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La bambina che amava troppo i fiammiferi

Archivio rassegna stampa

  • 01Giu2019

    Errico Passaro - Il Borghese

    Libri che leggerete

    […]

    Una favola gotica è La bambina che amava troppo i fiammiferi di Gaetan Soucy (Marcos y Marcos). I protagonisti sono due fratelli […]

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  • 14Mag2019

    Cristiana Saporito - Flanerì

    La sfida di tradurre scintille

    “La bambina che amava troppo i fiammiferi” di Gaétan Soucy

    «Un lavoro di formica e di cavallo». Così Natalia Ginzburg condensava il senso funambolico della traduzione, incidendo il corpo vivo dell’opera di Proust. Quel tradimento alchemico e irrinunciabile senza cui come sosteneva George Steiner «abiteremmo province confinanti col silenzio». Restituire e restare infedeli, perdere e salvare, in un travaso di frammenti che conservi l’intero. In pochi libri come in quest’ultimo piovuto tra le grinfie la tensione incandescente di chi passeggia su una faglia inquieta come quella del linguaggio è un elemento che non si può solo citare in corso d’opera. Perché ha la forza detonante di una fatica primordiale. Un rischio estremo, che può ripartorire un testo, o condannarlo a balbettare.

     

    Francesco Bruno, traduttore di Jean Michel Guenassia, Jean Giono ma anche dell’alter ego di J.K. Rowling Robert Galbraith, ha svolto una missione. E pur mutandola non l’ha scalfita. Una missione con un titolo che giura faville, La bambina che amava troppo i fiammiferi del canadese Gaétan Soucy. Uscito in versione originale più di venti anni fa e apparso in Italia nel 2003, ma non baciato dalla giusta attenzione, riaffiora oggi con una nuova pubblicazione sempre per i tipi di Marcos y Marcos.

     

    Storia maligna, favola nera, incrudelita dalla tenerezza della sua sorgente. A raccontare è una voce adolescente, cresciuta dentro un incubo scambiato per realtà. Il suo territorio vitale è tutto un’enorme allucinata distrofia familiare. Non c’è niente di vagamente normale, per quanto la normalità sia affidabile come contenitore, in ogni spiffero del suo resoconto, in ciò che riferisce, in ciò che omette, e in ciò che si mescola nel suo asse mediano.

    Ci sono due figli, che si chiamano “Fratello” l’un l’altro, perché altri nomi non sono necessari e la vicenda s’innesca quando il loro padre muore. «Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto».

    Questo patriarca/aguzzino fino all’ultimo legifera e possiede l’esistenza dei suoi due discendenti, segreti compresi. Li esilia in un castello diroccato come i loro scheletri, stabilisce norme impossibili, distribuisce «busse» se si accorge che sono disattese. Li lascia arenati in uno stato brutale, da cui solo uno dei due riesce a emanciparsi.

    Tuffandosi nei dizionari della sua biblioteca, leggendo Spinoza e Saint-Simon e poi impugnando il suo incunabolo. L’altro è un fratello grezzo, primitivo, frustrante nella sua lentezza («tutto e sempre delude in mio fratello. Non si può sognare con lui»). Così, quando restano soli e immolati al loro squilibrio, non rimangono che le parole, quelle che filtrano l’orrore e la sconcezza di un passato fangoso che spenna lo scandalo poco a poco, fino a disvelarsi nelle ultime pagine.

    È un vocabolario eccezionale, guizzante, frutto di un’urgenza, di un istinto e di una naturale vocazione alla libertà. «Cucuzza», «sanguinaccio», «catalessina», sono solo alcuni esempi per plasmare una dimensione intima e creativa che oscilla da pendolo perfetto tra forme scabre e raffinatissime; una sferzata fiabesca di acrobazie espressive difficili da rendere potabili, architettate come meccanismo di difesa e riscrittura del vissuto. Una creatura a cui è stata negata presenza materna, identità sessuale, limpidezza di legami familiari, relegata in una capsula distopica avara di qualunque dolcezza.

    Eppure, malgrado l’abominio accovacciato in ogni angolo di trama, si resta stregati dalla sua Weltanschauung, quella visione del cosmo velata di epico stupore, che riesce a custodire una forma d’incanto, a sperare nell’amore di un uomo narrato come un cavaliere, a sopravvivere alla morte della legge cercando una bara per suo padre, a farsi culla di una nuova vita.

