Il racconto dello sguardo acceso

Archivio rassegna stampa

  • 27Lug2016

    Eleonora Pinzuti - Franco Buffoni

    Il racconto dello sguardo acceso

     

    «Vi penso coi vostri sguardi accesi e i muscoli e i cervelli beffardamente funzionanti».

    Così Franco Buffoni ricorda quel Cessna 172 guidato dal diciannovenne Rust, che atterrò sulla piazza Rossa nel 1987, e così descrive la tempra dei tre ragazzi che replicarono le teste di Modì spacciate per autentiche da sommi critici.

     

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  • 01Apr2016

    Enzo D'Andrea - Meloleggo.it

    Il racconto dello sguardo acceso, di Franco Buffoni

    Solo lo sguardo che si accende può vedere ed esplorare, capire e raccontare. L’acutezza dello sguardo si riflette nella lunga vista dell’animo, e chi meglio di un poeta può darne dimostrazione?

    Il racconto dello sguardo acceso (Marcos Y Marcos) è l’ultima fatica letteraria di Franco Buffoni, un testo fatto di racconti che s’intrecciano per temi e linguaggio o per cadenza temporale, spesso in modo riuscito e appagante.

    Il racconto di Buffoni è un po’ come una chiacchierata con un vecchio amico passeggiando d’autunno lungo viali ricolmi di foglie gialle e rossastre appena spruzzate di acqua posticcia, oppure seduti su una panca a osservare lo sciabordio delle onde sulla riva del mare. E nelle chiacchierate, si sa, non v’è mai un tema fisso. Soprattutto, dal nulla, da un puntino o pretesto possono innescarsi chilometriche discussioni. E così si finisce (o si comincia) parlando del fatto di cronaca, o dell’abitudine della gente, oppure di un concetto d’arte.

    I racconti di Buffoni questo fanno, e compiono un tragitto trascinante che non ha bisogno di presentazioni o spiegazioni varie. Quello che ti racconta, appunto come un vecchio amico di cui hai stima e fiducia, tanto da starlo a sentire per ore senza interromperlo, inizi a condividerlo e farlo tuo.

    Diciamo pure che non ti annoi, perché d’argomenti ce n’è a bizzeffe. Esplori così il mondo dell’amore libero e dei mali del nostro tempo, del giovane che avanza annegando l’uso nemmeno troppo antico delle cose (“Il racconto dello sguardo acceso” e “Il racconto del sesso e dei mali”); apprezzi l’atteggiamento critico di chi parla del proprio pane quotidiano (“Il racconto della poesia”) con dei veri e propri passaggi di saggistica poetica, nient’affatto noiosi.

    Oppure ti inoltri nell’analisi dell’inversione di personalità giovanile, non come cambiamento fisico ma mentale (“Il racconto del tomboy”), andando da Ada Lovelace a Marcel Proust, per poi passare a un mucchietto di pagine che mi sta a cuore, perché sui treni ognuno di noi alloggia parte di sé stesso, le proprie emozioni e i propri ricordi, col senso del movimento ma non della fretta, ben certi che alla prossima fermata ci sarà qualcosa di nuovo (“Il racconto dei treni”); nel “Racconto dei segni e dei segnali” scopri quanto si nasconda dietro numeri, scritte e targhe, come se un oggetto così piccolo potesse sul serio raccontare così tanta roba, ma anche quanto stia cambiando il mondo, soprattutto per chi, come l’Autore, è riuscito ad accaparrarsi più di quarant’anni di osservazioni e cambiamenti involontari della gente comune, affacciandosi su generazioni – inevitabilmente – diverse dalla sua.

    Nella seconda parte, si inizia con un tema (e una storia) che sta a cuore a molti e ancor oggi ferisce: la (voluta o involontaria) miopia dell’Italia d’un tempo. “Il racconto di Pasolini” porta con sé un mea culpa, un cambiamento d’idea e una presa di coscienza, ritengo comune a molti. Dalla Diaz alle autoradio, dai pregiudizi alla fallacia del sistema di giudizio, dal caso Cucchi alle ingiustizie quotidiane di cui i giornali (e quindi noi) non parlano, Buffoni esprime le proprie esperienze (con ironia a volte dolce ma spesso amara) e le condivide con noi, ormai tenaci ascoltatori del “Racconto della giustizia”.

