La scommessa

Archivio rassegna stampa

  • 26Ott2011

    Ilaria Caputo - Flanerì

    Avete mai pensato ad un carcere come a un’isola felice? Improbabile? Inverosimile?

    Provate allora a leggere il fantasioso e originale romanzo di Lello Gurrado, La scommessa, nel quale si narra di un penitenziario tanto particolare quanto lo sono gli “ospiti” che accoglie:
    «Santa Vittoria era un penitenziario diverso […]. A Santa Vittoria erano reclusi delinquenti speciali. Erano quasi tutti assassini, condannati a pene ultraventennali se non addirittura all’ergastolo, ma si trattava comunque di persone che, se non altro, avevano puntato sull’intelligenza, non sulla brutalità».
    Sull’intelligenza, ed è proprio questa la chiave di lettura dell’intero romanzo e la caratteristica che accomuna i protagonisti dell’inconsueta storia: un direttore, quello del carcere ovviamente, furbo, ambizioso e vanesio; un critico letterario saccente, superbo e grasso, incredibilmente grasso; uno scrittore famoso, ricco e prolifico, ma che la reclusione ha ridotto a un uomo indolente, depresso, stanco di vivere. I destini dei tre protagonisti si intrecciano inevitabilmente all’interno del Santa Vittoria dando origine ad una storia che il lettore non potrà fare a meno di leggere tutta d’un fiato. Sì, perché La scommessa è un giallo nel giallo, è una sfida all’ultimo sangue tra uno scrittore, Renato Schiavi, e un critico letterario, Francesco De Vita, il quale riesce a convincere il primo a scrivere un giallo sotto ai suoi occhi, un giallo del quale ˗scommette ˗indovinerà l’assassino! E così il lettore assiste alla genesi di un nuovo romanzo e ne segue tutte le fasi di sviluppo, inframezzate dalle prepotenti ma altrettanto simpatiche incursioni del professor De Vita. C’è, però, un altro motivo per il quale si rimane avidamente attaccati alle pagine di questo libro: perché critico e scrittore si trovano in carcere? Di cosa sono accusati? Quale reato possono aver mai commesso? Solo arrivando all’ultima pagina il lettore lo scoprirà e la scoperta, posso garantirlo, sarà di quelle che lasciano a bocca aperta!

  • 01Mar2011

    Gianluca Veltri - Il Mucchio selvaggio

    In un carcere di massima comodità detto l’Albergo, si ritrovano uno scrittore e un critico letterario.

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  • 01Feb2011

    Giovanni Turi - Puglialibre

    La scommessa: intervista a Lello Gurrado
, Giornalista e scrittore di origine barese

     

