Il grande giorno

Archivio rassegna stampa

  • 24Apr2018

    Patrizia Debicke - libroguerriero.wordpress.com

    Dal maestro del noir più amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story: la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato e che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto:

    gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.

    Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?

    Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della Cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour fa sempre da padrone.

    Ritchie (All’anagrafe John George Reitci, 1922 – 1983) nel corso della sua carriera ha sfornato una quantità incredibile di racconti brevi (circa 500!), spesso pubblicati su celebri riviste come l’Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine o l’Ellery Queen’s Mystery Magazine (come i Vedovi Neri del nostro Asimov, ve li ricordate?). Hitchcock stesso era un grande fan dell’autore e fu il racconto A new leaf (non incluso in questa raccolta) ad essere il soggetto per la sceneggiatura del film È ricca, la sposo e l’ammazzo.

    https://libroguerriero.wordpress.com/2018/04/24/il-grande-giorno-di-jack-ritchie-marcos-y-marcos/

  • 11Apr2018

    Antonio Vena - thrillercafe.it

    Ecco Jack Ritchie e una selezione di quattordici racconti crime tra le centinaia che ha scritto nella sua carriera raccolti un questo volume dal titolo Il grande giorno. Se il lettore italiano non lo conosce questa è l’ottima occasione per rifarsi. Ritchie è infatti l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story: la Hitchcock’s Mystery Magazine.

    Come tutte le vittime, George Franklyn era notevolmente sorpreso e sconvolto di vedermi seduto lì in una delle sue poltrone con una .45 automatica in pugno. Ha guardato l’interruttore sulla parete e la punta delle sue dita, forse chiedendosi se non bastasse spegnere la luce per farmi sparire.

    Perché è sempre il giorno giusto nella terra delle opportunità, i grandi Stati Uniti d’America tra le due guerre e abitati dai padri della migliore generazione possibile. Soltanto che i migliori sono andati a combattere con kaiser, imperatori e poi contro i nazisti, lasciando molti altri a gestire la propria giornata proprio in altro modo, senza alcuna grandezza. Di questi altri e diversi padri di baby boomer scrive Jack Ritchie e sono imbroglioni, truffatori, domestici infedeli, private eye da strapazzo o geniali e poi assassini improvvisati e ancora assassini professionisti.
    I protagonisti di Ritchie sembrano infatti svegliarsi ogni giorno pronti a cogliere l’occasione della vita e del caso, concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato o semplicemente sbarcare il lunario. Spesso il grande giorno è un po’ tutte queste cose insieme.

    “Benissimo, signor Billings” dissi. “Lei paga le tasse, ma ha anche scritto ‘assassino’ alla voce ‘occupazione’. Non è un po’ pericoloso per lei?”

    L’attenzione che Hitchcock dedicava ai racconti di Ritchie non pare per nulla esagerata. Il gusto per il colpo di scena brillante, l’intreccio semplice e allo stesso tempo raffinato compensa l’assenza di ogni tipo di profondità psicologica e complessità della caratterizzazione dei personaggi rispettando le caratteristiche del genere. I personaggi di Ritchie infatti sono proprio archetipi che si muovono in ambientazione deterministica almeno fino alla conclusione del racconto e il guizzo d’inventiva finale.
    Fondamentalmente il grande giorno dovrebbe stare tra gli indispensabili nei corsi di scrittura creativa, di quelli che molto saggiamente credono ancora vi sia creatività nello sviluppare una trama coerente e convincente.

    Schizzò del selz nel suo bicchiere. “Ovviamente non posso farmi pubblicità. E di conseguenza devo cercarmeli. Vado nei posti in cui girano i soldi e la gente desidera spenderli. E invariabilmente, dopo una o due settimane, trovo un lavoro. A volte più di uno”.
    Si sedette. “Crede a quello che le sto dicendo, signor Taylor?”
    “Forse” dissi. “Quanti omicidi ha commesso negli ultimi sei anni?”

