La fabbrica della speranza

Archivio rassegna stampa

  • 05Gen2015

    Roberta Turillazzi - paroleacolori.com

    Quando un libro riesce a trasmettere non soltanto delle emozioni ma anche delle vere e proprie sensazioni, quando con la forza delle immagini e delle parole riesce a far viaggiare il lettore, a farlo sentire come se si trovasse davvero in un altro luogo e in un altro tempo, possiamo dire senza paura di sbagliare che è stata compiuta una piccola magia.

     

    Lavanya Sankaran si dimostra maestra in quest’arte sottile, costruendo una storia capace di coinvolgere fino all’estremo, di veicolare elementi sottili come gli odori, i rumori, l’essenza stessa di un luogo – l’India – enormemente distante dalla nostra vita di oggi. Per questo mettere giù il romanzo una volta finito è stato un piccolo dolore, perché i personaggi erano diventati quasi degli amici, perché vivere e camminare al loro fianco era diventata un’abitudine.

    Il romanzo procede sue due binari paralleli (anche dal punto di vista della costruzione della storia, con l’alternanza dei punti di vista e delle voci narranti), che in certi momenti si incontrano. Da un lato abbiamo la storia di Anand, uomo benestante, marito e padre, proprietario di una fabbrica, che cerca di ampliare la sua attività e per questo si trova a fare i conti con la corruzione e i giochi di potere considerati naturali nella società indiana. Nonostante la sua voce suoni come quella di una persona fin troppo gentile e pacata, il personaggio riesce a emergere e a superare lo status di buono e basta, un po’ con la forza di carattere che dimostra, soprattutto quando s’impone sul suocero invadente e maneggione, un po’ per via della crisi coniugale che attraversa. A ben vedere questi sono elementi “negativi” (pensare di tradire la moglie, imporsi su un anziano per quanto sgradevole), ma invece di sminuire Anand ai nostri occhi riescono a renderlo più umano, meno perfetto. Migliore, almeno dal punto di vista narrativo.

    Dall’altro lato, c’è Kamala. Lei lo si capisce subito, fin dalle prime battute, di che pasta è fatta. Sopravvivere in un mondo duro e difficile come quello cittadino senza avere un uomo accanto, in India, è un’impresa non da poco, e lei ci è riuscita, rimboccandosi le maniche e lavorando dove possibile, senza per questo rinunciare a tenere il figlio Narayan con sé. Quando il libro inizia Kamala ha raggiunto una specie di tranquillità: lavora in casa di Anand, ha un tetto onorevole sulla testa, sta cercando il modo per garantire al figlio le possibilità che lei non ha mai avuto. Non vorrei passare per Biancaneve, dimostrando sconcerto per una condizione – quella della serva in casa di signori – che in passato molte donne hanno vissuto anche in Italia (e anche oggi, se pensiamo alle colf e alle badanti…). Eppure vedere come la moglie di Anand trattava queste donne alle sue dipendenze – la normalità, mi rendo conto – ogni volta era uno shock.

    Le storie di questi due personaggi, e di tutti quelli che girano loro intorno, non sono due facce della stessa medaglia, sarebbe troppo semplice. Io preferisco vederle come due delle tante e sfaccettate facce di un prisma irregolarissimo, che rappresenta la società nel suo insieme. La società indiana – così come ogni altra società – è formata da una serie di strati, dove troviamo persone con esistenze e problemi totalmente diversi tra loro. La fabbrica della speranza è un bel romanzo perché riesce a dare voce a tutti, al ricco come al povero, alla donna come all’uomo.

    Vicende difficili, problemi quotidiani ma che hanno a che fare con la natura stessa dell’esistenza. Eppure il romanzo ha un che di profondamente poetico. Ed è questo quello che più mi ha impressionato. La storia si legge con enorme piacere perché ogni passaggio, ogni scena, è descritta con minuzia, fornendo al lettore tutti gli elementi per immedesimarsi non tanto e non solo nelle vicende dei protagonisti, ma nell’ambientazione stessa. Leggendo si ha davvero la sensazione di essere nella caotica Bangalore, nella casupola fatiscente di Kamala così come nella casa lussuosa di Anand e famiglia.

