La commedia umana

Archivio rassegna stampa

  • 19Feb2017

    Readazione - whale-tale.net

    l meglio di sé

    Ithaca, California. In sella alla bici di Homer Macauley, portalettere di sera e studente di giorno, si scopre un mondo dentro il suo cuore e il cuore del mondo.

    Ha solo 14 anni ma le condizioni familiari chiedono presto il suo contributo. Suo padre è morto e suo fratello maggiore Marcus è partito per la guerra. Da lui dipendono la madre, sua sorella Bess e il piccolo Ulysses.

    Fare il portalettere per il telegrafo locale lo porta in tante case, con notizie felici e molte invece portatrici di dolore. In questi brevi viaggi insieme a Homer la commedia umana del titolo prende tutto il suo spazio sul palco e nel cuore di questo ragazzo che la accetta con grande vitalità, senza darsi per vinto. Ogni volta che consegna un messaggio è come se consegnasse qualcosa a se stesso.

    I suoi sforzi e il suo amore vengono ripagati in modo inaspettato.

    LA CITAZIONE

    “Se i ragazzi della mia classe sono umani, non è il caso che io intervenga sul loro modo di esserlo.”

    LA CANZONE

    Leggendo queste righe de “La commedia umana”: “Forse è per questo che mi piace cantare. Non ti senti così…isolato da tutto, mentre canti”, la mente mi ha portato alla canzone del video qui sotto. Non so di preciso perché ma la propongo, per quanto sembri triste mi ha sempre dato sollievo.

    John Legend – Roll Jordan Roll (“12 Years a Slave”)

  • 01Feb2017

    Redazione - noteafondopagina.wordpress.com

    William Saroyan / La commedia umana

    “Un essere umano, chiunque sia, lo considero amico. Il mio conflitto non è con lui, ma con quella parte sfortunata di lui che prima di tutto sono costretto a distruggere in me stesso” [ Saroyan, W., La commedia umana, pg. 219]

     

    Questo libro mi è stato consigliato da un amico mesi e mesi fa e ammetto che l’ho sempre snobbato: non mi aveva mai convinto del tutto…ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo perché, nonostante le sue piccole dimensioni e il fatto che sia suddiviso in tanti mini-episodi, questo si è rivelato uno dei migliori libri che abbia letto negli ultimi tempi.

    La storia è ambientata durante la seconda guerra mondiale nella piccola cittadina di Ithaca, in California, e ci racconta le “avventure” di Homer e Ulysses, due fratelli di 14 e 4 anni. I nomi scelti non sono casuali, il richiamo al poeta greco e ai suoi scritti è piuttosto evidente anche nella toponomastica.

    Il protagonista della storia è Homer, che, oltre ad andare a scuola come tutti i ragazzi della sua età, fa il portalettere. Molto responsabile e maturo, è l’uomo di casa da quando suo fratello Marcus è partito per entrare nell’esercito, prendendo sulle sue spalle parte della gestione famigliare e la cura del suo fratellino. Ulysses, infatti, va incontro al mondo con l’innocenza dei bambini, con quella spensieratezza che trasforma ogni piccola novità in una scoperta e in una conquista.

    Intorno a loro vengono presentati tanti personaggi diversi ma che sanno insegnarci ogni volta qualcosa, come il signor Spangler, il capo di Homer, sempre pronto a vedere il lato positivo delle persone e delle situazioni; o Lionel, un ragazzino di 10 anni che vede in Ulysses il suo migliore amico perché è l’unico del quartiere che non lo cacci via ogni volta che sbaglia a fare qualcosa.

    All’interno di ogni episodio l’autore riesce a regalarci una perla di saggezza, una specie di piccola lezione di civiltà, di educazione e, soprattutto, di bontà verso il prossimo.

    Questo romanzo è impregnato della visione ottimistica e a tratti ingenua che Saroyan aveva nei confronti della vita, una visione che ormai appartiene solo ai bambini ma che forse, se fosse condivisa anche dagli adulti, potrebbe rendere il mondo un posto migliore.

