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In fuga con la zia

Archivio rassegna stampa

  • 28Mar2017

    Delly - lalibreriaimmaginaria.it

    In fuga con la zia – Miriam Toews

    Miriam Toews è un’autrice dalla penna indimenticabile e forse è proprio per questo che la marcos y marcos ha deciso di ripubblicare a distanza di anni In fuga con la zia, che precede di 7 anni il meraviglioso I miei piccoli dispiaceri del quale vi ho parlato ai tempi della sua pubblicazione.

    Il centro pulsante di questo romanzo è ancora una volta il male di vivere annidato in Min, madre di due figli ma dalla mente così delicata da non reggere il peso della vita se non ad intervalli sempre più brevi; Min, protagonista defilata eppure così invadente da condizionare in maniera definitiva tutti i personaggi del libro.

    E’ durante l’ultimo dei suoi lunghi momenti bui che interviene la sorella Hattie, tornata da Parigi con il cuore infranto ma decisa a recuperare dal disastro almeno i due nipoti: Thebes, stramba undicenne che usa il flusso incessante delle sue chiacchiere come scudo contro il dolore e Logan, quindicenne nel pieno della sua adolescenza repressa dalle responsabilità che sfoga con i decibel troppo alti nelle sue cuffiette.

    La situazione è così critica che Hattie non può fare altro che imbarcarsi con i nipoti in un assurdo viaggio on the road alla ricerca del padre dei due, svanito da anni, forse allontanato dalla mente spenta di Min per provare a ripristinare nei due quel minimo di stabilità emotiva necessaria a garantirgli una vita più serena.
    E’ inutile dire che in questo viaggio la Toews ce la mette tutta per farci innamorare dei suoi personaggi e, nemmeno a dirlo, ci riesce perfettamente.

    In fuga con la zia è un romanzo che merita di essere letto perché è una lettura che tocca le corde più tese delle emozioni e lo fa con una delicatezza degna di una mano d’arpista e con una leggerezza che solo chi padroneggia davvero l’arte delle parole è in grado di fare.

  • 14Feb2017

    Salvatore Lo Iacono  - piolatorre.it

    On the road familiare, tra ironia e compassione

    “Un complicato atto d’amore” è stato una scoperta, “I miei piccoli dispiaceri” la consacrazione (e chi non ce l’ha se lo procuri in qualche modo), ma nel percorso letterario della canadese Miriam Toews un episodio tutt’altro che trascurabile, e solo apparentemente “leggero”, è “In fuga con la zia. The Flying Troutmans” (348 pagine, 12 euro), appena ripubblicato da Marcos y Marcos a distanza di alcuni anni dalla prima edizione, nella traduzione di Claudia Tarolo, che ben rende il ritmo del linguaggio disinvolto e certo slang giovanile.

     

    È una storia felicemente surreale, che si muove tra poli quali l’ironia e la compassione, quella dei fratelli Logan e Thebes (taciturno o autore di frasi criptiche lui, il maggiore, fin troppo comunicativa lei, la minore dai capelli viola), che la ventottenne zia Hattie – appena rientrata dalla Francia, dopo una delusione sentimentale – carica su un furgone e trascina in un viaggio dal Canada alla California, alla ricerca del padre dei due (la mamma, Min, è in ospedale per una grave forma di depressione, in preda a impulsi suicidi). Il viaggio, tra scorpacciate di cibi spazzatura e con qualche sosta in motel tutt’altro che confortevoli, procede sui sottili fili del tragicomico, fino ai confini con il Messico, dove il trio ritroverà Cherkis, l’ex marito di Min, che si è unito a un gruppo di anarchici nel Joshua Tree National Park.

    Tra le pagine de “In fuga con la zia” il paradosso sopravanza sempre qualsiasi tono tragico, si susseguono incontri, sogni e insegnamenti, dialoghi brillanti e battute divertenti. È una favola picaresca che fa sbiadire le disgrazie e i disastri con voli di fantasia, un antidoto vero alla malinconia. Davvero niente male, di questi tempi. Una volta incontrata, è difficile dimenticare la famiglia Troutman. Ed è difficile dimenticare Miriam Toews.

  • 13Feb2017

    Giulia Pretta - criticaletteraria.org

    Un tenero on the road della parola

    Sono così stanca. Il mio fidanzato ha preferito Budda a me. Soffro il jet lag. Ho appena accompagnato mia sorella in un ospedale psichiatrico. Sono improvvisamente responsabile di due ragazzi, uno che non spiccica parola e l’altra che non sta mai zitta, e non ho la più pallida idea di come occuparmi di entrambi.

    Le zie, nell’universo letterario, in genere sono i parenti tenuti più in secondo piano. Usurpate da matrigne (normalmente cattive), nonni (che subentrano a genitori scomparsi), fratelli (che proteggono dalla cattiveria del mondo adulto) e finanche animali domestici (gli unici che veramente comprendono), non hanno mai avuto un ruolo primario come eroi letterari. Solo negli ultimi cinquant’anni hanno cominciato a rivendicare per sé un ruolo di maggior rilievo: così su due piedi possiamo annoverare l’eccentrica zia Augusta di Graham Greene, la viveuse Mame di Patrick Dennis e, da oggi, anche la giovane, confusa e coraggiosa Hattie Troutman di Miriam Toews.

    Hattie Troutmans vive a Parigi ed è costretta a rientrare in Canada per via del ricovero forzato della sorella Min, da tempo affetta da disturbi mentali. Ad aspettarla nella terra natale trova i due nipoti: Logan, quindicenne amante del basket, e Thebes, una folletta di undici anni con in capelli tinti di viola. Improvvisamente zia a tempo pieno, Hattie di vede costretta, un po’ per menzogna e un po’ per la necessità di distrarre i ragazzini dalla situazione in cui versa la madre, ad organizzare un viaggio. Attraversando tutti gli Stati Uniti alla ricerca del padre, cacciato di casa ormai da anni, Miriam Toews pittura un on the road tenero e amaramente divertente.

