La meravigliosa utilità del filo a piombo

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  • 25Lug2012

    Marta Traverso - ProveTecnicheDiSogni.it

    Premessa. Anzi, più che premessa, una confessione. Fino a qualche mese fa avevo un’idea piuttosto vaga riguardo l’esistenza e l’opera di Paolo Nori.
    La prima volta che ho letto qualcosa di suo è stato durante una delle lezioni di Officina Letteraria (che tra parentesi, ospiterà proprio Paolo Nori in un workshop il prossimo autunno). E il qualcosa che ho letto è stato proprio l’incipit di La meravigliosa utilità del filo a piombo.

    Poche pagine, che terminano con questa frase.
    Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.
    Vero. Sentirsi nelle proprie braghe è fondamentale per fare bene tutto ciò che si fa. Soprattutto scrivere. Per esempio, questo libro è un insieme di sei discorsi che Paolo Nori ha tenuto in altrettanti eventi nel corso degli ultimi anni. Discorsi su argomenti dei quali, a detta sua, non aveva alcuna competenza. La DDR, il ballo liscio, la fantascienza.
    A detta sua, si diceva. Il punto è che, nel suo stile così unico (dimenticavo: nel frattempo, da Officina a oggi, ho letto un altro libro di Paolo Nori: Grandi ustionati, di recente ripubblicato da Marcos y Marcos), in realtà ti rendi conto che Paolo Nori ne sa, di cose. Ma proprio tante. Ha la straordinaria capacità di scrivere pagine intere su poesia russa e formalismo russo senza annoiare, ma anzi facendo venire quella curiosità di scoprire di più che anni di scuola non hanno mai minimamente sfiorato.
    Sempre a Officina Letteraria ci hanno parlato molto di Slovskij, che Paolo Nori cita spesso in La meravigliosa utilità del filo a piombo soprattutto per la teoria dello straniamento, punto di partenza fondamentale per chiunque (come la sottoscritta) ha fatto della scrittura il proprio pane.
    Provo a spiegarla in due righe: la prima regola per chi vuole scrivere è straniarsi dalle persone, dalle cose, da tutto ciò che ha intorno. Straniarsi vuol dire abbandonare tutto ciò che si dà per scontato e cercare di vedere le cose, anche quelle che abbiamo davanti tutti i giorni, come se le stessimo guardando per la prima volta. La prima regola di un racconto o romanzo ben riuscito è far vedere al lettore ogni dettaglio, senza che nulla sia scontato.
    Per dirla con le parole di Paolo Nori (e qui chiudo, il resto vorrei lo leggeste da soli): “E quando ho cominciato a scrivere io, a me è successa proprio quella cosa lì, che io guardavo a delle cose che conoscevo benissimo, come per esempio la mia casa, il condominio dove abitavo, i nomi delle strade che c’erano intorno, come se non li avessi mai visti, mi dimenticavo il mio lavoro, alzavo la testa e guardavo la facciata del mio condominio come se non l’avessi mai vista, e la facciata del mio condominio usciva dal suo imballaggio, e questa cosa, delle volte, funzionava anche con le persone con le quali abitavo, anche con il mio gatto e la mia morosa che d’un tratto, certe volte, uscivano dal loro imballaggio di gatto domestico e morosa domestica e risuscitavano come esseri viventi colpiti dalla luce di un dato momento della giornata intanto che respiravano, col sangue che pulsava, lì, in salotto, o in bagno, o sulla soglia della cucina”.
    ps. ci tengo a ribadire quanto ho scritto in un tweet partecipando all’hashtag.

  • 01Giu2012

    Redazione - LiberDocet.it

    Parlare di Paolo Nori è complesso. Io stimo questo scrittore e il suo percorso artistico ma, devo ammettere, l’ho capito solo da poco tempo (o da pochi libri), o almeno credo di averlo compreso meglio. Quando leggevo i suoi primi libri, li prendevo in prestito dalla libreria di mio zio. Spinoza, Grandi Ustionati, Gli Scarti, Si chiama Francesca, questo romanzo (che ho prestato in lungo e in largo con scarsi risultati, inspiegabilmente, visto che a me era sembrato bellissimo), Pancetta. Sono titoli della sua vasta produzione, e sono bellissimi come titoli – soprattutto Gli Scarti, che contiene nel titolo un’idea di letteratura quasi; ho chiamato anche varie cartelle sul mio desktop con questo nome, chissà che fine hanno fatto?

    Dicevo che Paolo Nori all’inizio non l’avevo capito bene. Coglievo solo l’aspetto letterale della sua scrittura (come il fatto del dito e della luna forse, anche se non ho mai capito bene questa metafora). L’aspetto letterale della scrittura di Paolo Nori è che ti sembra una cosa semplice, una cosa che potresti scrivere anche di getto in questo momento – una cosa tipo un verbale delle forze dell’ordine, che pensi che siano bravi tutti a scriverlo, e invece è di una difficoltà estrema; essendo molto vicino all’oralità, essendo la rappresentazione di una oralità ben definita geograficamente, ti viene da pensare che Paolo Nori “scrive come mangia”, dando ovviamente una connotazione negativa, primitiva e semplicistica a questa definizione di scrittura.
    Invece con il tempo, seguendo il suo percorso artistico, vedendo i suoi reading su youtube, leggendo il suo blog ultimamente, ho iniziato a percepire un piacere estremo nella lettura delle cose che scrive; lo stesso piacere, mi viene da pensare, che provo quando mi scontro con qualcosa di bello, che magari non riesco ad afferrare, a comprendere totalmente, ma solo a percepirlo. Andare a sbattere contro uno spigolo al buio, ma provando un piacere enorme.
    I discorsi contenuti in questo libro sortiscono questo effetto improvviso. Li leggi non capendo bene dove vadano a parare, magari divertendoti a certe trovate stilistiche o pensieri, poi d’improvviso inizia a costruirsi un senso profondo che ti ricollega alla tua esistenza, magari in un punto che avevi dimenticato di avere. È difficile da spiegare, però è come la descrizione di una determinata curva in un racconto di Ugo Cornia (amico di Paolo Nori, scrittore anch’esso). Che quando l’ho letto mi è sembrata stupenda, come descrizione; impressione confermata dal fatto che Paolo Nori nel suo blog ha descritto la medesima cosa, dicendo che, in definitiva, lui non riesce più a fare una curva in macchina senza pensare alla bellezza della curva raccontata dal suo amico Ugo Cornia. Se non è vita che si specchia nella letteratura (e viceversa) questa.

  • 05Apr2012

    Francesca Fiorletta - Blogportbou.wordpress.com

    Un’estemporanea, diacronica elucubrazione sulla vigente tecnocrazia della scrittura; una puntuale indagine metabolica sul senso della ricerca critica odierna, condotta in ambito artistico e letterario; una fotografica, fulminea panoramica dialettica, che inquadra mediaticamente le varie tipologie, politiche e sociali, della nostra dissociata contemporaneità.