    Regioni, pensioni, divisioni (amministrative) e ancora diritti civili, debito pubblico e senato e festività (“Il racconto della politica”). Un calderone che dice tutto ma invita a cercare ancor di più il significato delle cose che, all’apparenza, sono tanto banali da meritare al massimo una… edizione del telegiornale!

    E così avanti in Europa (sono tutte condivisibili le sue osservazioni sull’attuale Europa Unita e su chi comanda, a mio avviso), il discorso sulla Svizzera, senza tralasciare l’accorato fiume di ricordi – e, credo, rimpianti – de “Il racconto di date e guerra”.

    Ironico e pungente, nostalgico eppure sempre fresco nell’apprezzare, critico e lucido nell’analisi di questioni anche tecniche, come l’attuale preoccupante questione economica dell’Europa in generale e dell’Italia in particolare, Buffoni parla a ruota libera, come se volesse dire che son questi i tempi in cui i poeti non vagano per aria cercando forme nelle nuvole, ma percuotono il suolo coi loro passi e annusano, sentono, vedono e parlano.

  • 25Mar2016

    Francesca Matteoni - Nazione Indiana

    Il racconto dello sguardo acceso. “Calabria e Piccadilly”

    Pubblico molto volentieri questo racconto dal nuovo libro di Franco Buffoni. Da anni l’autore porta avanti in parallelo e perfetta corrispondenza all’opera poetica un lavoro narrativo dove la forza di testimonianza della parola scritta assume il valore di un diario in pubblico, un romanzo epistolare per versi e narrazioni indirizzato al lettore, approdo di una riflessione sull’io che prende coscienza di sé e del mondo, della storia e dei territori, fisici, morali, culturali, che attraversa.

    Se ne La casa di Via Palestro Franco Buffoni indagava il rapporto con il paese d’origine, in questa nuova raccolta il viaggio della memoria ha un respiro più ampio, spazia nel lavoro e nello studio in altre città e nazioni, tocca l’altro, come se ogni ritorno a casa, che avvenga nel tempo trascorso o nel momento attuale, non fosse che il primo movimento di una nuova partenza. Ecco che allora lo sguardo acceso del titolo indica proprio questa apertura al vasto, alle possibilità offerte dall’esperienza: dopo aver dato un corpo tangibile alla propria identità occorre aprire gli occhi, conoscere altri corpi e lingue, riconoscere l’importanza delle vicende minime, come dei cambiamenti epocali in cui queste avvengono. Il ricordo in fondo non è che questo – portare noi stessi nel passato, parlaci, ascoltarlo, farne una sostanza viva, che sappia accendere la storia del presente. (F.M.)

     

    di Franco Buffoni

    Se Dario Fo, con il suo grammelot, porta alle estreme conseguenze la riflessione sulla traduzione come sintesi fonemica, il caso di Imma produce un risultato simile come sintesi ontologica.

    Imma nasce a Roma all’inizio degli anni settanta, figlia di una coppia di immigrati calabresi, portinai (o come si dice a Roma: portieri) in un grande stabile (a Roma si dice palazzo) d’una zona alto borghese. Sprovvisti d’istruzione ma molto volonterosi, i genitori di Imma sanno conquistarsi la stima anche degli inquilini inglesi del terzo piano, una coppia senza figli, lui direttore e lei insegnante nella scuola inglese distante poche centinaia di metri.

    Imma a tre anni si trova così iscritta a quella scuola, dapprima imparando alla materna canzoncine e buone maniere, poi come allieva della primaria, quindi delle medie e del liceo fino alla maturità, che supera brillantemente. E sempre frequentando anche la casa dei genitori inglesi “adottivi”. Mentre ogni estate trascorre tre mesi in Calabria a Cirò da nonna Immacolata a va al mare con gli zii.

