La banda del formaggio

Archivio rassegna stampa

  • 01Nov2013

    Daniele Benati - Book Club

    Innanzitutto il titolo, La banda del formaggio: così veniva chiamato nel dopoguerra, in provincia di Parma, un gruppo di partigiani, che, si dice, non avrebbe riconsegnato le armi e le avrebbe usate per rubare formaggi…

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  • 08Ott2013

    Irene Mazzali - Mangialibri

    “Ma quelli che scrivono sopra i giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate? Perché a leggerli sembra di no. Han sempre un tono che anche quando scrivono «Sembra che sia successa la tal cosa», tu diresti che sono sicuri al cento per cento che quella cosa lì che sembra che sia successa è successa davvero. Come se non ci pensassero, che magari non è successa e stan facendo dei danni, come se non ci pensassero”. Ermanno Baistrocchi sa quali danni possono fare le cose che scrivono i giornali, da quando il suo amico e socio Paride Spaggiari si è suicidato a causa uno scandalo riportato ampiamente sulla stampa.

    Ermanno è un editore, il figlio del fondatore delle edizioni Barbarini. Originario di Parma, vive a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Uomo solitario, un po’ misantropo, con tante piccole manie, Ermanno ama le parole stampate, avendo passato mezza vita ad andare in giro a “far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici”. Ci sono poche persone importanti nella sua vita: tra queste la figlia Daguntaj (soprannome che in dialetto emiliano significa “dacci un taglio”) e Paride appunto, detto Zioboja. L’amicizia tra i due è sbocciata anni prima quando Paride, libraio, ha invitato Ermanno a parlare nella sua libreria (“Zioboja, Baistrocchi, lei ci fa un onore che, zioboja, non ce lo dimentichiamo”) e da lì ha iniziato a chiamarlo al telefono una volta ogni quindici giorni e a raccontargli cose, ed “erano telefonate bellissime” e i suoi discorsi erano “dei valzer”. Quando Ermanno ha la possibilità di comprare alcune librerie, è Paride che – avendo a disposizione una certa liquidità – si offre di metter su una società. Fino al giorno in cui scoppia lo scandalo: si dice che i soldi di Paride non siano del tutto puliti, e che risalgano alla famosa banda del formaggio, della quale suo nonno aveva fatto parte…
    È forse superfluo dire che scrivere una recensione sull’ultimo libro di Paolo Nori non è affatto facile. Bisogna resistere alla tentazione di copiare interi paragrafi e dire a tutti: ma non vedete quanto è bravo? Bisogna resistere anche all’impulso di scriverla copiando il suo stile, il suo tratto distintivo – l’anacoluto – che rende tutti i suoi romanzi così vicini alla lingua parlata o al flusso di coscienza e quindi anche così vicini a noi. Paolo Nori lascia da parte (forse solo per ora) Learco Ferrari ( scrittore protagonista di vari romanzi, tra cui solo per citarne alcuni a beneficio di chi non avesse ancora avuto il piacere di leggerli, Bassotuba non c’è, Si chiama Francesca questo romanzo, Le cose non sono le cose) per presentarci Ermanno Baistrocchi, un solitario con piccole stravaganze tutte sue, uno “fatto di cose concrete”, un burbero che però immediatamente ci è simpatico, così come ci è simpatica la sua visione del mondo che distrugge i luoghi comuni, le frasi fatte, le ipocrisie nascoste dietro la facciata. Baistrocchi ci parla di piccole cose come i tragitti in bicicletta per le vie di Casalecchio, l’affettatrice in cucina, il genero insulso, e scavando in profondità – ma sempre con una leggerezza e naturalità invidiabili – arriva a parlarci dell’amicizia, del senso della letteratura e della vita. Parole grosse – direte voi: sì, ma Nori non ce le fa pesare, non è mai saccente, e attraverso piccoli tasselli, piccole scene di vita quotidiana – farcite qua e là da citazioni ad hoc dei suoi “poeti della Guyana belga – mette insieme un romanzo bellissimo, davvero.

  • 25Set2013

    Camillo Langone - Il Giornale

    La banda del formaggio di Paolo Nori è un romanzo anarchico che usa una lingua colloquiale, ma viva…

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  • 19Set2013

    Luigi Grazioli - Doppio zero

    Io ci sono autori che ogni tanto leggo o rileggo un loro libro, se sono morti, o quello appena uscito, o uno degli ultimi che avevo lasciato da parte apposta per quando ne avrei avuto voglia, se grazie al cielo sono ancora vivi. Sono quasi tutti di quegli scrittori che tutti dicono: “ancora? ma sono sempre uguali! cioè, al massimo cambia qualcosina, poco poco, ma poi… letti un paio basta e avanza… tre, to’, se proprio ti sta simpatico…”.

    Ma a me è proprio questo che mi piace, quel poco, quel quasi nulla che detto da loro, perché sono loro, cambia quasi tutto. Che poi non è nemmeno il cosa, ma il come, cioè il fatto che a dirlo, quel cosa, anzi, a dire, a parlare, sono loro.
    A volte uno vuole che chi parla è come se non ci sia, che non vuole sentirlo, non vuole una voce che si riconosce, nessun tono o inflessione: è raro, ma ci sono giorni che riconoscere chi parla dietro le cose che dice, sentire la sua voce nelle cose che racconta, dà sui nervi. “E questo cosa cazzo vuole? Taci! Lasciami sentire la storia, lascia parlare lei!” Dico la storia, ma potrebbe essere altro, anche se di solito è una storia. Quasi sempre sono storie. Quasi tutto lo è. Cioè, mi pare.
    Altri giorni invece, di storie, anche se quasi tutto lo è, non ne vuoi proprio sapere, e quello che vuoi è proprio e solo una voce, con quel timbro, quelle pause, quella cadenza, un marchio d’origine (per esempio di uno che anche se abita a Bologna da vari anni, dove fa l’editore, parla quasi sempre di Parma, della sua gente e della sua storia, attuale e passata – elezioni oggi, partigiani ieri – e parmigiano è il suo modo di sentire la lingua, la lingua che è il suo modo di vivere e di sentirsi vivo, specialmente quando un’“offesa”, cioè una serie di piccoli ictus, fanno sentire più vicino, e con più tenerezza, il corpo che comincia a cedere, gli organi che perdono colpi…).  Roba così.
    Gli autori di cui sto parlando sono così. E’ come telefonare a un amico. Che puoi star senza per un bel po’, ma a volte ti vien voglia di vederlo, o almeno sentirlo. E allora gli telefoni. Niente videochiamate o chat: telefono. Che tu lo sai magari come sta, pensi di saperlo: cioè, l’ultima volta stava benissimo e non si capisce perché adesso debba stare male… mica voglio fare il menagramo… lo sai, lo so, come sta, ma insomma, qualcosa gli sarà pure capitato… anche che gli è capitato che non gli è capitato niente, non so se mi spiego… e allora lo chiamo, lo chiami, quest’amico, che anche se non ha niente da dirti sei però contento che sta bene, che non gli è capitato niente, perché di solito quando capita qualcosa, sicuro che bene bene non è, e insomma quello che ti interessa non è tanto questo… cioè sì, anche: è un amico… ma parlare con lui, sentire la sua voce, quella voce che è la sua… non una registrata, la sua.
    Chiami, senti che la linea è libera e poi un rumore, il rumore del silenzio prima che qualcuno risponda, e quel qualcuno che risponde è lui, che ti dice: “Sì?”, o qualunque altra cosa che gli venga da dire, e tu pensi: è lui, e, prima ancora di parlare, sei contento. Tra gli altri, a me, questo capita con Paolo Nori. Ho letto il suo ultimo libro, La banda del formaggio, e sì, ci sono cose che prima non avevo mai letto, interessanti oltretutto, di più: che mi hanno proprio colpito (piccole storie di luoghi e persone, episodi: un senso forte della malattia e della morte e insieme una vitalità, un’insofferenza che è una forma indiretta di affezione, il calco di un attaccamento che resiste a tutto ciò che vorrebbe renderlo insignificante: i libri, l’amicizia, il fare, le parole e il modo di usarle), cose che hanno lasciato un segno, nel corpo, nell’occhio, ma pure il resto c’era, sì, c’era tutto, e mentre leggevo, anche quando erano cose tristi, e ce n’erano, mi sentivo leggero e ero contento. Triste e contento e leggero.