    Mass media e letteratura sconcertano di scampoli oscuri, paradigmi d’infanzia straziata che sputano schegge sopra o sotto la pelle. Raramente come in quest’ultimo periodo l’editoria ha ospitato romanzi di “mal-formazione”, come i recenti Salvare le ossa di Jesmyn Ward, Mi chiamo Irma Voth di Miriam Toews, L’educazione di Tara Westover, Mio assoluto amore di Gabriel Tallent e non sorprende che i soggetti intrappolati in un mondo distorto (da ossessive affettive o religiose) siano spesso bambine, private di scelte essenziali, di strade aperte su cui incallire i piedi e le vittorie.

    Finzioni ben cesellate, che echeggiano episodi forgiati perfino meglio nel mostruoso, quelli appollaiati ogni giorno in cronaca nera, a ricordarci che quella tra i sessi è ancora una guerra, che lo scarto tra ciò che vorremmo e ciò che tocchiamo è più tagliente del desiderio. Donne che fanno paura, da quando iniziano a esistere, che sarebbe più comodo rannicchiare in un forziere ed estrarre alla bisogna.

    Ma invece no. Invece si scrive, come fa Gaétan Soucy, che ci ha lasciato troppo presto, con pochi romanzi allattati di promesse. Di lui, nella sezione biografica all’interno del sito di Marcos y Marcos è riportato che abbia avuto «un’infanzia senza storia». Chissà, se in quelle crepe non documentate, è vissuto un bambino che amava i fiammiferi, innamorato del buio e dei suoi strappi, che è diventato adulto per consegnarci il paesaggio dietro ogni fessura.

     

    http://www.flaneri.com/2019/05/14/la-bambina-che-amava-troppo-i-fiammiferi-soucy-recensione/?fbclid=IwAR1jEiEjPguGzWR9V69zmjBCkdWpI3C8gBn3NiueOUhjMJfpER0owuGCzoU

  • 01Mag2019
  • 17Mar2019

    Marianna ZIto - modulazionitemporali.it

    “LA BAMBINA CHE AMAVA TROPPO I FIAMMIFERI” LA FIABA NERA DI GAÉTAN SOUCY

    “Avevo capito una volta per sempre che i nostri sogni scendono in terra soltanto per il tempo necessario a farci marameo…”

     

    Eccezionale la traduzione italiana di Francesco Bruno del libro “LA BAMBINA CHE AMAVA TROPPO I FIAMMIFERI” (Marcos y Marcos, pp. 189, euro 16) di Gaétan Soucy. Travestita da una mite fiaba, apparentemente semplice e ingenua, si svela man mano una storia incatenata a un passato misterioso e terrificante, di cui due fratelli pagano ogni giorno le conseguenze. Improvvisamente orfani si ritrovano a osservare un mondo di cui prima potevano solo lontanamente immaginare l’esistenza, rintanati nel loro Giusto Castigo, un dolore lì, fermo, di tutti ma che in realtà non appartiene a nessuno, se non a se stesso. Comandati per ogni azione o movimento, la loro integrità era legata a questo sottostare servile alla figura paterna, senza la quale si ritrovano improvvisamente vanificati e persi “Da soli, riuscivamo a malapena esitare, esistere, aver paura, soffrire”. La loro ritualità e i loro gesti quotidiani si perdono davanti a un corpo freddo, di cui avremo una descrizione precisa ed esilarante. La tragedia prende un risvolto grottesco e ridicolo “ci capita di tutto sempre, non c’è scampo”, accompagnato dai racconti piacevolmente scurrili e assurdi di aneddoti e ricordi del passato.

    È una delle due voci a raccontarcelo, con un linguaggio ingenuo, con una particolarità infantile che appartiene solo ed esclusivamente alle loro vite, una visione che dà per scontato verità macabre e nascoste, rendendole un tutt’uno con la vita reale e quotidiana. La morte del padre magicamente non blocca le loro vite o il loro tempo, a differenza di ciò che si aspettavano, ma li mette di fronte alle regole sociali: ogni cosa ha un nome e cominciano, da un’altra prospettiva, la meraviglia e la poesia della scoperta delle piccole cose. La verità man mano si palesa per poi travestirsi, nascondersi e, infine, svelarsi completamente e apparire completamente diversa da ciò che ci aspettavamo. Una scrittura precisa e geniale quella di Gaètan Soucy, in grado di sorprenderci, ora a ridere ora a tremare, immobili e inorriditi.

