Il medico, la moglie, l’amante

Archivio rassegna stampa

  • 13Dic2015

    Giovanni Maccari - Alias

    Struggenti minimi e purezza di Cechov

    È uscita di recente in una nuova collana di biografie di Marcos y Marcos una vita di Cechov scritta da Fausto Malcovati: Il medico, la moglie, l’amante (pp. 224, € 15,00). Malcovati è un russista autorevole, ma qui si tiene alla larga dal recinto accademico e scrive un libro agile, ‘raccontato’, in dieci brevi capitoli senza note né rimandi bibliografici.

    Leggi l’articolo completo

  • 02Dic2015

    Ivonne Rossomando - sulromanzo.it

    Anton Čechov, uno scrittore che ha occhi e orecchie

    È dedicato ad Anton Čechov il libro di Fausto Malcovati, Il medico, la moglie, l’amante, edito da Marcos y Marcos, nella nuova collana diretta da Paolo Nori. Fausto Malcovati, biografo di Stanislavskij, offre al lettore la sua ampia conoscenza della letteratura, del teatro e del cinema russo, dimostrandosi lo scrittore ideale per “illuminarci” sulla vita e le opere di Čechov come se si trattasse di un suo amico di sempre, descrivendone la grandezza e le peculiarità, un autore che «non ha nulla di strano, è semplicemente uno scrittore anomalo rispetto al mondo in cui vive».

    La narrazione parte da una cittadina sul Mar D’Azov, Tangarog, dove il 17 giugno 1860 nasce Anton Pavlovic Čechov, una città pigra, sonnolenta, sporca, in cui «il piccolo Čechov scruta il porto dalle finestre del primo piano e gioca con coetanei che parlano le lingue più disparate». Nipote di un talentuoso servo della gleba Egor, con un padre droghiere severo e perseguitato dai debiti, Čechov s’iscrive e si laurea in medicina, iniziando così la sua strana avventura umana, divisa tra l’amore per il mestiere di medico e il lavoro di scrittore che inizialmente ha fatto solo per sopravvivere (un suo racconto gli veniva pagato cinque copechi, il corrispettivo di un pezzo di pane). «Ho una moglie legittima, la medicina e un’amante, la letteratura: quando sono stanco della prima, mi rifugio dalla seconda, ma non ho nessuna intenzione di divorziare».

    Quella del medico è per lui una passione irrinunciabile, visita soprattutto contadini e vecchi malati da cui non si fa pagare, raccoglie fondi per chi non ha neppure da mangiare e contemporaneamente scrive centinaia di racconti con lo pseudonimo di Čechonte. Si tratta di “raccontini” cui non dà importanza finché una lettera di Dmitrij Grigorovič gli cambia la vita. Fu proprio questo scrittore russo a cogliere in un racconto di Čechov del vero talento, suggerendogli la via per diventare scrittore: «smettete di scrivere in fretta […] lavorate con calma, con precisione, scrivete con raccoglimento e concentrazione». Da quel momento Čechov moltiplica il suo impegno, sentendosi riconosciuto come vero scrittore.

    La professione di medico lo aiuta a essere vicino a quei personaggi che descriverà nelle sue novelle «in cui si ride poco e resta sempre un grande amaro in bocca»; dei suoi protagonisti osserva le inquietudini e le insoddisfazioni, senza mai intervenire con soluzioni “salvifiche”.

    Quando arriverà a San Pietroburgo, Čechov incontrerà l’editore Suvorin che gli offrirà la sua amicizia e condizioni molto più favorevoli per scrivere. Un sodalizio che durerà quattordici anni e sarà interrotto a causa dell’Affare Dreyfus, in cui Čechov, a differenza dell’amico, si esporrà per difendere l’ufficiale francese ingiustamente accusato.

    Sarà una delle poche volte che lo scrittore russo prenderà una posizione netta, in controtendenza. Ogni volta che gli era stato chiesto di schierarsi anche politicamente, Čechov aveva contrapposto il suo: «io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista… vorrei essere un libero artista, nient’altro».

