w5x7n2 - nur1w8 - vjqnas - 8uabi1 - 30cnu8 - 8dr0z3 - iilud5 - tvqbj1

La parabola degli eterni paesani

Archivio rassegna stampa

  • 27Apr2018

    Luisa Debenedetti - librierecensioni.com

    “La parabola degli eterni paesani” di Luciano Cecchinel è un romanzo poetico o meglio, poesia romanzata.
    L’autore, infatti, è un poeta di grande levatura la cui opera si compone soprattutto di testi in dialetto alto-trevigiano, che in questa occasione si cimenta con la prosa.

    L’opera è composta da 37 capitoli introdotti ognuno da un proemio (che, di primo acchito, mi ha ricordato il Decameron).
    Il romanzo è ambientato nell’immaginario comune trevigiano di Crosère-Riva ed è piuttosto arduo collocare la vicenda in un particolare spazio temporale: sicuramente anni dopo la seconda guerra mondiale.
    Protagonista è un gruppo di paesani che definirei, folli, instancabili, passionali, coraggiosi, geniali. E soprattutto intimamente soli.
    Sono soprannominati scanagòti, un nomignolo che li classifica impietosamente come dediti al bere, non tenendo conto che il piacere liberatorio del vino può, oltre che rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata di duro lavoro, acuire l’ingegno e le capacità contemplative.
    Il luogo di ritrovo è la casera di Saìa, il vecchio teorico del gruppo, che insieme a Zinto, Donta, Zénte, Magnabùtole e Tacacucagne si adopera per sviluppare un progetto che curi la conservazione e la salvaguardia della natura, l’amicizia e la solidarietà tra gli esseri viventi, l’altruismo e la ricerca del bene comune, valori fondamentali per un modello di società basato sulla giustizia sociale e sulla condivisione di valori etici e morali, pur in situazioni e ambienti contraddittori e infausti. Il sogno di questi uomini è “puro”, semplice come le loro vite; tutto fila liscio, finché non subentrano fattori esterni e fortemente contrastanti a scombussolare quelli che, nel gruppo, avevano l’animo più sensibile ad essere blandito dalla politica, dal denaro e dalla maldicenza. La coesione dei compagni viene così scalfita ed ognuno si ritrova solo a proseguire per la propria strada; ma l’esperienza, e quel che il saggio teorico Saìa aveva seminato, non andrà perduta: la rivoluzione degli scanagòti ha perso il significato originario, ma essi sanno che non possono far altro che combattere perché ormai conoscono quali sono gli ideali da difendere.
    Nel romanzo si trovano metafore umane, stracci di ironia, stranezze d’animo, personaggi che possiamo ricondurre a figure reali, personaggi di fantasia, ricordi, stagioni andate, radici amate, saggezza e filosofia. Personalmente, anche e soprattutto per formazione, ho apprezzato il guardare con disincanto, leggerezza e (tutto sommato) una certa benevolenza la vita e la gente che sopravvive, con un’identità che sempre si modifica, magari abbandonando, o inconsapevolmente perdendo, la voglia di divertirsi, di ridere semplicemente, la genuinità, il vivere più vivo.
    La dominante di Cecchinel è di natura morale: lascia trasparire l’eredità di una seria formazione cattolica coniugata ad un sincero e mai esibito impegno democratico, senza però che i valori politici e sociali possano tacitare le esigenze imperiose della coscienza, affianca poesia a dialogo offrendo umilmente voce a chi ne è stato privato: emarginati, semplici eroi dimenticati della nostra storia popolare, riaffiorati dal cono d’ombra grazie ad una scrittura lirica che diviene ricostruzione di tracciati umani interrotti o sommersi. In questo romanzo l’autore innesca una direttrice di fuga che non punta verso il futuro, ma verso il sogno mancato, proiettando quella che sarebbe dovuta essere un’aspettativa per il futuro nel passato, nella consapevolezza di un qualcosa di mancato. In ultima analisi, direi che ci si trova di fronte a una forma espressiva con cui è difficile fare i conti, nel senso che restringe per difficoltà di comprensione il giro dei possibili fruitori, è una prosa che cerca di inglobare efficacemente il parlato quotidiano e di limare al massimo la musicalità del discorso orale e spezzato. Ed è proprio questa originalità stilistica che rende penetrante anche quella che può essere polemica sociale. Lo stile è un impasto di “argot” e di momenti di tensione lirica in cui l’oralità lascia il posto a un lessico piuttosto ricercato.
    Ne consiglio la lettura a chi non ha fretta, e suggerisco di diventare attori, mascherandosi fra i personaggi; in questo caso ritengo utile il consiglio di Oscar Wilde: “Rivelare l’arte e nascondere l’artista è il fine dell’artista”.

    http://www.librierecensioni.com/libri-online/la-parabola-degli-eterni-paesani-luciano-cecchinel.html