     

    Paolo Nori collaziona qui, nel libro di ultima edizione, sei dei suoi più recenti discorsi pubblici, tenuti in varie occasioni (convegni, inaugurazioni, mostre, lezioni, letture e performances) dal 2008 al 2010, attraverso i quali il brillante critico-narratore, col ben noto piglio ironico e istrionico che da sempre lo caratterizza, esamina il complicato rapporto, semantico e semiotico, che intercorre, oggi, fra la persona-Uomo e il personaggio-Cultura.
    Primo punto all’ordine del giorno, o, a tutti gli effetti, del discorso incipitario – sulla cui breve estensione temporale il lettore viene immediatamente rassicurato – è proprio, dunque, come pure preannunciato fin dall’iconica quarta di copertina, la fenomenologia della scrittura, tout court.
    Quale vigoroso impulso psichico, emozionale, programmatico, governa e sorregge la mano, spesso avida, dell’inesausto narratore odierno?
    A che cosa si è soliti pensare, o, piuttosto, a quali elucubrazioni non si dovrebbe mai concedere la minima rilevanza, quando si è intenti nell’attività scrittoria?
    Quale atteggiamento sarebbe conveniente tenere, e, soprattutto, quale compulsione andrebbe preferibilmente evitata, al cospetto di un impietoso foglio bianco?
    Con un’arguta e autoironica metafora intertestuale, Paolo Nori sottolinea la diffusa preponderanza, pressoché monomaniacale, del più classico Ego autorale, per antonomasia ipertrofico e smisurato, che parrebbe contraddistinguere, ormai, e abbastanza tristemente, l’esigenza comunicativa della strenua letteratura odierna.
    L’intimismo parossistico, già pure insito, per sua specifica natura, nell’attitudine compositiva stessa, risulta, quindi, degnamente parodizzato dalla descrizione, puntuale e divertita, di un’ossessiva attenzione nei confronti dell’abbigliamento, casualmente sciatto o fintamente modaiolo che sia, perpetrata, ad hoc, da un incarnato prototipo, occasionalmente tipizzato, dello scrittore in questione; identità caricaturale, questa, che lo stesso Nori fa controbilanciare dalla propria, personalissima indole, sobbarcandosi giocosamente l’ignominiosa onta che intenderebbe, invero, sbeffeggiare.
    Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.[1]
    L’iniziale sferzata dialettica, perciò, centra il fuoco dell’attenzione sul bisogno, divenuto urgenza pressoché improrogabile, di destrutturare i canoni, etici ed estetici, di un’arte che parrebbe incontrovertibilmente votata alla sintomatica autoreferenzialità del singolo individuo, a discapito di una più lucida e contestualizzata analisi degli effettivi processi economici, politici e culturali che si avvicendano nell’odienra società (a)reale.
    Strettamente congiunto con questa prassi antropocentrica e antropomorfizzante del vivere comune,  altro e, possibilmente, ancor più pericoloso, è il monopolio della pretesa perizia interdisciplinare moderna, sulla quale si impernia, proseguendo, pur senza cambiar mai registro satirico, l’aneddotica ragionativa di Paolo Nori.
    Entriamo, allora, nel regno dell’iper-competenza tecnica, o meglio, dell’autocertificazione di una qualsiasi garanzia di custodia del sapere specialistico, ostentato e stancamente reiterato, rimarcato nel cieco sbandieramento delle più elitarie competenze settoriali.
    L’amena figura dell’ “esperto” in materia, di colui che è – o, quantomeno, dovrebbe essere – edotto, più di chiunque altro, in uno (plausibilmente, uno solo!) dei multisfaccettati campi della conoscenza umana, diviene, ancora una volta, eponimo bersaglio e ridanciano alter ego di Paolo stesso, il quale, già in primissima battuta, si affretta a precisare:
    Allora ci tenevo a chiarire subito che non sono un esperto di arte moderna, né di arte antica, del resto, a me viene anche da dire che non sono un esperto di niente, e questo non è che mi dispiaccia, anche per via che gli esperti, ultimamente, ne spuntan da tutte le parti, a me viene il dubbio che abbia ragione uno scrittore italiano contemporaneo quando dice che una volta c’erano i delinquenti, adesso ci sono gli esperti.[2]
    Quello che Nori tende palesemente a criticare, è ancora e sempre il rimando indefesso alle minute, singole doti dogmatiche di cui è solito ammantarsi, a mo’ di presa di coraggio, l’uomo-medio di media-cultura, o, per meglio specificare il nocciolo del problema, il tipico portavoce della novella cultura mediatica e mass-mediatica.
    Le dichiarazioni autocelebrative e cerimoniose di competenza fattiva e di indubbia preparazione, culturale e artistica, in qualsivoglia campo, lasciano troppo spesso scoperto il fianco del dubbio, dell’autocritica, della curiosità esplorativa che, invero, proprio a garanzia di un sincero e significativo percorso di ricerca ontologica, non dovrebbero mai essere così pubblicamente svilite, indebitamente sottovalutate o placidamente date per assodate.
    Attingendo, come di consueto, ad una fittissima ed eterogenea agenda degli impegni quotidiani, Paolo Nori continua a sottintendere quanto sia cinicamente esasperata l’involuzione, per dir così, curriculare e conoscitiva, che impera nel nostro volubile regime societario, tutto proteso verso  un’iperbolica parabola discendente, rimescolata e mistificata da una feroce spersonalizzazione analogica e da una sempre più diffusa trasposizione digitale.
    Cioè delle volte è come se tutto fosse diventato una finta di scuola dove hai continuamente dei finti professori che fanno finta di darti il voto e tu devi far finta di saperne altrimenti fanno finta di bocciarti[3]
    Ben lungi, essenzialmente, dal voler glorificare o, piuttosto, incentivare una pietosa e dilagante piaga di asfittica ignoranza, Paolo Nori ammicca alla pretesa parcellizzazione dei saperi, tutta maliziosamente italiana, riportando significativi esempi di una sagace ricognizione filosofica, potendo attingere – lui, sì, che pure rigetta la quasi ostinatamente denigrata qualifica di “esperto” – ad un bagaglio critico e letterario davvero eteroclito e consustanziale, che spazia dai lumi fondamentali di Benjamin e Freud, allo straniamento di Sklovskij e Kulekov, dalle elucubrazioni sulla science fiction di Fruttero e Lucentini, alle riflessioni storiche e politiche di Simone Weil.
    La cattedraticità della cultura, dunque, si svela, in ultima istanza, il bersaglio d’elezione di questo svelto excursus metanarrativo, sviscerato da un autore che, in primis, rifiuta il merceologico conformismo della stolida forma letteraria canonizzata, mirando, sostanzialmente, a svincolarsi da qualunque imposizione dogmatica.
    La critica di Paolo all’accademismo elitario d’antan conduce la ferocia della sua sapiente sincerità fin quasi alla belligeranza, specialmente nelle autobiografiche confessioni riguardo una nostalgica carriera da studente universitario, non esattamente modello, data la spiccata verve autonimistica; con lo stesso disappunto, però, parallelamente, Nori non manca di indignarsi, seppur ironicamente, contro il più facile, deteriore e indigesto populismo di rimando.
    Oggi, invece, sembra che si possa scrivere quello che si vuole, non si dà fastidio a nessuno, io tutte le volte che apro il mio profilo facebook trovo cinque o sei post che parlano male del presidente del consiglio, che prendono per il culo i suoi ministri, e mi chiedo a che cosa serve, e a chi serve, e mi rispondo che serve a quei miei amici di facebook non per essere nel mondo, non per pensare, per prendere parte, non per preoccuparsi, per non preoccuparsi, e mi viene in mente una volta, a un convegno, che avevo di fianco a me un sindacalista, e che dopo aver sentito una decina di interventi in cui, in ogni intervento, si parlava del presidente del consiglio come dell’origine e della spiegazione di tutti i mali, questo sindacalista, segretario del sindacato più a sinistra che si possa immaginare, si è voltato verso di me e mi ha detto Io quello lì, cioè il presidente del consiglio, spero che muoia, ma mica per lui, perché così almeno la smetteremo di giustificare tutto quello che non riusciamo a fare con il fatto che c’è quello lì, ecco, oggi, dicevo, si può dire quel che si vuole, si può scrivere quello che si vuole, si può pensare quello che si vuole, se ci si riesce. Perché… Non so.[4]
    Sa bene, invece, Paolo, in questa celere e intuitiva raccolta di disquisizioni teoriche e di pratiche riflessioni argomentative, come applicare ad una giocosa prassi diaristica, solo apparentemente orientata al quotidiano, la disciplinante e indisciplinata tecnica dello straniamento critico e letterario; Nori formalizza, quindi, la sua puntuale indagine artistica, ideologica e idiosincratica, in un vivido linguaggio anticonformista, che funge esattamente da filo a piombo, quale strumento drasticamente autocosciente, tutto proteso verso un’onesta verticalizzazione storica e culturale nella nostra attuale società.
    [1]Gli Specchi, 20 novembre 2009
    [2] Un mondo di esperti, 27 Novembre 2008
    [3] Un mondo di esperti, 27 Novembre 2008
    [4]Noi e i governi, 19 settembre 2010

  • 02Dic2011

    Redazione - estense.com

    Domenica 11 dicembre, alle ore 17, proseguirà la rassegna di incontri con l’autore “Se una domenica d’inverno uno scrittore…”, ideata e curata da Fabrizio Fiocchi. Il terzo incontro vedrà protagonista lo scrittore parmense Paolo Nori, che presenterà e leggerà dei brani dal suo ultimo romanzo: “La meravigliosa utilità del filo a piombo”, edito da Marcos y Marcos.

