Inutile Tentare Imprigionare Sogni

Archivio rassegna stampa

  • 14Mar2014

    Martina Fabbri - rivistaunaspecie.com

    Frequentare un istituto tecnico può risultare un’esperienza non facile per un ragazzo, soprattutto se non si adatta a un certo clima “stile bolgia”. Ma lo è ancor meno se la scuola si ritrova dirimpetto a un manicomio, e le grida dei pazzi si mescolano a quelle dei giovani studenti tutti maschi e dagli ormoni-non-sfogati.

    I giorni vengono messi in fila, uno dopo l’altro. Sospinti avanti dai calci delle Doctor Martins, cercando di non fare caso alle limonate inesistenti sui termosifoni per assenza di materia prima. Driblando sapientemente le meschinità del montato professore di educazione fisica che si ciuccia i baffi nella sua tuta verde, e cercando di superare indenni i pessimi incontri con la fresa-mangia dita. Tutto questo incorniciato delle faide con i ragazzi del liceo, che tentano in tutti i modi di salvaguardare le ragazze perbene dalla supposta bestialità dei frequentatori in felpa da metallari. Cristiano Cavina, scrittore-pizzaiolo che faceva bella mostra di sé tra gli ultimi della classe, spiega in un libro leggermente autobiografico, quanto sia difficile dover affrontare la crescita, in un mondo da cui nemmeno gli adulti “veri” riescono a salvarsi. L’autore sintetizza le paure, i dubbi e i sogni del protagonista sedicenne, trasformando il suo libro dal banale diario scolastico che può sembrare nelle prime pagine, in uno spaccato di vita più profonda, attraverso metafore surreali ed allo stesso tempo realistiche, permette di trovare la poesia anche nelle situazioni in cui parrebbe, invece, totalmente assente.

  • 19Feb2014

    Redazione - La Provincia di Cremona

    RAGAZZI, SOGNI  E PASSIONI

    Cristiano Cavina, considerato una delle penne più brillanti della nuova generazione di scrittori italiani, premia i vincitori del concorso Fatf e Soci Coop

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  • 19Feb2014

    Valentina Avoledo - torino.repubblica.it

    Adotta uno scrittore
e entri al Salone Sempre più successo per l’iniziativa del Salone del Libro che porta gli autori nelle classi piemontesi. Quest’anno saranno 24 gli autori che saliranno in cattedra, da Mauro Covacich a Alessandro Bergonzoni Adotta uno scrittore numero XII. Sempre più successo per l’iniziativa che porta gli autori nelle classi piemontesi. Saranno quattro gli incontri che ogni scrittore dedicherà alle scuole, le quali, da una rosa di nomi sceglieranno quale autore adottare.

    Sempre più ricche le voci che hanno scelto di aderire all’iniziativa messa a punto dal Salone del libro, sono infatti 24 gli autori che saliranno in cattedra, da Mauro Covacich a Alessandro Bergonzoni. Tre incontri previsti fino ad aprile, il quarto avrà luogo a maggio nell’arena Bookstock del Salone. Per le scuole, inoltre, sono a disposizione 12mila ingressi al Salone del libro per chi si prenota online. Per il primo appuntamento gli studenti discuteranno di un libro proposto dall’autore, un titolo significativo per la sua vita di lettore. Il secondo appuntamento è su un libro dello scrittore stesso, per il terzo saranno gli studenti a proporre un titolo da discutere in classe. 

Adotta uno scrittore è una delle iniziative più originali ed efficaci per promuovere la lettura e la scrittura tra i giovani. Man mano che le edizioni si susseguono si arricchiscono di novità. Quest’anno per la prima volta Adotta uno scrittore entra nei padiglioni del Regina Margherita, Alessandro Perisinotto sarà in compagnia dei giovani studenti ricoverati all’ospedale infantile. 

Nella casa di reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo arriverà lo scrittore Cristiano Cavina che parlerà di Frutti dimenticati, il suo quarto romanzo. Cavina, nato e cresciuto in provincia di Ravenna, ha raccontato nel suo ultimo lavoro Inutile tentare di imprigionare i sogni quanto sia stata scadente come studente e conflittuale il suo rapporto con scuola e professori. Cosa dirà ai ragazzi che incontrerà nella casa circondariale? “Vado spesso nelle scuole, solo nell’ultima settimana ho incontrato duemila ragazzi. Per me non fa alcuna differenza se sono in carcere o in classe e come sempre racconterò la mia esperienza di vita, da ragazzo che ha provato tutti i lavori all’attività di scrittore.” Cristiano ci tiene a mantenere la sua genuinità di ragazzo di paese: “anche a Saluzzo andrò con lo stesso spirito: quello del ragazzo di campagna che va in gita col pranzo al sacco. Quando ero tra i finalisti del premio Strega mi hanno scambiato per il tecnico audio, sarà stata la maglietta dei Sex Pistols”.

  • 10Feb2014

    Augusto-Leone - ilrecensore.com

    In Inutile Tentare imprigionare i sogni (Marcos y Marcos 2013) di Cavina, il prof di meccanica dell’istituto tecnico Alberghetti  di Imola, soprannominato dai suoi allievi “ Conte Vlad” prima di abbandonare la scuola per andare a scavare pozzi in Cambogia passa a dare l’addio all’aula 7: lì guarda per l’ultima volta   i tecnigrafi da disegno che le conferiscono un’aria da pomeriggio alla giostre, la lavagna con gessi e cimosa, la finestra sulla facciata di un nosocomio e sorride all’allievo Creonti, reduce da una sospensione, accennando a dargli un  mezzo schiaffo.

    Quello stanzone squallido, dove si parcheggia ogni mattina un campionario di adolescenti bizzarri, finirà per portarselo via con sé dall’altra parte del mondo. La scuola per insegnanti ed allievi è infatti la  gabbia magica, nella quale una volta liberati si vorrebbe tornare, magari restandoci per sempre, nostalgia del passato o delusione del presente che sia. Cristiano Cavina per penetrarne la misteriosa paradossalità si affida alla pirotecnica clownesca dello svogliato e inconcludente studente Creonti: è la sua effervescenza verbale a mutare corridoi, aule, docenti, spiegazioni, conversazioni, amicizie ed amori  in un castello incantato dove, come se fossimo in una pagina di Harry Potter, ogni cosa procede  inventandosi leggi proprie. Eppure non siamo nel castello di Hogwart, siamo in Emilia Romagna e tutto ciò che ci viene descritto dalla voce narrante del protagonista corrisponde rigorosamente alla realtà: gli edifici scolastici sono fatiscenti, i programmi sono anacronistici e inadeguati, i docenti frustrati, gli studenti impreparati, risse, droga,  e non c’è assolutamente niente che con tutta la buona volontà si potrebbe idealizzare; anzi l’Alberghetti è un istituto superiore esemplare di tutte le scuole superiori del Bel Paese. Ma com’è che l’indubbia cattiveria rappresentativa del reportage nei gironi dell’inferno soprattutto ci commuove e ci fa sorridere, come se indossassimo degli occhiali multicolori trasfiguranti? A raccontarci le sue sventure  nel locus horribilis è uno scanzonato Pinocchio dei nostri giorni: egli ricorda di aver iniziato la sua carriera del crimine tentando di liberare gli uccellini da richiamo tenuti sotto chiave nella cantine del palazzo dai suoi coinquilini cacciatori, ma scopre che solo un merlo ha avuto il coraggio di volare via, tutti gli altri della libertà sono terrorizzati; venti centimetri di gabbia immerdata è tutto quello che hanno a questo mondo, ma stanno lì a cantarsela beati tutto il giorno. Che idea stupida è stata la sua, conclude! Il Pinocchio del 2013 è consapevole che gli hanno distrutto il Paese dei Balocchi e che quindi è  costretto a costruirsene uno a sua misura altrove, in una decrepita aula 7, dove tentare di imprigionare i sogni è inutile. Cristiano Cavina nasce a Casola Valsenio nel maggio del 1974; cresce in viale Neri, nelle case popolari, con le cantine piene di uccelli da richiamo e un albero magnifico che fa ombra in cortile. Ci vive ancora adesso: Made in Casola è il suo marchio di fabbrica, la firma in calce a tutte le sue mail. Scopre la magia della narrazione al bar, ascoltando i racconti dei vecchi; quando poi comincia a leggere libri, la sua strada è tracciata. Lui di sé dice di sentirsi un bravissimo lettore; che è un grande narratore possiamo dirlo noi, i suoi lettori sempre più numerosi, i librai che lo seguono da sempre, i critici più severi.Ama raccontare le cose che conosce da vicino: la sua infanzia in Alla grande (Premio Tondelli) e Un’ultima stagione da esordienti; l’epopea di Nonna Cristina in Nel paese di Tolintesàc; la sua storia di figlio senza padre e di padre fuori dagli schemi nei Frutti dimenticati (Premio Castiglioncello, Premio Vigevano, Premio Serantini, Selezione Premio Strega). Scavare una buca è ambientato nell’immensa cava di gesso alle porte di Casola Valsenio. Inutile Tentare Imprigionare Sogni nasce dalla condanna a cinque anni di itis che gli è toccato scontare, e rivela più che mai la sua voce forte e chiara, il suo sguardo ridente di narratore per natura.

  • 22Dic2013

    A.M. - L'Arena

    Sono davvero sospesi tra tecnologia e infingardaggine i nuovi adolescenti, come li fotografa Michele Serra, nel suo libro Gli sdraiati?
    È a loro che si rivolge il nuovo romanzo di Cristiano Cavina…

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  • 20Dic2013

    Rita Fortunato - Diario di pensieri persi

    Ho cominciato a leggere questo libro subito dopo aver affrontato la lettura de L’educazione siberiana di Nicolai Lilin. Già la dedica introduttiva mi piacque, riportava l’art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”, subito seguito da un’intuizione dell’Ing. Baladelli: “…purtroppo”. Queste due frasette mi hanno indotto a pensare che scuola e cultura non sono la stessa cosa. La scuola, dalla prospettiva degli adolescenti, è un passaggio obbligato, sofferto, in quanto luogo di segregazione per i saltellanti ormoni giovanili.

    Secondo la definizione tecnica, la cultura è: “Un complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento e simili, trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un dato gruppo sociale” mentre la scuola è: “Istituzione che persegue finalità educative attraverso un programma di studi o di attività metodicamente ordinate”. Questa distinzione traspare nei comportamenti di Creonte, protagonista, che, equipaggiato di una camicia rossa di flanella, tenta di assomigliare a Dylan Dog. Si definisce un genio del crimine incompreso che crea un’ampia gamma di piani B regolarmente fallimentari. Questo ragazzo sbaglia in continuazione, spesso con risultati esilaranti. I suoi insuccessi, però, sono dati dal fatto che esegue una cosa che pochi adolescenti fanno e che gli adulti, spesso, danno per scontata; pensa, riflette e vive intensamente i propri sentimenti. Pensare, riflettere e sentire non sono solo tre verbi ma concetti base che, intrecciati e calibrati dall’esperienza, generano Cultura. La scuola, di base, non insegna a ragionare, ma inculca nozioni, non impartisce chiavi di lettura emotive ma irreggimenta le emozioni in attività metodicamente ordinate. Questo contrasto è molto sentito dagli adolescenti che però lo vivono senza riuscire a spiegarselo. Creonte queste cose le sente, la sua sensibilità gli permette di percepire i professori che vanno oltre il concetto di scuola nel senso stretto del termine e che si proiettano in quella che mi piace definire cultura dei rapporti umani. Il protagonista prova simpatia per questi esemplari rari e per questo meritano di essere definiti insegnanti. L’antipatia dell’adolescente, invece, si rivolge al Preside, figura alquanto sbiadita, e al Vice Preside Corvagli. Quest’ultimo è la quintessenza dell’educatore ottuso e ipocrita che sfoga tutta la sua mediocrità nel protagonista, unico in grado di smascherarlo. Corvagli è la scuola in quanto Istituzione e il “purtroppo” dell’incipit è più che mai appropriato. A questo mio pensiero, che può benissimo risultare opinabile, aggiungo le sensazioni provate nella lettura. Le prime 50 pagine, lette con la pila da speleologo a causa della mancata elettricità in casa, mi hanno regalato momenti di puro divertimento. Spesso ho dovuto interrompere la lettura per un improvviso scoppio di risa. Forse mi diverto con poco. In seguito e durante il giorno, la pila da speleologo è un po’ scomoda, i momenti esilaranti si sono alternati ad attimi di vero e proprio regresso anagrafico rivivendo istanti che compaiono solo durante l’adolescenza e che, purtroppo o per fortuna, non torneranno mai più indietro. Alla fine, con un piccolo groppo al cuore, il senso più profondo di tutto il libro. Il rapporto tra genitori e figli. Un rapporto fatto di sacrifici e rinunce a favore del benessere dell’altro. Di insegnamenti, guida, comprensione e affetto reciproco. Di meraviglia e tenerezza, di sogni e di speranze. Si ritorna al gruppo sociale per eccellenza, dove tutto nasce e tutto ritorna, la famiglia. Insomma, se questo romanzo, molto semplice e senza grandi pretese, quotidiano e spontaneo, ha scatenato in me tutte queste riflessioni, allora merita di essere letto.