    Eppure Ritchie ci suggerisce qualcosa di più profondo e complesso. Il denaro è sì il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma non basta.
    Sembra che negli Stati Uniti liberi dai bombardamenti che hanno colpito quasi tutto il mondo, in questa società inter e poi postbellica sia arrivato il momento di regolare conti con soci in affari, risolvere risentimenti da nulla divenuti talmente tanto invasivi da richiedere l’intervento di killer a pagamento, come in un’epidemia di violenza tra privati, di un tipo spesso molto borghese e timorosa ma altrettanto mortale. I tagliati fuori dal grande gioco delle guerre mondiali che ne organizzano di piccoli e sanguinosi per dei tornaconto,  spesso di pochi dollari, a soddisfare un qualche indicibile e non detto bisogno.

    http://www.thrillercafe.it/grande-giorno-jack-ritchie/

  • 04Apr2018

    Simone Giulitti - treracconti.it

    Nel corso di quest’anno sto procedendo, complice un panorama di novità editoriali niente male, nella mia personalissima riscoperta di quegli autori, magari un po’ di nicchia, che hanno avuto un ruolo importante nella letteratura di genere. L’ultimo letto di questa serie è Il grande giorno dell’americano Jack Ritchie, maestro del racconto noir e delle detective stories.

    Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri il nostro Jack doveva essere un tipo che mediocre non lo era affatto. Dichiarò infatti che tutti i romanzi possono essere trasformati in short stories, e che nelle sue mani I Miserabili sarebbe diventato un pamphlet. Ad un suo personaggio è invece attribuita la considerazione che Guerra e Pace si potrebbe scrivere anche sul retro di una cartolina. La frase su I Miserabili che ho citato è riportata anche nel risvolto di copertina del libro e appena l’ho letta ho pensato più o meno “ma guarda tu questo!”. Sono naturalmente attratto dai personaggi un po’ sopra le righe e che non temono di spararle grosse, siano essi letterari o meno, ed è quindi con una certa dose di scetticismo misto a parecchia curiosità che mi sono approcciato alla lettura de Il grande giorno, l’ultima delle sue raccolte da poco arrivata in casa MarcosyMarcos. Vi anticipo subito che l’esperienza non mi ha lasciato per nulla deluso.

    Ritchie (All’anagrafe John George Reitci, classe 1922) nel corso della sua carriera ha sfornato una quantità incredibile di racconti brevi (circa 500!), spesso pubblicati su celebri riviste come l’Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine o l’Ellery Queen’s Mystery Magazine (come i Vedovi Neri del nostro Asimov, ve li ricordate?). Hitchcock stesso era un grande fan dell’autore e fu il racconto A new leaf (non incluso in questa raccolta) ad essere il soggetto per la sceneggiatura del film È ricca, la sposo e l’ammazzo.

    I racconti di Ritchie seguono spesso uno schema simile, abbiamo un protagonista, non di rado il cattivo della situazione, che racconta la vicenda ingarbugliata in cui si trova. Proprio quando le cose sembrano virare verso un prevedibile finale, l’autore ci spiazza con una trovata che ribalta completamente l’equilibrio delle situazioni.

    L’attenzione ad ogni dettaglio e zero spazio per i tempi morti fanno sì che questi racconti oltre ad essere concisi siano adrenalinici e molto coinvolgenti. Prendiamo ad esempio l’incipit di L’assenza di Emily:

    Suonò il telefono e alzai il ricevitore. «Sì?»
    «Ciao amore, sono Emily».
    Esitai. «Emily chi?».
    Fece una risatina. «Oh, andiamo, amore. Emily, tua moglie».
    «Mi spiace, deve aver sbagliato numero». Riagganciai armeggiando un po’ per rimettere a posto la cornetta.
    Millicent, la cugina di Emily, aveva osservato la scena. «
    Sei bianco come un lenzuolo».