    Scrittore e traduttore, Paolo Nori ha lavorato come ragioniere in Algeria, Iraq e Francia. Laureato in letteratura russa, ha lavorato in Francia per tre anni per un’impresa edile, e poi come traduttore dal russo e dal francese. Ha pubblicato nel febbraio del 1999 per Fernandel “Le cose non sono le cose” e nel maggio del 1999, per Derive Approdi “Bassotuba non c’è”, ristampato nel marzo del 2000 da Einaudi Stile Libero. Collabora con “Il Caffè letterario”, bimestrale di letteratura ed immagini. Del 2008 sono “Mi compro una gilera” e “Baltica 9″.
Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri, l’edizione dei classici di Feltrinelli di “Un eroe dei nostri tempi” di Lermontov e delle “Umili prose” di Puškin.
    L’evento si svolgerà presso la storica sala dell’Oratorio San Crispino, al terzo piano della libreria Melbookstore. Realizzato con il patrocinio del Comune di Ferrara, comprende anche la collaborazione con Café de la paix, che offrirà una merenda di benvenuto ai partecipanti.

  • 01Dic2011

    Salvatore Lo Iacono - A Sud Europa

    LA MERAVIGLIOSA UTILITÀ DI… PAOLO NORI

    Irresistibili e surreali discorsi a zig-zag

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  • 04Nov2011

    Redazione - piacenzasera.it

    Caffé letterario a Fiorenzuola, con Nori e Morozzi
    Per due sere, sabato 12 novembre e sabato 19 novembre, il Caffè Caminetto di Fiorenzuola si trasforma in caffè letterario. Sabato 12 novembre (ore 21,30) Paolo Nori presenta e legge La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos, 2011).

    Mentre sabato 19 novembre (sempre alle 21,30) Gianluca Morozzi presenta Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen (Castelvecchi, 2011): a seguire, nel corso della stessa serata, Morozzi smetterà i panni dello scrittore e vestirà quelli di chitarrista, esibendosi insieme agli Street Legal, con un concerto-tributo a Bob Dylan.
    Il primo appuntamento è dunque quello di sabato 12 novembre con Paolo Nori e La meravigliosa utilità del filo a piombo: una raccolta di testi, reading e interventi tenuti dall’autore, che parla di letteratura russa — da Tolstoji a Dostoevskij a Velimir Chlebnikov e Daniil Charms — o di musica o di filosofia, inframezzando le sue parole con ricordi personali, sensazioni e riflessioni. Se nei romanzi Nori punta su un autobiografismo spinto e generazionale, qui rivela un talento particolare nel mescolare “alto” e “basso”, nell’affrontare temi importanti e impegnativi con un tono (solo) apparentemente svagato.

  • 12Set2011

    Andrea Coccia - booksblog.it

    Ieri si è conclusa la quindicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, un’edizione come al solito ricca di eventi e di autori provenienti da tutto il mondo. Questa intervista è la prima di una piccola serie che pubblicheremo su queste pagine nei prossimi giorni. Si tratta di brevi interviste, conversazioni avute in questi giorni con alcuni degli autori presenti al Festival che ci hanno concesso qualche minuto del loro tempo.

    Questo primo episodio della serie è dedicato a Paolo Nori uno degli scrittori più sorprendenti degli ultimi anni: autore prolifico di romanzi scoppiettanti, l’ultimo dei quali si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, ed è pubblicato da Marcos y Marcos; ha tradotto dal russo Gogol, Turgenev, Puškin, Lermontov, redattore della rivista Il Semplice, da ultimo fondatore dell’Accalappiacani, rivista pubblicata da DeriveApprodi.
Una volta hai citato un’immagine molto bella di Foster Wallace sulla dittatura: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “L’acqua, quale acqua? “». Che cos’è per te la libertà?
Mi pare chiaro che per poterti muovere nel mondo devi capire dove sei, cosa hai intorno. Se sei nell’acqua o sulla terra, e malgrado le apparenze questa è una cosa molto difficile. Poi ci sono una serie di cose, io ero abituato a pensare fin da quando ero piccolo di essere una persona libera e che questa libertà derivava dal posto in cui vivevo. Col passare del tempo invece mi è venuto da pensare che la libertà non viene dal luogo in cui ti trovi, non viene dall’alto o non viene infusa ma dipende esclusivamente da te, è una cosa che bisogna coltivare se lo si vuole. C’è molta gente che preferisce vivere delegando agli altri le decisioni. Invece, ho amici che vivono o che hanno vissuto in Russia e che erano antisovietici e non ne facevano un mistero, e per questo hanno dovuto rinunciare a fare il mestiere che avrebbero voluto fare e andando a lavorare in fabbrica piuttosto che fare delle ricerche storiche. Però studiavano lo stesso il sabato e la domenica andavano in biblioteca, studiavano di notte, secondo me quelle sono tra le persone più libere che abbia conosciuto, e vivevano a Stalingrado, non a Parma o a Roma.
Cosa vuol dire scrivere?
Quando ero ragazzo mi piaceva disegnare e avevo comprato una di quelle dispense che trovi in edicola e nel primo numero di questo corso di disegno c’era scritto che imparare a disegnare significa imparare a guardare. Leggendo questa frase devo dire che inizialmente mi ero un po’ arrabbiato, ho pensato “che cazzata che ho comprato, ma certo che son capace di guardare!”. Eppure in quella dispensa c’era un esercizio pratico da fare: prova a pensare a una persona che vedi tutti i giorni ma che non hai davanti a te in questo momento, prova a pensare alla sua faccia, è rotonda o ovoidale? E le orecchie, come sono? L’attaccatura dei capelli a che distanza sta? Le sopracciglia sono sulla stessa riga o no? E io ho pensato a un mio compagno di classe, e una delle domande era sugli occhi. Sono ravvicinati o distanti? Io non sapevo rispondere, così come a nessuna delle domande, perché io ogni giorno quel mio compagno lo riconoscevo, ma non lo guardavo. Il giorno dopo sono entrato in classe e ho guardato Bruno forse per la seconda volta in tutta la mia vita, escludendo la prima volta in cui lo vidi. L’ho guardato veramente e mi sono accorto che aveva gli occhi molto ravvicinati. Scrivere alla fine, come diceva Malerba, è un modo per imparare quello che si pensa ma è anche un modo per guardare, per fare delle cose che non crediamo di saper fare. Anche Giacometti diceva che le sue statue erano un modo per imparare a guardare. Forse è un modo per prendere coscienza della propria incapacità, cioè che molte delle cose che facciamo le facciamo male, senza prestarci attenzione.
Cosa vede nel futuro del libro con l’arrivo degli ebook?
Non so prevedere esattamente cosa succederà, ma credo che non si debba aver paura. Io sono stato per lungo tempo contrario ai telefoni cellulari, adesso se dovessi dire perché non lo so, in qualche modo mi sembravano quasi un’offesa. Le persone che avevano il cellulare mi sembravano dei nemici, quasi come se non appartenessero alla mia classe sociale. Ovviamente era una cazzata enorme, dipendeva dal fatto che quando compare una cosa nuova – in me, ma credo anche nella maggior parte di noi, si scatena una dinamica che Lombroso, in un suo scritto sugli anarchici, chiama “misoneismo”, cioè l’avversione al nuovo. Per molto tempo ho dato spazio a questo sentimento, ma ora mi sembra una stupidata. Mi interesso di ebook, ma non solo, ho fondato insieme ad un mio amico, Alessandro Bonino, una casa editrice ebook. Cerchiamo di lavorare bene di fare dei buoni prodotti. Gli ebook delle grandi case editrici costano un sacco di soldi per il momento e non sono leggibili su tutti i supporti, e allora che senso ha? Il mio libro di einaudi che è uscito nel 2010, I malcontenti, in versione cartacea costa 16 euro e 13,99 in ebook. Vuol dire che se uno ha uno sconto minimo nella sua libreria o se lo compra su amazon spende di più per l’ebook che per la versione cartacea. Che senso ha? In ogni caso, non posso sapere cosa succederà, credo però che la forza dei Demoni di Dostoevskij non dipenda minimamente dal supporto. Certo, siamo abituati alla carta, i libri sono comodi e piacevoli da leggere, però anche l’ebook in fin dei conti è un oggetto utile, anche in viaggio. Sono sicuro che i due supporti non si elideranno a vicenda, continueranno entrambi.
Una delle sua cifre stilistiche più decise è l’uso della ripetizione, una figura retorica che avvicina decisamente il suo stile al parlato. Qual è il motivo di questa sua scelta?
Non credo di essere particolarmente attratto da questa figura retorica, credo piuttosto che questa figura retorica sia una di quelle che usiamo di più quando parliamo. Credo che in Italia ci sia ancora una discreta differenza fra la lingua scritta e parlata una differenza che ad esempio in russo non c’è. Il russo scritto e parlato sono due lingue quasi uguali. Quando leggi l’incipit di un qualsiasi classico della letteratura russa dell’Ottocento anche un bambino di 5 anni lo capisce.
Se io penso invece a una poesia italiana, il 5 maggio di Manzoni, per esempio:
Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro…
Che cosa ne capisce un bambino? Questa è una questione di storia della lingua, non è una cosa naturale, a noi sembra naturale perché fin da quando siam piccoli siamo abituati a leggere nei libri una lingua più ricercata, ma la lingua è bella tutta. E io volevo la possibilità di fare dei libri con una lingua semplice e complicata insieme, ma vera, non una lingua distillata, non mi va di lavorare sul fumo. Volevo la possibilità di mettere in un libro anche le cose che si dicevano sotto casa mia. A Parma qualcuno entra in un bar e dice “Son stato a Reggio, son stato”. Questo modo di parlare, con tante ripetizioni è una cosa che in prosa non è accettata, c’è stata una specie di crociata.
Mi viene in mente la prima traduzione di American Psyco, nella prima pagina compare tre volte la parola bus, il primo traduttore italiano ha tradotto il primo bus “autobus”, il secondo “corriera” il terzo “torpedone”. Allora già “autobus” e “corriera” sappiamo che sono due cose diverse, e poi “torpedone”? In un contesto come questo un lettore italiano potrebbe non immaginarsi che si stia parlando dello stesso autobus, e allora perché succede? La ripetizione è una figura fonica molto potente, e allora perché dobbiamo privarci di tutto questo?

