La vedova Van Gogh

Archivio rassegna stampa

  • 05Mar2017

    Lorena Bruno - criticaletteraria.org

    Il Salotto: Intervista a Francesca Conte, traduttrice della “Vedova Van Gogh” di Camillo Sànchez

    «Meno diario e più cronaca», questi i suggerimenti di Ángela Pradelli a Camilo Sánchez in merito alla Vedova Van Gogh, pubblicato da Marcos y Marcos. E così l’autore ne ha fatto un testo lineare: un romanzo sugli eventi dalla morte di Van Gogh fino alle prime mostre che consacrarono il successo delle sue opere, in cui brevi brani di diario si alternano alla narrazione.

    Il punto di vista è quello di un narratore onnisciente che conosce i diari della protagonista, le lettere di Van Gogh al fratello e che racconta in modo essenziale, senza fronzoli, una storia inedita in una chiave romanzata. Johanna van Gogh-Bonger era la moglie di Theo van Gogh, fratello di Vincent, nonché suo mecenate. Lei lo vide pochissimo, ma dal momento in cui si sparò in mezzo al petto cominciò a convivere prima con il dolore che uccise il marito Theo e poi con le sue opere, le sue lettere. Johanna era una traduttrice e usava tenere un diario, così sappiamo che leggendo le lettere di Van Gogh scoprì quanto la sua scrittura potesse essere poetica, fascinosa; era un lettore accanito, con un modo tutto proprio di trattare il colore e guardare le cose.

    Si lasciò guidare, Johanna, da come Van Gogh parlava delle sue tele nelle lettere, e così imparò a conoscerle, a discernere le fasi della sua pittura, e capì come e cosa vendere per ricavare quello che serviva a incorniciare le opere più importanti da esporre. Grazie a lei, le opere di Van Gogh conobbero quel successo che mancò mentre il pittore era in vita. Tra queste pagine leggiamo la storia di una vedova rimasta con un figlio di nome Vincent van Gogh, da cui voleva cancellare la traccia dell’infelicità che aveva conosciuto lo zio e di un altro bambino con lo stesso nome morto molti anni prima, il fratello cui il pittore da piccolo deponeva i fiori sulla tomba. In calce al testo, alcune note spiegano al lettore particolari della vicenda della vedova e delle opere, approfondiscono la storia narrata in modo da soddisfare la curiosità su uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Ho intervistato la traduttrice, Francesca Conte.

    Che te ne pare de La vedova Van Gogh?

    La vedova Van Gogh (che preferisco sempre nel titolo originale La vedova dei Van Gogh, che lascia intravedere tutte le ambiguità e le strade intrecciate del testo), è un libro breve e potente, che racconta una storia in un certo senso nuova (anche se non del tutto sconosciuta per chi ha studiato un po’ la figura e la vita di Van Gogh, che sa come l’artista deva molto alla figura di sua cognata); la novità sta non nella nozione in sé (la casa editrice Abscondita ha pubblicato infatti il memoir Vincent Van Gogh di Johanna Van Gogh-Bonger), ma nella costruzione di questo personaggio femminile, e in come la figura di Vincent, che grazie a lei diventa Van Gogh (e nei quadri è sempre Vincent), si costruisca prima davanti ai suoi occhi e poi ai nostri.

    Se Van Gogh ha potuto dipingere è stato grazie al fratello, ma la fortuna delle sue opere deve molto ad alcune donne, prima fra tutte la protagonista di questo romanzo. Che ne pensi di lei, che tra l’altro era anche una traduttrice?

    È incredibile la scoperta del fatto che l’arte di Van Gogh sia arrivata fino a noi grazie a questa donna, giovane vedova con un figlio piccolo e senza prospettive, che si mette a leggere le lettere del marito al cognato, e rimane folgorata dalla poetica del colore, e poi da tutto quel che ne segue; rimane incantata dalle lettere, e poi dai quadri per come emergono in queste lettere, per come sono descritti, è curioso ricordare che si ripromette di esporre entrambi (partendo quindi dall’edizione delle lettere, che infatti curerà per prima).

    “We can only speak by our paintings”: “E cosi noi possiamo far parlare solo i nostri quadri”. Sono stata ossessionata da questa frase, l’ultima lettera quella che Van Gogh aveva nella giacca, che Theo estrae e porta casa, lascia nel bauletto e in seguito ritrova Johanna – come se questa frase di Van Gogh avesse scelto Johanna per farsi manifesto, arte, e vita dopo la vita.

    Riguardo alla vita professionale di Johanna, femminista ante litteram, del suo lavoro di traduttrice so poco, anche perché fa parte di una sua vita anteriore a quella fotografata in questo libro. Sicuramente aveva una grande sensibilità per il linguaggio, lo si vede dai suoi interventi di editing sulle lettere. E sicuramente aveva una bella capacità di voler lavorare, in senso commerciale, cercando al tempo stesso di costruirsi una vita “su misura”: apre la sua locanda, un luogo di lavoro, ma anche un rifugio; desiderando di non precludersi una nuova vita, una nuova storia, per far conoscere al mondo i quadri di Van Gogh. Molto moderno questo progetto, decisamente moderna la figura di donna che ne vien fuori. È interessante, anche, che voglia esporli, i quadri, piuttosto che tentare semplicemente di venderli; e anzi, vendere quel poco necessario a continuare a esporre, in mostre sempre più importanti, seguendo le indicazioni contenute delle lettere di Vincent.

    Hai letto le lettere di Van Gogh o altri libri inerenti per tradurre questo libro?

    Sì, Le Lettere a Theo nell’edizione di Guanda, il memoir scritto da Johanna Van Gogh-Bonger per la prima edizione delle lettere (con l’appendice importantissima del figlio che cita brani dei diari) pubblicato come dicevo da Abscondita, il Ritratto del dottor Gachet, di Cynthia Saltzaman pubblicato da Einaudi, In cielo, di Octave Mirbeau nell’edizione Skira, e poi le lettere, tutti i volumetti Taschen con le note biografiche, di cui è stato sempre necessario ricontrollare o ricostruire la denominazione. Sicuramente avere una libreria mi ha agevolato, ho avuto la possibilità di ordinare tutto ciò che volevo.

    Come hai lavorato alla traduzione? Hai avuto modo di confrontarti con l’autore mentre traducevi?

    Mentre leggevo il libro ho cercato di arricchire la mia conoscenza del panorama storico, poi come sempre, ho buttato giù una prima stesura un po’ faticata e faticosa; l’ho lasciato lì a decantare, e a sputare fuori tutte le pesantezze. C’è stato un bel confronto in fase di revisione, che mi è capitato di definire “implacabile e rispettosa insieme”. Il lavoro ne ha beneficiato indubbiamente molto, più di altri con stessa traduzione e stesso revisore! Forse perché a dispetto dell’apparente semplicità è stata una resa non facile, con un grosso lavoro dietro, per dare equilibrio agli adattamenti necessari a rendere il testo con il ritmo giusto in italiano, senza stravolgerlo. Ho interpellato molto l’autore perché il libro (e di conseguenza il lavoro di traduzione) è in bilico tra storia e invenzione, ci sono moltissimi riferimenti precisi da verificare, da mantenere, in alcuni casi da correggere, è stata un’interlocuzione delicata: un lavoro nel lavoro.

    Hai avuto particolari difficoltà su espressioni tipiche che non riuscivi a riportare in italiano?

    Sì. “Si metemos pasion, a fuego lento”, “la alegria de la ausencia”, non perché tipiche, ma perché frutto di una visione interiore dell’autore, che sono stata cosi fortunata da far sì che fossero “illuminate” da lui in persona, splendido, sempre gentilissimo, entusiasta, disponibile e generoso di spunti. È stato difficile rendere il tono solenne e lirico, a metà fra il poetico e il documentaristico, spesso molto piano in spagnolo, che a tratti in italiano rischia però di appiattirsi; c’è stato un grosso impegno di resa, che magari (anche grazie alla revisione) non traspare.

    Pensi che ultimamente si stia dando più valore al lavoro del traduttore?

    Avendo collaborato in maniera professionale con un solo editore (peraltro appena insignito del premio nazionale per la traduzione, riconoscimento meraviglioso di cui mi pregio, in modo infinitesimale, di far parte), la mia valutazione è per forza incompleta. Mi sembra più citato, questo sì, in maniera più chiara sui vari mezzi di stampa e più presente sui social. Marcos y Marcos ha sempre dato al traduttore la dovuta importanza, al traduttore istituzionale e affermato quanto all’esordiente (parlo a ragion veduta avendo esordito con loro); mette in evidenza il nome dei traduttori nelle sue pubblicazioni, e propone collaborazioni nel più totale rispetto del lavoro; lo stesso rispetto dimostra anche in sede di revisione, è stato così fin dal primo incarico.

    Cosa stai leggendo?

    Di solito tengo in lettura più testi contemporaneamente: uno o due romanzi (che alterno a seconda dell’ora, del giorno o dell’umore), una raccolta di racconti, uno o più saggi che non leggo mai dall’inizio alla fine ma saltabeccando, sebbene sempre per intero. Ho appena terminato Fato e furia,di Lauren Groff, e On writing di King; sto leggendo Il giardino di Amelia di Marcela Serrano, e L’altro figlio di Sharon Guskin. A seguire leggeròLe otto montagne di Cognetti, e Chiederò perdono ai sogni, di Sorj Chalandon, Oggetti solidi di Virginia Woolf eTroppa felicità di Alice Munro Forse questa necessità o passione di percorrere più testi insieme viene dal mio passato di libraia.


  • 28Gen2017

    Luca Scarlini - www.ilgiornaledellarte.com

    Johanna, la vedova dei Van Gogh

    Johanna Van Gogh-Bonger, cognata di Vincent e moglie di Theo, fu destinata a essere doppiamente la vedova Van Gogh, dopo il suicidio dell’artista e la morte, si direbbe in termini ottocenteschi, di «crepacuore» dell’affezionatissimo fratello.
    Di fatto l’artista lo aveva incontrato brevemente, lo aveva conosciuto nel corso di quattro intensissimi giorni; eppure fu lei a farsi carico della comunicazione con i posteri, visto che la madre di Theo e Vincent, la severissima Anna Cornelia Carbentus, aveva lasciato tutte le opere da recuperare a Parigi. Per sua cura venne realizzata la prima importante mostra personale, al Panorama di Amsterdam, nel dicembre 1892 e suoi furono gli sforzi che portarono alla pubblicazione dei carteggi.

    Di questa vicenda, paradossale per certi aspetti, parla oggi lo scrittore argentino Camilo Sánchez nel suo La vedova Van Gogh, romanzo di esordio, che, dopo lunghe e approfondite ricerche, firma un ritratto sfaccettato e intimo della signora, che non riuscì a trattenere il consorte alla vita, né a impedirgli di dare a suo figlio il nome di Vincent, in una logica di risarcimento per colui che aveva scelto di eliminarsi dall’esistenza.
    La scrittura segue la scoperta di fatti e atteggiamenti che la protagonista riesce a comprendere solo leggendo l’infinito carteggio, in cui Vincent van Gogh svela la sua visione del mondo, la difficoltà di essere, l’impegno strenuo, quasi sfinente, per trovare modi di comunicare con il mondo e far arrivare alla luce la sua ricerca.

