La carta della regina

Archivio rassegna stampa

  • 17Nov2015

    Maria Carmela Sciacca - Lurlo.info

    “La carta della regina” ad Avignone

    Da qualche anno faccio caso alle coincidenze. Ogni tanto penso che chissà se davvero sono coincidenze o percorsi che la nostra vita traccia in maniera non troppo casuale.

    La settimana scorsa ero ad Avignone, città medievale che per secoli ha ospitato la sede del papato e che trasuda ancora storia e bellezza mediterranea, elegante come tutte le cittadine della Provenza.
    La sera prima di partire davanti agli scaffali della mia libreria mi sono chiesta: “E adesso che libro porto per il viaggio?” e lo sguardo è caduto su un titolo Marcos y Marcos, “La carta della regina” di Giorgio Caponetti.
    Ho letto la quarta di copertina, mi è sembrato avvincente e zac dentro la borsa.
    Questo libro scelto quasi “per caso” è stata la cornice perfetta di questo viaggio tra palazzi in pietra bianca, saponi, ostriche e distese di lavanda.
    Caponetti ci accompagna tra le mura di un baglio medievale di proprietà della famiglia Marescalchi diretti discendenti della regina Adelasia nonna dell’illuminato Federico II di Svevia.
    Alvise Pàvari dal Canal veneziano da generazioni, grande esperto di cavalli, sensibile alle donne e al mistero, per necessità familiari, si trova ad accompagnare la nipote Anna all’altare.
    Anna sposerà Rosario, erede non unico del casato Marescalchi. La visita di Alvise sarebbe dovuta durare giusto il tempo del rito e della cerimonia ma a causa di un’inaspettata caduta di Manfredi, zio di Rosario ed appassionato di falconeria, si trova costretto a prolungare il suo soggiorno in Sicilia tra ansie familiari e imprevisti economici del casato.
    Il baglio è minacciato da banchieri senza scrupoli ma grazie ad un’idea geniale della zia Dedè, affascinante erede del baglio, aiutata dall’arguzia di Alvise le sorti della famiglia vengono salvate.
    Caponetti torinese doc riesce a donare al lettore un’atmosfera di elegante decadenza tipica della Sicilia contemporanea avvolta dai profumi di una campagna florida ed accogliente. Ed allo stesso modo riesce a restituire un’immagine di Venezia sontuosa e nascosta.
    Quando sull’aereo Marsiglia-Palermo ho letto l’ultima pagina del libro ho pensato che le persone che incrociano il nostro cammino, i viaggi e i libri non sempre sono frutto del caso…

  • 13Lug2015

    Francesca Clementi - Roarmagazine.it

    Un veneziano doc si trova trapiantato in Sicilia per aiutare una nobile famiglia del posto nei guai. La carta della regina (Marcos Y Marcos, pp 333, 12.00€) di Giorgio Caponetti, è la prova che i bei romanzi piacevoli ed educati esistono ancora. Da leggere.

    La carta della regina – La trama

    Anna e Rosario si sposano.
    Un matrimonio che si svolgerà tra i colori caldi e i profumi intensi della splendida Sicilia, la terra da cui provengono Rosario Marescalchi di Brancaforte e la sua nobile famiglia, che vanta di discendere dalla regina Adelasia.
    Per l’occasione, Anna ha chiesto al suo parente più caro, lo zio Alvise, di accompagnarla all’altare. Lo zio, però, inizialmente storce il naso: l’idea di lasciare la sua amata Venesia, l’università Ca’ Foscari, in cui è docente ordinario e la sua tranquilla vita di scapolo altolocato, proprio non gli va giù.
    Alla fine, cede per amor della nipote e si ritrova catapultato all’altro capo dello stivale, pronto a starle accanto nel momento più importante della sua vita.
    Tra una succulenta pasta con le sarde e una cassata siciliana, Alvise si gode quella manciata di giorni come una vera e propria vacanza gastronomica, in compagnia di Dedè, Manfredi e dell’anziano don Ruggero, i parenti più stretti del neo nipote.
Il soggiorno sull’isola, tuttavia, si prolungherà inaspettatamente a causa di una serie di avvenimenti sfortunati che porteranno Alvise a inventare un piano rocambolesco per cercare di salvare una nobile e antichissima famiglia dall’inesorabile declino.

