La piccola Battaglia portatile

Archivio rassegna stampa

  • 09Nov2015

    Vittoria Filippi Gabardi - Vogue bambini

    Imitation of life. An unpublished short story by Paolo Nori

    La Battaglia che dà il titolo al libro, protagonista di questo inedito, è Irma e ha 11 anni. L’autore ha cominciato a raccontarne da quando è nata, compilando un catalogo di avventure mirabolanti e boutade.

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  • 27Ott2015
  • 12Set2015

    Marco Belpoliti - La Stampa

    Nori, come è bello far Battaglia con una figlia che abita lontana

    S’intitola La piccola Battaglia portatile. Si tratta del nuovo capitolo della autobiografia trasposta di Paolo Nori, o almeno di uno che si chiama come lui, che vive dove vive lui, che come lui fa il mestiere dello scrittore e va in giro per convegni e incontri, che è separato dalla moglie o compagna, e ha una figlia femmina proprio come lui.

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  • 01Set2015

    Francesca Frediani - Elle

    C’era una volta il padre. Autoritario, emotivamente distante, “normativo”. Guai, per un padre che si rispettasse, farsi vedere in giro a spingere una carrozzina: equivaleva a una tacita ammissione di scarsa virilità. Oggi i padri non ci sono più, ci sono i papà. Affettuosi, presenti, capaci di cambiare i pannolini e di cucinare una minestrina di verdure (o almeno ci provano).

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  • 03Ago2015

    Alice de Carli Enrico - Meloleggo.it

    Questo libro m’ha commossa. Sarà che parla di padre e figlie e contorni di umanità e trasuda un po’ tanto amore, nelle sue pagine, mi ha commossa. C’è Battaglia, che è una bambina sveglia come tanti bambini, e poi c’è il padre della Battaglia, che è sveglio anche lui a suo modo ma lui per primo dice di non sapere niente: “Anche se, a dire il vero, quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un’altra cosa, e io , anch’io non sono esattamente io, io sono il babbo della Battaglia, per quello, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato per la prima volta, non so neanche esattamente come mi chiamo…”.

     

    Quel che si sa è che però lui alla Battaglia vuole bene e che lei gli ha chiesto di portarla in giro, ad Amsterdam, Torino, Parigi… E loro prendono e vanno, e lui appunta, segna, scrive, si guarda intorno, racconta e, visto che lui fondamentalmente è Paolo Nori, ripete cose scritte altrove sfruttando l’effetto Kulešov – e cercatevi che cos’è se ancora non lo sapete, che è una bellezza.
    Nori così restituisce tante fotografie della sua bambina che cresce da una città all’altra o nella stessa attraverso gli  appunti presi nel corso del tempo e poi riuniti sotto forma di libro. Dalle pagine sembra quasi di vederla spuntare come in uno di quei libricini animati dove i disegni prendono vita facendo scorrere veloci le pagine tra le dita. Eccola allora alla stazione di Torino Porta Nuova, di fronte al tabellone delle partenze, esclamare “Che città meravigliosa”, o dire al padre che la sua maestra ha avuto la tossicodipendenza da mandarini,  o ancora saltare sul letto a sei anni gridando “Io salverò il mondo dall’umanità, io salverò il mondo dall’umanità”.
    Ogni tanto, se non sempre, fa bene ricordarsi di quanto sia nuovo, fresco e affascinante il mondo dei bambini visto attraverso gli occhi dei bambini, soprattutto quando accanto a loro ci sono degli adulti che glielo lasciano guardare proprio così, non sentendo l’urgenza di dirglielo loro, come vederlo o descriverlo. La piccola battaglia portatile, il nuovo libro di Paolo Nori uscito quest’anno sempre per quelli della Marcos y Marcos, ce lo ricorda, e ci fa stare bene. E sì, ci commuove anche un po’.

  • 26Lug2015

    Alessandro Beretta - Corriere Della Sera

    La Battaglia vinta di papà Nori

    Dare parola a un sentimento paterno è sempre un bene, ma nel farlo con un certo ritmo da jazzista mentre attraversa i ricordi, la scrittura di Paolo Nori è tra le più felici.

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  • 18Lug2015

    Chiara Beretta Mazzotta - Bookblister.com

    Il protagonista di questa storia di se stesso non ha le idee troppo chiare. “Non so bene come chiamarmi, non so bene come vestirmi, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo”

    Una cosa però la sa eccome: ha una figlia di 10 anni, che lui chiama la Battaglia, che lo costringe a uscire dalla sua routine fatta di lavoro – ché è uno che come massimo divertimento concepisce lavorare, bene, per sette/otto ore al giorno – e lo porta a zonzo per il mondo. A Torino, per esempio, ma pure a Trento, Roma e Amsterdam. Questo libro, in effetti, è un percorso a tappe composto da briciole di vita, resoconti di viaggio sui generis, dialoghi strampalati e curiosi tra babbo e figlia.