  • 12Dic2013

    Redazione - Libertà

    Inutile Tentare Imprigionare Sogni. È questa la verità che lo scrittore Cristiano Cavina pone come titolo al suo ultimo romanzo…

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  • 01Dic2013

    Redazione - La Freccia

    Da ex ultimo della classe a grande narratore, Cristiano Cavina ha imbastito un progetto davvero interessante e fuori dagli schemi: scrivere un romanzo sull’amore adolescenziale, facendosi aiutare dagli studenti dell’istituto Dehon di Monza…

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  • 31Ott2013

    Marco Belpoliti - L'Espresso

    Se ancora non conoscete i libri di Cristiano Cavina, questa è la volta buona. Cavina è uno di quegli autori, come Nori o Mari,  che, qualsiasi cosa scrivano, raccontano sempre di sè…

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  • 27Ott2013

    Marilu Oliva - Buguardino.comunità.unita.it

    Per studenti bocciati ma non solo Titolo:   Inutile Tentare Imprigionare Sogni Autore:   Cristiano Cavina Editore:  Marcos y Marcos Il libro:  All’istituto tecnico Alberghetti non suona la campanella. Una sirena da contraerea urla la fine dell’ultima ora. Confittoni è preoccupato: ha un intorto con una tipa di ragioneria e non può certo presentarsi con quella felpa piena di scheletri e simboli satanici. La tipa che lo aspetta insegna catechismo.

    Oscar Rosini, sultano dei pluriripetenti, si impietosisce: con gesto fluido da torero si sfila il fedele montoncino e lo drappeggia sulla felpazza dannata. Con le falde del montoncino svolazzanti e un sorriso immenso, Confittoni saltella verso il suo intorto. Creonti e Pigna lo guardano invidiosi dal cancello. Vittime predestinate del rientro pomeridiano, restano lì a rollare canne con una mano sola. Confittoni torna in ritardo, con un occhio nero e il montoncino insanguinato. A Creonti viene in mente la vicina del piano di sopra, che ha visto in cortile con il labbro spaccato e una ciabatta sola. Forse è per quello che si muove per primo. Aggrappato al piano B più scricchiolante del mondo, sfidando gli anatemi del vicepreside baffuto in tuta verde, affronta campioni della pace arcobaleno che ti stampano otto punti di sutura sulla fronte. Non l’ha proprio scelto, Creonti, ma ormai c’è dentro fino al collo. C’è un torto da vendicare, e molto di più. Ci sono sogni che non puoi mettere in gabbia e cuori che si spezzano. C’è una libertà, almeno una, che non ci faremo togliere. La libertà di scegliere che cosa cantare. Uscito  autunno 2013 Pag.  215 Euro 16 ISTRUZIONI PER L’USO Categoria farmacologica: Omega 3 Indicazioni terapeutiche: ottimo per i genitori che hanno dimenticato come era la loro vita di studenti e stressano i figli dicendo: quando andavo a scuola io non mi comportavo come voi. Composizione ed eccipienti: Una scuola, degli studenti. Professori e dirigenti che non sempre sono un punto di riferimento. E poi il grande spazio funambolico che è quello della crescita, coi sogni che implica e i suoi desideri di libertà. Consigliato a tutti, benefico per:
    -studenti fuoricorso e studenti in generale
    -bocciati che si sentono in colpa
    -chi ha rimosso i ricordi della scuola
    -chi fa fuori le mosche con metodi poco ortodossi
    -apostoli della pace

    Controindicazioni: Potrebbe causare mal di testa a chi crede inamovibilmente che il proprio figlio sia perfetto. Posologia, da assumere preferibilmente: Prima e dopo il colloqui genitori-insegnanti Effetti indesiderati: Le labbra potrebbero rimanere in posizione sorriso per l’intera durata della terapia. Avvertenze: Conservare di fianco alle vostre vecchie pagelle. O, in alternativa, di fianco agli altri libri di Cristiano Cavina. Compresse: «Io a scuola proprio non volevo continuare ad andarci. Pensavo fosse una fortuna avere per mamma una zuccona che non aveva studiato. Davo per scontato che avrebbe compreso la mia disperazione all’idea di prolungare una mediocre carriera accademica. Figurarsi. Alla fine della terza media, scoprii a mie spese come certe mamme facciano molta fatica a immedesimarsi nei loro pargoli prediletti. E ancora più fatica a rassegnarsi. Avevo sottovalutato i privilegi dell’essere l’unico frutto dei suoi peccati di gioventù su cui potesse fare affidamento. I sogni di gloria di questa mia mamma zuccona, per quanto sgualciti e fuori posto, non avevano altro a cui aggrapparsi. E ogni anno ci si aggrappava con certe unghie che le cicatrici poi non andavano più via.»
    «Il cielo aveva il colore di un cartone di uova. Era stato di quel grigio tutto il giorno. Ogni tanto un sole svogliato si affacciava tra le nuvole. Uno sbadiglio di luce e nient’altro. In mattine del genere ti facevano quasi un favore a seppellirti a scuola. Non sembrava una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo come quando era bel tempo. Proprio il giorno perfetto per avventurarsi nell’ennesimo, scricchiolante piano B. L’interrogazione a sorpresa dell’ingegnere aveva lasciato solo una piccola traccia nella mia esistenza, e aveva la forma di un miserabile 5+. Tale e quale al sole che c’era fuori. Uno sbadiglio di voto e nient’altro. Almeno lasciava invariati i miei piani di fuga dall’ITIS. Non li comprometteva, ma era lontano anni luce dal dargli un qualche tipo di spintarella. Ero tra la sufficienza e l’insufficenza, per dirla in un modo. O già con un piede nella fossa, per dirla in un altro. Le cose dipendono sempre dalla sponda da cui le guardi; e una delle due sponde è quasi sempre abbastanza instabile. » (NB: questo bugiardino è stato scritto insieme alla scrittrice Milvia Comastri, grande lettrice di Cristiano Cavina) L’autore: Cristiano Cavina nasce a Casola Valsenio nel maggio del 1974; cresce in viale Neri, nelle case popolari, con le cantine piene di uccelli da richiamo e un albero magnifico che fa ombra in cortile. Ci vive ancora adesso: Made in Casola è il suo marchio di fabbrica, la firma in calce a tutte le sue mail.
Scopre la magia della narrazione al bar, ascoltando i racconti dei vecchi; quando poi comincia a leggere libri, la sua strada è tracciata. Lui di sé dice di sentirsi un bravissimo lettore; che è un grande narratore possiamo dirlo noi, i suoi lettori sempre più numerosi, i librai che lo seguono da sempre, i critici più severi.
Ama raccontare le cose che conosce da vicino: la sua infanzia in Alla grande (Premio Tondelli) e Un’ultima stagione da esordienti; l’epopea di Nonna Cristina in Nel paese di Tolintesàc; la sua storia di figlio senza padre e di padre fuori dagli schemi nei Frutti dimenticati (Premio Castiglioncello, Premio Vigevano, Premio Serantini, Selezione Premio Strega). Scavare una buca è ambientato nell’immensa cava di gesso alle porte di Casola Valsenio. Inutile Tentare Imprigionare Sogni nasce dalla condanna a cinque anni di itis che gli è toccato scontare, e rivela più che mai la sua voce forte e chiara, il suo sguardo ridente di narratore per natura.

  • 26Ott2013

    Alessandra Tedesco - Ilsole24ore.com – il cacciatore di libri

    Cristiano Cavina: lo scrittore che andava male a scuola ha corretto l’ultimo romanzo con l’aiuto degli studenti Cristiano Cavina, scrittore e pizzaiolo racconta avventure e disavventure di uno studente dell’Itis, istituto tecnico Cristiano Cavina, scrittore e pizzaiolo, nel suo ultimo romanzo “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” (pubblicato da Marcos y Marcos) racconta avventure e disavventure di uno studente dell’Itis, istituto tecnico.

    Come Cavina, il protagonista va male a scuola, è terrorizzato dalle interrogazioni e cerca sempre una via di fuga. 

Anche questo romanzo di Cavina è, dunque, decisamente autobiografico. In tutti i suoi libri (Alla grande, Nel paese di Tolintesàc, Un’ultima stagione da esordienti, I frutti dimenticati, Scavare una buca) l’autore parla moltissimo di sè: la vita a Casola Valsenio, in Emilia Romagna, l’essere cresciuto senza padre. 

Per quest’ultimo romanzo la casa editrice Marcos y Marcos ha organizzato per lo scrittore un editing particolare: periodicamente Cavina andava in una classe di un liceo di Monza per far leggere le pagine che stava scrivendo ai ragazzi. 

”Gli studenti mi hanno dato molti consigli – ha raccontato Cavina a Il cacciatore di libri (in onda sabato alle 22,05)- è stato bello. Mi hanno anche corretto gli errori di grammatica. Così ho potuto appurare che a 16 o 17 anni ne sanno più di me! Ho preso brutti voti anche dagli studenti”.

  • 26Ott2013

    Celestino Tabasso - Unione Sarda

    “Lo so come funziona: vi dicono – Arriva lo scrittore! –  e vi aspettate Manzoni col basettone. Poi arrivo io, col piercing, e dite – Vabbé questo è peggio di noi, inutile che lo stiamo a sentire.”
    Eppure, a Sassari, gli studenti lo stavano a sentire eccome…

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  • 26Ott2013

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    “Casola Valsenio, Romagna. In viale Neri, in cima alla salita del viale delle Rimembranze, ci sono le case popolari.” Come molta letteratura nord americana, che ha smesso da un po’ di tempo di essere ambientata solo nelle grandi metropoli, penso ai libri di Elizabeth Strout, Joyce Carol Oates, Anne Tyler, che raccontano in modo esemplare la provincia americana profonda, anche nella nostra narrativa contemporanea si sta affermando il racconto della provincia.

