Io e Henry

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  • 09Gen2017

    Redazione - www.statoquotidiano.it

    IL PRIMO DI CINQUE AUTORI SCELTI PER IL PROGETTO-CONCORSO RIVOLTO ALLE SCUOLE DI CAPITANATA “Leggo QuINDI Sono” riparte da Giuliano Pesce

    Giovedì 12 gennaio, ore 18.30, Ubik. Venerdì 13, ore 11, Istituto B. Pascal

    Bari. Buona la prima, migliore sarà la seconda: dopo la premiazione dello scorso ottobre che ha portato al Teatro U. Giordano di Foggia ben trecento studenti, il premio-concorso “Leggo QuINDI Sono – Le giovani parole” riparte dal primo dei cinque autori selezionati per questa seconda edizione. Si comincia a fare sul serio insomma e, dopo la prima fase del progetto, in cui gli studenti delle scuole di Foggia e provincia hanno cominciato a leggere i nuovi romanzi dell’edizione 2016/2017 (ancora una volta scelti tra case editrici indipendenti), ecco che cominciano gli incontri con gli scrittori. Si parte dal ventiseienne Giuliano Pesce, autore del romanzo dal titolo Io e Henry, pubblicato da Marcos y Marcos, la casa editrice vincitrice lo scorso anno con il libro Bastaddi di Stefano Amato. Giovedì 12 gennaio, alle ore 18.30, il giovanissimo autore brianzolo, di recente insignito del prestigioso Premio Fiesole under 40, presenta il suo libro nello spazio live della Ubik di Foggia, partner del progetto, conversando con il libraio Salvatore D’Alessio e incontrando così sia gli allievi del Liceo C. Poerio e sia i lettori della libreria. L’indomani, venerdì 13 gennaio, ore 11, Giuliano Pesce porterà Io ed Henry all’Istituto B. Pascal.

     

    Oltre alle due scuole fondatrici di Leggo QuINDI Sono, fanno parte di questa seconda edizione anche gli istituti “E. Masi – P. Giannone” e “L. Einaudi” di Foggia, “Giordani” di Monte Sant’Angelo, “Maria Immacolata” di San Giovanni Rotondo e “Pietro Giannone” di San Marco in Lamis. Tutti gli studenti che hanno aderito al progetto-concorso parteciperanno alla votazione finale, decidendo il vincitore del premio “Leggo QuINDI Sono – Le giovani parole 2016/2017”. Le scuole coinvolte, pertanto, incontreranno gli autori selezionati o invieranno una delegazione di studenti in occasione dei vari matinée. Oltre al romanzo di Giuliano Pesce, fanno parte della nuova selezione “Leggo QuINDI Sono – Le giovani parole” i seguenti titoli: Londra per famiglie (Nottetempo) di Mila Venturini; Le streghe di Lenzavacche (E/O) di Simona Lo Iacono; Una spiaggia troppo bianca (NN Edizioni) di Stefania Divertito; L’amore come le meduse (Hacca) di Roberto Delogu. Leggo QuINDI Sono è patrocinato e sostenuto dagli assessorati alla Pubblica Istruzione e alla Cultura del Comune di Foggia.

    Io e Henry (Marcos y Marcos, aprile 2016; 288 pagine). La moglie l’ha lasciato per un filosofo francese, al giornale gli affidano incarichi sempre più meschini; Tagliaferro ha bisogno di una spalla amica. La trova, inaspettatamente, al Centro di salute mentale Villachiara. Entrato per una noiosissima intervista al direttore, infarcita di ‘neuroni pseudounipolari’ e ‘onde depolarizzatrici’, in sala d’aspetto incontra Henry, un matto che subito lo incanta con le sue storie. Tagliaferro torna a trovarlo, ben presto si affeziona e trascorre con lui le sue ore migliori, immersi in conversazioni senza fine. Anche la svolta nel loro rapporto è inaspettata. Un giorno Henry gli rivela di non essere un paziente come un altro, bensì un agente segreto vittima di un complotto. La sua missione è recuperare il Registro-01, il più importante documento nella storia dell’umanità. Il discorso, già di per sé sinistro, suona ancora più allarmante in manicomio, ma Tagliaferro non ha più molto da perdere e decide di dargli un’occasione, nella remota speranza di ricavarci uno scoop. Aiuta Henry a fuggire e insieme, a bordo di una Panda malandata, raggiungono la capitale, dove la contessina Kosinceva darà una grande festa. La contessina ha in mano informazioni cruciali sul Registro-01 e Henry non vede l’ora di trovarsi a tu per tu con lei. Un’avventura di ordinaria follia, un romanzo paradossale e smagliante.

    Giuliano Pesce. Nato a Monza il 25 febbraio 1990. Cresce a Desio (MB), dove frequenta il liceo classico. La laurea in lettere moderne e il master in editoria sono le inevitabili conseguenze della sua passione per i libri. La potenza racchiusa nei racconti lo investe fin da bambino, spingendolo a rielaborare le prime storie con cui viene a contatto: cosa succederebbe se Batman incontrasse Spiderman? Cosa fa Super Mario quando non è impegnato a salvare la Principessa Peach? Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, La parziale indifferenza (Edizioni Il Foglio Letterario). Con Marcos y Marcos ha pubblicato Io e Henry.

  • 08Gen2017

    Giulio Papadia - www.mangialibri.com

    Tagliaferro è un giornalista sull’orlo di una crisi di nervi. È stato appena lasciato da sua moglie – fuggita con un filosofo francese – e la sua posizione in redazione si fa sempre più critica. Come se ciò non bastasse gli viene affidata un’intervista infame, quella al dottor Hertenstein nel Centro di salute mentale Villachiara. Il risultato è un’accozzaglia di citazioni senza altri contenuti, una roba incomprensibile. A cambiare la vita di Tagliaferro però è un vecchio paziente di Villachiara, che dice di chiamarsi Henry Thoreau, come il famoso filosofo e poeta. Tagliaferro lì per lì pensa a uno scherzo, alla mania di un malato mentale, ma ci passa sopra.

    Fra i due si intreccia una strana amicizia. Il vecchio Henry dice che vale la pena vivere solo se si ha un sogno, un sogno da inseguire anche per tutta la propria esistenza. Dice tante cose, troppe, entrando spesso in confusione e saltando di palo in frasca, così da diventare impossibile da seguire. È un grande affabulatore il vecchio, ama raccontare storie ed essere ascoltato. Quando sei appena stato lasciato da tua moglie per un filosofo francese vorresti almeno qualcuno che ti dia retta e che non cambi continuamente argomento, ma con lui è impossibile. Henry, quando entra in confidenza col giovane giornalista, racconta la sua storia: non è un comune paziente, ma un ex agente segreto membro della L.O.RO., un reparto speciale in cui i membri hanno assunto nomi di scrittori famosi (oltre a Thoreau ci sono Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Mark Twain). Il loro obiettivo è proteggere il Registro 01, “il documento più importante della storia dell’umanità”. Un ex agente di nome Bukowski aspira a possederlo, e questa cosa porterebbe guai sicuri per tutti. Una storia del genere sarebbe un grande scoop per il giornalista, ma cosa c’è di vero, di autentico, di credibile nei discorsi di Henry, così incongruenti e campati in aria?

    Marcos y Marcos si conferma una casa editrice attenta alle nuove voci italiane, dato che Giuliano Pesce è un classe 1990, già pubblicato presso Il Foglio Letterario con il suo primo romanzo La parziale indifferenza. Quello che Pesce ci propone nelle pagine di Io e Henry è un interessante viaggio ai confini del complottismo e della conoscenza. Al giorno d’oggi, specie grazie alla cassa di risonanza del web, decine di teorie del complotto trovano sempre più spesso grande spazio e raccolgono moltissimi consensi. Molto spesso chi crede ciecamente a queste teorie non si rende conto che si tratta di strade molto più complesse e tortuose rispetto alle verità ufficiali, le accetta per l’innato fascino che l’inconoscibile esercita sull’uomo. È un po’ quello che accade a Tagliaferro, un giornalista serio e professionale, razionale e tutt’altro che credulone, che però regala un minimo di credito al suo nuovo amico Henry. Ne nasce un’avventura godibile e divertente, una sorta di spy story che si colora con toni da commedia. Il libro è senz’altro piacevole e ben scritto, anche se a tratti risulta poco più che una rilettura, per quanto originale, di temi triti e ritriti. Per fortuna nel finale interviene un colpo di scena a scombinare le carte in tavola e a risvegliare il lettore. Se da un lato non esitiamo a dire che l’autore poteva lanciarsi in qualcosa di meno stereotipato e prevedibile a livello di trama, di certo è da apprezzare l’ambizioso tentativo di ottenere con questo romanzo una sorta di collage di romanzi, poesie, saggi, serie tv, cartoni, fumetti, film e videogame che hanno colpito Pesce: come infatti viene precisato nella nota finale, il libro è disseminato di citazioni, volute o non volute (perché si sa, a volte gli artisti assimilano e rielaborano senza quasi rendersene conto!), e il lettore si trova di fronte alla sfida di rintracciare tutte le fonti di ispirazione. Da Dallas a Gli Aristogatti, da Star Wars ai Queen con Psyco di Hitchcock e Batman di Tim Burton, le suggestioni sono molteplici, tanto che ci viene spontaneo invitare i lettori alla stessa stimolante sfida.

  • 26Nov2016

    Antonio Montanaro - Corriere Fiorentino

    Libertà, follia, ironia: «La mia fuga con Henry»

    Giuliano Pesce oggi riceve il Premio Fiesole under 40: «Con i social la letteratura sta cambiando»

    Una fuga a bordo di una vecchia Panda: libertà e pazzia. Libertà perché il giovane Tagliaferro, giornalista, lasciato dalla moglie per un filosofo francese, è inseguito da un ingordo padrone di casa e dalle pressioni di una vita che si sta irrimediabilmente complicando.