     

    https://www.modulazionitemporali.it/la-bambina-che-amava-troppo-i-fiammiferi-la-fiaba-nera-di-gaetan-soucy/

  • 16Mar2019

    Jolanda Di Virgilio - illibraio.it

    “La bambina che amava troppo i fiammiferi”: una fiaba nera tra orrere e poesia

    “La bambina che amava troppo i fiammiferi” di Gaétan Soucy, scrittore canadese scomparso nel 2013, racconta la storia di due fratelli (o meglio, un fratello e una sorella) che hanno sempre vissuto segregati in un castello a causa di un padre tiranno e violento. La voce che narra la vicenda si esprime con parole grezze, inesatte, che oscillano di continuo tra il volgare e il lirico, dando vita a una fiaba nera che intriga e allo stesso tempo spaventa il lettore…

     

    “Che altro fare se non scrivere in questa vita? D’accordo, d’accordo, ho detto ‘le parole: bambole di cenere‘, ma anche questo è ingannevole perché alcune, quando sono ben allineate in frasi, ci danno una vera e propria scossa al contatto, come se si posasse il palmo su una nuvola proprio nel momento in cui è gonfia di tuono e sta per scoppiare. È la sola cosa che mi aiuti, questa. A ognuno i suoi espedienti”.

    A scrivere è la voce narrante del breve romanzo La bambina che amava troppo i fiammiferi (Marcos y Marcos, traduzione di Francesco Bruno) di Gaétan Soucy, scrittore canadese scomparso troppo presto, nel 2013, lasciando un’opera teatrale e quattro romanzi, tra cui Music Hall! e L’assoluzione (sempre pubblicati da Marcos y Marcos).

    Parliamo di voce narrante e non di un personaggio definito perché, fino a metà del libro, al lettore non è dato conoscere la sua identità, né il suo sesso. Da come racconta di sé, questa voce sembrerebbe essere un maschio, ma in seguito si rivela una giovane ragazza. Non ha un nome, dimostra circa diciassette anni e ha i capelli selvaggi e odorosi di pioggia.

    Viene da un castello, laggiù, oltre la pineta, dove ha sempre vissuto segregata con padre e fratello. Padre è morto all’improvviso, una mattina poco prima dell’alba, ed è per questo che la ragazza si è allontanata dall’abitazione, per la prima volta in vita sua. Infatti, non ha mai visto altri esseri umani, eccetto i famigliari e un medicante che, di tanto in tanto, si recava al castello, le pizzicava le guance e si stendeva sopra di lei.

    È cresciuta con il naso in mezzo a quelli che lei chiama dizionari (ma che poi si scoprono essere romanzi cavallereschi), da cui ha imparato cos’è l’amore, soprattutto quello per le parole. Le sue, quelle con cui scrive tutta la storia in una sorta di diario/testamento, sono parole grezze, inesatte, parole che non sono mai entrate a contatto con la realtà e che oscillano di continuo tra il volgare e il lirico: come se fossero una poesia sporca di fango.

    Perché dietro quel misto di versi, termini arcaici e espressioni scurrili, si nasconde un mistero inquietante, un passato fatto di violenza e soprusi, che si intreccia e da vita a una fiaba nera. Proprio come i racconti antichi dei fratelli Grimm, La bambina che amava troppo i fiammiferi è un thriller gotico dai tratti incantati e orrorifici, che intrigano e allo stesso tempo suscitano terrore, spingendo il lettore fino alle oscurità della cantina del castello dove, incatenato al muro, c’è un segreto che aspetta di venire alla luce.

    https://www.illibraio.it/bambina-amava-troppo-fiammiferi-961446/

     

  • 25Feb2019

    Maria Sole Bramanti - sulromanzo.it

    Marcos y Marcos riporta in libreria una perla: La bambina che amava troppo i fiammiferi di Gaétan Soucy non può essere definito in altro modo.

    Chi ama leggere deve leggere questo romanzo straziante e straniante. Chi ama le parole deve leggere questo romanzo così ben scritto, ottimamente tradotto (da Francesco Bruno) e in cui con le parole si gioca.

