La luce è più antica dell’amore

Archivio rassegna stampa

  • 28Set2015

    Andrea Storti - Ilmeleto.wordpress.com

    Un uomo è quello che ha visto.

    Ci salverà la bellezza?
    Questo era il tema di un Salone del libro di qualche anno fa. Non mi ricordo l’anno esatto, e non mi interessa neppure cercarlo. Fu però una delle edizioni a cui riuscii a partecipare, e mi ricordo benissimo che sui programmi, sulle locandine, ovunque spiccava il bel volto e la fluente chioma della Venere di Botticelli.

     

    Ci salverà la bellezza? è un po’ anche uno degli argomenti de La luce è più antica dell’amore, il terzo libro che io leggo di questo autore, Ricardo Menéndez Salmòn, un autore che ad ogni lettura si rivela più immenso, più grandioso, più ‘luminoso’ di come lo avessi immaginato fino al romanzo precedente.

    La storia ruota attorno a quattro personaggi: tre pittori (di cui due inventati, mentre il terzo è Mark Rothko) e uno scrittore (che forse rappresenta l’autore stesso e forse no). Sono quindi quattro storie che si uniscono, si intersecano, si mescolano e formano un testo che diventa difficile definire, che attinge al presente e al passato e allo storico e al fantastico.

    Ma c’è poi davvero la necessità di definirlo?

    La luce è più antica dell’amore è una riflessione su cosa sia l’arte, e di conseguenza la bellezza, e su cosa l’arte possa fare per noi in quanto ‘fruitori’, ma anche su cosa voglia dire ‘crearla’, quest’arte.

    La luce è più antica dell’amore rappresenta la benedizione che l’arte è per noi.
    Non è, in fondo, una benedizione questo libro? Che così tanto mi ha fatto meravigliare? Che così tanto mi ha fatto pensare?

    La luce è più antica dell’amore rappresenta la maledizione che l’arte è per l’artista, una maledizione che pone l’uomo in una posizione scomoda: perché creare? A quale scopo? E c’è uno scopo? E quali limiti devo avere? Ci sono limiti?

    Ma forse, e soprattutto, La luce è più antica dell’amore è un urlo disperato, un grido che vuole incitare ogni artista ad essere fedele a se stesso e a quello che lui crede. L’arte deve osare. Deve spingere. Deve pulsare. Non deve essere serva.

    È stata una lettura importante, questa, per me. Un dono prezioso.
    Mi ha ricordato che tre colori su una tela possono anche non essere solo tre colori su una tela. Mi ha fatto vedere cose che non avevo ancora notato. Mi ha fatto capire che la bellezza non serve a niente, ma che forse è importante proprio per questo.

    Leggete Ricardo Menéndez Salmòn. Leggetelo tutti. Leggetelo tutto.

  • 24Lug2015

    Federica Arnoldi - La Balena Bianca

    Citando una frase di Kafka, nel 1980 Grazia Cherchi afferma, in una delle sue note critiche, che bisognerebbe leggere soltanto i libri in grado di svegliarci con un pugno nel cranio. La luce è più antica dell’amore, di Ricardo Menéndez Salmón (Marcos y Marcos, trad. di Claudia Tarolo) fa parte di questa categoria.

     

    L’autore spagnolo ricrea le biografie di tre pittori, Adriano de Robertis, Vsevolod Semiasin e Mark Rothko. I primi due sono inventati – De Robertis e Semiasin: il primo visse in epoca rinascimentale; il secondo fu attivo in Russia dagli anni Quaranta del secolo scorso – o meglio, sognati da Bocanegra, il quarto protagonista del libro, che è un immaginario premio Nobel per la letteratura dell’anno 2040.
    Durante la stesura di un libro che ha lo stesso titolo di quello che il lettore ha tra le mani, le vicende esistenziali di Bocanegra si intrecciano alle storie dei tre pittori, facendo in questo modo della sensibilità letteraria un grimaldello per l’accesso alla comprensione dell’esperienza artistica, attraverso l’elaborazione di una fenomenologia del (doloroso) legame tra l’artista e la sua opera.
    Mentre i fili della narrazione si imbrogliano attraverso ingegnose coincidenze cronologiche tra le vite di De Robertis, Semiasin e Rothko, la rappresentazione del processo di avvicinamento alla scrittura da parte del giovane Bocanegra, che è «solo con se stesso, come i pionieri», perché «nulla in lui porta a pensare che sia un eletto» (p. 47), prende la forma di un viaggio. La via da percorrere è duplice: tanto la graduale conquista di un punto di vista autoriale, vale a dire unico, sul mondo, quanto la progressiva acquisizione della consapevolezza – cara anche a un celeberrimo autore argentino – che «l’uomo è un copista, non un demiurgo; un amanuense, non un artista» (p. 46), pertanto più che il compiacimento del padre, è bene che si abitui a provare l’imbarazzo dell’intruso. Uno stato, quest’ultimo, che accomuna Bocanegra e De Robertis, perché entrambi hanno vissuto il contatto stretto con una delle forme tangibili del male, sempre ignobilmente impudica, dunque imbarazzante: l’agonia. Del figlio per il pittore e della moglie per lo scrittore.
    Entrambi interpellano l’oscurità nelle crepe della coscienza moribonda e, tendendo l’orecchio verso il suo sfiatare, ci finiscono dentro. Lì, in quell’interregno dai confini sfumati dove ha deciso di albergare anche Rothko durante gli ultimi anni della sua vita, prima del suicidio, la prospettiva sulla creazione artistica fa un salto di qualità legittimo: essa non è che un succedaneo annacquato della spettacolarità inclemente dell’esistenza che affida alla malattia la trasformazione della materia.

    Il rifiuto di dipingere che ha accompagnato De Robertis dopo la morte del figlio e la punizione inflittagli dalla Chiesa per la sua Vergine barbuta, così come la scelta di Bocanegra di procedere ostinato nella scrittura anche durante gli ultimi sessanta giorni di vita della moglie, come un gonorroico che orina piombo (p. 104), entrambe le decisioni muovono dalla fedeltà ossessiva a un’unica certezza.  Così, il mutismo e l’accumulo asfissiante, scelte opposte ma complementari, procedono dalla convinzione – propria anche dell’eccentrico Semiasin, pittore di regime che mangia le sue tele per assaporare le «deiezioni dello spirito» (p. 123) – che l’artista non sia altro che «un setaccio in perenne movimento» (p. 57). La sua esperienza è sempre il fallimento: «che si chiami Tati o Stravinskij, che scriva o componga per l’eternità o si consumi gli occhi in un abbaino di Addis Abeba o in un seminterrato male illuminato di Odessa, è chiamato alla rovina delle sue aspettative» (p. 58).
    La beatitudine è privilegio solo di chi ammira e contempla il «precipitato di tutta l’angoscia» (p. 79) incorporata nell’elaborazione artistica, il dolore psichico trasformato in luce, di cui le pagine di Menéndez Salmón sono un acuto e vibrante compendio.