    La carta della regina – Tutti gli ingredienti per un buon romanzo

    Se provassimo a immaginare la ricetta del buon romanzo, sicuramente il libro di Giorgio Caponetti ne racchiuderebbe tutti gli ingredienti amalgamati in un impasto dal risultato eccellente.
    Si capisce subito che si tratta di un romanzo basato non tanto sulla forma quanto sulla sostanza, a partire dai personaggi, descritti a tutto tondo: hanno un carattere e non solo delle caratteristiche.
    Alvise e Dedè, in particolar modo, coinvolgeranno profondamente il lettore, l’uno con quel suo modo di essere uomo del nord, apparentemente freddo ed emotivamente impacciato (ma solo apparentemente); l’altra, la classica donna mediterranea capace di suscitare passioni inaspettate anche in un veneto imperturbabile.
Le differenze nord-sud, dipinte con una certa ironia, sono una delle chiavi su cui è strutturata la storia, in cui la Sicilia ha un ruolo di protagonista.
Non si può però non parlare dell’aspetto storico, vero punto cruciale attorno a cui si svolge tutta la vicenda che coinvolge l’antica famiglia Marescalchi di Brancaforte e Alvise.
    Bisogna rendere merito all’autore di essere riuscito ad arricchire il romanzo di preziosi cenni storici, senza annoiare e senza rendere il libro un pesante saggio storico.
    Al contrario, l’autore ha creato una vicenda estremamente intrigante e ben omogenea, capace di coinvolgere il lettore senza appesantirlo; il tutto non condito da sangue o volgarità (le vie, purtroppo, più semplici per catalizzare l’attenzione al giorno d’oggi), bensì solo parlando di nobiltà decaduta, falconeria, fabbricazione della carta e della splendida Sicilia con un’abilità rara.
 Il risultato è un libro molto scorrevole e piacevole, come potrebbe esserlo sorseggiare un’aranciata fresca nella calura siciliana.

  • 30Giu2015

    Angela Antonini - Mangialibri.com

    A Venezia, nella residenza nobiliare di famiglia, Alvise Pavari trascorre il tempo tra gli studi di ippologia alla Cà Foscari e una blanda nostalgia delle cose del passato. La sua quiete olimpica è interrotta da Anna, unica nipote, che annuncia le sue blasonate nozze con Rosario. La cerimonia lo costringe in Sicilia, nella splendida tenuta Marescalchi. I padroni di casa, Adelaide e il fratello Manfredi, lo intrattengono con le attività tipiche della loro antichissima tradizione nobiliare: cavalli e falconeria. Un piccolo lenitivo per il fastidio della trasferta, per Alvise.

    Ma quando la partenza si avvicina, la sorte precipita e un incidente porta Manfredi in coma in ospedale e il vecchio Ruggero, mezzo svitato (pare) vegliardo di casa, a miglior vita. Con l’affascinante Dedè rimasta sola a reggere le sorti della tenuta, su cui grava il pignoramento e un’asta giudiziaria, chi avrebbe mai il coraggio di partire? La situazione sembra senza speranza ma un colpo di scena, anzi di carta, salva la situazione. Certo, da lì a mettersi in un giro di falsari… La nobiltà, che mondo straordinario. Lo si può leggere come ambiente di gente con la puzza sotto il naso oppure semplicemente come un mondo magari inusuale ma non banale. Perché diciamocelo, chi nel fine settimana rinuncerebbe al multisala per allevare falchi e cavalli? Mondo rarefatto forse sì, ma anche portatore di tante tradizioni. All’inizio, a onor del vero, tutta questa indolenza nobiliare rende l’impianto un po’ stantio ma in un attimo la penna di Caponetti fa la magia: si decolla e i personaggi diventano corposi, brillanti e pieni di verve scenica. Anche la trama si infittisce velocemente, con un bell’intreccio che tiene gli occhi incollati alle pagine. Magari il finale è un po’ sbrigativo ma sotto tutta la storia, intesa come narrazione, c’è la vera Storia, della regina Adelaisa, del più antico reperto cartaceo d’Europa, dei destini dei re di Sicilia del dodicesimo secolo. Storie d’integrazione, di donne lungimiranti e illuminate, storie di cultura profonda. Insomma, un romanzo storico con un ritmo da fiction.