    In sei righe ci sono già tutti gli elementi per conquistare l’attenzione del lettore, che non può far altro che proseguire nella lettura per vedere come va a finire. Non di rado a lettura ultimata viene la tentazione di rileggere di nuovo da capo il racconto, per gustarlo in maniera diversa alla luce di quanto scopriamo con i colpi di scena finali. Leggendo non ho potuto fare a meno di provare una sincera ammirazione per i protagonisti di alcuni racconti e per le loro trovate (e di riflesso quindi per l’autore) che in due pagine spiegano le loro trame con sorpresa e stupore di chi legge. Gli amanti di Sherlock Holmes sanno che il momento migliore dei suoi romanzi è quando il detective di Baker Street inchioda con una spiegazione lucida e razionale i criminali alle loro malefatte, tirando tutti i fili dell’intreccio pazientemente costruito dall’autore fino a quel momento.

    Leggendo Il grande giorno ho provato la stessa identica sensazione di soddisfazione, con in più una buona dose di leggerezza. Infatti le storie di Ritchie non lasciano molto spazio all’approfondimento di tematiche complesse, o ad empatizzare con personaggi dalla psicologia profonda, cosa che sarebbe forse difficile in un racconto di tre pagine. L’autore stesso sembra non volersi prendere troppo sul serio, e giocare con il lettore rendendo ben evidenti tutti i meccanismi narrativi che permettono ai racconti di funzionare così bene. Come a dire: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Sedetevi e allacciatevi forte, che al resto ci penso io”.

    Uomini d’affari senza scrupoli, detective privati in trench, scintillanti abitazioni che nascondono oscuri segreti, intrighi di famiglia e molto altro sono quello che vi aspetta se leggerete i racconti di Ritchie. Ci sono insomma un po’ tutte le caratteristiche che ci aspetteremmo da un classico noir, l’autore ha dichiarato di amare il lavoro di scrittori come Agatha Christie e Raymond Chandler, che hanno certamente contribuito a influenzare il suo lavoro. Ma anche quando si avventura al di fuori delle ambientazioni canoniche del genere il nostro non se la cava affatto male. Uno dei racconti che mi hanno divertito di più Bon appetit, captano è una satira riuscitissima della Russia sovietica e del suo complesso ed insensato sistema burocratico.

    Come in tutte le raccolte di racconti naturalmente la qualità del materiale che compone il grande giorno è eterogenea, e accanto a racconti ben riusciti e davvero avvincenti ce n’è anche qualcuno che risulta un po’ troppo forzato e un tantino prevedibile, soprattutto una volta che si comprendono i meccanismi che Ritchie usa. Nonostante questo consiglio assolutamente la lettura a tutti gli appassionati del genere, e a chi cerca qualcosa di leggero per staccare un po’ la spina dai problemi di tutti i giorni.

    I mesi estivi incombono, mica vorrete portarvi Dostoevskij sulla spiaggia no? Anche se una versione da cartolina in stile Ritchie magari…

    https://treracconti.it/il-grande-giorno-di-jack-ritchie/

  • 19Mar2018

    Gianluigi Bodi - senzaudio.it

    Caricare, puntare, fuoco.
    Caricare, puntare, fuoco.
    Caricare, puntare, fuoco.

    Per 14 volte.

    È questa la magnifica sensazione che si ha quando si leggono i racconti di Jack Ritchie. Un autore che fino alla scorsa settimana ignoravo completamente e che è finito tra le mie mani solo per il consiglio appassionato di un amico (che ogni volta che mi consiglia un libro fa un centro perfetto).

    “Il grande giorno” è una raccolta di quattordici racconti tutti dall’atmosfera noir. I personaggi di questi racconti sono assassini sbruffoni, detective dai modi poco ortodossi, poliziotti corrotti, gente sul lastrico costretta a rapinare un supermercato e qualche altra figura davvero molto interessante che non vi nomino perché il rischio spoiler su alcuni dei più bei racconti è elevato.

