Il correttore

Archivio rassegna stampa

  • 26Giu2012

    Sara Meddi - mangialibri.com

    Vladimir è seduto davanti a un vecchio tavolo di frassino australiano a correggere delle bozze, quelle de I Demoni di Dostoevskij per la precisione, e mentre scandaglia il testo alla ricerca di imperfezioni riflette sulle parole di Alekséj Kirillov: «La paura è la maledizione dell’uomo».

    Vlad fa colazione e si aggira per casa, è l’11 maggio 2004, sua moglie Zoe sta ancora dormendo quando nel silenzio della mattina insieme a una bella luce invernale entra in casa anche una notizia che fa ripartire gli orologi da zero: «Diversi treni sono saltati in aria». Nell’11 settembre che ha colpito la Spagna i demoni sono entrati realmente nella casa di Vladimir, questa volta senza possibilità di correzioni. Vladimir vive una lunga giornata sospesa tra normalità e orrore («Ridere? Di che cosa? Di che cosa cazzo ridono?»). Le telefonate si susseguono incalzanti così come in televisione incombono sempre più gravi le notizie dell’attentato, una cronaca che diventa esempio dell’arte della menzogna politica, uno show della corruzione delle parole. Due fili di comunicazione che scandiscono il ritmo di una riflessione insieme personale e politica, tra il conforto della voce chiara e precisa dei libri e i segreti nascosti nel proprio passato…
    Un libro che si interroga sul rapporto tra comunicazione e realtà in una società che conosce  il male solo attraverso il filtro dalle televisioni, le stesse televisioni che rimandano discorsi fatti di parole decostruite per corrompere la realtà. E se la verità non trova più posto tra le parole della cronaca e della politica Vladimir/Salmòn ci fa inaspettatamente riscoprire il valore della letteratura come strumento di decodificazione della vita («Si può vivere senza leggere, è vero; ma si può anche vivere senza amare»), perché la letteratura si nutre di un linguaggio non legato all’urgenza del momento e che proprio per questo è carico di un’universalità che smaschera la menzogna e trascende il tempo. La verità è dunque nella letteratura ma la salvezza è infine riposta nell’amore, anche se imperfetto e lontano, ultima ancora di salvezza nel caos. Il correttore è una riflessione sul male non come entità astratta ma come una presenza fisica, concreta e incombente sulla vita di ognuno di noi. Ricardo Menéndez Salmón chiude infatti con questo romanzo la sua “trilogia sul male”, una trilogia ideale iniziata con L’offesa e proseguita con Derrumbe, romanzo non ancora pubblicato in Italia. Salmón è uno scrittore che si fa notare per la sua capacità di indagare senza banalità e con una scrittura pulita e fluida nelle grandi questioni della memoria e della morale.

  • 20Mar2012

    Antonella Finucci - Flaneri.com

    Tragedia, dolore, impotenza dell’essere umano e amore: gli ingredienti ci sono tutti, e tutti ben mescolati tra loro. Il risultato è buono, un libro piacevole e scorrevole ma mai superficiale e mai banale.

    Viene raccontata una giornata di Vladimir, una giornata particolare, intensa, distrutta emotivamente da una catastrofe, con una scrittura limpida, chiara, ma sicuramente accattivante e piena di riferimenti alla tradizione letteraria.
    Siamo nella stanza di Vladimir, invasa dall’aria frizzantina di marzo e dal profumo del mare. Vladimir, ex scrittore e ora correttore di bozze molto bravo, dunque molto richiesto, è concentratissimo, alle prese con una nuova edizione dei Demoni di Dostoevskij. Dostoevskij è il suo autore preferito e adora la Russia: il padre l’ha chiamato così in omaggio alla rivoluzione d’ottobre.
    Arriva, del tutto imprevista, la telefonata del suo editore che lo informa dell’attentato alla stazione Atocha di Madrid dell’11 marzo 2004. Da qui in poi tragedia pubblica e vita privata si intrecciano indissolubilmente in uno snocciolarsi di sensazioni che spaziano dalla rabbia iniziale alla consapevolezza dell’essere umano del non poter far nulla di fronte a tali drammatiche situazioni. Questo è il pensiero pieno d’angoscia di Vladimir (e dell’autore dunque), che vede una Spagna che si scopre fragile, che sta cambiando, in cui l’ottimismo degli anni ’80 inizia a mostrare le prime crepe.
    Ci si rifugia nell’amore: Vladimir passa la giornata come in trance, cercando di riprendere il lavoro interrotto al mattino, non riuscendo però a ritrovare la concentrazione, godendo almeno della serenità del suo matrimonio, sua unica certezza, con la bella Zoe, restauratrice di opere d’arte. Per Salmón proprio quel gesto d’amore a redimere un uomo, qualsiasi uomo oltre a Vladimir, «da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano».
    Sullo schermo della televisione scorrono le immagini dei morti e dei feriti, di gente letteralmente sconvolta, insieme ai volti dei politici bugiardi con le loro false accuse: l’autore mostra esplicitamente la subdola manipolazione politica che operò il potere su questo attentato, anteponendo interessi di partito alla verità storica. Per questo anche il romanzo offre una duplice lettura: quella di una cronaca intima, personale e quella pubblica, politica. Ed effettivamente non ce n’è una dominante, le due letture si alternano sullo stesso piano.
    Questa manipolazione del linguaggio della tragedia da parte dei politici lo induce a riflettere su quegli eventi a partire dai parallelismi con il romanzo che sta correggendo, testo che nella nostra cultura ha inaugurato una riflessione sul Male portato da altri uomini che sfidano Dio.
    Risuonano nelle sue orecchie le parole di Aleksej Kirillov: «La paura è la maledizione dell’uomo».
    E di tutti i periodi storici, questo nostro tempo è davvero dominato dalla paura: «…il nostro tempo ha fatto della paura il suo stendardo. Naviganti della galassia del sospetto, aridi, sfiduciati, pieni di rancore verso il prossimo, vaghiamo noi….»
    La storia non è come un romanzo, non puoi cancellare gli errori. La verità della vita è molto complessa, anche Vladimir si trascina dietro un suo segreto verso Zoe e verso tutto il resto del mondo (un figlio lontano), e nel romanzo si intrecciano i dubbi sulla sua bugia con la menzogna del potere. Vladimir è nervoso, non capisce il senso di ciò che succede e il romanzo ne registra i pensieri e le variazioni con grande precisione intellettuale.
    Mentre esplodono uno dopo l’altro i treni, fuori dalla finestra Vladimir vede il vicino innaffiare le piante. Un’assurda allegoria della tranquillità. Possibile continuare la vita di tutti i giorni? Possibile non essere travolti? Possibile, se la nostra vita, tutta intera, è una farsa.
    «La nostra vita, tutta intera, dall’alba fino all’ora del lupo, è una grande menzogna, un’ombra, una farsa. Fëdor Dostoevskij lo sapeva. Albert Camus lo sapeva. John Maxwell Coetzee, che ha scritto sulla genesi dei Demoni, un racconto bellissimo, Il maestro di Pietroburgo, lo sa anche lui. Per abitare questa menzogna, per riconciliarci con quell’ombra e quella farsa, per conciliare tutto quel che sappiamo con tutto quel che possiamo sopportare di sapere, è per questo che esistono cose come la letteratura».

  • 20Nov2011

    Francesco Raiola - Agora vox

    Spagna al voto: Ricardo Salmòn ci racconta una paese che vira di nuovo a destra.
    Ricardo Menéndez Salmón è considerato uno degli scrittori spagnoli di maggior talento. Il suo ultimo libro tradotto in Italia si chiama “Il correttore” (Marcos y Marcos) è si svolge in un’unica giornata, quella dell’11 marzo 2011, raccontando quella di un correttore, appunto, che sta lavorando su I Demoni di Dostoevskij.