  • 09Ott2014

    Margarita Frati - Rivistaunaspecie.com

    Con La luce è più antica dell’amore Ricardo Menéndez Salmón, scrittore e giornalista spagnolo, crea un vero e proprio omaggio letterario a Markus Rothko. Se da una parte la biografia del pittore fluisce nelle pagine centrali del romanzo a metà strada tra meticolosa aderenza al reale e invenzione letteraria, gli altri due artisti, Adriano de Robertis e Vsevolod Semiasin, nati dalla penna dell’alter ego di Salmón, Bocanegra, quasi precorrono o completano quel profondo percorso di riflessione introspettiva, e a tratti velata da un blasfemo misticismo, legata ad alcune delle domande più controverse che l’uomo si sia posto dai tempi dei tempi, ovvero cosa sia l’arte e cosa sia o chi sia un’artista.

     

    Così de Robertis, immaginario pittore toscano attivo a Sansepolcro nel XIV secolo che vive la dura sorte di una scomunica per aver dipinto una sì blasfema, ma anche seducente Vergine barbuta, sogna un’arte «così com’è», libera da censure o canoni prestabiliti e mentre osserva la sua “firma” romboidale apposta sulla tela della sua irriverente creazione, «Lux Antiquior Amore», silenziosamente riflette tramite la voce di Bocanegra: «Un giorno di un altro secolo […] un uomo scriverà che gli dei sono diventati obsoleti […]. Allora, in quell’alba furibonda, esisterà il Nulla. […] L’assassinio di Dio è l’assassinio di Nessuno, quindi è verosimile supporre che il Nulla soppianti Nessuno.» Ed è proprio allora che, quasi profeticamente, l’artista diviene un “omicida inconsapevole”, proprio quando verso gli anni Quaranta del Novecento la pittura di Rothko tende a un’essenzialità e semplicità tali da creare «un quadro con la vocazione di concentrare in un unico movimento del polso il nulla.»

    Tuttavia, se de Robertis sogna un’arte libera da restrizioni mentre Rothko crea un’arte del nulla attingendo forza dal proprio vuoto esistenziale, Semiasin, immaginato pittore sovietico operante sotto il regime di Stalin, concepisce un’arte della carne il cui unico requisito sia quello di «fare dell’uomo la sua materia prima […] in senso fisico perché l’opera sarà composta da parti di un uomo o dal corpo completo di un uomo.»

    L’arte è, dunque, l’assoluta protagonista di questo romanzo dentro il romanzo e, talvolta, sembra quasi di poter vedere o addirittura toccare quelle stesse opere che i personaggi di Bocanegra creano quando nessuno di loro può realmente sentirsi padrone del proprio tempo tendendo la mano verso altre fonti di luce come l’amore ateo che lega de Robertis a suo figlio Gianni deformato dalla peste, o quella luce di profondo affetto che unisce lo stesso Bocanegra alla moglie malata di cancro, o quella forza misticamente luminosa che scaturisce dai tetri dipinti di Rothko afflitto dalla bile nera, o, infine, quella lucida follia di Semiasin che lacera la luce della sua mente creativa contaminata dai ricordi della grande guerra a Stalingrado. Il tutto si intreccia e si completa su diversi piani di dialogo e su una complessa struttura narrativa laddove l’opera si regge su uno stile fluido e ricco di raffinati rimandi infra e intertestuali aprendo le porte a un percorso di conoscenza che interroga le istanze prime non soltanto di un’estetica pittorica e figurativa, ma anche di un’estetica letteraria di cui Bocanegra si fa portavoce attingendo la luce da un’arte, quella letteraria, a tratti in bianco e nero e che non infrequentemente sfuma le vite dei suoi personaggi.

  • 09Ott2014

    Redazione - Lanotadeltraduttore.it

    La luce è più antica dell’amore di Ricardo Menéndez Salmón, pubblicato in Spagna nel 2010 e arrivato in Italia quest’anno grazie alla brillante traduzione di Claudia Tarolo per Marcos y Marcos, è un romanzo profondo, complicato, intimo e molto ambizioso. Un libro destinato a durare, insomma.

    Strutturato in modo molto frammentario, il libro è composto da sei capitoli principali suddivisi a loro volta in varie parti per un totale di ventidue sottocapitoli. E anche la trama è di non facile sintesi, dal momento che vengono narrate in maniera non lineare tre storie diverse legate da una cornice che cerca di dare unità a tutta l’opera.

    Protagonisti sono tre pittori vissuti in epoche diverse che si trovano in un momento complicato, e quindi risolutivo, della vita; il punto fondamentale, però, è che tutti e tre rappresentano la lotta dell’artista con la propria ispirazione e ognuno di loro è chiamato in qualche modo a manifestare la volontà di difendere la propria opera.

    Il primo protagonista è Adriano de Robertis, pittore toscano del Trecento che, in seguito all’oscuramento da parte della Chiesa del suo dipinto Vergine barbuta (nato dal dolore per la perdita del talentuoso figlio a causa della peste del 1348), accetta di trascorrere il resto della vita tra gli appestati di un lazzaretto veneziano. Il secondo artista è Mark Rothko (l’unico realmente esistito), pittore lettone naturalizzato statunitense che, annichilito dall’intento di dipingere il nulla, muore suicida nel 1970. Il terzo personaggio, il russo Vsevolod Semiasin, dopo una vita errante e avventurosa con tanto di incontro al Cremlino con uno Stalin in preda ai fumi dell’alcol, finisce in un ospedale psichiatrico dove divora le proprie tele nel tentativo estremo di interiorizzare l’arte.

    A incorniciare queste storie, come si è detto, ce n’è una quarta, quella dello scrittore spagnolo Bocanegra, alter ego dell’autore e protagonista dei capitoli che fanno da appendice a ognuna delle tre narrazioni principali. Nella prima parte, ambientata in un liceo di provincia nel 1989, incontriamo un giovane Bocanegra che inizia a misurarsi con il proprio talento letterario, mentre nella seconda lo ritroviamo nel 2008 impegnato nella stesura di un volume sulla vita di Rothko e alle prese con il dolore per la malattia e la morte della seconda moglie. Nella terza parte, che chiude anche il libro, Bocanegra riceve il premio Nobel per la letteratura nel 2040 con un discorso in cui fa riferimento all’opera da lui giudicata più importante, La luce è più antica dell’amore.

    Ulteriore collante di tutta la narrazione è la torre del castello di Sansepolcro, luogo con il quale tutti e tre i pittori protagonisti del libro hanno avuto, in un modo o nell’altro, una relazione e in cui, secondo Rothko, “si respira il male”.