    Da subito si capisce che la “famiglia” protagonista di questo romanzo è particolare. Ma l’abilità dell’autore è proprio quella di svelare solo piano piano tutti i retroscena, tutto l’orrore che c’è dietro alla vita di questi due bambini che sembrano vivere in un mondo di favole, o forse in un incubo. Un esempio? Il Giusto Castigo che viene nominato fin dalle prime pagine e che ci accompagnerà come un inquietante leitmotiv per tutto il romanzo. Solo nel finale capiremo davvero di cosa si tratta. E poi, quella casa, anzi, quella tenuta in cui vive la famiglia… Le abitudini, o forse è meglio parlare di riti, che dettano il ritmo delle giornate. Il rapporto tra i due fratelli, e questo padre di cui non si capisce all’inizio la professione, il grado sociale, la personalità. Tutto si disvela, inquietante, lentamente.

    Chi racconta la storia è uno dei due protagonisti, e lo fa in forma di diario, o testamento forse. Questi due bambini, di cui non sappiamo il nome perché nessuno lo ha mai usato con loro, ci appaiono indifesi, soli, chiusi… No, chiusi non è il termine giusto: perché «la mente di chi ci parla non è assolutamente chiusa, è solo imprigionata in quello che sembra un mondo costruito per sfuggire alla realtà.»

    «Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso.»

    Eppure, nessuno può sfuggire al mondo, per quanto ci provi; nessuno può sfuggire alla realtà e al dolore. Nessuno. E questi fratelli ci insegnano come la profonda sofferenza può diventare malattia, psicosi, chiusura totale alla realtà.

    La classe di Gaétan Soucy in questo suo La bambina che amava troppo i fiammiferi sta nel farci riscoprire il mondo e la verità assieme a questi bambini, che con la morte del padre sono costretti a confrontarsi con tutto ciò che lui aveva tentato di confinare oltre la pineta che separa la tenuta in cui vivono dal paese.

    E con la morte è anche l’amore che apre gli occhi. L’amore fin lì vissuto solo nei libri (nei dizionari, come direbbe chi ci parla dalle pagine) irrompe nella vita e fa raggiungere una nuova consapevolezza di se stessi, attraverso il desiderio che smuove.

    Quel padre, che è stato «bel giovane», si vende ai figli come una sorta di mago, di taumaturgo, di dio, tanto da far loro credere di averli creati dal fango. Per poi rivelarsi, invece, un uomo pieno di debolezze. Di rancori. E, ancora, di paura. Sì, perché la paura è il tema portante di questo libro. La paura del dolore, della realtà, dei sentimenti che creano emozioni, e la paura del diverso.

    Studioso di fisica e matematica, filosofo, Soucy sembra davvero uno di quegli autori che mette tutto se stesso nei suoi romanzi, tutto il suo mondo, le sue conoscenze, la sua mente ricca, e le parole. Quelle parole che chi compila il diario considera normali costellano il libro di termini verosimili ma assurdi, e con un grande potere evocativo. Parole inventate che sono più vere di quelle reali. Tra le pagine del suo diario, chi scrive prende gradualmente coscienza di tutto questo e lo fa confrontandosi proprio con il suo linguaggio, rendendosi conto che i termini che usa, forse, non sono quelli che usa il resto del mondo. Le parole come la verità.

    «E allora, vi dirò, avrei voluto non rientrare mai, non tornare mai, restare per sempre nel sentiero della pineta, tra tenuta e paese, essere la divinità segreta della distanza che separa tutte le cose, la fatina dei sentieri che non portano a niente. Ma presi il coraggio a due gambe e proseguii per la mia strada.»

    Finalista al prix Renaudot, vincitore del Grand Prix du roman de l’Académie des Lettres du Québec, tradotto in cinese, tedesco, finlandese, ebraico, spagnolo e inglese, La bambina che amava troppo i fiammiferi di Gaétan Soucy è un romanzo originale e magico. Da leggere.

    http://www.sulromanzo.it/blog/un-romanzo-magico-e-inquietante-la-bambina-che-amava-troppo-i-fiammiferi-di-gaetan-soucy

  • 14Feb2019

    Tatiana Vanini - librierecensioni.com

    Trama:
    Una vasta tenuta di campagna, circondata da una fitta pineta. Un vedovo tirannico e folle lascia, alla morte, due figli selvatici, spiazzati di fronte al mondo: tutto quello che sanno degli uomini viene dalle sue parole, o dai romanzi cavallereschi scovati nella biblioteca del castello. Costretti, letteralmente, a “prendere l’universo in mano”, faranno i conti con la realtà – negli occhi degli altri capiranno chi sono, e affronteranno i misteri micidiali lasciati in sospeso dal padre.