    L’autrice non aveva, forse, come primo obiettivo quello di impartire delle lezioni sociologiche, geografiche, culturali, eppure attraverso le vicende romanzate che racconta è riuscita a fare anche questo, e come possiamo non considerarlo un qualcosa di positivo? Leggendo dei problemi lavorativi dell’uno e dell’altra, accompagnando Anand e Kamala tra tradizioni e consuetudini facciamo una vera e propria immersione nella vita indiana.

    E quando chiudiamo il libro ci sentiamo più ricchi. Non solo per la storia più o meno edificante che abbiamo letto – tra parentesi, ho apprezzato molto anche il finale un po’ agrodolce, non del tutto positivo e smielato, ma credibile – ma anche perché abbiamo l’impressione di conoscere un po’ meglio l’India. La mentalità di chi ci vive, i meccanismi della vita di tutti i giorni.

  • 16Dic2014

    Francesca Clementi - roarmagazine.it

    LA FABBRICA DELLA SPERANZA. RITRATTO DI UN’INDIA NON TROPPO LONTANA

    Le vite parallele di Anand e Kamala ci guidano in un affascinante viaggio nell’India odierna. La fabbrica della speranza (Marcos y Marcos, pp 430, 17€, trad. Capuani M.), di Lavanya Sankaran è un emozionante romanzo sulla determinazione e sulla capacità di credere nei propri sogni.

    Anand è un industriale che nell’India delle caste fa parte di quello strato agiato che non vive certo con la preoccupazione di cercare di tirare avanti.
    Ha una moglie tanto bella quanto viziata e incontentabile, due bambini che ama con tutto se stesso e un’industria di automobili da portare avanti che lo carica di preoccupazioni e ansie.
    È un uomo semplice e la pressione che esercita su di lui quell’India frenetica che sembra inseguire i grandi paesi occidentali lo opprime orribilmente, gli fa sentire il bisogno di fuggire da tutto, dalla moglie petulante e dai problemi di lavoro, verso la bella Kavika, il suo sogno proibito.
    Di tutt’altro stampo sono i problemi di Kamala, la domestica di Anand.
    La donna da tutta la vita lotta disperatamente per la propria sopravvivenza e per quella del figlio dodicenne per il quale sogna un futuro glorioso, come quello dei propri padroni che ammira silenziosamente.
    Sogna di poter mandare il giovane Narayan in una costosa scuola privata, l’unico mezzo per potercela fare nel rigido sistema di caste che vige da sempre in India.
    Eppure, per quanto si sforzi, il destino sembra sempre avverso nei suoi confronti, che non riceve aiuto da nessuno né lo chiede, perché ce l’ha sempre fatta da sola, e da sola continuerà a cavarsela. Quando capirà che l’orgoglio, a volte, va messo da parte, le cose inizieranno a cambiare.