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  • 26Nov2016

    Fulvio Paloscia - firenze.repubblica.it

    Premio Fiesole, la “folle libertà” di Giuliano Pesce

    Oggi la consegna del riconoscimento al giovane scrittore di “Io e Henry”

    Già storia ha il suo perché: un borderline del giornalismo, Tagliaferro, càpita con poca voglia nel luogo per eccellenza dei borderline – un centro di igiene mentale – per intervistarne il direttore, finendo con diventare amico e “braccio destro” di uno degli “ospiti”, in un’avventura surreale. Ma quello che colpisce è come Giuliano Pesce ha raccontato questa storia nel suo romanzo Io e Henry (Marcos y Marcos), con cui lo scrittore lombardo, classe 1990, si aggiudica il Premio Fiesole narrativa under 40: la premiazione oggi alle 17 nella Sala del Basolato del Comune di Fiesole (piazza Mino), ospiti anche Paolo Becattini – ideatore e fondatore del premio, giunto alla sue venticinquesima edizione – e il drammaturgo Stefano Massini; a loro va il premio speciale. Pesce ha scritto un romanzo che ha il sapore della spy story, che sta fra il cinema di Tarantino, quello di Hitchcock e i fumetti dei supereroi, che mescola insomma stili e input rubati da cultura alta, bassa, alternativa.

     

    Un romanzo pop? Oppure postmoderno?

    “Pop. Per il postmoderno il crossover tra gli stili era obiettivo formale, intellettuale della ricerca; per me invece è approccio naturale. Appartengo ad una generazione bombardata dagli stimoli più diversi, una bella narrazione mi colpisce sia che appartenga a Proust, sia che arrivi da un manga. Scrivendo il romanzo ho evitato aspetti del postmoderno che considero obsoleti: la narrazione frammentata, o l’opporsi ad una tradizione fino ad ucciderla. Per me, invece, è termine di confronto. Altrimenti è il caos”.
    Il tema dello scollamento tra realtà vera e quella desiderata è molto pirandelliano.

    “Ma anche molto attuale: con i social infatti stiamo assistendo ad una dispersione enorme dei punti di vista, e questo mette in crisi il rapporto con il nostro io e ci sentiamo sentire soli, nonostante la cllettività delle tribune su web. Il digitale è una rivoluzione pari a quella industriale e segnerà generazioni e generazioni”.
    E la follia di cui lei parla nel romanzo è conseguenza o reazione a questo?

    “Ambedue. In realtà era un modo per parlare del doppio, tema che con i social, dove ognuno di noi vive una vita costruita per colpire gli altri, ha assunto nuove prospettive. Ne L’io diviso Ronald Laing, padre dell’antipsichiatria, teorizzava la disconnessione tra l’io reale e il fantoccio che ognuno crea per relazionarsi con l’altro. Con Facebook questo fenomeno è diventato potente. E poi anche la follia è un punto di vista: chi può arrogarsi il diritto di sostenere che io sono folle? Il mio obiettivo è l’identificazione del lettore con i due protagonisti proprio perché l’empatia mette in crisi la percezione della pazzia. E la fa apparire come la più grande forma di libertà”.

     

  • 22Nov2016

    Carla De Felice - bandadicefali.it

    Io e Henry – Intervista a Giuliano Pesce

    Io e Henry

    “Se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere.”

    Ci sono dei romanzi che quando cominci a leggere non sai dove ti porteranno. A questa categoria appartiene con merito Io e Henry del giovane scrittore Giuliano Pesce, pubblicato quest’anno da Marcos y Marcos e neo-vincitore della 25a edizione del Premio Fiesole narrativa under 40.

     

    La storia è alquanto bizzarra e travolgente. Tagliaferro è un giornalista un po’ sfortunato: è stato mollato da poco dalla moglie e al lavoro ricevi incarichi sempre più monotoni. L’ultimo di questi è recarsi al Centro di salute mentale Villachiara per una noiosissima intervista al direttore. Qui però conosce Henry, un paziente della struttura, che lo ammalia da subito con le sue storie e con la sua chiacchiera per aforismi. Un giorno Henry gli rivela un segreto: lui non è un paziente come gli altri ma un agente segreto vittima di un complotto. La sua missione è recuperare il documento più importante nella storia dell’umanità: il Registro-01. Tagliaferro non riesce a resistere al richiamo dell’avventura, proiettando il lettore in un romanzo avvincente e carico di adrenalina.
    Io e Henry è una spy story densa di citazioni e richiami, appassionante, che dietro una trama all’apparenza leggera nasconde una serie di riflessioni ben più profonde.

    Scriverne comunque non è semplice, e perciò ho chiamato il causa il suo gentilissimo autore Giuliano Pesce.

    Io e Henry

    “Weltschmerz, la sofferenza interiore, la terrificante depressione di chi ti attanaglia, inevitabilmente, quando ti rendi conto della differenza che esiste tra il mondo come lo vorresti e il mondo com’è. I tedeschi hanno una parola per definire questa sensazione: Weltschmerz.”

    Ciao Giuliano. Poco prima ho scritto che Io e Henry è un libro decisamente fuori dai canoni, difficile da categorizzare. Come è nata quest’idea e quanto ci hai messo per svilupparla?

    In effetti credo che in Io e Henry siano confluiti molti generi diversi, soprattutto sotto forma di parodia. L’idea è nata quasi per caso. Avevo un aforisma che mi ronzava in testa, che è diventato la prima frase del romanzo: “Se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere”. Poi ho aggiunto: “Il vecchio Henry lo diceva sempre”. E non sapevo spiegarmi il perché. Così, a cascata, ho scritto il resto della storia. Innanzitutto dovevo rispondere a me stesso: chi diavolo è il vecchio Henry?
    Per scrivere la prima stesura ci ho messo qualche mese, mi sembra tre o quattro. Credo sia meglio scrivere velocemente, all’inizio, mentre l’idea è ancora fresca e guizzante. Poi, però, è necessario lasciar decantare la storia per un po’, senza pensarci più, in modo da poterla rivedere con più oggettività. Se a questo aggiungi il prezioso lavoro di editing svolto insieme all’editore, direi che il romanzo ha avuto una gestazione di quasi due anni.

    Nel testo sono presenti riferimenti più o meno diretti. Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzato? E quanto ha influito il mondo cinematografico, musicale e delle serie TV nella stesura del romanzo?

    Il libro è davvero denso di citazioni e riferimenti, non ci sono dubbi. Se avessi scritto un elenco di tutte le fonti, le pagine sarebbero raddoppiate! Non credo che ci siano degli autori che hanno influito in modo particolare sul testo. Diciamo che ogni volta che leggo un autore che mi piace ne rimango influenzato e cerco di capire cosa renda così bello il suo libro. E lo stesso vale per cinema, fumetti, canzoni e tutto quello che possa trasmettere storie e sensazioni estetiche.Ma, alla fine, farei fatica a dirti da chi ho preso cosa. Posso citarti alcuni autori, registi e musicisti che mi piacciono particolarmente. In ordine sparso, però, perché non riesco a fare classifiche (e me ne piacciono troppi!): William Faulkner, Mike Mills, Damon Albarn, Chester Himes, Dino Buzzati,The Brian JonestownMassacre, Robert Altman, YoshiyukiOkamura, Francis Scott Fitzgerald, Sam Lipsyte,CédricKlapisch. (Mi fermo, te l’ho detto, sono troppi!)

    I due personaggi principali sono una coppia fantastica, e in tanti aspetti sembrano quasi compensarsi a vicenda. Tu Giuliano Pesce ti senti più Henry o Tagliaferro?

    Credo che in entrambi ci sia qualcosa di me, anche se solo una piccola, piccolissima parte.Hanno sicuramente preso vita da me, ma poi sono cresciuti per conto loro. E, sì, crescendo insieme sono diventati indispensabili l’uno per l’altro. Un po’ come Don Chisciotte e Sancho Panza.

    Henry parla soprattutto per citazioni. Come le hai raccolte e soprattutto, quali sono le tue preferite tra quelle che dice?

    Molte citazioni erano già parte nel mio background culturale; altre le ho scelte servendomi di raccolte di aforismi. Talvolta sono quasi piovute dal cielo, proprio quando desideravo una frase di un certo tipo, mentre guardavo un film o leggevo un libro. La mia preferita in assoluto è quella che apre il capitolo ventiduesimo: “Ricordati che un ottimista è solo un pessimista male informato”.

    C’è qualche aneddoto particolare collegato alla stesura del romanzo? O qualche rituale o canzone che ti ha accompagnato durante la scrittura?

    Non seguo nessun rituale specifico quando scrivo. Ma spesso, almeno durante la prima stesura, ascolto musica. A volte mi serve solo per isolarmi dal mondo esterno; in certi casi mi aiuta col ritmo che voglio dare alla narrazione. Per esempio mentre scrivevo il capitolo venticinquesimo: Tagliaferro si immerge nella festa della contessina Kosinceva, risucchiato dalle note di La Mer di Claude Debussy; e anche io mi sono lasciato trascinare dall’ascolto.

    A fine lettura mi è venuta in mente la canzone del cantautore napoletano Giovanni Truppi dal titolo “Il mondo è come te lo metti in testa”. È in fondo un po’ questo il messaggio che vuoi trasmettere al lettore? Cosa possiamo imparare dai due protagonisti?

    Grandissimo Giovanni Truppi! La sua canzone che preferisco è “Hai messo incinta una scema” , ma forse è colpa del bellissimo video che la accompagna. Non so perché, ma lo trovo quasi ipnotico.