     

    All’uscita da scuola aveva in mano un disegno ripiegato in otto e mi ha detto «sei curioso di vederlo?»
    «Sì» le ho detto io.
    «Ci credo» mi ha fatto lei «son curiosa anche io che l’ho fatto!»

    Da portare in viaggio per non dimenticarsi mai di guardare con occhi attenti come fanno i bambini, che sono pensatori acuti e sempre pronti a farsi sorprendere.

  • 17Lug2015

    Arianna Mastroforti - Rivista!unaspecie

    «E nel dicembre del 2010, la Battaglia aveva sei anni, aveva cominciato da qualche mese a andare a scuola, saltava sul letto diceva «Io salverò il mondo dall’umanità, io salverò il mondo dall’umanità».

    L’ultimo romanzo di Paolo Nori racconta l’incontro, l’amicizia e la complicità tra un padre e una figlia.

     

    La Battaglia è la protagonista indiscussa della storia, che si focalizza sulla sua piccola e creativa personalità. Ci troviamo proiettati nell’universo di una bambina, costellato di stupore, magia, entusiasmo, genuinità, genialità, del quale Nori si pone come divertito osservatore. L’autore lascia rincorrersi ricordi, aneddoti, immagini, in un flusso narrativo capace di ricreare un’atmosfera di intimità ed empatia tale da rendere i due protagonisti assolutamente visibili nei loro vagabondaggi tra Borgo Panigale e l’Europa, consapevoli o meno di aver trovato il loro personale equilibrio di fantasia e ironia, di costituire un esempio di eroica sopravvivenza alle piccole e discrete avventure del quotidiano.

    «Ogni tanto, io e la Battaglia, andare in giro così, in terre sconosciute, come Roma, o Trento, o Amsterdam, o Parigi, sembriamo un po’ Totò e Peppino, mi vien da pensare».

    Sarebbe, del resto, inappropriato ridurre questa simbiosi ad un comune rapporto padre-figlia. L’autore non si riconosce in una qualche figura autoritaria o esemplare ed è infatti prima di tutto ascoltatore e amico della Battaglia: ogni tentativo di catalogare le relazioni, sembra suggerirci Nori, si risolve in una sterile semplificazione di queste, poiché finisce con il non tener conto della ricchezza e dell’imprevedibilità dei rapporti stessi, tant’è che: «se mi chiedessero Ma la Battaglia è un tuo parente?, io risponderei No, la Battaglia non è un mio parente, la Battaglia è la Battaglia, che discorsi sono?»

    Il contatto con una pensatrice tanto versatile e creativa fornisce occasioni preziose da cui lo scrittore trae ispirazione costante; non si fa allora fatica a credere che la Battaglia sia l’“intellettuale di riferimento” dell’autore. Osservare l’approccio limpido di una bambina alle disparate situazioni della vita è ciò che ci salva da ingranaggi di pensiero ormai stantii, dai filtri razionali e banalizzanti dell’età adulta. Crescendo, è come se ci privassimo della possibilità di vedere il mondo da diverse e a volte contrastanti e incoerenti prospettive. E questo libro è in prima di tutto una celebrazione della fantasia e della deviazione da un tracciato prestabilito:

    «E se qualcuno le chiede come mai le piace più il segno della scimmia di quello della bilancia lei risponde che la scimmia sta sugli alberi, invece la bilancia le salgon tutti sopra».

    «Ma papà» mi ha chiesto la Battaglia una volta che eravamo al mare «ma l’ultimo uomo che muore, come fa a scavarsi la tomba?».

    La prosa è notoriamente spigliata, agile, vivace; si accosta al parlato, ricalcandone spontaneità e naturalezza. Le frasi spezzate, i salti sintattici e tutte le “imperfezioni” linguistiche contribuiscono a creare un tono più realistico, colloquiale e, di conseguenza, familiare. Il tutto è allestito in chiave ludica e (auto)ironica, cosa che consente all’autore di trattare ogni argomento, anche i più delicati, in modo inconsueto.

    Non va infatti dimenticato che Nori è, prima ancora che scrittore, narratore, cantore, lettore in pubblico, declamatore a parole e a gesti, voce che sorprende e tiene sveglie le nostre menti. Tale figlia, tale padre?

    «…invece io la Battaglia, mi ricordo benissimo, il momento che l’ho incontrata, sono stato il primo a vederla in faccia lì in sala parto so anche quello che ho pensato, che ho pensato, me lo ricordo come se succedesse adesso: Merda, ho pensato, è uguale a me».

  • 12Lug2015

    Gino Ruozzi - Il Sole 24 ore

    Il nuovo libro di Paolo Nori ha per principale protagonista la figlia Battaglia di dieci anni; l’altro protagonista è lui, il padre narrante, genitore separato in cerca d’identità (non solo paterna).

