Il minotauro

Archivio rassegna stampa

  • 01Lug2012

    Valentina Colucceli - Speechless Magazine

    Questa breve ma intensa opera di Dürrenmatt ha una tale potenza lirica e semantica da lasciare, nel momento del commiato, la mente indaffarata a rincorrere collegamenti, interpretazioni e reminiscenze di tipo storico, filosofico e mitopoietico, e l’anima in subbuglio, perché confusa e al contempo illuminata dalla poesia di ogni singolo brano e ferita dalla verità che il racconto vuole rivelare e dal suo tragico finale – se pur già le fosse noto e, quindi, non potesse che essere atteso.

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  • 17Apr2012

    Redazione - themadjack.com

    La domanda che viene spontanea, dopo la lettura de Il Minotauro di Friedrich Dürrenmatt, è la seguente: qual è veramente il mostro, il Minotauro, lo sfortunato figlio di Minosse e Pasifae, oppure il Labirinto, l’incredibile opera di Dedalo?
    Ambedue sono prodotti umani.
    Il Minotauro, forse generato da Pasifae dopo l’incontro con il toro bianco di Poseidone, lo stesso che in seguito fu catturato da Ercole e prese il nome di Toro di Maratona, o soltanto figlio sfortunato e deforme di Minosse e Pasifae.

    Il Labirinto, costruzione enorme e complessa, di cui nessuno conosceva davvero i percorsi che Dürrenmatt immagina rivestito di specchi.
    Il labirinto custodisce il segreto del Minotauro, ma al tempo stesso racchiude il segreto della propria percorribilità, è il luogo delle biforcazioni, delle scelte e dell’andare senza la certezza del ritorno; metafora inquietante dell’impossibilità di percorrere appieno il sentiero della vita, paradigma della certezza di perdersi.
    In un punto qualsiasi di questo monstrum architettonico abita il Minotauro e, grazie agli specchi che rivestono le pareti, egli è convinto di non essere solo ma accompagnato da una moltitudine di simili, così come sembra, guardando i riflessi sulle pareti che lo circondano.
    Il Minotauro danza e gli specchi replicano danza e movimenti, in un’esplosione frenetica di gesti e colori.
    In questa rappresentazione Dürrenmatt è di un platonismo interiore, le ombre, nella caverna degli specchi, non vengono dall’esterno ma direttamente dalla dimensione emozionale del povero Minotauro.  Sono ombre e luci interiori che manifestano una forma primitiva di espressione, ombre ripetute e replicate.
    E’ anche per questa ragione che il Minotauro confuso, per certi versi affascinato dalla ripetizione, non coglie la differenza e quando se ne accorge è troppo tardi.
    L’ombra diversa che avanza con fare amichevole altro non è che Teseo, il suo assassino.
    C’è comunque nella storia un altro finale, forse più probabile.
    Il mostro non è il Minotauro che non esiste, è invece il labirinto. Percorrendo i corridoi intricati e sconvolti viene da chiedersi perché esista una costruzione del genere, o meglio degenere, e perché per costruirla qualcuno abbia avuto il bisogno di inventare il Minotauro.
    Ogni tentativo di rispondere a questa domanda, o di risolvere l’enigma con il solo aiuto del nostro pensiero, viene impedito dalla vista della nostra immagine riflessa e replicata all’infinito sulle pareti.
    Viene un dubbio legittimo.
    E se il nemico che stiamo cercando fossimo proprio noi stessi?
    Friedrich Dürrenmatt nasce a Konolfingen nel 1921, muore a Neuchâtel nel dicembre del 1990 è uno scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. Il Minotauro, pubblicato in Italia per i tipi di Marcos y Marcos, contiene anche una serie di disegni dell’Autore.