    Recensione:
    Un breve racconto gotico, capace di stupire, sorprendere il lettore, come anche di farlo tremare di fronte all’orrore.
    “La bambina che amava troppo i fiammiferi” rivive in questa nuova edizione edita da Marcos y Marcos, con tutta la sua coinvolgente malia.
    L’autore è riuscito a fare qualcosa di meraviglioso e difficile insieme, creando una scrittura strampalata, inventata, rozza a volte e in certi tratti bella da morire, perfetta armonia delle lettere che insieme diventano parole e frasi di intensa poesia.
    Si parte credendo una cosa e, pagina dopo pagina, le certezze iniziali vengono smantellate mentre prende vita una trama che ci parla di isolamento, di privazione, di incoscienza di sé. Una continua penitenza per un gioco superficiale e pericoloso che si è trasformato in tragedia, un ricordo lontano e sbiadito che diviene sogno, per scendere a patti con una verità segreta.
    Perché alcune persone sono rimaste recluse in un castello diroccato?
    Cos’è il Giusto Castigo e perché si trova in cantina?
    Chi è la bambina che amava troppo i fiammiferi, colei che dà il titolo a tutto il libro?
    Domande che trovano risposte solo leggendo quella strana scrittura che diventa infine familiare, unica e allo stesso tempo usuale, che ci regala un racconto tragico, triste e magico, che ci fa vivere in modo diverso l’esperienza della lettura, con personaggi che mai più dimenticheremo.
    “La bambina che amava troppo i fiammiferi”, un romanzo intenso, il genere gotico espresso con unicità e bellezza.

    https://www.librierecensioni.com/recensioni/la-bambina-che-amava-troppo-i-fiammiferi-gaetan-soucy.html

  • 09Feb2019

    Tiziana Lo Porto - D La Repubblica

    UNA STORIA GOTICA

    Ritorna in libreria il prezioso romanzo dello scrittore canadese Gaétan Soucy La bambina che amava troppo i fiammiferi. Protagonisti della storia sono due bambini, fratello e sorella che, dopo un’infanzia da reclusi nel castello di famiglia, alla morte del padre sono finalmente liberi di uscire e vedere com’è fatto il mondo.

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  • 08Feb2019

    Marta Gargiulo - voglioesseresommersadailibri.com

    Un castello in rovina in mezzo al bosco. Due fratelli vittime di un padre folle, cresciuti isolati, in un mondo fittizio. Un mondo di ossessioni, violenze, angherie. Un mattino, al risveglio, i fratelli si accorgono che il padre si è impiccato in camera sua. Ora, per la prima volta, sono liberi: attraversano il bosco, raggiungono il villaggio, affrontano la realtà. Dove si scopre che chi si credeva un uomo è invece una donna; chi si credeva povero è invece ricco sfondato; due fratelli sono in realtà due sorelle e un fratello. Fino alla rivelazione di un segreto morboso, cruento, ripugnante. E l’origine di tutto, la tragedia che ha condotto il padre alla follia. Tutta colpa di una bambina che non la smetteva di giocare con i fiammiferi.

    Quando ho iniziato a leggere ‘La bambina che amava troppo i fiammiferi’, non sapevo cosa aspettarmi dal libro dato che, come mio solito, ho bypassato tranquillamente la lettura della trama tuffandomi direttamente tra le pagine. La prima cosa che mi ha colpita, è la confusione iniziale di una storia che sembra non avere né capo né coda: il narratore, protagonista, ci introduce con un linguaggio molto semplice e decisamente poco curato nell’atmosfera cupa di un casale di campagna; qui due fratelli abituati ad ubbidire in silenzio agli ordini del burbero padre, devono fare i conti con la realtà per la prima volta. Vedere questi due ragazzini smarriti ed impauriti, colpisce e sconvolge al pari della loro condizione di vita pessima. Proseguendo con la lettura, l’autore ci mostra le luci e le ombre di una famiglia singolare che nasconde dei segreti oscuri che mi hanno lasciato, più volte, interdetta e pensierosa.

