La casa di via Palestro

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  • 27Mar2015

    Andrea Breda Minello - Avantionline.it

    Indignazione, sgomento e pietà per comprendere poeticamente il mondo.

    Franco Buffoni ha pubblicato le raccolte di poesia ‘Suora carmelitana’ (Guanda 1997), ‘Songs of Spring’ (Marcos y Marcos 1999), ‘Il profilo del Rosa’ (Mondadori 2000), ‘Theios’ (Interlinea 2001), ‘Del Maestro in bottega’ (Empiria 2002), ‘Guerra’ (Mondadori 2005), ‘Noi e loro’ (Donzelli 2008), ‘Roma’ (Guanda 2009), ‘Jucci’ (Mondadori 2014). ‘L’Oscar. Poesie 1975-2012′ (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte” e ha tradotto ‘Una piccola tabaccheria’. ‘Quaderno di traduzioni’, 2012. Per Mondadori ha tradotto ‘Poeti romantici inglesi’ (2005). E’ autore dei pamphlet ‘Più luce, padre’ (Sossella, 2006) e ‘Laico Alfabeto’ (Transeuropa 2010) e dei romanzi ‘Reperto 74′ (Zona 2008), ‘Zamel’ (Marcos y Marcos 2009), ‘Il servo di Byron’ (Fazi 2012), ‘La casa di via Palestro’ (Marcos y Marcos 2014).

    Questa è la prima di una serie di interviste, rivolte a poeti, che si contraddistinguono per impegno civile e che per la forza del loro dettato possono indicare o testimoniare un cambiamento reale della nostra società. Se l’epoca dell’intellettuale engagé, come lo erano Pasolini o Fortini, è davvero tramontata, ciò che sussiste è la voce e la verità che il poeta porta sempre con sé. Bisogna rieducare all’ascolto.

     

    Si ringrazia Franco Buffoni, poeta e intellettuale sempre in prima linea, per aver accettato di aprire le danze e per aver parlato a cuore aperto del suo ultimo lavoro poetico ‘Jucci’ (Mondadori 2014) e di impegno civile.

    Nel tuo recente romanzo “La casa di via Palestro” hai scritto: “Dopotutto che altro ho fatto in questo libro, se non cercare di ricostruire una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi…”. Può valere anche come chiave di lettura per questa nuova raccolta di poesia?

    Sì, direi proprio di sì. È chiaro che in un libro di narrativa questa operazione è più scoperta, più palese; in un libro di poesia, come ‘Jucci’, che è fortemente legato alla carica dei simboli, è un’operazione più sottotesto. Simboli come l’aquila, o la questione dei generi: il maschile e il femminile riferiti a un torrente o al sesso della morte, ne sono un esempio. Per me la scrittura narrativa è una scrittura testimoniale, diaristica, anche se cerco di scrivere in buona prosa, dando un fondamento di narrazione sequenziale. Tuttavia io sono un poeta, non un romanziere.

    Hai parlato di simboli. Vorresti spiegare ai lettori che cosa ha rappresentato ‘Jucci’ e cosa simboleggia oggi?

    Ho conosciuto Jucci nel 1969 e il rapporto è andato avanti fino al 1980, anno della sua morte. Copre un decennio, il periodo dei miei vent’anni, del post-Sessantotto, dell’università. Lei era già laureata. Il nostro rapporto non è mai stato alla pari, se non nell’ultimo anno, l’anno della malattia, quando sono diventato essenziale per l’assistenza. Dal punto di vista intellettuale mi ha arricchito, lei aveva intuito potenzialità in me sia sul piano poetico sia sul piano dell’esegesi critica. Descrivere quel decennio sarebbe come descrivere che cosa sono stati i miei vent’anni. Se penso a quegli anni ripenso a un’enorme forza fisica, a una capacità di resistenza, che si può avere solo quando si è così giovani. Viaggiavamo tanto e ci interessava tutto: partivamo per conferenze a Lugano o a Venezia. Era vita culturale intensa. Mi sono dedicato allo studio delle lingue e delle letterature. È stato un decennio di preparazione a quello che sarei diventato poi. Stavamo insieme per il comune e profondo desiderio di essere insieme, anche se vi erano le mie scorribande e i tradimenti.