    Penso a Ivano Porpora (autore de “La conservazione metodica del dolore”, a Marco Malvaldi, Mariolina Venezia, Ada Murolo, Melania Mazzucco (autrice di “Limbo”), capaci di ambientare i loro romanzi in piccoli centri poco conosciuti della penisola, ma non per questo meno esemplari del nostro faticoso vivere la contemporaneità. Cristiano Cavina unisce nel suo romanzo dal titolo immediatamente riconoscibile come provocatorio, Inutile Tentare Imprigionare Sogni (Marcos y Marcos, 2013), il mondo della scuola più marginale e meno raccontato, quello di un istituto tecnico industriale, l’ITIS Alberghetti di Imola, descritto come un incrocio tra una fabbrica fordista, una caserma, un reclusorio, un convento, dove alunni e professori sono costretti a convivere come se dovessero scontare una pena. Quattrocento studenti, tutti maschi, passano la loro giornata in questa struttura, che occupa la villa di campagna del vecchio conte Alberghetti, la cui casata si è estinta. Nulla è pensato per la comodità di una scuola, tutto è rimasto come allora, una campagna fredda e lontana dai mezzi di trasporto, mura fatiscenti, soffitti affrescati distrutti dall’umidità e dai fiati delle migliaia di studenti che vi si sono avvicendati. ”L’inizio della prima ora e la fine dell’ultima ora non erano nemmeno scanditi da una campanella, ma da una sirena da fabbrica… La sirena della prima ora ululava, come se ci fossero stati dei branchi di lupi famelici a caccia per i corridoi” Cavina racconta in prima persona la vicenda scolastica di uno studente che odia la scuola, gli insegnanti, le materie in programma (tranne l’italiano…) i compagni, i bidelli, i presidi: la sua critica feroce è rivolta a tutto il mondo della scuola, in particolare all’istruzione tecnica e professionale, che sembra essere distante anni luce dalla scuola tradizionale, il liceo classico per intendersi, di cui in genere si parla spesso nella narrativa di successo che ha per oggetto la scuola (Paola Mastrocola è diventata celebre!). Nelle aule di meccanica, di elettrotecnica, vicino ai torni e a strumenti che sembrano di tortura, gli studenti giocano a carte, dormono nascosti dai tecnigrafi alzati, i computer beige sono grandi come lavastoviglie, i professori anziani frustrati e infelici, violenti o distratti, incapaci di rapportarsi agli studenti demotivati, chiamati con epiteti deformanti: il conte Vlad, Corvagli, vicepreside in tuta di acetato verde, sedicente ecologista/pacifista, odiato dal prof di saldatura, Serafino Dal Re, che odiava altresì “due terzi della classe, in realtà, e quasi la totalità dell’istituto, corpo docente compreso”. Lo scrittore non risparmia i bidelli (“la scuola te ne rifilava un tanto al chilo per ogni corridoio”) e, nell’episodio che racconta la ricerca di un kit medico per uno studente ferito, esercita tutto il suo sarcasmo contro una categoria molto nota a chi conosce la scuola: il bidello è descritto immobile nella sua postazione all’angolo del corridoio, intento a fissare un punto del soffitto, chiuso in un camice blu tenebra, come se la scuola fosse un vero intralcio ai suoi programmi di vita. Le ragazze compaiono poco, frequentano ragioneria e sono oggetto di ammirazione ma difficili da raggiungere: in questo mondo maschilista e violento, l’unica prof donna è bollata come “balenottera azzurra”, mentre la ragazza a cui aspira il protagonista, Veroli Wanda, si concede a Consoli Camproni, il fichetto in kefiah rossa attorcigliata e jeans sbiaditi al punto giusto, studente di liceo, difensore della pace nel mondo e propugnatore di un grande sciopero e per questo osannato dalle ragazze. L’aspetto più sorprendente del libro di Cavina è l’uso di un linguaggio originale e fortemente espressivo, infarcito di efficacissime espressioni colloquiali, ricco di figure retoriche mai letterarie, sempre legate al mondo industriale o agrario da cui proviene l’utenza della scuola raccontata. Paesaggi, atmosfere, abbigliamento, interni di scuole e case riflettono un mondo in difficoltà, una società fortemente condizionata da una profonda demotivazione a vivere, a studiare, a costruire. L’unico personaggio positivo del romanzo è la mamma del narratore, “Mamma Creonti”, che lava chilometri di pavimenti, assiste il vecchio marito infermo, aspira al diploma per il figlio, lei che non è riuscita ad andare a scuola. L’aspirazione alla cultura come ascensore per la promozione sociale è narrata nelle ultime pagine del romanzo in modo commovente, dalla mamma dagli occhi nocciola che riesce, con il racconto della sua infelice giovinezza, con il rimpianto di quanto le è stato sottratto, a dare finalmente uno scopo alla vita insensata di suo figlio, indicando una possibile via d’uscita, un piano B, a quanti, purtroppo numerosi, oggi continuano ad occupare le aule scolastiche uccidendo dentro e intorno a sé ogni possibile riscatto. Se ministro, direttori generali, dirigenti scolastici e amministratori avessero la pazienza di leggere questo libro, potrebbero capire che c’è da riparare la scuola pubblica italiana, subito, prima che non ne restino che le macerie, fisiche e culturali, dopo decenni di tagli, incuria, piccole stentate riforme, disprezzo per gli insegnanti e il loro lavoro, disinteresse per i giovani di questo paese e per il loro futuro.

  • 17Ott2013

    Massimiliano Rossin - Il Cittadino

    C’ERA UNA VOLTA UN LIBRO. E C’È ANCORA: IL LICEO DEHON NELLA CUCINA DEI ROMANZI

    Cristiano Cavina parla di scuola nel suo nuovo romanzo Inutile Tentare Imprigionare Sogni. I ragazzi di Monza hanno partecipato alla creazione del libro e presentano l’autore…

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  • 16Ott2013

    Catone Assori - Economia italiana

    Un libro di Cristiano Cavina che cattura, intriga e fa sorridere. Giovanilmente fuori di testa. Forse quel che ci voleva per farci carico del nostro quotidiano malato. Che ci crediate o no, c’è uno scrittore che scrive cose un po’ fuori di testa, ma sempre con una loro logica calzante. Un autore che fra le pieghe di un sorriso sa travasare l’amaro del nostro quotidiano, malato di protagonismo e di brutture. Una penna che sa intrigare e catturare, divertire e commuovere mentre – con la dolcezza di un cantastorie – ci parla d’amore: “dei gioielli veri e fragili di un momento, di monete false e di bigiotteria”.

    Lui che sa trasformare “aule di scuola in una giungla misteriosa, e tra scimmie, avvoltoi e pantere ci porta fin là, in una piccola cucina, dove una verità semplice, senza pretese, illumina gli occhi dietro un ferro a vapore”.
Un libro che ci viene proposto dall’editore, una volta tanto, sotto una “luce” condivisibile e che pertanto riportiamo: “Dopo il successo dei Frutti dimenticati e il mondo della cava di gesso di Scavare una buca, Cristiano Cavina, più in forma che mai, sorridente e affilato, ci regala un romanzo – Inutile Tentare Imprigionare Sogni (Marcos y Marcos, pagg. 216, euro 16,00 – sugli anni tempestosi delle scuole superiori, quando ogni giorno succedeva di tutto anche quando non succedeva un bel niente. L’ITIS Alberghetti è una giungla che odora di ossido di saldatura e plastica di cavi elettrici, che ribolle e incrocia destini. A casa Baldo Creonti ha un Vecchio Creonti che si è giocato la bottega di alimentari a scala quaranta e una Mamma Creonti (Nessuno al mondo ha mai avuto una Mamma Creonti come la mia) che sogna un diploma che li faccia volare via. A scuola ha un vicepreside baffuto in tuta verde che gliel’ha giurata, ha a che fare con il sultano dei pluriripetenti, ma anche una Veroli Wanda, che non concede nemmeno un limone, e un grande torto da vendicare”.
In effetti – tra personaggi unici quanto strampalati e una narrazione che lascia il segno – l’ultima proposta di questo scrittore, nato nel maggio 1974 in una casa popolare di Casola Valsenio, un paesino sulle colline di Ravenna, dove è cresciuto insieme alla madre e ai nonni materni (e dove peraltro ancora vive, tanto da precisarlo a modo suo alla fine del libro: Made in Casola, aprile-luglio 2013), rapisce e stupisce non solo il mondo giovanile, ma anche la generazione di mezzo e quella più datata. In pratica tutti, insomma. Per la personalità nel saper maneggiare le parole, certo, ma anche per la sua abilità nel far lievitare e fiorire un linguaggio irridente, fuori di testa, pazzo quanto basta, sicuramente abbracciato alla logica “interpretativa” di un mondo fuori dalle righe che si allarga sotto la lente del suo personalissimo sguardo.
Lo sguardo disincantato di un “ragazzo” poco avvezzo a studiare e che, appunto per questo, si è trovato a guadagnarsi da vivere (complimenti a lui) facendo il muratore, il portalettere, il pizzaiolo e chissà cos’altro. 
Risultato? “Un romanzo che ti rapisce e ti culla tra sorrisi, risate e lucciconi caldi di nostalgia”.  Perché ci sono sogni che non puoi mettere in gabbia, ci sono cuori che si spezzano e c’è anche una libertà che non ci faremo togliere. Ma ci sono soprattutto cose che non cambiano.
Che altro chiedere di più a uno scrittore?

  • 13Ott2013

    Ermanno Paccagnini - La Lettura - Il Corriere della Sera

    TUTTI INSIEME SGANGHERATAMENTE NELLA SCUOLA DEI SOGNI IMPRIGIONATI

    Il nuovo romanzo di Cristiano Cavina è un affresco corale, di andamento diaristico, che procede per singole scene e con il gusto per le battute esilaranti…

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  • 13Ott2013

    Redazione - Ravennanotizie.it

    Martedì l’ultimo lavoro di Cristiano Cavina alla libreria Liberamente di Viale Alberti. Martedì 15 ottobre alle 18:30 presso la libreria Liberamente, in viale Alberti a Ravenna, la giornalista di Setteserequi Federica Ferruzzi presenterà Cristiano Cavina e il suo ultimo libro Inutile Tentare Imprigionare Sogni, Marcos Y Marcos editore. All’istituto tecnico Alberghetti non suona la campanella. Una sirena da contraerea urla la fine dell’ultima ora. Confittoni è preoccupato: ha un intorto con una tipa di ragioneria e non può certo presentarsi con quella felpa piena di scheletri e simboli satanici.

    La tipa che lo aspetta insegna catechismo. Oscar Rosini, sultano dei pluriripetenti, si impietosisce: con gesto fluido da torero si sfila il fedele montoncino e lo drappeggia sulla felpazza dannata. Con le falde del montoncino svolazzanti e un sorriso immenso, Confittoni saltella verso il suo intorto. Creonti e Figna lo guardano invidiosi dal cancello. Vittime predestinate del rientro pomeridiano, restano lì a rollare canne con una mano sola. Confittoni torna in ritardo, con un occhio nero e il montoncino insanguinato. A Creonti viene in mente la vicina del piano di sopra, che ha visto in cortile con il labbro spaccato e una ciabatta sola. Forse è per quello che si muove per primo. Aggrappato al piano b più scricchiolante del mondo, sfidando gli anatemi del vicepreside baffuto in tuta verde, affronta campioni della pace arcobaleno che ti stampano otto punti di sutura sulla fronte. Non l’ha proprio scelto, Creonti, ma ormai c’è dentro fino al collo. C’è un torto da vendicare, e molto di più. Ci sono sogni che non puoi mettere in gabbia e cuori che si spezzano. Ci sono cose che non cambiano. C’è una libertà, almeno una, che non ci faremo togliere. La libertà di scegliere che cosa cantare. In forma strepitosa, Cavina ci parla d’amore: dei gioielli veri e fragili di un momento, di monete false e di bigiotteria. Con la dolcezza di un cantastorie, scena dopo scena, trasforma aule di scuola in una giungla misteriosa, e tra scimmie, avvoltoi e pantere ci porta fin là, in una piccola cucina, dove una verità semplice, senza pretese, illumina gli occhi dietro un ferro a vapore. Cavina nasce a Casola Valsenio nel maggio del 1974; cresce in viale Neri, nelle case popolari, con le cantine piene di uccelli da richiamo e un albero magnifico che fa ombra in cortile. Ci vive ancora adesso: Made in Casola è il suo marchio di fabbrica, la firma in calce a tutte le sue mail. Scopre la magia della narrazione al bar, ascoltando i racconti dei vecchi; quando poi comincia a leggere libri, la sua strada è tracciata. Lui di sé dice di sentirsi un bravissimo lettore; che è un grande narratore possiamo dirlo noi, i suoi lettori sempre più numerosi, i librai che lo seguono da sempre, i critici più severi. Ama raccontare le cose che conosce da vicino: la sua infanzia in Alla grande (Premio Tondelli) e Un’ultima stagione da esordienti; l’epopea di Nonna Cristina in Nel paese di Tolintesàc; la sua storia di figlio senza padre e di padre fuori dagli schemi nei Frutti dimenticati (Premio Castiglioncello, Premio Vigevano, Premio Serantini, Selezione Premio Strega). Scavare una buca è ambientato nell’immensa cava di gesso alle porte di Casola Valsenio. Inutile Tentare Imprigionare Sogni nasce dalla condanna a cinque anni di itis che gli è toccato scontare, e rivela più che mai la sua voce forte e chiara, il suo sguardo ridente di narratore per natura.

  • 09Ott2013

    Alberto Sebastiani - caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it

    Cristiano Cavina appartiene alla tradizione della commedia all’italiana, quella alta, che ti cattura con la narrazione e ti diverte, ma ti lascia col “magone”, quel groppo in gola che vorrebbe farsi lacrime. E lo conferma Inutile Tentare Imprigionare Sogni (Marcos y Marcos), che come acronimo fa ITIS: l’istituto tecnico industriale. «Il titolo originale era Inutile Tentare Istruire Scemi, poi lo abbiamo giustamente cambiato.

    Ma non è un libro sulla scuola – ha detto mercoledì alla Feltrinelli – Parla di un ragazzo che come me andava male a scuola, ma ci si trovava bene, perché se non ci fossero compiti in classe e interrogazioni sarebbe un posto perfetto». In fondo, Cavina ha sempre saputo che avrebbe scritto sulla sua esperienza scolastica a Imola: «la quotidianità di un ragazzo di campagna che va in città, in una scuola di 500 studenti. Tutti maschi. “Tanto vale che mi mettessi in seminario”, avevo detto a mia madre».