    La fabbrica della speranza parla dei desideri di due personaggi che, nonostante interagiscano tra loro, hanno vite completamente opposte; potrebbero quasi apparire due rette parallele che scorrono una accanto all’altra senza mai avere la possibilità di incrociarsi.
    È proprio questo il cruccio, la disperazione di Kamala, il cui più grande sogno è proprio quello che la retta della vita del figlio possa, un giorno, incrociarsi con quella dei ricchi e dei più fortunati, ma il vecchio e ammuffito sistema indiano fa sì che ciò sia pressoché impossibile. Lei però non si perde d’animo e continua a lottare.
    Dall’altra parta abbiamo i desideri di Anand, che può permettersi di spendere il suo più che cospicuo stipendio in feste lussuose e vizi per la moglie e non deve certo rompersi la schiena per assicurare un pasto ai propri figli.
    Eppure Anand è infelice, lo è perché la vita che ha scelto sembra opprimerlo orribilmente, sembra costringerlo a un ritmo che non riesce a tenere; il lusso che la moglie e l’odioso suocero venerano non fa per lui, anzi lo nausea.
    Allora Anand trova rifugio in un sogno proibito e taciuto a tutti: Kavika, l’amica della moglie.
    Lei sembra racchiudere in sé tutte le qualità di cui lui ha bisogno ed è l’unica in grado di ascoltarlo e capirlo veramente, egli però non può rivelare questa infatuazione e si limita a viverla silenziosamente, come la vivrebbe un adolescente timido.
    Da una parte, abbiamo l’energia sprigionata da Kamala, dall’altra, quella repressa di Anand; una speranza inseguita e una vissuta passivamente.
    Il povero e il ricco, i due estremi raccontati in un unico romanzo che dipinge con grande semplicità un’India che se un lato si evolve, dall’altra rimane stagnante sul piano sociale.
    Il romanzo, estremamente coinvolgente e dalla narrazione sciolta e scorrevole, catturerà il lettore capitolo dopo capitolo, facendogli vivere il fascino della cultura indiana coi sapori delle sue spezie e la spiritualità che pervade tutt’ora la complessa società orientale.

     

  • 22Set2014

    Carmen Concilio - L'Indice del libro

    Self-made men che non decollano

    Lavanya Sankaran

    La fabbrica della speranza

    ed. originale 2013, traduzione dall’inglese di Monica Capuani, pp. 430, euro 17, Marcos y Marcos, Milano, 2014.

    La fabbrica, ormai, non è più oggetto di narrazione qui da noi, è piuttosto archeologia. Il romanzo ambientato in un call center potrebbe dunque essere il genere letterario del nuovo millennio, in sostituzione al romanzo proletario.

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  • 07Lug2014

    Redazione - Biblioteca Prime

    L. Sankaran

    La fabbrica della speranza

    Marcos y Marcos, pp. 432, euro 17.

    In una Bangalore dove convivono ricchezza e povertà estreme, cultura millenaria e globalizzazione, Anand è un imprenditore e Kamala la sua domestica, una vedova con un ragazzo da crescere.

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  • 23Apr2014

    Redazione - Intimità

    Una fotografia dell’India

    La fabbrica della speranza di Lavanya Sankaran, Marcos y Marcos, pagg. 430, euro 17.

    Ha esordito anni fa con la raccolta di racconti Il tappeto rosso. Storie di Bangalore, vero caso internazionale.

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  • 10Apr2014

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Ho visto le immagini colorate e rutilanti della città di Bangalore, al centro di questa nuova India, dove grattacieli sfavillanti di luci e colori, centri commerciali e alberghi a cinque stelle convivono con una condizione di miseria e di deprivazione difficilmente comprensibile da noi occidentali.

