Il nazista & il barbiere

Archivio rassegna stampa

  • 07Set2012

    Marco Loprete - La bottega di Hamlin

    Tra i romanzi dedicati a quell’immane tragedia che è stata l’Olocausto, Il nazista & il barbiere è sicuramente il più spiazzante.

    Scritto nel 1968 da Edgar Hilsenrath, ebreo tedesco che visse sulla propria pelle l’esperienza della deportazione (dal 1941 al 1944 fu prigioniero nel ghetto rumeno di Mogilev-Podoloski assieme alla sua famiglia), inizialmente fu pubblicato solo in America ed in Inghilterra. In Germania, il suo carattere grottesco e provocatorio costò all’opera un’ostracismo editoriale che si concluse solo nel 1977, grazie al successo nel frattempo maturato all’estero e all’intercessione di Heinrich Böll, ammiratore della prosa di Hilsenrath. Ora, a distanza di quasi trent’anni dalla prima edizione targata Mondadori, Il nazista & il barbiere viene riedito dalla Marcos y Marcos, in una traduzione basata sulla versione tedesca dell’opera.
    Protagonista del racconto, Max Shulz, «figlio illegittimo, ma ariano purissimo» di una prostituta, Minna Schulz. L’infanzia e l’adolescenza di Max sono segnate da un patrigno che si diverte a violentarlo sin dalla tenera età di sette mesi. Suo compagno di giochi ed amico fraterno, l’ebreo Itzig Finkelstein. I due sono fisicamente molto diversi: Max, pur essendo ariano, è moro, col naso aquilino e gli occhi da rospo; Itzig, invece, è biondo con gli occhi azzurri. I due si frequentano assiduamente, al punto tale che Max comincia a lavorare nell’elegante salone di barbiere del padre di Itzig (anche il patrigno ha una bottega, sebbene decisamente meno raffinata), frequenta la sinagoga ed apprende la cultura yiddish. L’ascesa al potere di Hitler cambia le carte in tavola: Max aderisce con fervore al progetto politico del futuro Führer. Entra a far parte delle SS e fa carriera come sterminatore nel campo di concentramento di Laubewalde dove, ironia della sorte, ritrova la famiglia Finkelstein, della quale si “occupa” personalmente. Ma il crollo del III Reich è dietro l’angolo e così, nel gennaio del 1945, Shulz ed i suoi camerati sono costretti a battere in ritirata, pressati dall’avanzata dell’Armata Rossa. Sopravvissuto ad un’imboscata dei partigiani, il protagonista trova rifugio in una baracca nella foresta polacca, nella quale vive una vecchia signora che, grazie ad un misterioso intruglio, lo trasforma nel suo schiavo sessuale e lo sottopone ad ogni sorta di sevizia.
    Riuscito a fuggire con il proprio bottino (un sacco pieno di denti d’oro di cui il nostro s’è impossessato abbandonando i suoi commilitoni morti nell’agguato partigiano), Shulz fa ritorno in Germania e, in una Berlino ridotta ad un cumulo di macerie, decide di cambiare identità: d’ora in poi sarà Itzig Finkelstein, scampato per miracolo ad Auschwitz.
    Per rendere più credibile la propria trasformazione, si fa circoncidere e tatuare sul braccio il caratteristico numero che contraddistingueva i deportati. Non solo: Shulz, dopo essersi dedicato al contrabbando nel mercato nero, entra in contatto con un gruppo di ebrei superstiti, diventa un fervente sionista e decide di partire per la Palestina, alla conquista della “terra promessa”. Giunto in Terra Santa apre un salone di barbiere (che, ovviamente, chiama come quello del padre del vero Finkelstein, «L’uomo di mondo»), conducendo un’esistenza tranquilla, fino alla morte naturale.
    Dal riassunto della vicenda paradossale narrata da Il nazista & il barbiere si capisce facilmente come Max Shulz sia uno tra i personaggi più complessi ed affascinanti della letteratura del ‘900, un individuo scisso, la cui parabola esistenziale simboleggia non tanto la banalità del male (anche se Shulz, in effetti, è un esserino mediocre ed insignificante), quanto piuttosto il travaglio storico di un’intera nazione (la Germania) e la frustrazione di tutti i rancorosi e gli oppressi. «Volevo una vittima per ogni ferita, una vittima per ogni derisione, e non m’importava un corno se a ferirmi fosse stato Dio o il mondo. Oggi lo capisco, perché i nodi che avevamo sputato nell’aria fossero ricaduti a caso su vittime innocenti. Non avevamo preso la mira: c’eravamo limitati a sputare». Davanti ai suoi occhi spesso compaiono le immagini delle centinaia di ebrei che ha massacrato nei modi più atroci possibili; in alcuni passaggi del suo diario cerca persino di giustificarsi con l’amico Itzig, dicendo di aver semplicemente «seguito la corrente». Sul finire dell’opera arriva anche a confessare ad un vecchio giudice ebreo la propria reale identità: culmine della beffa, la sua sincerità viene scambiata per la follia di un uomo scampato per miracolo alla più atroce delle morti. Ma quella di Shulz non è una reale ricerca di perdono. Perché egli sa benissimo che per ciò cha ha fatto non può esserci alcuna redenzione. E forse proprio in questo sta la sua punizione: nell’impossibilità di espiare.
    La vita dello sterminatore/vittima Shulz/Finkelstein è raccontata da Hilsenrath con uno stile sobrio, assolutamente anti-retorico, che inocula in un registro fondamentalmente grottesco, dosi di espressionismo e, soprattutto, di freddo e glaciale distacco quando si tratta di descrivere le sevizie cui furono sottoposti gli ebrei nei campi di concentramento.
    Uno dei libri più disturbanti della storia della letteratura. E un capolavoro.