    Lello Gurrado è tornato in libreria con un altro giallo inconsueto: La scommessa (Marcos y Marcos, pp. 256, euro 15). Come in Assassinio in libreria, si rivela anche in questo romanzo il gusto per il paradosso, per i giochi metaletterari, senza tuttavia rinnegare canoni e strettoie del genere: il lettore assiste anzi alla lenta costruzione di un giallo tradizionale, oggetto della contesa tra uno scrittore, Renato Schiavi, e un critico letterario, Francesco De Vita, entrambi misteriosamente detenuti nel carcere di Santa Vittoria…
    La scommessa, da cui trae origine il titolo, è la seguente: De Vita ritiene di poter indovinare prima della conclusione l’assassino di un nuovo romanzo (il trentasettesimo) che Schiavi scriverà sotto i suoi occhi, in caso di sconfitta farà in modo che il rivale ottenga la libertà. «Per De Vita la lettura di un giallo di Schiavi era il massimo delle sfide […]. Leggeva il romanzo di corsa, con frenesia, fermandosi all’inizio dell’ultimo capitolo. A questo punto chiudeva il libro, lo metteva da parte e cominciava a pensare, pensare, pensare. […] Poi la liberazione. Tutto a un tratto De Vita riprendeva in mano il libro e leggeva in apnea l’ultimo capitolo. Alla fine un sospiro e un fragoroso urlo muto dentro di sé. Un urlo liberatorio di vittoria perché il professore indovinava sempre la soluzione del giallo. Quasi sempre».
    Pagina dopo pagina, Gurrado tratteggia così due storie: quella dei due carcerati viene compenetrata dalle indagini del simpatico e pignolo commissario Gerber sull’assassinio di Baby Evert, una ragazza giunta a New York per sottrarsi alla sua bigotta famiglia e presto costretta al giogo di un marito alcolista. Era una donna divorziata, ancora giovane e piacente, quando qualcuno l’ha avvelenata e, come nel più classico dei gialli, gli indiziati e i possibili moventi sono tanti; così proprio a un passo della conclusione qualcosa non va per il verso giusto, De Vita avverte la rottura di un patto, o forse di qualcosa dentro di sé.
    Insomma l’autore ci avvince con un doppio intreccio e irride i limiti imposti dalla letteratura di genere servendosene magistralmente; se proprio una pecca dobbiamo trovarla è nella scarsa alternanza tra la narrazione che fa da cornice, prevalente all’inizio e alla fine, e le avventure newyorkesi. E dunque intervistando l’autore partiremmo da qui…
    Come mai le due vicende non sono ancor più intrecciate? Temeva di condurre alle estreme conseguenze la sua brillante trovata con il dissolvimento del plot tradizionale?
    Temevo soprattutto di creare troppo confusione tra le due storie con il rischio di mettere in difficoltà il lettore facendogli perdere il desiderio di andare avanti. La metaletteratura, ovvero la particolarità di scrivere una storia nella storia, è un genere molto delicato che bisogna affrontare con misura e rispetto. Un maestro di questo genere rimane Italo Calvino con il suo inarrivabile Se una notte di inverno un viaggiatore.
    La grande maestria con cui sorveglia e dispone ogni dettaglio suggerisce una grande confidenza con il genere giallo: quali sono i suoi maestri di stile?
    A me piacciono i gialli alla Agatha Christie, alla Sherlock Holmes, in cui la soluzione è affidata all’intuito e all’intelligenza dell’investigatore e non alla violenza o all’apparizione improvvisa di un “deus ex machina”. Per questo cerco di curare tutti i particolari di una storia, anche quelli apparentemente insignificanti. Particolari che servono all’investigatore, ma anche al lettore che è messo in condizione di decifrarli.
    Schiavi confida che «lo scrittore, diversamente dal cronista, non ha l’obbligo di restare sempre aderente alla realtà»; è stato questo a condurla dal giornalismo alla narrazione?
    Anche questo. Dopo anni trascorsi a scrivere di cronaca, dove bisogna raccontare “la verità, solo la verità, tutta la verità” è stato bello poter evadere dando libero sfogo alla fantasia.
    Dopo i natali baresi ha vissuto lungamente in Lombardia, non l’ha mai lambita la nostalgia della sua terra?
    Non è soltanto nostalgia. Quello che sento è un vero e proprio richiamo e so già che prima o poi dovrò ascoltarlo e ritornare a casa.

  • 03Lug2010
  • 01Apr2010

    Gianluca Veltri - Il Mucchio Selvaggio

    Dopo una carriera giornalistica più che quarantennale, Lello Gurrado, barese di nascita ma milanese da una vita, classe 1943, ci ha preso gusto coi gialli.

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  • 04Mar2010
  • 01Feb2010

    Redazione - L'altro quotidiano

    Il divertente gioco letterario di Gurrado
    Cosa ci fanno in galera uno scrittore e un critico? Ce lo chiediamo fino alla fine di questo divertente gioco letterario, di questo romanzo che contiene un romanzo.

    Vediamo nascere un giallo sotto i nostri occhi, concepito da un solo autore ma sviluppato a quattro mani. Un patto narrativo portato alle estreme conseguenze. Dopo aver ucciso una nota libraia milanese in Assasinio in libreria, Lello Gurrado torna alla carica. Questa volta convince un povero scrittore a convivere in una cella con il suo critico più accanito. Un critico che lo segue da sempre, e indovina il finale di tutti i suoi gialli. E adesso lo sfida a scrivere un giallo davanti a lui, convinto di poter indovinare anche così chi è l’assanssino. Ma se perderà la scommessa, se nono scoprirà il colpevole in tempo, promette di restituirgli la libertà… Lello gurrado “La scommessa” (Marcosy Marcos).