    Le storie sono congegnate perfettamente. Le trame scarne e dirette, i personaggi delineati con poche e sapienti pennellate. Le ambientazioni appena accennate sono sufficienti a dare un contesto alle persone che danno vita alle storie. Non c’è nulla di superfluo nella scrittura di Jack Ritchie. Tutto è essenziale e serve a portare avanti la storia. Però c’è dell’autentico genio in Ritchie. Le trame che a prima vista possono sembrarci familiari e già lette si risolvono sempre con un colpo a sorpresa. Un’intuizione felice di un personaggio, un’informazione nascosta che una volta svelata pone sotto un’altra luce quanto abbiamo letto o un plot talmente ben architettato da farci rimanere con la bocca aperta. In quest’ultima casistica rientra quello che posso considerare il mio racconto preferito “Quando ti compri un bell’omicidio”. In questo racconto il protagonista narratore è un assassino a contratto che viene ingaggiato per uccidere se stesso. Al suo fianco una moglie dolce e premurosa che ha dei lampi negli occhi poco rassicuranti e un personaggio benestante che lo ha ingaggiato senza sapere che killer e bersaglio erano la stessa persona.

    Alcuni racconti sono brevi e durano lo spazio di alcuni minuti, altri sono più lunghi, ma in entrambi questi casi l’energia esplosiva di Jack Ritchie rimane intatta. Inoltre, in tutti i racconti è presente una sottile vena di ironia che Ritchie mantiene sempre sotto controllo. Potremmo definirla l’ironia della vita.

    Se siete amanti dei racconti e ancora non conoscete Jack Ritchie vi consiglio di porre rimedio proprio come ho fatto io, soprattutto se il genere noir tutto investigatori, donne fatali e assassini vi è congeniale.

    http://senzaudio.it/jack-ritchie-il-grande-riorno/

  • 19Mar2018

    Paola Rambaldi - libroguerriero.wordpress.com

    Jack Ritchie Milwaukee, 1922-1983, è stato, e resta, uno dei migliori scrittori di racconti noir. Capace di condensare storie di grande impatto in poche pagine, dove altri scriverebbero romanzi.

    Ha pubblicato centinaia di storie su riviste prestigiose a diffusione mondiale e molti suoi racconti hanno dato spunto ad Hitchcock per una serie di telefilm trasmessi negli anni Ottanta. Uno di questi divenne il soggetto del film  È ricca, la sposo e l’ammazzo, con Walter Matthau e Elanie May.

    Poco prima della scomparsa, nel 1983, dichiarò: “Non c’è romanzo che non si possa migliorare trasformandolo in un racconto breve. Nelle mie mani, I Miserabili sarebbe diventato un pamphlet”.

    Oltre a È ricca, la sposo e l’ammazzo Marcos y Marcos ha pubblicato anche Il caro prezzo della privacyUn metro quadrato di Texas La vittima dell’anno.

    Pur leggendo molto, in capo a un anno sono sempre pochi i libri che apprezzo fino in fondo, Il grande giorno è uno di questi. Jack Ritchie possiede: eleganza, sangue freddo, cinismo, senso dell’umorismo, e il grande dono della sintesi.

    Tutti i quattordici racconti de Il grande giorno potrebbero essere trasformati in altrettanti film. Eccoli:

    • Il corrotto George Franklin trova un killer in salotto pronto a ucciderlo. Dopo aver saputo per quanto è stato assoldato raddoppierà la posta per far uccidere il mandante. Ma la fregatura è in agguato.
    • Il cattivo Jim punta la pistola per gioco alla tempia di Ben mentre serve clienti al distributore, ma lo scherzo di trasforma presto in tragedia
    • Phil paga un barbone per uccidere il marito dell’amante, ma le cose prendono una brutta piega.
    • Tutti sono convinti che Albert abbia ucciso Emily per ereditare e gli tendono tranelli per farlo confessare.
    • Il reggimento deve sacrificare per forza uno dei suoi elementi, ma il prescelto pretende di scegliere come morire, rinviando continuamente la data dell’esecuzione.
    • Linda Williams osserva un bell’uomo alla fermata dell’autobus e la collega troverà un espediente per farglielo conoscere, chiedendo però un favore in cambio.
    • Durante una rapina al supermercato uccide la donna che aveva tentato di colpirlo con una scatola di piselli e non si libererà più del suo fantasma.
    • La bella signora Morgan si rivolge a un detective per ritrovare lo zio scomparso, ma l’investigatore sospetta che ci sia sotto ben altro e la fa pedinare da un collega…
    • La prostituta della camera 23 vorrebbe andarsene con un uomo per rifarsi una vita, ma il suo carceriere non è disposto a lasciarla andare facilmente.
    • Il detenuto Big Jim Turley quando viene imprigionato per frode è ancora convinto di poter avere dei vantaggi, ma il direttore pretende di essere pagato per concedere agevolazioni.
    • Un killer, assoldato da un cliente per uccidere se stesso, scopre che anche la moglie lo vuole morto.
    • Un uomo, che ha deciso di smettere di fumare, scopre che qualcuno gli sottrae le ultime sigarette, eppure in casa, oltre al cameriere non fumatore, non dovrebbe esserci nessun altro…
    • Un assassino professionista, che paga regolarmente le tasse, trova un ricattatore.
    • È arrivato il grande giorno per un giocatore di baseball che non si è mai risparmiato, finalmente è sbarcato nella Big League, ma…

    Una serie di racconti deliziosi che ti invitano a leggerne ancora. Avercene di questi libri!

    Che questa splendida raccolta sia con voi!

    https://libroguerriero.wordpress.com/2018/03/19/sul-comodino-della-rambaldi-il-grande-giorno-di-jack-ritchie-marcos-y-marcos/

  • 16Mar2018
  • 13Mar2018

    Giulia Pretta - criticaletteraria.org

    The con is on: “Il grande giorno” di Jack Ritchie

    Ovunque si cerchi, di Jack Ritchie c’è giudizio unanime: uno dei maestri del noir, un miniaturista del racconto, un autore (per sua stessa ammissione) capace di scrivere Guerra e Pace sul retro di una cartolina senza alterarne per nulla l’emozione.

    Raffinato e prolifico autore statunitense di racconti noir, si contano al suo attivo circa 500 racconti di cui un centinaio pubblicati sulla Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine; è sicuramente conosciuto per il suo racconto più famoso, È ricca la sposo e l’ammazzo da cui hanno tratto il film con Walter Matthau. Proprio a questo racconto è stata dedicata la precedente raccolta delle opere di Ritchie, edita da Marcos Y Marcos nel 2016 (potete trovare la recensione qui). La casa editrice milanese ha da poco pubblicato un nuovo titolo su questo straordinario autore: Il grande giorno. Quattordici racconti, di cui metà già editi e l’altra metà nuovi per i nostri occhi, vengono a sfamare chi adora farsi letteralmente imbrogliare dal sarto mancato del Wisconsin.

    “Ho notato che lo specchio rifletteva una parte dello specchio del soggiorno, e che quello, a sua volta, mostrava un angolo della stanza. Ho provato a slittare a poco a poco da un lato all’altro finché non ho ottenuto la visione completa della stanza”. (pag. 144)

    Da cosa è popolato il mondo di Jack Ritchie? Di sicuro da camaleonti. In ogni racconto, nessuno dei personaggi è chi dice di essere. Solo perché uno ti punta una pistola addosso e dice di essere stato pagato per ucciderti, è davvero un killer? O è solo un libero professionista un po’ fuori dagli schemi, come capita al protagonista di Pistola in affitto?