  • 17Gen2017

    Maria Anna Patti - www.illibraio.it

    “La vedova Van Gogh”: attraversare l’arte è un percorso salvifico

    Il romanzo “La vedova Van Gogh” ricompone l’identità di una donna coraggiosa, che nella scrittura trova approdo per interiorizzare il dolore ed elaborare il lutto

    La vedova Van Gogh edito da Marcos y Marcos è libro senza tempo, gioco di immagini, tempesta di parole. Voce narrante è Johanna, moglie di Theo e cognata del pittore. Il suicidio di Vincent e la malattia del marito creano segmenti di un rapporto morboso.

     

    Il romanzo ricompone l’identità di una donna coraggiosa, che nella scrittura trova approdo per interiorizzare il dolore ed elaborare il lutto. Raccontare aiuta a modulare gli eventi e a “ritrovare la strada tornando da un sogno”.

    La vertigine dei colori, la materia plastica delle tele espandono il flusso emotivo ed esplorano la forma inespressa del pensare. Camilo Sánchez tesse un testo poetico, musicale e ricco di contrasti cromatici.

    L’ombra del ricordo è sembiante di un presente che non conosce cedimenti. Grazie alla protagonista viviamo la pittura come dilatazione della percezione e accogliamo il vissuto come riconquista di geometrie sensoriali.

    Ogni pagina ci invita a visitare una galleria privata dove le tele raccontano un inconscio visionario. Tornano in mente le parole dell’artista inLettere a Theo (Guanda): “Cerca la luce e la libertà e non meditare troppo sui mali della vita”. Il testo riesce a trasmettere questo messaggio e a regalare l’entusiasmo di attraversare l’arte come percorso salvifico. Nel rileggere La vedova Van Gogh tanti i sogni da interpretare, il tempo da scompaginare e il fuoco della passione da assaporare.

     

  • 15Gen2017

    Cristina De Stefano - Robinson

    La signora dei Van Gogh

    È stata la moglie di Theo e la cognata di Vincent: è solo a lei che si deve la fama del grande pittore da tutti considerato pazzo

    Un libro ora ne racconta la storia

    Minuta, bruna, graziosissima, Johanna Bonger è stata la moglie di Theo e la cognata di Vincent. Con Theo ha vissuto solo due anni. Con Vincent ha parlato solo tre volte. Eppure è a lei che si deve tutto: la notorietà del pittore, la pubblicazione delle sue lettere, le prime informazioni raccolte per i biografi.

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  • 13Gen2017

    Laura Padoan - www.mokaletteraria.altervista.org

    LA VEDOVA VAN GOGH

    No, non vi è sfuggita nessuna pagina del libro di storia dell’arte in cui venisse descritto il suo matrimonio.
    Non ha mai organizzato il proprio banchetto nuziale e mai offerto ai suoi invitati lumache francesi, magari accompagnate da qualche salsa dal sapore olandese. Vincent Van Gogh non si è mai sposato e non ha messo al mondo figli che non fossero fatti di tela e pittura. Al capezzale, non ha avuto nessuna donna costretta a vestirsi di nero dopo il suo ultimo respiro. Sono stati molti i Vincent che non fu mai. Non è mai stato Vincent padre o Vincent marito; in compenso fu Van Gogh pittore, Van Gogh pazzo, Van Gogh genio, ma soprattutto Van Gogh, il cognato di Johanna Bonger.

    Johanna decise che, nel suo diario, lui sarebbe stato solo Van Gogh, per allontanare la paura di una sorta di maledizione che, fino a quel momento, aveva colpito i Vincent di quella famiglia e ora aleggiava sulla testa di suo figlio, che portava lo stesso nome e cognome dello zio. In fin dei conti, non lo conosceva.
    Nella vita del pittore, lei aveva occupato quattro giorni soltanto, quando lo aveva ospitato nella casa parigina nel quartiere Pigalle, assieme all’altro Van Gogh, suo marito Theo. Johanna non riusciva a comprendere fino in fondo la relazione quasi simbiotica che legava i due fratelli. Will, l’altra Van Gogh, non era come loro, era una donna libera, votata al femminismo e alla lotta di genere. Forse è proprio per questo che non rientrava all’interno di quel cerchio di fratellanza, perché non si sarebbe piegata ai dolori del fratello maggiore. Theo, invece, aveva cercato di aiutarlo in tutti i modi. Gli aveva dato soldi, lo aveva ospitato, gli aveva dato sostegno e conforto durante gli scambi epistolari. Tutto inutile, Van Gogh decise comunque di spararsi un colpo, portandosi dietro il fratello Theo, il quale lasciò prevalere il dolore sulla sua vita. Dopo la morte del pittore, nel diario di Johanna, il cognato divenne solo colui che aveva dipinto, che si era ammazzato e che aveva portato suo marito a lasciarsi morire. Il mondo conosceva il suo carattere e il suo colore, mentre le parole erano un privilegio che aveva riservato alle lettere private. Saranno proprio queste parole, lette nella tranquillità della propria stanza in Olanda, che permettano a Johanna di conoscere veramente Vincent Van Gogh.

    La cronaca diaristica che contraddistingue questo libro non lascia spazio al sottinteso. Aiutato dal diario di Johanna , Camilo Sánchez descrive i fatti servendosi anche delle parole della vedova, una donna forte, tenace, che non si lascia sopraffare dagli eventi. L’andamento discorsivo della narrazione, privo di commenti personali, permette di cogliere aspetti e dettagli che circonlocuzioni letterarie e complicate non farebbero risaltare, nella moltitudine di parole. Emerge una sorta di triangolo amoroso in cui Theo, amore della vita di Johanna, una volta morto passa il testimone alle parole del fratello, attraverso le quali sua moglie conosce un altro Van Gogh, diverso da quello che si era dimostrato in vita. Non il Van Gogh irascibile, che si arrabbia con i giornalisti complimentosi poiché non comprendono quanto abbia ancora da imparare, ma un Van Gogh poeta è colui che emerge nelle lettere inviate al fratello, e che Johanna apprezza alla luce di una semplice candela, nella sua camera d’infanzia. La poesia è ciò con cui il pittore specifica e descrive la sua visione artistica, la vivacità del colore, il suo essere strumento stesso dell’arte.

    Ho apprezzato molto questo libro, che non è un romanzo alla “felice e contenti” ma una storia vera, con persone realmente esistite che sono state amate, odiate, ricordate e forse dimenticate. Sànchez ha ripreso uno dei suoi personaggi, Johanna, non per farne “paladina dell’arte” ma perché non si scordi chi era, è, e rimarrà per sempre: Johanna Bonger, la donna che ha fatto conoscere Van Gogh al mondo.

  • 10Gen2017

    Anna De Pari - diacritica.it

    RECENSIONE A CAMILO SÁNCHEZ, “LA VEDOVA DI VAN GOGH”. NUOVE FRONTIERE DELLA “NOVELA HISTÓRICA”

    Nel 1991 Fernando Ainsa scriveva nei «Cuadernos Americanos» un articolo dal titolo La reescritura de la historia en la nueva narrativa latinoamericana; a seguire, nel 1993, Seymour Menton pubblicava il frutto di anni di ricerche: La nueva novela histórica de la América Latina 1979-1992. Ciò che accomuna i due lavori è l’analisi di una nuova tendenza letteraria latinoamericana che può vantare nomi di spicco fra gli autori nazionali di lingua spagnola: la riscrittura della storia. Una sorta di ossessione che nasce dal bisogno di rileggere gli eventi storici in chiave romanzata. Non entrerò nel merito delle innumerevoli particolarità e caratteristiche del genere né delle ragioni storico-sociali che hanno permesso la nascita di un filone che ha portato a un’affermazione senza precedenti della letteratura latino-americana nel mondo, ma vorrei soffermarmi un momento su quelle che possono essere considerate la caratteristiche generali.

    In primo luogo il nuovo romanzo storico latino-americano propone una rilettura del discorso storico ufficiale e il recupero delle voci secondarie che il cosiddetto “discorso dominante” aveva emarginato. Abolisce in questo modo la distanza epica del romanzo storico tradizionale e supplisce alle mancanze della storiografia dando voce a ciò che finora era stato negato. Il paradosso è che, attraverso le “menzogne” e le invenzioni della letteratura, la realtà smette di essere un semplice elenco di date e fatti e la letteratura stessa si fa portavoce di un vissuto collettivo che nessuno aveva mai avuto intenzione di documentare. E allora, attraverso il processo di ficcionalización dei personaggi storici, gli eroi scendono dai piedistalli e diventano umani e ci viene presentata la loro intimità, comprensiva di debolezze e fragilità, senza omissioni. Per far questo spesso vengono adoperati punti di vista molteplici e frammentati che vanno a sostituire la voce onnisciente. Sempre più frequentemente vengono utilizzate cronache, lettere e documenti come escamotages per rendere il fuoco dell’obiettivo più eterogeneo. Un caleidoscopio di voci capaci di ricostruire un mondo sommerso e taciuto. Comunque, il motore di questa ricerca era sicuramente la necessità di recuperare un’identità nazionale troppe volte straziata dalla violenza che ha da sempre caratterizzato il continente sudamericano.

    Ora, questo bagaglio letterario ha lasciato un segno importante nel panorama culturale dell’America Latina ed è diventato un modello per le nuove generazioni. Basti pensare a nomi come Carlos Fuentes, Augusto Roa Bastos, Mario Vargas Llosa con Conversación en la Catedral, La guerra del fin del mundo, La fiesta del chivo, Tomás Eloy Martínez con La novela de Perón e Santa Evita, Gabriel García Márquez con El general en su laberinto ecc.

    L’eredità culturale dei grandi maestri viene sapientemente recuperata e rielaborata dall’argentino Camilo Sánchez, che ricostruisce abilmente le vicende che ruotano attorno alla figura di Johanna Van Gogh-Bonger, la vedova nientemento che di Theo Van Gogh, fratello del più noto Vincent, spingendo questa volta lo sguardo fuori dai confini nazionali, con l’ambizioso obiettivo di riscattare una di quelle piccole storie che stavano andando perdute nell’oceano della storiografia ufficiale. E così questa volta viene catturato dal processo di ficcionalización il grande pittore fiammingo e la sua famiglia. Lo scrittore trasforma i personaggi reali di una storia che sembrava completa e satura nei personaggi di un romanzo e ci racconta un particolare che la storiografia ha considerato marginale e insignificante e che invece è stato la chiave di volta del successo del pittore olandese.

    Van Gogh sembrava non aver bisogno di altro. Tutto era già stato detto. Tutto era già stato scritto. Ma Sánchez sente che c’è ancora un enigma: come è possibile che un personaggio morto in assoluta povertà e che in vita non ha venduto più di due quadri nel giro di qualche anno sia diventato una delle figure di spicco del panorama artistico internazionale? Sánchez scopre Johanna van Gogh-Bonger grazie a un documentario della BBC e da buon giornalista sente la crescente necessità di documentare, ricostruire, investigare. Se Sánchez è il detective della storia di Johanna, Johanna a sua volta è il detective della storia di Vincent. Due storie parallele e complementari che ci portano a percepire la donna quasi come un doppio dell’autore: Sánchez finisce per ricostruire gli eventi con gli occhi di Johanna. È un’ombra che si muove dietro le quinte e tira le fila del discorso. S’instaura un gioco di ricerca nella ricerca: lui investiga sull’investigazione di qualcun altro. Se dovessi pormi il problema di una trasposizione cinematografica, immaginerei due storie parallele e alternate nelle immagini che si muovono una sulla linea del passato e una sulla linea del presente, perché, sebbene sia assente dal punto di vista testuale, l’ansia di ricostruzione di Sánchez e la passione per questa storia si percepisce in ogni riga.