    Racconta l’avventura scolastica di Baldo Creonti e dei suoi compagni di classe, della loro solidarietà, dei loro professori e di una storia d’amore mancata, di uno scontro contro ricchi fighetti alternativi del liceo classico e di un rapporto con una madre che fa le pulizie, e che sogna un figlio diplomato nella sua famiglia. «All’inizio avevo in mente di raccontare due cose: la prima è la volta che mi hanno mandato dal preside e mi sono trovato di fronte un poster promozionale della scuola che sembrava fatto in Unione Sovietica; la seconda il mio amico che si era innamorato di una ragazza di ragioneria ed era andato a prenderla a scuola con addosso il “montoncino”, il giacchetto che il “capo” della nostra classe gli aveva prestato. Peccato che invece di un bacio della ragazza prese un sacco di botte».
    Il problema però è che non riusciva a partire. «Mi mancava la voce», cioè il tono con cui raccontare. «La voce cambia sempre, da un libro all’altro, perché ogni storia ne ha una. Ma non la trovavo. Poi un giorno ho riletto un racconto su una famiglia romagnola povera, che avevo scritto sullo stile della narrativa irlandese, alla Roddy Doyle, che amo. Un racconto non riuscito, ma c’era un personaggio con una voce che funzionava, il figlio: Baldo Creonti». Ed ecco che può partire il romanzo, «perché quando si parla di esperienze personali, con cose vissute, viste o verosimili, si rischia di scadere nell’aneddotica, invece bisogna saper raccontare, narrare».
    Un’arte che Cavina ha imparato a gestire bene, trovando le voci adatte («io mi considero un portavoce»), dopo una gavetta partita sui banchi di scuola, «con un fumetto intitolato La burina commedia, in rima, che ebbe un gran successo all’Itis». Poi ha affinato la tecnica scrivendo una decina di romanzi: fantascienza, thriller, horror, invasioni aliene, «tutto però a Casola Valsenio, dove vivo, e con un sacco di investigatori privati coi nomi americani: Jack, John e così via. Un po’ assurdo… Ho scritto anche un giallo, ma dopo venti giorni che facevo fuga da scuola per finirlo non ce l’ho fatta: non trovavo l’assassino. Allora ho fatto esplodere una bomba, facendo morire tutti. Non avevo risolto il caso, ma almeno il cattivo era sicuramente scomparso». Poi dal 2003 sono arrivati Alla grande, Un’ultima stagione da esordienti, Nel paese di Tolintelsàc, Frutti dimenticati, Scavare una buca, e i premi letterari. Ora ITIS, ma non finisce qui: «sono cresciuto in un bar in Romagna, per me è genetico non tener la bocca chiusa». L’importante è trovare la voce giusta.

  • 09Ott2013

    Alberto Sebastiani - caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it

    Cristiano Cavina appartiene alla tradizione della commedia all’italiana, quella alta, che ti cattura con la narrazione e ti diverte, ma ti lascia col “magone”, quel groppo in gola che vorrebbe farsi lacrime. E lo conferma Inutile Tentare Imprigionare Sogni (Marcos y Marcos), che come acronimo fa ITIS: l’istituto tecnico industriale.

    «Il titolo originale era Inutile Tentare Istruire Scemi, poi lo abbiamo giustamente cambiato. Ma non è un libro sulla scuola – ha detto mercoledì alla Feltrinelli – Parla di un ragazzo che come me andava male a scuola, ma ci si trovava bene, perché se non ci fossero compiti in classe e interrogazioni sarebbe un posto perfetto». In fondo, Cavina ha sempre saputo che avrebbe scritto sulla sua esperienza scolastica a Imola: «la quotidianità di un ragazzo di campagna che va in città, in una scuola di 500 studenti. Tutti maschi. “Tanto vale che mi mettessi in seminario”, avevo detto a mia madre». Racconta l’avventura scolastica di Baldo Creonti e dei suoi compagni di classe, della loro solidarietà, dei loro professori e di una storia d’amore mancata, di uno scontro contro ricchi fighetti alternativi del liceo classico e di un rapporto con una madre che fa le pulizie, e che sogna un figlio diplomato nella sua famiglia. «All’inizio avevo in mente di raccontare due cose: la prima è la volta che mi hanno mandato dal preside e mi sono trovato di fronte un poster promozionale della scuola che sembrava fatto in Unione Sovietica; la seconda il mio amico che si era innamorato di una ragazza di ragioneria ed era andato a prenderla a scuola con addosso il “montoncino”, il giacchetto che il “capo” della nostra classe gli aveva prestato. Peccato che invece di un bacio della ragazza prese un sacco di botte». Il problema però è che non riusciva a partire. «Mi mancava la voce», cioè il tono con cui raccontare. «La voce cambia sempre, da un libro all’altro, perché ogni storia ne ha una. Ma non la trovavo. Poi un giorno ho riletto un racconto su una famiglia romagnola povera, che avevo scritto sullo stile della narrativa irlandese, alla Roddy Doyle, che amo. Un racconto non riuscito, ma c’era un personaggio con una voce che funzionava, il figlio: Baldo Creonti». Ed ecco che può partire il romanzo, «perché quando si parla di esperienze personali, con cose vissute, viste o verosimili, si rischia di scadere nell’aneddotica, invece bisogna saper raccontare, narrare». Un’arte che Cavina ha imparato a gestire bene, trovando le voci adatte («io mi considero un portavoce»), dopo una gavetta partita sui banchi di scuola, «con un fumetto intitolato La burina commedia, in rima, che ebbe un gran successo all’Itis». Poi ha affinato la tecnica scrivendo una decina di romanzi: fantascienza, thriller, horror, invasioni aliene, «tutto però a Casola Valsenio, dove vivo, e con un sacco di investigatori privati coi nomi americani: Jack, John e così via. Un po’ assurdo… Ho scritto anche un giallo, ma dopo venti giorni che facevo fuga da scuola per finirlo non ce l’ho fatta: non trovavo l’assassino. Allora ho fatto esplodere una bomba, facendo morire tutti. Non avevo risolto il caso, ma almeno il cattivo era sicuramente scomparso». Poi dal 2003 sono arrivati Alla grande, Un’ultima stagione da esordienti, Nel paese di Tolintelsàc, Frutti dimenticati, Scavare una buca, e i premi letterari. Ora ITIS, ma non finisce qui: «sono cresciuto in un bar in Romagna, per me è genetico non tener la bocca chiusa». L’importante è trovare la voce giusta.

  • 09Ott2013

    Camilla Ghedini - Il Resto del Carlino

    CAVINA: “Se siete somari non preoccupatevi. Le vita vi darà lo stesso ugualmente grandi soddisfazioni”

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  • 08Ott2013

    Gianni Biondillo - Cooperazione

    SCUOLA DI VITA

    Inutile Tentare Imprigionare Sogni di Cristiano Cavina è la storia, al contempo esilarante e profonda, del superamento della linea d’ombra da parte di un adolescente, imprigionato nella gabbia di un istituto tecnico.

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  • 01Ott2013

    Maria Vittoria Vittori - Il Mattino

    Il nuovo romanzo di Cristiano Cavina, Inutile Tentare Imprigionare Sogni, irrompe nell’ormai collaudato – e abusato – filone del romanzo sulla scuola con un timbro di fresca novità. La voce narrante infatti è priva dello sconfortato cinismo tipico di quei docenti incontrati tra le pagine o nelle fiction…

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  • 27Set2013

    Francesca Stega - francescast84.blogspot.it

    Baldo Creonti frequenta – controvoglia – il terzo anno di ITIS, l’istituto tecnico Alberghetti di Imola. Lui, più che uno studente modello, si sente adatto a vestire i panni di un genio del crimine, con una serie di piani B che però fanno acqua da tutte le parti [ma poco importa]. Il problema è che, dopo aver superato indenne elementari e medie, l’intenzione di porre fine a questo supplizio viene impedita da mamma Creonti, che si spezzava la schiena lavando migliaia di km di pavimento.

    Tanta fatica solo per ottenere quel riscatto sociale che ha sempre desiderato, grazie alla super brillante carriera scolastica prevista per il suo unico e meraviglioso figlio. Il quaderno con la copertina color nocciola, quello che usa per segnarsi i voti, è una dimostrazione piuttosto chiara. Baldo non ha molte possibilità di scelta. E quindi si ritrova costretto ad alzarsi ogni mattina, prendere il treno, rifugiarsi in un posto pieno di maschi e nemmeno l’ombra di una femmina, con professori mezzi matti, amanti delle pace, che indossano insulse tute verdi; la campanella sembra una sirena e il paninaro vende solo due tipi di panini. Il fatto è che lui non vuole andare a scuola a scaldare il banco inutilmente, si sente un diverso rispetto ai suoi compagni, e come tale, non ha tempo da perdere con queste cose. Anche la sua cartella, che sembra tutto meno che una cartella ne è una prova evidente. Probabilmente c’è un Baldo Creonti in ognuno di noi. O ognuno di noi, nel corso della sua carriera scolastica, ha avuto a che fare con uno come Baldo. Per questo non ti senti nella condizione di denigrarlo o infierire. Ci vedi te, soprattutto quando parla del suo odio viscerale per la matematica. Anche io, con i numeri, ero una causa persa. E tutti nella fase dell’adolescenza abbiamo avuto una Vanda Veroli che non contraccambiava il nostro amore. Il mio era biondo. Occhi azzurri. Desiderato da mezza scuola. Possibilità di amarci senza remore, zero. Insomma ve lo consiglio [assolutamente], perché leggere questo romanzo: – ti fa tornare indietro coi ricordi, a quando il tempo sembrava dilatato da noiose e interminabili lezioni, a professori strambi con le loro manie strambe; alle cause perse, che combattevi sapendo che non avrebbero cambiato il mondo a prescindere dalla tua voglia di conquistare il mondo; alle etichette che ti affibbiavano o a quelle che affibbiavi; allo spirito di sopravvivenza che ti portava a fare prudentemente un passo alla volta, ma più spesso due-tre passi tutti insieme, sperando che la libertà si avvicinasse il prima possibile, magari dopo le 10 del mattino e non con la gente con la quale dovevi condividere un banco. E non sottovalutate mai i poteri soprannaturali di vostra madre, anche quando le mentite spudoratamente, soprattutto sui voti, capisce che le state dicendo una bugia.

  • 27Set2013

    Francesca Stega - francescast84.blogspot.it

    Baldo Creonti frequenta – controvoglia – il terzo anno di ITIS, l’istituto tecnico Alberghetti di Imola. Lui, più che uno studente modello, si sente adatto a vestire i panni di un genio del crimine, con una serie di piani B che però fanno acqua da tutte le parti [ma poco importa]. Il problema è che, dopo aver superato indenne elementari e medie, l’intenzione di porre fine a questo supplizio viene impedita da mamma Creonti, che si spezzava la schiena lavando migliaia di km di pavimento.

    Tanta fatica solo per ottenere quel riscatto sociale che ha sempre desiderato, grazie alla super brillante carriera scolastica prevista per il suo unico e meraviglioso figlio. Il quaderno con la copertina color nocciola, quello che usa per segnarsi i voti, è una dimostrazione piuttosto chiara. Baldo non ha molte possibilità di scelta. E quindi si ritrova costretto ad alzarsi ogni mattina, prendere il treno, rifugiarsi in un posto pieno di maschi e nemmeno l’ombra di una femmina, con professori mezzi matti, amanti delle pace, che indossano insulse tute verdi; la campanella sembra una sirena e il paninaro vende solo due tipi di panini. Il fatto è che lui non vuole andare a scuola a scaldare il banco inutilmente, si sente un diverso rispetto ai suoi compagni, e come tale, non ha tempo da perdere con queste cose. Anche la sua cartella, che sembra tutto meno che una cartella ne è una prova evidente.

    Probabilmente c’è un Baldo Creonti in ognuno di noi. O ognuno di noi, nel corso della sua carriera scolastica, ha avuto a che fare con uno come Baldo. Per questo non ti senti nella condizione di denigrarlo o infierire. Ci vedi te, soprattutto quando parla del suo odio viscerale per la matematica. Anche io, con i numeri, ero una causa persa. E tutti nella fase dell’adolescenza abbiamo avuto una Vanda Veroli che non contraccambiava il nostro amore. Il mio era biondo. Occhi azzurri. Desiderato da mezza scuola. Possibilità di amarci senza remore, zero.

    Insomma ve lo consiglio [assolutamente], perché leggere questo romanzo: – ti fa tornare indietro coi ricordi, a quando il tempo sembrava dilatato da noiose e interminabili lezioni, a professori strambi con le loro manie strambe; alle cause perse, che combattevi sapendo che non avrebbero cambiato il mondo a prescindere dalla tua voglia di conquistare il mondo; alle etichette che ti affibbiavano o a quelle che affibbiavi; allo spirito di sopravvivenza che ti portava a fare prudentemente un passo alla volta, ma più spesso due-tre passi tutti insieme, sperando che la libertà si avvicinasse il prima possibile, magari dopo le 10 del mattino e non con la gente con la quale dovevi condividere un banco. E non sottovalutate mai i poteri soprannaturali di vostra madre, anche quando le mentite spudoratamente, soprattutto sui voti, capisce che le state dicendo una bugia.