  • 01Gen2012

    Umberto Gandini - Mangialibri.com

    Lo avevano confinato in un labirinto di specchi dove ogni parete moltiplicava il suo riflesso e non sapeva di essere solo. Ovunque si girasse vedeva un’infinità di creature come lui, che facevano le medesime cose che faceva lui. Si accovacciava e loro si accovacciavano, balzava in piedi e loro balzavano, salutava e loro agitavano la mano. Invischiato nell’infinità del doppio, pensava di vivere in mezzo a tanti esseri che gli erano gemelli. Così danzava e faceva capriole e tutti quei se stesso lo imitavano ballando e capriolando.

    Finché fra le immagini ne scorse una diversa, che aveva lunghi capelli neri e lo sguardo spaurito. Fissava la sua testa possente ricoperta di lanugine, le corte corna e sotto al cranio bestiale il poderoso corpo umano. Lui la inseguì, la raggiunse e muggì di piacere quando la prese, non sapendo di ammazzarla. Vennero altri giovani e lui era felice di essere con loro. Ma quando uno lo ferì, capì che non lo amavano. Incornò, scagliò in aria, calpestò, infierì. E dopo aver scoperto l’odio, il furore, il desiderio di vendetta, il dolore, scoprì anche la solitudine. Sognò di essere diverso, accettato, accolto, e sognando si addormentò. Fu allora che il Minotauro fu tradito…
    Abbiamo sempre letto il mito del Minotauro come apologo della brutalità mostruosa sconfitta dall’astuzia di Arianna e dall’eroismo di Teseo. Friedrich Dürrenmatt rovescia il punto di vista: e se l’essere metà uomo e metà toro non fosse un mostro? Nato dalla bizzarra attrazione scatenata da uno smagliante bovino in Pasifae, figlia del dio Sole e sorella della maga Circe, il Minotauro è rinchiuso dal patrigno Minosse nel labirinto costruito per lui da Dedalo (da cui la metonimia). Quindi, viene incarcerato per un peccato non commesso dal momento che non lo si può ritenere responsabile dell’insana passione adulterina all’origine del suo concepimento. Ignaro della propria segregazione, confuso dagli specchi che gli fanno credere di essere fra una moltitudine di minotauri, è appagato di vivere i suoi giorni sempre uguali fra illusori individui tutti uguali. Solamente quando la rabbia gli fa mandare in frantumi le superfici di vetro che lo circondano intuisce di essere emarginato, respinto, abbandonato. Infrangere lo specchio è il primo passo verso un’amara autocoscienza. Alla comparsa di Teseo, che si è mascherato da minotauro per imbrogliarlo, torna il conforto di non sentirsi escluso. Non è più l’unico, non è più “soltanto il suo Io, ma anche un Tu”. È di nuovo la gioia, e la gioia si fa danza. Il Minotauro “danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione”. Proprio mentre è tanto euforico e indifeso si svela il nuovo scherno. Teseo gli infligge il colpo fatale e con la piena consapevolezza di sé e dell’altro arriva la morte. Forte e invincibile nel fisico, il Minotauro mostra la sua innocente vulnerabilità nell’incapacità di riconoscere la falsità. A ucciderlo non è il coraggio ma l’inganno. In questo breve racconto, illustrato con i suoi disegni e introdotto dalla sua prefazione, Dürrenmatt utilizza il labirinto come simbolo del mondo infido e spietato in cui siamo intrappolati, mondo che altrove ha definito come “una polveriera in cui non è vietato fumare”. Le parole descrivono minuziosamente l’alternarsi di azioni ed emozioni e il trasmutare in emozione dell’azione. La prosa lirica, solenne, iterativa, oltrepassa il confine che la separa dalla poesia suscitando l’inutile speranza che l’epilogo già noto possa cambiare, che il Minotauro venga risparmiato. Perché quel mostro che sconta senza colpa un’esistenza prigioniera per un volere divino simile alla beffa, quel mostro in fondo siamo noi.

