il lavoro meticoloso sulla metrica e sulla rima. Si prenda ad esempio La lenza, tra le prime poesie del libro, costituita da quattro coppie di versi. I primi tre versi sono legati da ragioni metriche (sono dodecasillabi, il secondo e il terzo presentano anche gli accenti sulle stesse sillabe) e da un’assonanza tra il primo e il terzo. La fluidità di lettura che si viene a creare da questi fattori è strozzata dal quarto, un endecasillabo a minore che non è in assonanza col secondo; rima, invece, con il verso successivo. Dopo un sesto verso isolato a livello rimico (un endecasillabo a maiore lunghissimo, con tre sinalefi) abbiamo l’ultima coppia, legata in assonanza. Ricami simili sono ben frequenti nella raccolta di Testa, catturano l’attenzione e guidano la lettura. Si pensi, ad esempio, ai versi brevi e brevissimi raggruppati in terzine della sezione Campi d’acqua, praticamente al centro della raccolta, come una purificazione estrema all’epicentro, tra un brano di vita e l’altro, con metafore puntuali (“i container immobili / tra i pioppi neri / ansanti animali”, cit. da L’orizzonte intravisto…) e immagini come fissate su tela, sbalzate nella luce, “macchie di sole” (ibid.). Prima, la natura invasiva e pervicace della sezione Luce d’ailanto; dopo, il chiarore diffuso e placido della sezione Gloria e i gelsi. A contribuire alla formazione di quella specifica voce di cui parlavo concorrono anche altri elementi, quali la tessitura fittissima di rime e di assonanze interne, l’estrema variabilità dello schema rimico tra strofa e strofa, l’uso sapiente e calibrato, non eccessivo di chiusure ‘sentenziose’ in rima baciata, le ripetizioni di attacchi e i il reiterarsi di strofe identiche a livello metrico e rimico a creare effetti drammatico-corali.

    Tutto questo dà talvolta alla poesia di Testa un’istanza rituale ed evocativa. Ma evocazione è un termine che va ponderato giacché questa natura sin da principio (e poi più volte lungo il libro) “fermenta” indipendentemente dallo sguardo poetico, prolifica in modi “insinuanti” e “clandestini”, proprio come gli ailanti la cui invasione è salutata con gioia caproniana di rime – caproniano, concettualmente, potremmo ritenere anche il distico “ancora spogli quando avanza il niente / nell’aria più lucida, e più demente”, e dunque la dialettica tra il nulla che avanza e l’accamparsi degli elementi reali, a schermo. Ma l’invasione naturale si declina lungo in libro in modi diversi, più o meno attraenti, e rispetto ad essa il soggetto poetico vive sovente processi di decomposizione, sfarinamento o polverizzazione. Il “vero” naturale, sempre di leopardiana memoria, che sembra emergere dal duplice processo non si offre infine in forme magmatiche o tempestose, ma in plasmatica trasparenza: “filtra l’immagine acquosa del vero” (cit. da Battezza le tue giunture nel blu…).

    Eppure un contro-tema sembra delinearsi, che è quello del rapporto con una misteriosa figura femminile, al quale correlerei il tema della luce. Mi sembra infatti che la suddetta figura sia sempre accompagnata da una luce particolare, teatrale quasi (“ma la luce ti rivela nel mattino”, cit. da E non vedi), capace di farne risaltare il profilo nella sua ecceità. Uno strumento di amore e conoscenza contro l’indifferenziato naturale:

    ecco, minima cosa spaurita

    la luce che ti ferisce è anche gioia

    non dimenticarlo, quando vedrai

    del bicchiere che colmano i giorni

    solo la parte vuota: i contorni

    brillano di luce propria, la vita

    divide il tuo letto anche quando vai

    per una strada umida e ignota.

    https://midnightmagazine.org/guarda-la-vita-che-anonima-fermenta/

  • 01Ago2018

    Massimo Natale - Alias - Il manifesto

    Testa, registrare senza pathos il dato di natura

    La poesia – ha scritto Italo Testa a proposito di un suo lavoro del 2010, La divisione della gioia – consiste in “un’interferenza”: la preparazione, “l’apprendistato, l’affinamento tecnico dei mezzi, la volontà d’espressione e la pulizia dello sguardo” non fanno altro che rinforzare “l’apparato ricettivo” di chi scrive.