    La luce è più antica dell’amore è un’opera di non facile fruizione, che mescola generi letterari diversi – saggio, romanzo storico, (auto)biografia, metaracconto – e utilizza in modo libero numerose tecniche narrative, soprattutto analessi e prolessi. Le tematiche, come già anticipato, riguardano la capacità umana di creare la bellezza e l’impotenza, sempre umana, davanti alla sua distruzione e il sacrificio, talvolta estremo, dell’artista per difendere la propria opera; al disopra di tutto, comunque, rimane il potere salvifico dell’arte, radicato nel mistero della sua inutilità. Non è un caso, quindi, che il libro si concluda affermando che i frutti dell’intelletto servono “a consolare, a liberarci dalla tristezza di un mondo in cui la dignità umana viene crocifissa ogni giorno”.

  • 10Set2014

    Redazione - Pordenonelegge.it

    È una sera da lupi del 1350 a Sansepolcro, quando Pierre Roger de Beaufort scende dal suo cavallo focoso. È il papa che lo manda, per punire un affronto intollerabile: Adriano de Robertis, pittore al soldo della Chiesa, ha dipinto una Vergine barbuta. De Robertis va in esilio, il dipinto è oscurato, ma sotto quella macchia color calce nel castello di Sansepolcro pulserà nei secoli, come un richiamo irresistibile, la sua bellezza ribelle.

    Quando Mark Rothko vede quella macchia da vicino, nel suo secondo viaggio in Italia, intuisce una censura abominevole. È il 1959: pieno di grazia e di furia, Rothko scioglie un contratto milionario a New York, gridando l’indipendenza dell’artista contro i nuovi padroni, picchiando il pugno sul tavolo del capitale. Un altro pittore arriva a Sansepolcro alle soglie del 2000. Il suo nome è Vsevolod Semiasin. Poco più che ventenne, a Mosca, in un mezzogiorno di terrore, aveva preso ordini da Stalin su cosa deve dipingere un artista. Nel castello di Sansepolcro, l’ovale della Vergine barbuta, inciso da De Robertis per sempre nella storia della libertà dell’arte, gli appare da una crepa nel muro. È solo un lampo, un baluginio d’argento, ma ha l’evidenza travolgente di una verità tradita. Tre pittori, uno vero e due immaginari, al centro di un libro dentro il libro. A scriverlo è un quarto personaggio: il giovane scrittore Bocanegra, che in un momento nero della vita si affida a un romanzo luminoso. Accanto a De Robertis, Rothko e Semiasin, al chiarore di una luce più antica dell’amore, si lascia consolare dalla bellezza.

  • 25Ago2014

    Redazione - Cooperazione

    Tre pittori e la Vergine barbuta.

    La luce è più antica dell’amore (ed. marcos y marcos) di Ricardo Menedez Salmon: un romanzo intenso e affascinante dedicato all’arte con le storie di tre pittori che si incrociano in un arco temporale che va dal XIV secolo ai giorni nostri.

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  • 09Lug2014

    Redazione - Libreriamo.it

    MILANO – Più tempo da dedicare a se stessi, per viaggiare, nei sensi più vari: dunque anche più tempo per leggere. E’ questo il senso dell’estate secondo Claudia Tarolo editore e coeditore con Marco Zapparoli della casa Marcos y Marcos. Quali sono i titoli di punta di questo periodo e qual isaranno le novità in vista di settembre? Ecco alcune anticipazioni in esclusiva in questa intervista.
    Cosa rappresenta il periodo estivo per una casa editrice?
    Più tempo da dedicare a se stessi, per viaggiare, nei sensi più vari: dunque anche più tempo per leggere. Più voglia di uscire di casa, di passare un po’ di tempo in libreria… e tornare a casa con un ricco bottino.

    Ci sono titoli, autori o particolari strategie che mettete in atto per questo periodo?
    Cerchiamo di offrire libri allettanti per tutti i gusti, di collaborare strettamente con le librerie delle città e dei luoghi di vacanza, di partecipare con i nostri autori a occasioni d’incontro e organizzarne a nostra volta per diffondere il piacere della lettura.

    Su quali autori punterete, e perché?
    Anche quest’anno, per la terza estate, appuntamento con Lisa Gardner, autrice di thriller mozzafiato.
    In treno, durante le attese in aeroporto, stesi sul letto con il ventilatore a tutto spiano… ci si può concedere un giallo magistrale che indaga a fondo nelle dinamiche familiari, spesso meno serene di quanto possa apparire.
    In mezzo alla vacanza, ritemprati e ormai lucidissimi, magari in giro per musei, può venire voglia di una riflessione più generale sul ruolo della bellezza e dell’arte, ecco un romanzo perfetto, “La luce è più antica dell’amore”, di Ricardo Menéndez Salmón.
    Un romanzo d’amore ci sta sempre bene, e quello che ci racconta Bruno Osimo in “Disperato erotico fox” non è certamente un amore qualunque.
    Non solo novità, in ogni caso: il tempo dell’estate è propizio anche per recuperare gioielli del nostro catalogo sfuggiti nella fretta dei giorni.
    “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatzki, per esempio o “Il Battello bianco” di Aitmatov, “L’uomo dei dadi” di Rhinehart o “La schiuma dei giorni” di Boris Vian… c’è solo il piacere di scegliere.

    Oltre al lancio di titoli, ci sono particolati iniziative che avete pensato legate al periodo estivo?
    Da tre anni per noi l’estate comincia in libreria: il 21 giugno centinaia di librerie e biblioteche proclamano la notte del libro e organizzano giochi, letture, danze o ogni meraviglia. L’idea di Letti di notte ci è venuta chiacchierando con un libraio, Patrizio Zurru dell’ Officina dei libri di Cagliari, e ogni anno è un successo crescente.
    Quest’anno poi Letti di notte ha coinciso con l’ultima tappa di un’altra grande avventura: Il giro d’Italia in 80 librerie. Due biciclette hanno attraversato l’Italia da Aosta a Vasto, in sella si sono alternati editori, scrittori, giornalisti, librai, e in ogni tappa abbiamo festeggiato con librerie, scuole e biblioteche. Accanto alle risorse virtuali esistono luoghi veri, incontri in carne e ossa, libri di carta, un mondo meraviglioso che amiamo profondamente ed è più vivo che mai. Le nostre iniziative nascono tutte da questa vitalità che continuamente si rinnova. Non a caso, per organizzarle abbiamo creato un’associazione culturale che si chiama letteratura rinnovabile.
    Ci può dare, infine, qualche anticipazione in vista delle uscite previste per settembre?
    A settembre diamo spazio alla poesia con un libro eccezionale: Argéman, la nuova raccolta di Fabio Pusterla. Argéman è il noe delle lingue di neve che restano anche d’state nei valichi in ombra, luoghi impervi dove passano in pochi: è questo il compito del poeta, sembra dirci Pusterla, compiere passaggi inconsueti, secondari, vedere il mondo da lì.
    Esce poi il minimarcos di Vendetta al palazzo di Giada, di Dale Furutani, il secondo episodio della magnifica trilogia del samurai Matsuyama Kaze. Ora in edizione elegantemente maneggevole, a soli 10 euro: un’ottima occasione per scoprire o approfondire un autore piacevole e squisito che ci accompagna con un sorriso leggero verso i misteri dello zen.
    Infine la raccolta di racconti Respirare parole, esito del concorso organizzato dal comune di Milano che invitava a immaginare Milano nel 2020.