    Tornando al libro, non so se i due protagonisti possano insegnarci qualcosa. Forse a fare un po’ più di attenzione a noi stessi, e meno alla miriade di informazioni (o presunte tali) che ci circondano. Credo che “Il mondo è come te lo metti in testa” possa essere una delle interpretazioni del romanzo, senza dubbio. Ma non penso sia l’unica. Anzi: dai pareri che ho sentito, ce ne sono tante, tutte abbastanza diverse tra loro. E sono contento che sia così!

    Un grazie di cuore ancora una volta a Giuliano, e tanti complimenti per il premio appena vinto!

  • 17Nov2016

    Giordiano Lupi - futuro-europa.it

    Piccole novità al Pisa book Festival

    Al Pisa Book Festival c’era un sacco di gente famosa, di cui è giusto non parlare ché tanto ne parlano tutti, inoltre ci risulta che dovrebbe essere il Festival della Piccola e Media Editoria, quindi alcuni nomi in programma c’entravano davvero poco. Noi siamo andati vagando, invece, tra i tavoli dei piccoli editori, dei veri protagonisti, e abbiamo trovato alcune piccole perle.

     

    Giubilei Regnani Editore – proprietario anche del marchio Historica – opera tra Roma e Cesena e fa cose molto interessanti. Il suo direttore editoriale è Francesco Giuibilei, nato nel 1992 ma già autore di una straordinaria biografia di Leo Longanesi (Odoya) e adesso di un monumentale Storia del pensiero conservatore – dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni (Giubilei Regnani). In Italia questo coraggioso ventiquattrenne si candida a ricoprire il posto che fu di Longanesi, sulla scia di Prezzolini, separando il grano dalla crusca, distinguendo reazionario da conservatore, chiarendo che il conservatore non è giocoforza un retrogrado né un nostalgico tradizionalista, aggiungendo che il conservatore intende continuare mantenendo, andare avanti senza dimenticare le esperienze positive del passato.

    A problemi nuovi risposte nuove, questo è il conservatore, secondo Prezzolini, corretto in salsa Giubilei, che traccia in quasi 600 pagine (prezzo euro 22, un po’ altino) una mappa europea del conservatorismo, passando per l’America e affrontando il problema della mancanza tutta italiana di un partito conservatore. Giubilei avrebbe votato Trump? Non lo sappiamo, ma in fondo interessa poco. Quel che possiamo dire è che il volume si presenta bene ed è molto esaustivo per la materia trattata, in maniera quasi enciclopedica, pensatore per pensatore, con rapide schede e succinta analisi del pensiero. Giubilei ha fondato una rivista on line. Il nome? Il conservatore, non c’era bisogno di chiederselo.

    Un altro libro interessante lo incontriamo sui banchi di Greco&Greco Editori, scritto da Francesco Paolo Trupiano, collana Affari Esteri, diretta da Domenico Vecchioni: Un ambasciatore nella Libia di Gheddafi. Altro testo monumentale (600 pagine euro 15) per raccontare la Libia dal 2004 al 2010, secondo l’esperienza di un palermitano che ha operato nella Libia di Gheddafi prima della primavera araba. Notevole. Effigi propone un grande lavoro fotografico del maremmano Stefano Pacini: Noi sogniamo il mondo, reportage narrativo-visivo che racconta per tappe forzate i problemi irrisolti e le bellezze di Portogallo, Marocco, Barcellona, Cuba, Maremma, Calabria, Napoli. Tutto rigorosamente in bianco e nero, introdotto da una serie di appunti anni Settanta con una splendida fotografia di una certa Patrizia che evoca tanta nostalgia di un periodo perduto, ideologico quanto si vuole ma sincero.

    Marcos y Marcos pubblica una nostra vecchia conoscenza, quel Giuliano Pesce – classe 1990 – che circa dieci anni fa pubblicò il primo libro con Il Foglio Letterario (La parziale indifferenza) e adesso scopriamo autore di Io e Henry (Euro 15 pagine 230). la frase di lancio del romanzo di formazione vale il libro: “Se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere”. Termino con Massari, un editore resistente, che sforna ancora libri cubani (Gino Doné, Che Guevara…), alternati a classici rivisitati (La fattoria degli animali) e persino poesia (Fuori da quelle mura – Pino Bertelli riscopre Alda Merini). Le note liete vengono dai piccoli, come spesso accade, non da chi organizza Festival e chiede cifre esorbitanti agli standisti, soldi che vengono usati per pagare trasferte a personaggi paratelevisivi. Una tristezza tutta italiana.

  • 07Lug2016

    Valeria Calò - Il Mucchio

    Io e Henry

    Ogni forma di follia si dipana seguendo dinamiche geometriche, assumendo le fattezze di un teorema, sfoggia coerenza, e si impone esercitando una fascinazione potentissima capace di adombrare eventuali sbavature.

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  • 27Giu2016

    Claudia Santocito - dietrolequinteonline.it


    Provo sempre una sana gelosia nei confronti dei giovani scrittori, soprattutto se sono bravi. Stavolta i miei improperi comprensivi di “ma tu guarda questo che è del 1990” si sono rivolti a Giuliano Pesce, autore di Io e Henry (Marcos y Marcos). L’”io” creato da Pesce è un giornalista, tale Tagliaferro, appena lasciato dalla moglie per un filosofo francese che oltre il tradimento deve sopportare le angherie del direttore del giornale che gli affida i servizi più improbabili.

     

    Il suo ultimo incarico al centro di salute mentale Villachiara è l’incontro salvifico della sua vita, quello che gliela stravolgerà totalmente. Durante l’intervista al direttore sanitario si imbatterà nell’Henry del titolo, un matto dalla mente arguta e con l’arte della conversazione. I suoi racconti affascineranno il giornalista a tal punto che tornerà più volte a trovarlo, fino a convincersi della stramba storia in cui Henry è un agente segreto vittima di un complotto, la cui missione è recuperare il Registro-01, un documento dal contenuto sconosciuto ma fondamentale per l’umanità. Missione a cui prenderanno parte insieme, tra sporchi motel e feste spettacolari dove è proibito fidarsi di qualcuno. Il finale, vagamente inaspettato, lascerà il lettore con il dubbio di aver letto un romanzo paradossale o fantasticamente reale.

    Una bella scrittura fluida ci accompagna nella folle avventura con Henry, una prosa ben strutturata e ricca di riferimenti letterari, musicali e cinematografici che lo stesso autore invita a rintracciare nel testo. Per esempio, “il vecchio Henry” di cognome fa Thoreau e tale Faulkner fa parte di una società segreta. Vi dicono qualcosa? Ben costruiti i personaggi, sospesi tra fantasia e realtà e tutti caratterizzati da un pizzico di follia che non fa mai male. Una chiara rivisitazione de Le Iene di Tarantino completa il quadro, senza dimenticare un pizzico di Hitchcock e tanto James Bond, di quello alla buona però.

    L’unica pecca del romanzo è la descrizione del libro nella quarta di copertina che fa immaginare un’opera vagamente comica e ironica quando in realtà è più una spy-story con tante riflessioni filosofiche sull’uomo e sulla società. L’essere paradossale della storia ci invita a non prenderci troppo sul serio mentre le situazioni assurde cercano di condurci lontano da un modo di vivere deciso dall’alto, dalle mode e dalla società che ci impongono di comportarci in una certa maniera: Henry rappresenta colui che ha capito come evadere dal conformismo sociale, la follia gli permette di uscire dagli schemi mentali imposti.

  • 27Giu2016

    Redazione - La Provincia

    C’è spazio anche per appuntamenti culturali di nicchia, ma di sicuro interesse, in una settimana piena di grandi eventi al parco Majnoni e in piazza del Mercato. Mercoledì 29 giugno alle 21.30 il giovane autore Giuliano Pesce presenterà il suo romanzo Io e Henry alla libreria di via Volta

     

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  • 25Giu2016

    Redazione - Giornale di Erba

    Incontri per strada alla Libreria di Via Volta in occasione dei mercoledì sera erbesi. Il primo appuntamento è quello di mercoledì 29 giugno alle 21.30 con il giovane autore Giuliano Pesce, che presenta il suo libro Io e Henry, della Marcos y Marcos edizioni. Durante la serata Giuliano Pesce dialogherà con Filippo Pozzoli e con il trombettista Mario Mariotti.

     

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  • 08Giu2016

    Marta Abbà - omniamilanolibri.com

    La versione di Henry

    Lavoro, svilente. Matrimonio, fallito, e con la beffa di vedere la propria moglie spassarsela con l’ultimo uomo tra quelli che stima. Il resto? Il resto è crisi, dentro e fuori Tagliaferro, l’unica strada sembra la follia, e così l’io, incontra Henry, ed eccoli assieme. “Io e Henry”, i protagonisti e il titolo che l’esordiente Giuliano Pesce pubblica con Marcos y Marcos. 
Henry è pazzo, nel vero senso della parola, Henry è pazzo ma non fa paura, è pazzo è basta, come un’altra persona può essere bionda o bassa, mora o alta.