    Ho divorato il libro nel giro di una bellissima mattinata di sole, spinta da una curiosità crescente che è stata soddisfatta solo da un epilogo pazzesco e unico, come tutto il romanzo del resto. Tutto ciò che credevo di aver capito dei protagonisti, della loro strana famiglia, del cattivissimo padre e dei loro segreti si è rivelato una cosa di poco conto rispetto alla verità che Soucy ha pensato per noi lettori. ‘Tutto e il contrario di tutto’ descrive molto bene l’essenza di un libro super originale che ho apprezzato tantissimo. Nonostante lo stile grezzo e brutale utilizzato dall’autore, il romanzo appassiona e coinvolge pienamente la mente di chi legge. Un contrasto di emozioni, i continui colpi di scena e un segreto inimmaginabile rendono l’opera di Gaétan Soucy, un giallo eccezionale e fuori dal comune. Se avete voglia di un libro diverso e che vi sorprenda ad ogni pagina, questa è la storia che fa per voi!

    http://voglioesseresommersadailibri.blogspot.com/

  • 08Feb2019

    Orazio Labbate - ilsole24ore.com

    “Non so per quanto tempo ho potuto scrivere a tutta velocità col cuore in subbuglio, perché non c’era luna, il cielo era coperto di limbi, ma dovetti riempire una dozzina di fogli d’un tratto senza fermarmi, attraversando le frasi e le parole come una palla di fucile le pagine di una bibbia”.

    “La bambina che amava troppo i fiammiferi” (Marcos y Marcos) di Gaétan Soucy è una lunga e perturbante fiaba horror, funebre e gotica, scritta con un oscuro e originale linguaggio pasticciato. Il libro sembra il diario geniale e commovente trascritto da una specie di bifolco assai erudito, colto da una fulminea malinconia esistenziale, nutritosi di soli libri del ciclo bretone.
    Ricorda anche, in qualche modo, per lo strapazzamento linguistico, lo scioglilingua comprensibile, ma fastoso, di Arancia Meccanica.
    “Voglio dire che i nostri simili tendono a stupirsi in presenza di ciò che è scomparso nel nulla per la loro indole umana che li spinge a ruminare l’erba dei morti, che rende fantasiosi. E il primo sole di una religione, se non mi sbaglio, è sempre un cadavere che si muove.”

    La storia narra di due giovanissimi fratelli – seppur via via si scopra che uno dei due è in verità una ragazzina la quale si riconosce subito come la voce del romanzo – segregati dentro una sorta di castello da un padre padrone rinvenuto da un giorno all’altro, dai due, ormai morto.
    Stupiti e attoniti dall’assenza di vita del padre, poiché mai entrati in contatto con altri esseri viventi aldilà del castello, i piccoli si organizzano per ricercare una degna bara dove deporre il mostruoso genitore. Partirà la femminuccia alla volta del piccolo borgo francese, mentre il tempo narrativo si dichiara inesistente, sospeso, come quello di un incubo comico forse costruito dalle penne di alcuni autori diversi, eppure prossimi per poetica: Kafka e i fratelli Grimm.
    “Io tenevo la borsa dei soldi a braccio teso all’altezza della spalla, e la mostravo alle persone sedute sulle panche camminando mestamente, ripetevo per favore per favore datemi una bara, e facevo pena. Non so dove siano finiti i cuori in questo paese, la gente non ne ha, dico la cosa così come mi è sembrata.”

    La piccola, che non ha nome proprio come nessuno dei personaggi del romanzo, durante il suo pazzo cammino, incontrerà un prete infuriato, un ispettore minerario, suo assurdo principe; visiterà una chiesa quasi uscita fuori da quella decadenza gotica onnipresente nei film di Tim Burton, svelerà l’oscurità disumana che aleggia attorno al suo passato (cosa ha fatto il padre?) ci spiegherà l’utilità dei fiammiferi e della biblioteca (quindi del titolo del volume).
    Ci dirà, infine, chi è quell’orribile nome che fa paura anche al fratello e che viene spesso citato con reverenza, tremori e fughe: Giusto Castigo.
    Con “La bambina che amava troppo i fiammiferi”, Marcos y Marcos offre un oggetto, fuori dal comune e singolare, che si nutre elegantemente di generi ibridatisi a regola d’arte: gotico, horror, fiaba. Insieme e mai disgiunti, per impaurire e far piangere di emozioni.

    https://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2019-02-07/una-favola-horror–burgess-e-fratelli-grimm-110137.shtml?uuid=AF6pQxJ

  • 28Gen2019

    Alessio Zambardi - libreriailmattone.it

    Vi ricordate quella volta che stavate in macchina e avete incontrato una nebbia talmente fitta che andavate a 10 all’ora? Ricordate come poi, piano piano, la nebbia si è diradata per farvi finalmente capire dove eravate?
    Ebbene, questo è quello che vi aspetta se deciderete di immergervi in questo libro. Accendete quindi i fendinebbia e andate lentamente, senza accelerare.