  • 05Lug2014

    Erminio Fischetti - mangialibri.com

    Cade incipiente la pioggia a Sansepolcro quando una sera del 1350 Pierre Roger de Beaufort, servo di Dio mandato a compiere il suo dovere dal futuro Papa Gregorio XI, scende dal suo fedele cavallo per raggiungere nel castello del paese Adriano De Robertis, pittore che riceve committenze dalla Chiesa, che sta completando la sua ultima opera.

    Il compito di de Beaufort è quello di mandare via il pittore per via della Vergine barbuta da lui dipinta. Passano gli anni, il dipinto nel frattempo viene dimenticato, così come la morte sembra essersi dimenticata di De Robertis… Molti secoli più tardi, nell’anno di grazia 1959, il famoso Mark Rothko scopre la bellezza di quel dipinto e anche le trame che la Chiesa ha intessuto con la sua censura… Molti anni più tardi, nel 2008, quel dipinto entrerà anche nella vita dello scrittore “stanco e triste” Bocanegra, alla cui moglie è stato scoperto un cancro al pancreas che le concede solamente sessanta giorni di vita…
    Ricardo Menéndez Salmón è figura poliedrica nel mondo del giornalismo spagnolo in quanto la sua professionalità spazia dalla critica letteraria alla cronaca sportiva, ma più di ogni altra cosa si è rivelato negli ultimi anni grande narratore dalla crudele ironia, come dimostrato dalla sua breve, ma notevole “trilogia del male” costituita da L’offesa, Derrumbe e Il correttore. La luce è più antica dell’amore è un piccolo romanzo più debole dei precedenti e vuole essere un‘accusa contro la religione che ha tolto negli ultimi secoli alla cultura e al mondo dell’arte la possibilità di poter esprimere la propria opinione. È quindi il tema della censura a venire a galla, ma nel complesso il racconto del narratore di Gijón è farraginoso, ripetitivo e al tempo stesso scialbo, spesso privo di logica e compattezza fra una storia e l’altra, mentre i personaggi sono appena abbozzati, per quanto divertenti. Ricorda tantissimo un’altra pubblicazione della Marcos y Marcos, Due belle sfere di vetro ambrato, ma si rivela nel complesso purtroppo meno interessante.

  • 04Lug2014

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    Menéndez Salmon insegue Rothko fino a Sansepolcro

    Ricardo Menéndez Salmon, classe 1971, è uno scrittore che con la sua narrativa riesce sempre a interrogare il lettore, a porlo di fronte ai nodi cruciali della contemporaneità.

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  • 26Giu2014

    Alessandro Melia - dire.it

    Menéndez Salmon ci ricorda cos’è la bellezza della vita tra arte, luce e amore.
    Libri nella folla è la rubrica dell’Agenzia Dire dedicata al mondo dei libri. Tenterà di individuare in mezzo al caos delle uscite editoriali, gli scrittori e le storie che meritano attenzione. Spazio alle idee, alla scrittura e ai collegamenti tra testi

    Prendete tre pittori, uno reale (Mark Rothko) e due sognati. Immaginate che un filo invisibile lungo oltre settecento anni unisca le loro vite, intrecciandole alla storia di un giovane scrittore (Bocanegra), che nel momento più tragico della sua vita decide di affidarsi alla parola, proponendosi di scrivere “un libro luminoso, che lo strappi dal sentiero oscuro in cui è caduto e lo riconcili con il suo dolore”. Un libro che è un inno alla pittura, che, proprio come fa la letteratura, ci conduce nella bellezza e ci consola, liberandoci “dalla tristezza di un mondo in cui la dignità umana viene crocifissa ogni giorno”. Perchè la bellezza è quell’esperienza che placa ogni nostra ansia e ci fa provare, anche solo per un istante, la pienezza dell’esistenza. La bellezza dovrebbe essere la nostra aspirazione quotidiana. Questo il messaggio racchiuso ne ‘La luce è più antica dell’amore’ (Marcos Y Marcos), l’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmon, uno degli scrittori spagnoli più amati in patria, ma poco conosciuto in Italia. Ed è un peccato, perchè leggere Menéndez Salmon significa entrare in contatto con il “sottosuolo” dell’essere umano, con quegli aspetti, anche filosofici, a cui spesso non pensiamo o che ci sembrano lontani, ma che permeano la nostra esistenza.
    Tzvetan Todorov, in uno dei suoi saggi più noti, ‘La bellezza salverà il mondo’ (titolo che riprende la frase pronunciata dal principe Myskin nel romanzo ‘L’Idiota’ di Dostojevskij), prendendo ad esempio le vite di Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva, si interroga sul senso più profondo della loro esperienza per chiedersi in cosa consista davvero una vita bella. L’obiettivo dichiarato è scoprire il segreto dell’arte della vita. E qual è il segreto? “Mettere a frutto le capacità intellettuali di cui si dispone, dedicarsi agli altri, lavorare il proprio giardino, preparare la cena o giocare con un figlio.- scrive Todorov- Aspirare alla pienezza nella propria vita non significa dichiarare incurabilmente mediocre l’esistenza quotidiana e inventarne un’altra al suo posto, ma vuol dire imparare a illuminarla dall’interno, saperla rendere sia più netta sia più piena”. Esattamente ciò che dirà Bocanegra quando, a sessantanove anni, farà il suo discorso in occasione della vittoria del premio Nobel. Ma Todorov ci spiega anche che “la bellezza di un paesaggio, di un incontro, di un’opera d’arte non rinvia a qualcosa che si trova al di là di queste cose, ma consente di apprezzarle in quanto tali. E’ questa sensazione di abitare pienamente ed esclusivamente il presente che ci dimostra come la nostra esistenza non scorre invano, è diventata più bella e ricca di significato”. Ed è questo il concetto (di bellezza) che attraversa il romanzo di Menéndez Salmon. E’ ciò che sente Pierre Roger de Beaufort davanti al dipinto di una Vergine barbuta del pittore Adriano de Robertis. Siamo nell’anno 1350 e de Beaufort è stato spedito dal Papa per oscurare quel dipinto. De Robertis va in esilio, ma sotto quella macchia color calce nel castello di Sansepolcro pulserà la sua bellezza ribelle. Quando Mark Rotkho, secoli dopo, vede quella macchia da vicino, intuisce una censura abominevole. E’ il 1959 e Rothko scioglie un contratto milionario a New York, gridando l’indipendenza dell’artista contro i nuovi padroni. Un altro pittore, Vsevolod Semiasin, che da giovane aveva preso ordini da Stalin su cosa deve dipingere un artista, molti anni dopo nel castello di Sansepolcro, vede da una crepa nel muro l’ovale della Vergine barbuta. E’ un lampo, ma ha l’evidenza di una verità tradita.