    L’11 marzo 2011 è un giorno particolare per gli spagnoli: quello degli attentati alle metro a Madrid.
    Il libro è il racconto di quella mattina e soprattutto – ma non solo – una riflessione sulla politica e sulle bugie che si porta appresso. Bugie che permisero a Zapatero di battere Aznar, colpevole di aver mentito al paese, sapendo di mentire. Un Aznàr che a un certo punto di quella giornata “era un cadavere che prendeva congedio dal mondo dei vivi” e che “quando ebbe l’opportunità di resuscitare dalle sue ceneri, di risollevarsi dalle sue menzogne e riprendere a parlare come un essere vivo (…) scelse di non farlo”. E sempre ne Il Correttore è il rapporto tra il linguaggio e la politica, sull'(ab)uso che questa ne fa, uno dei fili conduttori: “Corrompere la realtà attraverso il linguaggio, ottenere che il linguaggio affermi ciò che la realtà nega, è una delle massime conquiste del potere. La politica si tramuta così nell’arte di camuffare la menzogna”.
    Salmón è un attento osservatore e critico della politica, appunto, e della società spagnola. Per questo motivo gli abbiamo fatto qualche domanda sulle elezioni che oggi, molto probabilmente, porteranno di nuovo le destre al Governo.
    Nel tuo ultimo libro tradotto in Italia, Il correttore, racconti il giorno degli attentati alle metro, e soprattutto le bugie di Aznar, l’allora Primo Ministro che a causa di quelle bugie perse le elezioni. Tutti gli ultimi sondaggi danno Rajoy come vincitore. La Spagna è pronta per tornare a destra?
    Dentro di me credo sia sempre troppo presto perché un governo di destra ritorni al potere. Ma è anche vero che la successione in Spagna nel 2004 non fu dovuto ai soliti motivi (affaticamento, stanchezza, caos programmatico), ma a un collegamento in appena 72 ore tra un evento eccezionale (gli attentati) e un infamia di potere (la lettura che il Partido Popular pretese di dare a quegli attentati). In realtà, la logica naturale della tendenza politica in Spagna avrebbe permesso che in questi ultimi otto anni sarebbe stata la destra a governare.
    I mercati hanno fatto un sacco di vittime in questi ultimi mesi: Zapatero, Papandreu, Berlusconi. In Italia si parla di spread anche al supermercato. In questi giorni è stata dura anche per voi. Che idea ti sei fatto di questa crisi?
    La cosa più perversa di questa crisi è che ha convertito la costellazione di significati che ruotano attorno alla parola economia in una ideologia. In una ideologia della paura, oserei dire. L’economia è oggi una istanza metafisica che si incarna in carne e sangue delle vittime. Intendo dire che il Mercato, la Banca, il Debito, tutte queste astrazioni dei mercati, si concretizzano nel licenziamento del lavoratore, nella famiglia intrappolata in un mondo di necessità autoimposte e nella sfiducia radicale tra le persone. L’economia oggi è una teologia laica, con le sue cose buone, quelle cattive, le recriminazioni, i suoi inferni e i suoi limbi. E sappiamo che nulla è più pericoloso dell’emergenza della metafisica. Perché in suo nome tutti gli eccessi sono ammessi.
    In Grecia Papademos, in Italia Monti, tutti tecnocrati che hanno lavorato con le banche. E’ un merito di Zapatero (che ha deciso di dimettersi e indire nuove elezioni) se i vostri candidati sono ancora politici? O sarebbe stato meglio un tecnico come in Italia e in Grecia?
    In Spagna, nei suoi governi, ci sono sempre stati tecnocrati. Basta ricordare i nomi di Solchaga, Boyer e Rato, figure legate alle banche. Il fatto che questi uomini non occupino la presidenza non impedisce che, da molto tempo, nella nostra politica nazionale, la parola del tecnico pesa tanto o più di quella del politico, dell’uomo della tribù, dell’uomo del partito. In realtà, ho la sensazione che il politico propone e il tecnico dispone. Quegli uomini nell’ombra, spesso di basso profilo, sono stati a lungo i piloti delle navi pubbliche delle nazioni. Per quanto riguarda Zapatero, le sue dimissioni e la decisione di indire nuove elezioni non rispondono proprio a un merito proprio quanto, piuttosto, al contesto sovrannazionale che oggi comanda tutta l’azione politica. La debacle di Zapatero in Spagna esemplifica perfettamente la prova che, al giorno d’oggi, è impossibile fare politica alle spalle di Bruxelles. E questo, di nuovo, ci colloca nel cammino dei tecnici. Papademos e Monti sono solo la punta dell’iceberg, la caduta definitiva di una maschera. Ho la sensazione che il vecchio modello di statista, che poteva incarnare un Kohl e un Mitterrand, ma anche Gonzalez in Spagna, è scomparso da tempo. Il carisma weberiano sembra che sopravviva solo nei trattati di sociologia politica.
    Zapatero è stato il simbolo di un’era in Europa. Giovane, di sinistra, senza paura di riformare (almeno nel primo mandato). Perché è andato tutto perso? E’ colpa di crisi economica, disoccupazione e spread o c’è altro? Cosa ha sbagliato?
    Ricordo che la mia prima visita in Italia coincise con l’ascesa della figura di Zapatero. L’entusiasmo generato fuori dalla Spagna era simile a quella che poi ha suscitato a livello globale, Obama, una sorta di speranza bianca della sinistra europea. Eppure io non riuscivo a comprendere il fervore dei miei amici italiani. Zapatero lo ha spazzato via la congiuntura economica, è vero, ma dal mio punto di vista si possono fare due critiche: la prima, che è stata negata per troppo tempo l’evidenza, quando il collasso della nostra economia e, soprattutto, il problema della disoccupazione sono stati pressanti, e la seconda, che si è seduto a tavola con i cannibali (Banche, Grossi Capitali, compresa la Chiesa cattolica, che lo Stato spagnolo continua a finanziare vergognosamente) e ha servito su un vassoio d’argento le conquiste del Welfare State in cambio, non di garanzie di un paese più giusto ed equo per la classe operaia, ma del mantenimento dei vantaggi e dei privilegi di questi cannibali.
    Quali sono le cose buone che ha fatto e rimarranno?
    In questi giorni circola in Spagna una battuta abbastanza sintomatica di questi otto anni di governo socialista. Ironicamente si dice che il più grande successo di questi anni di governo lo incarna Pere Navarro, direttore generale della sicurezza stradale e responsabile massimo per la drastica diminuzione del bilancio delle vittime di incidenti stradali in Spagna negli ultimi dieci anni. Lo cito come un sintomo dell’aria che si respira nel mio paese. Ho il sospetto che di questi otto anni rimarrà poco. I motivi? Che lo stesso governo socialista ha smantellato gran parte delle sue conquiste della legislatura 2004-2008, e che il futuro governo popolare smantellerà le poche rimaste, come la Legge sulla Dipendenza (Legge per la promozione dell’autonomia personale e la cura alle persone non autosufficienti e le famiglie ndr). La mia più grande paura adesso è che cosa accadrà con i due pilastri veramente democratici della società spagnola: una sanità pubblica universale e gratuita e il nostro sistema di istruzione pubblica.
    Quella spagnola è una delle società che ha cercato con maggior forza di combattere il sistema economico e gli indignados sono stati un modello per i movimenti di tutto il mondo. Cosa ne pensi di questi movimenti (anche Occupy Wall Street) e credi che possano cambiare qualcosa?
    Il movimento degli Indignados ha recuperato con coraggio e onestà la strada, il concetto di agora e discussione, la proposta di convertire la democrazia non in una mascherata che si rappresenta una volta ogni quattro anni, nel momento del voto, ma che si sviluppa ogni giorno nel quartiere, nella scuola, nello spirito associativo che lo anima. Il suo problema, tuttavia, che è il problema dello status quo del quale ci siamo dotati, è come trasformare questa proposta in un risultato pratico, tangibile, ma senza passare attraverso il processo della rappresentanza politica. Nel sollecitare l’astensione, esprimendo delusione per l’azione politica attraverso la scheda bianca o il voto nullo, il movimento favorisce il sistema bipartitico che governa in Spagna, che risulta sempre a beneficio dei grandi apparati di potere. Piaccia o no, questo fatto del voto in bianco o nullo ha un enorme valore simbolico ma uno scarso valore politico. Lo slogan «no somos a-políticos, somos a-partidistas» contiene una grande verità, il sentimento di una gran parte della società del mio paese, ma, mentre il sistema elettorale ha l’ultima parola nel disegnare la mappa politica della nostra società, quello può trasformarsi in una gridare al vento (in spagnolo Salmòn ha usato l’espressione “brindis al sol”, frase idiomatica di cui “gridare al vento” non è una traduzione letteraria).
    Per OWS quasi 2000 scrittori hanno firmato una petizione. Quale ruolo possono avere gli scrittori in questo momento, semmai possono averne uno?
    Ho sempre creduto che la letteratura, come forma di intervento sulla realtà così com’è, può contribuire a ciò che Spinoza considerava il fine ultimo del libero pensiero: la riforma dell’intelletto umano, una riforma che ci costringe a pensare da soli, senza la mediazione dalle autorità, e ci imponga di riconsiderare ciascuna delle verità apprese che ci dettano da subito. Diverso, invece, è come lo scrittore può articolare questo compito in un mondo, quello della propria letteratura, che forma parte di tutta quella rete di servilismo contro la quale la letteratura, per definizione, dovrebbe combattere.

  • 04Nov2011

    Giancarlo Montalbini - lettera.com

    La mattina dell’11 maggio 2004 Vladimir sta correggendo una bozza di stampa dei Demoni di Dostevskij quando la telefonata di un amico sconvolge la sua tranquillità: c’è stato un attentato terroristico alla stazione di Atocha con centinaia di morti.

    Quella tragedia diventa l’occasione per riflettere sulla precarietà dell’esistenza, sul senso della vita e sulla funzione della letteratura. E poi ci sono l’amore che lo lega a Zoe e il segreto che li divide.
    Il correttore: Andiamocene da qui
    … inaspettatamente, come topi in una costruzione la cui struttura fosse cambiata dalla sera alla mattina, cerchiamo una fessura attraverso cui fuggire da questo intollerabile tempo ciclico che ci perseguita.
    “Che rapporto c’è tra l’arte e la vita? Che senso ha ciò che non ha senso?”
    Il romanzo Il correttore di Ricardo Menéndez Salmòn ruota tutto attorno a queste domande.
    Due domande non facili che cercheremo di declinare insieme pur sapendo che le risposte mai arriveranno.
    Lo sa bene anche Vladimir, professione correttore di bozze, che la mattina dell’11 marzo 2004 è alle prese con una bozza di stampa dei Demoni di Dostoevskij quando improvvisamente, prima con una telefonata e poi attraverso la televisione, irrompe nella tranquillità del suo studio la tragedia dell’attentato alla stazione di Atocha che porta con sé centinaia di morti e migliaia di feriti.
    E’ subito evidente l’analogia non detta tra quelle pagine e il dramma che si è consumato per le strade, i demoni che abitano il romanzo dello scrittore russo non dissimili dai demoni che hanno armato la mente e le mani dei terroristi.
    In un momento come quello pensare ai libri, alle gioie e alle emozioni grandi che ci regalano, può apparire quasi blasfemo, perché “la vita è molto più importante della letteratura… i romanzi appaiono mentre la vita è”.
    Vladimir si ripete questa verità assiomatica, ma non ci crede nemmeno lui che dei libri ha fatto la sua vita.
    “Soltanto nei libri, sia come lettore, sia come scrittore, sia come correttore, sono riuscito a vincere quella sensazione di noia infinita verso gli avvenimenti della vita”.
    Questo suo distacco dalla realtà si traduce in un apparente cinismo, che tuttavia non gli impedisce di vivere con intensità il dramma che si è appena compiuto.
    “E mi resi conto di quanto sembrasse assurdo che il mondo continuasse a girare, di quanto paresse impossibile che là fuori, trenta metri sotto i miei piedi, la tabaccaia contasse monete da un euro, i vecchietti gettassero pane ai colombi e i miei nipoti sui loro banchi si sforzassero di comprendere l’essenza della divisione”.
    E’ triste constatare che, di fronte a qualsiasi lutto, privato o pubblico, la vita va avanti, deve andare avanti, perché si nutre del futuro. Basta non interrogarsi troppo su questo futuro, sembra dirci Vladimir, perché potremmo scoprire che non è migliore del passato.
    “… non c’è nulla dopo la morte… veniamo da un nulla e andiamo verso un altro nulla e, di conseguenza, non dobbiamo temere di perdere nulla durante il cammino. In questo consiste precisamente la nostra libertà, nell’accettare che le cose vadano in questo modo”.
    E così siamo approdati con Vladimir a quell’altra domanda scomoda, da cui eravamo partiti, sul senso di ciò che non ha senso.
    Non è solo un gioco di parole ma molto di più, è la constatazione che ogni gesto è inutile, ogni ansia è vana, ogni sforzo è insensato.
    Ma c’è sempre un però. La vita sarà anche più importante della letteratura, ma quando la vita trasuda male e violenza è nella letteratura che possiamo trovare una uscita di sicurezza, una risposta che altrove non c’è.
    “Come sempre furono i libri che mi procurarono un po’ di pace. Ogni volta che qualcosa mi opprime mi rivolgo alla mia biblioteca. Semplicemente mi dà conforto accarezzare un dorso, leggere una pagina a caso, studiare la mappa di Yoknapatawpha riportata nella mia copia di Assalonne Assalonne”.
    Sono tante le situazioni in cui abbiamo bisogno di conforto e dunque ben vengano i libri, la letteratura, anche se è solo un trucco, un gioco di prestigio.
    Si può vivere senza leggere? Si chiede Vladimir. Certo, così come si può vivere senza amare.
    Ma “solo chi è stato innamorato sa quel che l’amore dona e toglie; solo chi ha letto sa se la vita merita di essere vissuta senza conoscere gli uomini e le donne che ci hanno scritto mille volte prima che noi nascessimo”.
    Siamo partiti dalla cronaca (un attentato terroristico che ha colpito al cuore una nazione intera) per passare alla filosofia (le riflessioni sul senso/non senso dell’esistenza), per approdare a un saggio sul valore della parola scritta e della letteratura.
    Il correttore di Menéndez Salmòn è davvero ricco di spunti e suggestioni.
    C’è spazio anche per un segreto che Vladimir porta con sé e che non ha mai rivelato a nessuno, e c’è spazio per l’amore, un rapporto coniugale forte che lega Vladimir e Zoe e che solo è capace, forse, di offrire un motivo di speranza.
    “A parte l’amore, qualsiasi incombenza di questo mondo può essere rinviata all’indomani”.

  • 24Ott2011

    Salvatore Lo Iacono - asud'Europa

    L’11 marzo 2004 secondo Menéndez Salmon: l’amore e i libri contro la paura e le menzogne.

    La scrittura e la lettura come forme di protesta contro le ingiustizie della vita e contro una realtà  insoddisfacente, la letteratura come “rifugio dalle avversità” sono parole e pensieri, piuttosto recenti, del peruviano Vargas Llosa, tratte dal suo discorso al momento di ricevere il premio Nobel 2010.

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  • 19Set2011

    Andrea Coccia - booksblog.it

    Una conversazione con Ricardo Menéndez Salmón.
    Ricardo Menéndez Salmón è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri – in Italia pubblicati da Marcos y Marcos – si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano, l’amore, la morte, il male, territori dove la banalità tende i suoi agguati a ogni angolo, mietendo molte vittime illustri.