  • 23Ago2013

    Francesca Fiorletta - blog-Portbou

    «Era un po’ come, non so se si capisce, in quegli anni avevo conosciuto un po’ di gente che era andata a abitare a Berlino, allora un po’ andava di moda Berlino, qualche anno prima andava di moda Barcellona, infatti avevo conosciuto della gente che era andata a abitare a Barcellona, poi, dopo, non so, Londra, Parigi, avevo conosciuto un po’ di gente che erano andati a abitare a Londra, o a Parigi, be’, a pensarci, a me non m’era mai venuto in mente di andare a abitare definitivamente né a Berlino, né a Barcellona, né a Londra né a Parigi né ad Amsterdam, né a Lisbona, né a Mosca, né a San Pietroburgo

    non lo sapevo, come mai, forse ero legato, non lo sapevo, un po’ era l’aria, ma un po’ era anche la lingua, che io non lo sapevo, come sarebbe stato, svegliarsi sapendo che quel giorno, e tutti gli altri giorni a venire, intorno a te, per strada, non ci sarebbe stato più l’italiano ma, non so, lo spagnolo, che era una lingua, non avevo mica niente contro lo spagnolo, però l’italiano, per me che ero italiano, come lo spagnolo per uno che era spagnolo, mi immagino, eran delle cose che, era come, non so, se fossi andato a abitare a Barcellona, quando hai una chiave che non apre bene, che tutte le volte che torni a casa ci metti un po’ a aprire la tua porta di casa, ti viene un nervoso, ecco, usare una lingua che non è la tua sarebbe un po’ stata la stessa cosa ma moltiplicata per un milione, non so se mi spiego, mi ricordo, non c’entra niente, ma mi ricordo Céline che dicevano che quand’era in Danimarca che sentiva, per radio, parlare francese, scoppiava a piangere, ecco io credo di capire quel sentimento lì e ho l’impressione che se avessi abitato, non so, gli ultimi dieci anni, a Berlino, io tutti i giorni avrei avuto in gola quella voglia di piangere, magari in fondo alla gola, cioè non sarebbe stata una cosa, cioè non è un sentimento, come dire, patriottico, è come un difetto, anche se non si vede»
    Si vede bene, invece, potremmo dire il marchio di fabbrica, l’andamento modulare e iconico della scrittura di Paolo Nori, che è appunto la sua lingua, l’italiano sì, ma non è solo una questione patriottica, ovvio, è il suo linguaggio specifico, il linguaggio della scrittura, il linguaggio attraverso il quale Nori decodifica il mondo, la vita, la narrativa, sempre, come avranno ormai da tempo capito i suoi lettori.
    Una bella novità in quest’ultimo romanzo, La banda del formaggio, edito il maggio scorso da Marcos y Marcos, è proprio «il nodo alla gola», quel nodo che rimane forse lievemente sopito (ma non troppo) nello sviscerarsi delle avventure, editoriali e non, del signor Paride Spaggiari, sorta di delinquente non direttamente coinvolto nei fatti, perno esiziale dell’intera vicenda raccontata dall’alter ego dell’io-Nori, Ermanno Baistrocchi, editore per caso (un caso di eredità) e per giunta sotto pseudonimo.
    E forse è proprio il raccontarsi non direttamente in prima persona, questa voce narrante che non vuol essere, per una volta, la voce specifica del Nori-uomo che conosciamo, che permette all’autore come di dare libero sfogo a un’interiorità–mi si passi il termine– un po’ più tesa al sentimentale, nel senso proprio e stretto della lingua italiana, appunto, e cioè: volto al sentimento.
    Rivolto al sentimento del nodo alla gola, appunto, il sentimento della paura, della morte, dell’amore incondizionato e spasmodico per la figlia, del rimpianto per una vita non andata a finire come previsto, il sentimento di una vita andata a finire, invece, troppo presto, forse, il tutto raccontato con una sorta di placida malinconia, meno intrisa di quell’ansia quasi estenuante che pervade spesso i romanzi di Nori, e che qui diventa come più mediata, obliqua, sentita e risentita dentro e fuori di sé.
    C’è un momento, nello sviluppo del racconto, in cui Ermanno si trova a parlare a una conferenza alla fiera del libro di Roma, e dovrebbe discutere della differenza fra il libro cartaceo e il libro digitale (una scocciatura, insomma), e oltre all’inevitabile svolta ironica della penna che conosciamo bene, viene fuori quest’altra situazione, che è una specie di ammissione di colpa letteraria: viene fuori che Ermanno perde il controllo di sé e s’inalbera contro un giornalista, relatore insieme a lui, che aveva appena finto un elogio banale del suo amico Paride, e Ermanno allora, quando poi prende in mano il microfono, inizia a parlare di tutt’altro, e non della differenza fra il libro cartaceo e il libro digitale, ma questo era anche prevedibile, in realtà, no, l’imprevedibile, o meglio la cosa notevole che viene fuori a questo punto è che Nori fa confessare a Ermanno che lui, quando perde il controllo di sé, non ricorda mai esattamente che cosa dice e che quindi, per testimoniare l’accaduto ai lettori, per spiegare loro come s’è svolta la spiacevole vicenda col giornalista un po’ impudente, lì alla fiera del libro di Roma, Ermanno racconterà solo ciò che pensa di aver detto, e lo specifica da subito, più volte: quello che stiamo leggendo è quello che Ermanno pensa di aver detto, e non, con ogni probabilità, quello che ha detto lì al microfono sul serio.
    Ecco, questo passaggio magari può sembrare di poco conto, però in effetti ha un grande significato, e non soltanto nell’analisi della scrittura di Paolo Nori, ma un po’ in tutta l’analisi della scrittura narrativa in generale, e questo a moltissimi livelli (non li elencherò qui, sono anche facilmente intuibili, non pertengono strettamente al libro), ma a me sembra, in conclusione, che uno scrittore, quando perde il controllo di sé, ammesso che riesca mai a perdere il controllo di sé, anche se non si attiene strettamente ai fatti, anche senza ricordare che cos’ha detto e che cos’ha scritto, in un dato momento e circostanza particolare, in realtà, un vero scrittore, riesce sempre a trovare il modo migliore per esprimere quello che pensa e che sente, quando vuole e se lo vuole. E il lettore questo lo sa, se ne rende conto, e davanti a tanta pretesa d’onestà, che sarà pure una strategia letteraria, ma è un procedimento che va oltre la semplice strategia letteraria, è un procedimento che squarcia il velo della letterarietà di un libro, ecco, in quel momento, il lettore entra nel vivo della scrittura, tocca i nervi più tesi del testo, empatizza, potremmo dire, e quindi apprezza, eccome.
    Cosa che accade (benissimo) in questo libro.

  • 29Lug2013

    Laura Pezzino - Bookfool.vanityfair.it

    Qualcuno scriva «La filosofia di Paolo Nori»

    È che io, a Paolo Nori, gli voglio bene. Lo so che non c’entra. E, pure, c’entra.
    Leggendo La banda del formaggio (Marcos y Marcos, pagg. 224, 15 euro), che è uno di quei libri-ciliegia, una delizia che spunta da ogni pagina, ho avuto chiara la sensazione che Paolo Nori, oltre a essere un originale scrittore, un affascinante narratore, un contagioso oratore, e pure un uomo che ispira simpatia, è anche un filosofo.

    Vi farò qualche esempio (a parlare è il protagonista Ermanno Baistrocchi, adorabile misantropo):
    AGOSTO IN CITTA’: «[…] tutto agosto, l’unico che lavora sono io, e questa sensazione, di essere l’unico, al mondo, a lavorare, in una città deserta, o semideserta, che non lo sa nessuno, ecco per me, non so se si capisce, è una cosa che mi piace». pag. 25
    INIZIARE A CORRERE: «La cosa più difficile non era andare a correre, era mettersi le scarpe per correre». pag. 50
    AFFINITA’ ELETTIVE: «[…] con Paride se, per esempio, gli chiedevo “Quel libro lì”, o “Quell’autore lì, cosa ne pensi?” e lui, a una domanda del genere, mi rispondeva “Mo mamma”, ecco, io sapevo già tutto, in quel caso, quel che pensava». pag. 54
    POLITICI: «E io, adesso, i politici, da una ventina d’anni, non che sia contrario in assoluto, solo che ci voglion dei requisiti e il requisito minimo, per me, che per lo meno che non abbian la faccia tosta di candidarsi». pag. 81
    LIBRI BELLI: «E che i libri, mi è tornato in mente, quelli belli, e gli scrittori, quelli bravi, fa questo effetto che ti feriscono». pag. 136
    DIFFERENZE: «E mi era venuto da pensare, avevo tutta una teoria, nella mia testa, mi era venuto da pensare che le differenze importanti erano quelle lì, quelle impercettibili, che avevano una loro natura che poi, quando le percepivi la prima volta, dopo non potevi più+ fare a meno di percepirle». pag. 141
    CARTACEO: «Cartaceo, comunque, era una parola che a me faceva venire in mente sebaceo, che non eran molto belle, nessuna delle due». pag. 145
    CONGIUNTIVI: «Poi ero sceso dal treno, in stazione, a Roma, e mi erano passati davanti un ragazzo e una ragazza, e lei gli aveva chiesto “E se avessi voglia di far la pipì?”. E lui aveva risposto “Troppi congiuntivi, se vuoi pisciare, piscia”. E io avevo pensato “Puttana vacca”». pag. 146

    «LA PIÙ BELLA, SULLA LETTERATURA, STA A PAGINA 143 E NON VE L’HO SCRITTA, COSÌ LA ANDATE A VEDERE DIRETTAMENTE SUL LIBRO.»