  • 02Set2011

    Benedetta Ferrucci - mangialibri.com

    Una raccolta di sei discorsi. Scuole, musei, radio, festival, presentazioni di volumi, manifestazioni: Nori è uno che lo chiamano a parlare spesso, in varie occasioni, e lui ci va. Solo che se lo chiami a parlare delle frontiere, lui ti parla per 30 minuti di “tutto tranne che il liscio”, per dire che lui che è di Parma, il liscio, non ci pensava minimamente, che il liscio è una tradizione romagnola, “era là, era là in fondo, era là oltre Bologna che era proprio un posto, non dico lontano, lontanissimo”, per dire dei confini e delle frontiere.

    Per raccontare ai ciechi cos’è il museo di arte moderna di Bologna, Nori cita l’antologia dei formalisti russi, Sklovskij in particolare, parla della teoria letteraria dello straniamento, ma anche di John Cage e del pezzo 4′ e 33”, che sono quattro minuti e trentatré secondi di silenzio, di Benjamin, dell’aura, e di quello che succede in una stanza quando c’è appena stata una discussione, dello stato dell’aria che cambia e che si avverte quando ci si entra anche se di quella discussione non si è sentita neanche una sillaba. L’aura, la chiamano. Una cosa che non c’è bisogno di vedere nulla insomma. Ci sono anche discorsi che sono esercizi di stile, più che discorsi, Bua-Bua ad esempio. Quindici cartelle scritte in un treno che va da Bologna a Roma per un discorso sulla fantascienza: “Ma perché te accetti di far dei discorsi su qualsiasi argomento anche su degli argomenti che non ne sai niente? Mi ero chiesto. Mi ero risposto Eh, chi lo sa”. E allora, ci sono queste quindici cartelle da riempire e Nori saccheggia un saggio di Fruttero e Lucentini “Incontro ravvicinato con la fantascienza”. Umile, alla fine. Fa parlare chi ne sa. E ti racconta come ci è arrivato, che non è mica poco, è una condivisione del processo di scrittura, intima come cosa. Ma ti può far saltare i nervi se non ti liberi di un po’ di sovrastrutture quando ti ci accosti…
    Solo così e solo se non prendi quello che ti viene detto sul serio riesci a fare il salto richiesto da questo scrittore, che non ti parla mai direttamente di qualcosa. Che sceglie sempre la via meno immediata. Perché “quello che non può essere detto dev’essere taciuto”. E non va bene neanche usare i tre puntini per alludere a. Si parla di qualcos’altro e, il più delle volte, se ne esce galvanizzati. Certo, con Nori si corre un po’ il rischio che se ti piace alla fine può dire qualsiasi cosa. E i discorsi su carta forse perdono molto dell’aura che si crea quando vengono pronunciati, quindi secondo me tre panini no, due sì. Le cose migliori di questa raccolta sono l’incipit e il discorso finale. L’incipit, “Specchi” si intitola, sono tre pagine in cui Nori ci spiega cos’è la scrittura parlando dell’importanza di trovare o di restare in un paio di braghe giuste. Su un altro registro, come in un controcanto, l’ultimo, commovente, discorso “Noi e i governi”. Perfetto, davvero.

  • 07Giu2011

    Gea Polonio - liberidiscrivere.com

    Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
    È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.

    È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
    È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e procurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
    Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento. È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
    E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
    Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.

  • 26Mag2011

    Francesca Bove - ilrecensore.it

    La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos Y Marcos, 2011) è una silloge di discorsi tenuti dall’autore emiliano in diverse occasioni, interventi che non hanno nulla del soporifero pseudo intellettualismo di tanti scrittori. Questi scritti possiedono, invece, il furore dell’autore esordiente, la vitalità di chi vuole comunicare una condizione esistenziale, un mondo e non una storia.

     

    I libri di Paolo Nori non sono accattivanti. Non si riescono ad inserire in un genere preciso, leggendo la quarta di copertina non si capisce dove lo scrittore voglia andare a parare, al massimo il titolo può stuzzicare un po’ di curiosità. A conti fatti, conoscendo la situazione culturale in cui versa il nostro paese, uno scrittore come Nori potrebbe non interessare. Eppure, diversamente dalle tendenze summenzionate, ha successo. Non quel successo da bestseller ma un qualcosa che fuoriesce dal normale meccanismo mediatico.
    Peccato che Nori non sia affatto esordiente bensì un autore navigato e ciò rende ancora più interessante il suo tipo di scrittura che non si caratterizza per una forte originalità ma per quegli sprazzi, quelle parentesi inaspettate buttate lì nel corso di un discorso.
    Idee da sottolineare per non perderle di vista, considerazioni sulla sua terra, l’Emilia, tenere e atroci, piccoli rimproveri senza malizia, come un figlio fa col proprio padre. L’eco delle canzoni di Dalida, Zanicchi, il liscio, l’Unione Sovietica, un autobiografismo spinto agli estremi che coinvolge e smarrisce il lettore, talora efficace, talvolta eccessivamente ridondante.
    Ma Nori non scrive per un pubblico ma per il suo pubblico, per chi riesce a stargli dietro, ed è quest’aspetto che rende unici i suoi lavori. Una scrittura incondizionata ricca di anacoluti, uno sguardo intelligente su una realtà in continuo mutamento e una proposta nutriente per menti flessibili.