    Mi sento di consigliare questo libro a chiunque avesse voglia di ritrovare i suoi occhi da bambino, ma vorrei anche darvi una dritta: regalate questo breve romanzo a tutti i ragazzi perché così facendo donerete un po’ di saggezza alle menti di domani.

  • 14Mag2014

    Sara Benedetti - lostenfaund.com

    Me lo regalò mio padre quando avevo dieci anni circa. Lui non l’aveva letto, glielo aveva consigliato il libraio. Immagino che mio padre, al libraio, mi avesse descritto così: mia figlia piange spesso di nostalgia, tiene i noccioli delle ciliegie in mano anche in campagna perché non sa di poterli buttare a terra, non ama il gelato – a quale bambino non piace? – non sembra fatta per questo mondo. Cosa mi consiglia?
    E il libraio ha tirato fuori quello che sembra un libro, ma in realtà è un mondo.

    Si tratta di Ithaca, California. Ithaca è una piccola cittadina dove sono tornata recentemente, con la sorpresa negli occhi di chi certi angoli, certe facce, se le ricorda ancora, anche se non sapeva più di averle dentro.
    A Ithaca non è tutto perfetto. Può accadere che un papà sia morto troppo presto, che qualcuno non torni indietro dalla guerra, che i più ricchi vincano le gare a ostacoli perché favoriti dall’allenatore, che il droghiere emigrato se la passi bene. Eppure quell’ombra non vuole andarsene.
    Ma a Ithaca la commedia umana va avanti perché è con umanità vera e profonda che ogni cosa viene affrontata. C’è il vecchio telegrafista Grogan e il direttore Spangler, c’è Ulysses che ha solo quattro anni, ci sono albicocche da rubare, ci sono centinaia di telegrammi, telegrammi di ogni tipo e Homer che, uscito da scuola, corre in bici per recapitarli. Ci sono preghiere da sussurrare ma non ci sono nemici, neanche quelli in guerra sono nemici. “Un essere umano, chiunque sia, lo considero amico. Il mio conflitto non è con lui, ma con quella parte sfortunata di lui che prima di tutto sono costretto a distruggere in me stesso…” scrive Marcus a suo fratello Homer, dal fronte.
    E italiani, greci, serbi, armeni, polacchi, russi che se ne infischiano delle torri edificate altrove e delle maledizioni divine, ma convivono e ballano swing, jive boogie-woogie sui prati accanto al Kings River.
    Il guaio di leggerlo da piccoli, questo libro, è che finisci per cercare queste persone nel mondo reale, anche se non lo sai, anche se non ricordi più dove le hai viste. Ma a leggerlo da adulti non si rischia niente. O forse sì, vi potreste trovare a scrutare i vagoni, uno per uno, ogni volta che vi capita di esserci quando un treno passa di lì. Cercherete con gli occhi un uomo nero che risponda al vostro saluto gridando “Tooorno a caaaasa”. Se non vi accadrà di incontrarlo, non importa, l’avete visto una volta a Ithaca, e basterà per tutta la vita.

  • 08Apr2013

    Redazione - Sololibribelli.com

    William Saroyan – La commedia umana

    Ero partita con l’idea di segnarmi, come al solito, le citazioni che mi colpivano di più. Carta e penna alla mano, mi sono resa conto che per rendergli giustizia avrei dovuto trascrivere l’intero libro.
Il titolo di questo romanzo è una sintesi perfetta del suo contenuto: un miscuglio di umanità diverse ma tutte essenziali, commoventi, ironiche e dolorose, scanzonate e terribili. Una commedia che va in scena ogni giorno, nel grande teatro del mondo.