    Ecco, io a Paolo Nori gli voglio bene, e vorrei chiedergli consigli su qualsiasi argomento: come far capire al portiere del mio palazzo che la prossima volta che mi urla contro, solo perché sono una donna, io lo rovino? cosa ne pensa di Cristiano Cavina come scrittore? come dire all’amica che quell’uomo la manderà ai matti? è meglio Tolstoj o Balzac? visti i tempi, che senso ha continuare a scrivere?
    Ecco, sono certa che Paolo Nori avrebbe una risposta buona e giusta per ogni mio quesito. Un guru. Un filosofo. Quindi mi chiedo e chiedo a voi tutti, là fuori:
    QUALCUNO LA VUOLE SCRIVERE QUESTA «FILOSOFIA DI PAOLO NORI»?!
    Marcos y Marcos

  • 24Lug2013

    Giuditta Casale - Libri.tempoxme.it

    Ermanno Baistrocchi, protagonista e voce narrante di La banda del formaggio (Marcos y Marcos 2013), l’ultimo romanzo di Paolo Nori, è spiccio e spigoloso, scorbutico e scostante, eppure si finisce dopo poche pagine per volergli bene, per sorridere delle sue esternazioni più curiose, per apprezzare i lati più sensibili e teneri del suo caratteraccio, per applaudire alla sincerità e autenticità delle sue riflessioni.

    Lo stile e la lingua di Nori si piegano a rendere Baistrocchi, in questo lungo monologo che costituisce il romanzo, più immediato e vero. Affermerei che è lo stile a essere il vero protagonista del romanzo. Una lingua orale, con tutti gli “errori” del gergo parlato: anacoluti, ripetizioni, frase sospese, ipotassi inappropriata, che danno al romanzo un sapore autentico e inconfondibile, come quello del Parmigiano Reggiano.
    Baistrocchi è un editore bolognese, che incontra un libraio con il quale diventa socio per mandare avanti la casa editrice. Anzi sarà Paride a impersonare la casa editrice, fino a un tragico epilogo, che l’autore racconta mantenendosi sul filo delicato ma persistente di una ironica leggerezza. Nori, infatti, ha la capacità di raccontare gli aspetti più sentimentali dei suoi personaggi con una punta di sarcasmo che non diventa mai dileggio.
    Storia di un’amicizia, consolidata dai libri, attraverso la quale Nori si fa beffe del conformismo e delle convenzioni, mischiando le carte dell’onesto e del disonesto, attraverso la logica del suo protagonista che tanto appare strampalata, tanto a una lettura più approfondita è lucida e tagliente.

    Non c’entra tanto, ma cominciava allora, pochi mesi fa, una cosa che io ho come il sospetto che duri ancora quando voi starete leggendo questo libro, è la presenza di politici nuovi che in sostanza, quello che dicono, mi sembra, è che loro son diversi dagli altri, cioè da quelli vecchi.
    Solo che anche gli altri, quelli vecchi, sostengono di essere diversi dagli altri, sia dai nuovi che dai vecchi altri da loro.
    Allora dei politici veramente nuovi, mi sembra, quello che dovrebbero dire è che loro sono uguali, agli altri.
    Non li voterebbe nessuno, però, probabilmente.
    Si perderebbe così l’unica occasione di votare veramente il nuovo, la gente ha tanta voglia di nuovo.
    E lo dico così, come un consiglio.

    La banda del formaggio è anche una riflessione, sulle note inedite dell’eloquio di Baistrocchi, per parlare di editoria, di libri, di marketing. Anche in questo caso, la dialettica di Baistrocchi è convincente proprio grazie ai toni anodini, che ingannano il lettore, lo divertono, per poi incalzarlo con la sottigliezza delle argomentazioni:

    E più andavo avanti più avevo l’impressione che la letteratura, sia quella di carta (cartacea) che quella elettronica, non avesse niente a che fare con gli uomini d’affari, e con i centri congressi, e col valore aggiunto, io più andavo avanti più mi sembrava che la letteratura, più che nei centri congressi, fosse più facile trovarla nella spazzatura, nei cassonetti, negli ospedali, sui filobus, nelle sale d’attesa degli ambulatori veterinari, nei bagni dei cinema, nei sottopassaggi abbandonati, sotto i cavalcavia, nei prati dopo che avevan smontato i tendoni dei circhi, nelle tabaccherie, nelle collezioni di francobolli, negli espositori delle cartoline, nei pavimenti dei bar quando eran cosparsi di segatura, nelle file alle casse dei supermercati, sui marciapiedi delle stazioni, in tutti gli uffici di oggetti smarriti, nella paura di chi faceva una cosa per la prima volta, un farmacista, o un medico di guardia, o uno scrutatore, o una bambina delle medie, nel passo di quelli che davano le dimissioni, nel respiro che si prendeva prima di aprire l’esito di una lastra ai polmoni, nel toccare i muri quando era saltata la luce, dappertutto, tranne che in un albergo per uomini d’affari, avevo l’impressione, ma probabilmente mi sbagliavo, perchè probabilmente si trovava anche in un albergo per uomini d’affari, forse, nel sospiro delle cameriere nel momento in cui si chinavano per guardar sotto i letti, o nel rumore delle stoviglie a apparecchiare per la colazione, o nei monologhi dei tassisti che arrivano dalla stazione o anche che non arrivano dalla stazione, ma da qualche altra parte, nei monologhi dei tassisti da qualsiasi parte arrivassero.

    Non si finirebbe mai di citare, indicare passi, sottolineare temi in un romanzo come La banda del formaggio, dalla trama sfilacciata sui pensieri di Baistrocchi e dallo stile che batte con un ritmo proprio e originale, in cui le virgole svolgono un ruolo fondamentale nell’additare pause, scandire cesure, evidenziare concetti e giudizi.
    Baistrocchi sa anche toccare le corde del sentimento, con ruvidezza in cui nascondere la tenerezza del suo animo:

    Daguntaj, io, come babbo, fin da quando era nata, mi ero sentito un po’ messo da parte. Il fatto che sua mamma potesse allattarla, per dire, e io no, non mi piaceva. Poi magari non l’avrei allattata, se avessi potuto, però il fatto che non potevo mi sembrava ingiusto, e insistevo per un passaggio al latte in polvere che mi sembrava un nutrimento più democratico, non c’è stato niente da fare.
    Anche se poi, quando era stato il momento di provare a farle mangiare qualcosa di solido, a Daguntaj, la mamma di Daguntaj, la Marta, che aveva probabilmente capito il mio malcontento, se così si può dire, aveva lasciato che fossi io, a darle da mangiare per la prima volta, e io le avevo dato una mela grattugiata, e non sapevo se le sarebbe piaciuta, e quando poi l’aveva mangiata mi ricordo che ero stato contentissimo, di avere assistito, e contribuito, a una cosa del genere, cioè al fatto che una bambina di pochi mesi mangiasse una mela grattugiata, che mi sembrava un evento stupefacente, ma la cosa più stupefacente, e memorabile, per me, è stato il fatto che poi, a annusarla, Daguntaj odorava di mela.

    Un romanzo che più che letto, va sentito e percepito, immaginando l’editore Ermanno Baistrocchi, seduto comodamente in una poltrona demodè, raccontare a noi estranei la sua vita le figure importanti i sentimenti più radicati i desideri nascosti, perchè lui stesso direbbe che è più facile svelarsi a chi non ci conosce e che non rivedremo, mentre accompagna le parole con piccoli gesti delle mani, che tengano il tempo nell’aria, rendendo attraverso l’andatura delle frasi più leggeri e alati i pensieri, anche quelli più tristi.

  • 20Lug2013

    Roberta Jarussi - Robertajarussi.blogspot.it

    Sole. Stazione.
    Il Frecciabianca 9811 in arrivo da Bologna delle ore 18 e 14 ha 70 minuti di ritardo. Tutti i treni provenienti dal nord hanno un ritardo di almeno 60 minuti.
    Pare ci sia stata un’alluvione in tre quarti d’Italia, gli allagamenti hanno stravolto l’Adriatica. Qui no. Qui, dalle mie parti, di acqua ne cade poca. Poca, che non basta a inzuppare la terra.

    Quand’ero piccola io, credevo che l’Adriatica fosse una linea retta, fatta di mare e spiaggia, e che quest’acqua proprio, non la campagna o la strada d’asfalto, non la riga gialla un poco in rilievo sul marciapiede delle stazioni, non il ferro caldo dei binari, ma quella striscia di acqua e sabbia sempre uguale, tenesse insieme il mio sud al nord. Che il mare, era una fortuna, avercelo questo mare, a tenerci tutti attaccati, altrimenti saremmo stati sparpagliati e distanti, in questo paese.

    Incontrai Paolo Nori la prima volta a Potenza. 2002, maggio. Quello stesso anno, nello stesso luogo, ho conosciuto Argentina. Certe annate portano bene.
    Fa freddo a Potenza a maggio.
    Era un piccolo Festival Lettarario, si chiamava Bookmark, tema di quella edizione: ‘future letture’.
    Paolo Nori presentava Si chiama Francesca, questo romanzo, appena uscito per Einaudi. Io ero là come autrice, invisibile, sconosciuta, ma non era importante. Avevo tanto di badge appesa in petto e potevo guardare il festival dal di qua. Per esempio di sera stavo a cena con tutti gli scrittori. Non avevo mai visto gli scrittori mangiare. Di notte dormivo nel loro stesso albergo, un palazzone anonimo di nuova costruzione, alla periferia della città, con tanto marmo rosa ovunque, odore di vernice e solventi, e certi pezzi di muro sistemati da poco, che a sfiorarli t’imbiancavi i vestiti e le mani di calce. Anche a colazione ero di fianco a qualcuno di loro, e altre piccole cose che uno non s’immagina si possano fare con gli scrittori.
    È come se non fossero persone, gli scrittori. Che parlano e mangiano e salutano, persino sorridono. Prima di quella volta, io credevo che gli scrittori fossero un po’ astratti. Come le storie. A volte non bisognerebbe neanche conoscerli, secondo me, perché gli scrittori non combaciano quasi mai con quel che lasciano sulla pagina. Talvolta sono peggio. Quando mi è capitato di scoprire che erano peggio, io ci sono rimasta male.
    In alcuni casi rari, quel che arriva da un romanzo ‘corrisponde’ (non coincide, ma in parte ha a che fare) a quel che lo scrittore-persona è.