    Nel testo “La respirazione trattenuta” fai dire a Jucci: “mi voglio bene o malissimo / Ma non c’entri perché / Piuttosto che sola con altri / Preferisco infelice con te”.

    Jucci è un dialogo, una drammatizzazione delle due voci che continuano a parlarsi, e che in una rappresentazione teatrale dovrebbero essere messe in scena da due attori diversi. Faccio dire a lei ciò che effettivamente pensava. La sua libertà nell’aver scelto me, pur sapendo chi fossi, e poi il suo orgoglio, che per l’appunto spiega quel “ma non c’entri tu”. Questo era il suo pensiero di fondo. Faccio parlare Jucci attraverso il corsivo. E tutto ciò avviene post-mortem.

    È stato definito un romanzo in versi, un genere di chiara impronta medievale, inteso come figura, e dunque, come personaggio. Hai affermato che è un dialogo sui generi, in realtà, mi sembra, un dialogo sul superamento dei generi. Sbaglio? Fai dire a Jucci: “se non fossimo uomini né donne saremmo perfetti”. In “Residuo attivo” è lei a sostanziare amore, tanto che si può definire questa donna fonte primigenia d’amore.

    La mia fortuna è quella di vivere a lungo e di poter dire, narrare le cose. Ho avuto un’educazione gesuitica, una famiglia rigida, una zia priora dell’ordine carmelitano. Poi è arrivata Jucci e io vivevo la mia sessualità attraverso gli incontri, le scorribande, ma all’interno della relazione. Dalle continue avventure non mi veniva nulla di somigliante all’amore, semmai un senso di vuoto profondo. In quegli anni non si poteva concepire o vagheggiare un rapporto omoerotico alla luce del sole, e questo ha consolidato il nostro amore. Lei mi amava profondamente, di un amore totale, un amore capace di superare qualunque prova, radicatissimo; anche se certamente ha compiuto anche degli sforzi per liberarsene. Siamo due persone che si sono molto amate e dilaniate. Cerco di non dare della nostra storia un’intonazione struggente, ma di calarla nel suo contesto storico.

    Credo che oggi un ragazzo ventenne sia meno indotto a celarsi: oggi una relazione come la nostra si trasformerebbe subito in amicizia. Allora era ben diverso, allora non era possibile. In quel periodo prevalevano in me l’attenuazione, la reticenza e l’ironia, gli unici strumenti possibili per sopravvivere in un contesto omofobo. E mi sono legato a una persona più grande, matura, estremamente intelligente. Oggi, invece, faccio mie l’indignazione, lo sgomento e la pietà.

    Scrivi dell’indignazione, dello sgomento e della pietà, che sono cardini di un impegno civile, fattosi sempre più pressante attraverso la scrittura. I tuoi libri di narrativa sono dei pamphlet, una sorta di docufiction, in cui si analizza il concetto di omoaffetività. Cosa può e deve fare l’intellettuale oggi?