    Gaétan Soucy è fatto così: un maestro nel centellinare le informazioni lasciando briciole lungo la strada. In questo romanzo tutto è volutamente e meravigliosamente nebuloso: il lettore è spinto dalla storia a raccogliere quelle briciole – mai troppe, mai troppo poche –  e a ricostruire un mondo intero.

    «C’è una cosa che esiste ovunque nell’universo stando a ciò che ho letto, sono i vasi comunicanti, ed è verissimo. Infatti capitava che papà avesse la mano pesante con le busse, e mio fratello ne buscava un sacco e una sporta, e poi io dovevo subirmi mio fratello, ecco cosa sono i vasi comunicanti».

    L’io narrante del libro è una voce piccola, innocente, a tratti comica nella sua ingenuità: tutto quello che sa della vita è uscito dalla bocca del padre (violento e carceriere) o lo ha letto nei romanzi cavallereschi presenti in casa. Ma il padre-padrone, esattamente una pagina prima della prima pagina, muore. Qui comincia la storia: e ora? che si fa? come si va avanti? Due bambini, cresciuti soli e segregati a causa di un folle, ora si trovano a prendere in mano le redini della loro vita. E questa voce racconta: racconta il presente, racconta la tenuta di campagna dove vivono lontano da tutto e da tutti, racconta il paese vicino, dove finalmente si recano: ciò che viene fuori è un quadro terribile, briciola dopo briciola, in un crescendo dove l’orrore sembra non finire mai, dove i ricordi che affiorano sono sempre più inquietanti, fino a capire che cosa ha reso folle il padre.
    Non è affatto una lettura spensierata, ma se amate i puzzle che si ricompongono pagina dopo pagina potete mettere questo libro sul vostro comodino.

    Bellissima la traduzione di Francesco Bruno: è stato davvero molto bravo a ricreare perfettamente anche in italiano la raffinatezza del linguaggio usato da Soucy. Grazie.

    Alessio Zambardi, Libreria Il Mattone, Roma

    Abbiamo conosciuto Alessio un anno fa nella sua splendida libreria, in via Bresadola 12/14, a Roma.
    Aveva già letto e molto amato La bambina che amava i fiammiferi; ci aveva dato un consiglio prezioso. La copertina diceva troppo, rivelava un dettaglio che non poteva e non può essere rivelato.
    Abbiamo deciso di seguire quel prezioso consiglio, e ora ecco la nuovissima copertina, disegnata da Gaia Scarpari.

  • 27Gen2019

    Alberto Sebastiani - Robinson / La Repubblica

    Castelli di rabbia

    “Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso”.
    Un papà ricco, violento; che ha segregato oltre il bosco i figli, e non solo.

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  • 14Apr2017

    Sara Galletti - ladivoratricedilibri.it

    La bambina che amava troppo i fiammiferi è un libro che fa incantesimi – decidete voi di che tipo -, è un libro che si cala repentino nei bassifondi più melmosi e oscuri di un tempo fuori dal tempo, un Medioevo immaginario, e che sfrutta un geniale meccanismo narrativo usando una lingua vicina al volgare che, fin dalla prima riga, proietta il lettore in un tempo straniero.

    A raccontare questa storia in prima persona è un ragazzino: di lui sappiamo che sta scrivendo delle memorie perché si possano forse conservare e, a fatica, decifrando una narrazione incredibile, fatta di una prosa ostica e oscura, masticata, mozzicata, spezzettata, ancestrale e antica, inizia anche il viaggio del lettore: un cammino disseminato di indizi e asperità dove anche le parole prendono la forma delle cose di cui portano il nome.

    “Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso”

    Ecco la prima informazione che viene consegnata al lettore: il motivo scatenante, quello che spinge il protagonista e il suo brutale fratello a valicare i confini incerti della tetra tenuta in cui hanno vissuto fino a quel momento, è l’improvvisa morte del padre, un padre brutale, violento, un carceriere, un essere abbietto. Eppure devono trovare il modo di raggiungere il paese vicino e di seppellirlo.