    Eppure Sàlmon è sempre stato abile nello schivare queste minacce, nel restare sempre ben al di là della sottile linea rossa che delimita il territorio periglioso dei sentimenti facili, della banalità e della stucchevolezza. Noi di Booksblog lo abbiamo incontrato a Mantova e nella stupenda cornice di piazza Alberti abbiamo discusso con lui di alcuni dei temi fondamentali di questo nostro strano tempo.
    Si è parlato della nostra ignavia, della società della nausea, del male, del bene, di quello che il futuro ci offrirà e della tensione che sta attraversando le piazze d’Europa. Insomma una lunga chiacchierata, tutta la leggere. Dopo il salto trovate la prima parte, per la seconda dovrete aspettare domani.
    Nel tuo libro L’offesa, il protagonista Kurt perde completamente il contatto con la realtà in seguito agli orrori della guerra. Questa sua atarassia può essere interpretata come metafora del distacco dalla vita politico-sociale e dell’ignavia che caratterizzano il nostro comportamento quotidiano di fronte al mondo?
    Sì è possibile. Probabilmente, seppur in modo inconsapevole, durante la scrittura dell’Offesa Kurt lo concepivo in questo modo. Però non si tratta di un’atarassia positiva, non come la concepivano i greci almeno, piuttosto si tratta di un’atarassia negativa, nel senso che l’incapacità di agire nel mondo nasconde il desiderio di non voler vederne alcuni aspetti, di non acquisire un grado di responsabilità in determinati momenti storici. Kurt, il protagonista dell’Offesa, in quanto tedesco mi serve come immagine per sviluppare una riflessione, forse una delle riflessioni centrali del secolo: come è possibile che una società enormemente avanzata sul piano educativo, estetico e filosofico, possa essere stata capace di allevare al suo interno, di accettare per più di un decennio un degli esperimenti politici più mostruosi della storia? In questo senso mi sembra che la paralisi sia una spiegazione, l’unica che in un certo senso possa convivere con il fascino della malvagità.
    Secondo te la nostra situazione in questo momento è paragonabile a quella?
    No, non credo. La situazione in cui ci troviamo dipende da un’altra forma di eccesso. Io credo che viviamo in una società completamente satura C’è un mio romanzo, che sarà sicuramente pubblicato l’anno prossimo in Italia, che contiene una riflessione su questa nostra società, che io definisco come società della nausea, nausea intesa come sovrabbondanza.
Viviamo in un mondo saturo, dicevo, ma solo materialmente, perché in altri ambiti è assolutamente vuoto. Credo che quello che ci ha condotto nella situazione in cui ci troviamo non sia stata semplicemente la perversità del sistema o l’ingiustizia che genera il capitalismo, quanto piuttosto questa inutile sovrabbondanza di cui ci siamo circondati e che ci ha portato a scoprire e a sperimentare sulla nostra stessa pelle che a questa sovrabbondanza materiale non risponde una pienezza nell’ambito della vita affettiva o di quella spirituale, a livello di soddisfazione personale o di etica. Insomma, ciò che stiamo patendo ora proviene dall’incapacità di questo modello economico di generare felicità.
    In questi giorni, con le commemorazioni dell’11 settembre si chiude un decennio segnato dalla paura e dal terrore. Che differenza c’è, secondo te, tra le due?
    Io credo che la paura negli ultimi anni si sia trasformata in un’ideologia. Abbiamo vissuto immersi nella paura per troppo tempo. Quello che c’è di perverso è che la paura è comoda, nel senso che si sospendono le proprie responsabilità e ci si sente in qualche modo protetti, da questo stato di paura. Io credo che la cosa più perversa tra tutte quelle che vengono dalla paura è che ci ha obbligato a scambiare la sicurezza con la libertà. La rinuncia, durante questo primo decennio del XXI secolo, della libertà in nome di una presunta sicurezza, mi ricorda quasi qualche pagina di Hobbes nel Leviatano. Siamo tornati a una situazione di tipo teocratico, settario. Ma io credo che questa paura stia cambiando faccia nel corso del tempo. Prima è stato il terrorismo che minacciava la nostra sicurezza, l’integrità del nostro stile di vita, ma ora credo che stiamo sperimentando un altro tipo di paura, che non riguarda tanto la sicurezza fisica, ma la nostra morale, i nostri rapporti affettivi, le amicizie, le relazioni. Insomma, questa ideologia della paura permane, ma sta cambiando faccia. Il terrore invece è una esacerbazione della paura, Dostojevski diceva che “Il terrore è la maledizione dell’uomo”, una frase che ho inserito anche nel Correttore, e che inizio anche come esordio del Crollo. Il terrore è una paura più atavica, più profonda, più arcana che interpella direttamente la natura umana.

  • 22Ago2011

    Leonardo Merlini - TMNews

    Spagna 11 marzo, un libro aspro e coraggioso
    In Italia non si parla molto di Ricardo Menéndez Salmón, scrittore quarantenne asturiano che ha già all’attivo numerosi libri e premi in Spagna. E leggendo il suo ultimo lavoro, l’implacabile ed esatto romanzo “Il correttore” che esce nel nostro Paese per i tipi di Marcos y  Marcos, forse si capisce perché.

    La scrittura di Salmón, infatti, è fredda, aspra, il suo pensiero è scomodo, lucido e senza ammiccamenti. E questo, soprattutto di fronte all’estate che cerca spasmodicamente i suoi gradevoli bestseller, conferisce forse poco appeal a un’opera che, invece, è l’ennesima conferma del talento dello scrittore, già fattosi notare con il sorprendente “L’offesa” di qualche anno addietro.
    Al centro del romanzo, che ha un’andatura avvolgente, senza però negarsi bruschi momenti di rottura, preziosamente calcolati dalla mano di Ricardo Menéndez Salmón, la reazione di un uomo (Vladimir, il correttore del titolo, una sorta di Bartleby che ha rinunciato a essere romanziere anni addietro e ora cura ossessivamente le opere di Dostoevskij) mentre con la moglie Zoe osserva in televisione le stragi in Spagna dell’11 marzo 2004 e, soprattutto, la sequela di affermazioni politiche della prima ora, che per quanto mendaci si sono fissate nel cranio delle persone come schegge esatte di disinformazione. E’ il terreno, tanto per fare un nome che da solo potrebbe valere il secondo Novecento, di George Orwell. E in questo terreno scabro e agghiacciante, sotto l’apparenza di normalità, Ricardo Menéndez Salmón si muove con sicurezza, carico di una dose di rabbia che fa pensare a quella britannica di John Osborne, che tra l’altro è di strettissima attualità proprio in queste ore nelle strade di Londra.
    L’attacco del libro è magistrale, e mostra come Salmón sappia gestire un ouverture romanzesca – momento spesso decisivo – con piglio classico e potente: “Quando il primo treno saltò in aria spargendo sulle nostre piccole e ostinate vite un’alluvione di sangue, rabbia e paura, io ero seduto al mio vecchio tavolo di frassino australiano a correggere le bozze dei Demoni di Fedor Dostoevskij”. I libri e la morte, quindi, detto in un altro modo quello che è il tema di tanta grande letteratura dai tempi della pazzia di Don Chisciotte. Eppure Salmòn riesce a rinnovare la narrazione, a renderla viscerale (come le viscere delle vittime, oscenamente esposte all’oltraggio e alle telecamere), sgradevole nella sua brutale lettura personale di quel concetto chimerico che è la verità. Una verità che è anche, e soprattutto, privata. Dallo choc dell’11 marzo, infatti, il protagonista del romanzo parte per ricostruire, con una prosa essenziale e sommersa, nel senso del principio dell’iceberg caro a Hemingway, la storia di un amore, quello tra lui, Vladimir, e la moglie, che ha vissuto di momenti di distanza che il correttore in queste pagine confessa. Con la solita abbacinante lucidità.
    Ricardo Menéndez Salmón è uno scrittore che merita di essere letto, anche solo per una frase come questa, a pagina 122 del libro: “La nostra vita, tutta intera, dall’alba fino all’ora del lupo, è una grande menzogna, un’ombra, una farsa. Fedor Dostoevskij lo sapeva. Albert Camus lo sapeva. John Maxwell Coetzee lo sa anche lui. Per abitare questa menzogna, per riconciliarci con quell’ombra e quella farsa, per conciliare tutto quel che sappiamo con tutto quello che possiamo sopportare di sapere, è per questo che esistono cose come la letteratura”.

  • 14Lug2011

    Redazione - buoneletture.wordpress.com

    Vladimir corregge testi, è al lavoro su I DEMONI di Dostoevskij quando l’11 marzo 2004 gli attentati dei terroristi sconvolgono Madrid.

    È questo il turning point da cui parte la riflessione del protagonista, che si porta dietro un grosso segreto. Un libro che parte da un richiamo ad un altro testo, Correzione di Thomas Bernhard, e già questo gli vale un bonus, per darci poi uno sguardo originale ai rapporti tra vita e narrazione, sui contatti umani e sulla solitudine.

  • 11Lug2011

    Elena Spadiliero - labottegadihamlin.it

    Vladimir corregge le bozze dei Demoni di Dostoevskij la mattina dell’11 marzo 2004. Non è una data qualunque, non per la Spagna: quasi duecento morti e più di duemila feriti in seguito agli attentati terroristici a Madrid. Non si tratta di un refuso, ma di un grande errore umano al quale non si può porre rimedio.

    C’è solo un posto dove il correttore può trovare pace dall’orrore che lo circonda quel giorno: nei suoi libri. Lo stesso accade per la moglie, Zoe, che si rifugia nel lavoro, nelle tele dei maestri che restaura con pazienza.
    Il correttore è un piccolo gioiello, una riflessione profonda sull’amore, ma soprattutto sul potere delle parole, capaci di esplicare ma, il più delle volte, anche di confondere. Ricardo Menéndez Salmón è una delle voci più ammirate della narrativa spagnola contemporanea, vincitore di numerosi premi, direttore editoriale di una piccola casa editrice.
    Il protagonista del romanzo non è solo un correttore, ma anche uno scrittore, anche se, per la verità ha scritto solo un paio di libri, dallo stile piuttosto ermetico. Ciò che lo unisce a Zoe è un amore profondo: «La prima volta che vidi Zoe pensai a com’era bella, però pensai anche che non mi sarei mai innamorato di lei […]. Oggi, quando vedo Zoe, non mi colpisce più tanto la sua bellezza, ma mi pare impensabile che io un giorno possa smettere di amarla». Eppure, Vladimir si è separato da lei per un lungo periodo, durante il quale ha intrattenuto diverse relazioni. Da uno di questi rapporti occasionali è nato un figlio, Eric, che vive in Australia con la madre. È un segreto che Zoe non conosce, una piccola ombra nel loro intenso rapporto.
    Il correttore riflette sulle parole. Il libro si conclude con una citazione da Correzione di Thomas Bernhard: «Se siamo onesti, dobbiamo renderci conto che quasi tutte le conversazioni in cui siamo coinvolti, senza sapere come e per quale motivo, sono inutili, sono sempre inopportune per noi, non fanno altro che indebolirci. Al momento giusto dobbiamo alzarci e andarcene da queste compagnie, situazioni, condizioni per entrare, com’è naturale in un lungo, lunghissimo periodo di solitudine ce non avrà più fine, così Roithamer». Il giorno dell’attentato Vladimir sta sempre in casa: riceve telefonate, riflette sulla letteratura, su Zoe, sui genitori, sul figlio lontano e praticamente sconosciuto. Solo di notte, marito e moglie spengono il televisore, si lasciano alle spalle le immagini di morte ed escono per andare a vedere il mare. Le ultime notizie di cui sono spettatori riguardano il crollo della borsa di New York e i dati negativi registrati: sintomo che tragedie come l’11 marzo in Spagna o l’11 settembre a New York sono l’ennesima causa di una guerra economica. Guardando l’oceano, il protagonista riflette sul legame con la moglie, sul fatto che fra un uomo e una donna momenti come quello sono «facili da individuare, ma molto difficili da esprimere». Stringe al petto Zoe e pensa che quel piccolo gesto vale più di tante parole che potrebbe dirle e che, forse, proprio quel gesto avrebbe potuto redimerlo da tutta la poesia del mondo, «da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano.»

  • 24Giu2011

    Goffredo Fofi - Internazionale

    Al cospetto della storia

    È un romanzo breve che mi era sfuggito, uscito nell’anno di Anatomia di un istante di Javier Cercas (Guanda) con il quale ha qualche ambizione comune. Cercas dilata pochi minuti della storia spagnola recente, il tentato golpe del 1981 visto in diretta tv, che segnò per il suo paese la vera riscoperta della democrazia, e ha esplorato i modi del romanzo storico-politico per mettere ordine nel caos della storia, per capirla onde agirvi.