    Una settimana fa ero una frivola bon vivant che fa il bagno nello champagne nella città delle luci, come avrebbe detto Thebes, ed eccomi ridotta a svenire nelle stazioni di servizio e a bere vino a canna con un animale immaginario per fidanzato e un quindicenne alla guida. […] Guidare tutta la notte. Ma in quale direzione?

    Se le zie sono sempre un po’ marginali, i viaggi di famiglia sono diventati abbastanza popolari, soprattutto al cinema. Little Miss Sunshine e Captain Fantastic sono un paio di esempi spiccioli che ritraggono un nucleo familiare un po’ eccentrico e fuori dagli schemi impegnato in un on the road, sempre con mezzi un po’ sgangherati e con più attenzione rivolta ai problemi dei vari componenti che non al paesaggio.

    L’odissea dei Troutman rientra appieno nel filone e possiamo anche provare ad immaginarla come se fosse una ripresa cinematografica. L’azione si svolge quasi del tutto sul furgone su cui viaggiano i protagonisti, con poche eccezioni fatte di squallidi motel e qualche campo da basket, ed è quasi tutto dialogo diretto, non appesantito dall’uso delle virgolette. Si sprofonda in una sorta di flusso di coscienza dei personaggi che conversano senza soluzione di continuità attraversando tutti gli Stati Uniti alla ricerca di un padre sperso in una comune di anarchici al confine con il Messico.

    Molti sono i temi sottesi: il senso della famiglia, la responsabilità, la malattia, ma l’elemento che fa da filo conduttore a tutta la vicenda è la Parola, intesa quasi come vero e proprio personaggio. Ciascuno dei protagonisti ne ha un rapporto e un atteggiamento diverso.

    Logan è il più restio nel suo utilizzo.

    Potrebbero essere due le parole?, dice
    Sì!, esclamo. Tutte le parole che vuoi! Parliamo tutta la notte!
    Okay, uhm, vediamo, dice. Quattro parole.
    E sarebbero…
    Molta, molta, molta rabbia, dice.

    Da bravo quindicenne, preferisce avere le cuffie in testa e comunicare a mezza bocca, eppure è ossessionato dalla parola: la trasforma in poesie sincopate e cerca di comunicare incidendo il cruscotto della macchina con aforismi e citazioni.

    Thebes, diminutivo di Theodora, ha trovato nella parola la sua salvezza.

    Non c’è problema, dice Thebes,. Sono solo parole. Il linguaggio non è realtà.
    Come fa a non essere reale per te?, dico. Lo impieghi in continuazione.
    Hai presente quando nevica a maggio? diche Thebes. Che rottura di palle? Io non permetto al mio cervello di recepire la parola neve.

    Nonostante questa dichiarazione, le parole sono sua arma e difesa. Chiacchiera a macchinetta facendo domande, fornendo informazioni inutili e chiedendo continuamente spiegazioni nel tentativo di riempire il vuoto che la momentanea assenza della madre le ha lasciato. Nel retro del furgone, tra tutti i suoi lavoretti di bricolage, spicca per dimensione e importanza, un grosso vocabolario che le tiene compagnia.

    Hattie, che ormai si presuppone adulta, apprezzerebbe il valore del silenzio. Non ha mai saputo come dire la cosa giusta alla sorella, disturbata sin dalla sua nascita, e non sa esattamente bene come cosa dire ai due nipoti; però ci prova, a volte facendo da paciere tra i due e riequilibrando l’uso della parola, a volte (raramente) assumendo il ruolo del tutore, ma restando sempre incredibilmente tenera e ben decisa a tenere insieme questo scompagnato gruppo familiare. Il silenzio, purtroppo, le si rivolta contro quando, durante tutto il viaggio, cerca di mettersi in contatto con la sorella in ospedale senza mai riuscirci.

    Il risultato, dato da questa mescolanza e dal fluidissimo sistema di dialogo, è una lettura che scorre veloce come in chilometri sotto il furgone; a volte è di un umorismo travolgente, a volte fa stringere il cuore per il magone e ci regala la zia meglio sfaccettata che la letteratura ci abbia offerto, a mio parere, fino ad oggi.

  • 11Feb2017

    Tiziana Lo Porto - D La Repubblica

    Mancava dalle librerie da un paio d’anni e adesso è tornata. Lei è Miriam Toews, scrittrice canadese, autrice di un’infilata di magnifici romanzi e attrice per Carlos Reygadas in Silent Light.

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  • 03Feb2017

    Elisabetta Bolondi - www.sololibri.net

    La casa editrice milanese Marcos y Marcos, dopo il grande successo di critica, confermato da lettori appassionati, del romanzo “I miei piccoli dispiaceri”, vincitore di molti prestigiosi premi letterari, ripropone il libro di Miriam Toewes uscito nel 2009, il cui titolo originale, The Flying Troutmans, diventa nella traduzione abile ed accurata di Claudia Tarolo “In fuga con la zia”.