    Durante il viaggio non mancano però poetiche incursioni di fate, cavalieri, dame, spiriti, così come non vengono risparmiate trucide descrizioni corporee o di pulsioni sessuali, o pagine da cui fuoriescono l’odore della pioggia e tutte le cose celate nei libri e, un pezzo alla volta, nell’indefinitezza di tempo e luogo, nella sospensione fisica degli oggetti, dove gli specchi rimandano le voci degli antenati e le immagini di un passato annebbiato riprendono forme quasi umane, i raccapriccianti segreti che circondano la famiglia del piccolo protagonista, riemergono e rivelano uno scenario degno del più geniale e raffinato sceneggiatore di thriller.

    “E delle facce cominciavano a comparire nello specchio convalescente. Un’accozzaglia di volti, con il tumulto che pian piano cresceva. E gonne a non finire, e parrucche, e cavalieri in coda di rondine, magari, e la ressa cominciava a traboccare dallo specchio nella sala, che si riempiva e ne era invasa”

    Una volta iniziata, non ci si può staccare da questa lettura, non ci si può sottrarre alla follia; l’orrore sembra non conoscere confini e il lettore brancola, correndo, tra gli stretti budelli dell’inquietudine fino all’ultima riga dell’ultima pagina, in totale balia di uno scrittore differente da molti, che non si preoccupa della linearità, ma concede piccoli pezzi di storia un poco alla volta e ogni piccolo pezzo è un boccone così speziato da lasciare storditi per qualche attimo.

    Questo è un libro per chi ama restare senza fiato, senza parole e senza pensieri, è per chi ama i misteri fitti, le tenebre e la poesia che si celano nei loro orditi, è un libro che capovolge e che, prima di essere letto, chiede di bendarsi gli occhi, è una genialissima fiaba cupa che defibrilla anche la fantasia più tenue e la spinge verso il vero colpo di scena finale.

    (Un suggerimento che mi è stato dato e che a mia volta giro al magnifico lettore che vorrà intraprendere La bambina che amava troppo i fiammiferi è di non leggere la quarta di copertina e di iniziare subito con la storia, per non perdersi neanche una briciola di quei bellissimi istanti di sorpresa che Gaétan Soucy ha voluto riservargli)

    http://ladivoratricedilibri.it/2017/04/14/la-bambina-che-amava-troppo-i-fiammiferi-gaetan-soucy/

     

  • 29Mag2003

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    Fiaba autistica

    Un bellissimo e importante studioso del filosogo André Jolles, “I travestimenti della letteratura”, uscito di recente in nuova edizione (Bruno Mondadori), descrive la fiaba tragica, una delle “forme semplici” della letteratura.

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  • 10Mag2003

    Gabriella Bosco - Tuttolibri /La Stampa

    Soucy squarcia i veli del Québec

    Gira tutto intorno al problema dell’identità il romanzo di Gaétan Soucy, La bambina che amava troppo i fiammiferi (Marcos y Marcos, p. 191, € 13).

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  • 05Apr2003

    Luca Scarlini - Alias / Il Manifesto

    Crudele fiaba québécoise

    Gaétan Soucy è una delle voci più interessanti della letteratura québecchese, che si impone sempre di più all’attenzione internazionale ed in specie per una ricchissima produzione drammaturgica.

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  • 29Mar2003

    Monica Capuani - D di Repubblica

    RAGAZZI IN VIAGGIO IN UN LABIRINTO DI PAROLE

    Un io narrante selvaggio per raccontare l’originalissimo incubo di un’infanzia canadese

    Parla una lingua che è un groviglio quasi informe di parole, strappate ai libri della vetusta biblioteca di famiglia. Ha l’orgoglio dei disperati, la spavalderia degli incoscienti e la fragilità seducente delle vittime.

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  • 17Mar2003

    Fabio Gambaro - La Repubblica

    CON LA LINGUA DEI LIBRI LA BAMBINA COMUNICA

    Un romanzo inquietante e affascinante che viene dal Canada. Ne è autore Gaétan Soucy, scrittore quarantacinquenne alla sua terza prova, che proprio con queste pagine si è fatto conoscere in tutto il mondo.

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