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  • 10Lug2015

    Redazione - Chedonna.it

    Oggi, CheDonna, per la categoria Libri, vi propone una novità: La piccola Battaglia portatile di Paolo Nori, in libreria dal 28 maggio.
    “Di quasi tutte le persone che conosciamo il momento più forte, memorabile, quello dove li vediamo davvero, è il primo incontro, quando li vediamo per la prima volta, e il primo incontro con i nostri genitori non ce lo ricordiamo, è come se non ci fosse mai stato, li conosciamo senza averli incontrati invece io la Battaglia, mi ricordo benissimo, il momento che l’ho incontrata, sono stato il primo a vederla in faccia lì in sala parto so anche quello che ho pensato, che ho pensato, me lo ricordo come se succedesse adesso: Merda, ho pensato, è uguale a me.”

     

    La Battaglia è una bambina che quando aveva otto anni, la prima volta che è andata a dormire in un albergo, a Torino, quando è arrivata alla stazione di Torino Porta Nuova si è fermata davanti al tabellone delle partenze ha allargato le braccia ha detto «Che città meravigliosa».
    Il babbo della Battaglia non sa bene cos’è, che spazio occupa, da che parte sta, e ha una specie di diffidenza per il divertimento, così prima viaggiava soltanto per presentare dei libri, poi ha cominciato a andare in certi posti anche senza dover lavorare, perché gliel’ha chiesto la Battaglia; e questi giri in terre sconosciute, come Roma, Trento, o Amsterdam o Parigi, con la Battaglia, gli è sembrato bello raccontarli.
    E gli sembrava bello raccontare anche, però, altre conversazioni fatte con la Battaglia, anche quando era più piccola, perché la Battaglia, a pensarci, negli ultimi sei anni è stata la persona con la quale probabilmente ha fatto le conversazioni che gli son rimaste più impresse.
    E tra viaggi, dialoghi in bicicletta, sulle panchine, in treno, prima di addormentarsi, c’è la vita della Battaglia con il suo babbo.
    Un babbo che nel suo ruolo di babbo non sa bene come chiamarsi, come vestirsi, da che parte stare, fa fatica a capire cosa può fare, per aiutarla a stare al mondo, fa fatica a dirle quello che si può fare e non si può fare, fa fatica a capire che relazione hanno, a darle un nome, perché son padre e figlia, ma un padre e una figlia molto diversi dal padre e il figlio che erano stati lui e il suo babbo, completamente, diversi.
    “Con la Battaglia mi era successa una cosa, che una volta lei, eravamo a casa sua, non abitavamo insieme (e già questo, di per sé, sarebbe già fuori dall’universo del buon padre di famiglia, mi sembra, avevo detto) e lei, in salotto, gattonava sulla spalliera del divano, e io le avevo detto «Secondo me non va bene, che fai così», e lei si era fermata, mi aveva guardato, ma cattiva, e mi aveva detto «Tu non devi dirmi Secondo me, tu devi dirmi Non va bene».”

  • 09Lug2015

    Eleonora Tassoni - Primapaginaonline.it

    Estate: sole, caldo, mare, sdraio sotto l’ombrellone e una sporta di libri. L’ipotesi di una vacanza così spero sia allettante per buona parte di voi cari amici. Ora so che la tradizione vuole che in queste occasioni si consiglino libri “semplici” senza pretese, adatti al clima da spiaggia. Se facessi un post così sarebbe però come dirvi che i libri in questione sono meno “validi” di altri con maggiore “pedigree”. In realtà sono convinta che i libri si distinguano solo in due categorie: quelli belli che – seri o faceti – sono in grado di regalarci emozioni e riflessioni e quelli brutti che ci annoiano e che mancano della forza centripeta capace di buttarci dentro alla storia. Per questa ragione in questo post non vi elencherò letture “da spiaggia” (in senso riduttivo) ma vi elencherò bellissime letture che vi garantiranno godimento riflessioni interessanti anche in spiaggia.

     

    Comincio con un romanzo che mi è piaciuto tantissimo e che racconta dell’amore per i libri e le librerie con ironia e passione “Dimmi che credi al Destino” di Luca Bianchini. Un piccolo bookshop italiano a Londra rischia di chiudere e allora un gruppo di amici molto particolari si unisce per salvare libreria e cuore della protagonista. Dolcissimo e pieno di gioia.

    Continuo poi facendo un salto indietro nel tempo. Incuriosita dalla recente uscita del film di Matteo Garrone “Il racconto dei racconti” sto leggendo il testo che ha ispirato il regista. Il “Cunto de li cunti” scritto da Basine nella Napoli del ‘600 è un capolavoro di ironia e di gusto un po’ goliardico per i grottesco e il surreale. Insomma so che non sembra una lettura estiva e invece è una chicca davvero irresistibile e divertente.