    Romanzo tragico ed esilarante, divertente ma anche fortemente drammatico, racconta di Hattie Troutmans, una ventottenne canadese del Manitoba con una complicata vicenda familiare che cerca di gettarsi dietro le spalle fuggendo a Parigi dove incontra Marc, con cui ha una storia. La sua infanzia e giovinezza sono state funestate dalla malattia mentale dell’amata sorella Min, personaggio stravagante, fortemente disturbato, per la quale tutti gli sforzi dei genitori e di lei stessa non erano riusciti a rendere accettabile la sua vita. Sposata con Cherkis, un artista fallito, avevano avuto due figli, Logan e Theodora detta Thebes, ma la follia di Min aveva allontanato il padre dei ragazzi che ora, lui quindicenne, lei appena dodicenne, si trovano soli perché Min, in preda ad una delle sue crisi di follia, deve essere ricoverata in un ospedale psichiatrico per tentarne una ennesima riabilitazione.
    Hattie dunque viene chiamata dai nipoti, che altrimenti sarebbero affidati alle strutture pubbliche, e li raggiunge per affrontare la drammatica situazione. Lei sa di non essere in grado di farsi carico dei due ragazzi, esuberanti, incapaci di normali regole di convivenza civile, troppo spesso fuori di testa un po’ come la loro amatissima madre; l’idea di Hattie allora è quella di provare a raggiungere il padre dei ragazzi, sparito da anni, per affidare a lui la grande responsabilità di accudire i due fratelli.
    Comincia così il lunghissimo viaggio su uno scassatissimo furgone Ford, spesso in panne, dove i tre imparano a conoscersi, ad apprezzarsi, a momenti a litigare furiosamente, mentre Min sotto farmaci potenti non risponde al telefono, e loro attraversano il confine del Canada, e raggiungono, attraverso gli Stati del West, la Bassa California, al confine con il Messico, dove finalmente riusciranno ad incontrare il padre. Un viaggio memorabile, il loro, tra benzinai desolati, motel squallidi, una borsa frigorifero piena di cibo spazzatura, musica a palla, campi da basket dove il campione Logan sfoga a canestro la sua grande rabbia, capelli tinti incrostati di sporcizia, citazioni bibliche, incontri con personaggi improbabili, caricando a bordo del pulmino un vecchio innocuo pitbull, sfidando la polizia che lascia andare la singolare comitiva, colpita dall’intelligenza dei ragazzi, un po’ poeti, un po’ disperati.

    Lieto fine, se così si può dire, di un viaggio fortemente simbolico, alla ricerca della felicità, della famiglia, degli affetti, della stabilità, anche se tutte le regole erano state trasgredite, tutta la razionalità abbandonata. Eppure, sembra dirci la scrittrice, malgrado la droga, la trasgressione, la sporcizia, il degrado, la paura della solitudine, per i tre Troutmans, alla fine c’è la possibilità di volare… Libro intelligente e profondo, capace di indagare sulla psicologia di una non famiglia che alla fine, forse, si può ricomporre.

  • 26Giu2012

    Simona Biancalana - mangialibri.com

    Tutte le famiglie, si sa, hanno qualche problema, ma alcune sono più incasinate di altre. A questa categoria appartengono i Troutmans. Hattie, appena mollata dal fidanzato fuggito in ritiro spirituale in un ashram, si precipita a Winnipeg dalla sorella Min, ridotta oramai a 40 kg di pelle e ossa è pronta per essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. Ad aspettarla, i suoi due nipoti adolescenti in crisi. Thebes, troppo adulta per i suoi 11 anni di età, straparla per non ascoltare i suoi pensieri barcamenandosi in surreali voli pindarici. Logan, anche se più grande, si nasconde invece nei suoi pantaloni oversize, murandosi dietro un silenzio fatto di walkman e partite di basket notturne.

    Una responsabilità troppo grande per Hattie, 28enne ancora immatura, abituata ad affrontare i problemi con la fuga. I tre, a bordo del vecchio furgone di famiglia, si mettono in viaggio negli States alla ricerca di Cherkis, padre dei due ragazzi, senza sapere bene dove andare, visto che non hanno più sue notizie da quando Min, molti anni prima, lo ha cacciato a pedate da casa. Unico indizio, una galleria d’arte in Sud Dakota. Il percorso, costellato di motel inquietanti, personaggi bizzarri, comunità hippies, è in realtà un’esperienza catartica, che permette a tutti di accettare, comprendere, e trovare un equilibrio nel caos che li circonda…
    Miriam Towes, rivelazione della narrativa canadese contemporanea, in questo quarto romanzo (il secondo tradotto in italiano dopo Un complicato atto d’amore) riconferma il suo stile fresco ed emozionante, giocando continuamente con i sentimenti al confine tra tragico e comico. I personaggi sono intensi quanto assurdi, un mix assolutamente irresistibile. La scrittura è asciutta, i dialoghi veloci, ma non per questo meno vivaci ed energici. L’autrice mixa ironia, humour, tristezza e filosofia per creare un romanzo di viaggio inusuale che tutti sicuramente apprezzeranno. Peccato la copertina poco accattivante, che penalizza un contenuto di indubbio interesse.

  • 05Mag2012

    Roberta Paraggio - StatoQuotidiano.it

    Storia su gomme di viaggio, telapatia e altre follie

    Min sprizza follia da tutti i pori, la gioia, la lucidità, non ricorda più dove le ha lasciate. Forse le ha annegate insieme a suo padre nel mare di Acapulco, forse le ha sotterrate nel cassone della sabbia in giardino mentre giocava con i bambini. I suoi occhi sono inquietudini vaganti, sgranati come quelli di un gatto alla fine di una galleria, vengono da un buio che nessuno può vedere. È un viaggiatore stanziale dopo il check-in, ha paura di salire a bordo ma ormai ha fatto il biglietto. Ha perso la direzione, ha perso il filo della sua narrazione.