  • 18Mag2011

    Massimiliano De Ritis - magicbusmagazine.it

    E’ strano iniziare la lettura di un libro al contrario, leggendo una nota nelle ultime pagine. Eppure, non lo è così tanto se si pensa a La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori, il volume edito di recente da Marcos y Marcos. Il libro raccoglie sei discorsi scritti e “parlati”, creati dall’autore su commissione e concepiti esplicitamente per essere letti (rigorosamente) ad alta voce. Nella nota conclusiva del libro troviamo tutti i riferimenti ai festival, agli incontri e alle presentazioni in cui l’autore/lettore ha sublimato la narrazione nell’esperienza delle reading, la scorriamo come si farebbe con le liner notes del libretto di un cd, per risalire ai luoghi che hanno ispirato quella musica, in una ideale mappa di significati.

    Gli argomenti di questa raccolta sono tra i più disparati, ma tenuti insieme dal collante delle distrazioni, ingrediente indispensabile al lavoro letterario. La materia del libro parte dall’urgenza, da parte di chi scrive, di documentarsi e di riflettere su di un argomento senza sentirsi “esperto”. La lettaratura di Nori cattura quindi quel momento di stupore attraverso il quale riscopriamo cosè già note, le rileggiamo con uno sguardo nuovo.
    Solo per citare qualcuno dei tragitti avventurosi di Nori, per parlare di letteratura nella vecchia DDR si tirano fuori dal cassetto della memoria i gloriosi bicchieri infrangibili. Nel saggio Bua Bua, per una definizione di fantascienza, si parte da una gustosa raccolta di scritti di Fruttero e Lucentini (i ferri del mestiere), in Noi e i governi, il saggio conclusivo (che Nori ha letto la prima volta nel 2010 nella casa dei fratelli Cervi a Praticello di Gattattico), si “discorre” di dittatura e democrazia con i russi Charms e Chlebnikov (tradotti dallo stesso Nori) e poi con Brodskij, Wallace, Epitteto e Simone Weil. Insomma, Nori ci dimostra abilmente per che “per scrivere, per fare arte in generale, più che sapere, è importante dimenticare”.

    Il libro si apre con il racconto della tua esperienza con il Museo d’Arte Moderna di Bologna, nel quale hai tenuto degli incontri in cui hai cercato di “spiegare” il senso dell’arte a chi non vede. Puoi raccontarcela in breve?
    Ho tenuto un incontro solo, al Mambo, che poi è consistito in un discorso, che è praticamente il pezzo intitolato Un mondo di esperti, che è il secondo dei sei pezzi che compongono il libro; cioè, per spiegarci: ho provato, su richiesta del Mambo, a raccontare il museo ai ciechi. C’erano una trentina di ciechi e poi c’erano anche un centinaio di altre persone che ci vedevano, ma il discorso era pensato per i ciechi. Questo racconto del museo ai ciechi dura un’ora, ed è stata una cosa molto bella, dal mio punto di vista, e abbastanza difficile, come fare una specie di goffo, sgraziato, sgrammaticato doppio salto mortale, e per fare un doppio salto mortale, per quanto goffo, e sgraziato, e sgrammaticato ci vuol la rincorsa, e dello spazio, e qui, in queste poche righe, da fermo, praticamente, non sono capace.

    Parlando della tua passione per il jazz, descrivi nel libro la differenza che passa tra chi suona questa musica, (“e vestiti così, da persone normali, salivano sul palco e suonavano”), e chi suona rock in generale, in cui è costretto ad indossare un abito, un’uniforme da divo, che lo renda riconoscibile al suo pubblico. Per la stesura di questo libro anche tu hai provato a smettere l’abito del Paolo Nori/ scrittore, o come dici di chi “per mestiere scrive libri”?
    Faccio fatica a vedermi, ma non mi sembra di aver smesso degli abiti, per scrivere questo libro. Non saprei dire, tra l’altro, quale sia l’abito del Paolo Nori scrittore, come dici tu; io credo di essere in una posizione pittosto marginale, fuori dal cono di luce dei riflettori, e questo fatto, che da un lato può essere considerato negativo, ha molti lati positivi, tra i quali, mi sembra, la possibilità di vestirsi come si vuole.

    Uno dei tanti dubbi che lasci al lettore riguarda sicuramente il destino del liscio: perchè secondo te dopo anni di pizziche e tarante questo pezzo di cultura italiana non si affaccia al mainstream?
    Non ho nessuna idea delle regole che determinano le mode. Può darsi che tra qualche anno succederà, magari in coda ad un film di successo o a qualcosa del genere, ma se dovessi dire che so se e quando succederà, direi che non ne ho la più pallida idea.
    Una Citröen due cavalli grigia e nera, una bicicletta, un treno. Le tue storie sono sempre “in “movimento”. Il modo in cui ti sposti influenza la tua scrittura?
    Non sono sicuro che le mie storie siano sempre in movimento (penso a un paio di romanzi che si svolgono quasi tutti in un appartamento). In generale, si potrebbe forse dire qualcosa sullo stupore come radice (possibile) della  scrittura, e sui viaggi che producono stupore, ma sono cose, soprattutto la seconda, alla quale non ho mai pensato bene non saprei bene cosa dire.

    Spulciando nei blog e leggendo i commenti alle recensioni dei tuoi libri, non sfugge che accendi contrasti vivissimi tra i lettori. C’è chi ti esalta come genio letterario e chi quasi ti insulta perché ti giudica eccessivamente autoreferenziale. Su varie questioni, più o meno ideologiche, come vivi il dibattito che si crea intorno alla tua scrittura?
    Mi sembra che quando uno pubblica un libro, lo renda pubblico, vale a dire che il libro non è più suo, è di tutti, o di chi lo vuole. In questo senso, anche le reazioni di quelli ai quali i libri non piacciono, anche di quelli che si arrabbiano, sono, in fondo, il segno di un interesse e di una attenzione che sono, bene o male, lusinghieri, indipendentemente da quello che dicono. Riguardo a quello che dicono, io cerco, se riesco, di non leggerlo.

    Una domanda che ti fai nel libro, e che da quanto racconti ti fanno in molti.
    Come mai hai studiato russo?
    La risposta è alle pagine 193, 194 e 195 di un libretto che si intitola Pubblici discorsi, pubblicato da Quodlibet nel 2008, e si può sentire, nella sua versione audio, qui.

  • 17Mag2011

    Redazione - La Repubblica di Bologna

    Nori, il grande impastatore di parole, musica e vita
    Paolo Nori è un autore prolifico. Di suo è appena uscito La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos), un diario che mette assieme i formalisti russi, la città di Parma, Mantova, San Pietroburgo, la vita di una possibile spia della Ddr e Fruttero e Lucentini, in uno spartito di umorismo dal marchio inconfondibile.

    In realtà tra sardoniche provocazioni, il libro ruota intorno allo strutturalismo russo, a un tarlo mentale che è proprio quello dello straniamento di Sklovskij, il famoso critico dell’arte. Scritto con arguta strategia stilistica, questo lavoro propone allo stesso tempo, in un modo non inconsueto per l’autore, uno scavo nell’io, in cui il lettore può ritrovare se stesso.
    Lo scrittore parla al pubblico della sua scrittura, racconta cioè cosa è scrivere.
    Nori trae ispirazione da tutto quello che ci circonda, occasione ne è prendere un treno, cantare una canzone non italiana, bere un bicchiere di Vodka in cucine strettissime dell’Unione Sovietica. Superando il riserbo istintivo e la timidezza dell’accento emiliano, il terreno del racconto diventa anche il piacere che succeda qualcosa, tra le parole e la vita, tra le parole e la musica, che siano percussioni, clarinetti, o il canto delle mondine.
    Il libro è un dialogo a una sola voce. Accerchiato dai boscaioli che potano alberi con la motosega, mentre cerca di concentrarsi, l’autore racconta di ogni cosa, (perché non succede niente di brutto a scrivere) anche della casa di Flavio, con le voci che lo chiamano dalla strada, e che ce l’hanno proprio con lui. Con la scrittura di Nori accade che i lettori ascoltano, sentono le parole, l’emozione e la sincerità di chi si espone senza esibirsi mai.