    La scrittrice Lavanya Sankaran, indiana di nascita ma americana di studi e di lavoro, ha deciso di tornare nella sua città natale e di raccontarci nel bel romanzo appena pubblicato le contraddizioni spaventose che sopravvivono in questo territorio sterminato, in un paese dove la democrazia costruita nel post colonialismo è in realtà un sistema dimezzato a causa di una corruzione endemica e strabordante, eretta a sistema di vita e di amministrazione, contro cui pochi volonterosi non riescono a combattere e tantomeno a vincere.
    La storia che ci racconta la scrittrice è quella di un onesto imprenditore, Arnand Murthy, padrone di una fabbrica di componenti per automobili, la “Cauvery Auto”, che per accettare la sfida di un’importante commessa internazionale deve ingrandirsi e per farlo dovrà sottoporsi ad un’umiliante sottomissione al sistema vigente da parte di un sottobosco di politicanti che, per finanziare la campagna elettorale di un candidato progressista a pulito, richiedono tangenti esorbitanti pena la distruzione della fabbrica. L’autrice ci accompagna fin dentro la fabbrica modello di Arnand, benvoluto dai suoi operai e dai dipendenti a lui fedelissimi, e ci descrive la sua famiglia: la moglie e i due figli, i suoceri, i genitori, ma soprattutto il personale di servizio, numeroso nella lussuosa villa che la famiglia può ormai permettersi.
    Parallela alla vicenda della ricca coppia Murthy, corre quella della domestica Kamala e di suo figlio, il dodicenne Narayan. La donna, precocemente vedova, era giunta da un lontano villaggio con il neonato e aveva lavorato come una schiava nei cantieri edili che avevano trasformato la vecchia città coloniale in una metropoli modernissima. In seguito ad un grave incidente di cantiere che per poco non era costato la vita al bambino, era finalmente giunta in una stanza microscopica ma tutta sua, trovando posto come domestica a casa di Arnand e della frivola e bisbetica Vidya, sua viziatissima moglie, figlia del ricco e potente Harry Chinappa, che non amava il genero, proveniente da una modesta e religiosissima famiglia braminica.
    Lavanya Sankaran entra nelle pieghe della moderna società indiana, mostrandoci una borghesia ricca e dedita ad un lusso estremo, mentre i loro servitori stentano a sopravvivere, la corruzione permea tutti gli strati sociali e la rigorosa divisione in caste rischia di far saltare equilibri precari di un’economia che ha distrutto le campagne e ha trasferito capitali a banche e a ricchissimi costruttori. I personaggi del romanzo sono numerosi e ben costruiti; oltre l’odiosa Vidya, c’è l’amica Kavika, che ha vissuto negli Stati Uniti e ha scelto uno stile di vita occidentale, che le permetterà, lei sola, di comprendere la disperazione di Arnand che rischia di perdere tutto il suo patrimonio e di stargli vicino, pur entrambi rinunciando ad un rapporto più intimo. E ancora il personaggio simbolico del padre di Arnand, che vive alla vecchia maniera, sobrio nel vestire e nel mangiare, critico nei confronti della nuova società consumista nella quale la famiglia del figlio sguazza ignara di ciò che avviene appena fuori del cancello; il suocero invece è corrotto e corruttore, ambizioso e sprezzante, desideroso di emulare quegli Inglesi che con una violenta rivoluzione erano stati cacciati dal paese. Ma oltre Arnand, generoso e sensibile, anche se mal giudicato dalla moglie e dalla sua potente famiglia, il personaggio più riuscito e quello che la scrittrice forse ama di più è quello di Kamala, il cui percorso di vita mostra un paese che per crescere deve pagare prezzi altissimi: per far studiare il figlio, per farlo uscire dal determinismo sociale a cui sarebbe condannato, è disposta a ogni sacrificio, ogni umiliazione, ogni fatica. Lui dovrà studiare in una scuola privata (le pubbliche sono pessime), dovrà imparare l’inglese, dovrà diventare un moderno cittadino del suo paese, con diritti e doveri chiari. Per questo accetta l’aiuto del padrone Arnand, anche se sua moglie l’ha umiliata a morte accusandola e licenziandola ingiustamente. Nessuna tutela per le donne indiane, nessuna salvaguardia per la loro salute e i loro diritti elementari, ci fa capire Lavanya Sankaran; solo la generosità di un padrone ben disposto, capace di opporsi ai capricci della moglie, all’arroganza del suocero, al malcostume dilagante e alla totale mancanza di servizi pubblici sarà in grado di salvare Kamala dalla disperazione.
    Dal punto di vista letterario il romanzo ci regala pagine molto significative, le descrizioni delle grandi feste, le magliette da jogging e i sari tradizionali, la presenza delle diverse e numerose divinità tradizionali che vengono invocate nei momenti di difficoltà, tra un’e-mail e un I-phone, il raduno dei contadini che sono costretti a vendere la terra ad Arnand ma vengono non a caso intercettati dai controllori:
    “La cellula anticorruzione aveva ricevuto informazioni sulla consegna di certe bustarelle e stava facendo un raid all’ufficio del registro. Per assicurarsi che il loro intervento non passasse inosservato, si erano portati un po’ di giornalisti….Aveva passato la vita adulta a lamentarsi della corruzione del governo – ma oggi non era proprio la giornata giusta per apprezzare lo zelo del Lok Aykuta”
    Insomma le contraddizioni, come si diceva, che emergono ad ogni pagina del romanzo e la presenza continua di termini in lingua originale, intraducibili, collaborano a descrivere con ampiezza uno spaccato sociale e politico interessante e poco noto, regalandoci una storia di piacevolissima lettura.