     

    Lui è pazzo, e rompe gli schemi. Fossero solo i suoi la questione ci riguarderebbe poco, e il libro di Pesce potrebbe anche restarsene tranquillamente sulla mensola di una libreria altrui. Henry rompe gli schemi di chiunque incontra, che sia il suo coprotagonista o il lettore che passa per caso nel suo mondo sfogliando distrattamente le pagine proposte dalla sempre stimolante casa editrice con sede in via Piranesi (Milano). 
Pesce, altrettanto furbamente, non ci propone un pazzo chiedendoci di credergli e di seguirlo ma racconta una spy story affascinante dal ritmo vivace e che sa divertire senza impegnare. Rilassante se non fosse per le grandi corse e gli imprevisti che “Io e henry” devono affrontare. 
Cercando un misterioso codice tra menzogneri beffardi e una donna “facile” ma perdonabile, Henry distribuisce pillole esistenziali. Invece di prendere lui, pillole per guarire, ne distribuisce a noi, per ammalarci di incoscienza, spensieratezza, coraggio e … Libertà. Non di essere pazzi, di essere Noi. 
Se l’io di “Io e Henry” diventa più “io”, noi identicamente più “noi”. Pur non avendo magari la condizione esistenziale del protagonista “io”, colto proprio in un periodaccio, chiunque può ritrovarsi nella realtá che fa da sfondo al racconto. Soffocato di informazioni, crogiolandosi nella disillusione, nella giungla di rapporti affettivi che non sono tutti da buttare, ma quali tenere? E anche nella sensazione di essere rimasti privati della propria libertá di scegliere, a volte ingabbiati da stereotipo esterni, a volte da leggi interne che tranciano sogni ma di cui henry se ne frega. Lui non conosce regole, né le sue né le altrui, ha uno scopo e lo persegue, da buon eroe di spy story, e con tutto sé stesso lo persegue. Se capitiamo sulla sua strada ci porta con lui, e con gesti eloquenti e selvaggi, coinvolgendoci senza possibilitá di diniego nella sua corsa, ci mostra che possiamo iniziare ad avviare anche la nostra, di corsa. Verso il nostro codice. Allora chi è il pazzo?

  • 30Mag2016

    Amelia Moro - Fischi di carta

    Il vecchio Henry potrebbe sembrare solo un pazzo che ama recitare proverbi assurdi e storielle nonsense, ma è in realtà un agente segreto in possesso di alcuni indizi fondamentali per rintracciare il Registro-01, un documento misterioso in grado di cambiare la storia dell’umanità. Tagliaferro, il giornalista protagonista del romanzo, decide di credere alla storia di Henry, di aiutarlo a fuggire dalla clinica psichiatrica in cui è rinchiuso e di partire alla ricerca della valigetta che custodisce l’oggetto misterioso. Braccati da spie e poliziotti, i due dovranno compiere la loro missione con l’aiuto di un informatore vigliacco, una principessa bellissima e dissoluta, tanta astuzia e una buona dose di follia.

    Vi sembra ci sia qualcosa di familiare in questa trama? Probabilmente sì, ma l’effetto è voluto. Il venticinquenne Giuliano Pesce incastra citazioni con maestria, invitando il lettore a giocare con lui e a riconoscere temi ed espedienti narrativi tratti dalle fonti più diverse. Henry è il pazzo che potrebbe essere più sano di tutti i “sani” che lo circondano, è l’eroe “che sa troppo” e viene fatto passare per matto, o forse è soltanto un visionario preda di manie di persecuzione (tema antichissimo e di grande fortuna, per citare un esempio recente: Shutter Island); il Registro-01, l’oggetto di cui nessuno conosce la natura e che tutti bramano da secoli, fornisce ad Henry il destro per delle efficaci parodie del Codice Da Vinci, ma è anche la valigetta dal contenuto misterioso di Pulp Fiction; gli agenti della L.O.R.O., spietati e goffi insieme, con i loro nomi in codice di scrittori americani (Mr. Hemingway, Mr. Faulkner e molti altri) ricordano fin troppo i Mr. Pink, Mr. Orange e Mr. Blue delle Iene. Oltre ai richiami tematici sono numerosissime le citazioni di nomi e di luoghi tratti dalle fonti più diverse, al punto che quasi tutti i personaggi del libro hanno nomi “presi a prestito” da altre opere. Viene evocata ora Didone, ora il Bates Motel di Psyco, ora Saint-Loup della Ricerca del tempo perduto, o Rochester di Jane Eyre… il titolo stesso del romanzo è una citazione: Io e Henry è infatti il nome della la traduzione italiana di The Extra Man di Jonathan Ames.

    Il punto debole di questa struttura narrativa basata sui richiami e le riprese di altre opere consiste in una certa prevedibilità, dovuta all’utilizzo, talvolta, di espedienti troppo usati e scontati; e inoltre nella scarsa introspezione psicologica dei personaggi, che sembrano quasi troppo presi a ricordare qualcun altro e non assumono mai un’individualità propria, mantenendo tratti fortemente macchiettistici.

    Nella nota posta a chiusura del romanzo l’autore Giuliano Pesce scrive: «come il lettore avrà certamente notato, nel libro sono presenti innumerevoli citazioni, tratte da romanzi, poesie, saggi, manuali, fumetti, quadri, fotografie, graffiti, film, serie tv, cartoni animati, documentari, pubblicità, canzoni, videogames, articoli e reportage. Insomma: da qualunque forma di comunicazione possa colpire i nostri occhi e le nostre orecchie. Questo perché, come ciascuno di noi, anche il protagonista del romanzo è –almeno in parte- il prodotto del costante bombardamento di immagini, suoni, parole a cui ci sottopone il mondo di oggi e che, inevitabilmente, finisce per condizionare il nostro modo di essere, pensare e agire».

    Probabilmente sta in questo messaggio, che pure è, in un certo modo, al di fuori del romanzo, l’elemento più interessante dell’opera. Da un lato, l’autore ci invita con sorriso a giocare con lui, digitando su Google frasi e nomi per scoprire le citazioni disseminate e nascoste, dall’altro non manca di lasciar emergere l’aspetto inquietante di una realtà virtuale che ci offre l’illusione di una conoscenza infinita, di avere «il mondo a portata di mano con un click» e poi finisce per condurci invece verso la superficialità, l’incapacità di orientarci in una serie sterminata e confusa di stimoli e notizie che si affastellano e si inghiottono ad una velocità estrema per poi perdersi e sparire: «ho riversato in Tagliaferro qualcosa che mi capita di provare spesso. Cioè la sensazione che il mondo di oggi sia una gigantesca bolla di rumore informativo, ripiena di tante, tantissime parole, immagini e suoni, dietro cui è difficile scovare dei veri significati».

  • 29Mag2016

    Ermanno Paccagnini - la Lettura

    Sono più d’una le facce con cui si presenta questo Io e Henry, seconda prova narrativa del ventiseienne Giuliano Pesce. A partire dal titolo: che richiama Io e Henry di Jonathan Ames del 2002 anche per certi particolari, quali la bizzarria di Henry, certe maleodoranti dimore, il tono eroicomico.

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  • 28Mag2016

    Delly - lalibreriaimmaginaria.it

    Tutti, prima o poi, avrete provato quei periodi terribili, bui, dove tutto sembra incrinarsi in maniera pericolosa, periodi in cui la vita sembra divertirsi a metterci davanti ad una corsa ad ostacoli, pretendendo che noi, quella corsa, l’affrontiamo senza incespicare.

    Così succede al protagonista di Io e Henry che però, a dire la verità gli ostacoli non sa saltarli, ma li prende tutti in pieno capitombolando più volte prima della linea di arrivo. Infatti dopo che la moglie lo ha lasciato per un filosofo francese, Tagliaferro non riesce proprio a farsene una ragione, non trovando soddisfazione nemmeno nel suo lavoro da giornalista visto che il suo capo gli affibbia solo articoli noiosi e di basso profilo.

    E’ proprio durante un’ intervista per il giornale in un centro di salute mentale che Tagliaferro, sempre più depresso e paranoico, incontra il vecchio Henry che si presenta con “un maglione di lana multicolore (brutto come quelli di Bill Cisby ne I Robinson) e dei pantaloni cachi troppo lunghi, che si arricciavano sugli scarponi di pelle marrone. I capelli, tra il nero e il grigio, erano tutti scompigliati.”

    Henry è evidentemente un paziente della clinica, uno di quelli con la testa e la chiacchiera veloce, con mille storie da raccontare e, soprattutto, mille pillole di saggezza che si tramutano in modus vivendi come ad esempio: “camminare è l’unica forma di trasporto che permette a un uomo di procedere eretto – come deve stare un vero uomo – sulle proprie gambe, contando solo sulle proprie forze.”

    Insomma, il vecchio Henry è irresistibile per un’anima in pena come Tagliaferro che, alla fine, si convince ad aiutarlo in una missione segreta che prevede l’evasione dal centro di salute mentale per il recupero di un documento di fondamentale importanza per l’umanità.

    L’autore, Giuliano Pesce classe ’90, è degno figlio della generazione cresciuta sotto l’incessante bombardamento mediatico di cui le pagine del libro sono zuppe: non mancano infatti riferimenti a film, canzoni, personaggi  famosi, citazioni, insomma un bel calderone che a volte straborda dai confini del racconto e può diventare fonte di distrazione.

    Io e Henry è un romanzo piacevole e, anche se i lettori più smaliziati potranno intuire il finale della storia già da metà libro, questo non inficia sulla godibilità della storia e della sua morale:

    «La pazzia a volte, non è altro che la ragione presentata sotto diversa forma.» – Goethe.

  • 18Mag2016

    Flavia Capone - letturemetropolitane.it

    Io e Henry di Giuliano Pesce

    Avevo un amico che per ogni discorso era in grado di aprire almeno venti parentesi, spalancando di continuo finestre su altri argomenti, quasi mondi paralleli stile “Interstellar”, ma senza quel figo di Matthew McConaughey.

    Ecco “Io e Henry mi ha dato la stessa sensazione: un continuo passaggio di fatti, opinioni, storie, che lascia il lettore senza fiato e tiene incollati alla pagina. Il tutto condito da un mistero alla Dan Brown, ma scritta meglio.

     

    Giuliano Pesce deve avere molti interessi estremamente variegati e di certo ama mostrarli: arte, storia, filosofia, letteratura, ce n’è per tutti i gusti. Infatti sta a noi lettori scovare tutte le citazioni presenti nel libro, come l’autore ci invita a fare nella nota finale.

    E poi c’è Henry, guida nostra e del protagonista nell’intricata vicenda, un folle (o forse no) che ha sempre un’opinione su tutto. Organizzazioni segrete e complotti internazionali sono solo la ciliegina sulla torta, elementi metaforici (o reali, chissà) che lasciano con la fatidica domanda: chi è il vero pazzo? Se vi ho incuriosito e se volete scoprire cos’è il “Quartetto per archi ed elicotteri”, questo è il libro giusto per voi.