  • 13Giu2015

    Ivonne Rossomando - Sulromanzo.it

    Il protagonista di La carta della regina, romanzo di Giorgio Caponetti edito da Marcos y Marcos, è il gentiluomo Alvise Pàvari, con i suoi arguti modi di aristocratico amante della vita e dei suoi piaceri.
    La storia è ambientata prevalentemente in Sicilia, nella tenuta nobiliare dei Brancaforte, il cui rampollo sta per sposare Anna, nipote di Alvise, che chiede allo zio di accompagnarla all’altare. Dopo molte perplessità, Alvise acconsente e lascia la sua Venezia, per recarsi in Sicilia e conoscere i nuovi parenti.

    Nell’avito palazzo incontra Rosario, il promesso sposo di Anna, zia Dedè, zio Manfredi, il vecchio conte Ruggiero e tutta la corte formata da servi fedeli e da animali: soprattutto cavalli e falconi. La casata è antichissima e la magione con tutte le sue caratteristiche tende a evidenziare la nobiltà dei suoi abitanti, ma è soprattutto l’intensità dei profumi che stordisce Alvise appena atterra sull’isola: l’odore della terra bagnata che si sprigiona dalla campagna, l’aria permeata di liquirizia, di bergamotto, di maggiorana e di altri aromi arcaici.
    «Questa è la Sicilia» pensa Alvise, quando l’autista Ciccio, con la sua pletorica deferenza barocca «s’accomodasse professore eccellenza» lo accoglie all’aeroporto per condurlo al castello di Brancaforte con la vecchia Lancia Flavia di famiglia. Qui lo attendono Rosario Marescalchi, fidanzato di Anna, e la baronessa Adelaide Marescalchi di Brancaforte. Zia Dedè per gli “intimi”, che «aveva i capelli ramati raccolti sulla nuca, il naso dritto e gli occhi blu cobalto come il cielo dell’affresco che vi era nel castello.» Insieme a loro Manfredi, fratello di Dedè, che aveva «una stretta di mano asciutta e gagliarda», grande allevatore di cavalli e falchi, al suo fianco zio Ruggiero, il patriarca, con la sua badante russa. Una famiglia scesa in Sicilia, quella dei Marescalchi, con Federico II di Svevia nel 1089, dunque una nobiltà quasi millenaria con cui Alvise deve misurarsi.
    Comincia per lui un’avventura imprevedibile, in una terra così diversa dalla sua Venezia, trasportato per amore della sua “picoeta” in un mondo particolarissimo, per personaggi, lingua, cucina e tradizioni. Sono proprio i personaggi a rendere la storia di Caponetti così affascinante e insolita, soprattutto Alvise e Dedè, legati alla ricerca della famosa “carta della regina” risalente ad Adelasia, bisnonna di Federico II. Grazie a loro i lettori si trovano proiettati nel magico mondo dei re normanni, che per primi organizzarono il regno di Sicilia rendendolo, con la sua corte multietnica, capitale morale dell’Impero. Ma la storia del passato s’intreccia con quella del presente, infatti Dedè immersa nei debiti con la banca e con il rischio di perdere tutti i beni della casata cercherà l’aiuto di Alvise che, come San Giorgio che uccise il drago, salverà la bella dama dal suo triste destino.
    Altro straordinario personaggio è il vecchio Aristotele Sennacheribbe «la persona più intrattabile di tutta la Serenissima» un burbero veneziano che vive in un vecchio fondaco, con la sua collezione di quadri e di piante di salvia (ne possiede 350 specie diverse), ma la cui vera passione è il trattamento e la stampa della carta (gli Arabi, a Palermo, già nel XII sec. avevano impiantato il primo “tiraz” [laboratorio] per la produzione della carta. La facevano con amidi e gelatine vegetali. Negli ultimi decenni del XII sec. a Fabriano e ad Amalfi cominciarono a usare gelatine di origine animale, che duravano più a lungo).
    Per questo Alvise si rivolge a lui, ha bisogno che da alcuni indumenti ritrovati di Adelasia, Aristotele ricavi una carta capace di ingannare un vecchio ma pericoloso mafioso siciliano, che sta per mettere sul lastrico i Marescalchi se non otterrà in cambio la famosa “carta della regina”. Nella vecchia stamperia di Sennacheribbe comincia così una straordinaria avventura, per “confezionare” un manoscritto che deve sembrare antichissimo e soprattutto autentico, per poi essere venduto al vecchio mafioso.
    Il finale della storia è riservato a coloro che avranno l’esprit di leggere questo romanzo, intriso di storie d’amore, di suspense, di leggende ma anche di conoscenza approfondita della storia medioevale, della antica arte della falconeria e per finire anche di cucina.
    Nel romanzo, infatti, non mancano le descrizioni di cibi deliziosi siciliani, come caponate, sarde, arancini, cannoli, contrapposti ai piatti veneziani tipici quali “la sopita de peoci” e “le sarde in saor”. Anche i paesaggi siciliani, con le descrizioni dei “luoghi dell’anima”, delle magnifiche passeggiate a cavallo, con i pranzi sul mare «che lambiva la pedana con un quieto sciabordio cantilenante» creano quella magia che Caponetti con la sua Carta della regina ha trasformato in una descrizione affascinante, mai noiosa, di un passato aristocratico, modellato con una sottile e impercettibile venatura di rimpianto.