  • 22Lug2010

    Roberto Giungato - libriconsigliati.it

    “Il minotauro” di Friedrich Dürrenmatt è una formidabile rivisitazione del mito dell’uomo-toro (o del re-toro) rinchiuso e intrappolato nel labirinto costruito da Dedalo per ordine del re Minosse di Creta. Nella versione di Dürrenmatt il labirinto è ricolmo di specchi che all’infinito replicano l’immagine del minotauro e delle figure umane con le quali entra in contatto: una rappresentazione dalla devastante forza simbolica.

    Il minotauro, nato dall’accoppiamento fra Pasifae, moglie di Minosse, e un toro bianco donato a quest’ultimo dal dio Poseidone, è essere mostruso dannato per sua natura, diviso, duplice, in perenne conflitto fra violenza bestiale e ragione, prerogativa umana. Il mito, in Dürrenmatt, diviene consapevolezza dell’impossibilità, dell’incolmabile distanza che separa l’uomo dalla vera conoscenza, e ancora l’uomo dall’alter, dal diverso da sé. Siamo di fronte, in sostanza, a una lucidissima interpretazione del mito in chiave esistenzialista. Il minotauro non è altro che vittima, figura meritevole di compassione e per sua natura estranea al peccato: come potrebbe, d’altronde, essere giudicato colpevole della gioia che lo pervade alla visione d’un corpo di donna che danza fra gli specchi assieme a lui, che si allontana e torna ad accostarsi, corpo che istintivamente l’essere mostruoso desidera e possiede, incapace di bilanciare la furia e comprendere il dolore inflitto?
    “Dopo lunghi anni d’un sonno confuso” l’essere per metà uomo e per metà uro si ritrova di fronte all’immagine di sé replicata dall’infinito numero di pareti di specchi e si convince infine d’essere circondato da suoi simili, un minotauro fra minotauri: danza di gioia allora, “per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzo come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini”. Il Minotauro crede d’essere giunto finalmente alla verità, alla conoscenza della sua natura e della sua condizione, illusoriamente circondato da simili e sentendosi simile a un “dio dei Minotauri”. Questo improbabile equilibrio viene frantumato dall’incontro con l’altro, con la donna e con l’uomo, difformi ed estranei. E nello scontro con una natura differente dalla propria il mostro è persino animato da tensione positiva, dalla gioia d’apprendere che il mondo non è popolato solo da minotauri, ma dalla donna e da un essere del tutto simile alla donna, ma che donna non è.
    Da questo momento in avanti ci scopriamo solidali, partecipi della tragedia del mostro, incapace di reagire (è sprovvisto delle capacità propriamente umane, della capacità di discernere fra Bene e Male, realtà e inganno) poiché in lui albergano tenui barlumi di ragione e purezza animale. Nulla potrà il minotauro quindi contro l’astuzia di Teseo, che mascherato anch’egli da minotauro lo saprà avvicinare e ingannare, e colpire a morte mentre l’essere per metà uomo e per metà uro gli si getta fra le braccia, convinto d’aver trovato un amico, un essere simile a lui.

  • 15Gen2009

    Redazione - migalhasliterarias.blogspot.it

    Questo libro mi è capitato fra le mani per caso mentre rovistavo tra gli scaffali semivuoti – svigoriti dalle razzie natalizie– di Feltrinelli, qualche giorno fa. In realtà ammetto che stavo sbirciando il commesso bello che andava avanti e indietro dispensando consigli con la sua voce felpata e il suo naso prorompente. In un attimo in cui lui si è avventurato pericolosamente nella mia direzione, ho affondato il naso nel primo libro sottomano.