    VOTO 10 FERMATE: La vicenda pare complessa, ma lo stile trascinante e avvincente farà volare le fermate e l’autobus puzzolente sul quale avete il piacere di sedere. E per restare in tema: finale degno di una brusca frenata davanti a un pedone distratto.

    CITAZIONE: “Non capivo una parola, e neanche mi interessava. Avevo ben altri problemi. Secondo il vecchio Henry appartengo a “quella categoria di uomini, vissuti nell’ozio, che cercano una consolazione (e forse una giustificazione) nell’idea che la sola attività intellettuale abbia concesso alla loro intelligenza oggetti di interesse non meno degni di quelli che avrebbe offerto loro una vita attiva; e che, anzi, la vita stessa è niente in confronto al migliore dei romanzi, letto comodamente in poltrona.” E adesso mi trovavo schiacciato da un’impresa (ben più che romanzesca) che nessun libro mi aveva preparato ad affrontare.”

     

  • 11Mag2016

    Jessica Chia - wuz.it

    Io e Henry – Giuliano Pesce



    Il vecchio Henry lo diceva sempre. Cosa, esattamente non è dato rivelarlo qui, in questa sede. Ma lui aveva sempre la parola giusta per il momento giusto. Per l’umore giusto, anche. Poi, pochi minuti dopo, si contraddiceva immediatamente. Ma faceva parte del buon vecchio Henry: la sua saggezza popolare si alternava a massime erudite, invettive contro le multinazionali – sorseggiando Coca-Cola – e parabole improbabili alternate a storie incongruenti.
Il vecchio Henry, per i conoscenti Henry Thoreau, era uno dei migliori uomini che si potessero incontrare nell’ordinaria e molle quotidianità. Il problema era che, per incontrarlo, occorreva fargli visita al centro di salute mentale di Villachiara. Perché, in realtà, Henry Thoreau era un matto.

     

    Come sia possibile che uno come Tagliaferro potesse finire nelle grinfie del vecchio Henry, beh, questa è una lunga storia. Per ora ci limiteremo ad accennarvi qualche elemento essenziale. Il resto lo scoprirete da soli…

    Possiamo riassumere la vita di Tagliaferro nel nome di una donna: la Strega, o più comunemente conosciuta come “ex moglie”. Esclusa la Strega, Tagliaferro non ha molte ragioni di vita: un impiego al giornale – che dopo il divorzio cola decisamente a picco – amici inesistenti, un padrone di casa che gli sta addosso come una zecca al dorso di un cane.

    Per una serie di eventi, Tagliaferro incontrerà Henry nel centro di salute mentale Villachiara. Non solo la nascita di un’amicizia folle – l’irrefrenabile desiderio da parte di Tagliaferro di vedere una persona amica in un matto è già di per sé anomalo – ma soprattutto l’inizio di un’avventura fuori dai canoni della realtà. Perché il giornalista accetta di credere allo sproloquio di un matto intorno a un misterioso documento ricercato da millenni dai servizi segreti di mezzo mondo? Forse il problema è da ricercare in quello che è scattato nella mente di un uomo deluso e affranto dalla vita, dal lavoro, dall’amore? Forse. O forse quella soluzione folle può trasformarsi nell’unica scelta sensata per scappare a una ben più grave pazzia: ammalarsi di realtà. Ammalarsi di tristezza, di solitudine.

    Allora scappano, quei due, dalla casa di salute mentale, a bordo di una vecchia Panda. Scappano e inseguono una missione che ruota tutta intorno a misteriosi personaggi appartenenti alla L.O.R.O. (l’acronimo di un gruppo segreto) tutti con nomi improbabili di richiamo alla letteratura americana: quel porco di Bukowski, il vecchio Emerson, Mr. Melville, Mr. Irving, Mr. Faulkner e molti altri, in un’esilarante squadra tarantiniana, sudaticcia e sanguinolenta. La missione li porterà a ritrovarsi nel bel mezzo di un party di lusso a casa della nobile, ricca e sensuale contessina Kosinceva, chiave necessaria per arrivare dritti dritti verso il documento antico come la storia del mondo: il Registro-01.

    Divertente e ammiccante, il racconto di Giuliano Pesce è al limite del nonsense. Un inseguirsi continuo di luoghi e azioni che si rincorrono confondendo realtà e finzione, miscelando cognizione di causa e follia. Ma dove comincia il limite di ciò che viene percepito come possibile – in fondo il cinema americano ci insegna a seguire quell’auto in corsa su un taxi, ovviamente rubato, con un cadavere penzoloni dal finestrino nella totale normalità di saper montare, smontare e usare un’arma qualunque in 0,54 secondi– e la certezza di star inseguendo una chimera, a bordo di quella stessa auto?

    E quando è stato deciso che Tagliaferro, onesto cittadino caduto fuori dalle convenzioni della sua vita – un matrimonio, un lavoro mediocre – sia meno pazzo di un uomo che si fa chiamare come uno scrittore morto da millenni e che decide di imbarcarsi in un’avventura (forse reale, forse no) che lo rende libero e felice? Non lo so io, non lo sapete voi, forse un primario di psichiatria, tirando in ballo i “neuroni pseudounipolari” o le “onde depolarizzatrici” potrà provare a convincerci di un’univoca verità.
Ma il bello della scrittura, dell’immaginazione, di questo libro, è che forse non lo sapremo mai. È che forse abbiamo bisogno di questa dose di follia per liberarci da tutte quelle categorie che vogliono obbligarci a rimanere “dentro di testa”.

  • 11Mag2016

    Jessica Chia - wuz.it

    Io e Henry – Intervista a Giuliano Pesce

    Di Desio, Giuliano Pesce, classe 1990, ha raccontato un mondo che viaggia ben oltre la provincia brianzola. A metà strada tra una spy story hollywoodiana e un racconto di formazione – o di de-formazione, dipende dai punti di vista – il giovane esordiente si affaccia sulla scena letteraria con una spassosissima storia: Io e Henry.
Alla sua seconda pubblicazione, ma al suo primo vero ingresso nel panorama editoriale con la Marcos y Marcos, Pesce racconta la mirabolante storia di un uomo sconfitto dalla vita che incontrerà un disadattato della società: il vecchio Henry. Con Henry, il protagonista non riscoprirà solo la voglia di vivere, ma inizierà una delle avventure più folli e paradossali di sempre, in uno scenario perfetto per un adattamento cinematografico, tra inseguimenti, leggende templari, documenti preziosi e spie nascoste in party arristocratici. Il tutto nelle folli corse di un “Pandino” malandato.
La parola all’autore per conoscere meglio come sia nata la sua storia e quali difficoltà ha incontrato, in quanto esordiente, nell’immenso panorama letterario di oggi.

     

    
L’intervista



    Abbiamo bisogno della fantasia per muoverci nel mondo. Abbiamo bisogno di una dose di follia per sentirci vivi. Scrivere, per te, a quale altezza si trova tra questi due elementi?

    Per scrivere qualcosa di davvero interessante, la fantasia mi sembra una necessità imprescindibile. La pazzia un po’ meno; anche se, forse, un pizzico di follia è quel che serve per decidere di intraprendere questo tipo di lavoro. Sai com’è: tutti ti dicono quanto sia difficile, che con i libri non si mangia, che uno su mille ce la fa… Bisogna essere davvero un po’ folli per seguire le proprie passioni a prescindere da tutto il resto.

    Il personaggio di Henry: come nasce, ti sei ispirato a qualcuno in particolare? Perché l’omaggio a Henry Thoreau? 

    Henry è il personaggio da cui nasce l’intera idea del libro. Quando ho scritto la prima frase del primo capitolo, ci ho aggiunto “Il vecchio Henry lo diceva sempre”. È stato un gesto quasi istintivo, non premeditato. A quel punto, io per primo ho cominciato a chiedermi chi fosse Henry e a rispondermi, parola dopo parola, capitolo dopo capitolo.
Data la singolarità del personaggio, non ho potuto ispirarmi a nessuno che abbia mai avuto il piacere di conoscere. E, al contempo, ci è finito dentro un po’ di tutto: libri, film, musica, e, perché no, anche qualche frase buttata lì da qualche amico.
L’idea che Henry di cognome facesse Thoreau è nata in un secondo momento. Confesso che adoro molti autori americani dell’800 e del ‘900, tra cui ovviamente anche Thoreau. Faulkner è qualcosa di simile a un dio, inimitabile, per me. Con Hemingway ho un rapporto più conflittuale. Su Bukowski invece… be’, fa la parte del cattivo nel mio libro: qualcosa vorrà dire.

    In Io e Henry ci sono molti rimandi al mondo della musica e a quello del cinema. In particolare, mi ha colpito questa sorta di rivisitazione de Le Iene di Tarantino dove i vari Mr. Pink e Mr. Orange diventano dei Mr. Bukowski e Mr. Hemingway. Come mai tanti riferimenti, sei un appassionato di cinema e di spy story? 

    Certo: adoro il cinema. E sicuramente Tarantino, soprattutto quello dei primi film, è tra i miei registi preferiti. Le spy-story mi piacciono. Soprattutto i grandi classici: per me James Bond è Sean Connery, e basta. Mi ha ispirato molto anche Hitchcock: i riferimenti ai suoi film abbondano. Anche se, forse, il film che ha ispirato il libro più di tutti gli altri è Harvey, diretto da Henry Koster, con un incredibile James Stewart: tutti lo credono pazzo perché il suo migliore amico è un enorme coniglio invisibile, e invece…

    Dato che si parla di follia declinata nelle diverse manifestazioni, come quella ordinaria che si affaccia nelle vite di tutti, il senso dell’umorismo nel tuo libro (le situazioni assurde, paradossali, i proverbi del vecchio Henry, al limite del sensato ma grandi insegnamenti di vita) può essere inteso come “cura dell’anima”? 