  • 13Mag2011

    Luca Mastrantonio - Il Riformista

    Nel suo discorso pubblico “Noi e i governi” cita Simone Weil e la peste della contrapposizione per cui su ogni cosa si può essere solo pro o contro. Sembra l’interruttore dell’Italia di oggi. Pro o contro Berlusconi, non c’è soluzione?
    Simone Weil diceva: «Quasi ovunque, e spesso anche per questioni squisitamente tecniche, il fatto di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, ha sostituito il fatto di pensare. È una peste che si è originata nel contesto politico e si è diffusa a tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero».

    Quel che a me sembra molto interessante, di questa cosa che scrive la Weil (nel 1943) è il fatto che molte delle mie idee, delle mie convinzioni, dei miei gusti, perfino, probabilmente dipendono da quella peste lì: non sono conseguenze di riflessioni, ma sono prese di partito, sono pensieri che io non ho pensato, sono finti pensieri che sono entrati nella mia testa predigeriti e omogeneizzati, e ci sono rimasti per degli anni e molti ci sono ancora, probabilmente. Credo che questa cosa, che vale per me, valga anche per qualche altro, e prima di cercare delle soluzioni, una cosa che vorrei fare è rendermi conto di quali siano le cose che penso e quelle che faccio finta di pensare. Dopo, non è che io sia tanto interessato alla soluzione dell’impasse politica; io, nella mia presunzione, vorrei imparare a stare al mondo come si deve.
    Ci fa una classifica ragionata o almeno un elenco degli argomenti più dirimenti, contrappositivi? Chiesa Cattolica, Travaglio, Grillo…
    Gli argomenti più dirimenti, per me, sono: svegliarmi al mattino o non svegliarmi; essere consapevole del fatto che ho delle mani o non esserlo; essere gentile con mia mamma o essere sgarbato con lei; aver pazienza con mia figlia o non averne; ricordarmi tutti i giorni dei miei morti o non ricordarmene.
    Lei mette a confronto la dittatura sovietica, che però con lei fu più liberale della democrazia americana, almeno sulla circolazione delle persone. Ci vuole raccontare altri paradossi tra Urss e Usa, democrazia dittature…?
    Non conosco bene gli Stati Uniti, quelli nel discorso sono degli esempi di un pensiero automatico (in occidente c’era la libertà, in oriente non c’era).
    È stato poi negli Stati uniti? Ci può raccontare sue riflessioni? E della Russia post-putiniana cosa pensa?
    Sono stato 12 giorni in Mississippi, nel 2002; questo viaggio l’ho raccontato, più o meno, nel primo capitolo di un libro che si intitola Ente Nazionale della Cinematografia Popolare, pubblicato da Feltrinelli nel 2004, ma è un viaggio troppo breve e limitato per avere delle impressioni sugli Stati Uniti. Conosco poco anche la Russia post-putiniana, manco dalla Russia da qualche anno: ho trovato molto interessante il modo in cui la racconta Serena Vitale, nel recente A Mosca, a Mosca! (Mondadori); in particolare, ricordo l’episodio di un brillante laureato in filologia che sembra faccia, oggi, un mestiere strano; siccome una buona parte dei ricchi moscoviti abitano in un quartiere fuori città collegato a Mosca da una superstrada molto trafficata, questi signori che passano molto tempo della loro giornata in macchina, hanno il problema di dove fare la pipì. Allora questo brillante filologo, si è riciclato come progettista e produttore di costosi (spesso costosissimi) pissoir da viaggio (in avorio, in oro, in oro bianco, ecc.).
    Davvero finire in manicomio per un reato politico è la stessa cosa che finire sulla sedia elettrica per un reato penale? Posta la tragedia della morte di un innocente davvero non c’è differenza tra uno stato che ha nel suo codice il reato politico e uno che non ce l’ha?
    Secondo lei Vanzetti è stato punito per un reato penale? Vanzetti ha detto, dopo che gli era stata notificata la condanna a morte, rispondendo alla domanda Ha qualcosa da dichiarare? (domanda fatta da un giudice che, prima della condanna, l’aveva definito «Un anarchico bastardo»), Vanzetti, dicevo, ha detto: «Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e in effetti io sono un anarchico; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di più per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora». Oggi, a più di ottant’anni di distanza, abbiamo buoni motivi per credere che Vanzetti avesse ragione, che avesse sofferto per il fatto di essere anarchico e di essere italiano. Non mi sembra che essere anarchici e essere italiani siano reati penali.
    Davvero senza governo si può godere pienamente di libertà? Non si vivrebbe sotto la legge della giungla?
    Non ho mai provato. L’approdo all’anarchia, se ci sarà, ed è auspicabile, secondo me, ma non ci sarà, secondo me, inizia, innanzitutto, dal cambiamento del nostro modo di pensare. Bisognerebbe provare a vivere, io credo, avendo fiducia nel fatto che l’uomo è buono. Non credo che ci arriveremo mai, io non credo che ci arriverò mai, ma credo che, almeno per me, valga la pena di provarci, anche se non ci arriverò mai, anzi, proprio sapendo che probabilmente non ci arriverò mai, mi sembra valga ancora di più la pena di provare.
    Oggi la contrapposizione in blocchi, culturali e/o religiosi è tra Occidente e Islam. È più o meno reale della contrapposizione di ieri tra Ovest ed est?
    Non saprei.
    Lei ha vissuto anche in Algeria e in Iraq del “maledetto” Saddam. Come segue e che riflessioni suscitano in lei le rivolte arabe? Anarchia, voglia di libertà, ribellione alle dittature?
    Ho vissuto in Algeria e in Iraq tra l’85 el’87, son passati troppi anni perché possa dire qualcosa di sensato su quei posti e sulla gente che ci abita.
    Umberto Eco ha detto che Berlusconi più che a Mubarak, dittatore egiziano, andrebbe semmai paragonato a Hitler perché dittatore eletto democraticamente dal popolo. Berlusconi, per lei, cos’è? A lei fanno più ridere le barzellette di Berlusconi o quelle di Eco?
    Come dico nel discorso, credo che sia più interessante, e più utile, oggi, in Italia, occuparsi, non so, di Daniele Benati, che di Silvio Berlusconi.
    Lei scrive, citando anche un sindacalista importante, che il Premier è un alibi per molti, perché viene indicato come la causa di tutti i mali. Se non è il male, che cos’è? C’è rimedio ai malati immaginari?
    Veda sopra.
    Sa cos’è generazione TQ? In caso negativo, un incontro tra 100 intellettuali o sedicenti tali (tra cui chi le scrive) tra i 30 e i 45 anni. Si è parlato molto di spazi pubblici di intervento, di cultura in tv, di scuola e di ricambio generazionale… Molte riflessioni ruotavano sul mercato, demonizzato da alcuni – “basta scrivere di ogni libro che è un capolavoro” -, negato da altri – “il mercato purtroppo non esiste, dunque non è un problema”. Cos’è per lei il mercato? A parte quello del pesce…
    Mi deve scusare ma anche di questo non so praticamente niente.
    Con i giornali lei ha un rapporto complesso e controverso. Da “Libero”, cui collabora nonostante gli strali ostili di Andrea Cortellessa, a “Gli Altri” con cui ora ha smesso di collaborare. Passando per “Repubblica” che non gli passò un pezzo politico. Ci vuole riassumere questi tre episodi?
    No, preferisco di no.
    Nel suo blog lei aggiorna i suoi lettori sullo stato di “salute”, arriva addirittura a pesarlo, del libro Vita di Moravia scritto da Alain Elkann. Cosa rappresenta, per lei e per i media italiana, per l’editoria italiana, il A.E.?
    Alain Elkann è una figura complessa e stupefacente, per me.
    In tv cosa guarda? Cosa le piace? Vespa o Santoro? E di Fazio? Lei è mai stato invitato da Fazio? Sa che un passaggio da lui vale centinaia di migliaia di copie? Quale libro le piacerebbe portare da Fazio?
    Non guardo la tv. Non sono mai stato invitato da Fazio, né credo che Fazio mi inviterà mai, non perché Fazio sia cattivo o perché ce l’abbia con me, perché io sono, per la maggior parte degli italiani, ivi compreso, credo, Fazio, uno sconosciuto, e credo che continuerò a esserlo.
    L’ultimo libro che non ha letto, perché non l’ha voluto leggere? Un libro che consiglia e perché? Un libro che sconsiglia?
    Non avendoli letti, non parlerei dei libri che non ho letto. Sconsigliare un libro, in generale, mi sembra una cosa poco sensata. Ogni libro, anche i libri che non ci piacciono, può venir buono, credo. Mi è piaciuto molto Un anno con Thomas Bernhard, di Karl Ignaz Hennetmair, che era vicino di casa, agente immobiliare e amico di Bernhard, e che ha deciso di prendere nota, all’insaputa di Bernhard, di tutto quello che Bernhard faceva nel 1972. È un libro meraviglioso, secondo me, appena pubblicato in Italia dall’Ancora del mediterraneo per la cura di Claudio Groff.

