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Le formiche

Archivio rassegna stampa

  • 13Apr2014

    Alessandro Puglisi - sulromanzo.it

    Le formiche di Boris Vian è uno di quei libri che hanno la proprietà, quasi alchemica, di trasformare il proprio lettore, di non lasciarlo passare indenne, o uguale a se stesso, dalla lettura. Una raccolta di racconti in un prezioso volumetto, riedito nel 2013, dopo molti anni, da Marcos y Marcos, con la traduzione dal francese di Giulia Colace e Olga Parano; una raccolta che non mostra per nulla i segni del tempo. Si tratta, infatti, di un gruppo di testi riuniti e pubblicati per la prima volta nel 1949, ossia ben 65 anni addietro.

     

    Eppure, al lettore meno accorto, o a quello voluttuosamente inconsapevole, l’attualità che trasuda da ciascun “pezzo” potrebbe apparire quasi oscena, disturbante. Se ci si dovesse attenere alla sola biografia di Boris Vian, del resto, non si potrebbe tralasciare la brevità della sua esistenza, chiusa improvvisamente nel 1959 a trentanove anni a seguito di un infarto, né si dovrebbe tacere della salute precaria del poliedrico artista. Tuttavia, basta dare anche solo uno sguardo alla sterminata produzione di Vian, fra racconti, romanzi, testi teatrali, poesie, canzoni, oltre a considerare la sua opera di traduttore, per rendersi conto della concitata, febbrile, sovrabbondante “corsa artistica” di cui fu protagonista l’autore de La schiuma dei giorni. E proprio questo romanzo, grazie anche alla recente traduzione cinematografica diretta da Michel Gondry, ha riportato l’attenzione su Vian negli ultimi mesi. Di certo, attenzione per nulla immeritata.

    Le formiche è una raccolta estrema, in tutti i sensi. Estrema, in primo luogo, nella variegatura dei personaggi che affollano le pagine, a volte addirittura “transitando” da un racconto a un altro. Militari, idraulici, musicisti da camera, fornai, prostitute, gatti, viaggiatori in treno, raccoglitori di francobolli, autostoppisti, tutti insieme in un affresco dettagliatissimo eppure delineato a pennellate decise, tanto grosse quanto azzeccate.

    Estrema in ciò che viene narrato. Si va dal curioso “delitto a stanza chiusa” in Il viaggio a Khonostrov, nel quale la presenza di un compagno di scompartimento poco loquace scatena un’operazione di rivalsa dai contorni degni di un survivalist horror à la Saw, agli intensi contro-apologhi sulla guerra e, più in generale, sul dominio dell’ordine, in Allievi modello e nel testo che dà il titolo alla raccolta.

    Con Vian si viaggia tra anguste location, con l’ottimo esempio de Il gambero, in cui il protagonista, che si è preso un malanno suonando «il flauto ruvido in mezzo alla corrente», si adopera per fornire grandi quantità di sudore a un fornaio avaro e affarista, il quale glielo paga, tirando sul prezzo, per poi rivenderlo all’interno del suo esercizio; o come ne L’idraulico, dal tradizionalissimo impianto comico basato su un grosso equivoco di fondo.

    E si approda fra singolari allievi di una scuola che insegna la difficile arte della pietra tombale, in La strada deserta, o in mezzo a uno sgangherato consesso che tenta di tirare fuori un felino dedito al turpiloquio da un tombino, in Blues per un gatto nero.

    Si giunge, per queste vie complicatissime, al racconto che appare come il risultato più compiuto, per vivacità narrativa, capacità immaginifica, respiro e, non da ultimo, per i numerosi rimandi al sopracitato La schiuma dei giorni: il racconto si intitola L’oca blu e ci presenta il protagonista Olivier, in un viaggio assieme alla fascinosa Jacqueline, all’impettito Maggiore e a un cane, descrivendoci l’allegra brigata alle prese con un nastro di asfalto più simile a un tapis roulant, un amore che sta sbocciando, timido e perso, fra tempi dilatati e campi senza fine e, sullo sfondo, il senso di certo stolido e funesto pragmatismo, sempre in agguato negli scritti di Vian.