    Proseguo con un libro che è sempre legato al mondo dell’infanzia. Se in fatti il sottotitolo del “Cunto de li cunti” è “il trattenimento dei piccoli” questo esilarante libro di Paolo Nori dedicato alla figlia è una vero omaggio alla parola bambina che dice la verità con folgorante lucidità “La piccola Battaglia portatile”. Una bambina e quello che dice: senza filtro, tra innocenza e illuminazione.

    Concludo poi con un ultima lettura che è un piccolo orgoglio locale. Un nostro amico ha appena pubblicato e presentato (il 6 giugno, qui l’evento su Facebook: https://www.facebook.com/events/669414683203594/) un suo libro che trovo molto interessante: si tratta di una giallo (in pieno target estivo) che per di più è ambientato nella città di Ascoli degli anni ’50. Il testo si intitola “Graphia” e sono certa che vi intrigherà moltissimo percorrere insieme al protagonista le nostre rue e le nostre piazze a caccia di un feroce assassino.

  • 24Giu2015

    Alan Poloni - Senzaudio

    Era da parecchi anni che non leggevo Paolo Nori, credo dai tempi di Bassotuba e Spinoza. Ho sempre amato la scuola emiliana che da Malerba e Celati ha ricevuto in eredità “la mitologia celibe dei semplici, dei lunatici, degli strambi”, ma, una volta catalogati i vari Cavazzoni, Cornia, Nori, con tutti i Pulitzer che ci sono in giro, difficile sacrificare loro altro tempo al dio delle letture. E così La piccola Battaglia portatile è entrata in casa mia con un codice d’urgenza basso.

    I libri arrivano in casa del lettore come i malati al pronto soccorso, dove per prima cosa viene loro attribuito un grado d’urgenza attraverso un codice cromatico: per un verde, ad esempio, significa che l’attesa sarà lunga, con la possibilità di essere scavalcato da gialli e rossi; del resto è meglio entrare verde e dover attendere, anche parecchio, che entrare rosso e uscire bianco. Così i libri possono restare in attesa per mesi, a volte addirittura anni, prima di essere sottoposti alla visita; può succedere che, nel corso dell’attesa, risalgano la pila della scrivania o del comodino e che finalmente giungano a rivedere la luce; può succedere che il padrone di casa passando di lì in ciabatte per andare a prendersi un moment, raccolga il libro e finalmente ne inizi la lettura, ma subito lo rimetta in stand-by causa emicrania. Ecco, l’ultimo Nori, dicevo, è entrato in pronto soccorso col codice verde, ma nel giro di pochi minuti è diventato prima giallo, poi rosso. Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo, ripeteva l’infermiera. Fanc**o i Pulitzer. La sua urgenza si è imposta rapidamente e ho finito per leggerlo su due piedi. Ed è stato un piacere, di quel piacere venato di dolore (mica tanto, tipo le venature del legno) che si trovano nelle storie di bambini. Capitoli brevi, talvolta brevissimi, la prosa saporosa che gira intorno ad anacoluti e iterazioni, battute fulminanti, un grado di intimità che si ha solo con gli amici di lungo corso; che poi, leggerlo dopo mesi passati a sbattere le pinne sulle spiagge di Blanchot e Deleuze, è stato come una boccata di accadueo.
    La piccola Battaglia portatile è la storia di un padre e una figlia che ricordano più Totò e Peppino che un padre e una figlia, come dice Nori stesso; i casi della vita lo hanno voluto padre (lontano) di una bimbetta, e il libro è il libro di un padre in crisi di paternità. La piccola Battaglia non è un romanzo, perché a Nori piacciono le ibridazioni e soprattutto gli riescono gran bene: La piccola Battaglia ha il sapore della confessione, della confessione a se stessi. La Battaglia è il nome con cui viene chiamata la figlia del narratore, ed è un personaggio d’altri tempi (naturalmente stiamo parlando di un libro e non sottoporremo il testo a domande tipo “quanta autofiction c’è lì dentro?”); entrare in contatto con la Battaglia ci permette di notare come la letteratura italiana abbia smesso di utilizzare lo sguardo dei bambini preferendogli preadolescenza e adolescenza, e per un motivo molto semplice: il pregiudizio che uno sguardo infantile possa essere al massimo innocente (mentre a noi piacciono tanto le cose pruriginose). In realtà c’è molto di più, nello sguardo di un bambino, e al popolo che si è ritrovato Rodari, Munari e Luzzati fra i piedi, dovrebbe risultare piuttosto chiaro. Ecco, la Battaglia è una bambina con uno sguardo sul reale che è molto più che innocente: lirico, ludico, surreale, tenero, acuto, incredulo, magico, tutte cose che, se le possedesse un intellettuale, l’umanità dovrebbe andargli dietro come al pifferaio magico; la Battaglia è invece, molto semplicemente, il pensiero divergente fatto bambina, e ben presto diviene l’intellettuale di riferimento di suo padre. Il perché è presto detto:

    “Ma papà” mi ha chiesto la Battaglia una volta che eravamo al mare “ma l’ultimo uomo che muore come fa a scavarsi la tomba?”