    “Fare storia” è dare un senso all’esistenza di ciascuno e a quella dei popoli, di chi è oppresso dalla storia come di chi presume di incedervi, e non è facile. Menéndez evoca invece il sanguinoso attentato dei fondamentalisti ai treni madrileni dell’11 marzo 2004, con la caduta di Aznar e l’avvento di Zapatero. Immagina l’11 marzo di un correttore di bozze alle prese con I demoni di Dostoevskij, la sua vita di coppia, le telefonate affannose con amici e datori di lavoro, con i genitori. Immagina anche un suo mistero (un bambino avuto da un precedente legame).
    Interrogandosi su orrore e mistero della Storia, il correttore accetta la mediocrità di chi capisce che non ha mezzi per correggere la storia e si rifugia negli affetti. Il romanzo e la politica, la storia, l’io scrittore e il suo contesto pubblico e privato, i nostri ambiziosi scrittori avrebbero di che rifletterne.

  • 06Giu2011

    Goffredo Fofi - Internazionale

    Al cospetto della storia.

    Ricardo Menéndez Salmón, Il correttore, Marcos y Marcos, 156 pagine, 14,50 euro.

    È un romanzo breve che mi era sfuggito, uscito nell’anno di Anatomia di un istante di Javier Cercas (Guanda) con il quale ha qualche ambizione in comune.

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  • 04Giu2011

    Fabrizio Coscia - Il Mattino

    Napoli vista dalla Spagna, «Unica, bella e possibile». Lo scrittore Menéndez Salmón a spasso tra i vicoli del centro antico. Nel romanzo «Il correttore» racconta l’attentato di Madrid del 2004.

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  • 04Giu2011

    Fabrizio Coscia - Il Mattino

    «Napoli è una città che non assomiglia a nessun’altra al mondo. Forse non sarà facile viverci, ma la sua atmosfera felicemente caotica è qualcosa di unico». Quella di Ricardo Menéndez Salmón è una delle voci più originali della nuova narrativa spagnola.

    Quarantenne asturiano, direttore editoriale di una piccola casa editrice, con i suoi racconti e romanzi – tra cui Gridare e L’offesa, pubblicati in Italia da Marcos y Marcos – ha conquistato più di quaranta premi, tra cui il prestigioso Juan Rulfo. Il suo ultimo libro, Il correttore (Marcos y Marcos, pagg. 155, euro 14,50), affronta una delle pagine più dolorose della storia contemporanea spagnola: l’attentato terroristico dell’11 marzo 2004 nelle quattro stazioni ferroviarie di Madrid, con il suo tragico bilancio di 191 morti e più di duemila feriti. Il libro sarà presentato oggi al Chiostro Grande di San Paolo Maggiore da Francesco Raiola alle 18:45 per la rassegna «L’altra Galassia – Napoli sotterranea». L’incontro è anche l’occasione per lo scrittore spagnolo di tornare in una città che sostiene di amare moltissimo.
    Salmón, che cosa l’affascina in particolare di Napoli?
    «La sua atmosfera, e la sua ricchezza storica. In Spagna esistono molte città così antiche, ma nessuna grande metropoli come Napoli».
    Com’è nata l’idea di scrivere un romanzo sull’attentato alle stazioni di Madrid?
    «Volevo raccontare la tragedia, il dolore tremendo che ha causato alla Spagna l’attentato terroristico del 2004. Ma allo stesso tempo volevo anche dar voce all’indignazione e alla rabbia per le menzogne con cui il potere, all’epoca del governo Aznar, ha cercato di manipolare la verità, addebitando quell’attentato all’ETA. Non è un caso che il protagonista del romanzo, quando riceve la notizia della tragedia, stia correggendo le bozze dei Demoni di Dostoevskij. La metafora del libro, in fondo, è proprio nel concetto di correzione. La società civile che corregge l’errore che il potere stava scrivendo nel libro della Storia. È questa la forza della democrazia».
    È anche la forza della letteratura?
    «Senza alcun dubbio. La letteratura è uno strumento capace di smascherare le menzogne e le infamie, ma è anche un’arte che ti regala conforto, un rifugio nei momenti di dolore collettivo».
    A Napoli e in altre città italiane si sono appena svolte le elezioni amministrative, con la vittoria della sinistra. In Spagna invece c’è stat una tendenza inversa. Come lo spiega?
    «Le nostre elezioni amministrative hanno visto il trionfo della destra. E tutto fa pensare che questo voto sia solo l’anticipo di quello che accadrà con le elezioni politiche. La spiegazione di questa tendenza va ricercata soprattutto nella crisi economica. La prima fase del governo Zapatero è stata caratterizzata da molte conquiste sociali, poi, proprio a causa della grave crisi mondiale, c’è stata un’involuzione, è questo mancato proseguimento delle politiche sociali non è stato perdonato dal popolo della sinistra, che ha risposto con l’astensionismo».
    Com’è stata accolta in Spagna la vittoria dei sindaci di sinistra a Milano e Napoli?
    «Gli opinionisti politici avevano dato già per certa la vittoria di Pisapia. Sono stati molto più sorpresi di quella di De Magistris. Se n’è discusso molto, in questi giorni».
    Lei pensa che come in Spagna questo voto anticipi l’esito delle prossime elezioni governative?
    «Non saprei. Certo è che un’uscita di scena del premier non potrebbe che far bene all’Italia. L’Italia è molto amata dagli spagnoli e c’è un’opinione diffusa che non meritereste questa situazione politica».

  • 03Giu2011

    Glauco Felici - La Stampa

    I demoni di Madrid
    Quell’11 marzo del 2001 gli attentati alle stazioni madrilene, che causarono 191 morti e migliaia di feriti, segnarono a fuoco la storia della Spagna, e degli spagnoli. Ricardo Menéndez Salmón, quarantenne scrittore asturiano assai amato, ne ha preso spunto per rappresentare con il suo stile essenziale e perentorio la vicenda di Vladimir, di come l’attentato si sia introdotto prepotente nella sua vita.

    Mentre è al lavoro sulle bozza dei Demoni di Dostoevskij – Vladimir rivede e corregge testi, è il suo mestiere – apprende l’orribile notizia. Da lì s’innesca una dolente riflessione sulla realtà, quella generale del mondo e quella particolare della sua propria esistenza. Il corettore (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, pp. 160, € 14,50) si apre e si conclude con due citazioni da Correzione di Thomas Bernhard. La prima allude all’importanza del segreto, e in effetti la vita di Vladimir ne nasconde uno enorme, che il lettore scoprirà da solo; e anche a come la vanità del raccontare danneggi l’operato della persona. La seconda indica quanto siano inutili e negative le conversazioni, i contatti umani e come la soluzione per ogni cosa sia scegliere la via della solitudine. Entrambi i temi sono centrali nella narrazione di Menéndez, ma certo vi è dell’altro nel suo libro. Al di là della convincente costruzione narrativa, quel che viene indicato è come la scrittura – e la comunicazione in genere, soprattutto quella televisiva – rappresentino il reale senza possibilità di modificarlo e come silenzio e solitudine siano scelte da perseguire. Ma la vicenda ha i suoi punti di svolta, e dal fondo di tanta disperazione emerge la coscienza di come l’amore sia la salvezza di ognuno stringendo a sé la moglie Zoe, Vladimir scrive: «Capii così che disponevo soltanto di quel gesto per ricordarle quanto la amavo. E capii anche che quel piccolo gesto mi avrebbe redento da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano». Con buona paca, insomma, di Villon, Seferis e Pessoa, i cui versi possono soltanto «catturare l’ineffabile dell’esistenza, la sua peculiare indeterminatezza, le costanti correzioni a cui ci obbliga per non impazzire».

  • 03Giu2011

    Glauco Felici - La Stampa

    «Il correttore» di Ricardo Menéndez Salmón.

    I demoni di Madrid

    Quell’11 marzo del 2004 gli attentati alle stazioni madrilene, che causarono 191 morti e migliaia di feriti, segnarono a fuoco la storia della Spagna e degli spagnoli.

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  • 03Giu2011

    Ilaria Urbani - La Repubblica di Napoli

    “Una città confusa e felice ma quanta fatica viverci”

    Ha studiato Croce e Vico all’università, si è appassionato ai libri di Giuseppe Montesano e ora è pronto a visitare Napoli. Lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón, rivelazione letteraria degli ultimi anni in Spagna, sarà ospite della prima edizione di “Un’altra galassia”.

    Domani alle 18:45 presenterà nel chiostro grande di San Paolo Maggiore il suo ultimo romanzo “Il correttore” (edito in Italia da Marcos y Marcos) insieme con il giornalista Francesco Raiola. Salmón, classe 1971, con “L’offesa” ha vinto il premio Jaun Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali per la letteratura in lingua spagnola. Il libro ha suscitato molto interesse in Spagna, al punto da essere definito il fenomeno letterario del 2007. «L’esperienza di Napoli promette di essere speziale. Lo scenario, naturalmente, è suggestivo. Mi è capitato solo una volta, finora, di leggere in una chiesa, ma era un piccolo monastero romanico delle Asturie».
    A Napoli ci è stato due anni fa. Che idea si è fatto?
    «Una città confusa, veloce, felicemente caotica. Una città, immagino, meravigliosa da visitare occasionalmente, ma molto complessa da vivere giorno per giorno. Ricordo l’atmosfera brulicante e l’incredibile bellezza del mare visto dalla sede dell’Istituto Cervantes, in via Nazario Sauro».
    Arriva in una città che ha appena eletto il suo nuovo sindaco, un ex magistrato che si è appellato alla società civile e ragiona sui temi cari ai movimenti. Da cittadino di una Spagna delusa dalla stagione di Zapatero, che opinione si è fatto?
    «Non ho ancora elementi di giudizio per valutare l’elezione di De Magistris, però, come persona di sinistra mi rallegro per tutto ciò che può aiutare ad allontanare Berlusconi dal potere. Purtroppo, proprio adesso in Spagna stiamo imboccando la strada che ha percorso l’Italia negli ultimi anni: una virata radicale e penosa verso posizioni neoliberiste e conservatrici».
    La rassegna che la ospita è organizzata da un collettivo di giovani scrittori e giornalisti napoletani. Tra le sue letture ci sono autori napoletani?
    «Ho letto Giuseppe Montesano e, anche se non è napoletano di nascita, conosco bene l’opera di Curzio Malaparte, uno scrittore che ammiro e detesto in parti uguali. In più, da studente di filosofia, ho letto Vico e Croce».
    I suoi romanzi hanno un sapore contemporaneo, ma spesso hanno come sfondo eventi storici. La considera un’urgenza narrativa?
    «Nella mia opera, la memoria è un tema cruciale. Forse per questo alcuni dei miei libri si avvicinano alla storia passata, ma sempre con il proposito di favorire letture in chiave contemporanea. Comprendere da dove veniamo per cercare di immaginare dove stiamo andando».
    Cosa l’ha ispirata per il suo ultimo romanzo “Il correttore” che ha come protagonista Vladimir impegnato nella correzione di bozze dei “Demoni” di Dostoevskij l’11 marzo 2004, giorno dell’attentato terroristico alla stazione Atocha di Madrid?
    «L’ispirazione proviene da una duplice esperienza. Da un lato il dramma degli attentati dell’11 marzo, con il loro carico di morte e dolore. Dall’altro, dalla subdola manipolazione politica che operò il potere su questo evento terrificante, anteponendo interessi di partito alla verità storica delle circostanze. Per questo anche il romanzo offre una duplice lettura: quella di una cronaca intima, personale e quella di un resoconto collettivo, politico».
    Ambienterebbe un romanzo a Napoli?
    «Mi dispiace, ma credo di no. Nel mio ultimo romanzo compare la Toscana… Accontentiamoci di questo».

  • 03Giu2011

    Ilaria Urbani - Repubblica Napoli

    “Una città confusa e felice, ma quanta fatica viverci”

    Lo scrittore spagnolo Salmón ospite della rassegna

    Ha studiato Croce e Vico all’università, si è appassionato ai libri di Giuseppe Montesano e ora è pronto a visitare Napoli.