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  • 31Lug2018

    Jean-Charles Vegliante - ospiteingrato.it

    Dopo varie raccolte moderatamente sperimentali (La divisione della gioia, I camminatori), e l’importante Tutto accade ovunque accolto anche all’estero (Aragno, 2016) a pieno titolo tra i libri della giovane avanguardia di questi anni, Italo Testa prosegue con questo nuovo volume una fase fruttuosa – se non pacifica, diremmo di assestamento – nella propria ricerca poetica originale, esigente e raffinata senza eccessi formali né ammiccamenti d’epoca.

    Priva di quella “libidine letteraria” insomma, già deprecata da Primo Levi negli anni di poco successivi alla seconda guerra mondiale. Ma oggi saremmo, e non solo in campo letterario – guerra a parte nell’accezione tradizionale –, ben oltre. Qui invece «lo sguardo è lenta costruzione» (incipit assoluto), anche se per forza di cose «guarda la vita che anonima fermenta», fino alla scomparsa o meglio cancellazione del solito “tu” poetico – un io virtuale, si sa – «dal registro delle cose animate» (p. 83). Qui «si apre un vuoto tra le cose».

    Ad apertura del libro, con «la vita che anonima fermenta» viene in mente una frase ben nota del Leopardi: «ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio)» (Zib. 4176, 22 aprile 1826): e stiamo infatti, nell’attesa senza scampo di andare «anche noi / il mondo a concimare» (Cori, p. 36), davanti a uno spettacolo crudele nella sua impassibilità apparente, in cui si tenta di dare un senso ai fatti osservati come nelle antiche leçons de choses, una iniziazione alle scienze della natura per scolari ricettivi e inermi. O forse si è osservati (un termine ricorrente è “preda”), da una presenza naturale enigmatica e sfuggente, indifferente appunto, pura forza vitale del mondo che non sa né si occupa di ospitarci. La natura, non più considerata nelle nostre esistenze quotidiane, irrompe imprevista in una chiazza d’acqua, un’ala, una foglia non familiare (la “falce” di un ailanto allogeno o stinktree, per esempio), ma anche i soliti tigli cittadini:

    e passare l’incrocio che nessun dio

    contadino guarda e protegge

    è esporsi al vento gelato che spira

    dall’ombra lunata del male

    (Il cuore pesato, p. 30)

    Si ha l’impressione, percorrendo questa silloge estremamente costruita (11 parti, con al centro Gloria e gelsi, il cui titolo esibisce una sorta di “corrispondenza” segreta fra isotopie stranianti, eterogenee – sociale e vegetale, nel caso – che meglio esprime, credo, la novità del lavoro poetico), di un tentato nuovo rapporto, anzi offerta di contratto ambientale tra umanità e universo non umano. Gli interrogativi non son pochi né da poco. Ci può essere, per cominciare, come forse già si chiedeva Leopardi, un “volere” più o meno ostile, o invece una perfetta estraneità e “indifferenza” della natura (o Natura)? – E se siamo parte noi di tale natura, può mai darsi che essa non prenda parte ai nostri sentimenti o sensazioni? Per dirla tutta, in che modo integrare lo scandalo dell’annientamento e della morte, singolare e collettiva, nel quadro di tale storia naturale? Figura ed emblema di questa radicale incompatibilità – o rifiuto di voler comprendere – il vegetale invasore ailanto ci costringe a riconsiderare la nostra cecità e indifferenza (riflessa?) nei confronti della presenza ai margini – ma quanto incombente – del mondo naturale. Questo di solito alle nostre latitudini non si fa notare, alla lettera non si vede più, o distrattamente di passata, ma l’alieno ailanto, diffuso un po’ dappertutto (in qualsiasi ambiente colonizzato dall’uomo, sorta di parassita secondo rispetto al grande parassita umano), impone la sua presenza conturbante, le sue foglie ampie a«lance bronzee», a «lame»pennate minacciose, a lugubri «falci», a dita o grinfie verdi indistruttibili. Allora, sì, «ailanti, alle vostre falci piego il capo» (Luce d’ailanto, incipit): la vittima di una natura negata o martoriata potremmo essere noi, insieme a tutto il resto comunque, l’albero strano e ormai comune – quasi «alber che trovammo in mezza strada», Purg. XXII – viene a occupare simbolicamente tutto lo spazio mentale, fino a «generare ossessioni negli autoctoni» (Nota dell’autore, p. 121). Postura rovesciata rispetto a quella del “fiore del deserto”. In questa commistione di corpi e paesaggi – piante, acque, fondali –, di testo coscienza e mondo dei referenti, risiede forse la novità del libro. Come una condivisione dell’offesa, delle ferite quotidiane, dello sradicamento cosmico in cui siamo ora condannati a vivere. Allora, non solo «il sanguinamento improvviso / nel tunnel della metro», quasi bertolucciano «quasi una fioritura» (p. 99), non solo «porgere agli uccelli la sua gola» (p. 65) «e il sangue secco / sul dorso dei platani» (p. 55), ma uno straniamento più radicale, in cui attraverso bruschi scambi di isotopie si passa dal destino naturale delle choses terrene al senso privato individuale:

