Il tartufo e la polvere

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  • 01Nov2010

    Giovanni Pannacci - mangialibri.com

    Orientarsi nel centro di Milano è facilissimo, grazie al navigatore. L’uomo è felice quando scende dalla vecchia Mercedes familiare. Si assicura al polso la catenella a cui è legata la sua ventiquattrore e si prepara a un fine settimana milanese di affari e divertimento.

    Prima il divertimento. C’è questo vecchio locale dove si esibisce una sua vecchia conoscenza. Si chiama Bojana, la vecchia conoscenza, e si esibisce insieme a Svetlana e al pitone Fido. Il teatrino è pieno di quella minoranza di maschi che non si sono ancora arresi a internet e all’home-video e il porno lo vogliono vedere dal vivo. Dopo lo spettacolo l’uomo non può fare a meno di andare in camerino a salutare la sua vecchia amica. Manca ancora qualche ora alla replica serale, così Bojana, Svetlana e il pitone Fido decidono di dedicare all’uomo uno show privato, in nome dei vecchi tempi. Nella camera dell’hotel a tre stelle tutti si danno un gran da fare aiutati anche dall’alcool e dalla cocaina. Quando l’uomo si sveglia è solo, il portafoglio alleggerito di cinquecento euro e la Mercedes, lasciata parcheggiata sotto all’hotel, non c’è più. L’uomo è un macedone di quarantacinque anni, si chiama Bosko Sadik, è nubile, fa l’agente di commercio e vive in Piemonte, a Cassinasco, in provincia di Asti. Questo è quello che scoprono gli agenti dalla sua carta d’identità, quando lo ritrovano morto sulle gradinate del Duomo. Fin qui è facile. Ci vorrà invece l’autopsia per stabilire che l’uomo è morto soffocato a causa di un grosso tartufo conficcato in gola. E qui, per l’ispettore Arnaboldi, le cose si fanno maledettamente difficili. Soprattutto perché lui odia i tartufi. Nonostante ciò è costretto a partire per le Langhe a svolgere le sue indagini. In quei luoghi ameni e letterari dove apparentemente non succede mai nulla, l’ispettore farà conoscenza col maresciallo Lovisolo e con l’appuntato Baldi, ma anche con la sensuale Maria, trasferitasi al nord per sfuggire a faccende di mafia. L’ispettore scoprirà che vecchi cercatori di tartufi spariscono misteriosamente e conoscerà l’ambiguo albanese Igli Bakalli, titolare della ditta “Durazzo Delitartufo” per la quale il macedone assassinato lavorava… Le langhe raccontate come fossero un B-movie degli anni settanta. C’è il Belbo, c’è Canelli, c’è il castello Grinzane Cavour, ma di Pavese, Fenoglio e Vittorini nemmeno l’ombra. In compenso ci sono giovani cuochi giapponesi venuti per gli stage nei prestigiosi ristoranti locali. Ci sono i pub e i sushi bar. Le aste telematiche con le principali città del mondo per vendere il tartufo bianco di Alba. C’è la volgarità pop della cultura global che azzanna anche certi luoghi mitici, con la sua sfacciataggine, con la sua voglia di denaro facile e divertimento. Brutture che finiscono per intaccare perfino la magia delle Langhe a novembre. Stefano Quaglia costruisce una storia folle ma decisamente divertente, che somiglia più a un fumetto d’autore che a un romanzo (ma questa non è certo una annotazione di demerito). I personaggi parlano, pensano e si muovono, in “tavole” perfettamente tratteggiate dallo scrittore. La lingua è viva e scrosciante, la narrazione procede in una sorta di discorso libero indiretto, dove non esistono i due punti e le virgolette, ma tutto appare lo stesso chiarissimo, in un frizzante mescolarsi fra dialoghi e pensieri. I riferimenti a Edwige Fenech, Alvaro Vitali, Gloria Guida e Bombolo, strizzano l’occhio al lettore, ma – a ben guardare – fra queste pagine transita anche Philip Marlowe, Orson Welles, Kurosawa, Takeshi Kitano, ma soprattutto Lupin III, Jigen, Zenigata e, naturalmente, Margot.