    Il mondo di Ritchie è fatto anche di persone molto riservate: non dicono mai nulla di eccessivamente compromettente e se noi lettori giudichiamo dagli indizi che ci sono stati forniti e poi sbagliamo… be’, siamo noi a peccare. Albert, voce narrante del racconto L’assenza di Emily, è davvero un’uxoricida solo perché la facoltosa prima moglie è morta in un incidente di barca?

    Di certo il mondo di Ritchie non è onesto, né negli intenti né nelle figure che lo popolano. Eppure è un mondo dotato di etica e rigore. Un assassino con una media di sei omicidi su commissione l’anno ci tiene ad avere una dichiarazione dei redditi precisa e trasparente. Perché mai la Previdenza Sociale dovrebbe rimetterci? A volte pare di aver quasi attraversato lo specchio perché i tutori dell’ordine e gli impiegati ministeriali sono i veri criminali.

    Di certo è un mondo raffinato, ma non snob. Non servono paroloni o esotismo per mostrare la propria cultura e il buon gusto. Esaustivo, ma mai logorroico. Ogni racconto è lavorato di bulino e cesello in modo che ogni punto sia esattamente dove deve stare e nemmeno un aggettivo è messo lì per caso. Per realizzare una storia con un twist da far girare la testa non servono fiumi d’inchiostro: bastano tre pagine per bendare, far girare su se stesso, e lasciare lì stordito il lettore, come accade in Bisogna tenere d’occhio Ben.

    Non è un mondo volgare. Chi pensa che il noir abbia bisogno di imprecazioni, sguaiatezza e splatter, leggendo queste righe capisce che si può nascondere la massima carica di violenza anche dietro le misurate parole di un tuttofare dall’aplomb britannico.

    Con un’unica eccezione data dal racconto finale È sempre stagione, tutte le narrazioni sono fatte in prima persona. E ogni personaggio narrante, infingardo e inaffidabile, nasconde in piena vista un sorriso sornione. La prima persona è perfetta per chi vuole ingannare perché racconterà quello che vuole, omettendo o presentando le cose in modo da condurci ad una soluzione che sarà poi del tutto sbagliata. A conti fatti, ci piace sapere di essere sempre un passo dietro l’intelletto dell’autore che immagino scrivere sorridendo alla pagina e pensando “chissà se lo capiranno?”.

    “The con is on” già dalla prima riga, dalla prima parola di ogni racconto. E si vuole continuare ad essere truffati. Ed è davvero meraviglioso pensare a quanti racconti ha scritto e a quanti ancora ne restano da leggere. Chissà, forse racconto dopo racconto, imparerò dove guardare per carpire il trucco del prestigiatore.

    https://www.criticaletteraria.org/2018/03/ritchie-il-grande-giorno.html

  • 11Mar2018

    Valerio Calzolaio - theblogaroundthecorner.it

    Wisconsin, Usa. John George Reitci (1922-1983) è famoso per i racconti di genere hard-boiled e fantascienza, perlopiù firmati come Jack Ritchie. Ne ha pubblicati oltre 500 mentre l’unico romanzo (completato poco prima dell’infarto) fu pubblicato postumo nel 1987. Le sue storie, ammirate molto anche da colleghi grandi scrittori e registi, hanno avuto innumerevoli adattamenti televisivi e cinematografici. I racconti sono mirabili per l’eleganza della sintesi, lo schizzo dei caratteri, la relatività del cinismo, uno stile inconfondibile. La raccolta Il grande giorno ne contiene quattordici e riprende il titolo di uno, The Big Day, fra i più brevi (nessun racconto è veramente lungo): l’esordio settembrino di un ragazzo davanti a quarantaduemila persone sugli spalti per una partita della stagione di baseball, big league. Incipit deliziosi, chiusure fulminanti (anche quando non sono noir).

    http://theblogaroundthecorner.it/2018/03/il-grande-giorno-le-brevi-di-valerio-202/

  • 10Mar2018

    Claudia Morgoglione - Repubblica

    Jack Ritchie il genio dietro Hitchcock e Matthau

    C’era una volta in America un ragazzino di Milwaukee, nato negli anni Venti del Novecento. Dopo un’infanzia senza scossoni che fa tanto provincia a stelle e strisce, decide a sorpresa di non seguire le tradizioni di famiglia. Si ribella.