    Johanna van Gogh-Bonger, giovane vedova di Theo Van Gogh, prende in mano le lettere che si sono scambiati per anni Vincent e il fratello, suo marito (cfr. Vincent van Gogh. Lettere a Theo, Parma, Guanda, 2013), con il proposito di scoprire chi fosse veramente il padre del suo bambino e cosa lo avesse portato a lasciarsi morire dopo il suicidio del fratello. Forse cerca anche di trovare una chiave di lettura nuova degli eventi, in grado di interrompere i funesti accadimenti che si stavano abbattendo sulla dinastia dei Van Gogh: il primo morto poco dopo la nascita, il secondo, il pittore, morto suicida, e il terzo, suo figlio, che porta un nome destinato alla tragedia.

    Quello che invece scopre, oltre a un legame indissolubile fra il marito e suo fratello, è una vera mappa segreta dell’opera di Vincent Van Gogh, un ricco testamento artistico, un manifesto del colore: «e io vorrei mettere nel quadro la stima e l’amore che ho per lui. (…) per finirlo farò il colorista arbitrario. Esagererò il biondo dei capelli, arrivando ai toni dell’arancione, ai gialli cromo, al limone pallido. Dietro la testa invece di dipingere il muro banale del misero appartamento dipingerò l’infinito, farò uno sfondo semplice del blu più ricco, più intenso che riuscirò ad ottenere; da questa semplice combinazione, la testa bionda illuminata su questo sfondo blu sontuoso rende un effetto misterioso come di stella nell’azzurro profondo» (C. Sánchez, La vedova Van Gogh, Milano, Marcos y Marcos, 2016, pp. 93-94). Johanna scopre un Van Gogh scrittore e scopre lo spessore intellettuale delle sue opere, tanto snobbate dai suoi contemporanei. Le lettere insegnano a guardare l’opera, sono il manifesto della sua personale corrente artistica.

    Johanna, forte, intraprendente e indipendente, ha avuto l’intelligenza di capire che gli innumerevoli dipinti dimenticati in un appartamento parigino dovevano essere recuperati, valorizzati, esposti. Comincia dalla sua nuova casa: «Oggi pomeriggio ho appeso molte tele a Villa Helma. Questo è stato il primo gesto, svelare i quadri al mondo» (p. 120).

    Intanto continua a leggere e a studiare un corpus di oltre seicento lettere che i due fratelli hanno lasciato alla storia, isolando i passaggi più poetici da quelli superflui. L’occhio “esterno” di Johanna le permette di vedere al di là delle disgrazie e delle malattie che si erano abbattute sulla famiglia Van Gogh e di realizzare con meticolosa caparbietà quello che per il marito era diventata un’ossessione e una fissazione patologica: far conoscere il Van Gogh artista. «Mentre Theo sogna grandiose retrospettive, lei cerca di liberare i quadri dalla reclusione» (p. 63). La sua strategia è di procedere con pazienza e con un preciso programma lasciato in eredità per iscritto da Vincent nelle lettere: esporre molto e vendere poco. Johanna riesce a intuire un potere espressivo incredibile nell’uso dei colori di suo cognato, che alcuni addirittura considerano tanto potenti da poter propagare il potere oscuro della follia: «Bisogna incenerire tutti quegli eccessi di viola e cobalto, di verdi smeraldini e aranci d’Oriente. Son loro che hanno provocato, argomentano, il colpo al petto di Van Gogh, la paralisi che in questi giorni attanaglia Theo» (p. 49).

    La narrazione di Sánchez rende giustizia a una donna incredibilmente dimenticata dalla storia: «ed era un tempo in cui le scelte delle donne avevano il mondo contro» (p. 126), e che invece ha avuto un ruolo essenziale per il riconoscimento internazionale dell’opera di Van Gogh. Ancora una volta il potere della letteratura è quello di riscattare la storia. Ancora una volta le frontiere dei generi si dissolvono e i personaggi della finzione ci raccontano qualcosa di più reale di una serie di date ed eventi, e soprattutto ancora una volta bisogna restituire il giusto merito al lavoro svolto da una donna eccezionale, perché troppo spesso la storiografia si è occupata di far risaltare gli eroi e di cancellare le eroine.

    In chiave estremamente moderna potremmo dire che il romanzo di Sánchez è lo spin-off della storia principale, quella conosciuta da tutti, quella del grande pittore. Una storia piccina e secondaria che si nasconde dietro l’enorme mitologia nata intorno alla figura dell’artista, che grazie a Camilo Sánchez comincia a far capolino sempre meno timidamente.

    Frammentato come un puzzle, il testo di Sánchez non affida la storia al solo narratore esterno, ma si muove su molteplici piani: il racconto in terza persona, il diario privato di Johanna van Gogh-Bonger, le lettere di Theo e Vincent, ma anche poesie, testi critici, citazioni, annunci e ritagli di giornale. Se da una parte la voce onnisciente si occupa di portare avanti la narrazione, dall’altra le lettere e il diario introducono il lettore nell’intimità dei personaggi storici, proprio come dicevamo poco fa a proposito della molteplicità delle voci narranti nel nuovo romanzo storico e della necessità di far scendere gli eroi dai piedistalli della storia. Tuttavia, anche la voce narrante segue un’impostazione di sequenze simili a quelle di un diario e tiene spesso Johanna al centro del suo punto di vista.

    Tutta questa premessa è necessaria per far comprendere quanto lavoro ci sia dietro un testo di così piacevole lettura. Inoltre, ci siamo soffermati sul carattere frammentario dell’opera proprio per far emergere il fatto che dietro La vedova Van Gogh c’è un enorme impegno stilistico, che ha reso il testo di un’incantevole fluidità. La frammentarietà dell’opera senza un’eccellente consapevolezza e padronanza linguistica poteva generare un testo sconnesso e privo di legami fra le varie parti, e invece risulta scorrevole e di piacevole lettura. Se l’intenzione dell’autore era quella di recuperare una storia sconosciuta e marginale per infonderle nuova linfa, l’edizione italiana di questo libro contribuisce a supportare l’intento del suo creatore: regalare una nuova vita a Johanna van Gogh-Bonger e far circolare la sua storia. Di libro in libro, di voce in voce, di lingua in lingua, che la storia di Johanna abbia inizio: «E comincino pure a chiamarmi, con sufficienza, la vedova Van Gogh» (p. 117).

  • 04Gen2017

    Gaël Pernettaz - outsidersweb.it

    Camilo Sanchez e la vedova di Van Gogh

    Come tanti altri artisti, il pittore olandese ha conosciuto un successo postumo. Il primo romanzo del poeta Camilo Sanchez racconta l’affascinante figura che più di tutti contribuì a fare uscire  Vincent Van Gogh dall’anonimato.

    A settembre 2016 è uscito presso Marcos y Marcos il primo romanzo di Camilo Sanchez, giornalista e poeta argentino, in cui è narrata la storia di Johanna e di come, dopo la morte del cognato Vincent Van Gogh, sia riuscita a far conoscere al mondo il di lui genio, salvando le sue tele e le lettere dall’oblio e organizzandone le prime mostre.

     

    Che Van Gogh sia un genio, uno dei pittori più talentuosi e degli animi più sensibili della storia è risaputo, ma non sempre si è pensato così. Durante la sua vita era riuscito infatti a vendere due soli quadri, e il suo successo allora non era affatto pronosticabile. Chi c’è dietro al successo del pittore olandese? Chi ha riunito la multiforme eredità di lettere e tele che Van Gogh intendeva lasciare all’umanità? Chi ha lottato per fare uscire queste opere da un prevedibile anonimato? La risposta è, ovviamente, una donna: Johanna, la moglie di Théo Van Gogh, fratello di Vincent. Una figura femminile straordinaria per l’Europa di fine Ottocento, epoca in cui le donne erano ancora relegate a un ruolo marginale nella società. Studentessa di lettere in Inghilterra prima, divenuta poi vedova (il marito Théo morì pochi mesi dopo il fratello pittore) con caparbietà e impegno riuscì a iniziare un’attività commerciale e farla fiorire, ma soprattutto si prodigò affinché si conoscessero le opere pittoriche di Van Gogh, sia per onorare la memoria del marito defunto, molto legato al fratello, sia perché affascinata dalla potenza emozionale dei quadri e delle lettere del cognato.

    Una figura di tale fascino non poteva non colpire la fantasia e la sensibilità del poeta Camilo Sanchez, che ha deciso di dedicarle un romanzo, il suo primo. In uno stile secco e intenso, fatto di periodi brevi e incisivi,(prerogativa della letteratura di lingua spagnola), l’autore coniuga uno svolgimento prosastico con intensi momenti poetici. Egli riesce a raggiungere questo effetto accompagnando la narrazione per tutto il corso del volume con inserti lirici quali stralci di lettere di Van Gogh al fratello o passi tratti dall’immaginario diario di Johanna, che, spinta dalla sua estrema sensibilità, annota i sentimenti tumultuosi che la sconvolgono assieme ai più minimi particolari della sua quotidianità. “La vedova Van Gogh” è infatti anche un romanzo che si basa sulle piccolezze. Come un quadro del pittore olandese, il libro trae la sua forza dalle singole pennellate di parole e dal loro sapiente accostamento, trasponendo così nella pagina gli evocativi stacchi cromatici dei suoi quadri.Un romanzo come solo un poeta avrebbe potuto scriverlo.

    In quanto poeta Sanchez ha imparato anche un’altra cosa, di capitale importanza: che a toccarli di sfuggita, le immagini e i sentimenti acquistano più forza che non parlandone direttamente. Egli non dimentica questa lezione passando alla prosa: il personaggio di Van Gogh infatti non è mai presente, ma viene fatto vivere solamente tramite ricordi, scritti e immagini, dotandolo di una forza di suggestione che non avrebbe mai potuto raggiungere in una storia avente il pittore come protagonista. Questi viene quindi fatto rivivere solamente attraverso quello che meglio lo rappresentava, la sua vera forma: i quadri, che, colti sempre in poche righe, si presentano come varchi da cui filtra la luce di quella stella luminosa e ancora per molti aspetti incomprensibile che fu, è e sempre sarà Vincent Van Gogh.

  • 29Nov2016

    Cristina Biolcati - nuovepagine.it

    La vedova Van Gogh – Camilo Sánchez

    Lo scrittore argentino Camilo Sánchez, anche giornalista e poeta, rivaluta una figura femminile fino ad ora rimasta nell’ombra, ovvero colei che ha salvato il grande pittore impressionista Vincent Van Gogh dall’oblio. La vedova Van Gogh (Marcos y Marcos, settembre 2016) è Johanna Van Gogh-Bonger, moglie dell’amato fratello Theo, al quale il pittore fu legato tutta la vita da un affetto particolare, atteggiandosi in qualità di mentore, sebbene egli vivesse in assoluta povertà e fosse proprio il fratello minore a provvedere al suo sostentamento. Quello stesso fratello che non ha saputo reagire alla morte di Van Gogh, quando, il 27 luglio 1890, si è sparato un colpo di rivoltella in pieno petto ad Auvers, lasciando questo mondo solo dopo due giorni interi d’agonia.