    Menéndez Salmon, inoltre, dissemina il romanzo di rimandi e citazioni, come già aveva fatto ne ‘Il correttore’, che insieme a ‘L’offesa’ e ‘Derrumbe’ compone una particolare ‘trilogia del male’ esplicitato in tre sue manifestazioni: la guerra, la paura, la menzogna. L’influenza di Dostojevskij è evidente, così’ come le letture di Albert Camus, Franz Kafka, Thomas Bernhard (sono citati ‘Antichi Maestri’ e ‘Il nipote di Wittgenstein) e Friedrich Nietzsche. Sullo sfondo, infine, ci sono la luce e l’amore. La luce, intangibile, indefinita, “nata prima che l’intelligenza dell’uomo potesse comprenderla, e che esiste indipendentemente dal fatto che esista un soggetto che la contempli”. E c’è l’amore, che semplicemente “accade, come il mare e le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è”.

  • 26Giu2014

    Redazione - Gatedbookcommunity.it

    “La luce è più antica dell’amore” di Ricardo Menéndez Salmón
    La luce è più antica dell’amore è un viaggio alla scoperta delle intensità della luce: la vita, come la luce, ha le sue intensità, dal buio più profondo alla luminosità di mezzogiorno.
    Salmón ci racconta le storie di quattro personaggi: uno di questi è lo scrittore Bocanegra, un uomo che sin da ragazzo, nei temi a scuola, è riuscito ad esprimere attraverso la scrittura la poesia e la profondità del suo pensiero. È proprio lui che narra le vicende degli altri tre personaggi: quella del pittore del Trecento Adriano de Robertis, quella di Mark Rothko, e quella di Vsevolod Semiasin, pittore russo contemporaneo.

    Di questi l’unico ad essere un personaggio realmente esistito è il celebre Mark Rothko, a cui sono dedicate pagine bellissime dove occorre avere la matita a portata di mano per sottolineare ad ogni pagina una o più frasi. Gli altri due personaggi sono frutto della realtà romanzesca ed in comune i due pittori hanno l’esperienza di essere stati vittime della censura, da una parte de Robertis accusato di aver disegnato una Vergine barbuta, dall’altra Semiasin che in un incontro con Stalin viene indirettamente invitato a dedicarsi all’illustrazione, perché gli illustratori a differenza dei pittori hanno un futuro. Rothko, invece, combatte con la “dittatura” del mercato contemporaneo, tanto da sciogliere il contratto per gli affreschi del ristorante Four Season a New York.
    I tre artisti sono accomunati da un luogo, il Castello di San Sepolcro e da un oggetto: il quadro della Vergine barbuta di de Robertis.
    Bocanegra decide di raccontare queste storie in un libro nel momento più buio della sua vita in cui gli torna in mente quella frase che scrisse in un tema a scuola “La luce è più antica dell’amore”.

    Foto di Sandra Lousada alla prima mostra di Mark Rothko in Inghilterra,
    presso la Whitechapel Gallery, 1961
    Salmón è un grande narratore, mi aveva molto colpito con il romanzo del 2011 Il correttore, in lui vi è una forte componente esistenziale che colpisce nel profondo ed è difficile dimenticare le sue storie e le sue pagine. Ne La luce è più antica dell’amore a volte sembra che si stia leggendo un saggio e mi ha molto toccato l’analisi che ha fatto di Rothko.
    La lettura di questo romanzo mi ha fatto pensare ad un breve libro di Aldo Nove dal titolo Si parla troppo di silenzio in cui lo scrittore immagina un incontro tra Edward Hopper e Raymond Carver alla fine degli anni Cinquanta in California. Nonostante l’irrealtà della situazione Nove riesce comunque a restituirci ciò che il lettore percepisce dai libri di Carver e ciò che l’amante dell’arte percepisce dalla pittura di Hopper. Riesce a riportare in questo piccolo libro le stesse atmosfere e le stesse luci dei due artisti.
    Allo stesso modo Ricardo Menéndez Salmón riesce a riportare la disperazione di de Robertis, la depressione di Rothko, lo sconforto di Semiasin e il dolore di Bocanegra. Ci conduce nella dimensione esistenziale di ognuno di loro, ed in certo senso di ognuno di noi abituati ad oscillare tra l’oscurità e la luce.
    “Un uomo è quello che ha visto.” scrive Salmón ed è la luce stessa che ci permette di vedere ciò che ci circonda, ed è la sua intensità a determinare il nostro relazionarci con ciò che guardiamo e con ciò che siamo.

    “La luce è più antica dell’amore” è edito da marcosymarcos
    “Si parla troppo do silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver” è edito da Skira

  • 17Giu2014

    Enzo Di Mauro - Il fatto quotidiano

    Trittico d’arte per otto secoli.

    Lo spagnolo Ricardo Menendez Salmon ha una forte passione per i dati di fatto che la realtà di volta in volta gli offre e che tuttavia lo scrittore sente l’urgenza di corroborare con abbaglianti nervature fantastiche, di pura e semplice invenzione.

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  • 26Mag2014

    Marco Lodoli - La Repubblica

    Tre pittori in lotta contro l’oscurità

    Dopo tre romanzi incentrati sul male, fisico e metafisico, lo scrittore spagnolo Ricardo Menéndez Salmon si dedica al tema ambiziosissimo della luce in perenne lotta con l’oscurità, nella pittura come nella vita.

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  • 23Mag2014

    J. Ernesto Ayala - Internazionale

    Rischi calcolati

    Dalla materia più dolorosa, dalle trasformazioni storiche, dalle vicende personali più sfortunate Ricardo Menéndez Salmon ha estratto la cosa più simile a un trattato sulla bellezza.

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  • 21Mag2014

    Jacopo Orlando - opinionspot.com

    La luce è più antica dell’amore: un estratto

    Ricardo Manéndez Salmon è un giovane romanziere spagnolo, già vincitore del premio Juan Rulfo e autore degli accalamti Derrumbe e L’offesa. In questo nuovo libro pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, regala una storia intensa e affascinante dedicata al mondo dell’arte e della pittura.