  • 03Mag2010

    Giovanna Pietrini - mauxa.com

    Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore cinematografico, classe 1963 esordisce nel campo della narrativa con il giallo Il tartufo e la polvere. Il morto in questione è un uomo macedone, Bosko Sadik, rinvenuto, soffocato da un tartufo, proprio sui gradoni di piazza Duomo, a Milano.

    A occuparsi dell’indagine sarà il commissario Arnaboldi, catapultato nel luogo dove il giovane macedone viveva, nelle Langhe, e si guadagnava da vivere lavorando nell’industria del tartufo. L’indagine porterà il protagonista, il commissario Arnaboldi a scoprire un piccolo mondo.
L’aspetto ‘cartoonesco’ e fumettistico che parte da Hannet e arriva a Lupin III, fino alle citazioni in merito al cinema rivela la formazione dello scrittore. Infatti, inizialmente Quaglia aveva l’intenzione di scrivere la sceneggiatura di un film, poiché l’ispirazione per scrivere la storia era partita da alcuni riferimenti visuali, solo in un secondo momento ha trasformato la sceneggiatura in un romanzo.

    Il lettore può cogliere l’intenzione, da parte dell’autore, di dissacrare il tartufo, andando contro quegli stereotipi che vede quest’alimento di grande prestigio. Cerca di rivalutare l’identità della provincia attraverso la tradizione enogastronomica, quella stessa provincia che ormai deve rimettersi in gioco con le nuove influenze apportate dagli stranieri di varie nazionalità che entrano nella struttura sociale portando con sé le proprie tradizioni.
Un noir paradossale, con uno stile leggero senza troppe pretese. Invito il lettore a conoscere l’autore dei due dipinti utilizzati per la copertina del libro, David Dalla Venezia, le sue, secondo il mio modesto parere, sono delle immagini con profondo potere.

  • 01Mar2010

    Alessandro Beretta - Corriere della Sera

    Romanzo bizzarro, presentazione insolita. L’occasione è il libro d’esordio di Stefano Quaglia, Il tartufo e la polvere, un  giallo decisamente sui generis.

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  • 02Feb2010

    Alessandro Besselva Averame - Il Mucchio

    “Il tartufo e la polvere è il romanzo d’esordio di Stefano Quaglia. Classe 1963, pendolare tra le Langhe e Milano, Quaglia si è inventato un noir di provincia paradossale e divertente, che ruota intorno alla figura dell’ispettore Arnaboldi.

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  • 01Feb2010

    Giammarco Raponi - luminol.it

    Il bel libro d’esordio del quarantaseienne piemontese Stefano Quaglia, Il tartufo e la polvere, è un giallo atipico, benché ci siano gli ingredienti classici del genere: il morto, il poliziotto e le inevitabili indagini.

    La prima e anche ultima volta che vediamo Bosko Sadik, è in giro per Milano a bordo di una vecchia Mercedes e con una valigetta assicurata al polso da un paio di manette. Deve consegnare il contenuto della valigetta, naturalmente, ma ha tutto il tempo per concedersi una pausa; diciamo un diversivo dalla routine del lavoro. La prima volta, dunque, che Bosko Sadik incontra il commissario Arnaboldi della polizia di Milano, è morto in piazza Duomo; la seconda volta che i due personaggi si incontrano è all’obitorio.
Atipica è, innanzitutto, l’arma del delitto, un tartufo: «Il tartufo è un fungo ipogeo conosciuto fino dall’antichità, i babilonesi nel 3000 a.C. già li raccoglievano, poi i greci e i romani […] In Italia si raccolgono una decina di specie di tartufi, la più pregiata è il Tuber magnatum Pico (tartufo bianco d’Alba o d’Acqualagna, nelle Marche)». Viene fuori che Bosko Sadik è residente proprio ad Alba. Passiamo dunque ad un altro tratto (fortunatamente) atipico di questo giallo: l’ambientazione, che adesso scaraventa il commissario Arnaboldi a «Cassinasco, seicento anime in gran parte aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti che domina altre colline piene di vigneti».
È tra queste colline, le strade sinuose, la nebbia e tra mangiate memorabili che il commissario dovrà sdipanare un imbroglio apparentemente inestricabile che finisce per coinvolgere un paese intero che per poco non mette a rischio la sua maggiore fonte di reddito: il tartufo.
Infine, l’ultima atipic ità da segnalare, e forse la più soprendente e la più apprezzabile, è la qualità della scrittura, in altre parole lo stile: sebbene non riproduca affatto il dialetto di quelle terre, a parte qualche breve escursione nei tratti tipici, riesce però a riprodurne il ritmo; e non è poco, anzi, da solo riesce già a tirare fuori il meglio dell’ambientazione.
Uno stile che non rinuncia mai a una certa delicatezza (anche dal punto di vista grafico non usa virgolette o trattini, come se ci fosse una sorta di rispetto nei confronti delle parole) e che ricorda certi esperimenti linguistici in cui si impastava il dialetto alla cosiddetta lingua letteraria o alla lingua standard.