    Ho fatto coming out in poesia con ‘Scuola di Atene’ (Arzanà, 1991), quando ho capito che me lo potevo permettere, sia poeticamente sia sotto il punto di vista accademico. Sarebbe stato impensabile prima, non avrei potuto intraprendere la carriera accademica. Certi ambienti erano estremamente chiusi. La mia narrativa, sorta di docufiction come dici tu, consegue alla liberazione dei primi anni Novanta e produce una serie di poesie: ‘Suora Carmelitana’ (Guanda, 1997), ‘Il profilo del Rosa’ (Mondadori, 2000) e naturalmente porta a ‘Più luce padre’ (Sossella editore, 2006), un dialogo filosofico tra me e mio nipote, in cui si affrontano i temi civili di questi ultimi nostri anni, attraverso una serrata critica al costume italiano. Poi c’è stata la trilogia, composta da ‘Zamel’, ‘Servo di Byron’ e ‘Casa di via Palestro’. In narrativa si diluiscono le istanze e il messaggio raggiunge più facilmente il lettore. ‘Zamel’ (pamphlet e saggio narrativo, in cui si affronta il modo diverso di vivere l’omosessualità da parte di due personaggi), edito da Marcos y Marcos, è diventato un long-seller e in tanti ancora mi contattano sul sito identificandosi con l’uno o con l’altro dei protagonisti.

    Torniamo alla poesia e a Jucci. Impressa rimane questa sentenza: Tu che il futuro sei prima del passato.

    Siamo nel pieno del dialogo tra i due personaggi. Mi rivolgo a lei, morta. La raccolta è composta da sette capitoli e negli ultimi due lei è già morta. La narrazione in sé dura per cinque sezioni: si passa dalla storia dell’innamoramento alla difficoltà di portarla avanti; nella quinta parte vi è il dolore, l’attraversamento della malattia e la morte. La sesta e settima sezione, post mortem, iniziano con testi scritti appena dopo la sua scomparsa. In realtà i morti non muoiono finché noi parliamo con loro. Sento la sua voce tutti i giorni. E l’ultima sezione registra questi dialoghi.

    Quale poeta consiglieresti per avvicinare un lettore d’oggi al mondo della poesia?

    È difficile rispondere. Dai quarant’anni in poi ho guardato ai giovani e ho creato e portato avanti i ‘Quaderni di poesia contemporanea’ (giunti a marzo al dodicesimo numero); in più di vent’anni ho pubblicato un’ottantina di poeti, che ora hanno tra i 25 e i 50 anni. Fare dei nomi sarebbe difficilissimo. Tra i contemporanei che ho tradotto dico Seamus Heaney e Tony Harrison, per la loro poesia narrativa. E poi Auden, un classico, cui ho dedicato parte del mio lavoro critico. Ho anche fatto la riduzione teatrale dell’’Età dell’ansia’. Tra gli italiani il nome è Sereni, un gigante, e poi Giudici, che ha avuto una forte influenza su di me, unitamente a Raboni, Erba e Risi, di cui ho curato il quaderno di traduzioni. Ora guardo a chi è più giovane di me: da anni ormai imparo dai più giovani.

    Nei ‘Quaderni’ molto interessante è l’evoluzione della scrittura femminile: vent’anni fa era ben riconoscibile; ora no, molte ragazze hanno “virilizzato” la loro scrittura. Mentre parte di quella maschile si è fatta più “genderata”, assomiglia alla produzione femminile di vent’anni fa. Anche questo superamento dei generi è un segno dei tempi.

    A proposito dell’uscita del ‘XII Quaderno‘, tra i sette poeti vi è un italo-egiziano (il bravissimo Samir Galal Mohamed). Può essere un segnale dell’Italia in cambiamento?

    Nessuno in Francia o in Inghilterra si stupisce se uno scrittore o un poeta è un immigrato di seconda o terza generazione; credo che sia fondamentale l’esperienza europea. Ho voluto lanciare questo segnale all’Italia arretrata. Il più grande poeta italiano del XXI secolo magari sarà figlio o nipote di qualcuno che cercava di lavarci il vetro al semaforo. Studierà al liceo e conoscerà Lucrezio e Leopardi, grazie a borse di studio che valorizzeranno il suo talento. Forse sarà una donna. Sicuramente sarà un poeta capace di mescolare odori, umori, sapori estranei alla nostra cultura con la nostra tradizione letteraria, e genererà risultati poetici nuovi, alla faccia dei retrivi custodi di una purezza italica mai esistita.