  • 06Apr2014

    Simonetta Sandri - ferraraitalia.it

    Il buon sapore che lascia l’impasto agrodolce della vita

    Bangalore, India. Primo mattino, luci della strada che si spengono piano piano, un traffico ancora silenzioso e rarefatto, il mondo che si risveglia lentamente. Qualche finestra illuminata.
Poche ore, dopo aver salutato la brina, e saremo immersi in uno dei paesi più colorati del mondo, nei clacson fragorosi e sprezzanti che starnazzano come bianche oche impazzite, nello smog che intreccia vite intense e difficili, nei colori e negli odori delle spezie, nei profumi dei cibi più svariati, nelle tradizioni più radicate, in sussurrati cori di allegre voci canterine.

    L’acqua calda di una doccia argentata lava via, delicatamente, polvere e pensieri dei più fortunati. Altre anime, più sventurate, non hanno nemmeno un po’ d’acqua fredda e sono alla ricerca di un catino che possa raccogliere qualche goccia di refrigerio. Vocii arrivano da corti impolverate e solitarie, note dolcemente canticchiate attraversano fini merletti appesi a finestre accostate per proteggere dalla notte i lucidi capelli di una ricca e fortunata fanciulla ancora addormentata.
In una terra tanto affascinante quanto ostile, Anand fa, agisce, lavora, fatica, costruisce, porta avanti la sua fabbrica a pieno ritmo e velocità. Come un pioniere, ha scalato montagne di difficoltà, di ostacoli e burocrazie, per far emergere dalla povertà tante famiglie, tanti operai che lo seguono e lo rispettano. I fidati Ananthamurthy, l’amministratore, e la signora Padmavari, del reparto contabilità, lo affiancano da anni e sono pronti alla nuova avventura che si profila all’orizzonte. Ora è arrivato finalmente il momento di decollare sul mercato internazionale: i giapponesi sono interessati a investire nella Cauvery Auto, che Anand guida da tempo, ma per questo servono terreni per espandere i locali. Bisognerà lottare e sopravvivere, nella giungla di proprietari terrieri e mediatori. Accanto a lui una moglie capricciosa, viziata e insicura, Vydia, getta un’ombra sulla sua serenità e sulla certezza rappresentata dai figli che adora, quasi un miracolo in questa terra a volte tanto ostile.
Nella cucina della sua casa avvolta dall’abbondanza, dove si sminuzzano verdure e verdurine, dove si sente il ribollire allegro delle salse sul fuoco, si frantumano riso e lenticchie riducendole in morbida e setosa pastella, si accarezza zenzero e frutta e si chiacchiera fugacemente prima di passare alle pulizie, ecco apparire Kamala, la cui vita si intreccia a quella di Anand, il padrone che l’ha accolta e che, generosamente, l’aiuta nell’educazione del figlio Narayan. Una vita che assomiglia a una fotografia in bianco e nero un po’ sbiadita.
    Rimasta vedova, sola e senza nemmeno più poter contare sull’aiuto del fratello rimasto al villaggio, caduto recentemente in disgrazia, Kamala ha finalmente conquistato lo status di domestica presso la famiglia di Anand, dopo anni di duro lavoro fra polveri e rumori dei cantieri, sempre con il figlioletto al collo, dormendo su marciapiedi o in ripari improvvisati. Una donna forte e tenace, che solo raramente si era disegnata un puntino di kajal sulla fronte o aveva decorato la treccia dei suoi lunghi capelli con una ghirlanda di fiori di gelsomino. Oggi, però, la sua minuscola e tiepida casa dove poter rientrare, stanca, ogni sera, e dove sentire il lieve respiro del figlio addormentato, potrebbe non esserci più: l’affitto cresce, i soldi non bastano, la calunnia di un furto mai commesso da Narayan rischiano di distruggere tutto quanto duramente conquistato. Qualcuno l’aiuterà.
Se Kamala si destreggia con miseria, invidia e cattiveria, Anand deve fare i conti con la corruzione, con la dolce Kavika che apre uno spiraglio nella sua vita complicata, con sentimenti contrastanti di odio e rabbia, di voglia di ribellarsi, di urlare, di scappare, di rimanere vicino all’umanità, di mantenersi leale e corretto senza poterlo fare, di lottare comunque, di sfidare i cattivi, di avere una rivincita. Perché il vero culto, per il protagonista, “risiede nell’azione, nel lavorare ogni giorno per tirar fuori dal centro del suo essere il meglio che riusciva a dare”.
Di fronte a politici avidi, rapaci e senza scrupoli, a un mondo di minimi e di massimi, riuscirà a trovare la via per far trionfare la giustizia. Perché qualcosa si può sempre fare. Magari, avrebbe concluso Anand, con un po’ di astuzia, che spesso è la stessa di quei malfattori che cercano di avere la meglio, la stessa arma che, indifferentemente e inesorabilmente, gli si rivolta contro.
A difesa della speranza, sempre, senza perdere di vista la realtà.