    Conobbi Imma quando si iscrisse al primo anno di università. Mi si rivolse subito nel suo inglese perfetto, dall’intonazione leggermente ironica (che mesi dopo ebbi modo di riconoscere – identica – nella madre “adottiva”). Imma – due grandi occhi neri ardenti, capelli fluenti corvini e intercalari lievemente cockney nei momenti di pausa – era talmente più “avanti” rispetto ai compagni di corso che subito le affidai delle mansioni organizzative relative ai seminari.

    Per qualche settimana non me ne resi conto: tutto cambiò la mattina in cui entrai in aula prima del previsto. Imma era seduta sulla cattedra a gambe divaricate e stava impartendo ordini sguaiati in… italiano? No, non era italiano quel miscuglio di calabro-romanesco che usciva dalla bocca di quel tomboy… persino le sue labbra assumevano un disegno che non le conoscevo. Come si accorse di me, si ricompose, le labbra ridivennero quiete, l’inglese riprese il sopravvento e l’intonazione tornò ad essere quella consueta, leggermente ironica…

    Io restai impietrito. Dai colleghi poi seppi delle difficoltà di Imma in storia e letteratura italiana, e degli sforzi tremendi che doveva compiere per pronunciare la seconda lingua straniera, il tedesco.

    Passarono i semestri: Imma si era molto affezionata a me, e io cercavo ogni occasione per farla parlare… in italiano. Correggendole pronuncia e intonazione e dandole da leggere romanzi italiani ben scritti, e poi chiedendole di riassumerli, sia per iscritto sia oralmente. All’inizio fu un vero disastro, ma Imma era (ed è) molto tenace e piano piano imparò a cavarsela. Si laureò e poi si legò sentimentalmente e andò a vivere con un’insegnante inglese della mitica scuola in cui si era formata, e dove anche lei era stata assunta.

    Una sera le due giovani signore mi invitarono a cena. Menù vegano molto british, intonazione sobriamente ironica e controllatissima in entrambe. “E in Calabria ci andate?”. “E i tuoi genitori come hanno preso la vostra unione?”. Risposte evasive, molto eleganti, leggermente prive di contenuto…

    Il giorno dopo Imma mi telefona, ha bisogno di parlarmi. Viene a casa mia. E finalmente si sfoga. Da donna intelligente quale è, Imma si rende perfettamente conto dello stato di scissione in cui vive. “Sugli stessi argomenti”, mi confessa, “io PENSO in modo diverso a seconda che ne parli in italiano o in inglese”.

    “Non è una questione di traduzione o di lingua. Ma della mentalità al cui interno mi sono formata”.

    “Se avessi frequentato il liceo italiano, probabilmente sarei riuscita ad amalgamare i due…”, si blocca, mi guarda con le lacrime agli occhi, “i due cast of mind, quello dei miei genitori e di nonna Immacolata da una parte (per me l’italiano è quello) e quello inglese dall’altro. Così vivo con Jane e con lei mi nutro vegana, insegno a scuola e andiamo in Inghilterra dai suoi… Ma quando torno a Roma o addirittura in Calabria, dopo due giorni a morseddhu e sagne chine, non riuscirei mai a dire in italiano we’re a lesbian couple, e Jane torna ad essere soltanto la mia amica”.

  • 09Mar2016

    Gianluca D'Andrea - Carteggi letterari.it

    Una riflessione su Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso

    (Marcos y Marcos, Milano, 2016)

    Il lavoro di scavo di Buffoni nei fatti continua attraverso “inserti” narrativi che, nel complesso di un’opera pluridecennale, tradiscono un’urgenza sempre più chiarificatrice. L’indagine, compiuta tra esperienza personale e vicende del mondo, parte da un approccio poco evenemenziale, riattivandosi proprio nei nodi e negli intrecci di un flusso che prova costantemente a ri-orientare il soggetto, perché parte integrante dello stesso intreccio.