     

    Johanna è una giovane moglie, con un figlio piccolo al quale ha dato il nome del cognato pittore, Vincent, e un marito che fino ad allora ha sempre provveduto a loro. Ma dal giorno della morte di Van Gogh, morto appunto suicida, le cose cambiano. Theo cade in una sorta di depressione che presto lo paralizza anche nel corpo, e di lì a poco, lo porta a seguire la triste sorte del fratello – per l’esattezza, muore soltanto sei mesi dopo. Johanna ha un bambino di appena un anno e, nonostante il dolore per la morte del marito, cerca di reagire. Da Parigi, dove viveva con Theo, torna in Olanda dai genitori. L’assidua lettura delle lettere che Van Gogh scriveva al fratello, conservate gelosamente da quest’ultimo in un bauletto di rovere, le faranno rivalutare quella figura sui generis che era il cognato, da lei conosciuto soltanto per quattro giorni, quando quest’ultimo era andato a trovarli nella loro casa di Parigi. La figura tormentata di Vincent Van Gogh esce subito di scena, all’inizio della storia, ma aleggia ed è coprotagonista, insieme con Johanna, di tutta l’opera. La narrazione trasuda della sua carismatica presenza. La giovane vedova scopre che il famoso pittore, era prima di tutto un poeta, che cercava di mettere sulla tela non quel che vedeva, bensì tutto quello che poteva donare un’emozione. Che descriveva ogni suo quadro attraverso una prosa raffinata e suggestiva.

    «Nella distanza infinita di un crepuscolo, un sentiero di terra nera circondato da brughiera selvaggia, e un cielo così lilla che non tollera alcuna analisi.»
    (da una lettera di Van Gogh del 1883)

    Johanna, con l’aiuto del facoltoso genitore, ristruttura una casa di campagna e ne fa una piccola locanda, per garantire un reddito a se stessa e al figlio. Dei seicento quadri che il pittore ha prodotto in vita, ne sceglie circa duecento, coi quali adorna le pareti della sua nuova abitazione. Li fa arrivare direttamente dalla Francia, per mezzo di un amico comune. Presto impara a trattare con mercanti e critici d’arte, e ad organizzare mostre dove il genio di Van Gogh, che mai è stato apprezzato quando era in vita, inizia a decollare.
    La vedova Van Gogh ci ha restituito la grandezza del pittore dei girasoli e dei cieli stellati. Grazie a lei, oggi possiamo ammirare questi capolavori che all’epoca giacevano dimenticati nei ripostigli dei borghesi o venivano utilizzati come tavole per coprire i buchi dei pollai.

    «Con Gauguin perso nei suoi viaggi in Martinica e Toulouse-Lautrec sempre più dedito ai bordelli, Johanna sa di essere l’unica persona, al di fuori del cerchio di fuoco dei familiari di Van Gogh, a tenere insieme l’eredità segreta dell’artista: le lettere e i quadri. Frecce con la punta di miele.»

    Il temperamento irruento di Vincent Van Gogh, che in vita interpretò male anche quei pochi pareri positivi che ebbe dalla critica, e che soffrì a lungo per la sua figura di genio bistrattato, è notorio fin dalla notte dei tempi.
    Quel che non sapevamo è che una fragile donna, in un periodo in cui per il genere femminile niente era semplice, si è impegnata in ogni modo possibile per rivalutare la figura di quel cognato il cui andamento delle crisi depressive dipendeva anche da lei; dal fatto che Johanna impegnasse interamente le giornate dell’amato fratello e quindi, indirettamente, dalla gelosia nei suoi confronti.

    Camilo Sánchez è stato colpito, guardando un documentario della BBC, dalla figura di Johanna Van Gogh-Bonger, sempre citata come depositaria dei quadri e delle epistole del pittore dei girasoli. Esplorando musei e biblioteche a New York, ha scoperto il suo ruolo fondamentale nel divulgare l’arte del cognato, per altro, mai raccontato prima.

    La vedova Van Gogh è davvero un romanzo suggestivo, dove il diario tenuto dalla giovane vedova fa da contraltare ad una cronaca serrata che ci rende partecipi e ci fa apprezzare di più questo grande artista.

    La vedova Van Gogh
    Camilo Sánchez
    Marcos y Marcos, 2016
    Pagine: 189
    Prezzo di copertina € 16,00

     

  • 24Nov2016

    Alessandra Buccheri - theblogaroundthecorner.it

    La Debicke e… La vedova Van Gogh

    In una casa olandese di campagna, a pochi chilometri da Amsterdam, Johanna Van Gogh-Bonger, trentenne vedova di Theo Van Gogh e cognata di Vincent, si è trasferita per crescere il figlioletto e gestire una piccola locanda, con le pareti tappezzate da variopinti quadri di girasoli, cieli stellati e campi di grano con corvi. Suo marito Theo, fratello di Vincent, pittore quasi sconosciuto in vita ma destinato a diventare uno tra i più celebri del mondo, è morto da pochi mesi, dopo il suicidio di Vincent a cui lo legava un affetto incommensurabile. A Joanna è rimasto il bambino, Vincent Wilhelm, un centinaio di quadri del cognato e tutte le infinite lettere che Vincent e Theo hanno continuato a scriversi per anni.

    La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez (Marcos y Marcos, 2016) idealizza poeticamente un’importante parte della vita della giovane donna che più di tutti si dedicò e contribuì a far conoscere alla critica e al mondo intero i capolavori del geniale pittore fino ad allora trascurato e incompreso.
    Una protagonista straordinaria, Johanna Bonger e il suo diario intimo, che parte dall’infanzia, rivela la sua struggente e straordinaria storia attraverso il dramma del suicidio di Vincent, e la precoce morte di Theo, il fratello minore. Un diario che evidenzia i ricordi di Johanna a Parigi, dove ha vissuto con il marito nell’appartamento a Citè Pigalle di Montmartre, nel quartiere degli artisti, prima della lunga e angosciante agonia di Vincent, morto dopo essersi sparato un colpo al petto.
    Theo Van Gogh, coinvolto in una spirale di lutto e dolore, si ammala gravemente, smette di lavorare e non si muove dal letto, scendendo a sua volta rapidamente i gradini della follia e dell’autodistruzione. Joanna prova a salvarlo lasciando Parigi, rifugiandosi presso la sua famiglia in Olanda, seguita da Zuleica, fedele domestica spagnola. Ma tutto sarà vano perché Theo, minato anche dalla sifilide, malgrado tutte le migliori cure muore nel 1891, lasciandola in difficoltà economiche.
    Dopo i primi mesi ospite nella casa dei genitori, Johanna ottiene da suo padre, un ricco broker, il denaro per acquistare Villa Thelma, una casa abbandonata che lei renderà un luogo straordinario e da dove comincerà la sua missione, rendersi indipendente e promuovere la pittura del suo geniale cognato
    Ed è merito suo se oggi tutti conoscono tanti particolari della vita di Vincent Van Gogh. Pochi sanno che oltre ad essersi rivelato il padre del moderno espressionismo, Vincent Van Gogh scriveva ogni giorno al fratello. Queste lettere (centinaia, addirittura) sono state lette, selezionate da Johanna e pubblicate per la prima volta nel 1913 in tre volumi.
    E tutte queste lettere, indirizzate a Theo e che dimostrano un legame quasi di dipendenza psicologica tra i due fratelli, sono importanti perché in esse Vincent descriveva il suo lavoro ed esprimeva i suoi stati d’animo, le sue angosce, le sue gioie, talvolta la sua follia, una follia artistica spesso confusa con la pazzia. Cos’era poi la follia di Van Gogh? Forse l’allontanarsi coscientemente dalla realtà, dall’ambiente circostante e dalle regole? Certo la manifestazione di una completa astrazione dal mondo con una tale passione per le sue opere da dimenticare le necessità primarie quali mangiare e dormire. In queste lettere ritroviamo i commenti che faceva ai quadri dei colleghi e le sue riflessioni, il perché della sensibilità della sua pittura, l’incontro con gli impressionisti a Parigi, il suo lavoro con i minatori di carbone, le delusioni amorose e professionali, la fame, il viaggio ad Arles, il progetto dell’associazione di artisti indipendenti del sud, suggerito dal suo bisogno di essere giudicato, migliorarsi e mostrare i suoi dipinti agli altri… Un progetto però mai realizzato.
    Bel libro, il primo romanzo dello scrittore e poeta argentino Camilo Sánchez, denso di umanità e di poesia, con per vivida cornice la grande storia europea e globale fatta di lutti, scoperte, scelte politiche e sociali, avvenimenti pubblici straordinari che segnano gli anni che passano.
    Un libro che ruota con accorta delicatezza attorno alla figura di Johanna, una donna di un’altra epoca, una figura femminile a tutto tondo capace di giocare serenamente con il suo bambino ma contemporaneamente dotata di tale forza e tenacia, in un mondo ancora quasi tutto al maschile.

  • 11Nov2016

    Sara Minervini - sulromanzo.it

    La vedova Van Gogh, quando l’arte diventa «mestiere di vivere»

    Quello di Van Gogh è un paradigma che non si esaurisce mai. Anche per questo, forse, la letteratura continua a eleggerlo a modello d’eccezione per raccontare la parabola dell’arte e del dramma che, spesso, le si accompagna: il rifiuto, l’incomprensione, il disagio in un mondo diviso, non sempre equamente, tra passione e pragmatismo, talento e profitto.

     

    La storia e la vita di Vincent van Gogh, in altre parole, sono le perfette candidate alla trama di un romanzo, anche se il nuovo libro di Camilo Sànchez, La vedova Van Gogh (Marcos y Marcos, traduzione italiana a cura di Francesca Conte) un romanzo non è. O comunque sarebbe forse più utile la definizione ‒ per quanto peso possa effettivamente avere una definizione ‒ di metaromanzo, tragico e lucido intrecciarsi tra realtà, Storia e immaginazione.

    Johanna van Gogh-Bonger è la moglie di Theo van Gogh, amatissimo fratello dello sfortunato pittore. All’indomani del suicidio di Vincent, inizia a tenere un diario in cui annota la lenta agonia del marito, destinato a inseguire il fratello anche al di là della vita. Nella loro casa parigina sono accatastati i quadri «veri fino all’assurdo» (Giulio Carlo Argan) del cognato, quegli stessi quadri che hanno condannato il loro autore alla follia e al suicidio. Alla morte di Theo, nel gennaio successivo, Johanna resta sola con il figlio appena nato, chiamato a sua volta Vincent come lo zio.

    Vedova giovane, la donna abbandona la schizzinosa Parigi per tornare in Olanda e aprire una locanda in campagna, portando con sé i quadri di Van Gogh. Li appende in ogni stanza, tributo irrinunciabile a un talento senza pace, ne fa il primo museo, una mostra più intima che personale. Intanto annota, giorno dopo giorno, la sua ostinata lotta di donna, madre, artista nel suo diario, cui presto si aggiungono le tante lettere a Theo scritte dal fratello. La scrittura diventa ben presto il suo quadro, con la stessa andatura spezzata dei contorni, il ritmo serrato degli appunti di quelli che più tardi diverranno i celebri quadri del cognato, e che fanno del suo diario un’esperienza autonoma, esasperata, tragica eppure così lucida nella realtà che rappresenta.