  • 05Mag2011

    Teo Lorini - Blow Up

    Da qualche anno, la già cospicua produzione di Paolo Nori ha subito un’ulteriore accelerazione, toccando picchi di tre-quattro titoli l’anno…

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  • 01Mag2011

    Andrea Scarabelli - Rolling Stones

    Perché leggere dei brani pensati per essere ascoltati dal vivo? Semplice: la scrittura di Paolo Nori è così vicina all’oralità da scivolare facilmente nelle nostre orecchie fin dalla prima pagina…

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  • 01Mag2011

    Florinda Fiamma - Il Mucchio

    Cos’hanno in comune un museo d’arte contemporanea (da spiegare ai ciechi), le frontiere (e il liscio emiliano), la fantascienza, la Ddr e l’anarchia? In effetti nulla, se non il fatto che sono temi di alcuni dei discorsi tenuti in pubblico da Paolo Nori…

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  • 30Apr2011

    Redazione - La Provincia

    Né romanzo né racconti: Paolo Nori parla di letteratura, di musica o di filosofia, inframezzando le sue parole con ricordi personali, sensazioni e riflessioni. Il tutto alla Nori, con quel linguaggio a cui ci ha abituato…

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  • 20Apr2011

    Redazione - Donna Moderna

    Chi non conosce Paolo Nori si prepari ad ascoltare una voce molto particolare…

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  • 20Apr2011

    Sergio Rotino - L'informazione - il Domani

    La meravigliosa utilità del filo a piombo è un libro di discorsi fatti e da fare rigorosamente in pubblico, ricco di riflessioni sulla letteratura, sulla politica, sulla musica, sul senso delle guerre e del passato…

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  • 19Apr2011

    Francesca Matteoni - nazioneindiana.it

    Scrivere, oppure far dritti i muri delle case, del luogo che si abita, perché sia uno spazio il più possibile a nostra misura, dare una direzione alle idee sghembe, come un impasto che si solidifica, talvolta si fa pure sasso che si scaglia contro i vetri, apre brecce per respirare.

    La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2011) è un libro di discorsi, scritti e “parlati”, nei luoghi più vari, dal sedile di un treno alla propria casa sommersa nel brusio delle seghe elettriche degli operai al lavoro all’esterno, ad un appartamento romano a cui suonano visitatori imprevisti (un po’ come l’uomo di Porlock per il Coleridge del Kubla Khan, con la differenza che qui il disturbatore diventa parte integrante del processo di scrittura e non causa di smarrimento, perdita dell’ispirazione), alla voce interna dove affiorano le parole, sfogliando e acquistando libri da una bancarella, o cercando il giusto paio di calzoni, “braghe” in cui stare a proprio agio, con tutto il tempo per le molteplici distrazioni/rivelazioni che nutrono il lavoro letterario. Infatti “per scrivere, per fare arte, in generale, più che sapere, è importante dimenticare, più che abbassare la testa a lavorare, è importante alzarla a guardar delle cose che di solito non guardiamo mai, che diam per scontate, e invece appena le guardiamo ci accorgiamo che non sono scontate per niente, perché l’arte, secondo me, il punto da cui viene, e quello che produce, ha veramente a che fare con lo stupore, ha la sua radice, io credo, in quel momento che il mondo ti prende di sorpresa”. Un libro sul come si scrive e sulle vie che si percorrono cercando di raggiungere un nucleo di senso, o semplicemente di rispondere ad una richiesta, preparare una riflessione sugli argomenti più disparati. Così facendo si può scoprire che la strada più sicura per arrivare alla meta non è sempre la più veloce né tanto meno quella dritta, che non prevede deviazioni, interruzioni brusche ed un po’ d’inventiva per aggirare gli ostacoli. Lo scrittore e con lui il lettore si perdono, sembrano dimenticarsi l’oggetto principale, solo per comprendere alla fine che ciò che importava davvero non era il risultato, ma la ricerca, che a volte la bellezza dell’arte non sta nella fruizione diretta di un quadro o di un libro, ma nell’aura, un’atmosfera fortissima e inspiegabile in cui siamo immersi, in comunione con altri, sebbene sconosciuti e distanti, un mistero che nessun esperto può svelare. Che scrivere prevede qualcosa in più del descrivere, un funambolismo con cui si interroga sempre sia la fune su cui si cammina che l’aria smossa dal passo e chi dice poi che sia proprio una fune? E non un sentiero, una stradicciola periferica, un ponte. Allora, con un tono stupito e disincantato, autoironico e lontano dalle grandi verità, Nori discute di frontiere, per esempio, non per spingersi oltre, ma per recuperare, pure attraverso i luoghi nuovi come la Russia prima del muro, la propria infanzia e adolescenza, le piccole vicende significative della propria famiglia che ci fanno essere quello che siamo, perché il più lungo e difficile è sempre un viaggio di ritorno. Che le nostre scelte nascono da qualche parte molto concreta, da un vincolo affettivo che non sappiamo mai quando saremo in grado di dire. O che quello che ci commuove è ciò che ci illude – di essere eterno, sicuro, infrangibile – nel momento in cui si mostra fragile e contingente come tutto il resto. Che non tutto ha un’intenzione e la letteratura ce lo ricorda, la letteratura che “secondo me, ammesso che esista, tra le tante cose, uno dei vantaggi che ha, è il fatto di non essere sottomessa alla dittatura dell’attualità, di non dover per forza parlare delle cose di cui parlano tutti,di poterle ignorare, quelle cose, per occuparsi di cose apparentemente meno interessanti”, ma presenti alla nostra natura umana. O infine, nel bellissimo saggio conclusivo Noi e i governi, dove l’autore dialoga con i russi Charms e Chlebnikov, da lui stesso tradotti, ma anche con Brodskij, Wallace, lo stoico Epitteto e Simone Weil, che la letteratura è quella finestra infranta, quella strana frattura di luce per cui si distingue la nostra parte, la nostra responsabilità da quelle altrui, si saggia il terreno intorno senza troppa fretta di aderire a questo o a quell’altro ideale o partito, si corre il rischio della libertà autentica, dell’anarchia. Di stringersi al pensiero e al dubbio, anche se portano il marchio della minoranza, della sconfitta, perché in fondo ad ogni essere umano non resta che la sua anima, il suo paio di braghe da indossare, meglio che siano comode, che siano sue proprie.