    Per me l’umorismo è una componente essenziale della vita, ancor prima che della letteratura. Penso che sia necessario non prendere troppo sul serio noi stessi e le cose che ci circondano. Però è anche vero che qualche psicologo potrebbe dirti che fare molte battute è un modo per alzare delle difese, per non affrontare certe situazioni ansiogene. Non credo che esista una “cura dell’anima” che funzioni per tutti: ognuno deve trovare la propria via.

    Tagliaferro incarna le sofferenze di chi viene espulso dalla società: il lavoro non funziona più, il suo matrimonio nemmeno, sopportare la quotidianità è diventato un peso insostenibile. Perché allontanarsi da quelli che sono i canoni sociali scontati viene percepito immediatamente come una prima forma di pazzia?

    Sicuramente questo è uno dei temi cardine del libro. E, allargando il discorso, mi chiedo anche: perché sentiamo il bisogno di ridurre tutto a delle categorie? I pazzi e i sani, i belli e i brutti, i buoni e i cattivi. Per non parlare della sfera sessuale. Mi pare che il dibattito attuale verta proprio sulla volontà di creare nuove categorie: cosa che, secondo me, aumenta solo la discriminazione. Quando la smetteremo di voler definire tutto?
Io sono dell’idea che ogni individuo sia unico e che debba essere libero di coltivare questa sua individualità, ovviamente nel rispetto degli altri.

    Henry con i suoi proverbi e i suoi modi di dire mette in evidenza una cosa: cerchiamo di spiegare, giustificare, alleggerire sempre la realtà. Ma non facciamo altro che contraddirci, continuamente. Forse la vera realtà è poco più in là di noi, basta solo imparare a lasciarsi andare fuori dai nostri recinti mentali?

    Come dicevo, siamo noi stessi a crearci dei recinti mentali, che passano attraverso la categorizzazione di tutto quello che ci finisce sotto gli occhi. Questo, da un lato, è un meccanismo di difesa psichica, che ci fa sembrare di avere tutto sotto controllo. Ma, dall’altro lato, è anche molto limitante: a volte ci impedisce di vedere qualcosa che è a un centimetro da noi, appena fuori dal recinto.

    Sei un giovane scrittore esordiente con esperienza nel campo dell’editoria. È stato difficile riuscire a emergere? Hai qualche consiglio da dare ai giovani che, come te, cercano di farsi spazio nel difficile mondo della letteratura oggi?

    Emergere è difficile in qualunque campo. Non basta avere talento: bisogna anche cercare di migliorarsi continuamente. Non si deve mai pensare: “Sono bravo, ma gli altri non mi capiscono”. Sono dell’idea che, oggi più che mai, farsi capire e apprezzare sia una capacità indispensabile nel campo artistico. Proprio per questo, il primo consiglio che mi sento di dare è: cercate di capire come funziona l’editoria, quale editore pubblica un certo tipo di libri, quale dà spazio agli esordienti, ecc.
Il secondo consiglio (che però è il più importante) è: leggete, leggete, leggete. È il modo migliore per conoscere l’universo dei libri, e per migliorarsi come scrittore.

    Cosa ami leggere? Qualche consiglio di lettura, o l’ultimo libro sul tuo comodino?


    Potrei farti una lista che non finisce più: per fortuna, nella vita, ho trovato molti più libri belli che brutti!
Ti dico i primi che mi vengono in mente: Jonathan Coe, La casa del sonno; Ernesto Sabato, Sopra eroi e tombe; Chester Himes, Rabbia ad Harlem; Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte; Sam Lipsyte, Il bazooka della verità.

  • 06Mag2016

    Irma Loredana Galgano - sulromanzo.it

    Esiste una realtà che dipende solo da noi? “Io e Henry” di Giuliano Pesce

    Da pochi giorni in libreria,Io e Henry (Marcos y Marcos, 2016) di Giuliano Pesce è un libro strutturato su diversi livelli. Sarà il lettore stesso a scegliere se vuol vederci un racconto umoristico, una spy-story o un romanzo che inglobi tutto questo e molto altro ancora. Riflessioni sulla contemporaneità si alternano a soliloqui con la propria mente e alterchi con personaggi reali o immaginari.

    Un libro, quello di Pesce, costruito intorno alla constatazione che «se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Tagliaferro, il protagonista, un sogno lo ha ma non è quello che sembra. L’originalità di questo libro sta anche in questo.

    Ne abbiamo parlato con Giuliano Pesce in un’intervista.

    Io e Henry è un libro con una struttura e una storia originali, a cavallo tra un “finto” romanzo e una semiseria spy-story. Perché questa scelta narrativa?

    Potrà sembrare strano, ma il romanzo nasce dalla prima frase. Un giorno ho preso un foglio e ho scritto un aforisma che mi ronzava in testa: «Se hai un sogno vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere». Poi, ho aggiunto: «Il vecchio Henry lo diceva sempre». A quel punto mi sono trovato davanti a diverse domande: chi è questo Henry? Perché è “vecchio”? E perché pronuncia una frase simile?

    La storia è stata la mia risposta a queste domande, subordinata al bisogno che sentivo di scrivere qualcosa che, oltre che catturare l’attenzione del lettore, fosse anche divertente, da leggere, ma soprattutto da scrivere.

    Nel testo sono innumerevoli le citazioni, i paragoni e le similitudini con personaggi o aneddoti tratti da cinema, musica e letteratura contemporanei. Quali sono i motivi alla base di questo stile di scrittura?

    Come dicevo, volevo scrivere qualcosa che fosse divertente. Lo stile del romanzo nasce in parte da questo bisogno. E in parte dal fatto che volevo un protagonista che fosse sì un uomo comune, ma che avesse anche un modo tutto suo di vedere il mondo. Così ho riversato in Tagliaferro qualcosa che mi capita di provare spesso. Cioè la sensazione che il mondo di oggi sia una gigantesca bolla di rumore informativo, ripiena di tante, tantissime parole, immagini e suoni, dietro cui è difficile scovare dei veri significati.

    Tagliaferro, all’inizio della storia, ha appena perso i pochi appigli che aveva (l’amore, il lavoro, la casa) e cerca disperatamente di trovare nuovi punti di riferimento. Tuttavia, quasi tutto gli sembra già visto, sentito, rimasticato, sputato fuori dalla sua mente ormai sovraccaricata da input esterni, che hanno in un certo qual modo sommerso il suo vero Io. Lo stile che ho adottato serve principalmente a rendere a livello espressivo queste sensazioni che attanagliano il protagonista.

    La vicenda narrata in Io e Henry ruota intorno alla figura del protagonista ma ha come ambiente di riferimento il Centro di salute mentale Villachiara. Pirandello affermava che esistono solo due modi per liberarsi del peso della vita: la morte o la pazzia. Il protagonista vive la sua “alienazione” come una fuga dalla realtà?

    La singolarità del mio protagonista, Tagliaferro, è rintracciabile proprio qui. La sua è certamente una fuga da una realtà che non gli piace più. Ma non solo. È anche il tentativo, forse vano, di costruire una realtà nuova, che non sia solo l’incomprensibile somma delle diverse volontà degli individui, gettate alla rinfusa sul piatto della vita. Tagliaferro vuole una realtà che dipenda soltanto da lui. Per questo si mette alla caccia del Registro-01, l’unico strumento in grado di concedergli il potere di cui ha bisogno.

    La realtà può spaventare, o fare male. Ma Tagliaferro, grazie a Henry, scopre che a volte la miglior difesa è l’attacco.

    «La sofferenza interiore, la terrificante depressione che ti attanaglia, inevitabilmente, quando ti rendi conto della differenza che esiste (ed esisterà sempre) tra il mondo come lo vorresti e il mondo com’è». Tagliaferro cerca di vincere il suo male di vivere con l’umorismo e la follia?

    L’umorismo è sicuramente una componente importante del romanzo. Ma Tagliaferro, pur essendo il narratore, ne è quasi una vittima involontaria. Le situazioni in cui si viene a trovare ondeggiano tra il drammatico e l’assurdo; e l’unico modo che ha per affrontarle è quello di lasciarsi trascinare da questo flusso.

    Per quel che riguarda la follia, io non credo che Tagliaferro sia pazzo. A volte penso che i pazzi non esistano neppure. Se consideriamo la vita e i suoi canoni come il risultato della mediazione tra le diverse volontà di tutti gli individui, i folli sono semplicemente coloro che rifiutano di sedersi al tavolo delle trattative. Coloro che, per così dire, preferiscono tentare di far saltare il banco. E Tagliaferro rientra senza dubbio in questa categoria.

    Parlando di umorismo la mente rimanda nuovamente a Pirandello. Anche Tagliaferro, come i personaggi del grande drammaturgo, ha una patina di tristezza che trasmette al lettore. Come Pirandello anche lei scrive le sue storie per sfidare il pubblico, per stimolarlo?

    Certamente. Io e Henry è un libro che può essere letto su tanti livelli. Può essere gustato come un semplice romanzo umoristico e – mi auguro – avvincente. Ma spero anche che alcune situazioni e certe riflessioni dei personaggi, seppur deformate dalla lente dell’umorismo, possano spingere i lettori a ripensare al mondo di oggi e, soprattutto, al nostro modo un po’ troppo dogmatico di interpretarlo.

    «Come ciascuno di noi, anche il protagonista del romanzo è – almeno in parte – il prodotto del costante bombardamento di immagini, suoni, parole a cui ci sottopone il mondo di oggi e che, inevitabilmente, finisce per condizionare il nostro modo di essere, pensare e agire». Siamo dei burattini? E nelle mani di chi?