  • 04Apr2014

    Alessandra Massagrande - Librieco.it

    La fabbrica della speranza di Lavanya Sankran

    Sullo sfondo di Bangalore, Anand e Kamala, i protagonisti del romanzo, non sono che due facce della stessa medaglia, la rappresentazione di un paese emergente segnato dai conflitti e da profonde differenze sociali che, Lavanya Sankaran, con una scrittura semplice ma senza indugiare in sentimentalismi, sa raccontare e trasmettere al lettore.

    Anand è colui che ce l’ha fatta, che, seppure di umili origini è riuscito a crearsi una vita diversa da quella dei propri genitori, è proprietario di una fabbrica, ha una bella casa, una moglie e due bambini, ma nonostante questo si trova a scontrarsi con le difficoltà derivate da una società che versa ancora in un equilibrio instabile, sospesa tra tradizione e modernità, e suo malgrado, si ritrova vessato da politici corrotti.
    Poi c’è Kamala, che per vivere fa la serva proprio a casa di Anand e che lavora duramente perché vuole garantire al figlio Narayan, che ha allevato da sola, una vita e futuro migliore di quello che ha avuto in sorte.
    Due protagonisti così vicini e insieme lontani, due scelte importanti, in un’India che strizza l’occhio al progresso senza però perdere il sapore di spezie.

  • 01Apr2014

    Gianluca Veltri - Il mucchio

    Lavanya Sankaran

    La fabbrica della speranza

    Il cielo sopra Bangalore è solcato da antenne e grattacieli. Due specchi opposti si muovono nel romanzo: sono un uomo e una donna, Anand e Kamala. Non potrebbero condurre vite più diverse.

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  • 01Apr2014

    Marzia Rosani - Itinerari e luoghi

    La fabbrica della speranza di Lavanya Sankaran, Marcos y Marcos 2014, pp. 432, www.marcosymarcos.com, euro 17.

    Bangalore, oggi. Anand è un ingegnere, ha una fabbrica di componenti per auto, una moglie elegante, due bravi bambini che frequentano scuole private, una bella villa con piscina e personale di servizio.