    Scegli un libro in prosa e uno in poesia da consigliare ai lettori.

    Se il lettore si vuole soffermare sulla presa di coscienza omosessuale, legga ‘Zamel’ edito da Marcos y Marcos, oppure ‘Il servo di Byron’, edito da Fazi. Se ama la poesia consiglio l’Oscar (Mondadori, 2012, a cura di Massimo Gezzi), dove si trova anche un’anticipazione da ‘Jucci’.

    Andrea Breda Minello

    Di seguito due testi poetici di Franco Buffoni, contenuti nel libro “Jucci”

    Ci hai messo cinque minuti

    Ci hai messo cinque minuti

    A non guardarmi oggi

    A respirarmi e basta,

    Sapevi che se mi chiedevi

    Ancora qualcosa

    Finiva di lite che non risarcisce

    Chiudeva l’estate in maltolto

    E perdevi.

    Così ci siamo lasciati

    Ancora la porta socchiusa

    A sere d’autunno.

    E terribile senza peccato

    Sei stata a perdonare

    La gara perduta per ora

    Dal mio desiderio.

    La respirazione trattenuta

    Tu che l’arte della respirazione trattenuta

    Conoscevi, beffarda giocavi a trovare

    Gli anelli mancanti nei miei

    Procedimenti deduttivi.

    Che altro hai bisogno stasera, bambino,

    Per coricarti dalla parte del cuore?

    Solo le streghe, quelle di una volta

    Con quell’odore giù dal pendio…

    Era l’ala dolorante dell’insetto,

    Quell’instabile arcipelago che insieme

    Noi componevamo,

    Che ti dava da pensare…

    Ed è qui

    In questa foto con me

    Tra le cosce di un’alba

    Adatta da riprendere,

    E’ qui che vedevi al futuro

    Senza il dolore lo sbaglio?

    Basta domande cretine!

    Da quando ti conosco, mi conosco di più,

    Mi voglio bene o malissimo

    Ma non c’entri tu.

    E se proprio ti va di saperlo,

    Preferisco essere infelice con te,

    Piuttosto che sola con altri.

  • 07Ago2014

    Eleonora Bellini - mangialibri.com

    È una tranquilla sera di primavera inoltrata. Franco ascolta un concerto di Mozart al Teatro del Popolo della sua città natale. Il bel programma, la perizia dell’orchestra, l’atmosfera serena aprono la strada ai ricordi e alla rievocazione di momenti della sua infanzia. Erano gli anni del primo dopoguerra e il bambino che entrava alla scuola elementare vi incontrava un’arcigna ed irascibile maestra fautrice della scrittura con i pennini e contraria all’uso della biro, un tormento per gli scolaretti, anche se la maestra piaceva assai alle mamme. Per fortuna le sarebbe succeduto un maestro, più “moderno” e illuminato, tanto gradito ai bambini quanto criticato dai genitori. L’infanzia trascorse veloce e il ragazzino, già dodicenne, apriva ormai occhi sempre più attenti sul mondo fuori dalla casa e dalla scuola. Fece amicizia con il barbiere che gli donò un calendarietto tascabile, profumato, con le immagini delle “attrici”; fu affascinato ed attratto dalla palestra di pugilato “con i suoi odori rumori sapori richiami e spogliatoi”; cercò il modo di entrarvi per potersi beare della vista del luogo e dei suoi frequentatori. Se non poté accedervi come “canguro” (così venivano definiti i ragazzetti che aspiravano a diventare pugili), gli venne offerta, tuttavia, l’occasione per frequentarla grazie alla penna, divenendo aiutante di un giornalista sportivo del quotidiano locale. In casa, però, l’atmosfera non era altrettanto gratificante e serena per il giovane protagonista, costretto a subire prima e a contrastare poi l’autoritarismo chiuso e aggressivo del padre…
    Un bambino, un adolescente e infine un giovane, con un padre tanto lontano di mente ed affetti quanto ingombrante ed opprimente nel vivere quotidiano, vengono raccontati, o meglio svelati, in questo libro, nel quale l’emotività del ricordo personale si lega alla ricerca e alla ricostruzione della realtà dei fatti del passato. Con l’emozione del bimbo che li ascolta per la prima volta dai “grandi” riviviamo anche il racconto degli anni di guerra. La persecuzione degli ebrei, il clima dell’Italia fascista si svelano nel racconto quotidiano, nel ricordo semplice e casalingo – ricordo fanciullo – e poi prendono posto, il posto che loro spetta, nel quadro della grande storia: i tasselli di tante piccole storie, ritrovati, ricomposti e inchiodati ordinatamente sulla mappa degli anni, svelano la storia grande, le sue mistificazioni, i suoi orrori. La scoperta della propria omosessualità da parte di un ragazzo che vive in un ambiente nel quale cattolicesimo ed omofobia si alimentano reciprocamente, oscurando i cieli della gioia e minando le terre dell’uguaglianza, si unisce alle considerazioni dello scrittore adulto sullo stato attuale dei diritti civili in Italia. Acuto ma non saccente, profondo e documentato ma non pedante, La casa di via Palestro è un piccolo libro da mettere in tasca per poterlo leggere dovunque si voglia: in treno, sul prato, in spiaggia o anche in casa, sul divano, nel tramonto che dà vita ai ricordi.