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  • 26Mag2011

    Claudia Tarolo - Chiara Pibiri - La nota del traduttore

    Il correttore racconta le prime sedici ore dopo l’attentato di al-Quaida a Madrid (11 marzo 2004). Il punto di vista è quello di Vladimir, un uomo che corregge errori di scrittura per lavoro e non potrà mai correggere l’errore spaventoso che un attentato introduce nella trama del mondo.

    Nella sua casa di fronte al mare, trattiene il fiato. Nel pronto soccorso ideale che allestisce per sé e per le persone amate, ogni riflessione è stringata e urgente, incalzata dalla pressione della realtà.
Per la gioia del traduttore, la tensione linguistica non cala mai. È un libro fatto quasi esclusivamente di frasi memorabili. È come scalare una vetta dietro l’altra risparmiandosi la pioggia, lo zaino, la marcia di avvicinamento. C’è tuttavia una ragione in più per cui vale la pena di parlare della traduzione di questo libro. Nel momento in cui scoppiano le bombe Vladimir sta correggendo le bozze dei Demoni di Dostoevskij. Il riferimento è denso di implicazioni e si intreccia profondamente con la narrazione. Salmón riporta un passo dei Demoni, per dimostrare che ciò che rende immortale uno scrittore è la capacità di essere geniale anche in passaggi secondari. In particolare, Salmón cita una frase, quando Stepàn Trofímovič si mette in viaggio, e Dostoevskij dice che l’idea del viaggio, della strada, è come un sogno, come la vita umana. Ma c’è qualcosa nel viaggio, che spezza l’incanto del sogno, riportandolo alla più prosaica realtà. Qualcosa che il traduttore spagnolo di Dostoevskij chiama «contrattare cavalli di cambio». Questa immagine, «contrattare cavalli di cambio», ha un effetto fulminante sul protagonista
del Correttore. È un’immagine da scrittore immortale, dice Vladimir, «ti assale come un ladro e ti porta via anche il respiro». Dall’istante in cui la legge, Vladimir non vede altro che cavalli. Cavalli che ruminano gerani sul balcone di fronte, cavalli da tiro in cortile; il suo letto è intriso di sudore di cavalli. La forza dell’immagine lo travolge al punto da farlo affondare in un sonno profondo.
Cerco il passo in questione sulle traduzioni italiane dei Demoni per prelevare la traduzione e citare la fonte: consulto le versioni di Alfredo Polledro per Einaudi, Gianlorenzo Pacini per Feltrinelli. Dei cavalli, nessuna traccia. A interrompere l’idea romantica del viaggio è il «foglio di viaggio», il «documento di vettura».
Non conosco il russo e, incuriosita, vado a controllare le traduzioni francese e tedesca di quel passo. In entrambi i casi si parla di «documenti di viaggio», mai di «cavalli di cambio».
Chiedo infine ai miei amici che sanno il russo, e ricevo la conferma definitiva: Dostoevskij si è riferito a «documenti di viaggio» e non a «cavalli di cambio». L’immagine che tanto ha colpito Salmón è frutto della fantasia del traduttore spagnolo, che ha trasformato un concetto razionale e simbolico in un’immagine potentemente fisica e visiva. Mi sono inchinata, dunque, per non perdere un quadro
essenziale nel romanzo di Salmón, all’estro del traduttore spagnolo, Juan López-Morillas, e ho contaminato
anche la traduzione italiana del passo dei Demoni con «froge di cavallo fumanti», rendendo un silenzioso omaggio al collega al di là dei Pirenei e a tutti i traduttori.
Perché Salmón, leggendo Dostoevskij, leggeva anche il suo traduttore; l’immagine che lo lasciava senza fiato, era in realtà di Juan López Morillas. Sembrava un rapporto a due, invece erano in tre; poi siamo stati almeno in cinque in quel felice crocicchio tra le strade infinite del senso.

    È l’11 marzo 2004, il giorno degli attentati alle stazioni ferroviarie di Madrid, tre giorni prima delle elezioni per eleggere il nuovo governo. Vladimir, correttore di bozze che deve un nome così impegnativo al padre, appassionato della Rivoluzione russa, si accinge a controllare le ultime pagine della bozza dei Demoni di Dostoevskij. È l’inizio del Correttore dell’asturiano
Ricardo Menéndez Salmón, vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Ruan Rulfo. Poi una telefonata, la notizia, la tv accesa per tutto il giorno, la stasi disperata che si interrompe solo per aggiornare il conto dei morti o per trasmettere i messaggi dei politici. Tutto è vissuto da una prospettiva periferica – una piccola cittadina spagnola sul mare. Qual è la reazione a tanto dolore, quale può essere il modo migliore per confrontarsi con i quasi duecento morti, ognuno dei quali, per usare le parole dell’autore, «sembra essere stato deposto nel salotto di casa»? Vladimir si aggrappa alle persone che ama: ai
suoi genitori, alla moglie Zoe; ma anche a quelle lontane come Eric, il figlio che vive in Australia e che tiene segreto a tutti, e cerca una spiegazione nella letteratura. Vladimir è senza dubbio un intellettuale, nell’accezione di Jean Améry: ha un sistema di riferimento essenzialmente filosofico e umanistico. Eppure, dopo la parentesi come scrittore, decide di tenersi ai margini della letteratura che ama, che costituisce l’unico suo filtro della realtà e la sua unica fonte di comprensione e decodificazione della vita. Ritaglia per sé stesso il ruolo di correttore di bozze: non più parole sue, ma solo parole altrui, su cui può agire solo a livello grammaticale. Con la stessa perizia che applica alla ricerca dell’errore testuale, Vladimir analizza i discorsi dei politici e gli elementi dell’indagine, all’inizio taciuti perché prova lampante dell’incompetenza del governo e della sua malafede. E alla fine di tanto dolore non rimane nulla, perché purtroppo non porta la saggezza che impedirebbe di compiere altro male. Come il correttore che, leggendo una biografia di Kierkegaard, controllerà una prima volta la grafia corretta di Copenhagen e scoprirà «un infetto Copenaghen» ma poi, convinto di non averne più bisogno, non controllerà più e forse ignorerà errori successivi, così gli uomini nel momento del dolore pensano che non potranno più dimenticarlo, salvo poi, fatalmente, sbagliare e infliggere dolore al prossimo. E così i 192 morti di Madrid non salveranno le migliaia di morti per malattia, guerre, povertà nelle altre parti del mondo. Anche la compagna di Vladimir, Zoe, che come lui vive di arte ma con una mansione in qualche modo marginale, tecnica (è una restauratrice), perderà il sonno per un po’ dopo gli
attentati, ma poi, un giorno, ricomincerà a dormire: forse nemmeno in lei il dolore ha lasciato la ferita della saggezza. Ma proprio in un giorno in cui nulla sembra meno importante dei libri, l’editore Uribesalgo, l’amico Robayna – che non ha rinunciato a scrivere – e persino il figlio della panettiera chiedono aiuto a Vladimir: vogliono sapere da lui, dallo scrittore, perché sia successa una tragedia del genere. Ed ecco che insieme alla disperata e impietosa analisi di quell’11 marzo e delle tante colpe dell’Occidente, il protagonista, che ha smesso di scrivere perché ritiene che gli scrittori non siano più ascoltati, nel Correttore rivela il potere salvifico della letteratura e dell’arte, della bellezza, della necessità di amare. E quando Vladimir stesso si scusa se, in un momento di emozione pura, scrive che «solo chi è stato innamorato sa quel che l’amore dona e toglie» e solo chi ha letto sa «se la vita merita di essere vissuta senza conoscere gli uomini e le donne che ci
hanno scritto mille volte prima che nascessimo», il lettore lo ringrazia per questi piccoli barlumi, forse non di saggezza, ma certo di speranza.

  • 25Mag2011

    Silvia Del Ciondolo - Pulp

    Quando la vita sembra scorrere placida come se tutto fosse dovuto, a volte accadono fatti talmente grandi che mettono in discussione tutto, fuori e dentro. Vladimir è un raffinato correttore di bozze, vive a Madrid ed è innamorato delle belle lettere (Dostoevskij e Camus sono i suoi preferiti). Una mattina come tutto, l’11 marzo del 2004 intorno alle 7.30 del mattino, sta correggendo i Demoni sul suo tavolo di frassino.

    Per la precisione si sta dedicando alle parole di Alekséj Kirillov: “la paura è la maledizione dell’uomo”. Non può immaginare quanto profetiche siano, quelle poche parole. Nel giro di qualche minuto la prospettiva sul mondo di Vladimir cambia e la paura invade la Spagna e l’intera Europa. L’attentato ferroviario alla stazione di Atocha è il primo di quattro quella mattina, quattro esplosioni, 192 morti. Il correttore è il terzo libro di quella che si può definire una “trilogia sul male”, dopo L’offesa e Derrumbe, non ancora tradotto in italiano. I tre mali sono la guerra, le paure della gente usate come mezzi di controllo e quindi il terrorismo. Minimo comun denominatore: la spaventosa decadenza del mondo occidentale. Nella cultura, nei costumi, nella politica. I politici mentono, manipolano i fatti: il linguaggio e il potere, venendo a coincidere, possono modificare la realtà a loro piacimento. Man mano che Vladimir scopre i dettagli sulla tragedia e la matrice dell’attentato si chiarisce, la sua inquietudine lo spinge a riflettere sulla società, l’amore, la scrittura. La cronaca di quel giorno allucinante diventa così un modo per raccontare di sé, per entrare e uscire dalla Storia, creando un viavai di fatti personali e pubblici. Veniamo a sapere, ad esempio, che Vladimir nasconde un gran segreto alla sua amata compagna Zoe. C’è un figlio, nato da una relazione insignificante, che vive lontanissimo e che Vladimir vede solo in foto. E Zoe ne ignora l’esistenza. La decadenza del continente diventa decadenza personale. Comunque l’amore, pur non essendo una realtà compatta, è un’arma contro il male. Abbracciando Zoe, Vladimir focalizza che quel piccolo gesto gli è sufficiente per essere redento da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano.

  • 11Mag2011

    Silvia Del Ciondolo - Pulp

    Ricardo Menéndez Salmón

    Il correttore (traduzione di Claudia Tarolo), Marcos y Marcos, pp. 155, euro 14,50.

    Quando la vita sembra scorrere placida, come se tutto fosse dovuto, a volte accadono fatti talmente grandi che mettono in discussione tutto, fuori e dentro.

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  • 09Mag2011

    Dario De Marco - Giudizio Universale

    Il correttore, romanzo per gli anni Ground Zero
    La morte di Osama Bin Laden ha forse appena chiuso un decennio di terrorismo e di terrore. Riccardo Menendez Salmòn ne ricorda uno dei momenti salienti, l’attentato di Madrid nel 2004. Una sorta di 11 settembre spagnolo, che sconvolge il protagonista ma senza lasciare segni nella sua vita quotidiana

     

    A cavallo tra il 2009 e il 2010, ci si incominciò a chiedere quale fosse la cifra del decennio che volgeva al termine. Dal dopoguerra in poi, siamo stati abituati a prenderla in blocchi: anni ’50 la ricostruzione, anni ’60 il boom, anni ’70 contestazione/piombo, anni ’80 edonismo, anni ’90 globalizzazione/noglobal. E gli anni zero, quali sono stati? Quelli dell’ascesa cinese? Quelli dell’internet 2.0, di facebook? Quelli della crisi economico-finanziaria, quelli della nascita di Giudizio Universale? In realtà è chiaro che lo scorso decennio è iniziato l’11 settembre 2001, e che è stato il decennio del terrore. Non del terrorismo, proprio del terrore. Anche del terrorismo, ma soprattutto di quel che è seguito, in termini di guerre internazionali, compressione dei diritti civili, armi di distrazione di massa, cambiamento delle nostre abitudini mentali. 
 