    I protagonisti sono essenzialmente due, anche se di personaggi adorabili ce ne sono molti: ma questa è la storia dei fratelli Macauley, Homer e Ulysses, che vivono a Ithaca (già, ironia della sorte). Il vero protagonista sarebbe Homer, quattordicenne che di giorno va al liceo e la sera fa il portalettere perché ormai è lui l’uomo di casa: il padre è morto, e il fratello maggiore Marcus è in guerra. E Homer è un personaggio meraviglioso, sensibile, stupefacente. Ma quello che mi ha strappato ben più di un sorriso è il piccolo Ulysses, quattrenne vivace e dolcissimo: “Sai com’è Ulysses – curioso di tutto, sempre interessato. Non parla molto, ma è pronto a emozionarsi per ogni cosa. Ama tutti e tutti lo amano […]”. Proprio così. Quel piccoletto fa stringere il cuore.
    E poi, sullo sfondo di una guerra che strappa sempre più ragazzi alla cittadina di Ithaca – straziando l’animo del giovane Homer, che a ogni telegramma consegnato cresce un po’ di più – ci sono una meravigliosa insegnante, un telegrafista solitario, un soldato orfano, un droghiere armeno con un bambino scontento, un capo innamorato, un bambino isolato perché considerato scemo, e una mamma in grado di pensare cose come “Oh, sono stata fortunata, grazie a dio. I miei figli sono esseri umani, oltre che bambini”.
    Si sorride, ci si commuove, si riflette, si sente una stretta allo stomaco e al cuore insieme. Ci si sente parte del mondo e si capisce che la vita è dolorosa, e bella, e imprevedibile, e straziante.
L’ho finito con le lacrime agli occhi e un groppo in gola. Leggetelo.

  • 10Ott2012

    Alf76 - Masedomani.com

    E poi ci sono libri come “La commedia umana” di William Saroyan, che – se non fossi in fondo in fondo un timidone – farebbero la felicità della compagnia telefonica.
    No, perché la prima tentazione una volta terminata la lettura dell’ultima facciata è stata quella di buttarmi sul telefono, comporre numeri a caso e…
    “Pronto, buonasera signora, mi scusi per il disturbo, no, guardi, non voglio vendere nulla, volevo solo segnalare che ho appena finito di leggere “La commedia umana”, no, non quella di Balzac, ah ma vedo che se ne intende, bene, no, questo è un libro di Saroyan (scriva bene Sa-ro-yan con la ipsilon), è il libro più dolce e ingenuo e vero e semplice che io abbia letto nell’ultimo periodo, ecco, telefonavo solo per consigliarlo a tutti, prego, si figuri, arrivederci”

    “Pronto, buonasera dottore, no, mi scusi, spero non sia orario di visite, h lei è dottore commercialista, beh, ancora meglio guardi, volevo consigliarle un libro di Saroyan, no io non lo vendo, però è un romanzo bellissimo ed emozionante, racconta di una cittadina americana nel 1942 e dei suoi abitanti, fra cui spiccano un bambino di nome Ulisse che è il ritratto della nostra curiosità infantile e rimane attaccato al cuore, e poi c’è il fratello, ah, capisco, non ha tempo, giusto, ma si segni il titolo “La commedia umana”, fra un 740 e l’altro secondo me… si, ha ragione, buona giornata”
    “Si, buongiorno, mi perdoni per il disturbo, chiamavo per chiederle se ha mai letto “La commedia umana” di Saroyan… lo ha letto? Davvero? Lo ha trovato anche lei straordinario, vero? Si, si, è vero, a volte sembra di leggere l’Antologia di Spoon River in prosa, sono d’accordo, però mi scusi, visto che lei lo ha già letto e ne ha tratto gran divertimento, io proseguire con le mie interurbane, scusi, eh…”
    “Ciao, quanti anni hai? Mi passi la mamma o il papà? Grazie! Buonasera, mi scusi, ho sentito che il figliuolo ha 14 anni, ecco, io consiglierei anche a lui la lettura de “La commedia umana” di Saroyan, che il protagonista ha più o meno la sua età e fa il fattorino, e vola in bicicletta, e all’improvviso si scopre grande e sarà impossibile non sottolineare mille e mille e mille frasi, ehm… no… non è un servizio del comune per invogliare alla lettura, però non è mica una brutta idea….”
    Tutti pensieri che si sono accavallati mentre allungavo la mano verso il telefono, e mi son fermato un istante prima di fare la figura dell’idiota. Però quelle cose lì andavano dette, e quindi eccole qui. Sa-ro-yan, ve lo siete appuntati?