  • 27Mag2014

    Marta Abbà - omnimilanolibri.com

    Guerra “pubblica”, ufficiale, nota a tutti, e guerra privata, per il diritto di dirsi e viversi omosessuale come lo si è. Odori, sapori e piccoli momenti di una infanzia e una adolescenza nel dopoguerra vissute dove oggi sorge l’area di servizi in appoggio al discusso aeroporto di Malpensa. Franco Buffoni racconta così la “sua Gallarate” in un sottile volume vivace e profondo, “La casa di via Palestro”, un “Marcos Ultra” della Marcos y Marcos. E’ un libro che non cede alla malinconia, il suo, ma neanche all’invettiva cattiva.Residente a Roma, ma spesso di ritorno al paese per sorseggiare il paesaggio e i conoscenti rimasti, Buffoni sa stare ben in equilibrio nel suo narrare ciò che è stato e ciò che è, passando da Mozart, prima parola del libro, a Gattuso, ultima parola. Dagli anni ’50 all’anno 2014, con tanto di scandali di calciopoli, Papa Francesco e titoli di giornale dell’altro-ieri, quasi. Ecco quindi il lettore improvvisamente interessarsi a Gallarate, insolita meta letteraria, forse più frequentata per ragioni di cronaca, bianca o nera che sia, e scoprirne odori e tradizioni. Le vie e le case, l’odore di stufato, una bicicletta appoggiata ad un muretto appartenente ad un adolescente che fu timido, associazioni cittadine culturali e non, vecchi preti, irriverenti e non. Palestre di pugilato, teatri sociali. In 150 pagine,divise in tre parti, con oltre 50 anni di storia e memorie, Buffoni è capace di emozionare e incuriosire trainandoci ad un finale che ha dell’invettiva se non politica, almeno sociale. In difesa di quella omosessualità che appare ancora non accettata, non lecita, oggi, anche a Gallarate, anche a Roma. Si sente l’eco di recenti fatti di cronaca, mai citati però, quando Buffoni parla ormai a cuore aperto, persa la timidezza del Mozart delle prime righe, in un paio di pagine che hanno quasi dell’appendice, intitolate “Sul mio onore”. Accusato di “finale brusco”, l’autore riflette scrivendo: “dopotutto che altro ho fatto in questo libro se non cercare di ricostruire una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi…(…) E chissà perché, mentre scrivo mi viene in mente quanto mi disse qualche anno fa una giovane amica scrittrice palestinese: ‘Per colpa di Sharon sono stata costretta a non uscire di casa per 3 settimane. Tre settimane chiusa dentro con mia suocera. Sharon posso perdonarlo. Mia suocera NO’”. Chi non perdona Buffoni?