    Min aveva un marito di nome Cerkis, un artista che componeva gallerie di foto sfuocate, che è è andato via, come tante altre cose nella sua vita. Sono rimasti i suoi figli, Logan di 15 anni e Thebe di 11, completamente allo sbando. Anche sua sorella Hattie è scappata a Parigi, dopo che per tutta la vita ha cercato di rallegrarla, di decifrare un codice del loro linguaggio che avesse parole di amore e legami innati.
Ma adesso Hattie è tornata, e rimetterà ordine. Qui urge fare una precisazione. Questo non è un melenso romanzo americano, e, zia Hattie è tutt’altro che Julie Andrews nel ruolo della leziosa Mary Poppins, anzi, di problemuccio ne ha qualcuno anche lei, a partire dal fidanzato Marc, che è partito per l’India assicurandole che comunicheranno per via telepatica. “In fuga con la zia” di Miriam Toews, edito da Marcos y Marcos, è un incredibile road book canadese a 4 ruote e 4 velocità. Quella a scartamento ridotto di Min nella clinica psichiatrica, quella incerta di Hattie che carica i ragazzi su un furgone sfasciato per andare alla ricerca di Cherckis, che nell’assolato Joshua Tree National Park si è unito ad un gruppo di anarchici per monitorare gli abusi della polizia frontaliera. Dal Manitoba ai confini con il Messico,l’asse portante che fa ruotare questo bel pezzo di letteratura su gomma, sono Logan e Thebes. Lei ha i capelli viola e incrostati di nonsisachè, è un cucciolo di giraffa che crea buoni regalo e aquiloni giganti, che sforna neologismi e raramente lacrime. Logan è un duro ma non emo, porta il cappuccio della felpa sempre calato sugli occhi, tira a canestro e lancia accette nel giardino dei vicini.
Un romanzo con tante fermate, molti motel tristi, una valanga di parole sovrastate da musica a palla, e, soprattutto un infinito atto d’amore e sorellanza.
Miriam Toews, “In fuga con la zia”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 4 / 5 – Indimenticabile

  • 11Ott2010

    Daniela Cocina - tifeoweb.it

    Può un viaggio avvicinare tre personalità tanto diverse quanto bizzarre? La risposta a questo interrogativo la troviamo nel romanzo “In fuga con la zia” edito da Marcos y Marcos e scritto da una promessa della letteratura canadese, Myriam Towes. Lo scenario è questo: tre donne, opposte tra loro ma accomunate da vincoli di parentela, partono dal Canada, sfrecciando a bordo di un’auto verso il confine messicano.
    Al volante Hattie, giovanissima zia, tornata al volo da Parigi perché la sorella Min, poco presente con i figli è sparita nel nulla. Compagne di viaggio di Hattie –  Logan e Thebes – due personalità agli antipodi per interessi e per età.

    Da una parte Logan, pantaloni troppo larghi, parole poche ma precise, incise sul cruscotto con la punta del coltello. Quindici anni e la convinzione che in ogni angolo del mondo troverà uno straccio di campetto di basket, dove tirare a canestro.
    Sul sedile dietro Thebes, undici anni, un fiume di parole, costruisce aquiloni e buoni regalo giganti.
    Viaggia con un enorme dizionario che la tiene attaccata alla terra, mentre i suoi pensieri volano sempre più su. Il suo saluto è “Bonjourno!”, la sua sensibilità profetica, il suo umorismo irresistibile.
    Destinazione del loro viaggio: un luogo sperduto nel deserto, dove il padre si è rifugiato da anni, in esilio da un amore troppo difficile con la madre dei suoi figli.
    È un viaggio di sogni, giochi meravigliosi e parole, telefonate ad amori lontani. Particolare lo stile letterario della Towes, che nei suoi romanzi, commuove e diverte con una scrittura di straordinaria freschezza, parlando di felicità complesse, vite al margine, lucida follia. Un viaggio a tratti paradossale ma fondamentale, per riscoprire la bellezza della vita e gli affetti veri.
    Miriam Toews è nata in una comunità mennonita del Manitoba. Nel 2004 ha vinto il premio “Governor General’s Award”, con il libro ” Un complicato atto d’amore”, pubblicato in Italia da Adelphi. Uscito in Canada e in USA alla fine del 2008, In fuga con la zia è in corso di traduzione in dieci lingue.

  • 14Giu2010

    giuliaduepuntozero - gruppodilettura.wordpress.com

    Avevo parlato di Miriam Toews e del suo primo libro Un complicato atto d’amore edito da Adeplhi, libro bellissimo, divertente ma anche commovente.
    Qualche mese fa è uscito, questa volta per Marcos y Marcos, il secondo titolo, In fuga con la zia. Bello, anche se non quanto Un complicato atto d’amore, a mio parere.
    Un libro on the road, dal Canada al Messico passando per vari stati degli USA, racconta il viaggio di 3 personaggi davvero stravaganti: Hattie, la giovane zia del titolo, e i suoi due nipoti, Logan, di 15 anni, e Thebes, di 11, i componenti della famiglia Troutman.

    Hattie arriva di corsa da Parigi, chiamata dai ragazzini: Min, loro madre e sorella di Hattie, ha un’altra delle sue frequenti crisi depressive. La situazione non è buona, e Hattie decide di partire alla ricerca del padre dei due ragazzi, uscito dalla loro vita da parecchi anni.
    Alla guida di un vecchio furgone, inizia il viaggio, rallegrato dal continuo chiacchiericcio di Thebes, e dalle sue trovate originali, dagli scherzi di Logan e dal suo improvviso incupirsi, dai ricordi del passato di Hattie.
    Che cosa stai scrivendo?, gli chiedo.
    La data, risponde.
    Be’, potresti metterci anche una firma, dico.
    Va bene, dice. Sotto la data scrive I Troutman fottuti. Thebes salta su dal sedile dietro e lo guarda incidere. Quando ha finito, chiude di scatto il coltello e cambia CD. Thebes strappa il cappuccio del pennarello, si china in avanti e cambia la firma in I Troutman fuggitivi.

  • 03Giu2010

    Redazione - Oblique Studio

    Che sorpresa la voce di questa scrittrice nata in una comunità mennonita del Manitoba: Miriam Toews, canadese classe 1964, riempie le sue storie di adolescenti incauti dalla lingua sciolta e dall’intelligenza vivace, di adulti assenti o stravaganti o psicologicamente instabili, di viaggi in autostrada e mobili che scompaiono, di echi di canzoni e di altri libri, di umorismo e freschezza, di fughe e di complicati atti d’amore. L’ho raggiunta via mail, e abbiamo parlato principalmente dei suoi due romanzi tradotti finora in Italia, Un complicato atto d’amore uscito nel 2005 per Adelphi, e In fuga con la zia. The flying Troutmans, pubblicato nel 2009 da Marcos y Marcos.