  • 01Mar2012

    Luigi Pizzi - letteraturaecinema.blogspot.com

    Homer è un ragazzino di quattordici anni pieno di entusiasmo. La famiglia Macauley, da cui proviene, è modesta: il babbo è morto e il fratello maggiore è partito per la Seconda guerra mondiale; eppure tutti si dedicano con energia a quel che va fatto: la mamma alle galline come all’arpa, la sorella agli studi e al pianoforte, e Ulysses è il fratellino più curioso del mondo.

    Homer, che di giorno frequenta il liceo, la sera si tuffa in bicicletta alla volta dell’ufficio del telegrafo, dove lavora come portalettere. Pochi giorni, e già si rivela come il messaggero più veloce della West-Coast. Entra così nel mondo degli adulti: il suo segreto è prendere sul serio le cose e i sogni per diventare qualcuno, anzi, capire di esserlo già.
    Eclettico, istrionico, egocentricissimo, William Saroyan è stato probabilmente l’unico scrittore della Storia a rifiutare il Premio Pulitzer, con la seguente motivazione: “Sono fiero che i giurati abbiano pensato a me: peccato che abbiano scelto l’opera sbagliata”. Saroyan nacque povero e divenne ricchissimo vendendo a Hollywood i diritti cinematografici di alcune sue opere. Praticamente certo che non sarebbe mai morto, decise di lasciare tutti i propri beni a una fondazione che porta il proprio nome perché non venisse dimenticato. La commedia umana è la sua opera più celebre, e nella collana Gli alianti è stata ristampata dodici volte.

  • 09Nov2010

    Redazione - A Sud Europa

    Torna William Saroyan, la lirica America della compassione.

    Anche i più duri si scioglieranno leggendo le avventure di Homer, adolescente statunitense, nell’immaginaria cittadina di Ithaca, avventure riproposte in edizione economica da Marcos y Marcos, ne La commedia umana (206 pagine, 10 euro), capolavoro di William Saroyan, tra gli scrittori di riferimento per John Fante.

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  • 01Nov2010

    Daniela Origlia - Il Foglio

    Bella umanità quella che ci racconta William Saroyan, che si aiuta quando ce n’è bisogno, che non si piange addosso, che si consola con una bella chiacchierata, con una passeggiata o con un cinema. Siamo in America nel ’42, i tempi sono duri, anche se la guerra è lontana, ma il tono non è quello cupo – tipico del neorealismo – di una miseria senza speranza, o rabbioso di denuncia delle ingiustizie sociali, o ancora di un vuoto esistenziale, c’è invece un forte senso di solidarietà, di valori etici, di volersi bene, di rendere la vita più bella per quanto possibile e di apprezzare le poche cose buone che restano.