    Uno dei temi principali del libro è proprio questo. E ho cercato di affrontarlo da vari punti di vista, che vanno dal complottismo più esacerbato (ci sono oscuri signori che ci dominano!) all’influenza che il mondo esercita sul nostro Io, passando per alcuni concetti come la Fortuna, il Destino e la Possibilità.

    Quanto di nostro riusciamo davvero a provare? E quanto siamo vittime di quello che ci investe dall’esterno?

    Sono domande che mi pongo spesso e a cui, purtroppo, non sono in grado di dare una risposta soddisfacente. Spero, però, che il libro possa spingere i lettori a riflettere su tutto questo e, magari, a cominciare a cercare le proprie risposte.

  • 05Mag2016

    Alessandra Selmi - IlCittadino

    “Se hai un sogno, vale la pena di vivere inseguendolo; se non ce l’hai, non vale la pena di vivere”. Così si apre il secondo romanzo dello scrittore monzese Giuliano Pesce, “Io e Henry”, edito da Marcos y Marcos.

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  • 05Mag2016

    Rossella Lo Faro - youbookers.it

    Tra gli esordi italiani di quest’anno c’è Giuliano Pesce, che con il suo ‘Io e Henry’ è appena uscito in tutte le librerie con fare quasi prepotente, con quella copertine gialloaranciata e un titolo secco, ma efficace.

    In realtà, il pur giovanissimo Pesce non è al suo primo, vero esordio: già qualche anno fa aveva dato alle stampe per i tipi de Il foglio letterario un testo dal titolo poetico (La parziale indifferenza), ma è con Marcos y Marcos che adesso si affaccia sulla scena italiana con maturità.

    Tagliaferro è il protagonista di questa storia strampalata: non appena viene piantato dalla moglie, la maschera dell’uomo perfetto e del giornalista tutto d’un pezzo comincia a sgretolarsi nei dedali di un dolore mai svelato per intero. Nell’incedere di giorni sempre uguali gli capita, però, un compito ingrato assegnatoli dal giornale per cui lavora: recarsi al Centro di salute mentale Villachiara per un’intervistetta al direttore.

    Nell’occasione conosce Henry, un degente che lo ammalia con le sue chiacchiere da matto e che, tra le altre cose, gli rivela di dover recuperare il documento più importante dell’umanità: il Registro-01. L’avventura, ovviamente, è presto servita.

    Essenzialmente, la narrazione si articola in due movimenti: dapprima ci si muove con passo leggero in un minuetto in tempo moderato e poi ci si lascia trasportare da un allegroche rapidamente conduce a un inatteso climax dell’azione.
    Il racconto si dipana in capitoli brevi farciti di dialoghi dal ritmo irresistibile, su cui aleggia un umorismo leggero ma incisivo. Il personaggio di Henry, un pazzoide colto e imprevedibile, è capace di destabilizzare Tagliaferro (e il lettore insieme a lui), senza mai risultare macchiettistico:

    Era impossibile stabilire con certezza se il vecchio Henry credesse o meno in quel che diceva, se volesse effettivamente comunicare qualcosa o se gli piacesse solo raccontare storie. Io stesso, che l’ho conosciuto meglio di chiunque altro, non avrei saputo dire se il vecchio Henry avesse anche una sola, vera opinione(eppure ne esprimeva a migliaia).

    Sebbene il motore dell’azione sia l’interruzione di una storia d’amore, essa non ne diventa il perno, che si sposta su un baricentro avventuroso e, contemporaneamente, beffardo.
    Ad esempio, è singolare la sottesa ironia metalettaria dei “nomi in codice” della cerchia di Henry: tra un Bukowski e un Emerson – lo stesso Henry fa di cognome Thoreau – appare chiaro il messaggio che niente è da prendere sul serio, nemmeno l’alta letteratura.

    Una narrazione, dunque, di scarsa complessità e che procede in modo relativamente lineare, nonostante le digressioni ora di tipo avventuristico e on the road ora citazionistiche: tali intrusioni si collocano però al di fuori della cornice eminentemente realistica del libro.
    Uno dei meriti del racconto è dunque un tipo di narratività che tenta di rompere le maglie della rappresentatività e di offrire una storia ambigua e meno canonica.
    L’acceso dibattito tra Henry e Tagliaferro, centrale nelle vicende, è una disputa continua che verte su vari aspetti e, quasi senza avviso, conduce allo scintillante finale.
    Alla luce dell’epilogo, appare perciò vibrante la riflessione sulla comunicazione, sempre più presente e invadente ma, paradossalmente, meno comunicativa.

    Viviamo soffocati da miliardi di sogni, pensieri, opere, azioni e fantasie, persi in quella che consideriamo una massa di estranei, di cui in realtà siamo unica parte integrante, liquefatti nella comunicazione al punto che nessuna opinione può restare davvero isolata, se non per pochi secondi. Nessuna voce può cantare un assolo, non in questo mondo, in cui la libertà dei singoli, nella purezza della loro esistenza, è solo promessa, e mai mantenuta.


    Un racconto pop dalle riflessioni acute: la letteratura italiana non è mai stata così in salute.

     

  • 01Mag2016

    Marta Cervino - Marie Claire

    Henry Thoreau (sì, come lo scrittore) è un anziano signore affascinante e pazzo. Tagliaferro, un giovane giornalista neo divorziato e allo sbando, lo incontra in un centro di salute mentale.

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  • 26Apr2016

    Alcide Pierantozzi - rivistastudio.com

    New Italian Weirdness

    Da qualche mese a Milano capita di incontrare gente, perlopiù giovani designer, giornalisti e autori televisivi, ma anche molti universitari, con in tasca un libro dalla morbida copertina nero-viola, al centro della quale è ritratto lo scheletro di un serpente. È uno strano romanzo, scritto da un ragazzo pugliese di trent’anni che ha passato gran parte della vita a guardare i film di Tod Browning e a leggere Juan Rodolfo Wilcock. Si chiama Luciano Funetta, e con Dalle rovine è tra i dodici finalisti del Premio Strega di quest’anno.

     

    Il successo dell’esordio di Funetta ci interessa perché si profila innanzitutto come un interrogativo cui rispondere: cosa è venuto a noia ai lettori italiani per appassionarsi alla storia – piuttosto funesta, e intrisa di romanticismo nero – di un uomo che si accoppia con dei serpenti e si lascia impelagare nel mercato degli snuff movie? Alla prova dei fatti, è solo di questo che parla Dalle rovine. Essendo stato tra i primi a leggere il manoscritto in questione, proprio perché non riuscivo a interpretare nulla di ciò che avevo sotto gli occhi, per molto mi sono chiesto se il principio che reggeva il libro, diciamo il senso, fosse quello di una parodia: da Bataille a Lautréamont, la storia della letteratura è piena di libri che in un primo momento era abbastanza difficile prendere sul serio. In ogni caso, comprendere cosa sta accadendo attorno all’esordio di Funetta può essere utile a tracciare una prima, sebbene lacunosa, mappatura dei mutamenti che negli ultimi tempi stanno avendo luogo non tanto fra i giovani scrittori italiani, ma fra i lettori, e quindi nell’editoria. Se ho omesso di dire il nome della casa editrice del libro, la Tunué, è proprio perché merita un sostanzioso “a parte” all’interno di questo discorso.

    Nello specifico, il romanzo di Luciano Funetta è quanto di meno classificabile e più degenere possa capitare di leggere a un lettore italiano tipo, e quanto di meno appetibile possa finire nelle mani del classico editor. Non solo per l’ambientazione, in un’immaginaria città chiamata Fortezza, ma soprattutto perché Dalle rovine, a leggerlo da capo a fondo, non ha niente di troppo spaventoso, niente che (grazie a dio) meriterebbe un blurb di Palahniuk. Al contrario: fa compagnia, e molti dei suoi ammiratori sono dell’idea che, per certi aspetti, infonda piacere e leggerezza alla stessa maniera di un lungo haiku. La terra in cui Funetta si addentra non è quella del Grand Guignol dell’effetto speciale o del politicamente scorretto. Il presupposto non è né simbolico né provocatorio, è semmai un proclama di libertà rispetto all’immaginario e alle fissazioni dell’autore. Si potrebbe dire che un romanzo così non ha niente di letterario, a cominciare dall’invisibilità della lingua, e che al “letterario” venga riservata, tutt’al più, una deprecazione costante. In teoria, nessun giornalista recensirebbe mai una cosa simile, e questo per gli editori rappresenta un problema. In teoria. Perché poi nella pratica Dalle rovine, a pochi mesi dall’uscita, vanta già il primato della più abbondante rassegna stampa degli ultimi anni.

    La risolutezza con cui Funetta si muove dentro il proprio universo rischia inoltre di sembrare inconcepibile a chi come me, e come alcuni degli scrittori che hanno esordito con me una decina di anni fa, ha tentato sì di indagare l’immaginario orrorifico, ma sempre a partire da un discorso politico e da un riferimento che a noi pareva essere l’unico accettabile: quello di Pasolini. In Funetta l’apparato politico non esiste, l’osceno non serve a rinviare a qualcos’altro. Siamo in una stanza, e un uomo nudo si lascia persuadere dalle proprie pulsioni senza alcuna considerazione interiore, senza l’ombra di un contingente sociale, succube di qualcosa a metà strada fra l’Ate dei greci e l’arte per l’arte di Gautier. Perché, allora, attrae così tanto sia i lettori che le lettrici?