    …là dove si perde il volto familiare del nostro mondo, là dove tutto congiura contro quest’aria che declina, contro il dato, l’evidenza dell’amore per quanto accade con noi o senza di noi […]

    …nel miraggio smagliante, fatale

    di un’ombra intravista

    sulle porte del sogno socchiuse

    e mai ferma sul paesaggio

    una losanga di luce, una spiga purissima

    a giustificare l’amore

    per il colore vibrante, l’ondulazione

    (La preda, pp. 77 e 78)

    Eppure qualcosa tiene, una forma “inventiva” e testuale controllatissima, spesso metricamente contenuta, regge il discorso ancora decisamente progressivo di tale poetica. Il volume trova nel fuggitivo, l’impermanente, il passaggio, una sorta di felicità effimera e forte, insita nell’oggetto e il fare stesso, il poieîn della scrittura. La tradizione del moderno, fino all’excipit (un blocco di otto endecasillabi che da sé «splende dell’assenza»: espressione terminale), fa da sfondo e forse da argine al mondo terracqueo infido inquietante che sta sempre in agguato – e non posso non pensarci – “dietro il paesaggio” di lagune, barene, velme e melme, mondo delle referenze della zona tra Marghera e Chioggia, e ovviamente al di là. Rare presenze animali – poiana, merlo, garzetta –, come le nostre medesime (umane), ruspe container ferry stanno forse a indicare, sempre più alla chiusa del mondo-libro, una fuga possibile verso altri orizzonti, «la vita che punge nel vento» (p. 114), le pastures new d’un classico inglese… finalmente senza (p. 83)

    il guizzo di terrore di una preda

    uncinata dall’artiglio della vita

    ove di nuovo possiamo osservare la completa interdipendenza tra universo oggettuale e coscienza soggettiva. Ma allora, forse, chiamati «a cose nuove», possiamo dimenticare l’angoscia delle «nostre gole prese all’amo»e il senso di un inutile ripetersi dei giorni tutti uguali (molte poesie si richiudono a epanadiplosi sulla loro stessa immutabilità: pp. 33, 35, 45, 47, 48, 54), forse volando lontano dal piccolo mondo nostranoaux anciens parapets, forse approfondendo ancora una ricerca poetica capace di «distend[ere] la mente» fino alla assai bella e intensa dichiarazione allocutiva della p. 116 (nel clamore): «e alla lingua dei morti / prepari il sentiero». Un impegno fondamentale, come pochi altri, del poeta di ogni tempo.

    http://www.ospiteingrato.unisi.it/lindifferenza-naturale/#more-3625

  • 23Lug2018

    Luigia Sorrentino - poesia.rainews.it

    (il regno dei corvi)

    gennaio. solo le foglie di quercia
    durano sui rami. cammini lento

    sui piani castellani. a mezzogiorno
    nell’azzurro i cacciabombardieri
    rompono il silenzio dei filari.
    la terra così tenera che cede
    a ogni passo trema sorda al rombo
    dei reattori. nell’acqua di un fosso
    la scia bianca fugge in un riflesso.
    sciabola la luce tra i bagliori.
    sui campi scuri, rivoltati, splende
    la matassa dei rovi imbiancati.
    il regno vitreo dei corvi s’accende
    tra i fazzoletti sparsi degli amanti.

     

    il bene

    ma lei aspetta il dio
    che fruga tra le cosce
    sente l’idea del bene
    nel tepore del muso

    si aggrappa alla vita
    con un gesto confuso
    dove scortica e rade
    quella bestia gentile

    sulla lingua le cade
    un frammento di cielo
    che le affonda la bocca
    e inasprisce il suo male.