  • 24Set2013

    Matteo Chiavaron - Patria Letteratura

    Cristiano Cavina è un talento straordinario, bisogna dirlo. È straordinario perché sa raccontare delle storie agli adulti ma le racconta anche ai ragazzi. Perché sembra sempre che non si inventi nulla, che stia lì a raccontarci di un lui al passato, del vicino di casa, del suo amore adolescenziale. Eppure, senza che ce ne accorgiamo, parla di tutto ciò di cui si dovrebbe parlare. Parla d’amore, d’amicizia, di sogni, di scontri generazionali, di maestri di vocazione e di ruolo, di età adulta che a un certo punto arriva e non è più come prima, di guerra, di politica a chiacchiere, di lavoro, di educazione.

    Ma lo fa seguendo la via della gentilezza. E della bellezza. Inutile tentare imprigionare sogni ti entra dentro come una lunga poesia: non intellettualistica, non retorica, non altisonante ma pura, genuina, straordinaria appunto. Il senso del libro è in quel Made in Casola, epigrafato alla fine del racconto. Fabbricato a Casola, terra natia ed epicentro di tutti i suoi romanzi, di tutte le sue storie. Radice quadrata e potenza di Macondo, luogo la cui magia è però solo nel reale, nel verosimile. Le case popolari sono messe da parte, la strada lascia il posto alla scuola, in una fauna in cui alunni e professori sono tutti a modo loro metafora di qualcosa, simbolo del proprio tempo, eroi anti-eroi e burattini della vita. Gli ultimi due romanzi di Cavina, I frutti dimenticati e Scavare una buca, ci avevano messo di fronte uno scrittore adulto, ancora più intelligente, capace di una solidità inaspettata da chi ci aveva abituato a trattare la materia rarefatta dei ricordi e dei sogni. L’incalzante invito del primo a “scovare, proteggere e salvare ogni possibile frutto dimenticato” e il “viaggio infernale” del secondo, doloroso tributo al mondo del lavoro, ci avevano fatto dimenticare, nella loro ampiezza di significati, queste sensazioni di antica leggerezza a cui ci rimanda il suo ultimo libro. La scuola come personalissima geografia dell’adolescenza (o campo d’azione di geni del crimine), amori andati a male, l’andare in classe come riscatto sociale di una madre costretta a lavare i pavimenti ma con la saggia ignoranza di chi conosce il significato di perdere qualcosa, insegnanti che non amano il loro mestiere e altri che lo amano a tal punto da lasciarlo sentendosi inadeguati. E poi “quel fare politica” degli anni ottanta/novanta, retaggio antico di un certo sessantottismo che sopravvive più che sulle idee, su simboli consumati (la kefia rossa, feste dell’Unità, cortei, discorsi altisonanti e vuoti nella sostanza) e su ipocrisie (costruzioni in alcuni, ingenuità in altri). Con il protagonista viaggiamo davvero negli interstizi che intercorrono tra quella via Emilia e il West – luogo di benessere e lotta, lavoro e ingegno, scuole e servizi sociali, manicomi, pianura che sconfina nel mare – e assistiamo alla sua lotta personale contro le ingiustizie, fatta di piani B, di insuccessi, di ingenuità, di desiderio di sopravvivenza. La voglia di non studiare, di non applicarsi perché magari ci si salva si scontra con la voglia di stare al mondo. Chi è dalla parte giusta è persona da rispettare, sia anche un professore (“A essere sinceri, aveva una sua poesia. Fosse stato un essere umano e non un professore, saresti corso ad abbracciarlo”), ma se la parte non si capisce, allora no, non va rispettata. Perché va bene tutto ma il protagonista in un ideale corteo dell’ipocrisia, no non può partecipare. Cavina è così, prendere o lasciare. In una storia semplice, semplicissima, ci mette tutto. Perché le cose importanti si vedono, se si vogliono e se te le fanno vedere. Anche in una storia che può essere non sua, ma di tutti. Perché ognuno di noi ha una classe da raccontare (e ricordare), bidelli e professori da condurre al tempio della memoria, delusioni adolescenziali, momenti in cui tutto intorno sembrava finto e ingiusto. Eppure abbiamo voglia di ascoltarlo Cristiano Cavina: lo scrittore-pizzaiolo, lo scrittore-bambino, lo scrittore che più di altri, più di tutti, nel suo incredibile microcosmo, senza preconcetti, senza schemi fissati, continua a capire i pregi e difetti della nostra Italia, volutamente e forzatamente e perennemente di provincia.

  • 21Set2013
  • 20Set2013

    Brunella Schisa - Il Venerdì di la Repubblica

    Il titolo non è sgrammaticato. Inutile Tentare Imprigionare Sogni è l’acronimo di ITIS, la scuola professionale in cui la carriera dell’aspirante genio del crimine Cristiano Cavina venne stroncata malamente. Sogni distrutti e anni di studio buttati, perché il ragazzo non capiva niente di saldature e di meccanica, ed eccelleva nelle uniche materie che ha un perito elettronico non servivano…

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  • 19Set2013

    Donato Bevil'acqua - La Bottega di Hamlin

    Che strano l’amore tra  banchi di scuola. Molto spesso prende la forma di una storia semplice, altre volte di un contrasto che sembra non avere fine. Come quello di Baldo Creonti, che negli anni dell’ Istituto Tecnico si innamora di Milena, figlia del vicepreside. Attorno a questo rapporto ruotano mille altre avventure di ragazzi giovani che hanno voglia di spaccare e conquistare il mondo.

    Con Inutile Tentare Imprigionare Sogni, Cristiano Cavina parte dai banchi di scuola per narrarci l’amore e la leggerezza di quegli anni, mescolando sapientemente le fragilità dei momenti e dei pensieri, le frasi buttate al vento, le ore interminabili di lezione, i pensieri più contorti. La scuola diventa una specie di giungla che l’autore anima di personaggi caratteristici ed autentici, un contenitore che prima si allarga e poi si restringe, poi di nuovo si dilata per mostrarci i drammi quotidiani di studenti che, a volte, si sentono troppo stretti dentro ai loro panni, figurarsi nelle quattro mura di un’aula grigia e fredda. Cavina crea una cornice perfetta per la sua storia, e riesce anche ad usare la semplicità della scrittura per dar vita ad una “fauna scolastica” che tocca alunni, professori, presidi, madri e padri. Di ogni personaggio scopriamo stranezze, vizi, virtù, paure e desideri. Fuori dall’aula, un attimo dopo il suono della campanella, si chiude un sipario e si gettano maschere, si lasciano alle spalle le corazze. Forse è proprio per questo che alla fine della storia basta un ferro a vapore in una piccola cucina a rivelarci grandi verità, semplici e senza pretese. Chi ha il coraggio di essere se stesso sopravvive alla giungla  e vive per davvero. La scuola di Cavina diventa un palcoscenico in cui ognuno di noi ha recitato almeno una volta, e su cui abbiamo imparato i desideri che si celano dietro le grandi imprese della quotidianità, il segreto delle piccole cose, le esplosioni dell’animo che illuminano gli occhi. E poi molto di più. «C’è una libertà, almeno una, che non ci faremo togliere. La libertà di scegliere che cosa cantare», piani B che scricchiolano come ferite che si rimarginano, cose che non si scelgono. «Ci sono sogni che non puoi mettere in gabbia e cuori che si spezzano. Ci sono cose che non cambiano».

  • 16Set2013

    Annarita Briganti - la Repubblica

    CAVINA: “CAMBIAMO LA SCUOLA CHE IMPRIGIONA I SOGNI”

    Non amante degli studi. È un modo diplomatico per definire il rapporto conflittuale che lo scrittore Cristiano Cavina ha avuto con la scuola durante quello che chiama il suo “periodo di detenzione”. Proprio a scuola, Cavina ha deciso di ambientare il suo settimo libro…

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  • 16Set2013

    Salvatore Lo Iacono - A Sud Europa

    A chi ha letto i libri di Cristiano Cavina sembra di conoscerlo, questo ragazzo di quasi quarant’anni, che ha dedicato il suo ultimo libro al figlioletto Giovanni (e chissà che percorso scolastico sogna per lui…)

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  • 15Set2013

    Dario Pappalardo - la Repubblica

    I racconti di Cristiano Cavina hanno una lingua viva. Sembra quasi di sentir parlare i personaggi ad alta voce, a pochi passi dal luogo in cui si legge. Succede anche qui, in questo romanzo in cui lo scrittore della provincia di Ravenna torna a parlare di adolescenza…

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  • 14Set2013

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    Con il suo nuovo romanzo, Cristiano Cavina torna alla coralità delle sue prime storie e si affida alla sua grande capacità affabulatoria per raccontarci lo spaccato di cinque anni di scuola superiore, attingendo alla propria esperienza, lasciando emergere il lato più ironico del proprio carattere.

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  • 13Set2013

    Luigi Pizzi - letteraturaecinema.blogspot.it

    Baldo Creonti è uno studente mediocre del terzo anno all’ITIS Alberghetti di Imola, una scuola frequentata quasi esclusivamente da maschi, dove le ore vengono scandite da una sirena da fabbrica e si respira perennemente l’odore di ossido di saldatura e plastica di cavi elettrici. La scuola scelta da Mamma Creonti, che per mandare avanti la famiglia si spezza la schiena a pulire e lucidare pavimenti, mentre Creonti Vecchio, dopo essersi giocato la bottega a scala quaranta, vive con un perenne tremore alla testa, sordo e mezzo cieco.

    Una mamma che sogna il riscatto sociale della famiglia grazie alla carriera scolastica del figlio, senza conoscere le sue reali capacità e la situazione dell’istituto, dove buona parte degli allievi tentano di sopravvivere, trascorrendo più tempo a fumare canne e sognare intorti con le ragazze di ragioneria che ad ascoltare le lezioni . Mentre i professori, incapaci di interpretare i loro bisogni, sono avviliti e spesso litigano tra di loro. Cristiano Cavina, prendendo spunto dalla sua personale esperienza scolastica all’ITIS, racconta in tono ironico uno spaccato di vita studentesca all’interno di un istituto tecnico, dove i discenti, quasi tutti di sesso maschile, spesso sono poco motivati all’apprendimento. E nonostante il tono enfatico utilizzato dall’autore, che fa apparire i personaggi alla stregua di caricature, la realtà scolastica risulta assolutamente credibile e di strettissima attualità, come ben sapranno tutti coloro che frequentano un qualsivoglia istituto tecnico. Tuttavia Cavina nel romanzo non cade nella trappola del moralismo e soprattutto non punta il dito contro qualcuno, ma si limita a raccontare una realtà che conosce bene, condividendo con il lettore dei pensieri “ad alta voce”. Il risultato è un romanzo leggero e divertente, che si legge in poche ore e fa riflettere, lasciando nel lettore un senso di amarezza per l’incapacità del sistema sclastico di far fronte al suo scopo primario, ovvero quello di comprendere e rispondere ai bisogni educativi degli alunni, soprattutto quelli con difficoltà o scarse motivazioni (come nel caso di Baldo Creonti). Un libro consigliato a tutti, studenti, professori e genitori. L’AUTORE Cristiano Cavina nasce a Casola Valsenio nel maggio del 1974; cresce in viale Neri, nelle case popolari, con le cantine piene di uccelli da richiamo e un albero magnifico che fa ombra in cortile. Ci vive ancora adesso: Made in Casola è il suo marchio di fabbrica, la firma in calce a tutte le sue mail. Scopre la magia della narrazione al bar, ascoltando i racconti dei vecchi; quando poi comincia a leggere libri, la sua strada è tracciata. Lui di sé dice di sentirsi un bravissimo lettore; che è un grande narratore possiamo dirlo noi, i suoi lettori sempre più numerosi, i librai che lo seguono da sempre, i critici più severi. Ama raccontare le cose che conosce da vicino: la sua infanzia in Alla grande (Premio Tondelli) e Un’ultima stagione da esordienti; l’epopea di Nonna Cristina in Nel paese di Tolintesàc; la sua storia di figlio senza padre e di padre fuori dagli schemi nei Frutti dimenticati (Premio Castiglioncello, Premio Vigevano, Premio Serantini, Selezione Premio Strega). Scavare una buca è ambientato nell’immensa cava di gesso alle porte di Casola Valsenio. Inutile Tentare Imprigionare Sogni nasce dalla condanna a cinque anni di itis che gli è toccato scontare, e rivela più che mai la sua voce forte e chiara, il suo sguardo ridente di narratore per natura.