  • 01Mag2010

    Ana Ciurans - BlowUp

    Che dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz, nel gennaio del ’45, sull’olocausto ci fosse poco da scherzare è un fatto indiscutibile. Evitare oltre il danno la beffa era, come minimo, una questione di buon gusto.

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  • 01Mar2010
  • 28Gen2010

    Redazione - Il Fatto quotidiano

    Un libro terribile e insolito. La “banalità del male” raccontata come una favola crudele e provocatoriamente ironica.

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  • 11Gen2010

    Alfredo Ronci - Lankelot

    Edgar Hilsenrath, che ha vissuto personalmente la condizione di ebreo durante il nazismo, le deportazioni, il viaggio apparentemente salvifico in terra di Palestina, ha costruito un personaggio originale ed alienato.

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  • 01Gen2010

    Redazione - Corriere Nazionale

    Il romanzo della ritorsione
    È possibile raccontare lo sterminio degli ebrei in Europa dalla prospettiva di un carnefice?

    L’arianissimo Max Schulyz, aguzzino nel campo di sterminio di Laubwalde in Polonia, a guerra terminata assume l’identità dell’ebreo Itzig Finkelstein,suo amico d’infanzia. Diventa quindi un affermato barbiere, si arricchisce con gli aiuti delle vittime dell’Olocausto e si avvicina al movimento sionista, emigrando in Israele. Da domani in libreria “Il nazista e il barbiere” di Edgar Hilsenrath (ed. Marcos y Marcos). L’originalità del libro non sta tanto nella trama, quanto nel sarcasmo, nella ferma compassione, nella ferocia di certe pagine ( ad esempio, Hitler osservato durante il Discorso della Montagna, con la Bibbia in mano). Un romanzo della ritorsione, mai della conciliazione. Per non dimenticare l’orrore che è stato, che è e sarà.

  • 01Mar2006

    Luigi Forte - Tuttolibri-La Stampa

    Di questo libro di Edgar Hilsenrath, Il nazista e il barbiere, uscito in Germania nel 1976, il premio nobel Heirich Böll disse a suo tempo tutto il bene possibile.