     

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  • 22Feb2016

    Fabrizio Ottaviani - il Giornale

    Lampi di vita illuminati da occhi poetici

    È uno dei poeti più apprezzati, Franco Buffoni, ma come narratore è altrettanto bravo, un vero

    campione dell’affabulazione.

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  • 14Feb2016

    Franco Buffoni - Domenica-Il Sole 24 ore

    Imma, due lingue, due vite

    Questo brano è tratto da Il racconto dello sguardo acceso, (Marcos y Marcos, Milano pagg. 256, €15, in libreria da domani) l’ultimo testo di narrativa del poeta, scrittore e traduttore Franco Buffoni, che raccoglie quattordici racconti che spaziano da riflessioni sulla traduzione o sulla giustizia a riflessioni sul sesso o sulla poesia.

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  • 12Feb2016

    Franco Buffoni - Leparoleelecose.it

    [Esce oggi per Marcos y Marcos Il racconto dello sguardo acceso, un libro di racconti di Franco Buffoni. Questa è una parte del secondo capitolo].

     

    SEX SYMBOLS

    Non ricordo con precisione l’anno, poteva essere il 2003 o il 2004, era inverno, a Milano, metro verde da Garibaldi a Moscova, risalgo. Dovevo recarmi alla libreria Utopia per leggere e parlare di poesia: mi aspettavo al massimo le solite venti persone.

    Vedo una folla di giovani urlanti proprio davanti all’ingresso. Le più scalmanate sono delle ragazzine che lanciano acuti stridi, ma anche i ragazzi non sono da meno, applaudono e urlano, finché non si apre una finestra del terzo o del quarto piano e alcuni indumenti vengono lanciati – magliette, mutande – in un crescendo di urla.

    Sento per la prima volta quel nome dal proprietario della libreria: Fabrizio Corona è appena stato scarcerato, sta lanciando il suo marchio di intimo, questi sono i suoi fans…

    Poi seppi: i ricatti fotografici, la benzina pagata con banconote false, le fidanzate-modelle, il prete di san Vittore che voleva concupirlo, ma che lui sdegnosamente rifiutò, per concedersi a un ben più abbiente impresario, che per lui si rovinò. E lui che come un magrebino d’oggi, o un siciliano d’altri tempi, dichiara: “Io sono maschio… Clooney sì che è gay, lui è donna”.

    Clooney. Non sarebbe certo la prima volta che il genere femminile elegge un omosessuale a proprio sex-symbol. Lo ha già fatto con Rodolfo Valentino e prima ancora con Lord Byron… con tutto l’ovvio seguito di fugaci matrimoni di copertura, donne-schermo ecc. In questo Clooney sarebbe l’ultimo di una lunga serie. Ricordo, nella mia adolescenza, Neil Sedaka, cantante rock americano di un certo successo anche in Italia, che fu costretto dalla casa discografica a sottoporsi a un matrimonio di copertura con clausole precise… Clooney, per altro, ai miei occhi, è la fotocopia di Rock Hudson. Ricordo la precoce morte di quest’ultimo per Aids nell’ottobre 1985. Ricordo anche che mia madre, preoccupata, mi disse: “Hai visto…?”.

    AIDS

    Per me l’allarme rosso era scattato nel 1984, quando ancora in Italia erano in pochi a parlarne. Avevo trascorso un semestre in Inghilterra, dove invece la tensione era già altissima. Quando rientrai a Milano, preoccupato, feci gli esami all’ospedale Sacco: fortunatamente negativi. Ma non bastava: astinenza per sei mesi e nuovo controllo completo, per essere proprio certo di averla scampata. Al secondo responso negativo, una definitiva virata a 360 gradi alla mia vita privata, alla spensieratezza sessantottina che in pratica si era protratta fino ad allora.