  • 12Set2013

    Stefania Freddi - Sabato Sera

    I ricordi, si sa, piacciono a tutti, soprattutto se si riferiscono agli anni dell’adolescenza che diventano sempre colorati di una patina sentimental-migliorista…

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  • 10Set2013

    Laleggivendola - laleggivendola.blogspot.it

    Sapete qual è un ulteriore lato positivo del lavorare in libreria? Gli editori che mandano i libri omaggio, con largo anticipo sulla data di pubblicazione, così che il libraio possa leggere e valutare se e come ordinare il titolo e consigliarlo ai clienti. Tale meravigliosa pratica mi ha dato la possibilità di saggiare l’ultimo libro di Cristiano Cavina, Inutile Tentare Imprigionare Sogni – ITIS – pubblicato il 5 di questo mese dalla Marcos y Marcos.

    Sì, invidiatemi. Me lo merito. È un libro di quelli che si leggono veloce, un sorrisetto ogni tanto, un inciampo amaro, qualche immagine che riemerge dalla nebbia dell’imbarazzo, un insieme di ricordi tenuti insieme dagli orari ferrei e precisi delle lezioni. Cosa che ho gradito molto, non è il classico libro dolcemente nostalgico dedicato a quanto eravamo liberi e felici da giovani. No, col cavolo. Baldo Creonti, il protagonista, odia studiare, odia la scuola e il modo in cui questa è impostata. Professori matti – guardiamoci in faccia e ammettiamo con mestizia l’alta percentuale della categoria, va’ – lezioni incomprensibili, antipatie casuali, solide gerarchie tenute su con la minaccia, screzi casuali e immotivati che si propagano nel tempo. Baldo – o meglio, il giovane Creonti – frequenta un ITIS, un istituto tecnico senza ragazze e pieno di professori problematici. C’è quello sadico che si succhia costantemente i baffi, quello che odia il preside con tutto se stesso, quello bravo ma severo che è adorato da tutti e scherza sempre, pure quando schiaffa dei gran quattro sul registro. Poi ci sono gli amici, i compagni di classe, devo ammettere un po’ piatti, non so se monocromaticizzati dal tempo o dal poco interesse di Creonti per l’ambiente scolastico. E c’è il ricordo di Veroli Wanda, il primo amore del protagonista, una storiella durata poco e vissuta ancora meno. E c’è Creonti il vecchio – il nonno tremolino che si è giocato il negozio a scala quaranta – e la madre del protagonista, una donna delle pulizie che sembra voler rivivere la vita scolastica che ha sempre sognato attraverso il figlio, piantandogli sulle spalle il peso delle proprie aspettative. C’è voluto un po’ perché la lettura decollasse, ma poi è partita. Dapprima sembrava un diario scolastico freddo anche se umidiccio, quasi statico nel suo descrivere personaggi e situazioni. Poi si è articolato, si è dato un senso, oppure il senso c’era già ed è emerso dal profondo. Il finale, mi concedo di dirlo senza osare aggiungere altro, è stupendo. Davvero. Quindi, beh, lo consiglio. Che diamine.

  • 10Set2013
  • 07Set2013

    Redazione - La Gazzetta di Mantova

    Valeri Mastrandrea, Francesco Abate e Cristiano Cavina, un tridente d’attacco che non ha sbagliato un assist. Ha condotto il pubblico sulle strade della malinconia, della leggerezza, della verità più vera, come quella delle proprie storie personali…

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  • 06Set2013

    Laura Pezzino - bookfool.vanityfair.it

    Inutile Tentare Imprigionare Cavina Cristiano Cavina è uno dei miei scrittori preferiti. Perché è un romagnolo verace, di sangue, e ogni volta che ci parlo (permettetemi il romagnolismo) mi sembra di essere a Bertinoro a mangiare la piada e bere il sangiovese. Il suo ultimo libro si intitola Inutile Tentare Imprigionare Sogni (marcos y marcos, pagg. 216, 16 euro) ed è uscito ieri in libreria. Il protagonista si chiama Baldo Creonti, e già il nome è tutto un programma.

    Questo giovane, dunque, è «costretto» dalla madre a frequentare la scuola anche dopo la terza media, e la scelta cade sull’ITIS, acronimo sviluppato poi nel fantasioso titolo. Baldo Creonti non ha molta voglia di andare a scuola, proprio come l’ex alunno Cavina, che ho incontrato qui a Mantova e che ha insistito perché lo fotografassi proprio sotto questa scritta qui (vedi foto). Cristiano, lo scrittore deve avere un ruolo politico? «Io non credo agli scrittori che fanno le prediche, perché se ne voglio ascoltare una vado in chiesa. Il lavoro politico dello scrittore è raccontare storie. Se una storia è raccontata bene dice anche molto del mondo in cui vivi. Non credo a quei libri fatti per spiegare. I grandi romanzi hanno in sé tanta politica, ma parlano di altro. Non sono di quelli che firmano petizioni. Come scrivo anche in questo libro, alle superiori non andavo mai ai cortei per la pace perché se davano la pace in mano a me sarebbe stato un disastro. Anche quando facevano gli scioperi per il diritto al lavoro io non partecipavo mai: io non avevo voglia di lavorare, ero uno sfaticato. In quei giorni, infatti, ero l’unico che andava a scuola e i professori mi interrogavano sempre, così mi rovinavo da solo. Quello che ho da dire sul mondo è nei miei libri, ed è l’unico modo che ho». Il suo rapporto con la scuola non è stato buono, quindi. «Dopo la terza media volevo andare a lavorare, è mia mamma che ha insistito. Anche i professori dicevano che sarebbe stata una perdita di tempo continuare a studiare, per uno come me. Ma mia mamma non aveva potuto studiare e ci teneva che suo figlio avesse un’istruzione. Così mi ha iscritto all’istituto tecnico, prima a Faenza e poi, per il triennio, a Imola. Al mattino mi accompagnava da Casola, dove ho sempre abitato, un amico di mio nonno, il ritorno l’ho sempre fatta in autostop». Chissà che incontri… «C’era il famoso maniaco della 127 verde che aveva il sedile del passeggero già reclinato. Solo che io ero già un ragazzo grossettino e non ero neanche molto bello, quindi con me gli è andata male. Altre volte mi hanno caricato quelli che andavano a caccia il pomeriggio e facevo tutto il viaggio dietro con i cani». Il suo libro ha partecipato a un bel progetto dell’editore Marco y Marcos, Bookgenerator, che consisteva nel farsi «editare» e correggere il manoscritto da una classe di scuola superiore. Come è andato l’esperimento? «Benissimo. La mia era una classe del Liceo Leone Dehon di Monza e subito mi hanno detto: “Lei è vecchio, ma ha ancora un sacco di anni da vivere. Se li porta bene”. Mi hanno dato dei buoni spunti: farsi fare l’editing da venti adolescenti è molto divertente». Alla fine dei conti, gliela dà la sufficienza alla scuola? «Ma certo. Per me la scuola è sempre stata divertente, peccato ci fossero i libri e lo studio. Ho sempre pensato che fosse un posto dove non devi andare bene per forza in tutte le materie, ma dove hai la possibilità di inciampare in qualcosa che ti piace. Andando alle superiori, grazie al professore di italiano ho scoperto i libri». Quali sono i suoi gusti letterari? «Mi piacciono molto gli scrittori irlandesi, Roddy Doyle in particolare. Ho sempre pensato che la mia infanzia fosse un po’ come nei suoi libri, quelle case popolari senza riscaldamenti, quelle famiglie senza una lira. Sapevo già da allora che avrei scritto di queste cose».

  • 06Set2013

    Sara Rania - booksblog.it

    Festivaletteratura 2013: intervista a Cristiano Cavina Seduti ad un caffé, nella già calda mattina mantovana, abbiamo incontrato Cristiano Cavina, in una conversazione che ci ha permesso di approfondire alcuni punti del suo ultimo libro “Vietato imprigionare i sogni”, pubblicato proprio in questi giorni e al quale saranno dedicati alcuni appuntamenti. La storia di uno dei tanti alter ego di questo “quasi quarantenne” con le scintille negli occhi che, dopo tanti successi letterari, sembra quasi convincersi di esser diventato uno scrittore, pur preferendo, per sua stessa precisazione, la definizione di narratore.