    Ma anche scrivere gli costa: «per scrivere ho perso la nozione del tempo, do i numeri, sto diventando psicopatico, sono totalmente esaurito». Ormai i suoi racconti hanno un ritmo particolare e anche se sono incentrati su personaggi minori come il bambino Egornška (nel racconto Il Viaggio) o un cagnolino (in Kaštanka), lui usa la penna con estrema libertà, con un linguaggio parlato straordinario, lasciando perdere canoni e norme. Vuole essere uno scrittore che racconta quello che vuole e come vuole, senza dichiarazioni d’intenti, perché lui è soprattutto «uno scrittore che ha occhi e orecchie». Ecco perché Virginia Woolf dirà che Čechov «ha una melodia tutta sua, inconsueta» e Majakovskij lo definirà «il re della parola, quella parola che genera l’idea, non già l’idea la parola».

    In Čechov «ci sono gli uomini, ci siamo noi», con la sua semplicità il suo essere sempre tra le righe, diverte e si diverte, senza perdere mai il controllo e una sottile ironia («la morte è la ricerca di un senso, che qualche volta non si trova, ma si muore lo stesso!»).

    Con lo stesso controllo descriverà nel 1890 il suo viaggio in Siberia, all’Isola di Sachalin. È già malato di tubercolosi, ma non si sottrae a un viaggio spaventoso per la distanza, il clima e la condizione terrificante di coloro che sono rinchiusi in quella prigione zarista. È un reportage in cui convivono statistiche e sofferenze umane inenarrabili. Lo scrittore e il medico guardano, ascoltano, assistono alle punizioni più efferate, ma il tono non è mai esasperato o ossessivo, la prosa sintetica e asciutta. Forse per dimenticare quell’esperienza Čechov si stabilirà a Melichovo, in una casa piena di alberi e di fiori, tanto da lui amati, qui scriverà alcuni dei suoi drammi teatrali indimenticabili come Il gabbiano e Zio Vanja. Sarà proprio il fiasco della prima rappresentazione de Il gabbiano, fiasco che lo ferirà crudelmente, a fargli incontrare la donna della sua vita: l’attrice Olga Knipper. La loro storia d’amore durerà solo cinque anni tra separazioni, nostalgie, rimpianti, mentre scrive Il giardino dei ciliegi, emblema di un mondo che scompare per fare posto a chi quel giardino lo abbatterà, perché «in una società dove regna il profitto, non c’è salvezza per i giardini, perché chi ha i soldi per comprarli non ha la cultura per conservarli. La bellezza non rende, non ha dividendi».

    Grazie a Malcovati e al suo libro Il medico, la moglie, l’amante abbiamo riscoperto un Čechov diverso, non solo grandissimo autore, ma uomo straordinariamente attuale. Ora non ci resta che aspettare l’arrivo di un suo erede.

  • 20Nov2015

    Rossella Lo Faro - Youbookers.it

    L’autunno ha portato in casa Marcos y Marcos una nuova, promettente collana diretta da Paolo Nori: Il mondo è pieno di gente strana, ispirata a sua volta da una celebre collana russa ideata da Gor’kij, dal titolo Vite di uomini illustri, che raccoglieva una serie di biografie redatte da scrittori del calibro di Bulgakov (che si occupò di Molière), o Šklovskij (che ripercorse le tappe della vita di Tolstoj).