  • 15Apr2014

    Dario Accolla - ilfattoquotidiano.it

    Omosessualità: raccontarsi per vivere e la dignità di essere gay

    Nel suo ultimo romanzo autobiografico, La casa di via Palestro (Marcos y Marcos, Milano, 2014), Franco Buffoni – uno dei maggiori poeti viventi, scrittore e militante gay – ci narra di una sua personale “caccia al tesoro”. Quando era ragazzo scriveva una parola per volta e in lingue sempre diverse per ogni cento pagine nella sua antologia di letteratura italiana. Ricomponendo la frase, costruiva dichiarazioni d’amore per un ragazzo di cui conosciamo solo le iniziali, tale AL. Gli ho chiesto – ho il privilegio di conoscerlo – la ragione di quella scelta. Mi ha risposto che poter formulare il proprio amore, in un periodo storico in cui l’omosessualità era qualcosa di indicibile, acquisiva per lui il valore della libertà. Riprendersi il senso del reale, dotarlo di significato. Un coming out embrionale. Trovare i termini adatti, in gioventù, per potersi esprimere senza censure in età adulta. Vivere attraverso le parole. Essere come un dio creatore, che genera realtà semplicemente “dicendo”.

    Le atmosfere sussurrate, con vibrante eleganza e limpidezza narrativa, non ci raccontano solo la sua lotta interiore. La trama si snoda su tre livelli: il racconto di una società prima del dramma della seconda guerra mondiale, incapace di presagire il disastro in cui il fascismo l’aveva inabissata; l’esperienza della guerra attraverso il racconto della figura paterna, prigioniero del senso dell’onore; la propria “guerra privata”, negli anni cinquanta e sessanta, dominata dall’orgoglio – in inglese pride – nel processo di costruzione del sé. La casa di via Palestro non è solo testimonianza storica, ma restituzione di un’identità. Un processo che, mutatis mutandis, coinvolge tutti/e coloro che affrontano il percorso di accettazione della “diversità”. L’omosessualità, ci racconta ancora l’autore, è un processo di conoscenza del mondo. Attraverso un’intelligenza che, per esser tale, deve prima ferirsi. E, ancora a monte, prima di ferirsi, deve sporcarsi. Per poi ricomporsi e generare identità.

    Due aspetti della lettura del romanzo mi riconducono alla contemporaneità. Innanzi tutto, la sussistenza di regole ingiuste in quella società, fascista e provinciale, che destineranno una famiglia mista (un preside cattolico e la moglie ebrea) alla distruzione a causa delle leggi razziali. Non ci si rendeva conto che quel sistema non proteggeva i diversi. E lo scarto dalla norma non dà mai possibilità di redenzione – e di salvezza – se l’ambiente che ci circonda ci percepisce sempre come corpo estraneo. Nel presente sono molte le persone Lgbt (e non solo loro) che si accontentano del trattamento che ci riserva la politica attuale. Meglio il nulla di adesso, le urgenze sono sempre altre. “Alla fine cosa ci manca?”, direbbero alcuni miei conoscenti, di fronte alla sordità istituzionale rispetto alla richiesta di diritti specifici. La dignità di essere come i normati, parte integrante del corpo sociale, risponderei (e rispondo) di fronte ad argomentazioni come queste. Perché troppo grande è il rischio che, a lungo andare, l’esser visti come altro rispetto alla regola ci possa rendere definitivamente anormali.

    In secondo luogo, la vicenda russa, dove è vietato anche solo dirsi omosessuali. Ma il dire se stessi significa costruire esperienza, collocarsi al centro di un mondo. “Un subordinato che parla – ci rivela Miguel Mellino ne La critica postcoloniale – non è più tale”. Le leggi antigay impediscono proprio questo passaggio: questa conquista di uguaglianza e dignità, appunto. E i movimenti omofobi nostrani agiscono secondo questa dinamica, a ben vedere.