    In quel maggio in Basilicata, per la prima volta pensai: gli scrittori sono medi. Non sono né belli, né brutti.

    Avevo letto Diavoli, e avevo letto Grandi ustionati, e Spinoza, e il suo primo.
    A Potenza poi successe una cosa. Sentii leggere Nori.
    Allora scoprii qualche cosa che prima non avevo capito. Considerazioni che ritornano ora, undici anni dopo, mentre in stazione aspetto il Frecciabianca 9811 proveniente da Bologna che nel frattempo è a 84 minuti di ritardo, per via di tutta quest’acqua, il cielo butta acqua da nord alle porte del mio sud e stravolge l’Adriatica.
    Qua no.
    Qua non piove mai.
    E queste considerazioni, che feci undici anni fa, valide anche oggi, per il suo ultimo romanzo La banda del formaggio che presentiamo tra mezz’ora al festival, se il 9811 fa in tempo, sono in realtà quattro.

    1. Il suono (la scrittura)
    Lo chiamano stile. Credo sia quella cosa che prima di tutte caratterizza uno scrittore (o una persona, nei modi, nei gesti, nel suo stare al mondo) e lo differenzia dagli altri. Il ‘suono’ di Nori lo capisci benissimo se glielo senti uscire dalla bocca. Poi non te lo scordi più.
    Ogni autore ha il suo, di suono. Questo vale per tutti. Ma in certi casi, secondo me, il suono arriva prima della trama, ha più peso dell’architettura del romanzo, della storia, del suo impianto, del modo di tenere insieme le parti.
    Mentre Nori leggeva, quel pomeriggio di undici anni fa a Potenza, io ritrovavo quel particolarissimo ‘suono’ che avevo scoperto leggendolo e che sin ora era una esperienza mia, privata. Adesso diventava un dato, una roba che aveva a che fare col corpo.
    Non posso descrivere a parole (le mie), le parole che un’altra persona usa. Ma se dovessi provare a spiegare a qualcuno che non conoscesse Nori, che mai lo avesse letto né ascoltato, proverei a dire che la sua scrittura non assomiglia alla lingua parlata (come pure ho sentito dire), non assomiglia neanche alla lingua scritta, in realtà non assomiglia a niente. Ma se a qualche cosa si avvicina, secondo me, è alla lingua del pensiero. Non un pensiero ripulito, coi tagli giusti al momento giusto e il super Io che fa da censore, quel pensare, ad esempio, di quando ci ripassiamo in testa un discorsetto. Come sto facendo ora io, mentre nell’atrio accaldato della stazione di Foggia, tra stranieri adulti e ragazzini in ciabatte di rientro dal mare, mi ripasso le cose da dire per presentare l’autore. Non questo tipo di pensiero. Ma quel pensare scombinato che viene se sei stanco, se fai tre cose insieme. Quel pensare di quando hai uno spavento, una preoccupazione, un amore, di quando ti nasce un figlio. Quel pensiero scorticato di quando si è senz’armi.

    2. Il Sentimento
    Cioè, come il sentimento entra nelle storie di Nori.
    E l’importanza delle piccole cose. Quelle che anche nella vita vera non avrebbero peso, cioè quelle cose che non contano niente. Apparentemente. Invece poi, quelle cose piccole, diventano portatrici involontarie di sentimento, senza volerlo.
    Così è il sentimento nei romanzi di Nori.
    Lui ha un particolare modo di maneggiare l’emozione, come fosse lava che però non brucia. Non brucia più. Quasi avessimo, noi, una pelle bionica che sente il calore ma non si ustiona. (Questa immagine della ‘ustione’, adesso che rileggo, pare una forzatura e mi infastidisce. Invece era sincera.)
    Tutti i legami, l’amore, per esempio, tra il padre e la figlia – di certo quello più rischioso, che più di tutti mette a nudo – sono sempre raccontati senza miele.
    Nelle storie di Nori non si parla mai di un abbandono, di uno strappo, della gioia assoluta, di quel dolore o quell’altro (gli scrittori sguazzano nelle questioni amorose). Ma il piacere o il dispiacere, si ficcano dentro mentre pensi ad altro (mentre leggi di altro). Te ne accorgi da un impercettibile cambio di ritmo, come se il filo unico della trama a un certo momento si sfibrasse appena e proprio in qualche sfilaccio che scappa, riconoscessi ‘senza volerlo’ una cosa diversa. Che tocca un’altra corda, più nascosta.
    Capisci, dopo, che quella cosa là che hai provato, ha a che fare col sentire nudo e crudo.

    3. La Scrittura (quell’universo)
    Nell’ultimo di Nori, come negli altri, la scrittura entra da diverse porte.
    Tanto per cominciare entra, perché si parla di scrittori, di editori, di librai, di pagine scritte male, o anche bene, del gesto dello scrivere, dei rituali dello scrivere, di piccoli tic e manie dello scrittore, e di tutto quello che c’è intorno, o fuori, e che con lo scrittore non ha nulla a che fare, ma è parte di quell’universo.
    Poi, la scrittura (la letteratura) entra nei suoi romanzi, perché queste storie sono piene di citazioni, piccoli innesti, stralci presi e portati. Degli scrittori russi, sopratutto. Ma non solo. E non è un citare saccente, distaccato. Di chi sa una cosa e la condivide con l’interlocutore un po’ ignorante. Non è neanche quel dono generoso del sapiente che offre all’altro tanta ricchezza. Non è la vanità di chi fa sfoggio di sé. Di chi gode a mettere insieme le parole, e lo sa fare, e poi, giacché c’è, s’imbratta, che a strafare non ci vuol niente, come certe signore allo specchio che esagerano con quel rossetto che segna i denti.
    Nori è del tutto privo di vanità da scrittore, una malattia che colpisce la categoria. Se ha una vanità, deve essere diversa, di un’altra specie, forse la vanità degli appartati, o del forestiero in terra straniera. Che ha sempre in sé quel poco di spaesamento e di fierezza.
    Ancora, la scrittura, tutto quel mondo, entra attraverso le parole, proprio. Quelle degli altri, quelle di tutti, quelle normali, ‘registrate’ come da un antropologo marziano planato su questa terra per capire come parlano quaggiù i viventi, e poi smontate, sciupate, rimesse insieme. Senza cattiveria. Per capire. Per, finalmente, sgretolare quest’aurea sacra che svolazza attorno allo scrittore, chi lo sa perché.

    Foggia. Stazione di Foggia. Prestare attenzione al binario 5. Allontanarsi dalla linea gialla.

    Il 9811 sta arrivando. I minuti di ritardo son poi diventati 93.
    Tocca scappare al festival senza neanche una sciacquata di faccia.

    4. I luoghi
    Nori descrive i luoghi come altri racconterebbero di una parte del proprio corpo. Cicatrici incluse. I luoghi piccoli (una sala d’attesa di ospedale, l’autobus, il tratto di strada percorso in bici, il treno, la stanza), e i luoghi grandi (Bologna, Casalecchio, Parma, la sua Parma), trattati sempre come fossero segmenti precisi. Vivi. Muscoli.
    In un momento in cui tutti, quasi tutti, vorrebbero scappare dal proprio, di luogo, dalla loro città, magari bellissima e irraggiungibile per altri, ma per loro vecchia, da buttare, e andare via, non si sa bene dove, ma via, via, da un’altra parte; in un momento in cui mostrare un po’ di affezione (non dico amore) per questa Italia è fuori luogo; in un momento in cui se non sei globale, mondiale, anglofono e interconnesso sei decisamente un niente, Paolo Nori, che conosce tanta vita, tante storie, tanta umanità, e parla tante lingue, ma le più difficili che ci stanno, descrive una piccola città come un mondo, una strada come la tana, il suono del suo dialetto come un segno di identità, e l’Italiano (la lingua italiana, la lingua nostra) come una chiave di acceso che rende più semplice il resto, tutto il resto, una chiave buona che entra liscia nella porta e non fa mai difetto.

    Paolo Nori è poi arrivato.
    Senza sudore e con poche parole. Senza segni evidenti di stanchezza o fastidio.
    Al festival siamo andati subito.
    In macchina abbiamo parlato degli occhiali da vicino, dei nostri smartphone, della figlia sua, e dei miei due, un pochino. E dell’invecchiare che, in un certo senso, è interessante.
    Il tragitto era assai breve.

    Io ho poi detto queste quattro cose. Ma con molte meno parole e una certa soggezione che invece che allapparmi la voce in bocca ha reso il mio discorso semplice. Credo.