    È in questo modo che il genio di Van Gogh, così personale ed emotivo, visionario e autentico al tempo stesso, vince il limite dell’isolamento e della rimozione, dell’indifferenza e del disprezzo, dei pregiudizi, delle mode e delle convenzioni. Grazie alla tenacia di Johanna, Van Gogh entra nella storia delle arti figurative e non solo. Si fa paradigma, come già detto, del talento prima disprezzato e poi comprato. A peso d’oro. Ma è un paradigma amaro, a ben guardarlo, di un mestiere, quello dell’artista, arduo quanto quello della vita (per citare Pavese). Talento e passione, in entrambi i casi, non bastano; c’è bisogno della capacità di vendere sé stessi, anzi vendersi: ai compromessi, ai rapporti di forza, agli interessi molto materiali e poco trascendentali.

    Non che la pittura di Van Gogh possa considerarsi trascendentale. Tutt’altro! È esplorazione delle emozioni vere attraverso pennellate vivide, accecanti nei colori, quasi fiammate che divorano la tela e la materia ritratta. È, in altre parole, vitale, vigorosa, icastica.

    Nemmeno lo stile di Camilo Sànchez può definirsi trascendentale: la sua Johanna van Gogh-Berger è una persona, una donna, caratterizzata da un’accesa personalità e da una fortissima capacità di introspezione. La sua scrittura si affida a periodi vibranti e corposi, a tratti si spezza per lasciare spazio ai frammenti diariastici, alle lettere di Theo, apre un varco che poi, sinuoso, torna a modellare forme palpitanti e vive. Non c’è niente di ornamentale, non una virgola, non un aggettivo, niente che non abbia un peso specifico, un significato. Come nella pittura di Vincent van Gogh, Camilo Sànchez capisce che la scrittura non può essere strumento ma agente di trasformazione, forza attiva, un modo attraverso il quale affrontare la realtà e farne proprio il contenuto essenziale.

    Anche per questo la scelta della protagonista ricade su una figura a latere ma non marginale, una donna che si incarica di indagare, senza giudicare, la coscienza della pienezza dell’esperienza di Van Gogh, la sua ricerca etica, una nuova forma di romanticismo a oltranza che si identifica con la passione per la vita ritratta nei quadri del cognato, passione per la quale, pure, egli è morto. Così come Theo, il marito. La vita e la storia di Johanna Van Gogh-Berger sono il riscatto e la memoria di un olocausto famigliare.

    «Se c’è un sentimento che l’accompagna, è piuttosto qualcosa di simile alla calma, alla perplessità. La verità è che non sa ancora se si trova al culmine di un’avventura o ai primi passi di un lungo percorso appena iniziato. Ancora non sa se ha davanti una porta che si chiude o una porta che si apre».

     

    Non sa, La vedova Van Gogh, che quella che le ha aperto Camilo Sànchez con questo romanzo è una straordinaria porta verso l’immortalità letteraria.

     

     

  • 09Nov2016

    Marilù Oliva - libroguerriero.wordpress.com

    VAN GOGH VERSUS DONALD TRUMP

    La vittoria di Donald Trump ci ha fatto cominciare male la giornata. Mentre il web si divide tra rassegnati e indignati, tra chi elenca la sconfitta di Hillary tra le azioni di protesta e chi ne prende semplicemente atto, io vi propongo un antidoto allo spaesamento e all’oscurità in cui queste elezioni ci hanno gettati: colori.

    Tanti colori.

     

    Correte a leggere La vedova Van Gogh di Camilo Sanchez, giornalista e poeta che vive a Buenos Aires, pubblicato da marcos y marcos per la collana Gli Alianti e rifatevi subito gli occhi con la sua copertina verde. Poi sfogliate il libro, immaginate centinaia di tele, quelle lasciate dal pittore dopo la morte e raccolte per volontà della cognata Johanna van Gogh-Bonger  – depositaria dei suoi quadri e delle sue lettere – perché confluissero in mostre e nella locanda in Olanda dove lei era tornata col figlioletto per cercare un po’ di pace. Immaginate quindi frutteti in fiore, girasoli, cieli pastosi di nubi, mangiatori di patate, paesaggi di Arles e la notte stellata che sovrasta il Rodano. Uno sfavillare di pennellate e luci.

    Poi buttatevi nella storia, che vi riconduce al 1890, quando l’artista si sparò. Viveva a Parigi, allora, una città fervida di arte e ritrovo di grandi personaggi nonché artisti come Gaugin e Toulouse Lautrec. Qui si era trasferito anche il fratello Theo Van Gogh.

    Il romanzo è narrato in terza persona, ma racconta le vicende col punto di vista di Johanna van Gogh-Bonger con un procedimento anche metaletterario, attraverso citazioni molto belle selezionate dai suoi diari. Ne emerge il ritratto di una donna forte, acuta interprete delle vicende umane, sensibile, piena di idee, dotata di diversi talenti, non ultimo quello di una scrittura molto intensa.

    La storia prende avvio a Montmartre, dove – al quarto piano del numero 8 di Cité Pigalle – i van Gogh hanno residenza: Johanna, Theo e il loro piccolo di pochi mesi, chiamato Vincent in onore dello zio. I due fratelli sono legatissimi, Theo ha una vera e propria ossessione per Vincent, fatta di rincorse, liti, distacchi, sensi di colpa, spirito protettivo. Johanna, pagina dopo pagina, si rende conto che ha sposato un uomo votato al proprio fratello attraverso un legame indissolubile, tanto che non può sopravvivere al dolore per il suicidio di Vincent.

    Theo si ammala e si lascia così consumare aspettando che la morte lo porti via. Scrive infatti Johanna:

    Accompagno l’agonia di Theo.

    Ma nessuno mi chieda di trovar piacere mentre imbocco un uomo che, poco più di un anno fa, davanti a uno specchio, mi portava in braccio fin sulla riva della notte più umida.

    Faccio quel che devo, come una sposa sollecita e riconoscente.

    Com’è possibile spiegare un legame così totalizzante? Theo si era sempre occupato del fratello artista, anche sovvenzionandolo economicamente con un fisso di centocinquanta franchi al mese. Eppure aleggiava un senso del possesso inspiegabile, tra i due, se è vero che Vincent, quando scoprì che il fratello si sarebbe sposato, si tagliò un orecchio, come sostengono i recenti studi portati avanti dallo scrittore e giornalista britannico Martin Bailey. Johanna, come tutte le donne dotate di senso pratico e di acutezza, se ne rende conto:

    È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh. Né io né mio figlio siamo riusciti e cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

  • 07Nov2016

    Elisa Ponassi - lalettricerampante.blogspot.it

    LA VEDOVA VAN GOGH – Camilo Sánchez

    Un’ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l’annuncio: Theo Van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
    Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
    Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un’ultima, quella che Vincent Van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

    Il 27 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spara un colpo di rivoltella al petto. Muore alle prime ore del 29 luglio, dopo poco più di un giorno di agonia. Accanto lui c’è il fratello Theo, accorso al suo capezzale da Parigi non appena saputo del tentativo di suicidio, e rimasto accanto a lui fino alla fine.

    Nemmeno a lui Vincent ha voluto dare spiegazioni del suo gesto, culmine di una vita fatta di disturbi mentali e inquietudini. E Theo, che al fratello è molto legato, da questo grande dolore non si riprende più. Dopo mesi di depressioni e malattie psicosomatiche, muore il 25 gennaio 1891, a soli sei mesi di distanza dal suicidio del fratello.

    La vedova Van Gogh, romanzo dello scrittore argentino Camilo Sánchez, pubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Francesca Conte, parte dal momento in cui Theo ritorna alla sua casa di Parigi, dalla moglie Johanna Van Gogh – Borger e dal figlioletto appena nato, chiamato Vincent in onore del fratello, dopo essere stato al capezzale del pittore morente.

    Torna a casa, ma è come se non tornasse più, talmente forte è il dolore che prova e che, nei pochi mesi successivi, lo ucciderà.

    La storia viene raccontata dal punto di vista di Johanna, che con il cognato Vincent non aveva poi chissà quale grande rapporto, ma che invece è profondamente innamorata del marito. Vorrebbe aiutarlo, nel suo tentativo di rendere il giusto onore all’opera del fratello, ma al tempo stesso prova rabbia nei suoi confronti, per il modo in cui si sta lasciando andare, per la scarsa attenzione che prova nei confronti del figlio e per quello stato di apatia che si è impossessato di lui e che sa lo porterà alla morte.

    È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
    Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

    Quando poi Theo effettivamente muore, Johanna dovrà prendere in mano la sua vita e quella di suo figlio e cercare di sopravvivere. Per farlo, le vengono in aiuto proprio i quadri del cognato, che inizierà a riscoprire e, soprattutto, a far scoprire agli altri: dapprima semplicemente appendendoli alle pareti di Villa Helma, la locanda che ha deciso di aprire per rifarsi una vita, poi, con il passare del tempo riuscendo a organizzare mostre, a vendere alcune delle opere e a far conoscere Vincent Van Gogh per il grande pittore che è.

    Ho camminato in mezzo ai quadri.
    Mi sono fermata solo davanti al mandorlo in fiore che ha dipinto per mio figlio.
    E mi ha divertito come non mai la sensazione di vedermi come un’intrusa, una fra le tante spettatrici che sfilavano davanti alle immagini come a messa.
    C’è chi parla di Van Gogh al presente, come se non fosse morto.
    Ecco qua. D’ora innanzi,Vincent Van Gogh sarà il nome di un artista.

    Camilo Sanchéz sceglie di narrare le vicende di La vedova Van Gogh attraverso tre espedienti narrativi: il primo, quello che dà la struttura al romanzo e tiene unito il tutto, è una narrazione quasi asettica, una mera cronaca degli eventi e dello scorrere del tempo, senza interventi personali dell’autore; poi, ci sono le pagine di diario che Johanna scrive e in cui racconta le sue preoccupazioni, le sue paure, il suo senso di impotenza di fronte a quello che sta succedendo al marito e alla sua vita, ma anche le gioie del veder crescere il figlio, per nulla intaccato dal dolore che ha pervaso tutta la famiglia. Infine, ci sono le lettere che Vincent Van Gogh ha scritto negli anni al fratello e che Johanna scopre insieme al lettore. Lettere realmente esistite (pubblicate in Italia da Guanda nel 2007 nel volume Lettere a Theo, curato da M. Cescon) e che mostrano l’abilità a scrivere del grande pittore e, soprattutto, il forte legame di affetto e protezione che ha sempre unito i due fratelli.

    Ed è proprio a partire da queste lettere, di cui Johanna era depositaria insieme alle opere, che lo scrittore argentino ha deciso di scrivere il suo primo romanzo. Incuriosito dalla figura della donna, dal ruolo che ha avuto nel difendere e diffondere i quadri del cognato, ha raccontato la sua storia e permettere così di conoscere un aspetto, di cui probabilmente solo gli appassionati sono consapevoli, del grande pittore impressionista.