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  • 24Mar2014

    Nellie Airoldi - finzionimagazine.it

    Lavanya Sankaran | La fabbrica della speranza
    Ci sono certi libri che ci trascinano letteralmente in altri mondi, in atmosfere così estranee e completamente opposte alla nostra realtà che, oltre a stupirci, ci affascinano per le loro particolarità e per la potenza delle immagini evocate dalle parole dello scrittore.

    Uno di questi è certamente La fabbrica della speranza, edito da Marcos y Marcos e scritto dall’indiana Lavanya Sankaran la quale, dopo aver studiato e lavorato in America, ha deciso di tornare nella sua Bangalore per raccontare la dualità della propria città e tutto il fascino del proprio paese.
    La fabbrica della speranza, infatti, ci trascina tra i vicoli di Bangalore e, più precisamente, nella vita di Anand, proprietario di una fabbrica modello pronta a decollare sul mercato internazionale, e di Kamala, la domestica della sua casa. Mentre il facoltoso imprenditore, di umili origini, lotta contro i politici corrotti e la malafede del padre, che ancora non crede alla stabilità economica del figlio che ha cercato un lavoro diverso dall’occupazione paterna, Kamala cresce Nayaran con il solo aiuto delle sue forze, facendo sacrifici e lottando ogni giorno per la propria indipendenza economica, sognando di poter dare al proprio figlio la migliore istruzione possibile.

    Anand e Kamala, con le loro vite così diverse eppure così provate dalla società in bilico fra tradizione e innovazione, ci prendono per mano e ci rendono partecipi di un paese, l’India, che ancora oggi si divide fra estrema povertà e lusso sfrenato, fra chi ogni giorno prega per allontanare gli spettri e chi, inconsapevolmente, cerca di nascondere nella propria modernità quelle importanti memorie folcloristiche, prendendo ad esempio proprio quell’Occidente contro quale i loro nonni avevano lottato con le proprie forze per rendersi indipendenti. Lavanya Sankaran ci racconta tutto ciò con uno stile semplice ma diretto, alternando i capitoli con le vite dei due protagonisti lasciando quindi ogni micro – storia in sospeso per poi riprenderla, rimodellarla e lasciarla poi, ancora una volta, al suo destino. Una tecnica narrativa che permette così di intrecciare passato e futuro, svelando al lettore ogni segreto e ogni pensiero più recondito in modo sottile ma estremamente coinvolgente, contornando ogni episodio con piatti tipici della cucina indiana.
    La fabbrica della speranza simboleggia non solo lo stabilimento di Anand – saar, il quale cerca in ogni modo di lottare per ciò che ha costruito nel corso della sua vita: la fabbrica di Lavanya Sankaran è l’intera India che ancora oggi continua a sperare di poter camminare a testa alta, senza nascondere la vergogna degli slum e dei maltrattamenti delle mogli. Perché, per ognuno di loro, è come una lotta con il presente per un futuro migliore, sognando quel passato che ha reso nota l’India per le sue gloriose costruzioni e affascinanti architetture.
    Ed era quello, in definitiva, che parlava alle profondità della sua anima: il desiderio di appartenere a un popolo che tornasse a rivendicare la propria capacità di costruire cose di grande bellezza, forma e scopo. Che cercasse la perfezione. Che sapesse cosa significa sgobbare, plasmare, realizzare cose  che contenessero verità ed eccellenza e facessero rimanere a bocca aperta per la meraviglia chi le guardava.

  • 12Mar2014

    Valeria Parrella - Grazia

    Dall’India

    La “meditazione vipassana” insegna a vedere le cose in profondità. La scrittrice indiana Sankaran la pratica ogni tanto nei boschi dei dintorni di Bangalore e la affianca alle collaborazioni con i prestigiosi giornali The Guardian e The New York Times.