     

    Sei cresciuta in un ambiente a dir poco particolare.: quanto ha inciso quel cima oppressivo nella tua decisione di fare la scrittrice? La scrittura è stata come una forma di liberazione?
    Sì e no. Sono stata tirata su da genitori che amavano la lettura e la scrittura, che hanno studiato, si sono laureati e hanno sempre appoggiato la mia vena creativa. La scrittura è stata sì un modo per dare senso all’ambiente in cui vivevo, per capire fino in fondo la mia comunità mennonita, ma secondo me la scrittura è soprattutto un atto privato, che si può fare soltanto da soli e in segreto. La scrittura non vuole attirare l’attenzione su di sé se non dopo la pubblicazione.
    Qual è il primo libro che hai letto?
    Non lo so di preciso. Ma ricordo che da piccolina andavo pazza per la famosa serie della banda dei cinque di Enid Blyton e per Harriet the Spy di Louise Fitzhugh. Da adolescente invece leggevo tantissimo Salinger e Virginia Woolf.
    Mi racconti qualcosa del tuo esordio narrativo? Come sei arrivata alla pubblicazione?
    Ho scritto il mio primo romanzo a ventotto-ventinove anni ed è stato pubblicato nel 1996. Mentre lo scrivevo mi dicevo che lo avrei dovuto finire a trent’anni e così è stato, poi l’ho mandato a sei piccole case editrici canadesi. Due di queste erano interessante a pubblicarlo e ho optato per la casa editrice di Winnipeg, la mia città.
    Un complicato atto d’amore ha il suono del silenzio (scrivi: “Questo paese è così serio. Così silenzioso. Chissà se di silenzio si può morire”.) Eri circondata da silenzio mentre lo scrivevi? Dove l’hai scritto, e quando?
    L’ho scritto nel 2003 nella mia casa di Winnipeg, circondata da un sacco di rumore. Sai, vivendo in una casa piccola e con dei figli che a quel tempo erano adolescenti… si portavano sempre i loro amici a casa, la musica sempre accesa, gente che andava e veniva. Sono abituata a scrivere con tanto chiasso attorno. Forse è per questo che ho sentito l’esigenza di scrivere di un posto molto tranquillo. Hahaha.
    Come è stato il processo di scrittura e editing del libro?
    Non è stato un grande lavoro di editing per Un complicato atto d’amore. È andato tutto abbastanza liscio. Mio marito ha letto il manoscritto prima che lo mandassi all’editore e mi ha dato degli ottimi consigli. Grazie a lui ho creato il personaggio di Lids. Il processo di scrittura è stato divertente ma anche molto faticoso. È stato un sollievo, poi, smettere di dovermi calare nella testa di una ragazzina di sedici anni tutta scombinata.
    “Noi siamo tutti mennoniti. Per quel che ne so, è la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni.” Lo dice la sedicenne Nomi. Lo dicevi anche tu quando avevi la sua età?
    Oh, assolutamente. Essere identificata come una mennonita era molto mortificante per me. Bastava che dicessi che ero di Steinbach e automaticamente tutti capivano che ero una mennonita. La gente ci prendeva in giro, per ovvie ragioni. Da grande ho cominciato a tollerare di più questa cosa. E ora non mi crea più problemi, anzi ci trovo un lato interessante. Mi definisco tuttora una mennonita anche se non appartengo più alla chiesa mennonita.
    Dal silenzio di Un complicato atto d’amore al rumore della strada di In fuga con la zia. Il linguaggio e la trama di quest’ultimo libro hanno il ritmo della strada. La strada libera, così a lungo simbolo di libertà e scoperta di sé nella narrativa americana, di trasforma qui in un semplice e naturale modo per raggiungere un obiettivo, si spoglia dell’aura di promessa e ricerca di sé per arricchirsi dei colori, delle parole, dell’allegria e dei turbamenti dei tre personaggi principali. Questa è la cosa che più mi ha affascianato del libro. Che significato ha per Hattie, e per te, la strada?
    Grazie! Apprezzo moto quello che dici. Haqi ragione, per Hattie la strada è semplicemente un mezzo per raggiungere uno scopo. Haqttie vuole arrivare alla fine della strada per trovare Cherkis e capire cosa deve fare con Thebes e Logan. Durante il viaggio scopre anche qualcosa di più di sé stessa, ma la strada è soprattutto un elemento necessario per portare a termine la sua missione. Per quanto mi riguarda, io adoro viaggiare, questo modo di viaggiare. Amo guidare e amo vedere le cose che cambiano goni giorno e non sapere dove sarò a fine giornata e chi incontrerò, dove mangerò, eccetera eccetera. Amo la conoscehnza che ti può ofrire la strada. E la sensazione di aver viaggiato, di aver visto tanto del mondo.
    Come e dove è nato invece In fuga con la zia?
    L’ho scritto nella stessa casa in cui ho scritto Un complicato atto d’amore, nella mia casa di Winnipeg, ma in un’altra stanza. Questa volta l’ho scritto in camera di mio figlio, visto che lui non c’era in quel periodo, era al college. E così in quella stanza ho avuto modo di assorbire l’atmosfera adolescenziale in cui ho poi calato il personaggio di Logan. L’ho scritto quasi sempre di mattina. Amo l’idea del sogno lucido. L’idea di cominciare a scrivere mentre mi risveglio dai miei di sogni e vado direttamente al computer e mi metto a scrivere: scrivere è un po’ come sognare. non ricordo esattamente cosa leggevo nel periodo in cui scrivevo In fuga con la zia. Probabilmente non leggevo narrativa, perché preferisco non leggere narrativa quando scrivo romanzi. Non voglio essere influenzata dalla storia o dallo stile di qualcun altro e perdermi in una strada che non è la mia. Poi, di solito, quando finisco un romanzo, mi metto a leggere narrativa come una pazza per mesi interi finché non ricomincio a scriverne io un altro.
    Sia Un complicato atto d’amore che In fuga con la zia evidenziano un grande talento per le cadenze tipiche del linguaggio adolescenziale (per altro reso splendidamente nelle due traduzioni, rispettivamente di Monica Pareschi e Claudia Tarolo). I tuoi figli sono stati una fonte d’ispirazione?
    Direi prorpio di sì. I miei tre figli, ho una maschio e due femmine, sono stati effetivamente una fonte d’ispirazione per me, d’altronde ho passato così tanti anni ad ascolatrli (ovviamente lo faccio ancora oggi, ma non sono più adolescenti…), ad ascoltare i loro amici, a stare semplicemente in mezzo a loro. Mi piace molto la combinazione di ruvidezza e vulnerabilità tipica dell’adolescenza, quella loro attitudine a nascondere le cose e al tempo stesso a rivelarle.
    Nomi comunica con il padre Ray tramite messaggi scritti, pezzi di carta che gli asciua in giro per casa per esprimergli ciò che veramente ha dentro ( “è il nostro modo di comuniacare idee importanti e vaghe”); Logan e Thebes scrivono ,messaggi ovunque per sfogare la propria rabbia e tristezza, per attirare la’ttenzione degli adulti, per lasciare un segno. I tuoi persoanggi sembrano così indifesi e sprovvisti dei mezzi con cui interagire. Questa cosa è dovuta alla loro età, o non solo?
    Beh, sì, è soprattutto per via dell’età, ma credo che sia una cosa che tocca anche me. Mi sento più a mio agio a scriverle le cose, e credo che questo sia il motivo per cui scrivo romanzi.
    Il linguaggio ha un ruolo centrale nei due romanzi: il padre di Nomi fa un uso bizzarro delle parole e Nomi ritiene che abbia qualcos acontro l’uso della parole normali; Thebes è una “macchina parlante”, gioca con le parole, si autodefinisce “regina dell’alfabeto farfallino”, scrive i suoi dieci comandamenti, è inseparabile dal suo dizionario e affrema che il linguaggi non è la realtà. Cos’è il linguaggio per te?
    non lo so, ma concordo con te sul fatto che nei miei libri il linguaggio e le parole abbiano un ruolo fondamentale, e nel mio nuovo romanzo, quello cui sto lavorando ora, questoa spetto è ancora una volta mlto forte. Forse dipende dal vecchio basso tedesco che usavano i miei genitori e miei nonni con me qaundo ero piccol. Qundo invece mi parlavano in inglese, le parole erano spessi direttamene tradotte dal basso tedesco e suonavano strane, sembravano sbagliate ma anche molto musicaliu e buffe. Ho sempre amato le parole, la giustapposizione di parole. Le parole sono ciò che utilizziamo per relazionarci agli altri esseri umani e al tempo stesso spesso sono così inadeguate. E per certi aspetti sono tutto ciò che abbiamo.
    Quali sono gli scritori che ammiri di più?
    Roberto Bolaño, Marilynne Robinson, Adam Haslett, Nicole Brossard, Alice Munro… ma ce ne sono tantissimi altri.
    Stai scrivendo in questo periodo?
    Sì, sto scrivendo un nuovo romanzo, ambientato in Messico.