    Col passare degli anni è diventato un ricordo sempre più incredibile il tempo in cui il peggior guaio che potesse capitare facendo sesso era la gonorrea, curabile con una settimana di antibiotici… Ormai occorrevano le precauzioni… Fu così che entrai nella mia fase matura, e cominciai a concepire come possibili soltanto i legami duraturi con certezza di reciproca fedeltà. Come regalo, dopo qualche settimana di frequentazione prudente, ci si scambiava l’esame del sangue… Intanto molti amici cadevano: Dario Bellezza, Pier Vittorio Tondelli… Furono anni davvero duri. Ma vidi anche sorgere un sentimento di solidarietà mai constatato prima. Tanti ammalati, abbandonati dalle famiglie come appestati peccatori, erano accuditi dagli amici.

    Mentre il ministro demo-“cristiano” della sanità Carlo Donat Cattin dichiarava che l’Aids capitava a chi “se lo va a cercare”, molti omosessuali impararono in fretta non soltanto a comportarsi sessualmente in modo corretto (a differenza di tanti eterosessuali anche oggi), ma anche a sentirsi veramente parte di una comunità.

    DONNE

    In quella seconda metà degli anni ottanta iniziarono dunque i miei legami stabili e duraturi. Nel 1988 compii 40 anni, ero professore associato all’università di Bergamo e avevo un contratto a Milano-Iulm. Ricordo la grottesca situazione che venne a crearsi con un paio di allieve milanesi. Una si era proprio incapricciata di me e nella sua testa doveva avere così ragionato: se il professore preferisce il culo alla fica, io quello gli mostro. E per qualche settimana credette di provocarmi venendo a lezione con attillatissimi fusé di svariati colori, cercando sempre di precedermi all’uscita e sulle scale. Era anche una mia tesista e dovetti faticare non poco per far sì che ai nostri colloqui fosse sempre presente almeno un’altra persona.

    Con l’altra allieva la faccenda fu per me più dolorosa. Il mio fidanzato dell’epoca – G. – che era più giovane di me di una decina d’anni, veniva sempre a prendermi il mercoledì verso le 20. Ascoltava l’ultima mezz’ora di lezione al corso serale e poi schizzavamo a cena, quindi al Chimera o al Ronchi 78 o in qualche altro locale.

    Al serale gli studenti non erano così numerosi come al diurno e G. venne subito notato, in particolare da una studentessa disinvolta, che a G. riuscì pure simpatica. Per la cronaca devo dire che G. era bisessuale, e quando la fanciulla, sbattendo le ciglia, fece scattare la sua trappola: “Ma sei anche tu gay come il professore?”, non seppe fare di meglio che invitarla a uscire a mia insaputa. Poi lei divenne insistente, lui si defilò e non volle più venire a prendermi a lezione. Finché dovette confessarmi tutta la storia, perché la ragazza – disinvolta ma innamorata – pensò bene di venire a piangere nel mio studio.

    Poiché di lui ero sinceramente innamorato anch’io, non riuscii a mandarlo a quel paese come avrei dovuto, e per qualche mese la nostra storia continuò, pur se più sfilacciata. Ormai mi ero reso conto che lui voleva l’impossibile: cioè che pubblicamente apparisse la nostra amicizia, non il nostro amore. Lui non ci teneva ad essere etichettato come gay. Io invece ormai ne facevo anche una questione di visibilità pubblica, di orgoglio politico. Ci lasciammo, lui si sposò e mise pure al mondo un figlio. Dopo sei anni il suo matrimonio si sfasciò e lui tornò a cercarmi, come prima e più di prima, confessandomi che solo con me si sentiva sereno, che la storia con me la ricordava come una cosa dolcissima, che era stata la più bella della sua vita ecc. ecc. Fui tentato, lo ammetto, di ricascarci, anche perché continuava ad attrarmi molto e con lui avevo un’ottima intesa anche sul piano intellettuale. Mi salvò il lavoro: vinsi la cattedra di prima fascia a Cassino e mi trasferii a Roma. Non mollò subito: venne un paio di volte a trovarmi anche nella capitale. Ebbi la forza di dirgli che non volevo sottrarlo a suo figlio, lo allontanai fingendo freddezza. Ma soffrii come un cane.