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  • 26Feb2014

    Elena Spadiliero - labottegadihamlin.it

    Lavanya Sankaran – La fabbrica della speranza
    La ricordate quella massima sul leone e la gazzella? La gazzella che dovrà correre più veloce del leone o verrà uccisa e il leone che dovrà correre più veloce della gazzella o morirà di fame? Ci sono luoghi dove la corsa diventa più frenetica, incalzante, dove la lotta per la conservazione si fa più feroce.

    In India, per esempio. Succede così che due destini opposti si ritrovino a viaggiare su due binari paralleli, ciascuno con le sue avversità da combattere, chi per l’affermazione di sé, chi per la sopravvivenza.

    Sono i casi di Anand e Kamala, i due protagonisti di La fabbrica della speranza di Lavanya Sankaran, originaria proprio di Bangalore, nell’India del Sud. Anand è il classico self-made man, uno che si è fatto da solo, mettendo in piedi una solida impresa che sta per compiere il grande salto di qualità, pronta a inserirsi in un ampio mercato internazionale. Kamala è la sua domestica, una donna che vive per due cose: la sua minuscola abitazione e il figlio, Narayan, quel bambino per cui sogna una vita migliore. Per questo è così attenta alla sua educazione: Narayan deve imparare bene l’inglese e a usare il computer. Per Kamala il resto non conta: non importa se i suoi padroni spendono in un pomeriggio quello che lei guadagna in un anno, o se la sua padrona, Vidya, è una donna arrogante e pretenziosa.

    Eppure, un giorno, le cose si mettono male, sia per Anand che per Kamala. Entrambi dovranno affrontare una dura prova: Anand dovrà fare i conti con la corruzione che minaccia la sua fabbrica, mentre Kamala con la speculazione edilizia, che rischia di portarle via la sua casetta, modesta, quasi misera, eppure sempre più dignitosa e confortevole della strada. A questo, si aggiunge anche un’accusa ingiusta, infamante, dalla quale la donna dovrà difendersi.
    In La fabbrica della speranza trovano posto tante Indie. Da una parte c’è Anand, che incarna quell’India ormai avviata verso un processo di occidentalizzazione, dove le piccole imprese diventano multinazionali e gli stili di vita assomigliano sempre di più a quelli dei circoli newyorkesi. Dall’altra Kamala, la quale rappresenta invece quell’India povera, svantaggiata, dove il ruolo della donna è ancora oggetto di diatribe («La Costituzione ci tutela, la strada no» ha affermato l’autrice in un’intervista).

    Un mondo difficile e complesso, eppure affascinante, specchio di mille contraddizioni che sono un po’ il problema di ogni nazione, ma che lì, in un’India in costante evoluzione, si fanno più nitide. Una cosa è certa: è un Paese ancora tutto da scoprire e la Sankaran, con il suo bellissimo libro, ce ne regala un ritratto a momenti forse un po’ amaro, ma anche ricco di sfaccettature, suoni, colori e profumi, che lo trasformano in un universo indimenticabile.

  • 24Feb2014

    Florinda Fiamma - Rolling Stone

    Lavanya Sankaran

    La fabbrica della speranza, Marcos y Marcos, pp. 432, euro 17,00.

    Lavanya Sankaran è nata a Bangalore, India del Sud, ed è lì che è tornata dopo aver vissuto negli Usa facendo la consulente finanziaria. Il suo esordio, Il tappeto rosso, è stato un caso internazionale tradotto in quindici paesi.

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  • 22Feb2014

    Francesca Paci - Tuttolibri

    Intervista con Lavanya Sankaran

    “La mia India, mille e una tra Buddha e computer”

    La scrittrice di Bangalore racconta i sogni e le ferite di un paese che vola col Pil ma è schiavo della corruzione, tra spiritualità millenaria e brutale violenza sulle donne.

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  • 18Feb2014

    Redazione - Elle

    La fabbrica della speranza

    di Lavanya Sankaran, Marcos y Marcos, 17 euro.

    Anand è un uomo d’affari che si è fatto da solo e che ha costruito una fabbrica modello.

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