    Che era questo.
    Le edizioni Marcos y Marcos hanno il pregio di fare dei risvolti di copertina davvero accattivanti (maledetti ammaliatori) che a volte – solo a volte – non sono all’altezza del resto del libro. Il risvolto stavolta era così:
    “Lui danzò la sua deformità,
    lei danzò la sua bellezza,
    lui danzò la gioia di averla trovata,
    lei danzò la paura di essere stata trovata,
    lui danzò la sua liberazione,
    lei danzò il suo destino,
    lui danzò la sua smania,
    e lei danzò la sua curiosità…”
    Come resistere?!
    È un libriccino che si legge velocissimamente anche nel corso di un pasto solitario (74 pagine con testo a fronte in tedesco e illustrazioni dell’autore). Bel rovesciamento del mito del Minotauro che nella versione di Dürrenmatt si trova in un labirinto di specchi alle prese con la sua immagine e coi mille riflessi di se stesso. Si trasforma così in metafora del genere umano, metafora dell’anormalità, del rapporto con se stessi e col cosiddetto “altro da sé”, in un susseguirsi di vicende che hanno a che fare con lui, con Teseo e con Arianna… è in gioco l’essere con la sua ombra e il suo accettarsi-non accettarsi-non capire… Questo drammatico racconto che in realtà si apre a qualsiasi genere di interpretazione filosofica, finisce presto e male.
    Ci lascia un po’ spaesati e naturalmente schierati dalla parte del Minotaurus.

  • 05Ott2006

    Redazione - Lankelot.eu

    Il breve racconto “Il minotauro”, composto nel 1985, è la storia di un insolito ricercatore della verità, in un mondo costruito perché fosse ingannevole e mendace. L’eroe eponimo dell’opera acquista progressivamente consapevolezza della propria condizione di recluso per via dell’apparizione confusa e contrastata dapprima, e infine accertata – ma ancora mascherata – dell’alterità: tutto il racconto si sviluppa nella linea della ricerca della definizione dell’alterità, utile a permettere al minotauro di comprendere la propria identità e la verità sul suo stato.