    Marcos y Marcos s’inserisce nel solco di questa tradizione, proponendo originali romanzi biografici redatti da scrittori italiani contemporanei: i primi due volumi sono stati già pubblicati, e si tratta di Sono socievole fino all’eccesso (vita di Montaigne), di Ugo Cornia, e Il medico, la moglie, l’amante (come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura) di Fausto Malcovati.
    In generale faccio una vita triste e in certi momenti comincio a odiare, cosa che prima non mi succedeva. Conversazioni lunghe e sciocche, visite, postulanti, miseri guadagni di uno, due rubli, insomma una baraonda che fa venir voglia di scappare di casa. Mi chiedono soldi e non me li restituiscono, mi portan via libri, mi fanno perder tempo… Mi manca solo un amore infelice.
    Il Čechov descritto da Malcovati è una personalità complessa ma autoironica, spesso al di sopra delle righe per le scelte operate al di fuori della sensibilità del suo tempo, era una persona fedele e tormentata, dall’animo sensibile e con un raziocinio invidiabile.
    Nel 1884 si laurea in Medicina e pubblica la sua prima raccolta di racconti. Ripete spesso che “Ho una moglie legittima, la medicina, e un’amante, la letteratura: quando sono stanco della prima, mi rifugio dalla seconda, ma non ho nessuna intenzione di divorziare”. Ama la sua professione al punto di esercitarla fino agli ultimi giorni della sua vita, prodigandosi senza sosta anche in situazioni estreme, come carestie, epidemie, mettendo a repentaglio la sua stessa, fragile salute.
    Essere medico d’altronde non solo è parte costitutiva della sua identità, ma lo aiuta anche nel processo di scrittura, perché gli insegna che tutto comincia da una corretta diagnosi, una fase fondamentale per intuire la giusta terapia. È per questo che prima di scrivere raccoglie dati, accerta situazioni, ascolta gente, registra ogni minimo avvenimento che possa aiutarlo nella stesura. In una breve autobiografia , d’altronde, si rende conto dell’affinità tra la scrittura e la medicina, infatti scrive:
    La pratica delle scienze mediche, ne sono convinto, ha avuto un profondo influsso sulla mia attività letteraria, ha notevolmente allargato il campo delle mie osservazioni, mi ha arricchito di cognizioni il cui vero pregio può comprendere solo chi è medico a sua volta. Nell’arte, le convenzioni non permettono sempre una piena adesione ai dati scientifici: non si può descrivere o rappresentare sulla scena una morte per veleno così com’essa avviene realmente. Ma l’adesione ai dati scientifici deve farsi sentire, cioè bisogna che il lettore o lo spettatore capiscano che lo scrittore, al di là delle convenzioni alle quali è obbligato, ha una reale competenza in materia.
    Čechov è dunque un medico che per arrotondare lo stipendio pubblica racconti sui giornali, spesso nemmeno firmati col suo nome. È un uomo che inizialmente non crede nel suo potenziale artistico e che preferisce non scommettere sulla sua scrittura.
    Se è vero che posseggo un dono che va rispettato, confesso che fino ad oggi non l’ho fatto. Sentivo di possederlo, ma ero abituato a considerarlo cosa di poco conto.
    Nel 1886, tuttavia, il corso della sua vita prende un’altra direzione: diventa finalmente consapevole della sua arte, grazie alla lettera di Grigorovič, venerato romanziere che gli dimostra con grande affetto un’alta stima, decisamente non di circostanza.
    Ed è così che Čechov si dedica al sacro fuoco dell’arte, riducendo la frequenza delle pubblicazioni, concentrandosi su un racconto alla volta, finché non decide di dedicarsi alla sua più grande passione, che rivoluzionerà dall’interno e per cui passerà alla storia: il teatro, che lo illuderà e gli spezzerà il cuore quando alla prima del Gabbiano si diffonderanno pesanti critiche che non comprendono la portata innovativa del suo lavoro, ma gli concederà di conoscere anche il grande amore della vita, Ol’ga, che lo ama da lontano – dalla fredda Mosca, mentre lui è costretto a soggiornare nella più mite Germania, in cerca di cure per la sua tubercolosi.
    Con un procedere prosastico che non scade mai nell’elogio vuoto, Malcovati ci accompagna nella – quasi – sterminata produzione cecoviana di racconti, narrando le linee fondamentali di ogni trama e regalando brevissime, quanto lucide e pertinenti, annotazioni di critica stilistica, senza mai annoiare.
    Ben lontana da esercizi di stile fini a sé stessi, questa biografia ha il pregio di non trasformare la vita di Čechov in mera aneddotica, uscendo quindi dai confini tracciati dal suo stesso genere e esprimendosi con nitore in un linguaggio piano e rivolto alla ri-costruzione non di un personaggio, bensì di una persona alle prese con i propri estri e i propri limiti.
    Čechov, dopotutto, era consapevole della futilità dei lustrini e Malcovati gli rende giustizia, dipingendolo come un tipo non esattamente da salotti mondani, ma aspirante alla comunione totale con un’arte che, nuda e cruda, lo rendesse finalmente libero:
    Io rappresento la vita così com’è, punto e basta. […] Non ho scopi immediati né lontani, non ho concezioni politiche, non credo nella rivoluzione, non ho un dio, non temo i fantasmi, la morte, la cecità. […] Ho paura di quelli che cercano di scoprire una tendenza tra le mie righe, di quelli che vogliono vedere in me un liberale o un conservatore. Io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono un progressista, non sono un monaco, non sono un indifferente. Vorrei essere un libero artista, nient’altro […]. Il mio sancta sanctorum è il corpo umano, la salute, l’intelletto, l’ingegno, l’ispirazione, l’amore, la libertà più assoluta da ogni forma di menzogna e violenza, sotto qualunque aspetto si manifestino.