    Leggi l’articolo completo

  • 03Mar2018

    Enzo Verrengia - culture.globalist.it

    Jack Ritchie, il campione del finale a sorpresa

    Marcos y Marcos pubblica i libri dell’autore di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”. “Il grande giorno” raccoglie racconti spiazzanti tra il giallo, il nero e l’umorismo

    Disincanto, sarcasmo e crudeltà elevati a lucidi parametri dell’esistenza. Il tutto a confluire in narrazioni rigorosamente prive della benché minima adesione emotiva, sterilizzate da ogni traccia empatica, negate alla pietas. Eppure con il risultato di un disegno rivelatore della natura umana degno delle saghe di Balzac e Thackeray. Questo è Jack Ritchie (1922-1983), maestro di short-stories dove il giallo e il nero si miscelano con il rosa e soprattutto con la variegatezza infernale dell’humour. Non a caso, dal flusso copioso della sua ispirazione attinse spesso, per affinità d’intendimenti, l’Alfred Hitchcock della serie televisiva. Ma l’opera che meglio ha mostrato al grande pubblico la vena di Ritchie è stato un film ormai di culto tratto dal suo racconto più noto, È ricca, la sposo e l’ammazzo, diretto nel 1975 da Elaine May e da lei interpretato con Walter Matthau, l’attore perfetto per dare un viso al protagonista tipico dello scrittore. Ovvero un individuo che non fa mistero del proprio egoismo, al quale sacrifica tutto il resto, aggiungendovi un’insopportabile supponenza verso il prossimo. Comunque irresistibile, perché sincero e specchio di ciò che, alla fin fine, alberga dentro ognuno.
    Lo scrittore del Wisconsin sarebbe rimasto ignorato in Italia, o al massimo confinato nelle antologie di genere, se non fosse stato per una struttura editoriale autonoma e distante da acquisizioni, fusioni e accorpamenti che stanno rendendo sempre più esiguo il margine del libro in Italia, anziché potenziarlo, come sbandierato. La Marcos y Marcos, di Milano, è già “responsabile” della riscoperta di John Fante. Ora il corpus di Jack Ritchie viene centellinato attraverso volumetti che esprimono nella stessa forma una vena fulminea. Ecco quindi Il grande giorno (Marcos y Marcos, tr. di S. Ossola e C. Tarolo, pag. 240, Euro 18,00), nel quale si raccoglie una nuova galleria di personaggi dediti alla malversazione e nel contempo attraenti proprio per la loro spudorata ammissione di colpa.
    Le storie di Ritchie sono scritte quasi sempre in prima persona. Il che non è singolare, se non per la straordinaria circostanza di scoprire, a volte, l’assassino nello stesso narratore. Il quale non esita a rappresentarsi con disinvoltura nei panni di chi ha tirato le fila ingannando tutti, compresi i lettori. Si prenda il killer professionista del primo racconto, Pistola in affitto. Il titolo originale riecheggia Greene: “The gun is for hire”, come dire “una pistola in vendita”. Qui si comincia senza convenevoli: «Come tutte le mie vittime, George Franklin era notevolmente sorpreso di vedermi seduto lì in una delle sue poltrone con una 45 automatica in mano». Segue una conversazione sarcastica e insieme elusiva sulle scaturigini di una professione, quella del sicario a pagamento, e sui possibili moventi di chi l’assolda. Per poi scoprire una verità che esplode nelle ultime righe ed è spiazzante. Ritchie è uno specialista del twist ending, il finale con la svolta a sorpresa.
    In Bisogna tenere d’occhio Ben tutti gli indizi della vicenda puntano alla necessità di coprire un omicidio preterintenzionale commesso dal personaggio del titolo. Salvo accorgersi che il “colpevole” non ha le caratteristiche dello psicolabile che Ritchie ha descritto.