    Il Festivaletteratura come propulsore. La tua esperienza.
 Devo esser sincero. La prima cosa alla quale penso è mio figlio. Perché è nato quando io ero qua, prematuro. Doveva arrivare a fine ottobre ed è nato ad inizio settembre. In una domenica mattina nella quale avevo un incontro e che naturalmente non ho fatto perché son corso a Ravenna a vedere il mio bimbo che era nato in anticipo. La prima cosa che mi viene in mente di Mantova è Giovanni. E poi tante altre. Ho giocato a scacchi contro Boris Spassky. Mi ha insegnato a giocare il prete di Casola, e lui mi ha fatto anche i complimenti. Dopo venti mosse mi ha detto qualcosa tipo “non so se sei un genio o sei scemo”. Alla fine ha avuto la certezza che ero scemo perché ho provato a vincere e naturalmente ho perso clamorosamente. E’ bello perché qui ci sono i lettori che vengono a parlarti. E io che non avrei mai pensato di andare un giorno al Festival di Mantova, ho viaggiato per “Scritture Giovani” in tanti Festival d’Europa e poi sono stato anche invitato al principale.
E’ stata forse la prima volta che quasi quasi pensavo di essere uno scrittore, e invece non lo sono, al massimo sono un narratore. Però direi che per un ragazzo cresciuto studiando ai tavolini del Bar Nuovo di Casola Valsenio va bene. Passiamo all’ultimo libro, “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” pubblicato ieri, il 5 settembre 2013. Caratterizzato da un linguaggio molto vicino al parlato, che però mantiene una puntina provocatoria. Parlaci di questa ricetta.
 Non c’è ricetta in realtà. Io bene o male le sento subito le storie. Da quando ho iniziato a raccontarle. Sapevo che avrei scritto di mia nonna, di tutta la mia famiglia, di Casola, de “I frutti dimenticati”, sapevo che avrei scritto del sommergibile e sapevo anche che un giorno avrei scritto dell’Itis e degli anni delle superiori. La cosa più difficile è trovar la voce che ti racconta. In questo libro è saltato fuori questo Baldo Creonti, che come tutti i narratori dei miei libri (scrivo solo in prima persona), assomiglia molto a me, ma differisce in questo sarcasmo, un’ironia che viene dal lato dia mia nonna, lei era un po’ così, aveva da ridire su tutto. Mi è piaciuto e forse proprio il suo sguardo mi è servito a raccontare quel periodo, l’essere in un posto. Non trovarsi per niente bene. Giudicare. Capire come funziona. Non far mai gli scioperi. Un po’ com’ero io. E’ stato divertente scrivere e rivivere quella parte della mia vita. Anche se Baldo è un po’ più cattivello, smaliziato, acidino, mentre negli altri miei testi il narratore è sempre un po’ innocente. Forse è cresciuto. Sai, ha 17 anni non ne ha più 13. Una crescita che si nota proprio nell’evoluzione linguistica e caratteriale del protagonista, che cambia nel testo.
 Si, ma non posso neanche dire se sia voluto o meno. Nel senso che io non ho questa grande consapevolezza del mezzo. Immagino di averlo scoperto andando avanti. Essendo stato un pessimo studente come scrittore non sono da meglio. “Ci vado dietro alla mano”, come diciamo in Romagna. Si avverte l’avversione di Baldo nei confronti dell’ipocrisia…
 Già. Del resto la dedica del mio libro primo l’avevo dedicata al sedicenne che ero: “A Cri quando aveva sedici anni”. Io non realizzato tutti i suoi sogni, però son rimasto fedele a tutte le sue passioni. Quindi nessuna scorciatoia. Io son sempre stato così. Ma Baldo non è che non va a fare lo sciopero perché crede di essere migliore degli altri o di avere “chissà che idee”. Non va perché si sente a disagio, sa di non essere in grado di cambiare le cose, come è successo anche a me una volta a Faenza durante uno sciopero generale per il lavoro. Perché io e i miei amici, tutti quelli dell’Itis, eravamo degli sfaticati se ci facevano fare una manifestazione con uno striscione con scritto “Non vogliamo lavorare mai”, ci sarei andato tranquillamente. Una scuola identificata di volta in volta come prigione, trincea, manicomio, ma anche come un luogo di alleanze, nel quale si riesce a compattarsi e sviluppare legami forti..
  Il manicomio all’epoca c’era davvero. Il famoso manicomio di Imola, e a volte si sentivano davvero le urla dei matti che poi scappavano. Io andavo male a scuola, ma mi piaceva andarci perché era il luogo nel quale potevo stare con i miei amici. Poi magari ci prendevamo in giro, ma mi piaceva, come anche l’edificio scolastico. L’unico problema erano le interrogazioni, i compiti in classe, ma lì ho conosciuto tanti amici, persone a cui ho voluto bene. Ci andavo volentieri. Il fatto di essere un istituto totalmente maschile escludeva gelosie ed invidie. E poi la scuola degli anni ‘80 era veramente una cosa da vedere, con i metallari, i Jim Morrison e quegli altri come me che erano un po’ in mezzo. Anche quando litigavi ti volevi bene, non so come dire. Si nota anche con un certo rispetto per i professori, nonostante siano “di un’altra razza”. Parlaci di questo bestiario che ricorre. Le mosche nella coppa, il montoncino insanguinato, il corvo nero mangiato dal topo, la balenottera azzurra…
 Aspetto che da Imola mi querelino, perché c’era proprio la Balenottera Azzurra. Serafino Dal Re esiste, ho lasciato il nome. Lui faceva davvero i cartelli “I cetacei vanno segnalati” e li mandava ai pompieri per far chiudere la scuola. Fu licenziato per delle storie con degli alunni, non so bene perché lui era un po’ strano. Però per me era un Professore bravissimo. Vederlo saldare era come osservare Picasso dipingere. Le sue saldature erano perfette. E così molti altri professori, anche quelli con i quali prendevo brutti voti. Persino Corvagli, il vicepreside, era un bravissimo Prof. di ginnastica, però c’erano certe dinamiche… Gli abiti che in certi casi definiscono in pochi tratti le persone, come nella scena della manifestazione con le diverse scuole, quelli del classico la Wanda…
 Mi piaceva metterci una storia d’amore al contrario. Di solito nei libri il lui incontra qualcuno, si innamora e poi va come va. Invece nel mio caso la storia c’è già stata e il testo raccontare man mano com’è andata male. Gli elementi come la tuta verde smeraldo di Barzagli e il fatto che si succhia i baffi e che dondola la gamba come un pendolo, dicono già tutto di lui, senza il bisogno di star lì di cosa pensava. E lo stesso vale per la kefia rossa, dice già tutto del tipo. C’ho anche la foto con la camicia di flanella rossa. Questa scuola appare, anche dietro l’ironia a volte un po’ amara, un “piccolo mondo incantato”, dotato di una certa compattezza e di un ordine basato su ruoli diversi ma costanti. 
 Era un altro mondo rispetto alla scuola di adesso. Noi mantenevamo l’innocenza più a lungo dei ragazzi di oggi. Anche solo il fatto che ai miei tempi se Corvagli mi trattava male (trattava male Baldo), lo diceva alla mamma, e lei non è mai andata a protestare. Mentre se adesso provi solo a dir qualcosa ad un ragazzo di ritrovi subito il genitore. Non fanno più figli ma degli oggetti di porcellana ad alta qualità. Che non vanno rotti. Era davvero un altro mondo. Baladelli fumava in classe, o faceva lezione con la brandina perché aveva le emorroidi. Son cose vere. Gli ho telefonato per dirgli “Prof io ho qui il libro, c’è il suo nome e anche la cosa delle emorroidi, se la imbarazza lo cambio”. E lui mi ha risposto “no, no, no. Io ve lo dissi per informazione. Ci tenevo, mettilo. E’ importante che la gente sappia della malattia”. E allora l’ho lasciato. Mi ha quasi commosso la scena del conte Vlad che da “l’addio ai monti” alla sua aula. Piccoli momenti di poesia, dati dalla particolare condizione dei ragazzi in crescita e anche alla scuola stessa.
 Quella è frutto di narrativa pura, l’ho inventata. Però è vero che il mio Prof. di Meccanica lasciò l’insegnamento per andare in Cambogia. Eran tutte quelle storie che ci sono nella scuola e, se vai a vedere, ce ne sarebbero state anche tante altre. E comunque ho sempre pensato che quello del Professore fosse un lavoraccio. Me lo chiedevo spesso, ma chi glielo fa fare di svegliarsi la mattina e venir qui, per spiegar cose proprio a me, tipo le turbine Pelton. Ma cosa me ne frega a me, a Baldo, che si è ritrovato in una scuola che non voleva fare. E’ vero anche che mi sono presentato all’esame di terza media con la racchetta e i calzoncini sporchi di terra rossa, come le mosche. E’ tutto vero. L’ambiente del piccolo centro dell’Emilia Romagna, Casola Valsenio, e poi Imola…
 Casola non è mai citata nel libro. Solo alla fine c’è made in Casola. Anche se il paese è quello, nonostante abbia cambiato i nomi di alcune vie. Ad esempio non c’è P.zza della Repubblica, anche se la ragioneria si trova davvero in una piazza, ma con un altro nome. Pastrocchio un po’. Come si riesce a parlare ancora oggi agli adolescenti pur non essendolo più?
 Non lo so. So solo che tutte le cose che hanno reso magica la mia vita sono accadute quand’ero bambino o adolescente. Forse mi illudo di pensare ad un mondo diverso. Se dovessi scrivere un libro ambientato adesso non avrei niente di dolce da dire. Diciamo che, come molte persone, vado avanti però guardo indietro. Nel senso che do la schiena al futuro e con gli occhi guardo al passato. Tutte le cose mirabili della mia vita sono lì. I miei nonni, la mia Casola, l’unica cosa bella del futuro che ci deve essere è mio figlio. A tal proposito mi viene in mente “Volvera legge”, cominciata proprio con il tuo testo d’esordio, citata in uno dei testi di presentazione con un rimpianto: “Peccato che Giovanni, suo figlio, fosse troppo piccolo per partecipare”. Quanto credi nella lettura condivisa e condivisibile? La metti in pratica, e se si, in che modo, o sei piuttosto un “lettore solitario”?
 Mi fa piacere, ma io penso che la gente sia matta. Il fatto che un paese intero si organizzi, con il fornaio che fa il pane a forma di libro, l’ottica che allestisce a tema tutte le vetrine. Io non lo farei mai. C’è gente che ha una passione bruciante per queste cose, in una nazione nella quale quasi nessuno legge libri è veramente un miracolo che esistano. Quindi ne penso bene, anche se io non lo farei mai, non andrei mai ad un incontro a sentire uno che parla. Ci vado tutte le sere quando sono al bar, non a sentire uno scrittore. L’idea che “Alla Grande”, il tuo primo romanzo, sia stato pubblicato nel 2004 anche in francese (dalla casa editrice Anne Carrière, con il titolo “C’est jeant”). Che effetto ti fa immaginare che l’ambiente che descrivi sia stato trasportato in un’altra lingua per un altro paese, con tutte le sue differenze sociali, culturali, etc. Non so neanche come capisce uno in francese. Come sono stati tradotti certi modi di dire, tipo Orzoway. Magari l’immaginario è diverso. Per me era divertente vedere in mezzo a tutte le parole in francese i nomi della mia infanzia. Sai il Cri, il nonno, lo zio. Alla fine viviamo tutti nella stessa pelle. Quindi un libro che racconta certe cose appartiene a tutti.

  • 04Set2013

    Enrica Brocardo - Vanity Fair

    “A parte l’italiano, ero veramente una ciofeca”
    Così Cristiano Cavina è diventato un bravo scrittore che nei suoi libri continua a raccontare di sè e del suo paese: a Casola Valsenio, se volete incontrarlo, basta andare in pizzeria…

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  • 03Set2013

    Antonio Prudenzano - affaritaliani.it

    Cavina-Ervas, dialogo (tra scrittori) su scuola, professori (non sempre perfetti) e studenti (a volte difficili)…
    L’inizio dell’anno scolastico è stato senz’altro segnato dallo scandalo di Saluzzo. E così si discute a proposito della linea di confine nelle relazioni tra maestri e alunni. Ma, al di là del delicato caso di cronaca, l’occasione per tornare a riflettere sulla scuola e i suoi problemi è offerta dall’uscita del nuovo romanzo (autobiografico) di Cristiano Cavina, “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” (Marcos y Marcos).

    Che racconta con ironia i complicati e interminabili anni trascorsi negli istituti professionali della Romagna da un’adolescente irrequieto (anche Cavina, come lui stesso ci racconta, nella sua esperienza scolastica non ha certo brillato…)

Affaritaliani.it ha chiesto a Fulvio Ervas, scrittore di successo e professore, e a allo stesso Cavina (scrittore-pizzaiolo), di confrontarsi. L’autore del romanzo in uscita rivela: “Volevo andare a lavorare, era anche il consiglio che avevano dato a mia mamma i professori. E invece mi ritrovai alle superiori, all’istituto tecnico. Non ho ancora capito come sia riuscito per cinque anni a non farmi bocciare…”. Ervas, a proposito degli insegnanti alle prese con contesti difficili, sottolinea: “Sono convinto che ovunque l’insegnamento presenti gradi di complessità. Bisogna esserne coscienti e preparati alla bisogna. Non puoi pensare di andare in missione in Afghanistan avendo come competenza la coltivazione delle margherite. In certe scuole l’addestramento per i militi del’Impero della Pubblica Istruzione deve essere più massiccio. Lo devi chiedere alle istituzioni, ma devi attrezzarti anche da solo”. Si parla anche di letteratura e romanzi dedicati alla scuola, dei protagonisti di “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” e di molti altri aspetti… –

    L’INTERVISTA-DOPPIA
    Martedì, 3 settembre 2013 – 10:00:00
    Suo padre, Creonti Vecchio, “si è giocato la bottega a scala quaranta”. Ora, sfinito dagli errori della vita, resta a letto tutto il giorno. Sua madre, invece, porta avanti la famiglia facendo le pulizie nella grande casa del conte Ferniani. Lui, Creonti, il simpatico protagonista del nuovo romanzo di Cristiano Cavina, “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”, per ora studia (in realtà molto poco). E il libro, pubblicato da Marcos y Marcos (come tutti i testi di Cavina, nato a Casola Valsenio nel 1974), racconta proprio i complicati e interminabili cinque anni trascorsi alle scuole superiori da quest’adolescente irrequieto, circondato da una fauna di compagni non meno tranquilla. Siamo in Romagna, terra che Cavina conosce bene, e al centro della narrazione, che l’autore porta avanti con ritmo e abilità, c’è il piccolo universo degli istituti professionali di provincia, pieno di problemi e situazioni difficili. Nel corso degli anni il nostro Creonti di guai ne combinerà non pochi. In fondo, però, resta un bravo ragazzo. E’ solo che la scuola non fa per lui (non che a casa si stia meglio…). Eppure, in un modo o nell’altro, tra una sospensione e una rissa, un innamoramento platonico e l’ennesima spedizione dal preside, riesce a portare a termine, o quasi, il suo percorso scolastico. Che è poi il sogno di sua madre, che non ha studiato e che, attraverso un figlio che non la fa star mai serena, immagina di vivere quell’esperienza che da ragazza non ha potuto fare.

    L’uscita di questo romanzo pieno di momenti (e personaggi) esilaranti, è l’occasione per un confronto sul mondo della scuola tra lo stesso Cristiano Cavina e il collega scrittore Fulvio Ervas, del quale sempre Marcos y Marcos non solo ha proposto il recente bestseller “Se ti abbraccio non aver paura”, ma soprattutto l’imperdibile serie di gialli con protagonista l’ispettore (mezzo persiano e mezzo veneziano) Stucky (a proposito, aspettiamo la prossima puntata, che dovrebbe vedere la luce a novembre…), ma anche un libro come “Follia docente”, nel quale Ervas racconta un mondo che conosce bene, quello dei professori, visto che insegna Scienze Naturali “nell’Impero della pubblica istruzione”.

    Cavina, anche la sua esperienza scolastica è stata accidentata come quella di Creonti?


    “Beh, considerando che all’esame di terza media sono riuscito a farmi promuovere con un ‘quasi sufficiente’, direi di sì. Io volevo andare a lavorare, era anche il consiglio che avevano dato a mia mamma i professori. E invece mi ritrovai alle superiori, all’istituto tecnico. Non ho ancora capito come sia riuscito per cinque anni a non farmi bocciare. Puntualmente però dovevo recuperare matematica a settembre. Nelle altre materie riuscivo in un modo o nell’altro a racimolare all’ultimo momento delle sufficienze striminzite”.

    Ervas, i professori che descrive Cavina nel suo nuovo libro non sono certo il meglio in circolazione. Conosce il mondo degli istituti professionali? E’ più difficile insegnare in certi contesti, rispetto ai licei?

    “Non ho esperienza diretta di insegnamento negli istituti tecnici e professionali. Conosco insegnanti che vi lavorano da anni e raccontano di un mondo spesso di difficile uso, ormoni innestati e pronti ad esplodere. Sono convinto che ovunque l’insegnamento presenti gradi di complessità. Bisogna esserne coscienti e preparati alla bisogna. Non puoi pensare di andare in missione in Afghanistan avendo come competenza la coltivazione delle margherite. In certe scuole l’addestramento per i militi del’Impero della Pubblica Istruzione deve essere più massiccio. Lo devi chiedere alle istituzioni, ma devi attrezzarti anche da solo. E’ il tuo mestiere, fallo bene”.