    Saroyan riesce a non scivolare in un buonismo un po’ melenso, alla Franck Capra per intenderci: i suoi protagonisti non sono né eroi senza macchia e senza paura, né santi. Sbagliano, soffrono, ridono, cadono, si rialzano, imbrogliano, si prendono in giro; non sono dei vinti, reagiscono in modo vitale alle prove più dure. ‘Tutto gli appariva strano, affascinante e senza logica. Era il suo mondo. Strano, pieno di erbacce e spazzatura, ma bello’, attraverso gli occhi di Ulysses, quattro anni, il piccolino della famiglia Macauley, vediamo il giardino di casa sua in Santa Clara Avenue, alla periferia di Ithaca, California, e poi la sua famiglia e tutti gli abitanti. Il fratello Homer, quattordici anni, fa il liceo e s’è trovato anche un lavoro perché di soldi ce n’è pochi. Fa il postino e scorrazza in bicicletta alla velocità della luce. Al direttore dell’ufficio del telegrafo che gli chiede se gli piace questo mestiere risponde: ” Se mi piace? Mi piace più di qualsiasi altra cosa. Come minimo si conosce gente di ogni genere. E un mucchio di nuovi posti’. Non gli viene neanche in mente di essere una vittima, si butta con entusiasmo nella nuova avventura. Essere un messaggero può anche essere penoso. Arriva il primo di una lunga serie di telegrammi dal Ministero della difesa che annunciano alla famiglia la morte di un eroe di guerra. Come può Homer dire a una madre che il figlio è morto? Forse c’è un errore… La donna non vuole crederci. Gli offre dei dolci. Lo abbraccia come se fosse il suo bambino. ‘ Senza capire perché, sopraffatto com’era da tutta la vicenda, si sentì male, gli veniva da vomitare. Non era infastidito dalla donna; quello che stava succedendo appariva così ingiusto e insensato, che non era neppure sicuro di voler continuare a vivere’. Quando, dopo mezzanotte, torna a casa, c’è la mamma ad aspettarlo per sapere com’è andata. ‘Non è giusto che una cosa possa ferirti così’; sta dalla sua parte, ma lo tratta da uomo, non da infante bisognoso di protezione: adesso che il padre è morto, che il fratello più grande è al fronte, tocca a lui comportarsi da capofamiglia, non arrendersi e capire. Ci sono un sacco di brave persone che senza darsi tante arie, senza retorica, possono insegnarci a vivere semplicemente col loro esempio e ad amare. Non importa se a scuola o in una gara sei il primo, se conquisti più ragazze o guadagni più soldi, volere tutto significa essere sempre scontenti; quel che conta è essere se stessi e provare pietà. ‘Un uomo che non piange di fronte al dolore del mondo è un uomo per modo di dire. Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore del mondo’. Ithaca,la cittadina dove è ambientato il romanzo, non è solo la patria del piccolo Ulysses, ma di un’infinità di razze diverse che si mischiano e restano se stesse. Durante le feste, italiani, greci, serbi, armeni ( Saroyan è di origine armena), americani si riuniscono in gruppi, ciascuno con la propria musica e le proprie danze. Alla fine si lanciano tutti in sfrenati swing, jive e boogie-woogie.

  • 23Ott2010

    Ruggero Bianchi - Tuttolibri

    «La commedia umana» di Saroyan nei tascabili

    L’America che ci resta nel cuore

    Ci sono libri che restano nel cuore. Come La commedia umana di William Saroyan (1908-1981) ora nei tascabili Marcos y Marcos (trad. di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, pp. 254, euro 10,00).

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  • 12Ott2010

    Gianfranco Franchi - lankelot.eu

    “Ciascuno ha una casa diversa. Qualcuno a est, qualcuno a ovest, qualcuno a nord, qualcuno a sud. Noi stiamo a ovest”. “L’ovest è meglio?”. “Non lo so. Non sono mai stato da nessun’altra parte”. “Ci andrai?” “Un giorno”. “Tornerai?”. “Certo”. “Volentieri?” “Certo”. “Perché?” “È sempre bello ritornare, ecco perché” (Saroyan, “La commedia umana”, 8, p. 39).
    C’è una bellissima definizione di Saroyan, firmata da John Fante, che riesce facilmente a sedurre il neofita.

    “La mano di Saroyan è piena di rabbia, una rabbia armena eppure americana: e soprattutto, la sua scrittura è fantastica, lirica fino all’ultimo punto, all’ultima virgola”. Uno legge una cosa del genere, scritta da Fante, e non può non nutrirsi della scrittura di WS. Almeno, per me è così.