  • 13Nov2015

    Giorgio Vasta - Il Venerdì di Repubblica

    Checov tradì la medicina per curare ogni dettaglio

    Il genio russo riletto dal suo maggiore esperto italiano. Vita, amori, mestieri e “diagnosi” per catturare il reale. E magari fondare un’etica diversa.

    Leggi l’articolo completo

  • 11Ott2015

    Redazione - Minimaetmoralia.it

    Pubblichiamo un estratto da “Il medico, la moglie, l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura“, scritto da Fausto Malcovati e pubblicato da marcos y marcos, che ringraziamo.

    di Fausto Malcovati

    Nella piccola dipendenza che ha fatto costruire per sé, l’autunno del 1895 Čechov lavora a uno dei suoi racconti più complessi e battaglieri, La casa col mezzanino: un tenero amore sullo sfondo di accese polemiche sull’inutilità di scuole e biblioteche per i contadini estenuati dal lavoro.

    Ogni tanto si distrae, gli viene in mente un soggetto per il teatro. “Figuratevi”, scrive a Suvorin “sto scrivendo un testo teatrale, sarà pronto non prima di novembre. Scrivo con gusto, anche se mando all’aria tutte le buone regole. È una commedia, ci sono tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore”.

    Il 14 novembre annuncia il titolo: Čajka, Il gabbiano (in russo, attenzione, è sostantivo femminile, dunque l’identificazione con la protagonista è diretta). Come al solito non è contento, cambia, corregge, accumula varianti, intreccia invenzione a episodi e personaggi presi dal vero, parla del mestiere di scrittore mettendosi in gioco con spietata lucidità, dice tutto quello che pensa (di male) sul teatro contemporaneo, protesta contro la soporifera routine dei suoi colleghi, invoca a gran voce un rinnovamento a cui vorrebbe ispirare il suo testo, sapendo di non riuscirci.

    “L’ho cominciato” dice “con un tempo forte, l’ho finito, contro ogni regola, con un pianissimo. Nel complesso sono più insoddisfatto che soddisfatto. Leggendolo, mi convinco una volta di più che non sono un drammaturgo”.

    La storia è molto semplice. Siamo nella tenuta di campagna di due fratelli, Pëtr Sorin, magistrato in pensione pieno di acciacchi, e Irina Arkadina, celebre attrice, bella donna, elegante, superficiale, gelosa, avara, che convive con Boris Trigorin, mediocre scrittore di successo. L’Arkadina ha un figlio ventenne, Kostja Treplev, che non si sente amato dalla madre: aspirante drammaturgo, disprezza il tipo di teatro routinier da lei interpretato, sogna “forme nuove e se non ce ne sono, allora meglio niente”. Ha scritto un monologo sul futuro dell’umanità, prolisso, confuso, pieno di simboli decadenti: lo mette in scena nel giardino di casa, di fronte a un ristretto pubblico di ospiti della tenuta. A interpretarlo è Nina, una vicina di cui è innamorato. La madre critica il testo: Treplev, offeso, interrompe lo spettacolo. Nina vorrebbe fare l’attrice: infatuata di Trigorin, pronto a sedurla nonostante il suo legame on la Arkadina, decide di fuggire a Mosca per unirsi all’amante e cominiciare la sua carriera artistica.

    Dopo un iniziale successo, Nina non riesce a ‘sfondare’. Abbandonata da Trigorin, da cui ha avuto un figlio morto dopo pochi mesi, rifiutata dagli impresari, accetta modeste scritture in provincia. Un giorno, dopo tre anni di assenza, ritorna, durante una tournée, nella villa dove vive Treplev, diventato intanto scrittore affermato, anche se insoddisfatto di sé. Nel loro ultimo incontro Treplev, ancora innamorato di lei, la scongiura di non partire, di rimanere con lui. Nina rifiuta: si sente simile ai liberi gabbiani che volteggiano sul lago di fronte alla villa, crede nel suo mestiere, ne accetta tutte le dolorose, umilianti fatiche, e riparte.