  • 19Apr2011

    Lidia Zicca - eurojump.com

    Nuovo divertente libro di Paolo Nori, una raccolta di letture pubbliche che l’autore ha tenuto negli ultimi anni in giro per l’Italia. Una serie di discorsi sui più svariati argomenti, musei, frontiere, governi, fantascienza, la DDR e ancora braghe, boscaioli, bicchieri infrangibili, canzoni. Sarebbe riduttivo limitarsi a elencare i temi centrali di queste letture, perché al loro interno ne contengono mille altri. Tutti i discorsi procedono per digressioni ed esempi, un flusso di pensieri che si muove tra riflessioni, ricordi, citazioni, eventi storici e artistici, sensazioni.

    Dall’argomento iniziale ci si stacca per parlare di tutto e poi si torna lì, da dove si era partiti, senza neppure accorgersi di aver attraversato storie, mondi, esistenze per afferrare il senso completo del discorso. Lo zigzagare tra la premessa e la conclusione si trasforma in una linea retta e quel ragionamento che sembrava rocambolesco per il suo moltiplicarsi di temi e situazioni si rivela infine essenziale in tutte le sue parti. Conoscenza e comprensione passano attraverso l’esperienza della vita, il sapere si fa umile e si accompagna alla curiosità di scoprire. Così come la scrittura e il mestiere di scrivere. «Secondo me la cosa più triste che può capitare a uno che scrive dei libri, in vita, è diventare uno scrittore importante, assumere quel tono e quell’aria lì che sembra che dica Guardatemi guardatemi come son bello come sono intelligente come sono anticonformista come sono al di sopra di tutto e fiero delle mie scelte. Ecco quegli scrittori lì, secondo me, gli scrittori ufficiali, che sulla carta d’identità potrebbero averci scritto sotto la voce mestiere: Intellettuale, o, ancora meglio: Maître à penser, ecco quelli lì, mi sbaglierò, ma quelli lì, secondo me, non mi ispirano fiducia. A me ispirano fiducia quelli che un po’ hanno vergogna, del loro ruolo pubblico, che lo guardano con sospetto e come cosa forse inevitabile, ma spiacevole molto». E forse per scrivere, in fondo, è anche «Noi e i governi», tenuto alla Palazzina Liberty di Milano. Una riflessione sulle democrazie, le tirannie e le libertà. Sul sito della casa editrice Marcos y Marcos è possibile ascoltarne la registrazione, accompagnata dal coro delle Mondine di Novi.

  • 11Apr2011

    Andrea Bressa - Panorama

    Già il titolo suona parecchio curioso: La meravigliosa utilità del filo a piombo è l’ultimo libro di Paolo Nori, edito da Marcos y Marcos. Non è un romanzo e nemmeno un manuale sugli strumenti edili. Risulta difficile inserirlo in un genere preciso, e una volta finito ci si accorge di aver letto qualcosa di originale. Si tratta di una raccolta di discorsi tenuti dall’autore emiliano in una serie di convegni e incontri in giro per l’Italia e l’Europa, ma non hanno niente a che fare con i classici e noiosi interventi comprensibili solo alla ristretta cerchia di intellettuali che vi partecipano.

    No, Paolo Nori non spiega, ma raccoglie le sue impressioni sulle cose più banali, e ne fa veicoli per arrivare a considerazioni a modo loro illuminanti, il tutto attraverso un registro e un’articolazione del discorso tipicamente emiliani: leggendo il libro sembra di fare una chiacchierata al bar. Un esempio, dal risvolto di copertina:
“Però poi succede, delle volte, ci son dei momenti che il mondo è diverso. Che, non so, un po’ di tempo fa, una notte, io e una mia amica dovevamo tornare in macchina da Piacenza e per non dormire, sull’autostrada, c’eravamo messi a cantare. Uno non ci pensa, ma si può cantare forte, in una macchina, sull’autostrada tra Piacenza e Bologna, di notte, non si dà fastidio a nessuno. E delle volte si cantano di quelle canzoni che l’aria, dentro la macchina, la musica, anche solo la voce, delle volte, ha come delle proprietà che l’aria, dentro la macchina, diventa più aria, non so se mi spiego, come se avesse più senso, non so se mi spiego.”
Paolo Nori si interroga su cosa scrivere, cosa serva per farlo e dove farlo. E così costruisce una carrellata di riflessioni sulla realtà che gli sta attorno. Parla di scrittura e scrittori, soprattutto russi, da Dostoevskij a Tolstoj, da Velimir Chlebnikov a Daniil Charms (Nori è traduttore dal russo), parla di musica, del passato fatto di oggetti ormai diventati simboli di una vita perduta, della guerra, del senso della letteratura, del mondo.
Gli argomenti affrontati ne La meravigliosa utilità del filo a piombo sono vari e numerosi, con livelli diversi di importanza, ma si intrecciano con naturalezza nella costruzione magistrale di Nori, che riesce a concedere a chiunque l’accesso ai suoi pensieri, rendendo leggero, ma non per questo banale, il più serio dei discorsi.

  • 31Mar2011

    Orietta Possanza - Terra

    L’ANTILETTERATURA DI NORI

    La meravigliosa utilità del filo a piombo è l’ultimo libro dello scrittore parmense. Tra le pagine, pensieri, sguardi che catturano sensazioni e occhi che guardano la realtà e la trasformano

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  • 22Mar2011

    Nunzio Festa - Il Quotidiano della Basilicata

    La meravigliosa utilità del filo a piombo: è questo il meraviglioso titolo del nuovo libro di Paolo Nori. Libro che Marcos y Marcos manda in libreria il prossimo 24 marzo.

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  • 13Mar2011

    Luca Mastrantonio - Il Riformista

    NORI: “SERVE DISINTOSSICARSI DAI FINTI PENSIERI”
    Lo scrittore cita un discorso di Simone Weil del 1943, ancora attuale. Si parla della “peste” che è nata dal gioco delle parti nella politica. La divisione manichea fra chi è pro e chi è contro, che ha sostituito le opinioni e le convinzioni delle persone. Per l’autore, la ricerca prioritaria diventa quindi scoprire che cosa si pensa e che cosa si finge di pensare.

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  • 02Mar2011

    Desiree Capozzo - elle.it

    «Secondo me, la cosa più triste che può capitare a uno che scrive dei libri, in vita, è diventare uno scrittore importante. Assumere quel tono e quell’aria lì che sembra che dica “Guardatemi guardatemi come son bello come sono intelligente come sono anticonformista come sono al di sopra di tutto e fiero delle mie scelte”». 
Questa è solo una delle riflessioni sulla scrittura e sull’essere scrittore contenute tra le pagine di La meravigliosa utilità del filo a piombo, una raccolta di discorsi e reading che Paolo Nori ha tenuto in varie occasioni.

    Riflessioni “a modo suo”, con quell’inconfondibile voce che è la sua che, con accento lievemente emiliano, legge trascrizioni del linguaggio parlato quotidiano, senza troppa punteggiatura e differenze tra discorso diretto e indiretto.
Riflessioni e flussi di pensieri di uno scrittore diverso, non uno scrittore “ufficiale o intellettuale” di quelli che si definiscono maître à penser, quelli che a Nori (e non solo a lui) non ispirano fiducia.
    Ma anche pezzi di vita e cicatrici da non nascondere più di un uomo, un padre, un figlio, un nipote che deve al nonno la fascinazione per la lettura e consapevolezza della meravigliosa utilità del filo a piombo. 
Parole di uno che ha avuto l’ardire di fondare una collana per Fernandel intitolata LDM – Libri Di Merda spiegandola così: «“Io sono uno stupido, aveva scritto Gor’kij a Cechov, io sono uno stupido che a un certo punto s’è messo a scrivere”, abbiam pensato che sarebbe stato proprio bello, se ci fosse stata una collana fatta tutta di libri così, stupidi e necessari».
Una voce da ascoltare, quella di Nori, nella lettura di “Noi e i governi”, discorso musicato con il coro delle mondine sabato 2 aprile a Novi di Modena in piazza Primo Maggio presso la Sala Ferrarini alle ore 21. Per chi non potrà esserci, il consiglio è quello di guardare il video sul sito della casa editrice Marcos y Marcos. Stupore assicurato.