    Qui è necessaria una prima sostanziosa parentesi, visto che l’interesse per il romanzo di Funetta è in questi mesi andato di pari passo con quello per Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (edizioni nottetempo), la storia di un tassidermista solitario che, in seguito alla morte del padre, decide di imbalsamare la casa in cui ha trascorso con lui gli ultimi mesi della sua vita. A gennaio Marco Peano e io abbiamo presentato il libro di Di Fronzo al Circolo dei lettori di Torino, e alla fine dell’incontro il firmacopie dell’autore è durato due ore e non sono bastati i libri. Chi chiedesse a Di Fronzo, classe 1984, quali sono i suoi autori di riferimento, si sentirebbe snocciolare pressappoco la stessa lista di Funetta: «Pierre Mac Orlan, Jean Philppe Toussaint, Ogawa Yoko, Jean Echenoz, H.G. Wells, Fleur Jaeggy, Roberto Arlt, Julio Cortázar, Edgardo Franzosini». Sembrerebbero non esistere, nella loro formazione, i soliti Don DeLillo, David Foster Wallace, Philip Roth, men che meno Pasolini, che pure avranno letto, apprezzato e debitamente digerito.

    Un discorso analogo poteva farsi anche a metà anni Novanta, quando uscirono Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa, Woobinda di Aldo Nove, Fluo e poi Destroy di Isabella Santacroce, tutti romanzi o racconti che attingevano a piene mani alla cultura americana (e che in Italia guardavano solo un po’ a Busi, Arbasino e Balestrini), e che avevano in comune la maggior parte degli argomenti: la televisione, la pubblicità, i manga, la musica. Libri che hanno comunque retto al tempo, e che a sfogliarli oggi non sono minimamente invecchiati. Alcuni romanzi degli ultimi anni hanno invece preceduto il “genius” di questa ondata di singolarità del tutto estranea agli autori sopra citati, e ora riapparsa con Funetta e Di Fronzo: Sirene di Laura Pugno, La casa madre di Letizia Muratori, Zoo col semaforo di Paolo Piccirillo, Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado, Mio salmone domestico di Emmanuela Carbé, recentemente Panorama di Tommaso Pincio, Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini e Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci.

    Che cosa lega questi testi così diversi fra loro? Si tratti di sirene dai capelli azzurri che abitano il mare in un futuro distopico o di bambine che si fingono madri delle proprie bambole Cabbage Patch, di salmoni che si insediano in casa tua e dettano legge come i personaggi di Edward Gorey o di artisti stralunati che vivono negli zoo, questi libri evocano sin dalle prime pagine, con una certa demonicità, qualcosa che non ci viene raccontato in linea retta, ma cui si allude. O meglio: tutto ci viene detto così com’è, e (fatta eccezione per Meacci, il più virtuoso) con un’immediatezza di stile molto atipica nella cultura italiana; ma ciò che ci viene raccontato di un personaggio o di una data situazione vuole dirci sempre qualcos’altro, e che sia la maternità o il problema dell’antropizzazione, ce lo dice assai di traverso, al punto che rimane difficile interpretare il sottotesto, perché non si sa bene quale sia il testo. Se ne coglie il glamour, l’appeal, se ne intuisce il magnetismo. Tra le righe il messaggio sembra essere: il presente così com’è non si racconta, tentare di cogliere l’imprendibilità della contingenza è da sciocchi, e comunque alla lunga infastidisce i lettori. Non è un caso se uno scrittore originale come Vanni Santoni ha individuato subito questa nuova inclinazione, e ha contribuito a darle i connotati di una scuola all’interno di Tunué, dove è editor per la narrativa italiana dal 2014.

    Solo la biografia di Vanni Santoni ci racconta più della nutrita rassegna stampa di ciascuno dei libri che finora ha scelto di pubblicare nella sua collana “Romanzi”, e di come in editoria la nozione di contemporaneo e quella di antico non dovrebbero mai discostarsi troppo. Quello che Vanni ha scritto, tra l’altro, la dice lunga sul perché una personalità come la sua trovi spazio e autonomia proprio dentro una factory di fumetti e graphic novel in stile McSweeney’s, quale Tunué. Santoni ha esordito con Personaggi precari (RGB, ora Voland), un libro “à la Manganelli” che metteva in scena 789 personaggi e altrettante storie. Ha ideato il collettivo di 115 autori SIC e coordinato la stesura di un romanzo storico, In territorio nemico, uscito nel 2013 da minimum fax. Le sue mire di editor sono precise: «Per me contano esclusivamente i criteri letterari, e credo che i romanzi che abbiamo pubblicato finora alla Tunué lo dimostrino pienamente. Non che voglia fare l’eroe, ma Tunué ha dimostrato coraggio nell’assecondare questa volontà, e siamo stati premiati dai lettori. Un buon editore il mercato deve anche saperlo influenzare, ampliare e in alcuni casi addirittura creare», ha detto a Studio.

    Finora, incluso il romanzo di Funetta, da Tunué sono usciti sette titoli, e per motivi che non possono essere ascritti solo alla bravura dell’ufficio stampa o del direttore editoriale Massimiliano Clemente si è parlato moltissimo di ciascuno, a cominciare da Dettato di Sergio Peter, un racconto di struggente malinconia al limite con l’autobiografia ma lontano sia dall’autofiction che dal memoir, e che arieggia le atmosfere di Dolores Prato e Silone. Subito dopo: Stalin + Bianca di Jacopo Barison, on the road zeppo di citazioni cinematografiche a metà strada tra un romanzo di Chandler e Se mi lasci ti cancello; Tutti gli altri di Francesca Matteoni, una raccolta di frammenti al limite con l’aforisma, dalla scrittura leggera e pastellata; Lo Scuru di Orazio Labbate, storia di un vecchio siciliano emigrato a Milton, West Virginia, che rammenta il folclore della Sicilia in cui ha trascorso l’infanzia, un libro molto amato da Antonio Moresco, scritto in una complessa lingua vicina a Garcia Lorca, Bufalino, Silvana Grasso e Mariosa Castoldi. Poi L’appartamento di Mario Capello, almeno in apparenza il meno espressionista dei libri della collana, che racconta con grande misura e delicatezza i due spazi (concreto e metaforico) dell’appartamento da vendere di un agente immobiliare e del territorio della scrittura, e infine, da pochi giorni, A pietre rovesciate di Mauro Tetti, romanzo già vincitore del Premio Gramsci per gli inediti che intreccia storie di orchi, pozzi sacri e streghe in una sorta di grandioso omaggio a Gianbattista Basile. Nessuno di questi romanzi potrebbe rientrare in una categoria editoriale ben definita, nessuna delle storie in essi narrate si conforma alle aspettative del lettore italiano medio, sarebbe bastato un niente perché cadessero tutte nelle mani del lettore sbagliato (per esempio del bukowskiano nel caso di Barison o del fan di Bolaño in quello di Funetta). Sono cadute invece in quelle dei cinefili, dei fumettisti, dei blogger più influenti, degli stylist, forse anche di certi hipster frequentatori del Cape Town milanese, ma che alla fine sono le mani che contano.

    Spesso si dice che una casa editrice di qualità è un “progetto”, parola che, se vista nella sua connotazione architettonica, presuppone un riparo. Così come si progetta una casa affinché le intemperie non minaccino chi vi abita, e se ne delineano gli spazi sulla carta, gli editori scelgono cosa inserire nel proprio catalogo sulla base di una minaccia esterna. Nove volte su dieci la minaccia è pretestuosa, o comunque è una minaccia che hanno prima individuato altre forme di comunicazione parallele all’editoria (la minaccia della televisione, delle ideologie, ma anche la minaccia della “leggerezza”, dell’“immediatezza”), forse una prima ragione per cui gli editori italiani negli ultimi anni sono stati più reattivi che idiosincratici. La prima reattività è avvenuta all’inizio degli anni Duemila proprio nei confronti degli autori che furono chiamati “cannibali”, e il tentativo di normalizzazione delle scelte successive è stato talmente disastroso che nel giro di pochi anni quegli stessi autori sono tornati prepotentemente in carica, divenendo gli scrittori di riferimento della generazione dei nati negli anni Ottanta e Novanta.

    Ma quando una minaccia di grande portata aumenta, ad esempio comincia a riguardare il futuro stesso dei libri, quando cioè il senso della fine si approssima, la progettazione non basta più: è necessario l’ornamento. In questo discorso la storia dell’architettura è forse più utile di quella della letteratura. L’uomo decora e abbellisce quanto più ha paura. Molti editor, anche all’estero, si sono mossi in modo bipolare dinanzi a questa percezione: collane per l’ornamento giocoso, e collane per le cose serie. Non ha sempre funzionato. Perché? Perché gli autori di là da venire – e cioè quelli attuali – avrebbero deciso da soli di intraprendere il percorso dell’ornamento, sotto le forme del camp più estremo, del divertissement, delle ucronie, della commistione goliardica tra i generi, delle storie-sogni e delle lentificazioni, e mai funzionalmente a un progetto pedagogico. Questa cosa andava respirata subito, compresa subito, ma in Italia sembra che non si possa chiedere né al sistema editoriale né a quello cinematografico di compenetrare l’aria del tempo. Tunué rappresenta una felice eccezione, in grado di convivere, pacificamente, con case editrici di sensibilità per alcuni versi affine come minimum fax, marcos y marcos e nottetempo.

    Funetta, Gabriele Di Fronzo, e dopo ancora l’ultimo libro di Giordano Meacci. Da marcos y marcos, nel frattempo, è in uscita Io e Henry del venticinquenne Giuliano Pesce, storia davvero adorabile del paziente di una clinica psichiatrica che confida a un giornalista conosciuto per caso di essere un agente segreto. Deve recuperare il Registro-01, ossia il più importante documento nella storia dell’umanità. Fuggiranno insieme verso Roma, a bordo di una Panda, per andare alla festa della contessina Kosinceva, in possesso di informazioni sul prezioso registro. Un romanzo del genere mi costringe ad ammettere, un po’ a denti stretti, che in fondo la regola cui obbediscono Funetta, Di Fronzo, Pesce e tutti gli altri è soprattutto una: divertirsi. Ma il discorso resta più complicato di così.