    O perché:

    C’erano dei disegni, c’era scritto CHIARA, una sua amica, e in fondo, vicino alla finestra, c’era un cuore grande e dentro c’era scritto MAMMA e zAszAa.
    “Cosa vuol dire zAszAa?” le avevo chiesto io quando l’avevo visto.
    “Eh” mi aveva detto lei “non sapevo come si scriveva papà”.

    Del resto:

    Alla battaglia, quando aveva cinque anni, avevano regalato una bacchetta magica luminosa e lei l’aveva chiamata Psicologia.

    Il padre ascolta Recalcati, ma non gli serve a nulla. Il padre va a un convegno sull’infanzia, e si sente a disagio (perché porta con sé “solo” un libro di Rodari). Il padre non sa bene come fare il padre: cioè sono il babbo, ma sono un babbo che non ha tanto idea di come deve comportarsi, un babbo. Chi si occupa di educazione sa bene che questa è la paura di qualunque genitore “normale”, un genitore non separato intendo, provate quindi ad immaginare la nebbia di un padre anomalo. Nel caso di Nori ci ha pensato la Battaglia che col suo pensiero divergente lo ha tratto in salvo. Naturalmente Nori non difetta di pensiero divergente, è probabilmente la sua arma segreta di uomo e di scrittore, però quella cosa lì, essere un padre anomalo, gli ha messo addosso talmente tanto pensiero convergente da metterlo a tappeto. Fortuna che arriva in soccorso la Battaglia e il nemico è battuto, è vinto (“guarda” le ho detto io “con tutti gli scrittori che ci sono, io non capisco come mai chiamano proprio me”. “Davvero” mi ha detto lei).
    Probabilmente lo sguardo dei bambini è passato di moda. Mi riferisco all’arte ma anche alla società. Tendiamo a evitare che ficchino il naso nel nostro mondo. Forse perché ai tempi di Rossellini e Calvino non era poi così orrendo? Forse la rassicurante idea di mettere dei “filtri” (alla tv, al computer , alle conversazioni) ha sortito l’effetto di una grande profilassi del loro sguardo? Di certo quel loro modo di guardare le cose non lo abbiamo fatto nostro, non ci appartiene. Le pandemie di sindrome di peter pan o eterna adolescenza non significano minimamente che abbiamo conservato qualcosa di quello sguardo, significa semplicemente che spesso ci fa comodo regredire allo stadio di chi non ha responsabilità (tanto per i bambini c’è una gragnola di tv tutte per loro, mica devono aspettare La tv dei ragazzi…)
    Paolo Nori è il caso a parte più a parte di tutto il librame peninsulare; sembra proprio abbia trovato la formula magica per raccontarci la sua vita senza rompere i maroni. Come dice lui: il mondo è più mondo, dentro un libro. La sua sfida al banale quotidiano è sempre vinta (in questo caso grazie alla piccola Battaglia portatile) e se il regista di Essere John Malkovich decidesse un giorno di girare Essere Paolo Nori, stavolta gli riuscirebbe un gran bel film.

  • 23Giu2015

    Elasti - DlaRepubblica

    «… è successo un paio di anni fa che siamo andati a Torino e, quando siamo arrivati alla stazione di Torino Porta Nuova la Battaglia si è fermata davanti al tabellone delle partenze ha allargato le braccia ha detto “Che città meravigliosa”». La Battaglia è una bambina con i pensieri fulminanti e bislacchi tipici dei più piccoli, con una sicumera limpida e disarmante e con uno sguardo sbilenco e stupito sul mondo. Per la Battaglia tutto è normale e tutto è straordinario come per i saggi, i matti e, appunto, i bambini.

    La Battaglia ha dieci anni e il suo cammino, fino a qui, è sotto i nostri occhi, come un album animato di fotografie: ci sono parole, immagini, viaggi a Trento, ad Amsterdam, a Parigi, ai giardini e a casa del suo papà. E moltissimi pensieri che crescono e si impigliano lungo il cammino, insieme a lei.
    La piccola Battaglia portatile è l’ultimo libro di Paolo Nori. Dentro ci sono una buffa bambina che scopre il mondo e se ne stupisce e il suo papà che la osserva, amplificando lo stupore e contagiando i lettori.

    Nori racconta sua figlia che dà i nomi alle cose e mette in ordine i pensieri e l’universo. E racconta se stesso e il suo incanto, il senso di inadeguatezza e di spaesamento di un padre al cospetto di quei giganti goffi e ipnotici che sono i bambini. Lo fa con entusiasmo, struggimento, sorpresa, incredulità. Lo fa con un’onestà impudica e disarmata. E di quei due – «Io e la Battaglia,…, più che a mio babbo e a me, assomigliamo a Totò e a Peppino, secondo me, e non so se è un bene» – ci si innamora perdutamente. «In questo ruolo comunque del padre di famiglia io non so bene come chiamarmi, come vestirmi, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo, quanti anni dimostro, da dove vengo, quando mi sono incontrato la prima volta», dice Nori che non ha certezza e insinua il ragionevole dubbio che sia proprio la mancanza di certezze a fare un bravo genitore. Oltre alla capacità di ascoltare.