  • 17Mar2010

    Claudia Bonadonna - Rumore

    Bello il titolo originale, The Flying Troutmans, che rimanda a spericolatezze di vita e di strada. La mirabolante e giovanissima zia Hattie lascia un fidanzato distratto dalla ricerca del suo chakra e vola da Parigi al natio Manitoba a prendersi cura della bizzarra sorella maggiore Min, che ha avuto l’ennesimo crollo nervoso, e dei due ancor più eccentrici nipoti, Logan e Thebes. Ricoverata l’una in una clinica psichiatrica e caricati gli altri su un furgone scassato, Hattie parte per un’avventura tenera e sgangherata verso il misterioso confine messicano a rintracciare il padre dei due ragazzi.

    I quali vivono pacificamente alienati nei loro ingegnosi universi privati fatti gioielli improbabili, lingue inventate e una rigorosa avversione per l’igiene personale (l’undicenne e brillantissima Thebes) e di complesse playlist incrociate tra hip hop e death metal, partite di basket e frasi criptiche da incidere sul cruscotto della macchina (Se fossi una band mi scioglierei, scrive l’ombroso quindicenne Logan, cappuccio e pantaloni enormi, cuffie eternamente appese al collo). Eppure il ménage à trois funziona, impasto scoppiettante di disastri personali e voli di fantasia. Miriam Toews lo rende benissimo con una scrittura vivace e disinvolta (“Non uso le virgolette perché mi rallentano quando scrivo, rendono incasinata la pagina e non hanno un bell’aspetto”, azzarda) e un ritmo esplicitamente cinematografico (da questo romanzo sta traendo una sceneggiatura, mentre quello precedente, Un complicato atto d’amore, sulla sua infanzia in una comunità mennonita del Canada sud-orientale, è già un film diretto da Sarah Gavron). È uno sguardo pieno di impulsività, fragilità e durezza, il suo. una messa in scena della vita come se fosse un’eterna, pacificatoria, irresistibile adolescenza.
    Claudia Bonadonna

     

  • 27Feb2010

    Graziella Pulce - Alias

    La copertina è depistante: innocenti colori pastello, illustrazioni con emoticons similfumetto, titolo rétro e scanzonato. La mano di una teen-ager – unghie laccate di nero – agguanta con facilità un libro che promette avventure ironiche: solo la lettura può svelare l’inganno. Con In fuga con la zia The Flying Troutmans (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 283, €16,50), quarto romanzo della canadese Miriam Toews, l’incauta teenager si trova alle prese con la storia di due adolescenti che guidati dalla zia si mettono alla ricerca del padre.