    “Nel nostro mestiere, Kostja, che sia recitare o scrivere fa lo stesso, l’importante non è la gloria, il successo, ma saper sopportare. Sappi portare la tua croce e abbi fede. Io ho fede, questo mi allevia il dolore, e quando penso alla mia missione non ho più paura della vita”. Treplev, abbandonato da Nina, disperato, si spara un colpo di rivoltella.

    Il testo, finito ai primi di dicembre, deve passare al vaglio della censura. Se ne occupa a Pietroburgo l’amico Ignatij Potapenko, con la supervisione di Suvorin. Non dovrebbero esserci problemi, e invece ce ne sono eccome. Sono anni bui, anni in cui il paese è sotto le grinfie di Konstantin Petrovič Pobedonoscev, procuratore del Santo Sinodo, eminenza grigia a corte: fanatico sostenitore della chiesa ortodossa e della sua morale più angusta, ferreo paladino dell’autocrazia, torvo, inflessibile inquisitore di ogni minima intemperanza. Peccato che questo libro non abbia illustrazioni, basta la sua foto per far venire i brividi: un volto scarno, lungo, cadaverico, gli occhi spenti, l’espressione arcigna di chi non sa sorridere, lunga barba da monaco intransigente. Pobedonoscev da tempo incalza i censori perché pongano freno con durezza alla dilagante depravazione, all’inaccettabile immoralità di una società che ha ormai perduto ogni freno.

    Ecco allora l’intoppo: nel Gabbiano non solo un’attrice convive spudoratamente con l’amante più giovane, ma sopratutto il figlio di lei considera la loro relazione del tutto naturale, non c’è ombra di condanna. Bisogna prontamente correre ai ripari.

    Per fortuna il censore Litvinov, tra le cui mani finisce Il gabbiano, non è tra i più severi: invece di vietare il testo senza commenti, scrive a Čechov personalmente, proponendogli alcune varianti sopratutto nelle battute in cui il giovane Treplev parla della madre nel primo atto e nella scena tra l’attrice e l’amante alla fine del terzo. Poche correzioni, che Čechov fa di buon grado (ma ripristina l’originale nell’edizione a stampa di qualche mese dopo), anche se gli ripugna ogni forma di moralismo.

    “Voi mi rimproverate”, scrive a Suvorin “la mia obiettività, la chiamate indifferenza al bene e al male, mancanza di ideali e via dicendo. Vorreste che, descrivendo i ladri di cavalli, dicessi ‘rubare è male’. Ma questo è già noto anche senza di me. Per condannarli ci sono i giudici, a me spetta di mostrarli come sono e basta”.

  • 08Ott2015

    Paolo Nori - Libero

    Sono appena usciti i primi due libri di una nuova collana alla quale, con la casa editrice Marcos y Marcos, pensavamo da qualche anno; la collana è ispirata a una celebre collana russa diretta da Maksim Gor’kij e intitolata «Vite di uomini illustri», una serie di biografie scritte da persone che, abitualmente, non scrivevano biografie, per esempio Michail Bulgakov, al quale era stata affidata la vita di Molière, o Viktor Šklovskij, che per Vite di uomini illustri è stato un meraviglioso biografo di Lev Tolstoj.

     