In questo senso, si può dire che gli anni zero sono finiti solo il 2 maggio 2011, con la morte di Osama bin Laden. Forse. Perché già nei giornali e nelle nostre teste si affacciano altri fantasmi: dalle minacce di vendetta del jihadismo globale al toto-successore per lo scranno traballante di numero uno in al Qaeda. Per non parlare delle paranoie negazioniste: è ancora vivo? (ma soprattutto: quanto dev’essere grande, quest’isola del Pacifico, per accogliere tutta la Hall of Fame dei non morti, da Elvis a Jim Morrison?). Vedremo, se possiamo veramente dirci usciti dal decennio del terrore. Sicuramente, forte è la tentazione, davanti alla complessità di questo periodo, di chiamarsi fuori, di non sforzarsi di capire, di raccontare. 
 
Certo l’11 settembre è rimasto una data storica, anche per quelli che l’attacco alle Torri gemelle lo attribuiscono alla Cia o ai Savi di Sion. Con una frase non meno vera che abusata, si dice che ognuno di noi, americano o no, ricorda cosa stava facendo in quel momento e cosa fece nelle ore immediatamente seguenti. Qualcuno ricorda invece quello che stava facendo l’11 marzo del 2004? A qualcuno dice qualcosa il nome di Atocha? Agli spagnoli sicuramente sì: ’11 marzo 2004 fu “l’11 settembre” della Spagna, una serie di bombe sui treni, principalmente nella stazione madrilena di Atocha ma anche in vari altri convogli e fermate, quasi duecento morti e più di duemila feriti.

    Lo ricorda bene lo scrittore Ricardo Menéndez Salmòn, e lo ricorda il protagonista del suo libro Il correttore, che si svolge tutto nelle prime ore dopo gli attentati. Lo shock irrompe, come per molti, attraverso la tv, in una tranquilla mattina, in un posto lontano dalla capitale. Da quel momento per Vladimir, correttore di bozze all’opera sull’ennesima edizione di Dostoevskij, tutto precipita in un vortice di confusione, perché è subito chiaro che è successo qualcosa di irrimediabile, un “qualcosa che metta bene in chiaro che in bel giorno, senza dubbio, tutto andrà in merda”.
 
E non perché di lì in poi, come nei film di Iñarritu, parta un effetto domino che dai macro avvenimenti storici si ripercuote in maniera terribile nel micro sulle vite dei singoli, o viceversa. O forse proprio per quello: perché non succede niente o quasi. Il protagonista assiste infatti disperato e inerte ai fatti, tra un colloquio con i genitori in panico e varie telefonate di un amico che è sul luogo della tragedia, tra le notizie che continuano a gocciolare dalla tv e le imbarazzanti reazioni a caldo dei vari politici. Contemporaneamente, questi fatti si intrecciano ai ricordi e ai temi personali: il suo lavoro di correttore di bozze, un passato da scrittore che non vuole far tornare ma che fatica a seppellire, il rapporto altalenante con la moglie, un figlio segretissimo.
 
Se pure un evoluzione e un filo c’è, in questo Il correttore che più di un romanzo è un racconto lungo, alla fine il senso del libro sembra essere questo: quanto i grandi avvenimenti, nonostante l’impressione di vicinanza data dal poterli seguire in diretta grazie ai media, non influiscano direttamente sulla nostra vita, in apparenza. E quanto, in realtà, impercettibilmente la modifichino fin negli angoli più distanti e intimi. 
 
Vladimir, il protagonista, a un certo punto della sua vita abbandona la scrittura. Dicendo, come gli ricorda l’amico, “che la vita è molto più importante della letteratura. Che i romanzi appaiono, mentre la vita è”. Si chiama fuori, rinuncia a capire la realtà, a raccontare la sua realtà. Menendéz Salmòn, lo scrittore, no, non rinuncia. Noi anche, nel nostro piccolo, ci proviamo.

  • 09Mag2011

    Dario De Marco - Giudizio universale

    Il correttore, romanzo per gli anni Ground Zero

    La morte di Osama Bin Laden ha forse appena chiuso un decennio di terrorismo e di terrore. Riccardo Menendez Salmòn ne ricorda uno dei momenti salienti, l’attentato di Madrid nel 2004. Una sorta di 11 settembre spagnolo, che sconvolge il protagonista ma senza lasciare segni nella sua vita quotidiana.

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  • 26Apr2011

    Giuseppe Ortolano - Il venerdì

    Il correttore

    Ricardo Menéndez Salmón, Marcos y Marcos, pp. 160, 14,50 euro, traduzione di Claudia Tarolo.

    Vladimir non ha più voglia di scrivere e si rifugia  nel mestiere del correttore di bozze.

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  • 13Apr2011

    Giuseppe Ghini - Il Giornale

    “I demoni” del Duemila sono refusi della storia.

    Dostoevskij era in Italia da qualche tempo, quando scoppiò in Russia il caso Nichaev. Sergej Nechaev, nichilista, fanatico del terrore, appena ventenne era emigrato in Svizzera per incontrare Bakunin e pubblicare Il catechismo del rivoluzionario.

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  • 13Apr2011

    Giuseppe Ghini - Il Giornale

    «I demoni» del Duemila sono refusi della storia

    Dostoevskij era in Italia da qualche tempo, quando scoppiò in Russia il caso Nechaev. Sergej Nechaev, nichilista, fanatico del terrore, appena ventenne era emigrato in Svizzera per incontrare Bakunin e pubblicare Il catechismo del rivoluzionario.

    Appena tornato in Russia, nel 1869, era passato dalla teoria alla pratica, fondando un’organizzazione basata su «quintetti» autonomi. Quando incontrò l’opposizione interna di un membro dell’organizzazione, lo studente Ivan Ivanov, decise che era utile ucciderlo insieme a cinque seguaci. Nechaev emigrò di nuovo in Svizzera, gli altri terroristi furono catturati e processati. Dopo la condanna in contumacia, però, la neutrale Svizzera decise di restituire Nechaev alle galere russe. Il terrorista si tolse la vita una decina d’anni dopo, in prigione, nell’anniversario dell’omicidio di Ivanov. L’ex-galeotto Dostoevskij non poteva rimanere insensibile a una storia del genere e ricreò la vicenda nei Demoni, rielaborandola mediante un’interpretazione «metafisica», spirituale.
    In Il correttore (Marcos y Marcos, pagg. 156, euro 14,50) Ricardo Menéndez Salmón racconta di un correttore di bozze spagnolo che sta concludendo il suo lavoro proprio sui Demoni di Dostoevskij quando riceve la notizia della strage alla stazione di Atocha: è l’11 marzo 2004. «Il racconto della cospirazione di Nechaev e la presenza del terrore contemporaneo suggeriva un accostamento seducente e nello stesso tempo abominevole», scrive il correttore, e questo non sembrerebbe il suo unico legame con la violenza della Russia, se è vero che il protagonista è stato chiamato Vladimir in omaggio alla Rivoluzione d’Ottobre. Di fronte ai 191 morti della strage di Atocha la vita di Vladimir e di sua moglie Zoe sembrano perdere significato. Tuttavia, mentre il mondo procede nel suo tran tran e la politica coltiva cinicamente i suoi obiettivi, Vladimir cerca di scendere nel profondo di quell’orrore, al contempo crollo delle certezze e invasione della paura generalizzata. Non è una discesa facile: in certe pagine il correttore è ancora limitato dai pregiudizi del qualunquismo contemporaneo («oggi ci raduniamo soltanto per i funerali degli impostori: re, pontefici, politici»), in altre rimpiange acriticamente il pantheon della «religione della politica» («Democrazia, giustizia, libertà. Tutte queste parole, in realtà tanto profonde che dovrebbero bruciare la lingua di chi le pronuncia senza rispetto, hanno perso il loro significato»).
    Altrove, però, quasi prendendo Dostoevskij come guida, ci conduce nei meandri torbidi della colpa collettiva. «Anche Albert Camus era ossessionato da Stravrogin , l’uomo che uccise Dio, che si prese gioco di una povera donna sola e un po’ tocca, che giacque con una bambina. E come avrebbe potuto non esserlo, se tutti noi, nel fondo della nostra anima siamo Stavrogin, viviamo prigionieri della fatalità che si annida nelle nostre paure, nelle nostre ribellioni, nei nostri demoni». Seguendo Dostoevskij, tuttavia, il correttore intravede l’uscita. «Fu l’orrore davanti al veleno che Nechaev aveva distillato nel cuore di certi uomini fanatici che spinse Fëdor Dostoevskij a scrivere I demoni, un romanzo straordinariamente cupo e nello stesso tempo straordinariamente luminoso». Menéndez Salmón non lo dice esplicitamente, forse ne prova solo nostalgia. Noi, invece, lo sappiamo: se I demoni con il loro orrore insensato alla fine non l’hanno vinta, se «è proprio perché è esistita Auschwitz che ha senso che i poeti scrivano poesia» è perché Dostoevskij confidava che l’uomo guarito, da cui sarebbero usciti i demoni, si sarebbe seduto, infine, ai piedi di Gesù.

  • 29Mar2011

    Daniele Origlia - Il Foglio

    Alle 7,37 dell’11 marzo 2004, mentre salta in aria il primo treno alla stazione di Madrid,Vladimir sta correggendo le bozze della sua traduzione dei ‘Demoni’.

    Dostsoevski è il suo autore preferito e la Russia ce l’ha nel DNA: il padre l’ha chiamato così in omaggio alla rivoluzione d’ottobre. Comunque, è lì con l’eco delle parole di Alekséj Kirillov :‘ la paura è la maledizione dell’uomo’, quando le bombe cominciano a esplodere, le persone a bruciare. Nella realtà, non nella finzione letteraria. E’ la conseguenza del clima di odio che si respira da tempo. ‘Noi uomini, senza eccezioni, neri e bianchi, felici e tristi, intelligenti e ignoranti, siamo così: inalberiamo bandiere che altri odiano, adoriamo dei che offendono i nostri vicini, ci circondiamo di leggi che insultano coloro che ci circondano’.  Mentre a Madrid, ad Altocha, a Santa Eugenia, a El Pozo del Tìo Raimundo esplodono uno dopo l’altro i treni, fuori dalla finestra Valdimir vede il  vicino innaffiare le piante. Un’assurda allegoria della tranquillità. Possibile continuare coi gesti di tutti i giorni? L’uomo gli fa un cenno di saluto, lui non ce la fa a rispondere, la mano gli resta sospesa nel vuoto. L’immagine delle esplosioni, per una coincidenza sinistra, si congiunge con la lettura dei ‘Demoni’, la cospirazione di Neˆcaev e il terrore contemporaneo suggeriscono ‘un accostamento seducente e nello stesso tempo abominevole’. Non riesce a staccarsi dalla letteratura, ‘Come la carie la mia vocazione fu precoce’, anche da piccolo riempiva quaderni di storie che lo aiutavano a sopportare la solitudine. Solo nei libri è sempre riuscito a vincere quella sensazione di noia infinita che gli generavano gli avvenimenti della vita.  Squilla il telefono: è la madre: stai bene? cosa è successo? cosa ne pensi? chi è stato? Ti passo il papà? Rassicurazioni cretine. E’ tutto così irreale. A riportarlo alla dimensione reale è Zoe, la moglie, che lo prende per mano, accende la televisione, si siedono ad ascoltare. Alle 9,30 annunciano che il massacro porta la firma dell’ETA. ‘La sporca realtà, di colpo, era lì, racchiusa in un rettangolo al plasma’. Per esorcizzare l’orrore, Vladimir comincia a elencarne altri, a casaccio, la storia ne è piena. Stalingrado, la Guerra dei Trent’anni, la Notte di san Bartolomeo, gli autodafé dell’Inquisizione, la domenica di sangue di Belfast, Pol Pot. “Adesso basta!”, gli urla esasperata la moglie. Allora il suo pensiero corre a un amore nascosto, il suo unico segreto e il più grande: suo figlio. Non poteva confessarglielo, avrebbe rovinato quel patto di solidarietà che li univa. Qualche anno fa s’erano separati e lui aveva avuto un sacco di relazioni, tra cui c’era anche una bella australiana, che poi se n’era tornata a casa, dove, in un posto imprecisato tra Sidney e Melbourne, aveva partorito Eric. Si scrivevano di nascosto; adesso avrebbe così bisogno di abbracciarlo. Appena tutto sarà finito andrà a trovarlo. Alle 10,30 dalla televisione tuona la voce di Arnaldo Otegi, portavoce dell’ETA: “Non siamo responsabili”. Nessuno gli crede. Alle 13 Aznar, il presidente del governo, continua a difendere la versione ufficiale. Eppure al commissariato era già arrivata una telefonata che segnalava la presenza di un furgone sospetto nella zona dell’attentato e solo alle 15,30 la polizia scientifica verifica e scopre un detonatore e una rivendicazione in arabo. Giornali e governo danno una stupefacente distorsione dei fatti. I morti saranno 192, una cifra irrisoria rispetto ai 160.000 cinesi che muoiono di fame ogni anno, ai 50.000.000 di africani che moriranno di Aids nel XXI secolo. Eppure questi 192 sono dei nostri, ‘è come se ciascuno di quei morti fosse stato deposto nel salotto di casa nostra’. La morte, come l’amore, non è un’entità omogonea.