    Il viaggio del trio da Manitoba alla California se per molte pagine sembra la gita di zio Paperino e dei suoi nipotini, a tratti diventa la discesa nella catacombe di un passato oscuro di cui si tace quasi tutto. Il lettore italiano che conosca il precedente, Un complicato atto di amore, lo userà come una mappa per orientarsi nel doloroso sottotesto di In fuga con la zia. Dunque qui non si tratta dell’attualizzazione del cliché più o meno goliardico nel quale si iscrivono Zia Mame di Patrick Dennis o In viaggio con la zia di Graham Green, dove il viaggio è il passpartout all’interno del quale mettere in ordine o in disordine una serie di incontri e avventure. Qui i riferimenti sono molto più ispidi, solo parzialmente ammansiti da musica emo e innocue partite di basket. Innanzitutto Min, la madre dei due ragazzi, nonché la sorella della zia accompagnatrice, è ricoverata in un ospedale psichiatrico con un curriculum di tutto rispetto (compresi vari tentatavi di sopprimere la sorella). I due ragazzi combattono una valorosa battaglia contro il sapone e ogni forma di regole. La zia, non meno scombinata, si mette in marcia con l’intento di consegnare i due al loro padre e tornare a soffrire a Parigi su un amore andato in malora. Dunque i genitori sono i grandi assenti che incombono sul testo. Tra i due romanzi un robusto frame-work: il motivo di esclusione di un individuo rispetto alla comunità d’origine. In Un complicato atto di amore si tratta della scomunica e della successiva sparizione di alcuni membri di una famiglia che convivono in un’austera comunità mennonita. Qui invece la diversità è rappresentata dalla malattia mentale che fascia Min fino a rinchiuderla in un bozzolo. Il lettore è tra impulsi contrastanti: vorrebbe godersi una storia di avventure di viaggio e invece è costretto a fare i conti con gli effetti della psicopatologia, in una storia che ripropone i motivi dello strappo all’interno del tessuto familiare e del trauma della perdita, qui non solo più subiti, ma affrontati. Solo quando a arriviamo alla fine siamo in grado di apprezzarne adeguatamente la claustrofilia. La scelta della protagonista di chiudersi con i ragazzi in un furgone e muoversi con loro affinché recuperino il genitore è all’apparenza istintiva e inspiegata ma rappresenta la soluzione al problema aperto con Un atto complicato di amore. Problemi, la genitorialità e la fragilità dei più piccoli, non circoscritti ai mennoiti o alle famiglie di psicotici, ma che chiamano in causa l’intera società e ai quali ogni individuo è chiamato –volente o nolente– a dare una risposta personale.

  • 14Feb2010

    Luigi Sampietro - Il Sole 24 ore

    Ci salverà la vecchia zia?

    A ogni libro il suo prerequisito. Per avvicinare la Divina Commedia è sufficiente avere un’idea di che cosa sia il Cristianesimo – distinguere le tenebre dalla luce – e per leggere l’Odissea basta forse essere semplicemente umani. In fuga con la zia della canadese Miriam Toews sarebbe bene che uno lo aprisse sapendo dove si trovi il Manitoba e chi diavolo siano i mennoniti.

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  • 03Feb2010

    Ivan Cotroneo - Rolling Stone

    Ci vuole talento per trasformare una serie di disgrazie in un romanzo divertente. In fuga con la zia racconta di Hattie, che, scaricata dal fidanzato, lascia Parigi e torna negli Stati Uniti per occuparsi dei nipoti Logan e Thebes, 15 e 11 anni e una sfilza di problemi, da un padre che li ha abbandonati a una madre, la sorella di Hattie, Min, che è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico.

    La zia cerca una strada nella turbolenta infelicità dei due adolescenti, e si imbarca con loro su un’auto, in un viaggio popolato di assurdità, alla ricerca del padre assente. Tradotto con precisione e spericolato ritmo da Claudia Tarolo, il romanzo di Miriam Toews (che è anche attrice) riesce nel magico compito di prendere un materiale già letto e trasformarlo in qualcosa di davvero inedito, fitto di battute sorprendenti e dialoghi pieni di verità e brillantezza.

  • 01Feb2010

    Redazione - Cosmopolitan

    Le ultime uscite

    In fuga con la zia di Miriam Toews (Marcos y Marcos, euro 16,50). La 28enne Hattie parte dal Canada con i due nipotini, diretta in California.

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  • 21Gen2010

    Maria Simonetti - L'Espresso

    Alla ricerca del padre perduto

    Continua con successo il filone del perdersi, cercarsi e forse ritrovarsi. Come questo “In fuga con la zia” di Miriam Toews (Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo, pp. 281, euro 16,50), una delle più talentuose e premiate autrici della letteratura canadese, in corso di traduzione in dieci lingue.

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  • 20Gen2010

    Silvia Del Ciondolo - Pulp

    Peccato che in italiano la parola zia faccia pensare ad una donna anzianotta che impartisce rigidi consigli. Hattie, la zia ventottene del romanzo, intitolato nell’edizione canadese originale The Flying Troutmans, è una tipa che non si fa tanto guidare dell’idea socialmente accettata di ciò che si dovrebbe fare. Per dirne una, carica su un furgone i due nipoti di undici e quindici anni, raccontando una balla a scuola, e parte alla ricerca del loro padre, che vive da qualche parte fra Stati Uniti e Messico. Ci vuole coraggio, un piano e una buona dose di metodica pazzia.