    Poi Paolo inizia a leggere ad alta voce.
    Reading, li chiamano.
    In genere m’innervosisco. Non mi piacciono quasi mai, questi reading. Mi piacevano solo i reading che faceva mio padre. Anche mio padre faceva i suoi reading. Solo a me, però. A filo di letto. Lui ogni sera inventava una storia, ogni sera diversa, e poi me la leggeva ad alta voce, con quelle mani grandi che se ne andavano appresso a ogni battuta e sottolineavano l’umore dei personaggi. A me, dal letto, lui mi pareva grande, e quella voce non era una voce per conciliare il sonno. Era una voce per provare a vivere. Allora poi, con tanta vita addosso, a me il sonno mi passava completamente.
    Ma tolto lui, che non faceva lo scrittore per mestiere, faceva l’architetto, anche se libri di architettura ne ha scritti tanti, a me i reading degli scrittori veri, non mi piacevano quasi mai. I poeti si danno un sacco di arie, declamano con tutto questo pathos, con tutto questo tremore nella voce, si fanno immensi invece che a servizio della pagina, come se non fosse già tutta là, tra le righe, l’anima loro. Come se non si fidassero, di quello che hanno scritto. Come se fosse necessario aggiungere mosse, facce, pause toccanti. Come se leggere fosse un’azione estranea al corpo.
    Invece dovrebbe essere semplice, come un respiro.

    Paolo inizia leggere e il tempo si ferma, a tratti anche il fiato, pure i pensieri disturbanti se ne vanno da un’altra parte, porto il segno dalla sua pagina, sento l’aria che le sue braccia lunghe e le mani spostano, seguo il gesto che accompagna ogni frase. Mi godo le virgole. Le virgole sono importanti.
    È un monologo. È vero teatro. Il ‘teatro’ dovrebbe essere questo. Dovrebbe avere a che fare con le storie autentiche.

    Quando ci fanno segno di smettere, dopo un’oretta circa di lettura, che lo spazio a nostra disposizione è terminato, a me sembra siano passati solo cinque minuti, e anche a lui, e a tutti noi.

    Post Scriptum
    La banda del Formaggio (Marcos y Marcos, 2013) è la storia, raccontata in prima persona, di Ermanno Baistrocchi, un editore di Parma che vive a Bologna, anzi a Casalecchio, un uomo molto solo e un po’ particolare, con tutto il suo mondo intorno, un mondo scarno, fatto di poche cose, e piccole ossessioni, alcuni casini, pochi, pochissimi affetti, la figlia amata e un genero insulso, e una reale attenzione per i libri, per le storie, per la scrittura, per le singole parole. Ermanno a un certo punto conosce Paride Spaggiari, un libraio di Parma, che vive prima a Bologna, poi a Casalecchio, uno assai buono di cuore, e i due cominciano a condividere cose, pensieri, la passione per i libri, pagine, passi precisi, e confidenze, anche. Poi i due diventano soci, ma di più amici, e si buttano, insieme, in un affare grande, molto grande. Troppo grande.
    Si scoprirà, poi, che i soldi che Paride aveva investito per l’acquisto di queste tre librerie non erano proprio puliti, e che lui, una brava persona, uno buono di cuore, era, in un certo senso, un delinquente. Figlio di delinquente, nipote di delinquente. E che quei soldi (sporchi) avevano a che fare con La banda del formaggio.
    Quando la cosa viene fuori, è scandalo. Sui giornali se ne fa un gran parlare. Paride si butta dal balcone del suo vecchio appartamento e muore.
    C’è un’indagine che il commissario svolge per scoprire come stanno le cose, e ce n’è un’altra, parallela, molto intima e dolente, che Ermanno, ora solissimo, porta avanti per i fatti suoi, sulle tracce vere del suo amico che ha perso.

    Io non son brava a fare i riassunti. Neanche a scuola, da piccola.

  • 29Giu2013

    Piero Sorrentino - Corriere del Mezzogiorno

    Proverò a raccontare La banda del formaggio, che è un romanzo appena uscito per Marcos y Marcos ed è il resoconto che un editore emiliano, che si chiama Ermanno Baistrocchi, fa dell’indagine che conduce sulla scomparsa del suo socio.

    Leggi l’articolo completo

  • 27Giu2013

    Michele Trecca - Gazzetta del Mezzogiorno

    «SCRITTURA. Dire del potere salvifico… POTERE. Spesso salvifico (vedi Scrittura).» Sono due vocaboli del Dizionario delle parole che si sentono sui treni, sugli autobus e dentro i telefoni. Così scrive Paolo Nori nel suo nuovo romanzo, La banda del formaggio. E precisamente, il protagonista Ermanno Baistrocchi, editore, le legge nel quaderno dell’amico Paride che s’è buttato giù dal settimo piano del suo condominio di via Stalingrado, a Bologna (azzardiamo, «Città di contrasti», come Milano, Roma, Napoli, Firenze e Bolzano: vedi dizionario).

    In un quadernetto d’appunti Paride lascia il romanzo che voleva pubblicare, con il capitolo del Dizionario. Ermanno Baistrocchi lo legge, Paolo Nori ce lo consegna. E noi plaudiamo: 92 minuti di applausi, come per il secondo tragico Fantozzi alla guerra della, come dice lui, Corazzata Potionkin.

    Basta. Tante verità, troppe cose belle, ha ucciso la retorica. Per fortuna Paolo Nori non s’arrende e con la sua voce (non dire: fuori dal coro, vedi dizionario) padana, e pagana, continua a fare «l’austriaco» come Ermanno quella volta lì ad Amsterdam che «tutti sembravan sapere benissimo cosa stavano facendo, tutti avevano una famiglia, dietro i portoni, tutti avevano una direzione, un lavoro, e io ero lì, da solo, austriaco, a guardare dentro la mia vacanza poco sensata…». Ermanno ha una vita sgangherata, è socialista e asociale, ha problemi familiari (con il genero, che chiama «l’illuminista», per via del cambio d’una lampadina), come un bambino si chiede e chiede sempre perché, ingrandisce le cose piccole e riduce quelle grandi, il suo sguardo è orizzontale, senza gerarchie, uno vale uno. Dietro le parole Ermanno cerca il buon senso, e non lo trova, perciò s’arrabbia.
    La lingua non salva, niente e nessuno. Bisogna reinventarla. Serve, però, una certa postura intellettuale. Le parole nuove non le porta la cicogna. Chi ne vuole, coltivi il dubbio, come Ermanno Baistrocchi. La banda del formaggio comincia così, con questo che poi è un refrain del libro. «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono sono delle cagate?». La banda del formaggio è una battaglia di verità: i dubbi di Ermanno contro le certezze della stampa. Il punto in questione è la morte di Paride, libraio e da quindici anni amico e interlocutore pressoché unico di Ermanno, rapito dalla musicalità dei suoi discorsi infarciti di «zioboja», ripetuto come «il basso che suona l’un due e tre di un valzer».
    Quando Ermanno ha la possibilità di comprare tre librerie, Paride si offre di diventare suo socio perché – dice – ha una certa liquidità. Poi salta fuori che i soldi per le librerie venivano dalla banda del formaggio e Paride si butta giù. Caso chiuso, per tutti ma non per Ermanno, che ad agosto su di esso scrive un libro, «che è questo che avete davanti, ammesso che l’abbiate davanti», mentre la città è deserta e lui è lì, a far «l’austriaco» al lavoro.
    Paolo Nori, parmense, è come Ugo Cornia, un narratore delle pianure, «erede consapevole del magistero» di Celati e Cavazzoni. Dice ancora Walter Siti, modenese, che il realismo di Nori «è come quello di Astolfo sulla luna». Oppure, diciamo noi, è come le Delocazioni del grande artista Claudio Parmiggiani, modenese come Siti. È quell’impronta di senso che resta quando, dopo aver saturato la stanza di fumo per accelerare l’azione del tempo, Parmiggiani toglie le tele dalle pareti. Così Nori, con la forza e lo sdegno di un’ironica e caparbia maraviglia libertaria, schioda le parole dal velo d’insignificanza del loro uso asservito. Il potere logora le parole, Nori le restituisce alla curiosità avventurosa del lettore: «come veder dietro un velo un’altra realtà velata (…) e così via perdendosi all’infinito, cercando un’immagine e attraverso questa immagine il desiderio di intravedere se stessi».

  • 25Giu2013

    Sonia de Risi - Cuore d'inchiostro

    Ma come si fa a parlare de La banda del formaggio di Paolo Nori?

    Ermanno Baistrocchi fa l’editore. Va in giro a far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici. Paride Spaggiari fa il libraio. Invita Ermanno nella sua libreria e poi gli fa delle telefonate bellissime, tutte piene di zioboja, ma non sono zioboja d’impazienza, sono come il basso che suona l’un due tre di un valzer, i suoi discorsi sono dei valzer, mettono di buon umore.