    Il suo autore, ebreo di origine orientale nato a Lipsia nel 1926e fortunosamente scampato allo sterminio, girò il mondo per oltre trent’anni come esiliato e apolide. All’estero i suoi romanzi avevano successo, mentre in patria si esitava a pubblicarlo. Era forse troppo irriverente e mordace, qualcuno diceva amorale. E lui rispondeva: «Se potessi, non scriverei così. Mi sento in colpa per essere sopravvissuto». Contrariamente al balzano e sbandato protagonista del suo romanzo. Max Schulz, ariano di padre ignoto, con naso adunco e occhi da rospo, che pensa a una cosa sola: cancellare la colpa mutando identità. Rileggendo oggi Il nazista e il barbiere è difficile sottrarsi all’impressione di un gioco un po’ ripetitivo, in cui l’umorismo si stempera tra cadenze retoriche e vicende improbabili. Eppure il merito di questo romanzo in prima persona ( come Il tamburo di latta di Güten Grass, a cui Hilsenrath è stato accostato) è proprio quello di tradurre il Male assoluto in una favola grottesca e paradossale, in un apologo da cui trasuda humor noir. Viene in mente «La vita è bella» di Benigni. Ma se di film si deve parlare, allora l’esempio più calzante è «Il grande dittatore» di Chaplin, dove Charlot si sdoppia nel piccolo barbiere ebreo e nel despota di Tomania Adenoid Hynkel. Anche MAx Schultz ha imparato a fare il parrucchiere nel rinomato salone «L’uomo di mondo» dell’ebreo Chaim Finkelstein, padre di quell’Itzig nato un paio di minuti dopo di lui, di cui per anni sarà grande amico. Ci pensa il nazismo a dividerli. L’ariano purosangue fa carriera nelle SS e diventa uno sterminatore, l’ebreo segue con la propria famiglia il destino di milioni di correligionari. E, guarda caso, finisce proprio nel lager di MAx, non più il vecchio amico né il garzone di bottega, ma un nazista sanguinario. I Finkelstein scompaiono nel nulla e il giovane Schulz, a guerra persa, riflette su una nuova identità. E allora perché non prendere quella di Itzig?
    Hilsenrath accompagna il suo eroe tra i rigori dell’inverno polacco, in una Berlino fatiscente, dove fa fortuna col mercato nero, e poi oltre verso la Palestina. E lo trasforma in un picaro su uno sfondo quasi surreale, in cui la Fantasia annienta la Storia generando figure grottesche come la vecchia megera Veronja, vampiro femmina con inclinazioni sadomaso, e l’enorme claudicante Frau Holle (un reperto dei fratelli Grimm)per non parlare di Kriemhild, contessa di Honhenhausen, l’amante che lo deruba di tutti i quattrini accumulati con i denti d’oro delle vittime del lager venduti al mercato nero. Tanto generoso Kitsch non cancella l’idea di fondo: il tema della responsabilità e della colpa, a cui migliaia di carnefici si sono sottratti. E l’ambiguità, la doppiezza che ha dominato tale scenario.
    Hilsenrath delinea, forse in modo un po’ stravagante, la nascita dello Stato di Istraele, mentre immerge l’ariano Schulz dentro una realtà che lentamente dovrebbe aprirgli il cuore. Max è ormai un vero Itzig: tiene discorsi religiosi, combatte per Israele, s’avvicina al sionismo. È un eroe del popolo, il nuovo Chaim Finkelstein che riapre il vecchio salone «L’uomo di mondo». Chi potrebbe mai credere che quel barbiere è stato un aguzzino? Nemmeno il giudice Richter a cui lo confessa. Max Schulz è scomparso, lo dicono anche i giornali, e solo Dio sarà in grado di riconoscerlo e punirlo. La satira è pungente, la storia un po’ bislacca, anche se raccontata con sognante fantasia.