    Il libro è una passeggiata tra le opere di Van Gogh che va oltre la semplice tela. Leggendo si scoprono alcuni dettagli, alcuni retroscena e, soprattutto, alcuni dei più grandi turbamenti del pittore olandese che poi si sono riversati nei suoi quadri, racconti da un punto di vista vicino ma al tempo stesso esterno, quello di una donna che sì, riconosce il valore di quelle opere e ama perdersi in quei colori, ma al tempo stesso vorrebbe più tranquillità per la sua famiglia e per se stessa.

    Molti indizi dell’autunno sugli alberi che costeggiano il percorso. Quando siamo passati davanti alla chiesa di Auvers, mi sono ricordata del dipinto che la raffigura, attaccato con le puntine nel corridoio che porta in cucina, a Pigalle.Senza il luccichio giovanile del disegno, né il cielo sullo sfondo, drammatico e carico di presagi, la chiesa, davanti ai miei occhi, pareva aver perduto la vitalità del quadro.Il quadro di Van Gogh migliorava il paesaggio.Scrivo sul treno che mi riporta a casa, a Pigalle. Confusa come prima o anche di più.Il dottor Gachet non può o non vuole darmi una diagnosi precisa sulla salute di Theo?

    Ad arricchire questa biografia in forma di romanzo ci sono le note finali dell’autore, integrate nella versione italiana dalla traduttrice Francesca Conte, che spiegano e approfondiscono alcune delle cose raccontate nel romanzo, così da fornire basi realmente solide alla parte romanzata della vicenda.

    Il risultato è un romanzo biografico e autobiografico al tempo stesso, in grado di coinvolgere e appassionare sia gli esperti e gli amanti di Vincent Van Gogh, sia chi invece lo conosce poco e solo per i suoi quadri più famosi. Attraverso il racconto e le parole di una donna forte e coraggiosa come Johanna Van Gogh – Borger, Camilo Sanchéz  va oltre i quadri e la pittura di Vincent Van Gogh, mostrandone anche l’aspetto più fragile, più umano, che ha contribuito a renderlo un grande.

  • 04Nov2016

    Cristina M. - athenaenoctua2013.blogspot.it

    La vedova Van Gogh (Sánchez)

    Ormai sapete quanto mi piacciano i dipinti di Van Gogh, vedete che li utilizzo spesso come immagini di accompagnamento ai testi e che mi piace rintracciare dei collegamenti fra la sua arte e la letteratura. Potete quindi immaginare la mia curiosità quando ho saputo della pubblicazione, da parte di Marcos y Marcos, del romanzo La vedova Van Gogh dello scrittore argentino Camilo Sánchez: finito dritto nella lista dei desideri, è arrivato sul mio comodino sul finire di ottobre e si è fatto divorare in tre giorni.

     

    La vedova è Johanna Bonger, la moglie di Theo Van Gogh, fratello dell’artista, noto soprattutto per la fitta corrispondenza che spesso viene esposta nelle mostre assieme ai dipinti. Donna colta e intraprendente, studiò in Inghilterra e lavorò anche al British Museum, per poi diventare insegnante di inglese e traduttrice. Proprio a Johanna Bonger dobbiamo il salvataggio, la promozione e molte delle informazioni sull’artista e sulla sua esistenza tormentata: fu questa donna, rimasta vedova nel 1891, pochi mesi dopo che Theo aveva perduto il fratello, a curare la diffusione e la traduzione della corrispondenza di Vincent e ad organizzare, assieme al grande amico del pittore, Émile Bernard, le prime esposizioni dei suoi dipinti, dei disegni e delle stesse lettere. In qualche modo, possiamo dire che sia stata la vera agente di Vincent Van Gogh, colei che, prima per amore del marito, poi per necessità economica e infine per la precoce intuizione della genialità dell’arte del cognato, permise la nascita del mito di Van Gogh, l’affermazione delle sue opere e il silenzio dei suoi detrattori, con i quali dovette scontrarsi a più riprese.

    Il romanzo si apre con un fantasma che varca la soglia dell’appartamento dei Van Gogh a Pigalle, Montmartre. Theo è devastato dall’agonia e dalla morte dell’adorato fratello e per lui inizia un declino irreversibile verso la depressione e la morte. Johanna rimane sola con il figlio piccolo, quel Vincent che è il terzo del suo nome, dopo il pittore e il fratellino mai conosciuto di cui egli aveva dovuto tante volte leggere il nome al cimitero. Inizialmente quella dello spettro di Vincent appare una presenza ingombrante, che tende un velo di tristezza anche sul suo bambino e che toglie al marito ogni voglia di vivere, ma, poco alla volta, Johanna si aggrappa alla memoria e all’eredità dell’artista con tenacia, riconoscendogli un’importanza e una riconoscenza tale che nel 1914 farà traslare i resti del marito accanto a quelli del cognato. Il suo appartamento a Pigalle viene preso d’assalto da fanatici che vogliono distruggere i quadri di Vincent e la necessità di appoggiarsi agli affetti induce Johanna a tornare in Olanda. Qui ella fa portare numerosi quadri che conservava nella casa parigina, facendone l’arredo della piccola pensione a Bussum, fuori Amsterdam, dove cominciano ad essere ammirati e suscitano l’interesse dei borghesi facoltosi. Per Johanna Bonger l’arte di Van Gogh, legata ad una fine drammatica, è un nuovo inizio.

    Il romanzo, concepito come un diario, poi ridimensionato a narrazione con inserti diaristici scritti da Johanna o da lei riportati dalle lettere di Vincent e Theo, fa luce sulla vicenda dell’arte di Van Gogh dopo di lui e, in un certo senso, la illumina dall’interno, svelando la scintilla straordinaria della sua ispirazione.
    Al di là dell’indiscutibile piacevolezza narrativa, il libro di Camilo Sánchez ha un valore aggiunto che scaturisce dalle numerose figure che egli inserisce nel romanzo, da Henri de Toulouse-Lautrec al già citato Émile Bernard, da Paul Gauguin al critico Jules Renard e a molti altri, alcuni appena menzionati, diversi trasformati in personaggi veri e propri, anche se ogni loro apparizione è filtrata dalla lente di Johanna. Incontriamo in queste pagine anche la madre e le sorelle di Van Gogh, disinteressate all’opera del loro congiunto, ad eccezione di Wilelmina, presenza fondamentale per Johanna e il nipote, nonché accesa femminista e corrispondente, in vita, del fratello. Attraverso la voce di Johanna vediamo Van Gogh che osserva, crea e commenta le proprie opere, a volte in forma poetica, con dei versi suggestivi quanto le sue pennellate, facciamo luce sul suo animo travagliato, scopriamo le sue preferenze letterarie, conosciamo le sue reazioni disturbate alle critiche, soprattutto a quelle positive ed entusiaste, per lui così rare.
    Consiglio dunque La vedova Van Gogh a tutti gli estimatori dell’arte di questo pittore e a tutti coloro che sono alla ricerca di quelle figure femminili che, in silenzio, continuando a fare le mogli, le madri e le sorelle, hanno offerto un contributo importante alla cultura di ogni tempo.

    Johanna torna alle lettere.
    È diventata un’ossessione, per lei, la corrispondenza del cognato: con il pudore di entrare in un’intimità altrui, si lascia trasportare, stupita, dall’intensità di una prosa che brucia ogni cosa al suo passaggio. Lettere scritte come chi va e viene, molto di fretta, da un altro luogo, a si trattiene giusto un istante, per raggiungere la precisione delle parole.

  • 30Ott2016

    Elisabetta Rasy - Domenica, Il Sole 24

    La donna che scoprì Van Gogh

    Verso la fine delle compassate memorie che Elisabeth van Gogh dedicò all’inizio del Novecento all’ormai celebre fratello si leggono queste parole: «La sua scoperta è opera di una donna che ha fatto conoscere il lavoro di Vincent mossa dal suo amore per l’arte, dal suo spirito commerciale e dalla sua compassione».

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  • 29Ott2016

    Francesca - leoredentroailibri.blogspot.it

    Frecce con la punta di miele: Camilo Sánchez e “La vedova Van Gogh”

    “Scrivo circondata dalla vertigine dei colori”

    Copertina: andiamo con ordine. La copertina dei libri della Marcos Y Marcos, come ho già scritto per “Il caso Jane Eyre” nell’articolo “La Divina Copertina“, è sempre ben fatta e curata nei dettagli. In particolare questa l’ho trovata molto originale e precisa nel binomio immagine-contenuto, secondo me un elemento fondamentale nella buona riuscita di una copertina. Come racconta la trama, la protagonista del romanzo apre una locanda in campagna nella quale esporrà i quadri di Vincent Van Gogh, perciò la scelta grafica di una casa costruita essenzialmente di questi è semplicemente fantastica!

    RECENSIONE

    Il titolo della recensione esprime in poche parole il mio apprezzamento per questo romanzo. L’originale, naturalmente, non si riferisce direttamente al libro di Sánchez ma ai quadri e alle lettere di Vincent van Gogh, una definizione, a mio parere, molto azzeccata.
    Non so dirti bene perché mi piace così tanto osservare i quadri di questo pittore, anche perché forse è veramente difficile esprimere a parole le sensazioni che l’arte in generale suscita. Ho sempre apprezzato van Gogh non solo per la sua “bravura” artistica ma anche e soprattutto per ciò che c’è dietro ai suoi quadri, e le lettere citate nel libro di Sánchez sono una parte di questo dietro le quinte.

    Un’altra componente del dietro le quinte e sicuramente collegata alla parte epistolare, è proprio la protagonista di questo piccolo ma intenso romanzo, il primo pubblicato da Sánchez nelle vesti di romanziere.

    Johanna van Gogh-Bonger fu la moglie di Theo van Gogh, fratello di Vincent, dal 1889 al 1891, anno della morte di Theo, e colei che contribuì a far conoscere l’arte del cognato al mondo intero, o meglio, si impegnò a sradicare l’alone di paura e diffidenza che si era creato attorno ad essa. Come racconta Sánchez attraverso la voce di Johanna, molti si arrogarono il diritto di distruggere le opere del pittore dopo la sua morte perché portatrici di pazzia.

    Nel libro viene mostrata una parte della vita di questa donna, forse la più significativa: donna sicuramente avanti coi tempi, Johanna ha una brillante intuizione e un occhio attento ai dettagli, che siano interni ai quadri o alla sua vita di moglie e madre. Non si lascia intimorire dalle convenzioni che la vogliono vedova a vita e con un figlio di cui prendersi cura, decide di “ritornare a vivere” dopo mesi passati nel buio della malattia del marito. Seppur arrabbiata con il cognato per aver provocato indirettamente la morte dell’uomo che amava, la protagonista sente crescere in lei il desiderio di conoscere più da vicino una figura che sembra aver “sposato”, senza saperlo, insieme a Theo.

    E’ questo, a mio avviso, ciò che il titolo lascia intendere, in particolare quello originale la cui traduzione letterale è “La vedova dei van Gogh” e che rende perfettamente l’idea di questo legame emotivo non solo tra marito e moglie ma tra marito, moglie e cognato. E’ un peccato che la traduzione italiana perda in questo senso…

    “Io l’unica cosa che so è che a volte è il bagliore di quei quadri a svegliarmi all’alba, piuttosto che gli insetti o gli uccelli del mattino”

    Un aspetto sicuramente interessante che mi ha colpito molto è stato il rapporto di Johanna con il mondo che la circonda. L’Europa di fine XIX secolo è in continuo fermento, nascono e si sviluppano i primi importanti movimenti femministi e gli intellettuali più coraggiosi cominciano a sperimentare “generi” artistici che vanno oltre alle parole e alla realtà sensibile.