    William Saroyan (1908-1981) è stato un artista capace di incarnare con tenacia e determinazione il sogno di tanti emigranti: quello di riuscire, nonostante tutte le incredibili avversità e tutte le difficoltà di crescere senza padre, in una famiglia poverissima, in una nazione nuova, a diventare qualcuno e qualcosa. Un mestiere dopo l’altro, Saroyan riuscì a diventare un artista amato da tutti. E lasciò libri come questo, che altro non sono se non un grande tributo a un sentimento umano spesso dimenticato e frainteso, e in realtà di straordinaria centralità: la compassione. Per ogni cosa.
    Nel 1943, a otto anni di distanza dal suo esordio, la raccolta di racconti “The Daring Young Man on the Flying Trapeze”, vide la luce “La commedia umana”. Saroyan prima si dedicò al soggetto e alla sceneggiatura del film. Non si parlava di nessun libro. L’artista si ritrovò estromesso dal progetto e subito si concentrò su una versione romanzesca dell’opera. È questa. E della sceneggiatura cinematografica mantiene la grande freschezza dei dialoghi, non ci piove. M’è testimone l’incipit del pezzo.
    Il romanzo è ambientato a Ithaca. Ithaca, California. “La vita, a Ithaca – e in generale nel mondo – segue un disegno che a prima vista parrebbe senza senso, per non dire folle, ma a mano a mano che i giorni e le notti formano i mesi e gli anni questo disegno acquista una forma e un senso” (34, p. 222). E a Ithaca incontriamo Homer, Ulysses ed Helen. Sorpresi? Non dovreste. Entriamo nella quotidianità del piccolo Homer Macauley, quattordici anni, cresciuto senza padre, di suo fratello Ulysses, nemmeno cinque anni, della sua innamorata Helen; di suo fratello grande, che sta al fronte, e della sua famiglia. Una famiglia che fa una gran fatica a sbarcare il lunario, e per questo il ragazzo si mette presto a lavorare. È un ragazzino, è adolescente, ma studia e lavora. Studia e lavora. E che lavoro si ritrova a fare, proprio in quegli anni difficili? Il fattorino dell’ufficio del telegrafo. Tradotto? È quel povero cristo che deve andare, casa per casa, per consegnare notizie indesiderate alle famiglie. In quel periodo la notizia triste per eccellenza è che il figlio o il nipote o il marito sono caduti in guerra…
    “Non era colpa sua. Aveva il compito di consegnare telegrammi. Eppure era pronto a farsi interamente carico dell’accaduto. Nello stesso tempo avrebbe voluto tirarsi indietro e dire ‘sono soltanto un portalettere, signora Sandoval. Mi dispiace molto doverle portare un telegramma come questo, ma è il mio lavoro’” (5, p. 26).
    Non è facile, a quattordici anni, venendo da una situazione famigliare ed economica così disastrosa e delicata, con l’energia assurda di chi vuole diventare qualcosa o qualcuno, e tutta la smania di poterlo diventare, dover accettare un incarico del genere. Ma questo è il destino di Homer, nella Ithaca di quegli anni. Gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Si sente, sulle prime, sopraffatto: soffre per la sofferenza delle persone che ha incontrato, non sopporta che accada niente di così ingiusto e insensato – è frustrato alle stelle, e non sa come rimediare. Ed è così piccolo che “non è neppure sicuro di voler continuare a vivere”. È allora che si risveglia il sentimento supremo. La compassione: “non soltanto per quella povera donna, ma per tutte le cose, per il loro modo atroce di consumarsi e morire”. S’accorge di questo, come un piccolo Buddha, e piange. Con grazia, con semplicità. Saroyan qui dà il massimo:
    “Di colpo era sulla bicicletta, pedalava energicamente lungo la strada buia con le lacrime agli occhi, imprecando sommessamente. Una volta all’ufficio postale, le lacrime erano finite, ma tante altre cose si erano messe in moto, e certamente non si sarebbero fermate. ‘Altrimenti, tanto varrebbe che fossi morto anch’io’, gridò, come se si rivolgesse a qualcuno duro d’orecchi” (p. 29).
    “La commedia umana” è, credo, il grande romanzo iniziatico della compassione, non solo un affresco sociale romantico e spaccacuore. È il romanzo in cui il nostro protagonista impara a guardare le persone che vivono nella sua cittadina, e impara a guardarle con compassione, pregando che non accada loro niente di male. E solo allora smette di piangere, di disperarsi per la nostra sorte. Perché Homer capisce che nel mondo ci sarà sempre dolore. “Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore dal mondo. Un uomo meschino non lo vedrà nemmeno, tranne che in se stesso. E un uomo malvagio, per sua disgrazia, porterà al mondo altro dolore, seminandolo ovunque andrà. Ma non è colpa di nessuno, mi sa, perché nessuno ha chiesto di venire al mondo” (26, p. 169).
    Saroyan riesce a raccontare la normalità della sofferenza, la normalità assurda della morte in guerra, la dolorosa normalità della crescita, in un libro che parla con grande semplicità di fenomeni e sentimenti molto complessi. E riesce a far sciogliere un po’ di ghiaccio nel cuore dei più disillusi. Non sembra, ma è tanto.