    La storia torna sempre uguale a se stessa, ma in forme originali. Ciò permette ai pericoli antichi di restare invisibili, di sembrare addirittura non dannosi. Buffoni ci racconta una realtà diversa rispetto a questo adagiarsi a un presente ingrato. “Affinché, come dissero gli ebrei dopo la tragedia della Shoah, quando torneranno a prenderci non ci troveranno inermi”, mi rivela ancora, nei nostri dialoghi privati. Ed è per questo che ha senso raccontarsi, ammettere chi siamo, proporlo al mondo non come ostentazione ma come atto di fedeltà verso noi stessi/e.

    Buffoni ci dona queste suggestioni perché non pensino – coloro che ci descrivono come persone sbagliate e infelici – di poterci trovare impotenti. Un messaggio universale di forza interiore e di speranza che rendono l’autore, oltre che versificatore affermato, anche una importante voce della narrativa militante. E, casualmente, anche di argomento gay.

  • 03Apr2014

    Marco Corsi - nazioneindiana.com

    Quella vita dove sono io, cioè La Casa in Via Palestro di Franco Buffoni

    Una dislocazione autobiografica della realtà: forse coniando qualche nuova formula risulta più accessibile questo ultimo lavoro in prosa di Franco Buffoni. Una dislocazione, agli effetti, che passa attraverso fatti, personaggi, eventi, documenti, e compone in filigrana il Bildungsroman dell’uomo e del poeta, rendicontando il tempo della storia e il tempo della scrittura. Certamente a questo romanzo, o sarebbe forse meglio dire cahier des mémoires vere o fittizie, manca la componente strutturale intesa come fabula organica a vantaggio di quella digressivo-iconica propria invece, ad esempio, dei romanzi epistolari, dove il soggetto trasceglie i modi della narrazione e cela o rivela dettagli. Ogni singolo segmento de La casa di via Palestro si autodetermina per germinazione, senza tuttavia venir meno al compito di officiare i riti di iniziazione (o, diremmo noi, adesso, della consapevolezza) che abbraccia la terza persona biografante incarnata ora dagli ambienti ora dai ricordi materni, fino a tracciare i confini di una soggettività già formata eppure in fieri, come se il personaggio-protagonista non fosse che uno dei personaggi tra i personaggi. Benché infatti non si possa decidere come e in che misura l’io agisce nel testo (anche le svolte o le descrizioni più oggettivanti nascondono la loro dote di artificialità, per uno stretto e promiscuo connubio tra vita e rappresentazione), è vero che il testo modella in maniera polifonica o addirittura riconfigura certi motivi cari ed emblematici della poesia di Buffoni, accostandoli all’intensità dell’esperienza e della quotidianità propria della prosa, con i suoi toni perentoriamente colloquiali. Prendiamo ad esempio un passaggio fondamentale da Caro padre: «Tu, per onore, avresti preferito strangolarmi con le tue mani piuttosto di accettare l’idea che io – tuo figlio – fossi omosessuale. Il tuo onore non poteva accettarlo. Lo sapevi che in un campo non lontano dal tuo, a Deblin, c’erano quelli come me, da sterminare metodicamente, con il loro triangolo rosa cucito sul petto?». Il tono tragico viene evidentemente amplificato mediante la commistione fra la specificità del singolo caratterizzato dalla sua natura “culturalmente” esibita e la disumanità delle leggi razziali, come già avveniva in Tecniche di indagine criminale, dentro Il profilo del Rosa, ma questa volta in maniera totale e con un pieno investimento dell’io. Allo stesso modo, si squaderna anche La casa riaperta, quel particolare luogo dell’anima dove già Buffoni si era addentrato a partire dalla plaquette pubblicata nel ’94, e che ora viene disegnata con delle