    La collana italiana che è appena partita prende il titolo dall’opera numero 13 delle Opere complete di Learco Pigagnoli, che è un filosofo emiliano che ha scritto un solo libro che poi non l’ha scritto neanche lui (l’ha scritto Daniele Benati) e l’opera numero 13 fa così: «Opera numero 13. Tranne me e te, tutto il mondo è pieno di gente strana, e poi anche te sei un po’ strano».
    Ecco: per Il mondo è pieno di gente strana sono usciti da poco i primi due libri: Sono socievole fino all’eccesso (vita di Montaigne), di Ugo Cornia, e Il medico, la moglie l’amante (come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura) di Fausto Malcovati.
    Nel libro di Cornia si racconta la vita di Montaigne partendo da Essais, l’opera di Montaigne nella quale si legge: «nessuna stagione mi è nemica, se non il calore intenso d’un sole sferzante… mi piacciono la pioggia e il fango, come alle anitre. Il cambiamento d’aria e di clima non mi dà alcun fastidio: qualsiasi cielo è per me lo stesso», e «È possibile evitare la debolezza e i mali della vecchiaia? Sì. Basta morire prima», e «Tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo non si riducono che a questo, di insegnarci a non aver paura di morire»; la conoscenza di Montaigne attraverso il libro di Cornia porta il lettore a conoscere anche il miglior amico di Montaigne, Etienne de la Boétie, l’autore del Discorso sulla servitù volontaria, un’opera del 1576 nella quale si legge: «Vorrei solo capire come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo». «La libertà – continua La Boétie, – è la sola cosa che gli uomini non desiderano affatto, o almeno così sembra, per la semplice ragione che se la desiderassero l’avrebbero», che per essere un pensiero del 1576 è un pensiero abbastanza stupefacente, come molti altri pensieri che si trovano in questo libro, come questo: «Montaigne (nel suo viaggio in Italia) trova che il papa parla un italiano che risente troppo del suo vernacolo bolognese, il peggiore d’Italia».
    Se il libro di Cornia è illuminato da una simpatia per Montaigne che l’autore non sa e non vuole nascondere, la stessa cosa vale per Malcovati e per Čechov.
    Nel Medico, la moglie, l’amante, Čechov è simpatico anche quando si lamenta («Conversazioni lunghe e sciocche, visite, postulanti, miseri guadagni di uno, due rubli, insomma una baraonda che fa venir voglia di scappare di casa. Mi chiedono soldi e non me li restituiscono, mi portan via libri, mi fanno perder tempo… Mi manca solo un amore infelice»), e quando poi trova l’amore felice, le lettere alla moglie Ol’ga sono una parte non indifferente dell’incanto di questo libro («Quando Ol’ga, in un momento di depressione, si chiede che senso abbia la su vita, Čechov le risponde: “Che cos’è la vita? È come chiedere che cos’è una carota. Una carota è una carota, di più non si sa”»). E resta in mente, alla fine della lettura, un’epigrafe di Vasilij Grossman che vale per Čechov e forse vale un po’ anche per Montaigne: «Čechov ha introdotto nei suoi racconti milioni di persone di tutte le classi, ceti, età da vero democratico, lo capite? Da vero democratico! Nessuno, neanche Tolstoj, ha detto con tanta chiarezza: noi tutti, prima di ogni altra cosa, siamo uomini, capite? Uomini, uomini, uomini. Solo in un secondo tempo siamo vescovi, bottegai, possidenti, operai. Gli uomini sono buoni o cattivi non in quanto vescovi o operai, ma in quanto uomini».

  • 07Ott2015

    Francesco Clemente - Mangialibri.com

    Il 17 giugno 1860 a Tangarog, cittadina al confine con l’Ucraina, nasce Anton Pavlovic Čechov. Nonostante lo scrittore abbia avuto modo di descrivere la sua città come pigra, noiosa, sporca, polverosa, sonnolenta e squallida, Tangarog è uno dei porti più importanti dell’inizio dell’Ottocento, con un imponente traffico di merci.

    Da bambino Čechov scruta il porto dalle finestre di un primo piano, intrattenendosi anche con i suoi coetanei che parlano le lingue più disparate. Il suo russo, infatti, è un ibrido curioso in cui il dialetto ucraino si fonde con termini greci, turchi e addirittura tartari. Nipote di un talentuoso servo della gleba e di un onesto e devoto droghiere, Anton nell’agosto 1879 è con la famiglia a Mosca, dove la famiglia vive in condizioni davvero critiche, occupando in un seminterrato umido, praticamente due stanze senz’aria. Decide di iscriversi all’Università all’ università di medicina e nel 1884 si laurea, pubblicando anche la sua prima raccolta di racconti…