    Johanna in un certo senso si adegua alla società nella quale vive e se ne distacca nel momento in cui sente la necessità di ritrovare sé stessa come persona. Ha un rapporto naturale con ciò che la circonda, non forzato né dalle convenzioni né da ribellioni eclatanti ad esse come ci si aspetterebbe da una personalità tanto “moderna” come la sua.

    Da un certo punto di vista, sembra quasi che condivida di più con Vincent piuttosto che con Theo.

    Merito, naturalmente, del narratore/autore che sembra quasi seguire Johanna in quel piccolo ma intenso frammento della sua vita.

    “Con Gaugin perso nei suoi viaggi in Martinica e Toulouse-Lautrec sempre più dedito ai bordelli, Johanna sa di essere l’unica persona, al di fuori del cerchio di fuoco dei familiari di van Gogh, a tenere insieme l’eredità segreta dell’artista: le lettere e i quadri. Frecce con la punta di miele.”

    Inizialmente la narrazione in terza persona con frasi molto corte non mi aveva convinto per niente perché mi sembrava rendesse il romanzo troppo freddo e distaccato dagli eventi narrati. Andando avanti con la lettura, però, ho iniziato a rivalutare questa freddezza, che piano piano si è trasformata in calma e gentilezza. Sánchez riesce a farti entrare nella storia senza forzare alcuna interpretazione, lasciandoti lo spazio di crearti una tua idea, un compito non facile per una storia con dei protagonisti realmente esistiti.

    Anche i personaggi storici, quelli che sono esistiti davvero come Aurier o Bernard, sono trattati con delicatezza e seguiti in maniera tale da non darne giudizio, se non attraverso le parole di Johanna stessa.

    Attraverso i frammenti del diario di Johanna, nel quale la scrittura diventa uno strumento di catarsi e riflessione, i quadri di Vincent van Gogh e le lettere spedite a Theo, Camilo Sánchez mi ha letteralmente trasportato in un modo pieno di colori, sensazioni piacevolmente vorticose ed emozioni profonde.

    Non pensavo che questo romanzo sarebbe potuto piacermi tanto! Tu lo hai letto? Nel caso in cui la risposta fosse negativa, spero di averti fatto incuriosire almeno un pochino…sono sempre dell’idea che un libro non si dovrebbe quasi mai giudicare né dalla copertina, come dice il famoso detto, e né dalle prime pagine.

    Buona giornata e buon Halloween se lo “festeggerai”…ci vediamo al Book Haul del mese di ottobre!

    Grazie per avermi letto,
    Francesca, Le ore dentro ai libri.

  • 25Ott2016

    Elisa Ponassi - ultimapagina.net

    La grande donna dietro al grande artista: La vedova Van Gogh

    La storia di Johanna Van Gogh, la donna che con la sua tenacia ha fatto conoscere al mondo i quadri del grande pittore olandese.

    Un’ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l’annuncio: Theo Van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
    Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
    Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un’ultima, quella che Vincent Van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

     

    Il 27 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spara un colpo di rivoltella al petto. Muore alle prime ore del 29 luglio, dopo poco più di un giorno di agonia. Accanto lui c’è il fratello Theo, accorso al suo capezzale da Parigi non appena saputo del tentativo di suicidio, e rimasto accanto a lui fino alla fine.
    Nemmeno a lui Vincent ha voluto dare spiegazioni del suo gesto, culmine di una vita fatta di disturbi mentali e inquietudini. E Theo, che al fratello è molto legato, da questo grande dolore non si riprende più. Dopo mesi di depressioni e malattie psicosomatiche, muore il 25 gennaio 1891, a soli sei mesi di distanza dal suicidio del fratello.

    La vedova Van Gogh, romanzo dello scrittore argentino Camilo Sánchez, pubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Francesca Conte, parte dal momento in cui Theo ritorna alla sua casa di Parigi, dalla moglie Johanna Van Gogh – Borger e dal figlioletto appena nato, chiamato Vincent in onore del fratello, dopo essere stato al capezzale del pittore morente.
    Torna a casa, ma è come se non tornasse più, talmente forte è il dolore che prova e che, nei pochi mesi successivi, lo ucciderà.

    La storia viene raccontata dal punto di vista di Johanna, che con il cognato Vincent non aveva poi chissà quale grande rapporto, ma che invece è profondamente innamorata del marito. Vorrebbe aiutarlo, nel suo tentativo di rendere il giusto onore all’opera del fratello, ma al tempo stesso prova rabbia nei suoi confronti, per il modo in cui si sta lasciando andare, per la scarsa attenzione che prova nei confronti del figlio e per quello stato di apatia che si è impossessato di lui e che sa lo porterà alla morte.

    È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
    Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

    Quando poi Theo effettivamente muore, Johanna dovrà prendere in mano la sua vita e quella di suo figlio e cercare di sopravvivere. Per farlo, le vengono in aiuto proprio i quadri del cognato, che inizierà a riscoprire e, soprattutto, a far scoprire agli altri: dapprima semplicemente appendendoli alle pareti di Villa Helma, la locanda che ha deciso di aprire per rifarsi una vita, poi, con il passare del tempo riuscendo a organizzare mostre, a vendere alcune delle opere e a far conoscere Vincent Van Gogh per il grande pittore che è.

    Ho camminato in mezzo ai quadri.
    Mi sono fermata solo davanti al mandorlo in fiore che ha dipinto per mio figlio.
    E mi ha divertito come non mai la sensazione di vedermi come un’intrusa, una fra le tante spettatrici che sfilavano davanti alle immagini come a messa.
    C’è chi parla di Van Gogh al presente, come se non fosse morto.
    Ecco qua. D’ora innanzi,Vincent Van Gogh sarà il nome di un artista.

    Camilo Sanchéz sceglie di narrare le vicende di La vedova Van Gogh attraverso tre espedienti narrativi: il primo, quello che dà la struttura al romanzo e tiene unito il tutto, è una narrazione quasi asettica, una mera cronaca degli eventi e dello scorrere del tempo, senza interventi personali dell’autore; poi, ci sono le pagine di diario che Johanna scrive e in cui racconta le sue preoccupazioni, le sue paure, il suo senso di impotenza di fronte a quello che sta succedendo al marito e alla sua vita, ma anche le gioie del veder crescere il figlio, per nulla intaccato dal dolore che ha pervaso tutta la famiglia. Infine, ci sono le lettere che Vincent Van Gogh ha scritto negli anni al fratello e che Johanna scopre insieme al lettore. Lettere realmente esistite (pubblicate in Italia da Guanda nel 2007 nel volume Lettere a Theo, curato da M. Cescon) e che mostrano l’abilità a scrivere del grande pittore e, soprattutto, il forte legame di affetto e protezione che ha sempre unito i due fratelli.

    Ed è proprio a partire da queste lettere, di cui Johanna era depositaria insieme alle opere, che lo scrittore argentino ha deciso di scrivere il suo primo romanzo. Incuriosito dalla figura della donna, dal ruolo che ha avuto nel difendere e diffondere i quadri del cognato, ha raccontato la sua storia e permettere così di conoscere un aspetto, di cui probabilmente solo gli appassionati sono consapevoli, del grande pittore impressionista.
    Il libro è una passeggiata tra le opere di Van Gogh che va oltre la semplice tela. Leggendo si scoprono alcuni dettagli, alcuni retroscena e, soprattutto, alcuni dei più grandi turbamenti del pittore olandese che poi si sono riversati nei suoi quadri, racconti da un punto di vista vicino ma al tempo stesso esterno, quello di una donna che sì, riconosce il valore di quelle opere e ama perdersi in quei colori, ma al tempo stesso vorrebbe più tranquillità per la sua famiglia e per se stessa.

    Molti indizi dell’autunno sugli alberi che costeggiano il percorso. Quando siamo passati davanti alla chiesa di Auvers, mi sono ricordata del dipinto che la raffigura, attaccato con le puntine nel corridoio che porta in cucina, a Pigalle.
    Senza il luccichio giovanile del disegno, né il cielo sullo sfondo, drammatico e carico di presagi, la chiesa, davanti ai miei occhi, pareva aver perduto la vitalità del quadro.
    Il quadro di Van Gogh migliorava il paesaggio.
    Scrivo sul treno che mi riporta a casa, a Pigalle. Confusa come prima o anche di più.
    Il dottor Gachet non può o non vuole darmi una diagnosi precisa sulla salute di Theo?

    Ad arricchire questa biografia in forma di romanzo ci sono le note finali dell’autore, integrate nella versione italiana dalla traduttrice Francesca Conte, che spiegano e approfondiscono alcune delle cose raccontate nel romanzo, così da fornire basi realmente solide alla parte romanzata della vicenda.

    Il risultato è un romanzo biografico e autobiografico al tempo stesso,in grado di coinvolgere e appassionare sia gli esperti e gli amanti di Vincent Van Gogh sia a chi invece lo conosce poco e solo per i suoi quadri più famosi. Attraverso il racconto e le parole di una donna forte e coraggiosa come Johanna Van Gogh – Borger, Camilo Sanchéz  va oltre i quadri e la pittura di Vincent Van Gogh, mostrandone anche l’aspetto più fragile, più umano, che ha contribuito a renderlo un grande.

    Titolo: La vedova Van Gogh
    Autore: Camilo Sanchéz
    Casa editrice: marcos y marcos
    Formato: Cartaceo
    Pagine: 192
    Copertina: Lorenzo Lanzi
    Traduttore: Francesca Conte
    Data di uscita: 15/09/2016
    Perché leggerlo: Per conoscere l’uomo dietro al grande pittore e per scoprire la storia di una donna forte e coraggiosa, senza la quale Vincent Van Gogh non sarebbe quello che è oggi

  • 13Ott2016

    Diana D'Ambrosio - nonriescoasaziarmidilibri.blogspot.it

    La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez

    “Mi piacerebbe fare ritratti che, di qui a un secolo, alle persone del futuro, vengano incontro come apparizioni”.

    Quando ci si ritrova di fronte a un quadro di Van Gogh non si può fare a meno di rintracciare il tormento di un uomo che ha tentato invano di dialogare con il suo tempo, la rabbia in pennellate dense di colore, la profondità in quegli occhi che sembrano scrutarti da un tempo lontano.

    Van Gogh, però, prima di essere un’idea di pittura è stato un uomo che ha cercato disperatamente qualcuno che credesse in lui e nella sua scrittura.

    Ci ha provato, forse invano, con il fratello Theo. Ci è riuscito grazie a una quasi sconosciuta: Johanna, sua cognata, la vedova Van Gogh.

    Camillo Sànchez in La vedova Van Gogh edito marcosymarcos, ci racconta di una donna che, travolta da un destino avverso, non solo ha saputo rialzarsi, ma ha trascinato con sé dall’oblio l’ingombrate figura di Vincent, fratello del suo amatissimo Theo che con il suo suicidio ha firmato la condanna a morte di chi lo aveva amato incondizionatamente.