    Le sue donne letterarie sono umbratili, cornificatrici o bisbetiche da eliminare. Invece, qui si ha a che fare con lo Sguardo malandrino di Fay, tutta cervello, dedizione e amore autentico… Non certo per il ricchissimo marito, però. Il suo problema infatti è godersi un legame non d’interesse con il protagonista narrante. Che sembrerebbe macchiarsi di omicidio. Oppure no?
    Il protagonista di L’assenza di Emily viene ossessionato dalle telefonate della moglie, che tutto fa credere lui abbia assassinato per intascarne l’eredità. È un fantasma? O non piuttosto il tentativo di farlo impazzire da parte della cugine di lei, Millicent, cointeressata al patrimonio familiare? Due soluzioni troppo facili per il genio inventivo di Ritchie.
    Con Bon appetit, capitano ci si trova inopinatamente sbalzati nell’Unione Sovietica della Guerra Fredda, con un’atmosfera che appare una sorta di parodia di Buio a mezzogiorno, di Arthur Koestler, o La confessione, di Artur London. Il classicoapparatcik vittima di un’epurazione. Ma niente paura, siamo nel mondo paradossale di Ritchie. Il gerarca di Stato prigioniero e costretto a firmare una falsa confessione per poi suicidarsi non ha nessuna intenzione di cedere all’ingranaggio kafkiano che vorrebbe stritolarlo.
    Con Fai lavorare le dita si torna al consueto imbroglio familiare, fatto di soldi, contenziosi e cacciatori di dote. Meno hard di Dovresti campare molti anni, dove sembra che un gangster infierisca su una spaurita ragazza decisa a uscire dal giro della prostituzione, quando il mondo degli onesti, cui lei agogna, è peggiore di quello del lupanare.
    Benvenuti nella mia prigione rientra nel genere del thriller carcerario, quasi anticipando Out of Sight, di Elmore Leonard. Anche se Ritchie ha un tocco conclusivo impareggiabile. La chiave, come sempre, è l’avidità, che qui c’entra con la corruzione.
    In Quando ti compri un bell’omicidio si è addirittura nel canone più ortodosso di Ritchie. Un killer di professione, una moglie apparentemente svampita, un terzo incomodo. Più o meno lo stesso clima di La morte, le tasse e tutto il resto.
    Il grande giorno, da cui il titolo del libro, è invece una lirica sul baseball, il grande catalizzatore dell’immaginario collettivo americano, dal quale non fu immune neanche Fidel Castro. Senza escludere, naturalmente, il picco dell’ultima riga, sconcertante.
    Il ritorno di Bridget e Avanti il prossimo sono due pieces sospese fra il soprannaturale più esilarante, alla Wodehouse, e l’intrigo da tenuta di campagna, alla Agatha Christie.
    La chiusa, È sempre stagione, suggerisce dalle prime battute un siparietto rosa, per giunta in terza persona. Eppure anche in questo caso tutto si risolve nell’ingannevole, e ne sortisce una commedia sardonica di accalappiatrici matrimoniali.
    Jack Ritchie sciorina una fiera della vanità sempre da brivido, e spesso all’insegna dell’imbarbarimento in agguato dietro la facciata civile. Più ancora, lo scrittore costruisce un antivangelo della sopraffazione americana, incarnando nei suoi eroi cattivelli o del tutto demoniaci il lato oscuro di una società basata sul profitto e sulla spietatezza assoluta come metodo di confronto, non escluso, anzi privilegiato, l’omicidio.

    http://culture.globalist.it/letture/articolo/2018/03/03/jack-ritchie-il-campione-del-finale-a-sorpresa-2020402.html

  • 25Feb2018

    Jack Ritchie - Domenica - Il Sole 24 Ore

    Pistola in affitto

    Anticipiamo un racconto tratto da “Il grande giorno”, di Jack Ritchie.

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