    Una storia a più piani, che vede protagonisti alcuni dei maggiori maestri della pittura contemporanea come De Robertis e Rothko. Eccovi un estratto inedito di La luce è più antica dell’amore:

    Michelangelo Antonioni una volta mandò una lettera a Rothko. “Io filmo il nulla” vi diceva “lei lo dipinge”. Credibile o meno, la frase di Antonioni contiene un fondo di verità: così come il cinema del maestro italiano si sofferma sull’oggetto, che, per definizione, in assenza del soggetto che lo interpreta, contempla e valuta, non è nulla (vale a dire, è qualcosa che ha una risonanza materiale, ma è carente di significato), così la pittura di Rothko, dalla fine degli anni Quaranta, vira verso una forma talmente pura e semplice di interpretazione che verrebbe la tentazione di pensare che, a un certo punto, il maestro lettone abbia accarezzato l’idea di dipingere un quadro che aspirasse a essere il nulla. Per meglio dire, un quadro con la vocazione di concentrare un un unico movimento del polso il nulla. Cogliere il nulla impreparato, sorprenderlo mentre si guarda la gonna, lo smalto sulle unghie, l’estratto conto della banca. Il nulla che gioca con i suoi figli. Il nulla in veste di dandy. Quando Malevic dipinge il quadro bianco infrange l’ultimo tabù della pittura: dipingere il silenzio, il vuoto, il grado zero della plastica, il trionfo dell’antipittura; nello stesso tempo, tuttavia, Malevic entra definitivamente nella tradizione, doma la bestia, trasforma l’inconoclasta in ortodosso. Dopo Malevic, l’ingenuità è morto, ma l’ingenuità, ovviamente, è la cosa meno tradizionale che esista. L’avanguardia, nel farsi semente, si fa ordine costituito. Ogni innovatore, in effetti, comincia con l’ammazzare il padre e finisce per essere padre a sua volta. Sospetto che Rothko cercasse di dipingere un altro tipo di niente, di uccidere il padre in un altro modo, giungere a prendere al lazo un nulla materiale, intensissimo, non il nulla della pittura come capacità rappresentativa dell’uomo, ma il nulla della pittura come capacità  conoscitiva dell’uomo: non il nulla come spettacolo, fuochi d’artificio, gioco, ma il nulla come sostanza, organo, responsabilità ontologica. Non il nulla come possibilità, ma il nulla come coscienza. Malevic era un burlone, mentre Rothko veniva da Eschilo. La distanza che intercorre tra Malevic e Rothko è la distanza che intercorre fra il riso e l’ironica: il primo nasce dalla giovinezza, la seconda è indice di maturità.

  • 20Mag2014

    Redazione - Chedonna.it

    “Un uomo è quello che ha visto”.
    “Ricardo Menéndez Salmón ha ottenuto l’impossibile: mettere d’accordo la critica, che lo considera il miglior scrittore della sua generazione”.
    ABC Cultural, 25 gennaio 2014
    Ricardo Menéndez Salmón

    LA LUCE È PIÙ ANTICA DELL’AMORE
    traduzione di Claudia Tarolo
    Gli alianti 192 pagine, 15,00 euro
    in libreria dall’8 maggio
    De Robertis, Rothko e Semiasin: tre pittori (uno vero e due immaginari) in viaggio che giungono prima o poi nello stesso luogo, il Castello di Sansepolcro, che custodisce un mistero vitale per tutti loro.
    La loro febbre di cogliere la luce, il loro scontro con il potere (della Chiesa, del mercato, dello Stato).
    Uno scrittore prosciugato che narra la loro storia per dissetarsi alla fonte della bellezza e salvarsi la vita.
    “In questo libro, tutto conduce implacabilmente alla bellezza. Non a una bellezza ideale, immacolata e inalterabile. A una bellezza sensibile”.
    Ernesto Ayala-Dip, El País

  • 10Mag2014

    Redazione - Mardigrasbz.it

    Un libro dentro un libro, tre protagonisti: un pittore realmente esistito e due immaginari, tre epoche diverse. Tutto ruota però intorno un unico dipinto: realizzato nel 1350 da Adriano de Robertis, e subito oscurato perché ritenuto scandaloso in quanto rappresentante una Vergine barbuta.

    Riscoperto nel 1959 da Mark Rothko, che in esso trova un richiamo alla libertà dell’artista. Infine il dipinto strega il giovane russo Vsevolod Semiasin, che capisce in un’epifania cosa sia la vera libertà. Un meraviglioso omaggio alla bellezza sensibile.
    Ricardo Menéndez Salmòn, La luce è più antica dell’amore, Marco Y Marcos 2014

  • 09Mag2014

    Redazione - Meloleggo.it

    “Non ci sono parole sacre. L’amore accade, come il mare e le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è.”

    È una sera da lupi del 1350 a Sansepolcro, quando Pierre Roger de Beaufort scende dal suo cavallo focoso.
    È il papa che lo manda, per punire un affronto intollerabile: Adriano de Robertis, pittore al soldo della Chiesa, ha dipinto una Vergine barbuta.
    De Robertis va in esilio, il dipinto è oscurato, ma sotto quella macchia color calce nel castello di Sansepolcro pulserà nei secoli, come un richiamo irresistibile, la sua bellezza ribelle.
    Quando Mark Rothko vede quella macchia da vicino, nel suo secondo viaggio in Italia, intuisce una censura abominevole.

    È il 1959: pieno di grazia e di furia, Rothko scioglie un contratto milionario a New York, gridando l’indipendenza dell’artista contro i nuovi padroni, picchiando il pugno sul tavolo del capitale.
    Un altro pittore arriva a Sansepolcro alle soglie del 2000.
    Il suo nome è Vsevolod Semiasin. Poco più che ventenne, a Mosca, in un mezzogiorno di terrore, aveva preso ordini da Stalin su cosa deve dipingere un artista.
    Nel castello di Sansepolcro, l’ovale della Vergine barbuta inciso da De Robertis per sempre nella storia della libertà dell’arte, gli appare da una crepa nel muro. È solo un lampo, un baluginio d’argento, ma ha l’evidenza travolgente di una liberà tradita.

    Tre pittori, uno vero e due immaginari, al centro di un libro dentro il libro.
    A scriverlo è un quarto personaggio: il giovane scrittore Bocanegra, che in un momento nero della vita si affida a un romanzo luminoso. Accanto a De Robertis, Rothko e Semiasin, al chiarore di una luce più antica dell’amore, si lascia consolare dalla bellezza.

    Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971. Ha studiato filosofia a Oviedo, collabora con quotidiani e riviste. Con i suoi romanzi e racconti ha conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola.
    L’offesa, Derrumbe, e Il correttore sono stati concepiti come una ‘trilogia del male’, che appare in tre delle sue più notevoli manifestazioni: la guerra, la paura, la menzogna. La luce è più antica dell’amore, dedicato alla pittura, è un meraviglioso omaggio alla bellezza sensibile. Ricardo Menéndez Salmón è tradotto in cinque lingue ed è una delle voci più ammirate della nuova narrativa europea.

  • 08Mag2014

    Redazione - Marie Claire

    La luce è più antica dell’amore

    Boccanegra è uno scrittore obnubilato da una tragedia personale.

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  • 05Mag2014

    Redazione - Alibionline.it

    Il prossimo 8 maggio uscirà in libreria La luce è più antica dell’amore dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmón (Gijón, 1971), tradotto da Claudia Tarolo per la collana Gli Alianti di Marcos y Marcos. Parla di arte, d’amore, di bellezza e di storia.