  • 17Giu2015

    Redazione - TigullioNews

    A Santa Margherita arriva il grande scrittore Paolo Nori

    Letti di notte il 21 giugno accende la notte a Santa Margherita Ligure con PAOLO NORI
    Paolo Nori è un eccellente scrittore e un altrettanto eccellente traduttore dalla lingua russa (inclusi i testi di grandi autori come Lev Tolstoj). Il suo sito è da seguire per le acute citazioni e osservazioni immesse ogni giorno. Il suo stile, apparentemente sgrammaticato, risale al primo Gianni Celati, autore delle Avventure di Guizzardi. Quello di Santa Margherita è quindi un appuntamento imperdibile per chi ha a cuore la letteratura e il pensiero.

    La notte del 21 giugno è la notte più breve dell’anno.  Da qualche anno è una notte magica in tutt’Italia dove tutto può accadere intorno ai libri.
    Letti di notte, la notte bianca del libro, festa diffusa e simultanea lungo tutto lo stivale, domenica 21 giugno sbarca per la prima volta a Santa Margherita Ligure, grazie alla felice collaborazione tra l’associazione Letteratura rinnovabile, la casa editrice Marcos y Marcos, la ‘libreria di Santa’ e il Comune di Santa Margherita di Ligure.
    Nella bella cornice di piazza Caprera alle ore 21.30, la notte di Santa Margherita sarà accesa dalla voce inconfondibile di Paolo Nori.
    PAOLO NORI legge e racconta  il suo nuovo libro
La piccola Battaglia portatile
Edizioni Marcos y Marcos
    21 giugno ore 21.30 Piazza Caprera, Santa Margherita Ligure
    Un libro in cui c’è la vita della bambina Battaglia con il suo babbo, tra viaggi, dialoghi in bicicletta, in treno e prima di addormentarsi.
    Il babbo della Battaglia non sa bene cos’è, che spazio occupa, da che parte sta e fa fatica a capire cosa può fare, per aiutare la Battaglia a stare al mondo.
    Fa fatica a dirle quello che si può fare e non si può fare, fa fatica a capire che relazione hanno, a darle un nome, perché son padre e figlia, ma un padre e una figlia molto diversi dal padre e il figlio che erano stati lui e il suo babbo, completamente, diversi.
    “…Con la Battaglia mi era successa una cosa, che una volta lei, eravamo a casa sua, non abitavamo insieme (e già questo, di per sé, sarebbe già fuori dall’universo del buon padre di famiglia, mi sembra, avevo detto) e lei, in salotto, gattonava sulla spalliera del divano, e io le avevo detto ‘Secondo me non va bene, che fai così’, e lei si era fermata, mi aveva guardato, ma cattiva, e mi aveva detto ‘Tu non devi dirmi Secondo me, tu devi dirmi Non va bene’.”

  • 14Giu2015

    Seia Montanelli - Nazioneindiana.com

    Se io fossi il biografo di Paolo Nori, sceglierei il titolo del suo primo libro, “Le cose non sono le cose” (Fernandel, 1999) quale paradigma della sua intera produzione letteraria. Perché se da un lato è difficile raccontare a qualcuno che non l’ha mai letto, cosa scrive, o meglio, sarebbe semplice dirgli «in pratica, in quasi tutti i suoi libri, racconta più o meno i fatti suoi adoperando ora uno pseudonimo, ora un altro, come voce narrante», ma una cosa così non renderebbe giustizia al suo lavoro, perché le cose appunto non sempre sono le cose; dall’altro è semplice dire cosa non sono e cosa non c’è nei suoi scritti: non sono romanzi, non sono racconti, non sono reportage, non sono biografie, né autobiografie, non c’è auto-fiction, ma nemmeno fiction (per dirla come quella che scrivono ora sui giornali a proposito di libri, e non si fanno capire, perché non lo sanno nemmeno loro quello che c’è nei libri di cui parlano).