    Cavina, l’immagine della scuola che viene fuori da “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” non è certo esaltante…

    “Non credo sia proprio così. La scuola ha i suoi difetti, ogni scuola ne ha, però poi alla fine contano le persone, e i professori del libro sono tutti ottimi professori; solo che alcuni sono simpatici e altri no. In generale, la scuola sarebbe un posto bellissimo in cui passare le mattine, se non ci fosse di mezzo lo studio. E poi credo che sia sano che un ragazzo normale trovi a volte la scuola odiosa. Insomma, alzarsi presto tutti i santi giorni non è un granché come attività. Una maratona ti sfiancherebbe di meno. Però è anche il luogo in cui incontri i tuoi amici, in cui succedono un sacco di cose strambe che ricorderai per sempre. E a volte può capitare di inciampare in una passione. Io credo che a questo debba servire la scuola, non a farti andare bene in tutte le materie, ma a darti più possibilità di inciampare in qualcosa che ti piace davvero”.

    In Italia non mancano scrittori (spesso anche insegnanti) che nei loro libri parlano di studenti e professori. Quali sono i libri sulla scuola più riusciti?


    Cavina: “Per me, uno di sicuro è il Giovane Holden, anche se è ambientato quasi tutto lontano dalla scuola. E poi alcune pagine de L’altrieri di Dossi. Fenomenali”.

    Ervas: “Ho letto Starnone, Picca, Lodoli, Visitilli. Tutti raccontano una loro scuola e tutte sono riflessioni, che nascono da uno sguardo condizionato dall’età, dal tipo di scuola, dalla fase storica, dal concetto di scuola e di ruolo dell’insegnante che può avere lo scrittore. Non credo si possa raccontare ‘la scuola’, le scuole sì. Contenitori di moltissime, diverse, esperienze umane, sulle quali riflettere. Ci sarà sempre una nuova narrazione sulla vita scolastica e sulle sue conseguenze, perché è una faglia sempre in movimento”.

    Perché quella scolastica per molti scrittori è un ambientazione così ricca di spunti?

    Cavina: “Immagino abbia il fascino di un racconto di viaggi. Stai a scuola – se tutto va bene – dodici anni. Incontri persone nuove, devi cercare di sopravvivere alle interrogazioni e ai compiti in classe: e nel frattempo cresci, cambi tu e cambia il mondo, non sai ancora di preciso chi sei e non hai nessuna idea di cosa vorresti essere (e se anche lo sai, non capisci come puoi fare per diventarlo). C’è anche il mistero di scoprire che ne sarà di te a fine anno, almeno per quelli come me che non avevano la più pallida idea di cosa avrebbero scritto nel tabellone degli scrutini di fianco al mio nome. Impari un sacco di cose del mondo, anche se non è detto che le capisci tutte. Io almeno ne ho imparate tante, tranne una. Come funzionava con le ragazze. Del resto, nel mio istituto tecnico eravamo seicento studenti. Tutti rigorosamente maschi…”.

    Ervas: “Ci sono dei luoghi ‘pubblici’ in cui si incrociano moltissimi fili dell’umana esistenza. Personalmente credo che l’incrocio di tutti gli incroci siano gli ospedali, ma anche la scuola è una potente intersezione di vite, punti di vista, sogni, aspettative. Il luogo dove le correnti dell’adolescenza, della famiglia e dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, della società e dei suoi investimenti, della curiosità e della stronzaggine, s’incontrano e mescolano. Può non affascinare un posto sifatto?”.

    Ervas, qual è la figura di insegnante di “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” che l’ha colpita di più?
“Naturalmente il conte Vlad. Cristiano ne rende tutta l’umanità, che è la qualità che fa di un laureato un buon insegnante. L’abbandono dell’insegnamento, da parte del conte Vlad, equivale all’onesto riconoscimento di non essere attrezzato per svolgere una funzione così complessa. Eppure l’affetto che Cristiano gli concede, al momento dell’addio, è la prova che il conte Vlad, magari in un altro momento della sua vita, sarebbe potuto essere un ottimo ‘accalappia-studenti’”.

  • 31Ago2013

    Riccardo Isola - corriereromagna.it

    Un giovane Holden alla romagnola Il nuovo romanzo dello scrittore casolano

    Giovedì 5 settembre esce in tutte le librerie Inutile tentare imprigionare sogni, il nuovo romanzo di Cristiano Cavina. Sesta fatica narrativa che vede a fianco dello scrittore casolano un partner fedele: la casa editrice Marcos y Marcos di Torino.
Di Cristiano Cavina, in Romagna e non solo, molto si conosce già. Le presentazioni non servono. Sono i libri che parlano delle sue storie e della sua storia. Romanzi in cui la celata autobiografia si plasma, confonde e s’intreccia con i risvolti umani, antropologici, sociali e culturali della vita di un piccolo paese di campagna.

    Un filo rosso che – tranne che in Scavare una buca (2010) – è sempre stato seguito nei libri di Cavina. «E anche questa volta – conferma lo scrittore – anche se non appare mai in modo chiaro, Casola, è presente».Un titolo particolare Inutile tentare imprigionare sogni… Come è arrivata la scelta?«Il titolo inizialmente doveva essere un altro. Precisamente “Inutile tentare istruire scemi”. Poi con gli editori abbiamo deciso di cambiarlo. L’unica cosa che è comunque rimasta inalterata è lo sviluppo dell’acronimo di Itis, scuola che ho frequentato e che rappresenta l’ambiente narrativo in cui si svolge il romanzo».Ancora pochi giorni e poi l’uscita. E già recensioni intravedono un ennesimo successo. C’è chi (Marie Claire) definisce il tuo ultimo romanzo come l’anti Cuore? Un accostamento di peso.«Anche troppo. I temi sono magari simili, anche se trattati in maniera molto meno ortodossa. Si parla di scuole, superiori, di amicizie e avventure legate al periodo dell’adolescenza. A dire la verità prima di scriverlo mi sono riletto molti testi di classici. Tra tutti quello a cui mi sono forse ispirato di più è stato Il giovane Holden». Baldo Creonti, protagonista del suo libro, come Holden Caulfield?«A suo modo sì. Senza il background economico familiare però». Quindi Creonti un nuovo giovane anti-eroe “alla romagnola”?«E del resto i miei libri hanno sempre parlato di quello. Baldo è un ragazzo che ama andare a scuola. Intesa però come luogo dove poter incontrare gli amici e vivere avventure. Peccato che ci si debba incontrare anche con i libri».Inutile tentare imprigionare sogni non vorrà mica essere la prima svolta politica nella storia narrativa di Cavina?«In un certo senso sì. Ma molto molto pop. Nel libro mi diverto a prendere in giro quei “fighetti” che alle scuole superiori facevano scioperi e marce della pace con kefiah e portafogli pieni. Il tutto accompagnati da qualche canna. Proteste alle quali il protagonista non partecipa, come del resto ho fatto io alle superiori, perché avrei voluto proprio vedere dove si sarebbe arrivati se avessero affidato la pace a uno come me».Come mai la scelta di parlare delle scuole superiori?«Fin da quando ho iniziato a scrivere, ormai diversi anni fa, ho sempre avuto in mente il chiodo fisso di inserire l’istituto superiore “Alberghetti” di Imola in un mio libro. Oggi finalmente ce l’ho fatta. Con i compagni e i professori, adeguatamente, ma poi neanche più di tanto, camuffati. Anzi, ad alcuni ho telefonato prima avvertendoli della loro presenza in un mio romanzo».Adesso immaginiamo partirà un tour de force di presentazioni?«Che non è mai finito direi. Tranne il mese di agosto è dai tempi di Alla grande (2003) che giro in lungo ed in largo per l’Italia».Beh, la prima tappa sarà una di quelle che contano. Il giorno dopo l’uscita, il 6 settembre, sarà infatti al Festival della letteratura di Mantova «Sì, e devo dire che sarà divertentissimo poter vedere un personaggio del calibro di Valerio Mastandrea cimentarsi in letture di Inutile tentare imprigionare sogni».E poi il calendario prosegue da nord a sud?«Il 12 settembre sarò a Imola, vicino a casa, e poi sicuramente partirò per Verona e per la Sardegna, ormai diventate mie seconde case. Quello che però mi mette un po’ di tensione, nel senso figurato ovviamente, soprattutto visto il tema del libro, è il prevedibile calendario di presentazioni nelle scuole che dovrò fare. Già ne ho fatte tante in questi anni, non oso immaginare cosa mi debba aspettare a seguito dell’uscita di questo. Ma in fin dei conti, è il suo bello».Scrivere un libro sulla scuola, da genitore, a pochi anni dall’ingresso di suo figlio nell’universo studentesco, non procura un certo timore?«L’unica cosa che posso dire è che spero che Giovanni (il figlio, ndr) durante il suo cammino scolastico possa inciampare in una sua passione come è successo a me con l’italiano. Del resto non posso certo sperare che possa amare la scuola, con sveglie traumatiche al mattino, viaggi in corriera, studi e interrogazioni a sorpresa. Non sono masochista».

  • 18Ago2013

    Vincenzo Soddu - vincenzosoddu.com

    Io Cristiano l’ho conosciuto quattro anni fa all’aeroporto di Cagliari, come è successo con tanti altri scrittori che ho portato al Giua o all’Atzeni…
 Avevo un cartello con su scritto semplicemente “Cristiano”, e quando l’ho visto avvicinarsi, il piercing sull’occhio e la maglietta trendy, confesso di aver guardato il cartello per controllare se non avessi sbagliato nello scrivere il nome.

    Arrivava sull’onda del successo di “I frutti dimenticati”, ideale prosecuzione di “Alla grande” e “Nel paese di Tolintesàc”, trilogia della mitologia romagnola come soltanto lui l’ha saputa raccontare, però era lì per parlare di “Un’ultima stagione da esordienti”, il libro che avevamo letto quell’anno con la classe. Era un libro in qualche modo diverso perché parlava della scuola, e questo, naturalmente, aveva appassionato i ragazzi. Per cui quando Cristiano entrò nell’Aula Magna della scuola e cominciò a parlare della sua vita, i ragazzi di allora, che quest’anno si sono tutti diplomati, inizialmente si sono zittiti, perplessi, ma subito dopo sono rimasti stregati dalle sue storie familiari, dimenticandosi per un attimo dell’intreccio del libro…
Perché questo è il segreto di Cristiano: scrivere un unico, appassionante romanzo che ha come sfondo, sempre, l’instancabile parata dei suoi sogni.
Anche questo suo ultimo “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” parla della scuola, ma a differenza dell’ultima stagione da esordienti, dove il torneo di calcio scolastico sublimava in qualche modo la routine delle lezioni, qui si affronta direttamente il dramma adolescenziale della scuola intesa come luogo di verifica e valutazione quotidiana.
E’ vero che tornano personaggi come Donna Nuda o Piter Cammello, ma il vero nucleo della vicenda è la carriera scolastica subita dal protagonista a causa di una madre che ha come unico scopo nella vita rivalersi delle delusioni personali a spese dei veri desideri del figlio.
Assistiamo così al calvario di Baldo Creonti, anno dopo anno, alle prese con un’avversione sempre più crescente per una scuola che avverte come imposta, contraria ai suoi sogni, ma un calvario disciolto in toni molto ironici e leggeri, come soltanto Cristiano sa fare.
Dalle medie vissute passivamente, al biennio da miracolato a Faenza, all’insormontabile terzo anno all’ITIS di Imola… e la madre sempre lì a far finta di non capire, o a non capire, semplicemente, i tormenti esistenziali del figlio…
Imola, ITIS Alberghetti, una scuola tutto sommato normale, ma vista con gli occhi trasognati di Cavina, che creano come al solito bozzetti indimenticabili… dal conte Vlad, pentito docente di meccanica, al furbo prof Cornelio, al furioso Serafino Dal Re, al popolare ingegner Baladelli ai nuovi compagni indecisi ancora tra l’icona di Jim Morrison e quella ancora più indefinita di Dylan Dog… e sullo sfondo la 3 A El, luogo di una strenua battaglia tra l’autorità, docenti o alunni secchioni non fa differenza, e chi, Baldo in primis, lotta per conservare intatti i suoi ingenui sogni…
Un libro ideale per chi non vuole ammainare bandiera alla prosaica serialità del Quotidiano…

  • 01Ago2013

    Redazione - Marie Claire

    Ecco a voi l’anti-libro Cuore, scritto da uno che – purtroppo! – non era il nostro compagno di banco.

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Inutile Tentare Imprigionare Sogni