La fiaba dell’ultimo pensiero

Archivio rassegna stampa

  • 23Lug2013

    Orazio Paggi - Mangialibri

    All’armeno Thovma Khatisian in punto di morte si presenta il Meddah, il narratore di fiabe, che vuole rivelargli il suo ultimo pensiero. Per farlo lo trasporta nel passato, esattamente a Bakir nel 1915, in piena prima guerra mondiale.

    Qui Thovma rivede il padre Wartan incarcerato dai turchi e a rischio impiccagione perché accusato di essere una spia russa. Per salvarsi e salvare il figlio ancora nel grembo materno è costretto a firmare una confessione, nella quale ammette l’esistenza di una “congiura mondiale armena” e di essere stato lui a sparare il 28 giugno 1914 all’arciduca Francesco Ferdinando e alla moglie a Sarajevo. Il Meddah, in compagnia dell’ultimo pensiero, va ulteriormente a ritroso nel tempo portando Thovma al piccolo villaggio di Yedi Su, dove assiste alla nascita del padre. Il piccolo Wartan cresce sano, accudisce alle pecore e legge molti libri dal momento che gli è stato profetizzato che da grande sarà un poeta. A quattordici anni sposa la figlia del muhtar, il sindaco, ma durante la gravidanza la moglie si ammala e muore, forse perché ha voluto guardare il suo viso nello specchio come vociferano le vecchie del villaggio. Per superare la disperazione il giovane Khatisian va a lavorare in America con l’intenzione di ritornare un giorno in Anatolia per risposarsi con un’altra armena…
    La fiaba dell’ultimo pensiero, come indica il titolo, si presenta sotto la dimensione della favola. A raccontare in prima persona è il Meddah, un “narratore di fiabe”, che parla con la propria ombra e vola avanti e indietro nel tempo alla ricerca dell’ultimo pensiero del protagonista. Nella parte iniziale la drammaticità delle torture e delle impiccagioni di armeni è resa surreale da uno stile ironico e umoristico piuttosto nero. Quando poi Edgar Hilsenrath passa a descrivere il microcosmo di Yedi Su i toni si fanno magici. Tutto è trasformato in mito, dalle usanze e tradizioni del popolo armeno all’Hayastan vista come la terra promessa in cui vivere in pace lontano dalle persecuzioni secolari di curdi e turchi. La stessa religione cristiana è un misto di dottrina teologica e di superstizioni paganeggianti. Basti vedere i riti a cui sono sottoposti il giovane Wartan e la sua fidanzata Arpine nei sette giorni delle loro nozze. Ne viene fuori tutto un mondo legato a consuetudini antiche, a regole che devono essere rispettate in ossequio alla propria cultura e che se infrante possono attirare disgrazie. Si ha l’impressione di trovarsi in un’atmosfera rarefatta, impermeabile alla storia che invece si consuma non solo ai suoi bordi ma dentro di essa. Nella parte finale però la favola evapora completamente, lasciando il posto alla realtà rappresentata dal genocidio degli armeni del 1915. Lo stesso Meddah precisa che “le fiabe che racconto non sono fiabe, sono storie vere”. E allora nulla è lasciato alla fantasia, le violenze più efferate sono poste di fronte ai nostri occhi senza reticenze. L’Eufrate rosso di sangue e pieno di cadaveri resta un’immagine possente delle atrocità che l’uomo può compiere contro altri uomini. Hilsenrath innalza il popolo armeno a vittima universale dell’ingiustizia, a simbolo di un’innocenza calpestata senza nessuna ragione plausibile. È significativo che quando gli ufficiali tedeschi chiedono ai burocrati turchi i motivi dell’accanimento contro gli armeni, questi non sanno mai cosa rispondere. Sta in tale mancanza di risposte l’insensatezza della crudeltà umana, mai logica, piuttosto determinata da impulsi irrazionali e da profonda ignoranza. L’olocausto armeno diventa anche trasposizione figurale degli altri olocausti del ‘900 a partire da quello ebraico. Nel romanzo termini come “corpo estraneo nella nostra carne”, “soluzione definitiva” ricordano da vicino la Shoah scatenata da Hitler e di riflesso gli stermini dei molti (troppi) regimi totalitari del secolo breve. La fiaba dell’ultimo pensiero è un’attenta riflessione dello scrittore tedesco di origine ebraica sul male della storia letto ora in chiave grottesca e lirica, ora in chiave realistica.