  • 01Gen2010

    Orietta Possanza - Terra

    Edito per Marcos y Marcos, “Il tartufo e la polvere” è il romanzo d’esordio per il pubblicitario Stefano Quaglia. Tra Milano e le Langhe piemontesi le indagini (anche enogastronomiche) del protagonista.

    Il libro giallo spesso denigrato dalla “grande” letteratura, ha tuttavia al suo seguito un numeroso affezionato pubblico. Dopo autori del calibro di Agatha Christie, Chandler e Simenon, per citarne alcuni che ancora ci appassionano, tanti libri e autori di qualità vengono immessi sul mercato editoriale, basta saper scegliere. Bravi scrittori che inseguono, in ogni caso, la propria voce e la propria originalità senza cadere troppo nel cliché. Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore cinematografico, al suo esordio con il romanzo Il tartufo e la polvere (Marcos y Marcos), non è da meno. Il testo, nato come sceneggiatura per un film mai realizzato, è stato poi ripreso e trasformato in un romanzo. Ne è venuta fuori una storia pungente e divertente, raccontata in terza persona, che parecchio ironizza su personaggi e circostanze.

    La storia parte da Milano, “città sicura”, e arriva nelle Langhe piemontesi: una sera in piazza del Duomo, proprio sulla gradinata del sagrato, il macedone Bosko Sadik viene trovato morto per soffocamento a causa di un tartufo bianco ficcato in gola. L’indagine è affidata all’ispettore Arnaboldi che si sposterà nella zona di Alba a novembre, «quando l’aria è satura del profumo del tartufo», che lui chiama semplicemente puzza. Lì scoprirà un mondo che, in un certo senso, lo catturerà. E le indagini? «Dell’indagine onestamente non ci sto capendo un cazzo, anzi si capisce sempre meno, ci sono gli albanesi, i macedoni e adesso i giapponesi, sembra di stare in una barzelletta. Succedono più cose qui che a Milano». Quaglia è nato a Novi Ligure nel 1963, dopo una giovinezza felice si trasferisce a Genova per studiare il modo di diventare un letterato, non si sa come si ritrova a Milano a fare il pubblicitario, il produttore di film e il regista.
    Originale la scelta del tartufo come arma del delitto, che c’entra lei con i tartufi?
    Sono piemontese e langarolo di adozione, con una casa di campagna che sta proprio in mezzo a un’area dove i tartufi si trovano e parecchio, dove i tartufai vanno e vengono a tutte le ore del giorno e soprattutto della notte. Essendo la casa piuttosto isolata sono le uniche anime che mi fanno compagnia, insieme ai loro cani naturalmente.

Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo?
    Senza troppa pianificazione, in modo molto naturale, pensando al mondo dei tartufi, al loro valore e a quello che si può fare per i soldi. Da lì a una storia con colpevoli e assassini veri o presunti il passo è stato breve.
    Il suo stile è particolare, sin dalle prime pagine si ha la sensazione di qualcosa di “leggero”, un romanzo da non prendere troppo sul serio e con un linguaggio quasi “parlato”.
    Credo che la storia meritasse un tono di scrittura come questo. Ho pensato da subito che i caratteri, le ambientazioni, le situazioni andassero raccontati quasi di getto, evitando qualsiasi retorica. I personaggi sono tutti un poco centrifugati dagli eventi e la scrittura segue il flusso di quello che succede loro.
    Quanto c’è di lei nell’ispettore Arnaboldi?
    Fra tutti i personaggi del libro è sicuramente quello che ha più di me, anche se siamo distanti anni luce sui gusti enogastronomici. Gli invidio molto quella sua apatia un poco mediterranea e il tempo che ha per potersela godere.
    Come ci si sente al primo romanzo?
    Bene. Soprattutto per come la storia è uscita fuori e per come è stata elaborata. Mi è sembrato tutto molto semplice, anche grazie – almeno credo, visto che è appunto la mia prima esperienza – al rapporto con l’editore. La cosa più singolare rimane comunque non tanto vedere il proprio nome stampato sulla copertina quanto vedere che il tuo libro in libreria c’è davvero.