  • 03Giu2015

    Donato Bevilacqua - La Bottega di Hamlin

    Giorgio Caponetti: noi che siamo il nostro passato

    Classe 1945, Giorgio Caponetti si è trasferito ormai da qualche anno nelle campagne della Maremma dopo una carriera da pubblicitario. Lì alleva e addestra cavalli ed è regista di documentari e spettacoli equestri. Con La carta della Regina prosegue nel suo percorso di ricerche storiche meticolose, unendo con fili robustissimi il presente al passato e alla memoria, che sono poi la sostanza di cui siamo fatti.

    Caro Giorgio, per prima cosa voglio chiederti che cosa fa di un pubblicitario un esperto di ippologia, e che cosa vuol dire per te questa passione?

    Stiamo parlando di qualcosa che è successo più di trentacinque anni fa. Hai mai sentito parlare degli anni di piombo da un lato e della Milano da bere dall’altro? Ecco: il cavallo, di cui ero già appassionato, è stato per me il modo per lasciare un mondo in cui non mi riconoscevo e per partire con tutta la famiglia verso un’altra vita.

    La carta della Regina è un’altra avventura di Alvise Pàvari. Come cambia il tuo personaggio, se cambia, in questo romanzo? Senti che evolve di storia in storia?

    Ognuno di noi cambia, impercettibilmente, ogni giorno. Cambiano le situazioni, gli umori; esperienze ed emozioni si accumulano. Alvise è sempre quel nobiluomo veneziano un po’ depresso e un po’ curioso di vivere, un po’ solitario e un po’ affamato di contatti umani, un po’ snob (noblesse oblige) e un po’ aperto verso gli altri, un po’ tanto scorbutico e altrettanto esigente con se stesso. Ma, di avventura in avventura, è anche sempre un po’ diverso: come capita a tutti noi.

    Alvise sembra un po’ il tuo riflesso: ama i cavalli, esperto di storia e di mistero. La letteratura è uno strumento per parlare anche di te?

    Non direi. Direi piuttosto che è uno strumento per parlare anche, trasfigurandole, delle tante esperienze che ho vissuto e che continuo a vivere nella mia ormai lunga vita, di trasformarle in storie, di condividerle con il lettore e di dar loro un senso.

    Come approcci alla costruzione di un romanzo? Cioè, quando inizia la fase della ricerca storica, e come la porti avanti?

    La ricerca è forse il momento che mi appassiona di più. La porto avanti in tutti i modi possibili, anche rompendo le scatole ad un mucchio di sconosciuti. Dopo aver scremato le prime nozioni sull’argomento che mi interessa, divento il più tremendo cacciatore di informazioni dalle fonti più autorevoli. Dipende da romanzo a romanzo. Quando l’automobile uccise la cavalleria ha richiesto quasi vent’anni di ricerche. Erano altri tempi, però: bisognava andare di persona in biblioteca, spulciare archivi, fare un lavoro da certosino. Adesso, grazie a internet, è tutto più semplice. Di solito parto dalla Treccani online. Trovo il nome del compilatore della scheda: è sicuramente uno dei massimi esperti italiani dell’argomento. Gli telefono o gli mando una mail: “mi chiamo così e così, sto scrivendo un romanzo in cui parlo anche…, potrebbe darmi delucidazioni?” Ecco: mi hanno sempre risposto con grande gentilezza; con qualcuno sono anche diventato amico. Poi, di solito, vado a conoscerlo di persona e continuo la ricerca in base alle sue indicazioni.