    Protagonisti sono tre pittori: accanto a Mark Rothko agiscono Adriano de Robertis, un artista della metà del Trecento uscito dalla penna dell’autore per dipingere niente di meno che una Vergine barbuta (tanto da attirarsi gli strali del papa) e un altro personaggio di fantasia, il pittore Vsevolod Semiasin. Anche quest’ultimo ha avuto a che fare con la censura e i dettami del potere politico, incarnati nel dittatore sovietico Stalin.

     

    Che filo lega la storia di questi tre artisti? E che c’entra Sansepolcro, patria di Piero della Francesca? Le soluzioni sono nelle pagine del romanzo di Menéndez Salmón.

    “Non ci sono oracoli per l’amore. Non ci sono profeti. Non ci sono parole sacre. L’amore accade, come il mare e le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è.”

  • 21Mar2014

    Redazione - Ilmeleto.com

    Questa volta il regalo ce lo fa Marcos Y Marcos, editore che come sapete amo molto, che ci permette di leggere in super anteprima l’incipit del nuovo romanzo di Ricardo Menéndez Salmòn, autore già conosciuto per i suoi L’offesa, Gridare, Derrumbe e Il Correttore.
    Il nuovo titolo, tradotto da Claudia Tarolo, uscirà l’8 maggio e promette grandi cose. Ha una trama che mi incuriosisce moltissimo, una copertina davvero stupenda e un titolo mozzafiato. E poi c’è la bellezza. E alla bellezza non so resistere.“Non ci sono oracoli per l’amore. Non ci sono profeti. Non ci sono parole sacre. L’amore accade, come il mare o le meteore. L’amore è un fenomeno siderale; l’amore è una pugnalata nella schiena; l’amore è.”

     

    Adriano De Robertis guarda dritto negli occhi il futuro papa: mettendo la barba alla madonna che gli ha commissionato, grida la sua ribellione contro la Chiesa. Mark Rothko è convinto che gli occhi gli si consumeranno a furia di guardare, e sputa sulla censura del mercato quando scioglie clamorosamente il contratto per affrescare un’intera sala del ristorante Four Season, la commissione più lucrosa mai assegnata a un pittore astratto.
    Vsévolod Semiasin, ridotto a mangiarsi le sue tele, si decide a raccontare alla stampa cos’è accaduto durante il suo incontro con Stalin: un uomo vestito da contadino, un corpo che emana una forza evidente, che cambia la temperatura delle cose. “Non mi piacciono i pittori” gli ha detto. “In Russia i pittori, a eccezione degli illustratori, non hanno futuro”.
    E Bocanegra è lo scrittore che, quando la sua vita personale sembra crollargli addosso, decide di scrivere questo libro, La luce è più antica dell’amore; raccontando la storia di tre grandissimi pittori, uno reale e gli altri sognati, percorre con loro il sentiero tra gli abissi che conduce alla bellezza, l’unica consolazione possibile.

    “In questo libro, tutto conduce implacabilmente alla bellezza. Non a una bellezza ideale, immacolata e inalterabile. A una bellezza sensibile.” Ernesto Ayala-Dip, El País
    Quindi io ringrazio moltissimo gli amici di Marcos Y Marcos per il loro prezioso e graditissimo dono, vi invito a leggere questo incipit e a fiondarvi in libreria l’8 maggio. Poi ci ritroveremo qui a parlare insieme della lettura ultimata.
    Tenendo a freno la sua cavalcatura, un impetuoso baio spagnolo, Pierre Roger de Beaufort posa il piede a terra lamentandosi del maltempo. Colpisce sentire come impreca in latino purissimo e cristallino uno degli uomini più potenti della cristianità, soprattutto se si considera che questo servo di Dio ha a malapena vent’anni. Per quanto, in effetti, la recriminazione del cardinale diacono, il futuro Gregorio XI, non sembri fuori luogo, perché piove senza sosta da due settimane, e per la precisione da quando De Robertis si è chiuso nella torre dell’omaggio del castello di Sansepolcro per completare la sua ultima opera.
    Beaufort porge a un servitore le briglie del suo cavallo con mano abituata a concedere e a togliere. È la mano di un principe della Chiesa, organo di consacrazione e condanna, sineddoche del proposito ecumenico che rappresenta, mano che nel futuro verrà ricordata nei libri di testo come quella dell’ultimo francese che custodì tra i mortali le chiavi del Cielo.
    Intanto, sopra la parete nord della torre dell’omaggio del castello di Sansepolcro, come un’offerta incisa in un blocco di pietra, altre mani, quelle di De Robertis, hanno concluso l’affresco che, pur occupando pochi metri quadrati, minaccia di far crollare un antico mondo di principi.
    Ai piedi della pittura, tracce di un lavoro umile ma imperituro, si vedono frammenti di intonaco, raspi d’uva, noccioli di ciliegia, sandali sformati, un’anfora di olio greco che stilla lacrime profumate.
    Eccola qui – irrispettosa, blasfema, inquietante – la ragione che ha fatto balzare Beaufort su un cavallo veloce, focoso, per cavalcare da Firenze con una rimostranza sovrana sulle labbra e un decreto di scomunica redatto su pergamena. Eccola qui, irrispettosa, ma anche seducente; blasfema, certo, ma illuminante; inquietante, senza dubbio, ma al contempo indimenticabile: la Vergine barbuta di Adriano De Robertis, che sfidava Beaufort dal mistero dei suoi occhi schivi, nascosti sotto palpebre gonfie e dolenti, palpebre di fantasma o di resuscitata, antesignane di quelle che un secolo dopo un compatriota del cardinale diacono, di nome Jean Fouquet, regalerà alla sua Vergine del Dittico di Melun.
    L’ovale che Beaufort contempla è di una bellezza sfrontata, nonostante la barba riccia e color cenere che nasconde la sua parte inferiore. Beaufort freme di rabbia e nello stesso tempo si domanda da quale corpo nato per la corruzione e la tomba ha potuto trarre De Robertis una simile esplosione di bellezza.

  • 10Ott2012

    Redazione - Squadernauti.com

    Pubblicato quest’anno dall’editore Marcos Y Marcos (e tradotto dallo spagnolo da Claudia Tarolo, che di questo libro è anche coeditore), La luce è più antica dell’amore è un romanzo sull’arte (sulla pittura e sulla scrittura, in particolare) e sul rapporto di questa con la vita, con il corpo della vita (corpo protagonista già de L’offesa, racconto lungo di Ricardo Menéndez Salmón recensito su questo blog).

     

    “Non siamo nulla, e tuttavia, abbiamo la parola”, dice nel suo discorso lo scrittore Bocanegra in occasione del conferimento del Premio Nobel nel 2040. Ed è sempre lo scrittore Bocanegra che nel 1989, appena diciottenne, ha misurato la propria scrittura – attraverso “la descrizione di una proprietà della materia in centocinquanta parole” – con l’immaterialità della luce, la cui esistenza precede l’umano.