    La cosa migliore sarebbe prendere dalla libreria un suo titolo a caso e prestarlo a ogni lettore che non l’ha letto, ma allora non avrebbe senso nemmeno che io sia qui ora a scrivere questo pezzo per parlare de “La piccola Battaglia portatile” appena uscito per Marcos y Marcos, ma io ci terrei davvero a scrivere di questo libro quindi ci provo, a dire di cosa parla.
    E’ il racconto, frammentario, aneddotico e apparentemente destrutturato, del rapporto dello scrittore con la Battaglia, sua figlia di dieci anni. Ci dice l’autore che a un certo punto si è messo a segnare «le cose, ma piccole, minuscole, che mi sono successe nello star vicino alla Battaglia, quando era piccola, segnarmele tutte su un quadernetto con su scritto Battaglia che poi è diventato due quadernetti poi tre quadernetti poi quattro quadernetti poi cinque quadernetti e così via, ecco io, dicevo, segnarmi queste cose io adesso mi tornano in mente delle cose che altrimenti me le sarei scordate», stilando una sorta di diario in cui annotare tutto ciò che la riguarda sin fa quando è nata, per cui nel testo ci sono episodi che risalgono anche a quando era più piccola, quasi a ricostruire una – sentimentale e del tutto personale – cronologia della paternità.
    Tra tutti i suoi libri, questo è il più intimo forse, anche senza voler aderire all’idea dell’autobiografismo estremo nella sua opera. Persino restando nella definizione di pseudo-autobiografia, che spesso lo stesso Nori – cedendo forse a reiterate domande di qualche intervistatore – ha utilizzato per parlare delle sue cose, “La piccola Battaglia portatile” sembra il suo libro più autentico (sebbene egli scriva: «quella di cui provo a parlare in questo libro non è esattamente mia figlia, cioè mia figlia è poi un’altra cosa, e io, anche io non sono esattamente io, io sono il Babbo della Battaglia» (perché le cose non sono le cose, no?). Il testo, rispetto ad altri suoi, è meno giocato sull’Io ipertrofico dello scrittore spesso insoddisfatto e con un carattere quantomeno ostico (cosa di cui è consapevole: «quando qualcuno mi invita a cena», osserva, «è come se mi offendesse, Ma pensa che non abbia niente da fare?, mi vien da chiedermi»). C’è un padre e c’è una figlia, e non c’è alcuna retorica.
    Scrive del rapporto con sua figlia, o meglio del rapporto della Battaglia e del suo Babbo (diciamo così per farlo contento), dei viaggi che hanno fatto insieme, dei musei che hanno visitato, della loro vita quotidiana. E in questo c’è un Nori ancora più esposto, che guarda il mondo attraverso gli occhi “nuovi” e stupefatti della bambina e finisce per stupirsi anche lui; e ci sono delle piccole tenere reticenze («una volta mi ha detto Sei gentilissimo, mi sono imbarazzato») nelle parole di affetto per quella bimba che è diventata il suo «intellettuale di riferimento» (le darebbe il premio Oscar e il premio Nobel tutti e due insieme), e che non è semplicemente sua figlia – «se mi chiedessero Ma la Battaglia è un tuo parente?, io risponderei No, la Battaglia non è un mio parente, la Battaglia è la Battaglia, che discorsi sono?» – , e che lui amerebbe anche se non fosse suo padre, semplicemente perché lei è come è.
    “La piccola Battaglia portatile” è una dichiarazione d’amore in centoquarantatré pagine suddivise in centonovanta paragrafi che sembrano non arrivare mai da un punto A al punto B, perché si perdono in centinaia di digressioni e citazioni, e osservazioni, quasi a inseguire la vita mentre scorre e si presenta davanti all’autore. Ma è anche una sorta di trattato di pedagogia perché Nori si interroga su cosa sia il suo ruolo di “babbo”, anche rispetto alla tradizione che conosce, quella emiliana del “buon capofamiglia”, che forse è anacronistica, ammette, salvo poi raccontare che un giorno dopo aver sgrida la Battaglia dicendo «Secondo me non va bene, che fai così», lei si ferma lo guarda e gli dice «Tu non devi dirmi Secondo me, tu devi dirmi Non va bene». E poi in relazione al mondo che oggi accoglie sua figlia e alle aspettative che la società ha verso i genitori, ecco che tira fuori una riflessione illuminante sulla questione dei valori da infondere ai propri figli: «io penso che ognuno i valori, dovrebbe trovarseli per conto suo» – e ancora «è questo l’unico modo, secondo me, in cui sono capace di influenzare i valori di mia figlia, facendo come se non li influenzavo e per via della scuola io forse preferirei che a scuola le dessero degli strumenti, anziché dei valori».
    Ovviamente anche “La piccola Battaglia portatile” stilisticamente ruota intorno alla musicalità della lingua come tutti i libri di Paolo Nori; il testo si presta moltissimo a essere letto ad alta voce, con periodi lunghi, pieni di subordinate che sembrano a volte girare a vuoto, ma che alla fine trovano una direzione. E soprattutto ci sono suggestioni e citazioni e rimandi ad altri libri, ad altri autori e quando chiudi il libro hai comunque imparato qualcosa di nuovo, che non sapevi e che vuoi approfondire (di quanti libri si può dire lo stesso?).
    Per esempio si scopre in questo libro che l’uso che spesso Nori fa di riprendere cose già scritte in altri libri suoi già pubblicati, non è mica una cosa così, che fa con leggerezza o come riempitivo: dipende dall’effetto Kulesôv, ossia da un esperimento raccontato da questo regista sovietico in libro del 1941 in cui spiega come il significato che si attribuisce a una cosa, cambia a seconda delle cose che la circondano.
    Di nuovo le cose non sono le cose con Paolo Nori, e mi viene in mente che il libro inizia con una dichiarazione di impotenza quasi, «Non so bene come chiamarmi, non so bene come vestirmi, non so bene cosa sono, che spazio occupo, da che parte sto, a cosa servo», ma più in là nel testo, man mano che il suo apprendistato di Babbo si arricchisce di esperienza, i dubbi si dissipano e l’unica certezza che conta è che lui «è il Babbo della Battaglia», con tutto quello che questo comporta di responsabilità e porta con sé come dono quotidiano, e alla fine tutto torna.