  • 20Dic2009

    Cristina Marra - La Riviera

    E’ una notte come tante a Milano e l’ispettore di polizia Gianni Arnaboldi sta addentando un panino con la salsiccia del “King of porchetta”, quando “panino in bocca e coca in mano, l’ispettore si siede al volante della sua Alfa” e si reca in tutta fretta a piazza Duomo.

    Sul sagrato della cattedrale è rinvenuto il cadavere di un uomo: Bosko Sadik, macedone e agente di commercio. Arma del delitto: un tartufo bianco in gola, causa del soffocamento. Nel romanzo “Il tartufo e la polvere”( Marcos y Marcos), “si parla di Tuber Magnum di Alba, non un tartufo bianco qualsiasi ma il re dei tartufi”, scelto da Quaglia come “arma” per uccidere, da dov’è nata l’idea? “Pensando che una grattata di tartufo oggi costa più di un colpo di cocaina” – risponde l’autore – “ho cominciato a immaginare come questa caratteristica potesse scatenare non solo sani appetiti, ma violente passioni”. Intorno al commercio dei pregiati tuberi, Quaglia intesse un plot giallo che coinvolge diversi personaggi, vittime o colpevoli di vari crimini dalla prostituzione alla truffa. Scrittore, produttore e pubblicitario, Stefano Quaglia come riesce a conciliare queste attività? “ In generale”- risponde Quaglia – “mi sono sempre occupato di comunicazione e avere la possibilità di fare cose connesse ma diverse tra loro è una grande opportunità che bisogna tenere ben stretta”. Certamente le diverse professioni dell’autore e i suoi disparati interessi hanno influito sulle peculiarità del suo protagonista che concilia i molteplici aspetti delle sue origini e del suo carattere. Meridionale ma perfettamente integrato a Milano, Arnaboldi, “in consueta giacca almeno di tweed, un bel tweed con regolari toppe ai gomiti, e una bella sciarpa di lana, almeno mohair”, ha assimilato le abitudini della metropoli ma non nasconde la predilezione verso la buona cucina casereccia e la quiete della provincia. Arnaboldi è quindi un personaggio con molte contraddizioni? “Uno degli aspetti più interessanti di Milano è quello di essere da sempre u contenitore di esperienze differenti. La cosa che sempre mi affascina” – continua Quaglia – “in una comunità formata in gran parte da non-milanesi, è come queste persone abbiano fortunatamente mantenuto delle caratteristiche della loro terra d’origine anche se mischiate a quelle di questa città. Arnaboldi si muove tra queste contraddizioni, una certa apatia e improvvise folate di efficientismo, guidato in maniera alternata dalla testa e dalla pancia”. E a “capofitto e a stomaco appesantito”, le indagini conducono Arnaboldi in trasferta, a Cassinasco, “seicento anime in gran parte aggrappate in termini residenziali a una collina piena di vigneti” sulle Langhe. In collaborazione con il maresciallo Lovisolo e l’appuntato Baldi approfondisce le ricerche sulla vita e le abitudini della vittima che lavorava per una ditta di confezioni e vendita dei tartufi e indaga sull’improvvisa sparizione di una cagnetta da tartufo. Quaglia con ironia e un tocco di malinconia fa spesso riferimenti e citazioni tratti da film, canzoni, eventi sportivi e tratteggia anche la psicologia del suo protagonista che, pur essendo un duro, cede spesso di fronte al fascino femminile. Con intuito e determinazione Arnaboldi arriva a scoprire la verità e, seppur con qualche remora ritorna a Milano.