    Poi quando Ermanno ha la possibilità di comprare tre librerie Paride si offre di diventare suo socio, che si trova con una certa liquidità. E per quindici anni Ermanno, tutto quello che fa, ne ha prima parlato con Paride. Poi salta fuori il buridone che i soldi per le librerie a Paride venivano dalla banda del formaggio, come se i delinquenti a Parma fossero tutti della gente che non vedeva l’ora di comprarsi una libreria, come se avere una libreria fosse una specie di status symbol per i ladri. E finisce che Paride si butta giù dal settimo piano, e dicono che sia stato per via dei giornali, per via di quello che avevano scritto sopra i giornali, ma secondo Ermanno non era mica per quello. La banda del formaggio è la storia di un editore che un giorno sull’autobus prova affetto per il suo cuore che batte, e gli verrebbe da ricominciare. È la storia di un libraio che il delinquente avrebbe voluto farlo come Raskol’nikov, o come il conte di Montecristo, e che ha lasciato a suo nipote, che ancora non c’è, una filastrocca che Ermanno impara a memoria, per lasciarla anche al suo, di nipote, che chissà se mai ci sarà.
    «E adesso forse voi, se mai c’è qualcuno, di là, adesso forse voi siete curiosi di sapere cos’è successo davvero, e io, quel che so, io so ancora tre cose, e adesso ve le dico, e poi arrivederci.»
    Ma io come faccio a parlarvi de La banda del formaggio?
    Giuro che ci penso ormai da settimane. Ci pensavo mentre lo leggevo. Ci pensavo quando l’ho finito. Ho continuato a pensarci quando ho riposto il libro sulla mensola dei libri da recensire nel blog. E poi ho deciso che avrebbe aspettato il suo momento. O meglio, che io avrei aspettato che le parole giuste mi si presentassero improvvisamente e sorprendentemente. Ma non accade così. Le parole le devi cercare, da sole loro non ci vengono. Oggi sono andata a cercarle.
    Le ho cercate tra le pagine del libro ma non era facile trovarle. Mi hanno fatto venir voglia di ricominciare. come direbbe Paolo Nori. Riproviamoci.
    Il primo impatto con La banda del formaggio è stato spiazzante e mi ha scatenato una reazione del tipo: ma come cavolo scrive questo qui? Seguita da: oddio, ma tutto il libro è scritto così? Sono agli inizi e non lo digerisco, figuriamoci tra qualche pagina.
    Ecco, dopo due tre pagine non ne potevo più fare a meno. Dopo due-tre pagine avevo dimenticato la reazione di qualche minuto prima. Paolo Nori scrive (ma forse parla anche? non so, ma secondo me sì) in un modo così colloquiale che dopo poco al lettore non sembra più di star leggendo, ma di star chiacchierando con lui. Lui ti racconta piccoli episodi della sua vita quotidiana: il suo litigio con i proprietari di un supermercato, la sua antipatia verso il genero “illuminista”, il suo lavoro di editore dedito a far capire in cosa i suoi libri siano differenti da quelli delle altre case editrici. Il lettore non si sente un semplice ascoltatore. L’impressione è quella di interagire, di prendere parte a un dialogo. Forse perché il modo di parlare di Nori si insinua così a fondo nella nostra mente che iniziamo a pensare come lui, nei suoi toni, nel suo modo così familiare. Un po’ come quei motivetti che a volte li ascolti al mattino e non riesci più a liberartene per il resto della giornata: è così la cadenza dell’autore e di questo romanzo. Un ritmo che si ripete e si ripete fino a diventare nostro.
    Che poi il romanzo parli della vita di un editore e del suo socio, che si intrecci alle scorribande della famosa Banda del formaggio, che parli di figlie e di futuri nipoti… tutto questo l’ho vissuto come un contenitore. La forza del libro è lo stile, è il modo, è l’atteggiamento, l’ironia, la genialità.
    Non è cosa ma è come
    È una questione di stile
    non è di molti ne’ pochi ma solo di alcuni
    Mi sono fatta prendere la mano, lo so, ma un po’ mi ha ricordato la canzone di Fabi che forse non è che c’entri molto, probabilmente Nori manco la conosce ma nella mia mente si sono un po’ intrecciate le due storie, perché il come del romanzo ha avuto la meglio sul cosa.
    Mi ero preparata a una storia di libri, librai, editori. Di carta stampata e lettori compulsivi. Di autori navigati e scrittori esordienti. E mi sono ritrovata una storia fatta di ritmo e cadenze, ripetizioni ed espressioni familiari. Una storia ricca di stile.

  • 20Giu2013

    Nunzio Festa - Kult underground

    Paolo Nori è uno scrittore della Guyana emiliana che apprezziamo da anni. Il suo romanzo che contiene una fatalità, parliamo d’un incidente descritto nell’opera e quindi dell’incidente realmente accaduto allo scrittore Nori, pieno di citazioni da colleghi ‘della sua terra’, zeppo quindi di rimandi ad autrici e autori amati dal Nori, “La banda del formaggio”, ci fa conoscere, addirittura prima che il protagonista dell’opera – l’editore (pensionante) Ermanno Baistrocchi -, il libraio Paride Spiaggiari.

    Perché la vita di Baistrocchi, erede delle edizioni di famiglia, innanzitutto retta da un rapporto alquanto distaccato con la comunque amata figlioletta, è trasformata dall’incontro con lo Spiaggiari; che, tra uno “zioboja” e l’altro, entra in società con il Baistrocchi. Facendolo, a quel punto, cadere improvvisamente nel contatto diretto con una caserma dei carabinieri in via di dismissione. Perché, insomma, qualcosa di strano dietro alla prontezza finanziaria del libraio potrebbe esserci. Nonostante Ermanno Baistrocchi non voglia farsene, comunque, una ragione, come si dice. Quindi lo stralunato libro presenta la famosa, sebbene dimenticata, faccia dei ladri della “banda del formaggio”: ex partigiani che con le armi della rivoluzione in cantiere si misero a fregare forme di parmiggiano. Fino al punto che l’indomabile libro deve raccontare il suicidio, “dicono che sia stato per via dei giornali”, di Spiaggiari. Uomo d’altri tempi, come si dice, e menomato da un antico incidente sul lavoro. E se Paride Spiaggiari in realtà propriamente il ladro avrebbe voluto fare da grande, la realtà più che reale trasferitaci da Nori, sulla linea della scrittura che è cifra di stile per uno dei maggiori autori della Guyana emiliana – appunto -, è decisamente diversa dai film da lui amati e immaginati. Il tempo della storia, innanzitutto, è quello delle ultime elezioni comunali parmiggiane. Il luogo della storia, innanzitutto, è la matria di Nori. Ma la storia vera sono le emozioni provate da Ermanno e Paride. Il loro legame elettivo. Poi per giunta la loro complementarità. I valori che rappresentano e cercano di trasferire in calendari ballerini e orologio sempre stonato. Quando le scordature della trama della “banda del formaggio” sono quello che tengono insieme, magistralmente, i diversi differnti e ugualmente bizzarri caratteri dei personaggi. E i valori che questi vedono nell’esistenza tutta.

  • 19Giu2013

    Mariarosa Mancuso - Rete due.rsi

    A Paolo Nori piace leggere. Se andate sul suo sito – paolonori.it – potete scaricare e ascoltare Le anime morte oppure Oblomov. E riscoprire la lettura ad alta voce, che sembrava un’abitudine perduta e invece rivive con gli mp3 e gli audiobook. Paolo Nori legge i romanzi russi, studia i romanzi russi, scrive bellissime fiabe e discorsi.

    Chi lo ha ascoltato almeno una volta ricorda la sua voce inconfondibile, e il suo modo di guardare il mondo. Chi ha letto uno dei suoi libri – da Si chiama Francesca questo romanzo a Grandi ustionati a La meravigliosa utilità del filo a piombo – ricorda il suo modo di scrivere, che riproduce sulla pagina la cadenza dei narratori delle pianure. Nato a Parma, Paolo Nori abita a Casalecchio di Reno, e fa parte di quel fantastico gruppo di lunatici che comprende Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Gene Gnocchi e Maurizio Milani. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo ultimo libro, uscito da Marcos Y Marcos con il titolo La banda del formaggio.

  • 14Giu2013

    Francesco Forestiero - Sul Romanzo

    Scrivere una recensione sull’ultimo libro di Paolo Nori non è semplice. Anzi, è particolarmente complesso. Ma non perché il libro faccia parte di un’élite di volumi d’alta letteratura o perché la trama sia intricata come quella di thriller fantascientifico. Nient’affatto. Scrivere una critica su La banda del formaggio (Marcos y Marcos, 2013) è difficile perché l’ultimo lavoro dello scrittore parmigiano è anomalo, singolare e, allo stesso tempo, affascinante. In una parola: è “strano”.