    Per La carta della regina, ad esempio, sono riuscito a vedere con i miei occhi il più antico foglio di carta d’Europa, la “carta di Adelasia”, all’Archivio di Stato di Palermo. Per Due belle sfere di vetro ambrato, ho scoperto notizie fondamentali alla Biblioteca Marciana e alla Biblioteca della Fondazione Cini, a Venezia. È un gioco che mi appassiona, che mi trascina in giro come un cane da tartufi che va dove lo porta il naso. Spero che dai miei racconti emerga questo mio divertimento.

    Che rapporto hai, quindi, con il passato e con la memoria?

    Noi siamo il nostro passato. Dico noi intendendo tutta l’umanità ma anche ogni singolo individuo. Senza passato, senza memoria, senza storia non esiste futuro. A volte, troppo spesso anzi, le parole “passato” e “memoria” evocano un senso di tristezza. Nel mio modo di vedere, di rivivere, di ricostruire certi momenti storici, passato e memoria sono invece la sostanza della nostra realtà.

  • 05Mag2015

    Redazione - La voce di Roma

    In libreria dal 19 marzo la terza avventura di Alvise Pàvari dal Canal: “La carta della regina”, di  Giorgio Caponetti,  sempre per  Marcos y Marcos editore.

    L’abbiamo conosciuto nella sua Venezia (dove il  suo palazzo sul Canal Grande gli dà gioie e tribolazioni), alle prese con il fantasma del Colleoni, in Due belle sfere di vetro ambrato; l’abbiamo seguito nella Maremma etrusca in Venivano da lontano, ora Alvise – esperto  di cavalli, amante del buon cibo, delle belle donne e della musica –  ci porta in Sicilia, dove un invito a nozze si trasforma in un viaggio del tempo, fino all’epoca in cui regnava Adelasia, che aveva il dono e la lungimiranza di trarre il meglio dalla diversità di etnie e culture.

    Nella torre dei falchi, all’imbrunire, Alvise avverte uno scricchiolio sinistro. Cede una scala a pioli e scoperchia segreti; fogli di carta antichissima si sbriciolano nel buio di una stanza.  Ormai solo un colpo di genio potrà riscattare la famiglia dello sposo, che Alvise comincia a sentire un po’ sua.  Un piano rocambolesco che ci porterà nel cuore di un’invenzione che ha cambiato il mondo…

  • 05Mag2015

    Redazione - La voce di Roma

    In libreria dal 19 marzo la terza avventura di Alvise Pàvari dal Canal: “La carta della regina”, di Giorgio Caponetti, sempre per Marcos y Marcos editore. L’abbiamo conosciuto nella sua Venezia (dove il suo palazzo sul Canal Grande gli dà gioie e tribolazioni), alle prese con il fantasma del Colleoni, in Due belle sfere di vetro ambrato; l’abbiamo seguito nella Maremma etrusca in Venivano da lontano, ora Alvise – esperto di cavalli, amante del buon cibo, delle belle donne e dela musica – ci porta in Sicilia, dove un invito a nozze si trasforma in un viaggio del tempo, fino all’epoca in cui regnava Adelasia, che aveva il dono e la lungimiranza di trarre il meglio dalla diversità di etnie e culture.

    Nella torre dei falchi, all’imbrunire, Alvise avverte uno scricchiolio sinistro. Cede una scala a pioli e scoperchia segreti; fogli di carta antichissima si sbriciolano nel buio di una stanza. Ormai solo un colpo di genio potrà riscattare la famiglia dello sposo, che Alvise comincia a sentire un po’ sua. Un piano rocambolesco che ci porterà nel cuore di un’invenzione che ha cambiato il mondo…

    “Lasciarono la costa e penetrarono in un’ampia valle contornata da montagne che sembravano zanne pronte ad addentare il cielo. 

    Poi il paesaggio si ammorbidì: aranceti, oliveti, vigne, campi a ortaggi; in fondo, quasi celato da un grande parco, ecco il baglio.”