    Avere a bordo Thebes e Logan non è cosa che chiunque riuscirebbe a gestire, e non perché vivono età complicate, ma perché sono due personaggi incredibili. Per costruirli la Toews ha usato ossa, carne e della fantastica materiga grigia. Mi sembrava di essere lì mentre Logan incide sul cruscotto le sue frasi criptiche, tipo Se fossi una band mi scioglierei, oppure Guardati da te. Lo vedo, col cappuccio in testa, avvicinarsi al canestro di un campetto trovato per strada, oppure fumare marijuana nella piscina di uno dei motel in cui pernotta l’allegra brigata. Per non parlare di quell’essere meraviglioso che è Thebes. Che darei perché fosse vera! Capelli viola, vestiti da giullare, decine di gadget che costruisce e regala a chi incontra, un linguaggio tutto suo e una sana avversione per l’igiene personale. Creatura imperdibile, che saluta dicendo Bonjourno! e porta con sé un dizionario nel quale cerca risposte che la sua fantasia travalica dopo pochi istanti. La loro madre, causa del viaggio, si chiama Min. Anche con lei non c’è da scherzare. Intelligente, indecifrabile, da quando è nata non sa se vivere o morire. I brani in cui i ricordi affiorano alla memoria di Hattie sono incantevoli e forti. Ho creduto di vedere anche lei, Min, mentre balla in aeroporto, mentre tormenta le sue giornate, mentre gioca coi bimbi. Che significa crescere con una sorella che catalizza tutta l’attenzione e ti chiede di lasciarla morire? Ma niente è tragico in questo romanzo, nemmeno lontanamente. L’ironia e il paradosso la fanno da padroni e un’atmosfera alla Little Miss Sunshine vi farà pentire di avere letto troppo velocemente.

  • 04Gen2010

    Alessandro Besselva Averame - Il mucchio

    In fuga con la zia della canadese Miriam Toews – secondo romanzo dell’autrice ad essere pubblicato in Italia dopo Un complicato atto d’amore, storia adolescenziale e parzialmente autobiografica ambientata in una comunità mennonita del Canada – racconta un tragicomico e commovente viaggio attraverso gli States, raccontato con grande originalità. L’abbiamo raggiunta per via telematica, ed ecco che cosa ci ha raccontato.

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  • 21Dic2009

    Alessia Ercolini - Grazia

    Hattie è una giovanissima zia aspirante artista che vive a Parigi, alle prese con un fidanzato lunatico che la abbandona per andare in India. Finché non è lei a partire, per il Canada, con i due nipotini, figli della sorella, che la chiamano in soccorso.

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  • 12Dic2009

    Claudio Gorlier - Tuttolibri

    Una strada per rinascere

    In una favola americana, la strada offre un tessuto ideale per sognare un’altra vita. Accade che una singolare pattuglia di tre, la giovane Hattie, tornata dal soggiorno parigino al suo Manitoba per occuparsi della stravagante sorella Min, e i nipotini, il quindicenne Logan e l’undicenne Thebes, partano in auto per raggiungere e per ritrovare il marito di Min, e dunque per antonomasia il padre, il quale ha lasciato la moglie divenuta per lui insopportabile. South Dakota, Wyoming, Colorado, Utah, California, confine del Messico.

    Alla fine, i Troutman troveranno il padre, e la favola si concluderà, ovvero riprenderà almeno in parte all’inverso, ricreando letteralmente, e simbolicamente, le esistenze dei protagonisti. Miriam Toews, canadese di origine mennonita, attrice a tempo perso, e naturalmente viaggiatrice instancabile, nel romanzo, In fuga con la zia (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 281, euro 16,50), conduce la storia con ritmo, continue invenzioni di linguaggio, e vocazione consolante insieme del territorio, dello spazio naturale e di quello della mente.

  • 03Dic2009

    Gala Zoe Garnett - Internazionale

    MIRIAM TOEWS
    In fuga con la zia
    Marcos y Marcos, 281 pagine,
    16,50 euro

    Normalmente gli undicenni di Manitoba che aspirano a diventare autori di testi musicali non spediscono per email le loro canzoni al mogul di Hollywood David Geffen. Ma Thebes Troutman non ha nulla a che fare con la normalità.
    E nemmeno Logan, suo fratello di 15 anni, poeta punk fissato con il baseball. E neanche Min, la loro madre, ricoverata per un profondo crollo psichico. Dunque, se la normalità è quello che cercate, In fuga con la zia non è il libro che fa per voi.

    Ma personaggi come questi esistono nella vita reale. Ed esistono nel nuovo romanzo di Miriam Toews. A narrare la vicenda è la zia Hattie, sorella di Min, ritornata in Canada per la fine di una storia d’amore con una francese, allarmata da una telefonata di Thebes. Il cuore del libro è un lungo viaggio in auto di Hattie, Thebes e Logan, per rintracciare il padre dei ragazzi, un pittore fuggito anni prima che forse gestisce una galleria d’arte in un posto chiamato Murdo, in South Dakota. Scrittrice di grande talento, Miriam Toews, racconta questo viaggio con una voce originale, piena di amore, paura e umorismo.

  • 18Nov2009

    Enrica Brocardo - Vanity Fair

    Miriam Toews

    Via con la zia (e così sia)

    È cresciuta in canada, in una comunità di cristiani fondamentalisti dove la donna era sottomessa e dove era persino vietato ballare. A 18 anni, però, se ne è andata. E ora su un altro tipo di fuga ha scritto un romanzo (che sembra tanto un film).

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  • 07Nov2009

    Maurizio Bono - D La Repubblica

    Toews corre lontano

    Dopo Un complicato atto d’amore uscito quattro anni fa da Adelphi, toccante fotografia di una ragazzina alle prese con il vuoto pneumatico della religione mennonita e il legame con un padre assente nel contesto soffocante e provinciale dell’East Village, Miriam Toews torna con un romanzo delicato sul tema della depressione, sul rapporto con l’adolescenza e sul topos del viaggio come catarsi, liberazione dai condizionamenti, riconciliazione con se stessi e risoluzione del passato attraverso l’analisi dei ricordi.

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  • 02Nov2009

    Redazione - Marie Claire

    In fuga con la zia di Miriam Toews (Marcos y Marcos, euro 16)

    Thebes ha 11 anni, un fratello di 15 che scrive racconti terrificanti, e una madre uscita di testa per l’ennesima volta.

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