    L’ispettore Arnaboldi ha tutte le caratteristiche per diventare il protagonista di una serie, ci sarà un seguito a “Il tartufo e la polvere”? “ Non l’avevo mai pensato quando ho cominciato a scrivere, ma come credo sempre succeda, i personaggi prendono una vita differente da quello che si era pensato di poter di poter tracciare per loro, tipo quello che succede con i figli”.

  • 01Dic2009

    Cristina Marra - milanonera.hotmag.me

    Sui gradini del sagrato del Duomo di Milano è rinvenuto il cadavere di un uomo.

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  • 03Nov2009

    Antonio Prudenzano - affaritaliani.it

    Ogni tanto ci vogliono libri come “Il tartufo e la polvere” di Stefano Quaglia, in libreria dal 5 novembre per Marcos y Marcos.

    Piccoli romanzi senza troppe pretese (indubbiamente questo uno dei meriti principali del testo in questione, in un tempo in cui tanti, quasi tutti, e con risultati non sempre felici, fanno a gara per mettere su carta il senso profondo della vita e dell’umanità e anche di più, se possibile!), che si leggono d’un fiato, anche grazie a una simpatica voce narrante, che in spiritosa e guizzante terza persona gode nell’ironizzare sui personaggi e sulle situazioni raccontate, e a uno stile ‘parlato’ che ricorda il primissimo Tondelli. E già questo basterebbe…

    Quante volte, nelle recensioni della miriade di gialli italiani più o meno degni mandati in libreria negli ultimi cinque anni, avete letto che il genere noir per l’autore di turno è solo (e in quel ‘solo’ c’è fin troppo ‘non detto’…) un espediente, un mezzo per raccontare molto di più, addirittura un intero Paese, l’Italia, in presunto ineluttabile disfacimento? Provate a controllare, oppure risparmiatevi la fatica e fidatevi: almeno nel 50% dei casi, il ‘recensore’ di turno si serve di questa frase fatta che, state tranquilli, metterà d’accordo tutti, anche se nove volte su dieci non ha alcun senso…
    Allora diciamolo chiaramente: Stefano Quaglia, pubblicitario e produttore cinematografico classe ’63 (è nato a Novi Ligure, si è spinto fino a Genova ‘per studiare il modo di diventare un letterato, e senza sapere come, si è ritrovato a Milano a fare altro’, o almeno così dice…), non ha nessuna intenzione di raccontare la povera Italia che di giorno in giorno sprofonderebbe al nostro fianco (come se avesse appena iniziato a farlo), ovviamente attraverso la metafora del giallo. No, al nostro interessano (molte) altre cose. Solo apparentemente meno ‘importanti’. La sua missione è far godere il lettore, divertirlo con uno stile che ti conquista e una storia che non ti crea troppe ansie, ma che ha comunque il merito di farti scoprire personaggi che nel bene e nel male non possono non risultarti simpatici.
    Ma, a proposito, di che storia stiamo parlando? Questo è un giallo che odora (o ‘puzza’, come direbbe l’ispettore Arnaboldi) di tartufi, pregiati tartufi d’Alba per la precisione. C’è un morto, Bosko Sadik, macedone, che viene ritrovato soffocato da un tartufo proprio sui gradoni di piazza Duomo, a Milano. E’ novembre, e Arnaboldi viene catapultato nelle Langhe, a indagare ma, soprattutto, a scoprire un piccolo mondo che, in un certo senso, saprà conquistarlo piano piano. E le indagini? Calma, prima l’ispettore si deve godere la ‘vacanza’ e, a proposito, sentite cosa risponde alla collega “secchiona” che lo rivuole subito a Milano, visto che la trasferta sembra non portare risultati concreti: “Dell’indagine onestamente non ci sto capendo un cazzo, anzi si capisce sempre meno, ci sono gli albanesi, i macedoni e adesso i giapponesi, sembra di stare in una barzelletta. Succedono più cose qui che a Milano…”. Che simpatico, Arnaboldi! Come si fa a non dare un bel(lissimo) voto a un libro così?