    Già, perché La banda del formaggio è un libro serio e divertente al contempo. È un testo bizzarro, che scava nell’animo del protagonista, in fondo, dove i sentimenti sono più “veri”. È un volume “intimo”, com’è l’ha definito qualcuno sul web. È, in altri termini, un viaggio introspettivo all’interno di una mente che ragiona a modo suo, ed è di un profondo quasi spirituale, dal sapore antico e moderno.
    Leggendo le prime righe, soprattutto se non si è mai letto un libro di Nori, ci si trova subito spiazzati per il linguaggio adoperato dallo scrittore, fatto da una serie di ripetizioni, frasi a effetto e subordinate che creano un’atmosfera “familiare”, giocosa; danno un gusto “semplice” alla lettura e richiamano molto l’Emilia, la terra dell’autore. Ci si trova davanti a frasi come questa: «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate? Perché a leggerli sembra di no. Han sempre un tono che anche quando scrivono «Sembra che sia successa la tal cosa», tu diresti che sono sicuri al cento per cento che quella cosa lì che sembra che sia successa è successa davvero. Come se non ci pensassero, che magari non è successa e stan facendo dei danni, come se non ci pensassero. Be’, beati loro. Io invece ho avuto sempre tanti di quei dubbi, nella mia vita. Be’, beati loro. Io invece a me, non lo so. Mi verrebbe da ricominciare».
    Ma sfogliando pagina dopo pagina, e prestando attenzione a ogni singola parola, si passa dalla difficile comprensione di uno stile che può sembrare bizzarro a una lettura piacevole e facilmente comprensibile. Di più: si comincia ad apprezzare ogni frase, e si va alla ricerca di quelle particolarità che fanno de La banda del formaggio un libro piacevolissimo e originale.
    È difficile individuare il genere d’appartenenza. Anzi, è difficile anche comprendere la vera natura di quest’opera. È un romanzo? O un racconto lungo? Quello che è certo è che la storia si potrebbe sintetizzare graficamente realizzando uno schema circolare, una spirale per la precisione: dove sugli anelli esterni bisogna posizionare l’inizio degli eventi che riguardano la vita del protagonista, e negli anelli che man mano si avvicinano al centro, le conclusioni delle vicende narrate. Fino ad arrivare al centro vero e proprio, dove il fatto più importante trova la sua conclusione.
    La storia, raccontata da un punto di vista al passato e in prima persona, ruota attorno a Ermanno Baistrocchi, un editore che ama il suo mestiere e che oggi «va in giro a far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici». Ermanno aveva un socio, Paride Spaggiari – ex delinquente morto suicida –, una figlia, Dagauntaj, e un genero che «chiama l’elettricista per cambiare le lampadine», e che lui chiama «L’illuminista». Ermanno racconta dell’investimento fatto per comprare tre librerie, del fatto che il vecchio socio, Paride, si trovasse con del denaro da spendere, della liquidità che salta fuori dalla “banda del formaggio”, del suicidio dell’amico, del viaggio a Roma, della presentazione di un libro, di una denuncia dai carabinieri e dell’offesa…Di tante cose, insomma. Di tante piccole storie che man mano si concludono con sagacia e ironia.
    La banda del formaggio è un libro che strappa un sorriso in più di un’occasione. È un volume che si legge in poche ore, essendo anche di sole 224 pagine e, sicuramente, è perfetto per passare qualche ora in totale relax.

  • 11Giu2013

    Redazione - Lepaginestrappate

    Se penso a questo libro, la prima cosa che mi viene da dire è Leggetelo! 
Vorrei proprio dirlo a tutti, Leggetelo!, tormentare amici e conoscenti e magari pure i non conoscenti. Ho iniziato fin dall’incontro di presentazione al Salone del Libro di Torino. Ne ho lette le pagine in autobus tenendolo sollevato, alto davanti alla faccia, come se soffrissi di presbiopia, solo perché la gente vedesse la copertina rossa e magari si chiedesse, Chissà che legge quella lì, magari ne vale la pena, se lo legge in piedi alle sette di mattina.
    E se qualcuno mi chiedesse perché io direi:

    – perché l’ha scritto Paolo Nori. E se conosci la scrittura di Paolo Nori sai perché questo è un motivo anche da solo. E se non la conosci, La banda del formaggio è il miglior libro tramite cui conoscerla. Farsene incantare. Rassicurare. Divertire. Brontolare insieme. Un po’ flusso di parole e pensieri che pensi e non dici e lì li puoi leggere.
    – perché se sei di Parma, o sei emiliano, in generale, lo devi leggere. Il protagonista di La banda del formaggio dice che solo chi è di Parma lo capisce davvero. Che capisce come parla. E un po’ ha ragione, perché quando si riferisce alla figlia e la chiama Daguntaj posso quasi sentirlo, mio padre che mi dice “Chiara, daguntaj!” (“Chiara, dacci un taglio!”), e i mo mama che ti vengono dal cuore e dallo stomaco e sono meglio di qualsiasi commento di fronte a certe cose, e Paride che è Zioboja perché parla e dice sempre zioboja, allo stesso modo in cui altre volte altri, tipo me, parlano e dicono fi, o fichi, così tra le parole, come per dare più senso. Ecco, se sei di Parma – o emiliano – lo capisci. Andare in bici a Casalecchio di Reno. La cantilena delle parole. E se non sei di Parma, magari è più bello. Magari non ti suona familiare, ti suona qualcosa che vuoi conoscere. Un po’ strambo, forse. Magari più bello ancora.
    – perché c’è una storia che è un giallo, anche se non sembra. Ti racconta una storia e non te ne accorgi, mettendoti un po’ nel sacco, alla fine, quando sei impreparato e invece t’ha raccontato tutto senza che te ne rendessi conto. Della figlia Daguntaj e del genero insopportabile, dei medici che ti ribaltano da capo a piedi e della morte di Paride, e di Paride quand’era vivo, della banda del formaggio e dei giornalisti che non capiscono niente, della fiera del libro di Roma e dei soldi di una piccola casa editrice.
T’ha raccontato cose divertenti e una storia triste ed erano uno dentro l’altro come una matrioska.
    – perché fa ridere. Un sorriso interiore a volte, più o meno amaro, una risata palese altre. Sono andata a vedere sul dizionario e ho scoperto che ironia significa dissimulazione, dire una cosa per il suo contrario, e ho pensato che sì, in La banda del formaggio c’è tanta ironia, risata. Per altrettanta dissimulazione. Forse per quello si ha il cuore leggero, nel leggere, e la mente piena.
    – perché ne La banda del formaggio di Paolo Nori trovate: Il dizionario delle parole che sento sui treni e sugli autobus e dentro i telefoni; una lettera per un supermercato; un genero, L’Illuminista, che chiama l’elettricista per cambiare la lampadina; ponderamenti sulla parola escort e la parola anziano; e sui paragrafi nei libri; e sui giornalisti, e la gente negli autobus; titoli di racconti mai scritti (tipo Il modo che le cantanti americane cantano l’inno americano al superbowl, che sembra sempre che si stan per cagare addosso); descrizione dell’acqua che non può essere descritta; lista di luoghi in cui si può trovare la letteratura. In cui si può trovare davvero.

  • 11Giu2013

    Stefano Rossi - Vivepesaro.it

    No, non è il caso di descrivere questo romanzo, sarebbe come descrivere l’acqua. Sì, è vero, Paolo Nori ha descritto anche l’acqua in una delle duecento e oltre pagine del libro, peraltro riuscendoci benissimo. Dunque, potrei almeno provarci, direte voi. Beh, proviamoci.

    “La banda del formaggio” racconta di un editore, Ermanno Baistrocchi, che va in giro a far notare le impercettibili differenze tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici.

    No, no ,no… non è questo, così sarebbe riduttivo, iniziare la descrizione così sarebbe fuorviante. Mi verrebbe da ricominciare (come accade anche ad Ermanno lungo il romanzo, più volte. Gli verrebbe da ricominciare).

“La banda del formaggio” è la storia di un gruppo di ex partigiani originario di Parma che al momento dell’armistizio non ha consegnato le armi e adesso, con quelle, se ne va in giro a rubare forme di formaggio assaltando caseifici; il socio di Ermanno, di nome Paride (o meglio Zioboja, ovvero l’intercalare che Paride inserisce una parola sì e una no, che ci sta nella frase come il formaggio in un bel piatto di pasta, aggiungo io), risulta invischiato nella vicenda. Allora è un giallo, mi direte voi? Mah, in realtà non è un giallo. No. No, no.
    Mi verrebbe di nuovo da ricominciare. “La banda del formaggio” è la storia di un uomo, Ermanno Baistrocchi, alle prese con una casa editrice, una figlia, un genero che detesta, le corsette, la bicicletta, l’affettatrice rossa… Ma si potrebbe anche dire così, che forse è meglio: è la storia di un uomo amante della letteratura che un giorno si trova di fronte la porta di un albergo di Genova attendendo che si apra, la porta. Dopo un attimo di perplessità, “E be?”, non accadendo nulla, afferra la maniglia, l’abbassa e apre la porta.

Dovrei quasi esserci, con la descrizione. E’ che manca qualcosa, forse la cosa più importante. Manca Paolo Nori. Voglio dire, la scrittura di Paolo Nori, la comicità nostrana, parmigiana, di Paolo Nori. Ecco, basterebbe dire: leggete “La banda del formaggio” solo per come Nori scrive. Verrete travolti e spinti a leggere ad alta voce, a gesticolare alzando la mano che non regge il libro. Perché la sua scrittura è… è… è Paolo Nori, punto. Anzi, virgola.

    INTERVISTA
    La tua scrittura, figurativamente parlando, a me fa pensare a un’avanzare ininterrotto e scaglionato, come un vagone dietro l’altro di un treno in corsa. Travolgente. Potresti spiegarcela come nel libro sei riuscito a fare con l’acqua, per chi magari non ti conoscesse ancora?