    Ecco, volevo parlare di donne, e sono ricascato sugli uomini. Oggi, da sessantenne, mi capita una cosa strana, e abbastanza frequentemente. Che giovani donne si interessino a me, nelle situazioni più disparate. L’altro giorno a Fiumicino, ai controlli, passo attraverso l’aggeggio senza cintura e con le braccia alzate. Le abbasso senza accorgermi che sto sfiorando una fanciulla in divisa: “Mi scusi, non stavo cercando di abbracciarla…”. E quella serissima: “E perché no?”.

    “Ormai sono piuttosto stagionato…”.

    “Meglio, molto meglio di tanti giovani…”.

    Mi infilo la cintura e scivolo via.

    MOMA

    Spaventato, assolutamente precauzionato, riuscii dunque a evitare la trappola dell’Aids. Ma continuai a fumare. Non molto: dieci, quindici sigarette al giorno, soprattutto quando scrivevo, nella stupida convinzione che il fumo favorisse la concentrazione. Fu così che a un casuale controllo, un check up generico nel luglio 2001, la radiografia mostrò un segnino sul lobo inferiore del polmone sinistro, che indusse il mio medico a consigliarmi di rifare la radiografia dopo due mesi: “Può essere qualsiasi cosa, anche una polmonite guarita male”. La cosa più subdola del cancro al polmone è che non dà sintomi finché non è conclamato. E a quel punto di solito è troppo tardi.

    In agosto mi recai in Finlandia per due settimane: trekking e festival di poesia. Stavo benissimo e fumavo come sempre, con moderazione. Al rientro fu l’11 e io dimenticai completamente per qualche settimana la promessa fatta al medico. Quando mi tornò in mente era la fine di ottobre: nuova radiografia e il puntino era diventato una moneta da 50 lire (ormai 50 centesimi). Tac immediata, visita e ricovero all’Istituto del professor Veronesi in via Ripamonti a Milano, dove fui magistralmente operato. Asportazione del lobo inferiore del polmone sinistro con un intervento di sei ore. Ricordo l’ultima sigaretta, una Diana, fumata qualche sera prima, di nascosto, con l’infermiere.

    Sveglia all’alba con pre-anestesia in camera. Poi, ancora cosciente, mi rivedo sdraiato sul lettino insieme a tanti altri lettini con rotelle che vengono smistati nelle varie sale operatorie.

    Vocetta stridula: “Questa è il seno destro o sinistro?”, e accanto al mio gomito il culo prominente di un’infermiera. Con uno sforzo ormai onirico premo il gomito contro quel culo e biascico: “Il mio è il sinistro”.

    Mi risveglio al piccolo sobbalzo compiuto dalla lettiga all’uscita dall’ascensore. Stavano per riportarmi in camera a pomeriggio inoltrato. Per qualche istante mi parcheggiano accanto alla spalliera di un divano in sala d’aspetto: escrescono due capigliature femminili, una tiene una rivista illustrata davanti al viso: “MOMA… ecche è?”. “Museum of Modern Art”, scandisco in un soffio, prima di ripiombare nel sonno.

    UN TRAPANO SOTTILE

    Ma come incomincia il cancro al polmone? Dico “al polmone”, perché a me è capitato quello. Non so quanto possa valere da un punto di vista scientifico la mia testimonianza, ma io credo di sapere con precisione quando e come “cominciò”. Nella mia casa di Roma io fumavo solo nella stanza piccola (la stanza degli ospiti) in fondo alla casa e con la porta chiusa: non volevo che la casa sapesse di fumo. Era il maggio di quel fatidico 2001. Fumavo anche due sigarette di seguito dopo cena, sdraiato sul letto, con la finestra aperta, e vedevo le rondini girare attorno al campanile di via di Ripetta. Ad un tratto una sera sentii acutissimo un piccolo dolore nella schiena: come un trapano sottile che girava vorticosamente, ma all’interno del mio corpo, non dall’esterno. Rimasi immobile: non durò più di due-tre minuti, poi più nulla. Non avevo mai provato prima quella sensazione e non l’ho più provata in seguito.