    Ed è ancora lui che scrive il libro La luce è più antica dell’amore, in seguito a una esperienza dolorosa avvenuta nel 2008; accanto al racconto del drammatico vissuto di Bocanegra che occupa il cuore dell’omonimo romanzo dello scrittore Salmón, in questa opera, che è anche saggio e metaromanzo, insieme a Bocanegra, protagonisti sono tre pittori (uno dei quali realmente esistito) vissuti in diverse epoche e luoghi, Adriano De Robertis, Mark Rothko e Vsevolod Semiasin, legati da un luogo e da una comune resistenza al potere.

    A ciascuno di essi vengono dedicate una o più sezioni del romanzo.

    Nel 1350 a Sansepolcro Adriano De Robertis viene accusato dalla Chiesa di blasfemia per aver dipinto una Vergine barbuta “di una bellezza sfrontata” (p. 16). Dopo la perdita del figlio Giovanni, talentuoso artista, che chiedeva al padre di dipingere la vita “così com’è” (corsivo nel testo, p. 20), De Robertis sarà costretto a sopravvivere persino all’oscuramento, per volere papale, della propria opera irriverente.

    Nel 1959, in visita a Sansepolcro, nel castello in cui era vissuto De Robertis, Mark Rothko intuisce la censura e la presenza del male, lui che cerca di esprimere “un nulla materiale, intensissimo, non il nulla della pittura come capacità rappresentativa dell’uomo, ma il nulla della pittura come capacità conoscitiva dell’uomo: non il nulla come spettacolo, fuochi d’artificio, gioco, ma il nulla come sostanza, organo, responsabilità ontologica. Non il nulla come possibilità ma il nulla come coscienza” (p. 61).

    E come De Robertis, che si rifiuta di sottomettersi all’imposizione della Chiesa non oscurando il quadro con le proprie mani, Rothko batte “il suo pugno sul tavolo del capitale” (p. 86), sciogliendo “il suo contratto con il Seagram Building” [grattacielo di New York] (p. 86).

    Anche Semiasin, che nel 1947 viene messo in guardia da Stalin su cosa un pittore – di cui l’“immenso paese” (p. 66) non aveva alcun bisogno – debba dipingere, aspira a “mostrare il mondo nella sua feroce intensità” (p. 128); questo suo intento che proviene dal silenzio confligge però con “un tempo di mercanti di parole” (p. 128) e con il realismo a immagine del dittatore. A Sansepolcro egli scorge “qualcosa che è allo stesso tempo semplice e devastante, un dipinto che cela in un unico gesto ciò che migliaia di artisti non hanno osato esprimere per secoli, ma che lo fa con totale naturalezza, senza un briciolo di affettazione o impostura” (p. 168).
    L’arte si scontra quindi con la vita, con le sue logiche, con le sue gerarchie, con la sua violenza, con la sua ingiustizia. De Robertis sa cos’è la vita “così com’è”: “D’accordo, figlio. La vita così come sei tu, il tuo corpo putrefatto ma vivo, il tuo corpo incapace di abbandonarsi alla morte, contemplato come un saccheggio, una rovina, un paesaggio devastato. Una morte a diciotto anni, una morte empia, una morte per l’eternità. Questa è la vita così com’è”.

    Rothko metterà fine alla propria esistenza “immerso nel rosso, il suo colore preferito per buona parte della sua attività creativa” (p. 93). Scrive Salmón che “il suicidio è la massima espressione della volontà di durare. Lacerando il suo tempo e il suo corpo Rothko proclama, in modo irrefutabile, che avrebbe desiderato abitare un altro tempo e un altro corpo. Ogni suicida risolve così le antinomie tra eternità e temporalità, spirito e materia, necessità e libertà. Un uomo non si toglie la vita perché il mondo o il resto dell’umanità gli ripugnano, ma per il dolore di non potersi reincarnare in un corpo diverso da quello che gli è toccato in sorte” (p. 94).

    Per quel che riguarda Semiasin, quest’ultimo finirà in ospedale psichiatrico dopo aver cominciato “a divorare le sue tele” (“confida a sua moglie che mastica i suoi dipinti perché sono le autentiche deiezioni dello spirito”, p. 123).

    Questa brama di prolungare la vita con l’arte, di identità tra il corpo della vita e il corpo dell’arte (“la letteratura è un movimento aporetico, un impegno continuamente frustrato, l’ossessione di esprimere l’inesprimibile, il desiderio di dire tutto, benché sia impossibile”, p. 44) pare infrangersi, o meglio, pare toccare il punto estremo, allorché Bocanegra sperimenta che “la creazione è un sostituto dell’esistenza, un tentativo di mìmesis sempre fallita, e gli abbellimenti della letteratura possono poco contro le inclemenze della realtà” (p. 101), perché “qualsiasi epifania letta impallidisce davanti a qualsiasi offesa provata” (p. 102). E nell’assistere all’agonia di un corpo amato che cambia e viene meno, che pronuncia parole che “risuonano come in guerra o nei grandi episodi di violenza” (p. 108), alla pari di Rothko, Bocanegra si confronta con il Nulla, cioè con il limite dell’esperienza, di cui il dolore dà prova, e della scrittura.

    Alle soglie dei settant’anni, lo scrittore protagonista testimonia l’inevitabile distanza tra vita e arte (che non ha nulla a che fare, si badi, con il realismo o l’invenzione). Pur venendo dall’uomo ed essendo “oggettiva” come il male, “la bellezza non ha una bandiera conosciuta, la bellezza non è un combustibile né una materia prima. Il suo mistero è radicato nella sua inutilità, nell’essere una strada che non proviene da nessun luogo e in nessun luogo conduce” (corsivi nel testo, p. 183). Così la luce – qui immagine classica – “esiste indipendentemente dal fatto che esista un soggetto che la contempli” (corsivo nel testo, p. 45).

    Ecco che la citazione tratta da Le perizie di William Gaddis posta in esergo all’intero romanzo riassume con estrema chiarezza la questione affrontata da Salmón: “Cosa vogliono da un uomo che non hanno avuto dalla sua opera? Che aspettano? Cosa resta di lui quando ha finito il suo lavoro? Cos’è un artista, ogni artista, se non la feccia della sua opera? L’umano disordine che la segue qua e là? Cosa resta dell’uomo quando il lavoro è finito se non un monte di scuse?”.

  • 02Feb2008

    Giovanna Fiordaliso - Università della Tuscia

    Ricardo Menéndez Salmón (Gijón, 1971), giovane scrittore asturiano, è considerato oggi una delle voci più acute e profonde nel panorama della narrativa spagnola contemporanea: si tratta di un autore che, nonostante la sua giovane età, ha già ottenuto molti riconoscimenti e premi letterari – tra cui il prestigioso Premio Juan Rulfo per il racconto Los caballos azules (Ediciones Alfabia, Barcelona, 2009) – e che la critica indica come “uno de los grandes narradores de nuestro tiempo”.

     

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