    Biografo di Stanislaskij oltre che cultore accanito del cinema russo, Fausto Malcovati tratta della vita e delle opere di Čechov neanche fosse un suo congiunto, per la sensibilità con cui ne affronta la grandezza, svolgendone le pieghe più sottili. Un saggio che farebbe invidia ad un romanzo avvincente, se non altro per l’uso sapientissimo di virgolettati misti a penetranti commenti sulle opere del genio russo. Un libro dunque densissimo eppure così immediato, scritto col dono della citazione colta (da Nabokov a Grossman) ma perfettamente incastonata fra le pagine, quasi a completamento di un pezzo di alta oreficeria letteraria, con un editing di prim’ordine che, alla fine, contribuisce a far ricordare la bellezza di quegli sceneggiati RAI di qualche decennio fa incentrati sulle pietre miliari della letteratura mondiale. L’ironia, poi, è estratta naturalmente dalla vita stessa di Čechov, senza artificiosi additivi stilistici, ma con la consapevolezza della straordinarietà della vita di un gigante.

  • 05Ott2015

    Giuseppe Paternò di Raddusa - teatrofrancoparentiblog.wordpress.com

    Čechov, santissimo Čechov. Del drammaturgo di Taganrog si è detto tutto, e il contrario di tutto. Ogni volta la considerazione è la medesima: non se ne avrebbe mai abbastanza. Profetico, attuale, generativo: il suo teatro è questo e molto altro. Lo sa bene Fausto Malcovati, docente di Letteratura russa alla Statale di Milano, tra i massimi studiosi del Čechov drammaturgo e di quello “umano”. Autore – tra gli altri – di Il medico, la moglie e l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura (pubblicato nel 2015 da Marcos y Marcos), lo abbiamo intervistato in occasione di un evento cui ogni appassionato slavista, in città, non potrà rinunciare.

    Mercoledì 7 ottobre alle 18.00, al Teatro Franco Parenti, Malcovati sarà infatti protagonista di Amore e pistola: il destino dell’uomo inutile in Russia, un incontro che lo vedrà in dialogo con Gianpiero Piretto, docente di Cultura russa e Metodologia della cultura visuale alla Statale di Milano. L’occasione è più che speciale: Ivanov, il primo grande dramma di Anton Čechov – nella versione diretta e interpretata da Filippo Dini – è infatti in scena al teatro fino all’11 ottobre. Con Malcovati, a partire dall’opera di Čechov e del suo infelice protagonista, abbiamo parlato di uomini inutili nella tradizione letteraria russa, del futuro della ricezione culturale del drammaturgo russo e di tanto altro. Scoprendo che, in fondo, Ivanov non è per forza un “uomo inutile”.

    Ivanov è l’ultimo degli uomini inutili per eccellenza della tradizione letteraria russa. Di “uomini inutili” si parlerà anche durante Amore e pistola, l’incontro di cui sarà protagonista insieme al professor Piretto mercoledì 7 ottobre…

    No, attenzione. Sa che Čechov diceva che, tutto sommato, Ivanov non rientrava nella categoria degli uomini inutili? Quando tutti i critici del tempo cominciarono a sostenerlo, lui reagì duramente: Ivanov è stato in realtà un personaggio attivo, energico, entusiasta. Poi, però, è subentrata la depressione, l’infelicità di vivere che ha causato lo stato d’animo ad apertura dramma. Diciamo che la tradizione russa di uomini inutili – disinteressati, abulici, incapaci d’inserirsi attivamente nella vita – non riguarderebbe Ivanov, secondo Čechov. È una linea che può essere accettata, ma che l’autore stesso rifiutava. in Russia la tradizione di questi personaggi infelici comincia addirittura con Evgenij Onegin: continua poi con i personaggi di Turgenev, con Oblomov di Gončarov, e via dicendo.

    Come nascono “gli uomini inutili”?