     

    la sciara

    che tutto questo fosse
    uno stare a prestito
    dormire presso altri
    nella luce serale

    tra i canneti roventi
    salire per un monte
    come a violare un cielo
    dove non sei mai andata

    che tutto fosse adesso
    un attendere il colpo
    e nella sabbia nera
    lucidarsi il volto

    questo e altro non sai
    e ti consegni al fuoco
    mentre inizi a essere
    come non sei mai stata.

     

    Da: L’indifferenza naturale di Italo Testa, Marcos y Marcos, Milano 2018
    Collana di poesia diretta da Fabio Pustrerla
    Italo Testa (Castell’Arquato, 1972) vive a Milano. È cresciuto nella provincia emiliana, ha passato molti anni a Venezia e fatto studi nomadi tra Francoforte, Berlino, Parigi e Marsiglia. Tra i suoi libri di poesia: Tutto accade ovunque (Aragno, 2016 ); I camminatori (premio Ciampi – Valigie Rosse, 2013; La divisione della gioia (Transeuropa, 2010), Luce d’ailanto Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2010), canti ostili (LietoColle, 2007), Biometrie (Manni, 2005); Gli aspri inganni (LietoColle, 2004). Dirige la rivista «L’Ulisse», è resident dj su «Le parole e le cose» e collabora con altri lit-blog. Pubblica la rivista/poster «2×2» in collaborazione con l’Otis College di Los Angeles e l’ArtCenter College of Design di Pasadena, e cura per l’Accademia di Brera la collana di multipli non_identità e il laboratorio da>verso: transizioni arte-poesia. Saggista e traduttore, insegna filosofia teoretica all’Università di Parma.

    http://poesia.blog.rainews.it/2018/07/italo-testa-lindifferenza-naturale/

  • 22Lug2018

    Daniele Piccini - La lettura

    La natura ripete sempre se stessa
    Italo testa, la biologia è legge

    C’è un linguaggio del pensiero e un linguaggio della materia. Scrivere le leggi inderogabili della biologia sembra essere la ragione della poesia matura di Italo Testa, che ricostruisce ecosistemi colti nella loro impassibilità.

    Leggi l’articolo completo

  • 10Giu2018

    Gianluca D'Andrea - nazioneindiana.com

    Note su L’indifferenza naturale di Italo Testa

    Lo sguardo è lenta costruzione […] la mente rumina le cose
    le afferma per sottrazione
    L’indifferenza naturale

    L’ultimo libro di Italo Testa sembra attraversato da una carica metafisica che fa leva sulla sospensione.

    La parola si fa basilare, tocca il basso e l’umido di una terra di passaggio che solo in lontananza sembra fare risuonare paesaggi realmente attraversati dall’autore.

    Sicuramente balugina una necessità di rinascita ma essenziale, appunto, o “naturale” come l’in-differenza cui il titolo introduce e che suggerisce una percezione ambivalente: «la vita che ignota fermenta dai fossi / in un’onda di calore svapora» (pastura, p. 16, vv. 5-6), o ancora «guarda la vita che anonima fermenta / il ritmo uguale dei giorni senza meta» (la lenza, p. 17, vv. 1-2). Ambivalenza che, almeno nei testi da cui gli estratti sono riportati, sembra inoltrarsi nella terra di mezzo di una nominazione franta, da un lato sentinella di una presenza che si appressa ma, d’altro canto, che s’immobilizza nel “non nominabile” “di un’assenza” (come è evidente nell’ultimo componimento del libro a p. 117).

    Partendo da questi estremi, nella divaricazione di una cammino che si dipana per segnali e intermittenze, è possibile rintracciare ombre di presenza in una realtà indistinta, limacciosa, cui sembra destinato a ritornare ogni segno umano (e, nello specifico, la parola della poesia). Ogni documento, potrebbe “realizzarsi” in un’archiviazione indifferente, in un enorme “no-cumento” – questo il rischio che le capacità di archiviazione attuali immettono nel nostro vissuto se si dimentica la stratificazione “geologica” che i segni producono – ma la poesia indica la direzione di un recupero, per quanto disillusa, verso cui sembra muoversi l’opera di Italo Testa, incluso L’indifferenza naturale che sembra porsi in posizione “originaria” rispetto ai depositi e alle stratificazioni successive di La divisione della gioia, I camminatori e Tutto accade ovunque.