    Credo di essere la persona meno adatta, a spiegare il modo in cui scrivo, non ci ho mai pensato e non ci voglio pensare, forse perché ho paura che mi succeda come nel paradosso del millepiedi, enunciato, se non sbaglio, da Plotino, che, se non sbaglio, diceva che una volta avevano chiesto a un millepiedi come faceva a muoversi, con tutti quei piedi, come faceva per esempio a decidere qual era il piede con cui partire e lui, quel millepiedi lì, non è stato più capace di camminare.
    In una intervista video su Repubblica citi Luigi Malerba, il quale diceva di scrivere per capire quello che pensava. Cosa hai capito di più con questo tuo ultimo libro?

    Luigi Malerba, quando gli han chiesto perché scriveva, ha risposto «Per capire quello che penso», che è una bellissima risposta però non è il mio caso, io scrivo per disperazione e di solito non capisco niente, e se, per caso, qualche volta, mi sembra di capire qualcosa, sono cose che non si possono dire.
    Anche a me, come Ermanno, capita un po’ di vergognarmi se la sera decido di accendere la TV. Perché ci sarebbe di meglio da fare e la scusa che accampo, sempre come Ermanno, è la stanchezza. Ti chiedo allora un’altra cosa che si vergognerebbe di fare Ermanno.

    Ermanno non guarda la Tv, non ce l’ha, quindi siete diversi, mi viene da dire. Mi sembra che Ermanno si vergogni di tante cose; forse, principalmente, di suo genero.

    Credo che questo romanzo abbia quella impercettibile differenza, ossia qualità superiore, rispetto a molti altri romanzi, quella che Ermanno come editore va in giro a far notare tra i suoi libri e quelli delle altre case editrici. “La banda del formaggio” va vissuto, va letto ad alta voce, non va interrogato. Per ciò, mi tolgo un po’ dall’impiccio della domanda, chiedendo a Paolo Nori se c’è qualcosa che non è stato detto sul suo libro e vorrebbe dire o svelare.

    Io, più che altro, in momenti come questo, quando il libro è appena uscito, sono qui ad ascoltare, a sentire l’effetto che fa, non ho chiavi di lettura particolari, non ho segreti da svelare, mi sembra di essere un lettore come gli altri e mi sembra che il mio punto di vista valga come quello di qualsiasi altro lettore.
    In conclusione, una volta finita la lettura, mi è venuta come l’idea che, a salvarsi da questo surrealismo comico e il più delle volte malsano della vita di tutti i giorni, siano, qui, la Letteratura e l’affettatrice rossa. Ma, l’affettatrice rossa… esiste?

    Premesso che, a me, la vita di tutti i giorni piace, e molto, mi sembra che esistano diverse affettatrici rosse; alcune le puoi trovare nella trattoria I corrieri, nel centro di Parma, un posto dove, per conto mio, si mangia anche abbastanza bene.
    “Anche se non mi sono mai dato quelle arie lì che ci hanno quelli che fanno i latin lover, che un latin lover di Parma, non so, adesso, un latin lover va bene che sia siciliano, o pugliese, come Rodolfo Valentino, che quando ero un ragazzo, certi giorni che mi cambiavo tre camicie in un giorno, mia mamma mi chiedeva se pensavo di essere come Rodolfo Valentino, che tutti i giorni si metteva una camicia nuova, e tutte le sere la buttava via, mi diceva sempre mia mamma, allora uno così, va bene, è un latin lover, e è anche un po’ asino, secondo me, tutti i giorni buttar via una camicia nuova, ma uno come me che è emiliano e gli piace stirare? Ma dove vuoi che vada?” (La banda del formaggio, Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2013, 223 pp.)

  • 05Giu2013

    Silvia Bombino - Vanity Fair

    FINALMENTE SONO LIBERO

    Paolo Nori compie cinquant’anni e pubblica un “quasi” romanzo giallo, che si legge più come una lezione di vita.

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  • 01Giu2013

    Redazione - Myself

    Sempre bello ritrovare Paolo Nori in libreria: è un acquisto sicuro. Stavolta arriva un nuovo personaggio che diventerà seriale: l’editore Ermanno Baistrocchi, e, con lui, un amico librario…

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  • 28Mag2013

    Dario Pappalardo - la Repubblica

    Paolo Nori è tornato. Dopo “un incidente”, come lo chiama lui. Il 23 marzo scorso, a Bologna, era stato investito da un motorino e ricoverato in ospedale per trauma cranico. Qualcuno ha scritto che era in fin di vita…

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  • 11Mag2013
  • 02Mag2013

    Redazione - Libero

    Sarà in libreria domani La banda del formaggio, il nuovo romanzo di Paolo Nori. Per gentile concessione dell’editore Marcos y Marcos ne anticipiamo alcuni brani:

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  • 01Mag2013

    Redazione - GQ

    Il nuovo romanzo di Nori è una riflessione sul senso della vita, dello scrivere, dell’essere genitore…

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  • 01Gen2013

    Simone Buttazzi - Il Paradiso degli Orchi

    Piedi di piombo, e la loro meravigliosa utilità, in previsione di recensire un libro di Paolo Nori, per il duplice timore che lui in persona legga queste righe, non gli piacciano e le faccia a pezzi sul blog o in qualche discorso d’occasione, o che scrivendole, queste righe, mi venga da scimmiottare anche solo alla lontana il suo stile. Che per definizione è inimitabile, anche se è facile convenire su alcuni punti cardine: primato dell’oralità, uso poetico dell’anacoluto, un certo flusso di coscienza, un genio nel trovare la terza via tra l’ombelico e il Mondo (come lo descriverebbe il Kafka degli Aforismi di Zürau).

    Nori è uno dei pochissimi autori italiani viventi in grado di fare, davvero, egemonia culturale. Dove passa, influenza. E dal 1999, dai tempi degli esordi con Fernandel e DeriveApprodi, ne ha passati di editori e collane, lasciando ogni volta scie indelebili. Si pensi ai primi passi di Stile Libero o all’attuale collana Quodlibet Compagnia Extra, innervata da quella scrittura emiliana che Nori, «maestro» (da scuola elementare, per sua stessa definizione), conosce, pratica e propaga con brio. La banda del formaggio segna un momento importante nella fittissima bibliografia di Nori, in quanto lancia in pista un «personaggio nuovissimo che tornerà», l’editore Ermanno Baistrocchi. Che fa sperare nell’inizio di una nuova saga à la Learco Ferrari, dieci titoli e sblisga, stavolta per i tipi di Marcos y Marcos. Bisogna vedere come farà a tornare, Baistrocchi, dal momento che è l’io narrante del libro e in una delle ultimissime pagine spiega che «questo libro» – cioè quello che stiamo leggendo – lui intende pubblicarlo postumo. Ma andiamo per ordine, cercando di elencare gli aspetti più interessanti del romanzo. Prima di tutto i paratesti, in cui l’autore, si sa, eccelle (cito dalla bandella de La meravigliosa utilità del filo a piombo: Paolo Nori, che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, non sa mai cosa scrivere in queste note di copertina dove dovrebbe far finta di non essere lui e fare capire che è bravo, e intelligente, e modesto). Al lettore il piacere di fruire il libro a cominciare da alette e quarta, passando poi per la citazione – russa – in esergo e approdando a una nota finale che riassume il plot per date ed elenca i «poeti della Guyana belga (non esiste)» citati e ri-citati in corso d’opera. Il romanzo vero e proprio, con i suoi blocchi di testo numerati a sentimento, altro non è che una farcitura di: false partenze, invettive contro i giornali e le frasi fatte dei giornalisti, missive sublimi a proprietari di ipomercati, frecciate al presunto scontro finale cartaceo vs. digitale, richiami al Grande Gatsby e tanti «mo mama», meglio se riferiti all’andazzo politico della città di Parma – e guarda caso è in uscita per Chiarelettere un nuovo pamphlet a firma Nori, Mo mama. Parma ai tempi del Movimento 5 Stelle. Malgrado gli excursus, i tentennamenti gigioni e l’istinto di ripetere certe frasi a nenia e di ribadire concetti ormai familiari al pubblico dell’autore – l’amore per l’universo sovietico, l’utopia di una società trainata dalla cultura – ne La banda del formaggio ci sono anche dei personaggi, succedono anche delle cose, e tanto per dirne una si viene a sapere cos’è, questa banda del formaggio. Un piacere, quello che dà tutto questo, che non va vanificato spifferando tutto qui. Mi limito a segnalare, commosso, il soprannome della figlia del protagonista, Daguntaj, perché quando da piccola frignava nottetempo Baistrocchi la cullava cantandole «dacci un taglio, dacci un taglio, dacci un taglio» in dialetto parmigiano, sulle note di Fra Martino campanaro. Si badi bene, ogni libro di Paolo Nori alla fine è un «pubblico discorso» da ascoltare tutto d’un fiato meglio se dalla voce stessa dell’autore. A parlare è lui – per interposte persone – ora come quindici anni fa, tant’è che uno dei momenti più lirici de La banda del formaggio va sotto il titolo di Una vite tagliata, formula nota a chi ha letto Bassotuba non c’è. Del resto la scrittura di Nori ha l’aria di un flusso costante, tranciato qua e là, che contamina gioioso editoria, giornali, rete, saloni, festival e feste de l’unità, fino a salire sui palchi dei concertoni. Un flusso più efficace e seducente dei balocchi libreschi in cui si articola, una raffica di parole ipnotiche e poetiche, vecchia scuola, visto che a ben guardare è «Tutto un problema di immaginazione. Come il socialismo» (pag. 13).