    Nascono, con ogni probabilità, dal fallimento della rivolta dei decabristi nel 1825 – quindi molti anni prima di Ivanov. Tra il 1820 e il 1825 l’intellighenzia e l’aristocrazia russe vogliono arginare l’autocrazia dello zar. E organizzano delle società segrete per chiedere delle “garanzia costituzionali” –le stesse che l’Europa chiedeva in ogni regime monarchico. La situazione russa è complessa: lo zar era molto più potente che nelle altre monarchie occidentali. Quando scoppia l’insurrezione, Nicola I riesce a sedarla e arresta, esilia o manda al patibolo metà dei nobili e degli intellettuali del tempo. Un fallimento totale: da qui la sensazione che in Russia nulla si possa fare contro questo strapotere, che ogni forma di lotta sia inutile. Questi personaggi ne sono l’espressione più rappresentativa. Lo sapeva bene Turgenev, che conia il termine nichilista proprio per i suoi caratteri: uomini che negano tutto, e che tuttavia non propongono nulla. Siamo al solito punto: è vero che il nichilista rifiuta i valori, ma qual è la via nuova? I personaggi non sanno rispondere, e restano in una condizione di abulica negazione di tutto, che non porta a nulla.

    Torniamo al dramma, adesso. Secondo lei qual è la reale modernità di Ivanov?

    Una delle ragioni sta nella posizione che assume Čechov nei confronti del proprio personaggio: attenzione, sottolinea lui, non è un uomo che nasce “sconfitto”. Lo diventa perché la vita non lo aiuta ad affermarsi. Nel 2015 un testo come Ivanov è inevitabilmente attuale: mi riferisco al crescente disinteresse della gente per questa politica incomprensibile e distante da noi, al lento decrescere dell’interesse per la vita sia pubblica che sociale. Che in fondo riguarda anche il protagonista, annoiato dalle feste e dagli amici, dal rapporto sentimentale con la prima moglie, e poi anche con la seconda. Noi, oggi, conosciamo bene il venir meno di questo interesse vitale.

    Ivanov ha un ruolo importante nella vita di Čechov. Lo scrive a ventisette anni, ed è il primo dei suoi grandi drammi. Al debutto, però, fu un fiasco clamoroso…

    Andò in scena nel 1887, ed era sostanzialmente una commedia molto divertente. Si concludeva con una prospettiva di felicità per il protagonista, che però moriva a causa di un colpo apoplettico. Non era un finale legato al fallimento, ma a una ragione “biologica”. Al debutto la commedia è un fiasco, è vero: il pubblico è diviso, il teatro lo mantiene in cartellone soltanto per tre repliche. Su consiglio dell’amico ed editore Suvorin, decide di rielaborare l’opera, e di rendere più drammatico il personaggio protagonista. Čechov rielabora, due anni dopo, una nuova versione. Che si rivela un grandissimo successo in uno dei teatri imperiali più importanti di Pietroburgo, l’Aleksandrinskij. La nuova linea si rivela efficace: trasformato in dramma, diventa un successo. Con Ivanov Čechov si avvia verso i suoi drammi maggiori: ci mette sette anni a scrivere Il Gabbiano, che arriva nel 1896 ed è – ancora una volta – un insuccesso clamoroso. Troppe atmosfere, troppe pause: ma c’è un’altra analogia con Ivanov. Due anni dopo infatti Il Gabbiano verrà portato in scena, con estremo successo, da Stanislavskij e Nemirovich-Danchenko.

    Giochiamo un po’. Come immagina la ricezione culturale di Čechov tra cinquant’anni?

    Čechov è un autore che ha saputo cogliere, all’interno di certi fenomeni della società russa di fine secolo, dei motivi universali. Le faccio un solo esempio: Il giardino dei ciliegi. È vero: fotografa la decadenza della nobiltà russa, l’incapacità dei proprietari terrieri di diventare imprenditori… ma in realtà Cechov ci ha fatto capire che si tratta di un valore simbolico. Noi abbiamo il giardino, che è una cosa “bella”. Non abbiamo più i soldi per mantenerlo, perché siamo improvvidi. Ma il giardino in sé va salvato o trasformato in orribili villette bi-familiari con giardino? Va salvato il bello, anche improduttivo, o va trasformato in qualcosa di negativo perché non si hanno i soldi per mantenerlo? È un problema che Čechov è riuscito a intercettare all’interno di una condizione storica precisa, cogliendone la potenza simbolico. Tra cinquant’anni rappresentarlo sarà egualmente interessante: ha attraversato un secolo in tutti i modi, stimolando registi di ogni genere, dai più tradizionali a quelli d’avanguardia. Inutile nasconderlo: tutte le società, in Čechov, hanno sempre trovato un alimento.