forme che forse i decenni hanno attutito, conferendo alle pietre la stessa tenerezza delle «dalie». A tratti, invece, viene cucito al pathos lo spazio dell’ironia, come nel caso dell’agone fortuito con la figura di Gennaro Gattuso. Gli atleti: ecco un’altra componente essenziale di questo libro. Non gli atleti figli del mito che pure hanno animato alcuni esempi certo non trascurabili della poesia dei nostri anni: gli atleti di Buffoni, assolutamente umani, tramano una socio-biologia comportamentale la cui enfasi si riscontra nell’accento pure latente di una passione omoerotica. In questo sta il loro vitalismo e il senso estremo della loro carne: in una sorta di disciplina delle passioni, il cui prodotto non sta nella sublimazione, quanto piuttosto nella norma della dissimulazione, in un malcelato – a volte – palpitante conformismo. Si legga, ad esempio, questo ritratto di ritratto che campeggia tra i ricordi dell’Accademia Pugilistica Gallaratese e che si materializza nella posa repulsiva e inequivocabile di Franco Garzonio, il fondatore dell’Accademia stessa (con sede, è bene ricordarlo, in via Palestro), colto nella ritrosia del pollice destro e fissato per questo nel rimosso – per il lettore-voyeur – delle sue meno evidenti inclinazioni: «Nella foto che lo ritrae con il primo gruppo di quindici pugili di varie categorie disposti su tre ordini di file – tre pesi piuma accosciati, sei di categoria intermedia seduti, sei mediomassimi e massimi in piedi: tutti rigorosamente a torso nudo e in calzoncini da boxeur – Garzonio appare al centro tra i sei pugili in piedi, rigido, elegantissimo e ben pettinato, in camicia bianca con cravatta scozzese, gilet beige con risvolto scuro, il braccio destro attorno al collo del villoso peso massimo Nino Ferigato. Ma la disinvoltura è finta: il pollice della sua mano destra resta sollevato rispetto alle quattro dita aderenti alla pelle del campione». Questo valga soprattutto come monito a leggere in una prospettiva certamente più dinamica e mossa tutto quanto avviene in questo libro, anche laddove manifesti un carattere dichiaratamente epanalettico. Se l’epanalessi, infatti, riprende con le stesse parole i movimenti di versi già sigillati nei libri precedenti, ancora possiamo ricordare un distico oscenamente memorabile e concretamente molesto come «Ho pensato poi alla mano nella grata/ Alla prima foto di fist-fucking» tratto da Suora carmelitana e altri racconti in versi e qui ripreso senza varianti al centro della piccola epopea “sentimentale” della zia reclusa. Tanti tuttavia sono i cammei e altrettante dovrebbero essere le annotazioni su ciascuno di essi, a partire dalla breve vicenda, breve, tutto sommato qui, della Clara Pirani Cardosi (uso il “della” perché Buffoni in fondo ci invita ad una certa familiarità con i suoi “familiari”) destinata al più alto supplizio della camera a gas. Ma c’è anche posto per una nota intelligentemente pop che riconduce il ruolo del professor Bertè a quello di padre mancato di Mimì e Loredana (qualcuno, a proposito, ha letto il libro di Aldo Nove dedicato all’ultima notte di Mia Martini?). Ciò che in maniera più evidente caratterizza La casa di via Palestro è un incedere disinvolto e quasi ferocemente implacabile, specie quando si fa più evidente la lucidità di pensiero, figlia non tanto di una inossidabile ragionevolezza delle immagini o mera capostipite di una teoria di significazioni, ma erede in tutto della passione petrarchesca (il riferimento, ovviamente, è al Secretum) che aveva già contraddistinto Zamel. Troviamo ancora un io diviso, dunque, come in quel penultimo romanzo, ma un Buffoni più composito e, forse, più “composto”.