  • 26Mar2011

    Redazione - liberidiscrivere.splinder.com

    Viviamo in un tempo incerto, traditore, segnato da stigmate infuocate, in cui la paura cola come olio bollente e scardina certezze, dogmi fondamentali e imprescindibili facendo sembrare le nostre discussioni vani balbettii di neonati, farneticanti elucubrazioni più che altro rumore sulla fossa di brusio sconnesso che ci sovrasta.

    Viviamo in un tempo segnato da una macabra parola che affolla le pagine dei giornali, i servizi del telegiornale, le discussioni dal barbiere, i temi degli alunni di scuole più o meno progressiste. Terrorismo. Direte voi è troppo presto parlarne obbiettivamente, siamo troppo coinvolti, colpevoli con la nostra gretta indifferenza mascherata da buon senso, in Spagna una voce fuori dal coro ci ha provato, uno scrittore della generazione dei giovani, forte dei suoi 40 anni appena compiuti, osannato dalla critica come uno degli autori più significativi della Spagna contemporanea. Ricardo Menéndez Salmón. Stilando una specie di cronaca ha concluso la narrazione in un unico giorno l’ 11 marzo 2004, data simbolo dell’orrore,tragico giovedì di passione testimone del più grave attentato nella storia della Spagna quando il cuore di Madrid fu violato e tre giorni prima delle elezioni, dieci zaini riempiti con esplosivo furono fatti esplodere in quattro stazioni quella di Atocha, di El Pozo del Tío Raimundo, di Santa Eugenia e nei pressi di via Téllez. Il protagonista, testimone, giudice, vittima inerme e illesa che racconta i fatti in prima persona è Vladimir o meglio Vlad un correttore di bozze che si appresta a terminare la revisione dei Demoni di Feodor Dostoevskij seduto al suo vecchio tavolo di frassino australiano, al sicuro tra i suoi libri e i suoi affetti, i genitori, gli amici, la moglie Zoe che dorme nella stanza accanto. Lui che quasi tradendo la sua vocazione di narratore ora si guadagna da vivere facendo il correttore di bozze, professione sorellastra e matrigna della letteratura così detta alta. Lui che “a volte soffre le sue pene a leggere la grande quantità di schifezze che la gente scrive e prova la tentazione di correggere non solo gli errori di ortografia e glia attentati grammaticali cosa per cui lo pagano ma anche di rafforzare una descrizione con l’aggettivo giusto o elevare il tono di un dialogo con una risposta sensata, ma in linea di massima si limita a passare in punta di piedi sui disastri altrui” si trova ora catapultato nel tragico dominio della rabbia e della paura. Una telefonata, una sola telefonata del suo editore e amico Uribesalgo lo scaglia nell’orrore, nell’assurdità che condisce una vita già senza senso, per non parlare della morte, atroce punizione per chissà quali colpe, chissà quali nefandezze. La faccia oscura del potere, la manipolazione della verità, il meccanismo diabolico di disinformazione del governo si mette subito all’opera e sparge il suo veleno confondendo le menti porgendo verità di comodo preconfezionate come le frattaglie incellophanate al supermercato. E’ l’Eta ad aver compiuto le stragi, come al solito, state calmi è tutto sotto controllo. Ma già qualcuno si dissocia, le prime crepe tendono a far implodere il vaso di Pandora e il terrorismo arabo emerge con il suo Corano insanguinato, con la sua guerra santa contro gli stati crociati alleati degli Stati Uniti. Ricardo Menéndez Salmón evita le soluzioni di comodo, critica aspramente il potere facendo di questa cronaca un pamphlet fortemente politico, un J’Accuse di zoliana memoria che non risparmia i personaggi della vita politica spagnola come Arnaldo Otegi, Juan Jose Ibarretxe, Angel Acebese José María Aznar, e per quest’ultimo ha le parole più caustiche, velenose, rabbiose per “quel fanatico dei vegueros cubani, il lettore di Josep Pla, il fantoccio che nelle ore più tristi della Spagna promette un mondo migliore, più giusto, libero , sicuro. Un cadavere che prendeva congedo dal mondo dei vivi. A pochi uomini è concesso lo straordinario privilegio di parlare da morti. A Jose Maria Aznar Lopez durante quei tremendi giorni di marzo questa sorte toccò in più occasioni.”
    Il ruolo della letteratura, il potere salvifico dell’amore, vengono a lenire come un balsamo le piaghe aperte di una società in cancrena e quasi si tende a scorticare l’anima, a farla sanguinare pur di catturare un briciolo di verità, un barlume di speranza.
    La scrittura di Ricardo Menéndez Salmó n è continuamente impreziosita da metafore, allegorie, parabole, paragoni, immagini simboliche, l’uso stilistico degli aggettivi è notevole, ogni parola ha una sua funzione, una sua gradazione, l’utilizza come un pittore utilizza i suoi colori, sempre appropriatamente e in questo la traduzione dallo spagnolo di Claudia Tarolo ha senz’altro un ruolo fondamentale nel giocare con le sfumature. Davvero notevole, era da molto che non leggevo un testo scritto con tale bravura e limpidezza.

  • 24Mar2011

    Andrea Coccia - booksblog.it

    Non capita spesso che la complessità del mondo riesca a convivere con i caratteri stampati di una storia di carta, di uno degli incontabili romanzi che l’ipertrofica macchina editoriale contemporanea.

    Eppure, tra le righe di questo romanzo dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmòn, intitolato Il correttore e pubblicato da pochi giorni fa dalla Marcos y Marcos, il mondo affiora.
A partire dalla Tragedia, quella che sconvolse Madrid l’11 marzo del 2004, e al Dolore, alla Paura e all’Impotenza che l’essere umano istintivamente prova nel trovarsi di fronte alle macerie che la Storia lascia dietro di sé, quando questa si risveglia dal torpore, fino all’Amore, quello che lega Vladimir, il protagonista, il correttore di bozze, alla sua compagna Zoe, correttrice, o meglio, restauratrice di opere d’arte: gli ingredienti della vita ci sono tutti, e anche piuttosto ben mescolati, senza eccessi.
A parte – a voler essere severi – un paio di sbavature, infatti, la lunga giornata emotiva di Vladimir, alle prese con gli errori del mondo, oltre che con quelli dei Demoni di Dostoevskij, riesce a procedere sulla sottile linea rossa che separa la profondità dalla banalità, senza mai – o quasi – attraversarla. E non è cosa da poco, perché il nemico numero uno di un romanzo come questo, quello che miete vittime ogni giorno tra i romanzi contemporanei, è proprio la banalità.
Un bel romanzo, dunque, che scorre veloce ma che non è assolutamente superficiale, caratterizzato da una scrittura limpida e seducente, arricchita da un apparato di immagini e di metafore perfettamente modulate e da un dialogo continuo con la tradizione letteraria che riesce a non essere mai affettato o forzato.

  • 23Mar2011

    Valeria Merlini - panorama.it

    Quando mi è stato proposto questo libro nessuno immaginava. Né io, né voi.
 La sua scelta è avvenuta per l’intrigante tema trattato. Anche per non dimenticare e ricordarci ogni tanto, non spesso, ma ogni tanto, che certe cose sono accadute. E non vanno dimenticate.

    Poi il Giappone. L’11 marzo. Ancora l’11 marzo. Alle 6,46 in Italia. Lo tsunami scatenato dal terremoto. E tutto ciò che ne consegue.
Poi Il correttore e il suo 11 marzo, quello di Madrid del 2004. Strana questa coincidenza…
La storia.
La mattina dell’11 marzo 2004 Vladimir corregge le bozze dei Demoni di Dostoevskij sentendo il profumo del mare, quando l’orrore irrompe nella sua casa. Il telefono gli porta la notizia della strage: un attentato ferroviario nella stazione di Atocha, centinaia di morti, migliaia di feriti.
Un errore gigantesco, a futura vergogna, che nessun correttore di bozze potrà mai correggere. Vladimir e la moglie Zoe osservano lo spettacolo del male scorrere sullo schermo del televisore. Le finzioni dei politici, le verità taciute, la nuova era della paura che dilaga. Vladimir si aggrappa alla voce dei libri, così precisa e chiara per lui; Zoe alle tele dei maestri che pazientemente restaura, con dedizione.
Fortissimo è l’amore che li lega. Eppure c’è qualcosa che irreparabilmente li separa. Vladimir coltiva un mistero, un nodo oscuro. Un enorme segreto che si culla, che lo fa sentire più libero, che non confesserà mai.
Tra le righe di questo romanzo dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmòn, intitolato Il correttore (Marcos y Marcos), il mondo affiora. Nonostante la caduta iniziale. O quella che sembra voglia seppellirlo. Con la sua tragedia, accompagnato dal dolore, dalla paura e dall’impotenza che l’essere umano istintivamente prova nel trovarsi di fronte alle macerie che la storia lascia dietro di sé, quando questa si risveglia dal torpore, fino all’amore, quello che lega Vladimir, il protagonista, il correttore di bozze, alla sua compagna Zoe.
Dopo il fortunatissimo L’offesa, la storia della Seconda Guerra Mondiale riletta e interpretata, dopo Derrumbe (non ancora tradotto in Italia), che si interroga sulle paure provocate dalla storia, Il correttore chiude una specie di “trilogia sul male” in cui il quarantenne autore asturiano fa via via i conti con la guerra, con le paure contemporanee diventate strumento di controllo sociale e, infine, con il terrorismo e la menzogna manipolatoria della politica.
    “Solo chi è stato innamorato sa quel che l’amore dona e toglie; solo chi ha letto sa se la vita merita di essere vissuta senza cono- scere gli uomini e le donne che ci hanno scritto mille volte prima che nascessimo. E che nessuno sorrida davanti a queste righe. Per una volta, e senza che costituisca un precedente, sono state scritte soltanto sull’onda dell’emozione.”

  • 22Mar2011

    Matteo Baldi - wuz.it

    Il rapporto fra uno scrittore e la verità può ispirare storie bellissime, e se non è un paradosso questo, allora possiamo tutti smetterla di leggere le storie con cui gli scrittori ci graziano del loro balsamo di verità, e ricominciare a leggere il mondo come se i fatti fossero l’unica certezza che abbiamo in questa vita.