    Niente facili letture, non si fraintenda. Le formiche è un volume che richiede concentrazione e frivolezza, disponibilità a patti narrativi labilissimi e capacità di astrarre. La scrittura non concede nulla a possibili patetismi nascosti tra le pieghe, né fa sconti in crudezza o in sangue.

    Il fatto è che Boris Vian parlava, e parla ancora, più vivo che mai, di universali, di costanti, di dinamiche invariabilmente stabili. Così tanto da essere annoverabili fra quanto di più intimo possa esistere nell’animo umano, mentre il corpo compie il suo viaggio.

  • 01Mar2014

    Giulia Coletti - umbrianoise

    Leggere Vian significa tramutarsi in pallina nella partita da tennis tra assurdo e meraviglia. O anche salire su una giostra: ti si riempiranno gli occhi di uno spettacolo esaltante e male che vada volerai via dal seggiolino spiaccicandoti per terra. […]

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  • 27Dic2013

    Giuseppe Fantasia - huffingtonpost.it

    Le formiche di Boris Vian (MARCOS Y MARCOS, trad. di Giulia Colace e Olga Parano, pagg. 270, euro 10).

    Parla di guerra come solo lui sa fare mettendoci anche però l’amore e la musica lo scrittore francese Boris Vian, scomparso prematuramente poco meno che quarantenne, autore di questo libro che esordisce nella collana miniMarcos.

    Undici racconti scritti con quel suo stile inconfondibile, tra surrealismo e paradosso che una volta letti, se non lo avete già fatto, vi faranno venire voglia di andare a leggere tutti gli altri come Lo strappacuore, Sputerò sulle vostre tombe e La schiuma dei giorni, uno dei più belli, scritto quando aveva solo ventisette anni, feroce denuncia del conformismo, pubblicato come tutti gli altri dalla casa editrice Marcos y Marcos.

  • 15Nov2013

    Paolo Mattei - Il Venerdì

    Da un po’ di tempo fuori catalogo, torna il microcosmo meraviglioso di Boris Vian, dove «meraviglioso» va inteso nel significato dato al termine da Todorov: ciò che è irreale per chi legge, risulta plausibile per i personaggi coinvolti nella narrazione. […]

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  • 03Nov2013

    Donato Bevilacqua - La bottega di Hamlin

    Un tipo sicuramente estroso Boris Vian, che fin da piccolo fa capire le sue grandi potenzialità di artista, quando compone le prime canzoni ed inizia a suonare la tromba, mettendo su un complessino con fratelli ed amici. Poi arrivano Parigi, gli anni ’50, le traduzioni dei grandi autori, il teatro, il jazz, la laurea, i matrimoni e le prime pubblicazioni.

    I racconti contenuti ne Le Formiche rappresentano al meglio la vita e lo stile di Boris Vian. Situazioni e personaggi che accarezzano di striscio il confine tra realtà e finzione, tra la tenerezza e la follia. Personaggi e storie che sono, come le ha definite l’autore stesso, «totalmente reali, perché me le sono inventate da capo a piedi». In questa serie di racconti c’è dentro tutto: l’amore, la guerra, la musica. Sprazzi di quotidianità che possono sconvolgere, lasciandoti incerto e inerme nel territorio del possibile, del tremendo e del meraviglioso. I protagonisti sono ritratti attorno a cui costruire cornici di parole. Ci sono idraulici malvagi, fornai che condiscono il loro pane col sudore della fronte, liti per biglietti falsi del treno, gente che ha girato il mondo intero per lasciare spazio solo ad amore, distruzione e follia.

     

    Che siano stanze di albergo in cui consumare amplessi, guerre da cui sopravvivere, notti sull’orlo della morte, gli ambienti che Vian descrive non possono dare certezze. L’autore ama i punti interrogativi, scuote il vero per lasciare spazio al surreale, e ciò che c’è di più serio diventa di colpo struggente, un gioco a cui si deve prendere parte. Così è tutta la produzione letteraria di Vian, che non trova mai la giusta soluzione per far breccia nel pubblico e nella critica, se non per azzardi rappresentati da pulp crudelissimi e a sfondo erotico. Oggi, anche grazie al lavoro della Marcos y Marcos, alcuni dei suoi gioielli mai compresi (come La schiuma dei giorni e Le Formiche), risplendono di luce nuova, ed aprono le porte a cornici e ritratti in cui, al posto dei colori, ci sono le parole.