  • 13Apr2015

    Marzia Rosani - Itinerari & Luoghi

    Alvise Pàvari dal Canal, nobile veneziano, esperto di cavalli e grande viaggiatore, atterra in Sicilia al seguito di una nipote e subito viene conquistato dal fascino dell’isola. Ospite in un baglio millenario infestato da inquietanti presenze, incuriosito dalla presenza di antiche carte, il nostro investigatore gentiluomo riuscirà a svelare anche questo mistero.

    http://www.marcosymarcos.com/wp-content/uploads/2015/04/Lacartadellaregina_.pdf

  • 31Mar2015

    Elisabetta Bolondi - Sololibri.net

    Dopo il delizioso “Due belle sfere di vetro ambrato”, Giorgio Caponetti ci ripropone il suo personaggio, il gentiluomo veneziano Alvise Pàvari, con palazzo sul Canal Grande, grande esperto e professore di Ippologia all’ateneo di Ca’ Foscari, aristocratico un po’ blasé, ma grande conoscitore di storia e di filologia, impelagato in un’avventura che si svolge in Sicilia. Lì, in una ricca tenuta nobiliare vive la famiglia con cui la sua unica nipote Anna, figlia di sua sorella morta, sta per imparentarsi: Anna sta per sposare Rosario Marescalchi di Brancaforte, ultimo rampollo di una casata siciliana di antichissime origini e chiede allo zio Alvise di accompagnarla all’altare.

    Ecco dunque Alvise giungere nel borgo dove sorge l’antico palazzo, accolto dalla nipote, da sua zia Dedè, dallo zio Manfredi, dal vecchio conte Ruggiero, dalla fedele servitù, da un folto gruppo di animali: cani, cavalli e soprattutto falconi e un’aquila reale, segregati in una torre isolata, vanto del bel Manfredi, cavaliere che conserva il gusto per le antiche arti della falconeria, ereditate dalla tradizione della corte di Federico II di Svevia.

    Dopo il sontuoso matrimonio e la calda accoglienza siciliana, fatta di cibi prelibati e di affettuose conversazioni, Alvise accetta di montare a cavallo con Manfredi che durante la passeggiata gli rivela come le sostanze di casa Marescalchi siano quasi annullate da debiti contratti. Il patrimonio finirà presto in mano alle banche e ad un misterioso mafioso che vive in Svizzera determinato ad impossessarsi di tutti i loro averi.

    Mentre Alvise viene informato della grave situazione avviene un incidente nella torre: Manfredi cade da una scala mentre tenta di nutrire l’aquila e il vecchio zio Ruggero muore per un colpo apoplettico. Gli sposi sono già lontani per la luna di miele, Manfredi ricoverato in fin di vita, è rimasta solo la bella zia Dedè che chiede aiuto al nuovo parente appena acquisito: Alvise si trova così coinvolto fino al collo in un’avventura economico finanziaria dai risvolti quasi fiabeschi.

    Qui comincia la parte più affascinante del romanzo, quando Alvise, scoperta la genealogia di casa Marescalchi a cui ormai sua nipote è legata, decide di intervenire in prima persona per salvare quel patrimonio e per seguire Dedè, da cui è fatalmente attratto, nel tentativo di vendicarsi dell’arrogante mafioso che ha deciso di distruggerli. Entrano in gioco i tesori di famiglia, i beni risalenti alla regina Adelasia, bisnonna di Federico II, una delle prime regine capaci di organizzare il regno che poi il pronipote porterà agli splendidi risultati che resero la Sicilia la capitale morale dell’impero.

    Adelasia, di cui Dedè/Adelaide prende il nome e lo spirito, sarà la guida intorno a cui si costruisce l’avventura raccontata da Giorgio Caponetti con l’eleganza che gli conosciamo, con la profondità della ricerca storica coniugata con la leggerezza di una lingua in cui si mescolano il dialetto siciliano con quello veneziano. Una storia in cui i cibi propri della tradizione siciliana, granite e caponate, cannoli e latte di mandorla, sarde e arancini, si mescolano con piatti veneziani, “go portà un bel avanso de la sopita de peòci che avevo fato. La xe un poco piccantina”, dice la fedele governante Rina, ad Alvise appena tornato a casa.

    La carta, l’altra protagonista della storia, è lo strumento su cui poggia la scrittura e con cui la cultura si tramanda: una metafora che attraversa l’intero romanzo. La carta della regina di Giorgio Caponetti è un libro colto, pieno di argomenti insoliti e citazioni, basato su una solida conoscenza di storia e società siciliane dell’anno Mille, declinate con leggera ironia e grande voglia di godere dei piaceri, della tavola, della cultura, della compagnia, dei rapporti umani.

    Uno scrittore di troppo poca visibilità e di grande maestria narrativa, Giorgio Caponetti. Mi è piaciuto molto il suo modo di raccontare.