    Attraverso il diario di Johanna riscopriamo un universo fatto di notti stellate, girasoli e mangiatori di patate.

    Johanna si lascia ammaliare dalle parole di Van Gogh, quelle con le quali descrive i suoi quadri, e piano piano impara a rintracciare dietro quelle dense pennellate non solo la rabbia e la delusione, ma anche la bellezza di un mondo visto con occhi diversi.

    La vedova Van Gogh procede come una storia d’amore, quella di Johanna per una forma d’arte che inizia a parlarle e a raccontarle di un mondo dove perdersi per ritrovarsi.

    Una lettore scorrevole e avvincente, anche se forse manca leggermente di pathos, quello che si addice ad una storia d’amore senza tempo.

    Johanna è colei che ha garantito a Van Gogh l’eternità.

    Sànchez, attraverso gli occhi di una vedova coraggiosa, ce ne ha restituito l’umanità.

    Alla prossima

    Diana

  • 09Ott2016

    Sabina Minardi - l'Espresso

    La vedova Van Gogh

    C’è una donna dietro la fama di Van Gogh. Una figura rimasta avvolta nell’ombra, finchè non è diventata l’ossessione di questo giornalista e poeta di Buenos Aires.

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  • 08Ott2016

    Gianfranco Restelli - cittanuova.it

    In libreria

    Le proposte di questa settimana vanno da un romanzo sulla cognata di Van Gogh che ne fece apprezzare le opere, a un saggio storico sul Mediterraneo; dalla biografia di Teresa Manganiello al racconto di coppie che hanno sconfitto insieme la notte dei sensi, dell’anima, della disunità.

     

    Narrativa – Camilo Sánchez, “La vedova Van Gogh”, Marcos y Marcos, euro 16,00 – Il poeta e giornalista argentino, qui al suo primo romanzo, si è ispirato ad una storia vera, sottratta all’oblio: la storia di Johanna Van Gogh-Benger, moglie di Theo, il fratello di Vincent Van Gogh, che in quanto depositaria dei quadri e delle lettere del cognato morto suicida lottò per farne conoscere e apprezzare l’opera e renderlo così immortale come artista.

     

    Popoli e culture – Sebastiano Tusa, “Primo Mediterraneo”, Edizioni di Storia e Studi sociali, euro 14,00 – Questo saggio di uno tra i massimi esperti di archeologia orientale e subacquea propone una serie di riflessioni sugli elementi di fondo che hanno caratterizzato la vicenda mediterranea dalla preistoria al Medioevo. Il mare più antico viene esaminato quale luogo di confluenza e di diffusione di merci, saperi e culture nell’ambito dei vari sistemi mercantili che resero ricchi i minoici, i micenei, i fenici, i greci e i romani. Ma viene investigato anche quale formidabile serbatoio di risorse che hanno reso possibile la vita e lo sviluppo di numerose comunità costiere.

     

    Personaggi – Andrea Fazioli, “La beata analfabeta”, San Paolo, euro 12,00 – L’autore tratteggia con leggerezza gli anni giovanili di Teresa Manganiello (1849-1876), nata da famiglia contadina e conosciuta come “l’analfabeta sapiente di Montefusco”, nell’Avellinese. Considerata ispiratrice delle Suore Francescane Immacolatine, questa guaritrice umile e buona è oggi beata.

     

    Eros e amicizia – Giulia Paola Di Nicola/Attilio Danese, “Il buio sconfitto”, Effata (info@effata.it), euro 16,00 – Alcune coppie hanno assecondato il fascino dell’attrazione reciproca e al contempo si sono impegnate in un cammino verso la perfezione dell’amore fedele e donativo. La vita non ha risparmiato loro conflitti e sofferenze, ma non hanno ceduto alla tentazione di mollare. Percorrendo itinerari diversi, hanno attraversato singolarmente e insieme la notte dei sensi, dell’anima, della disunità, fino a sconfiggere il buio e vivere l’esodo dal proprio io per ritrovarsi unite nella luce di Cristo. Sono i coniugi Péguy, Maritain, De Gasperi, Giordani, cui si aggiunge l’amicizia spirituale fra Adrienne von Speyr e il teologo Hans Urs von Balthasar.

  • 07Ott2016

    Bruna Athena - ilmondodiathena.com

    La vedova Van Gogh, Camilo Sánchez

    La vedova Van Gogh (Marcos y Marcos): con Camilo Sánchez conosciamo una donna fuori dal comune, grazie alla quale Vincent Van Gogh è arrivato ovunque nel mondo.

    Oggi ti parlo di un libro che ho trovato piacevole leggere, ma soprattutto ho apprezzato come risorsa per comprendere, indirettamente, un pittore che amo molto: Vincent Van Gogh.

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  • 01Ott2016

    Delly - lalibreriaimmaginaria.it

    La vedova Van Gogh – Camilo Sánchez

    «Solo dipingere mi ha fatto vedere tutta la luce ancora presente nel buio.» V.V.G.

    Mentre faccio scorrere sotto gli occhi le ultime pagine di questo libro, due capolavori di Van Gogh, trafugati nel 2002 dal Museo di Amsterdam e dal valore di circa 100 milioni di dollari, vengono finalmente ritrovati all’interno di una casa di un camorrista.

    Chissà cosa penserebbe Vincent di tutta questa storia? Cosa avrebbe da dire dei suoi girasoli diventati così  famosi da finire stampati sui quaderni di scuola? O di come le sue notti stellate siano diventate perfette stampe per copripiumini e federe in offerta su Privalia?

    Anche io come Johanna  – protagonista del libro e cognata di Van Gogh – sono quasi sicura di come avrebbe reagito: “con un disagio quasi fisico di fronte agli elogi, un’autocritica feroce per tutto quanto sentiva di dover ancora migliorare. […] Drammatici eccessi di modestia.”

    Vincent Van Gogh era un’artista estramemente sensibile, di quella sensibilità che lo porterà a spararsi un colpo al petto, morendo senza riuscire a vedere riconosciuto l’enorme successo delle sue tele. Tele (e disegni) che per la maggioranza – circa 600 pezzi – spediva a casa di suo fratello Theo a Parigi il quale, sebbene sposato con l’adorabile Johanna e con un figlio appena nato da accudire, non riesce a svincolarsi dal legame morboso che ha con Vincent tanto che, a soli 6 mesi dalla morte del fratello, si lascerà morire di dolore.

    Quella che ci racconta Camilo Sánchez è quindi la storia dell’incredibile Johanna che, rimasta vedova di Theo e in possesso di centinaia di tele incredibili e di ben 651 lettere, decide che sarà lei a far conoscere e apprezzare l’incredibile arte del cognato.

    Rimasta sola, torna in Olanda, suo paese di origine e, con l’aiuto della famiglia, apre un piccola pensione che riempe con le tele più belle di Vincent. Scrive nel suo diario: “Sono lusingata. I quadri, in casa, non passano affatto inosservati. Hanno una tale intensità. Aiutano perfino, durante la cena o il caffè della mattina, a trovare un argomento di conversazione meno scontato delle condizioi del tempo, per rompere l’imbarazzo iniziale tra sconosciuti.”

    Così, mentre avvia l’attività di locandiera e si barcamena nella sua nuova condizione di vedova e giovane madre, Johanna cerca di organizzare mostre con l’aiuto di suo fratello André e della sorella minore dei Van Gogh, la femminista Wilhelmina che, a detta di Johanna è “eccentrica quanto i fratelli […] ma la migliore della famiglia.”

    Che le donne siano caparbie è indiscutibile: basti pensare a quanto valgono oggi le opere dell’artista per averne la prova!

    Un libro delizioso, che non poteva che essere vivo, brillante e corposo, come i colori usati dal maestro Vincent Van Gogh.

  • 30Set2016

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    La signora che ha salvato i Van Gogh

    Ci sono vicende umane e artistiche poco note che solo attraverso una revisione romanzesca assumono un carattere esemplare, se non addirittura eroico. È il caso di Johanna van Gogh-Bonger, moglie di Theo, il fratello tanto amato da Vincent: un amore ricambiato che lega i due fratelli in un dialogo di 600 lettere di colloquio intimo sulle tensioni dell’arte.

     

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  • 28Set2016

    Angelo Molica Franco - il fatto quotidiano

    Johanna, la donna che rese immortale Vincent Van Gogh

    La verità è che furono, l’uno per l’altro, l’unico amore della propria esistenza. È il settembre del 1891 – sono trascorsi nove mesi dalla morte del marito Theo e più di un anno dal suicidio del cognato, il pittore Vincent – e Johanna van Gogh-Bonger, dopo aver letto la corispondenza pivata tra i fratelli Theodorus e Vincent van Gogh, ammette sul proprio diario: “È cosi. Ora posso scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato il fratello Vincent”.

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  • 25Set2016

    Daniele Abbiati - il Giornale

    La donna che salvò l’opera di Van Gogh

    Povero Van Gogh, l’avevano lasciato solo anche da morto. Theo, l’amato fratello, gli sopravvisse soltanto sei mesi. Albert Aurier, l’unico a mettere nero su bianco, con lui in vita, un giudizio positivo sulla sua arte, un paio d’anni. Gauguin tagliò la corda nel ’91, destinazione Tahiti. Lo stesso Toulouse-Lautrec s’era imbarcato con «Le Barc de Boutteville», per poi proseguire con i Nabis.

     

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  • 23Set2016

    Guillermo Saccomanno - Internazionale

    L’invenzione di Van Gogh

    La vedova Van Gogh, primo romanzo dell’argentino Camilo Sánchez, è una biografia romanzata, o un romanzo biografico, che sfugge a tutti i luoghi comuni. Sánchez ha scelto il punto di vista di Johanna Van Gogh Borger, moglie di Theo e cognata del famoso pittore Vincent. Poeta e pioniera del femminismo, Johanna è un’anti-Bovary, ed è una figura rilevante non solo per il generoso gesto di salvare dall’anonimato, dalla distruzione e dall’oblio l’opera di Vincent.

     

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  • 01Set2016

    redazione - Marie Claire

    La vedova Van Gogh

    Nell’anno Domini 1890 la vita tranquilla di Johanna van Gogh Bonger cambia di colpo. In sei mesi infatti muoiono il cognato Vincent e il marito Théo. Lei, rimasta sola con un figlio, decide di far conoscere le tele di Van Gogh e inizia aprendo una locanda che tappezza con i quadri di Vincent. Storia vera (ricostruita anche attraverso il diario) della donna che ha fatto di tutto perchè venisse reso onore a un genio.

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  • 26Ago2016

    Francesca Marani - il venerdì

    La signora Van Gogh

    Non fosse stato per Johanna, moglie di suo fratello Theo, il pittore oggi non sarebbe così famoso. Lettere segrete e quadri ritrovati alla mano, lo racconta Camilo Sánchez in un romanzo.

    Quarto piano di Cité Pigalle 8, a Montmartre. È mezzogiorno, in tavola pasticci di carne e crêpes con confettura d’arance. Intorno, Theo Van Gogh, sua moglie Johanna, Vincent – per la prima volta in visita al fratello da quando si è sposato – e un suo stravagante amico, il conte di Toulouse-Lautrec.

     

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La vedova Van Gogh