    Il minotauro, figlio di Pasifae, nata dal Dio Sole, vive prigioniero nel labirinto costruito da Dedalo. Le pareti del labirinto sono di vetro: e così, ad ogni momento, la creatura ha di fronte a sé le immagini delle sue immagini. Non può avere consapevolezza di dove si trovi, né di cosa possano volere quelle creature accovacciate attorno a sé: vive un’esistenza totalmente artificiosa, ed è in una condizione talmente primitiva da essere incapace di indagare la natura della sua realtà. Sa solamente che tutto quel che egli fa viene replicato da quelle che gli appaiono come altre creature: se salta, le immagini saltano, se si rannicchia, esse si rannicchiano, e così via. Allora il minotauro pensa d’essere una creatura circondata da creature eguali: prova a salutarle, e subito, al suo sguardo, risulta che esse rispondano con lo stesso gesto. Il minotauro si avvicina allo specchio: ne tocca la superficie, e subito le immagini si spostano.
    Ha inizio una sorta di danza: fin quando, all’improvviso, riconosce tra le immagini una creatura che non danza e non ubbidisce meccanicamente ai suoi cenni. Una fanciulla, impaurita, sta osservando la sua danza. Il minotauro comprende che esistano altre forme di vita, oltre ai “minotauri” che ritiene suoi simili. Prova ad inseguire la ragazza nel labirinto: lei fugge invano. Non appena il minotauro la raggiunge, sfiorandola crede d’avere la prova d’essere vissuto tra creature di vetro, e non di carne come lui: dominato dal desiderio, possiede la fanciulla e involontariamente la ferisce a morte.
    Per l’ennesima volta, ogni sua azione viene ripetuta dagli specchi. Il minotauro si sente solo: dorme, e sogna la fanciulla appena amata. Giunge allora un uomo avvolto da un mantello, una spada cinta al suo fianco: colpisce a tradimento il minotauro, crede d’averlo ucciso, e subito si rivelano alla luce sei giovani uomini e sei giovani donne che si dispongono in cerchio attorno alla creatura. Sono i fanciulli destinati al sacrificio. Il minotauro si rianima: cattura una delle donne, poco a poco aggredisce ognuno dei dodici giovani inermi, e lotta con gli avvoltoi mentre li dilania, impegnato in una sorta di nuova, disperata danza. Gli specchi continuano ad ossessionarlo: la creatura attacca la sua stessa immagine, distruggendo le pareti di vetro: così intuisce l’esistenza di un solo Minotauro, escluso e rinchiuso nel labirinto, costretto a vivere senza conoscere simili. La sua esistenza è rifiutata dagli uomini.
    Il minotauro s’addormenta: sogna, e mentre sogna, disperato per la sua sorte, appare Arianna, col gomitolo di lana tra le dita.
    La creatura si risveglia: alle spalle di Arianna, intravede quello che sembra un secondo minotauro; altri non è che Teseo mascherato. Il minotauro danza, incredulo per la felicità. Esistono dunque suoi simili, non è destinato all’isolamento. In quel momento, mentre s’avvicina indifeso, Teseo lo colpisce e lo uccide; quindi, egli si leva la maschera, riavvolge il filo rosso di lana e si allontana dal labirinto.
    Mi sembra che si possano segnalare differenti momenti essenziali nella lettura dell’opera: la prima attestazione dell’alterità, l’immagine riflessa negli specchi, è ingannevole ed artificiosa e tuttavia il minotauro non è in grado di chiarirne la natura perché non ha memoria di altre tipologie di alterità. Fino all’apparizione di una creatura che non risponde perfettamente e sincronicamente ai suoi movimenti, non può che essere persuaso che i suoi simili siano sempre identici  e sempre vitrei: e dunque, la percezione sensoriale della nuova creatura è rivelatrice del primo inganno. Possono esistere creature di carne, come lui, e non solamente creature di vetro: non ancora, però, il minotauro è in grado di demistificare la realtà. Sarà necessario il furore della nuova carneficina per spingersi sino a colpire le immagini delle creature di vetro: una volta infranti gli specchi, il minotauro comprende di essere solo.
    Il paradosso del racconto risiede probabilmente proprio in questo passo: una volta rivelata la verità a proposito della propria realtà e dell’assenza dell’alterità, di fronte al minotauro si parerà Teseo mascherato. Creatura di carne, come lui, e dall’aspetto simile alla proiezione apparsa negli specchi.
    La debolezza del minotauro è dunque nell’incapacità di riconoscere l’inganno: inutile infrangere gli specchi se basta una nuova e più complessa parvenza illusoria a restituirgli la convinzione dell’esistenza di un simile. Il minotauro cade così vittima d’ogni inganno.
    La funzione dell’alterità, in questo racconto, è duplice e ambigua: se dapprima l’apparizione dei fanciulli nel labirinto contribuisce a svelare al minotauro la fittizia natura delle immagini proiettate sulle pareti, in seguito sarà proprio l’apparizione d’una alterità in tutto simile alle stesse immagini appena demistificate a ucciderlo. E dunque l’inganno del labirinto fallisce, smentito dalla presenza degli uomini, ma non fallisce l’inganno dell’uomo mascherato da minotauro.
    Registriamo allora l’ennesima, ormai topica attestazione degli specchi come oggetti atti almeno a discutere la natura della propria identità e l’ennesima attestazione dell’alterità come fulcro per la decifrazione della propria natura e del proprio ruolo. Emblematica, per la perfetta riuscita dell’inganno, la povera memoria del minotauro: essendo sempre vissuto nell’oscurità e nell’isolamento, è più vulnerabile alle strategie di menzogna di un altro individuo, poiché mai ha potuto incontrare o affrontare menzogne o inganni.
    E così, appena intravide l’altro minotauro…
    “Il minotauro proruppe in un urlo, anche se fu più un mugghio che un urlo, un ululato prolungato, un muggito, un grido di gioia per non essere più l’unico, il contemporaneamente escluso e rinchiuso, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza della vicinanza, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzò il tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso di pareti e specchi nella terra, danzò l’amicizia tra animali, uomini e dei”: e fu ucciso.