    Un esempio di questo recupero in origine è rappresentato dal testo che troviamo a p. 33 e che riportiamo per intero:

     

    perché sono arrivati e ci chiamano
    dalle cascine sparse nella neve
    e nel dicembre luminoso affondano
    dietro le quinte mobili del giorno;
    ho provato a fermarli: non ascoltano,
    camminano sugli argini, proseguono
    stringendo le spalle contro il vento
    si piegano in avanti, a passi lenti
    raggiungono il cofano innevato,
    l’auto lasciata in mezzo al campo;
    ho provato a chiamarli: non guardano
    in nessuna direzione, s’inoltrano
    sulla pianura estesa nel chiarore
    da cui sono arrivati infine tornano.

     

    Il richiamo al ciclo de I camminatori (con ramificazioni in Tutto accade ovunque, per cui è definitivamente manifesto l’orientamento “rizomatico” della ricerca di Testa) sembrerebbe in funzione, oltre che di un recupero, di una proiezione alla dimensione “sdrucciolevole” del cammino, alla possibilità (quasi necessità) della “caduta” per cogliere pienamente il mondo che avviene. E, infatti, L’indifferenza naturale è un’operazione d’archivio, e quindi di deposito lo ribadiamo, elaborata tra il 2003 e il 2010, terminata nel 2017 e, proprio per questo, postuma e originaria al tempo stesso (vista la data della sua attuale pubblicazione), per questo segnata profondamente dalla duplicità. Duplicità che si esprime per cedimenti e riprese – «la terra così tenera che cede» (dietro i calanchi, I (il regno dei corvi), p. 37, v. 6), «frana leggera» (ibid., II (caccia in volo), p. 38, v.1), «sui calanchi franosi» (ibid., III (piacenziano, notte), p. 40, v. 3), «di un tempo che frana» (ivi, p. 41, v. 21) – e da cui è possibile intravedere la storia collettiva, anche se per frammenti senza ricomposizione affabulatoria e, per ciò, coerentemente con la visione rizomatica e stratificata del mondo cui accennavamo in precedenza.

    La tematica dell’ambivalenza è resa palese, sul piano simbolico, dalla presenza quasi al centro della raccolta, dell’ailanto, una pianta migrante e infestante (come ci avverte in nota l’autore: «la corteccia e le foglie di questa pianta possono provocare forti irritazioni cutanee e, nei paesi occidentali, generare ossessioni negli autoctoni», p. 121), in cui risiedono allo stesso tempo facoltà di adattamento e distruttive:

     

    # 4

     

    selvatici ailanti
    ospiti invadenti
    delle sterpaglie,
    voi dolci, minacciosi
    appostati sui greti
    tra le ripe in attesa
    attorti ai tralicci,
    fitti e sinuosi
    tramanti nell’aria,
    ailanti luminosi

    (p. 48)

     

    Così nelle parole della poesia, tra fine e rinascita costante, appaiono segnali che conducono dal sereniano (e quanto novecentesco e abusato) «e mai nulla in nessun luogo» (p. 77), all’«ogni dove s’irradia / questa luce che bianca / t’assale» (di pusterliana memoria, p. 78), attraversando apparizioni di vita vegetale che accennano a un infimo inizio: «ho visto nel sole tua figlia / correre incontro ai gigli già sbocciati» (p. 70).

    È abbastanza evidente, per chi segue da tempo il lavoro di Italo Testa, che anche L’indifferenza naturale s’iscrive in una poetica del limite (e del “limine”, aggiungerei) che contraddistingue il passaggio dalle “poetiche della fine” novecentesche allo slancio in direzione di una nuova definizione del mondo e che attraversa la “nudità” di senso (il mero essere di stevensiana memoria – «la lucertola è solo una lucertola», «quando tutto è solo in se stesso riposto», p. 92) che una volta Jean-Luc Nancy ha definito come  «fonte di luce» (Ottica, in J.L. Nancy e F. Ferrari, La pelle delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 72). Perché solo nella fragilità dell’«impermanente» può splendere e rinnovarsi «la ghirlanda […] dell’assenza» (p. 117):

     

    ma la luce non avrei visto
    se non avessi bruciato le carte
    un giorno, uscendo per strada
    ho sentito di essere nudo.

    ma la folgore non mi ha colpito
    ho continuato a camminare in silenzio
    sulla piazza, già sterminata
    al primo sguardo sarei caduto.

    e la vita che punge nel vento
    scorticandomi vi ha vendicato
    quando gli occhi mi ha aperto al canto
    di tutto quello che non ho amato.