    Quaglia, quanto si è divertito scrivendo “Il tartufo e la polvere”?
    “Moltissimo, lo ammetto!”.
    Lo stile del libro è molto particolare…
”Nel mio libro lo stile è fondamentale. Lo si capisce sin dalle prime pagine: questo non è certo un romanzo che si prende sul serio. Ho cercato di essere il più diretto e immediato possibile. E poi, lo stile leggero si adatta all’idea che mi sono fatta del mondo che ruota intorno ai tartufi. Credo che ci sia, ed è l’aspetto più divertente, una sopravvalutazione di questa che in fondo è solo una patata!”.
    A proposito, qual è il suo rapporto personale con i tartufi?
”Mia moglie è delle Langhe, proprio della zona dov’è ambientato il libro, e abbiamo una cascina circondata da boschi pieni di tartufi…”.
    Tornando allo stile, sembra avvicinarsi a quello del ‘primo’ Tondelli. Condivide?
    “Mi fa un complimento. Amo Tondelli, anche se non lo leggo da tempo. Ma sinceramente non ci avevo mai pensato finora”.
    Il suo romanzo pare prendere in giro la moda della noir-mania. E’ così?
”No, non direi. Amo il noir classico americano, e mi riferisco ai romanzi hard boiled, alla vecchia scuola di Chandler e soci per intenderci, dai quali per un periodo sono stato addirittura ‘ossessionato’. Gli italiani, invece, mi appassionano meno. Sì, mi piace Lucarelli, lo stesso Camilleri, ma nessun ‘innamoramento’ particolare…”.
    Ha letto della discussione sul cosiddetto ‘post-noir’ che ha coinvolto alcuni autori ‘di genere’ italiani?
”Sì, ma sinceramente non è una questione che mi interessa”.
    Torniamo al suo libro. Cosa le piace dell’ispettore Arnaboldi…
    “E’ un lupo solitario. Pur essendo un poliziotto somiglia molto ai detective della letteratura di una volta”.
    Lei si occupa (anche) di cinema. Il suo romanzo è stato pensato per diventare un film?
    “Al contrario! È nato come sceneggiatura per una pellicola mai realizzata. A quel punto ho deciso di lavorarci e trasformarlo in libro”.
    I ringraziamenti alla fine de “Il tartufo e la polvere” potrebbero essere un romanzo a parte. Da Edwige Fenech alla Fiat Panda, da Rocco Siffredi a Tuttosport (e alla Juventus), fino a Viale Papiniano (Milano) e alla Salerno-Reggio Calabria, mette insieme di tutto. Ha dimenticato qualcuno (o qualcosa) e vorrebbe approfittare per rimediare?
    “Penso proprio di non aver dimenticato nessuno. Anzi, preso dall’entusiasmo qualcuno l’avevo purecitato due volte, per fortuna gli editor se ne sono accorti prima di stampare il libro!”.
    A proposito, sta lavorando a un nuovo romanzo?
    “Mi piacerebbe continuare con la serie dell’ispettore Arnaboldi…”.

  • 02Nov2009

    Pino Cottogni - sherlockmagazine.it

    Un divertente giallo con il particolare odore di tartufo

    E’ in libreria dal cinque di questo mese il romanzo Il tartufo e la polvere con il quale esordisce nel campo della narrativa gialla Stefano Quaglia.

    Un romanzo, come abbiamo detto, divertente che partendo da Milano (addirittura dal Duomo) farà arrivare il lettore nelle Langhe con il protagonista, l’ispettore di polizia Arnaboldi alle prese con una difficile indagini e con un difficile approccio con il mondo dei cercatori di tartufi e i suoi particolari ma gustosi sapori.
    La storia inizia a Milano quando una sera viene trovato morto un certo Bosko Sadik, un macedone. Sembra che la morte sia dovuta a soffocamento, con un tartufo ficcato in gola.
    L’indagine affidata all’ispettore Arnaboldi si sposterà nella zona di Alba famosa per i suoi tartufi e con stile leggero e divertente l’autore ci farà conoscere un certo mondo che ruota intorno ai tartufi.
    L’autore dichiara il in prima battuta Il tartufo e la polvere era nato come sceneggiatura per un film che poi non è stato realizzato, così decise di riprendere in mano quanto aveva scritto e trasformarlo in un libro.

  • 02Nov2009

    Redazione - La Provincia di Cremona

    Non c’era cosa peggiore che potesse capitare all’ispettore Arnaboldi, cultore del junk food e della coca cola, che di condurre un’indagine nella patria del tartufo bianco, in quelle colline dove il cibo è una religione e tagliolini, ragù e nebbiolo i suoi protetti.

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