  • 13Giu2015

    Tiziana Lo Porto - DLaRepubblica

    C’è un’esattezza nel raccontare i bambini che solo certa scrittura concede. Più che nelle descrizioni è nei dialoghi: tra bambini, tra genitori e figli, dialoghi presi in prestito dalla realtà che sono in grado di restituire tutto il sentimento che emana l’età bambina quando gli adulti stanno ad ascoltarla.

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  • 05Giu2015

    Giovanni Ricciardi - Il Venerdì

    Un padre immerso nel mondo dei libri che sembra ormai guardare la realtà con gli occhi del disincanto.

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  • 02Giu2015

    Redazione - Le ciliegie parlano

    Solo l’effetto Kulešov, poeticamente infilato in questo nuovo libro, può spiegare il perché, dopo tanti anni, i romanzi di Paolo Nori sono ancora così belli. Solo quell’effetto sa dire con semplicità cosa succede quando leggiamo qualcosa di così teneramente ripetitivo, di sentimentalmente autistico. Capire questo è cruciale per accompagnare la lettura di un libro fondamentalmente già scritto nel tempo: la raccolta degli appunti su Irma (che qui diventa Battaglia, com’era stato in altri romanzi) e sulle sue geniali uscite di bambina di due, tre, quattro, cinque, sei, otto, dieci anni, con cui Nori ci ha viziato, divertito, intenerito, stupito a più riprese. La piccola Battaglia portatile non è che la fotografia senza orpelli di una figlia che cresce, che cambia e che si esprime – con frasi esilaranti, talvolta sorprendenti per la sua età – di fronte a un babbo capace di fotografarla senza inganni, fermamente intenzionato a non dimenticare questo stato di grazia, il momento irripetibile dell’infanzia. La piccola Battaglia portatile ci ricorda com’è bello essere piccoli, ci restituisce il piacere di una visione del mondo pura, di cui abbiamo sempre più terribilmente bisogno. Cinque ciliegie.

  • 20Mag2015

    Redazione - La casa dei libri

    La Battaglia è una bambina che quando aveva otto anni, la prima volta che è andata a dormire in un albergo, a Torino, quando è arrivata alla stazione di Torino Porta Nuova si è fermata davanti al tabellone delle partenze ha allargato le braccia ha detto «Che città meravigliosa».
    Il babbo della Battaglia non sa bene cos’è, che spazio occupa, da che parte sta, e ha una specie di diffidenza per il divertimento, così prima viaggiava soltanto per presentare dei libri, poi ha cominciato a andare in certi posti anche senza dover lavorare, perché gliel’ha chiesto la Battaglia; e questi giri in terre sconosciute, come Roma, Trento, o Amsterdam o Parigi, con la Battaglia, gli è sembrato bello raccontarli.

    E gli sembrava bello raccontare anche, però, altre conversazioni fatte con la Battaglia, anche quando era più piccola, perché la Battaglia, a pensarci, negli ultimi sei anni è stata la persona con la quale probabilmente ha fatto le conversazioni che gli son rimaste più impresse.
    E tra viaggi, dialoghi in bicicletta, sulle panchine, in treno, prima di addormentarsi, c’è la vita della Battaglia con il suo babbo.
    Un babbo che nel suo ruolo di babbo non sa bene come chiamarsi, come vestirsi, da che parte stare, fa fatica a capire cosa può fare, per aiutarla a stare al mondo, fa fatica a dirle quello che si può fare e non si può fare, fa fatica a capire che relazione hanno, a darle un nome, perché son padre e figlia, ma un padre e una figlia molto diversi dal padre e il figlio che erano stati lui e il suo babbo, completamente, diversi.
    “con la Battaglia mi era successa una cosa, che una volta lei, eravamo a casa sua, non abitavamo insieme (e già questo, di per sé, sarebbe già fuori dall’universo del buon padre di famiglia, mi sembra, avevo detto) e lei, in salotto, gattonava sulla spalliera del divano, e io le avevo detto «Secondo me non va bene, che fai così», e lei si era fermata, mi aveva guardato, ma cattiva, e mi aveva detto «Tu non devi dirmi Secondo me, tu devi dirmi Non va bene».”