    (“Non esiste la verità, ci sono solo storie” scriveva Jim Harrison, e così l’avrebbe poi citato Jean-Claude Izzo in apertura di una delle sue storie più belle)
Ricardo Menéndez Salmon è un giovane, bravissimo, onesto scrittore; e in questo suo ultimo “Il correttore” porta il discorso sulla verità ad un vertice col quale, d’ora in avanti, sarà obbligato a misurarsi. 
Il pretesto (e la parola va intesa in senso etimologico)  è la serie di  attentati che l’undici marzo di sette anni fa  colpirono Madrid, uccidendo centonovantuno persone e tracciando un solco, per il narratore di questa storia, fra ciò che era prima (e non sarebbe stato più), e ciò che invece sarebbe venuto dopo.
Il discorso come funzione propria del potere, il sovvertimento della verità operato a fini strumentali, ma anche la consapevolezza della  propria lingua, inadeguata e insufficiente a dire con esattezza quanto è accaduto, si fondono nel monologo di Vladimir, il correttore di cui al titolo, e diventano un’invettiva – mai livorosa, sempre rischiarata dall’intelligenza – contro la menzogna, di cui la politica è terreno d’elezione, e cui la letteratura cerca di offrire una riparazione. 
Il politico e lo scrittore non sono realmente distinti che dall’attenzione che pongono al dettaglio, sostiene Vladimir (e con lui il suo deus ex machina, l’autore): dove il politico non ne pone nessuna, perché deve generalizzare, lo scrittore ristabilisce attraverso la propria opera la giusta attenzione al particolare. 
Di particolari abbonda anche la storia privata di Vladimir, che ha da tempo abbandonato ogni velleità letteraria in proprio, per così dire, per mettere al servizio dell’arte altrui il talento che ha per le parole.  
Ma nella sua vita  ci sono cose  delle quali la moglie non è a conoscenza, e noi saremo messi a parte di segreti il cui mantenimento rende il discorso di Vladimir a proposito della verità ancor più pregnante, e suscettibile di (almeno) un altro livello di lettura. 
Se a questo si aggiunge che il libro alla cui revisione sta lavorando il nostro è un’edizione dei Demoni di Dostoevskij, ecco che il gioco di specchi fra piani della narrazione diventa una vertigine.
Succede poco, nel romanzo, perché non c’è bisogno che accada molto per operare una lettura del mondo attraverso gli strumenti della letteratura; ma quel poco che accade (di fatto è la cronaca fedele di quel che accade nella mente del narratore nel corso di quell’undici marzo di sangue) si dilata e si contrae a seconda del peso e della densità che noi – i lettori – siamo disposti ad attribuire alle singole parti del discorso.
È una misura del tempo che ricorda quella dell’Ulisse di Joyce, tutta scarti e incisi che costellano il fluire di un tempo altrimenti lineare. Ma Menéndez Salmon cammina sulle sue gambe, non ha bisogno di issarsi sulle spalle dei giganti per dire la sua, e in questa sicura consapevolezza, in questa umiltà che non è mai timor reverenziale, c’è già tutto il respiro di un classico. Una conferma per un grande scrittore.

  • 19Mar2011

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    Menéndez Salmon: Madrid, l’11 marzo e Dostoevskij.

    Sorprende sempre la narrativa di Ricardo Menéndez Salmon, dopo quel piccolo capolavoro che è L’offesa e dopo la tesa raccolta di racconti, Gridare, arriva in Italia, nella sempre lucida traduzione di Claudia Tarolo, Il correttore

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  • 09Mar2011

    Gianfranco Franchi - Il secolo

    L’amore ai tempi del terrorismo e del sospetto…

    Nel “correttore” Menéndez Salmón racconta il terribile 11 marzo 2004, quando gli attentati di Madrid ci gettarono nella spirale della paura.

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  • 07Mar2011

    Gianfranco Franchi - lankelot.eu

    Madrid, 2004, 11 marzo, ore 7.37 di mattina. Salta il primo treno. Primo di quattro treni. Muoiono centinaia di persone. Nei superstiti, e nei compatrioti, cambia definitivamente qualcosa, dentro. Qualcosa si rompe, qualcosa si spezza.

    Nel caso del protagonista di questo intenso e disperato romanzo di Menéndez Salmón, Il correttore (Marcos Y Marcos, 160 pagine, 14,50 euro), si spezza la sensazione che tutto possa essere sempre uguale a tutto, per esempio. «Quando il primo treno saltò in aria spargendo sulle nostre piccole e ostinate vite un’alluvione di sangue, rabbia e paura, io ero seduto al mio vecchio tavolo di frassino australiano a correggere le bozze dei Demoni di Fëdor Dostoevskij». In quel momento, stava correggendo proprio il passo in cui qualcuno, prima di suicidarsi, dice che la paura è la maledizione dell’uomo. Menéndez Salmón crede che ogni tempo abbia i suoi simboli, i suoi emblemi, le sue cabale: ma il nostro ha fatto della paura «il suo stendardo, il suo salmo di dolore, il suo firmamento». Il suo libro è una grande meditazione sulla paura, sul senso della vita, sul senso e sui significati della letteratura, sul valore dell’esistenza, sull’importanza dell’amore e dell’appartenenza a una donna e una donna soltanto: è la spietata radiografia dei sentimenti e delle sensazioni degli intellettuali di una società, quella occidentale, che credeva d’aver trovato un equilibrio definitivo e di aver guadagnato un benessere indiscutibile – ma che nemmeno dieci anni dopo aver sconfitto il grande nemico socialista sovietico s’è ritrovata a dover fronteggiare un misterioso e nuovo antagonista. Stando a quel che sin qua abbiamo inteso, e stando a quanto è accaduto in Spagna, nel marzo 2004, questo antagonista è l’integralismo islamico. In realtà, questo è il sospetto angosciante, ci dev’essere qualcosa di più superficiale, più semplice, più uncinato a qualcosa di basso: il denaro. Il denaro mascherato da fanatismo ideologico e religioso. Come già in passato.
    Cosa stupisce del Correttore? Stupisce la franchezza nella rappresentazione della miseria interiore, della decadenza e della depressione dell’intellettuale, voce narrante. Era un romanziere nient’affatto ricco e famoso ma apprezzato dalla critica. Talentuoso, senza genio. Uno che sin da bambino non aveva pensato ad altro che a quello, scrivere. Non era stato un bambino felice. Era stato un bambino massacrato dalla noia. Crescendo, aveva imparato una cosa: da lettore, da correttore, da scrittore, poco mutava – i libri sapevano vincere quel senso di noia, di noia infinita verso le cose della vita. Nessun libro poteva davvero cambiare il mondo, perchè il mondo non cambia, perchè come esseri umani finiamo per commettere sempre le stesse prepotenze e gli stessi errori: al limite è proprio per la consapevolezza di questo che possiamo continuare a scrivere libri. La letteratura, fondamentalmente, serve, scrive Menéndez Salmón, per «abitare questa menzogna» che è la vita: «per riconciliarci con quell’ombra e quella farsa, per conciliare tutto quel che sappiamo con tutto quello che possiamo sopportare di sapere». Per questo.
    Sua moglie, Zoe, è una compagna di vita scelta per l’eternità. E questo, incredibilmente, senza nessun pensiero religioso o spirituale o ideologico: così, semplicemente, naturalmente. Con la stessa semplicità, il narratore ci racconta che per qualche anno i due si sono allontanati, si sono perduti, lui ha fatto un figlio con un’altra, lei forse non lo sa. Epperò le pagine più meravigliose di questo libro stanno proprio nella descrizione del sublime legame di appartenenza e di coincidenza tra Zoe e il narratore. Come se loro due fossero ciò che può restare del mondo, quando il mondo sta per finire: quando il mondo è già finito. Quando, nelle ultime battute del libro, lui la abbraccia, a un tratto decide di rinunciare alle parole, dopo una vita intera consacrata alle parole. È cosciente che quel gesto può redimerlo da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano. E che ci hanno confuso. E ci hanno disorientato. Inequivocabilmente. Forse è l’unica vera morale della favola di un libro scritto con grande fatica, nel corso di tre anni: scritto cercando di spiegare, sinteticamente e onestamente, che cosa significhi vivere e che senso abbia lavorare, amare, fare letteratura. Menéndez Salmón è uno che come tanti, tra noi, ha i coglioni veramente pieni dei politici occidentali, del loro camaleontismo, della loro retorica, del loro potere, di certe parole che hanno sporcato e distrutto, spogliandole di verità. E allora ha sentito di disarcionare la centralità della menzogna della propaganda politica scrivendo letteratura: ha provato a combattere l’epoca della paura ricordando a chi legge di quanto sangue sia composta la storia dell’uomo, società per società, e di quante sofferenze, quanti arbitrii, quanto fanatismo.
    Il correttore è un’interpretazione logica della rovina e della decadenza del nostro tempo. È stato scritto da un letterato d’una nazione nostra sorella, ferita, a differenza nostra, da un attentato in patria siglato da misteriosi integralisti islamici offesi per l’adesione iberica alle infami guerre di Bush e Blair. Sembra scritto da un nostro vicino di casa: un vicino di casa con un prepotente buon senso, un certo stile, una tristezza sconfinata e dolcissima. Da leggere, per amare di più il miracolo delle piccole cose vere e belle della vita. Giorno dopo giorno. E da quelle ripartire.

  • 07Mar2011

    Redazione - Grazia

    Una storia nella storia.

    L’amore e i libri: rimedi contro tutti i mali

    Salmón, autore delle Asturie, di cui conosciamo già la scrittura limpida, capace di svegliare inaspettate profondità d’azione, richiede stavolta uno sforzo d’immedesimazione.

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  • 07Mar2011

    Valeria Parrella - Grazia

    L’amore e i libri: rimedi contro tutti i mali

    Salmón, autore delle Asturie, di cui conosciamo già la scrittura limpida, capace di svelare inaspettate profondità d’azione, richiede stavolta uno sforzo di immedesimazione.

    Teme, dice, che il suono delle parole possa arrivare retorico, far sorridere ma invoca il lettore a testimone del fatto che sgorgano sincere. Come già in L’offesa, torna qui il tema dell’evento storico che annienta la personalità del protagonista, costringendolo a rinchiudersi in se stesso. Per ammissione dell’autore qui il riferimento a Correzione, romanzo filosofico di Thomas Bernard, è diretto. È la storia di un correttore di bozze che si sveglia una mattina di fronte all’orrore: l’attentato alla stazione di Atocha, centinaia di morti, migliaia di feriti. Cercherà conforto nella sua biblioteca, nell’amore che lo lega alla moglie Zoe, nella riflessione lucida e spietata sulle menzogna dei politici.

  • 06Mar2011

    Bruno Arpaia - Il Sole 24 ore

    Dalla Spagna

    Correttore in lotta con la tragedia

    Come i grani di un rosario, le notizie sugli attentati dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid scandiscono il tempo di questo breve e intenso romanzo di Ricardo Menéndez Salmón.

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  • 06Mar2011

    Bruno Arpaia - Il domenicale Sole 24 ore

    Correttore in lotta con la tragedia

    Come i grani di un rosario, le notizie sugli attentati dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid scandiscono il tempo di questo breve e intenso romanzo di Ricardo Menéndez Salmón.

    Dopo il fortunatissimo L’offesa, dopo Derrumbe (ancora inedito in italiano), Il correttore chiude una specie di “trilogia sul male” in cui il quarantenne autore asturiano fa via via i conti con la guerra, con le paure contemporanee diventate strumento di controllo sociale e, infine, con il terrorismo e la menzogna manipolatoria della politica.
    Vladimir, il narratore, un ex romanziere che ha deciso di non scrivere più ed è diventato un semplice correttore, è chiuso in casa a rivedere le bozze de I demoni quando viene informato dell’attentato. L’orrore prodotto da quelle bombe e dalla successiva manipolazione del linguaggio e dei fatti da parte dei politici lo induce a riflettere su quegli eventi a partire dai parallelismi con il romanzo che sta correggendo, quindi a rappresentare, a dare forma a quella realtà tragica e distorta, e infine a scrivere la “cronaca” che leggeremo. Che è, in fin dei conti, un riflessivo andirivieni tra gli eventi esterni, tra lo spettacolo del male in televisione, e le circostanze della propria vita, del rapporto con gli altri: con i genitori, con sua moglie Zoe, con un figlio che vive in Australia e di cui Zoe ignora perfino l’esistenza, con editori e scrittori. In molte pagine, il libro ha perfino cadenze saggistiche, con riferimenti a Camus, a Bulgakov, a Berkeley o a uomini politici reali come Aznar o Ibarretxe, con meditazioni sulla paura, sulla vita e sull’arte, sul dolore «che ci rende saggi» e lucidi, anche se poi ne dimentichiamo l’esperienza e «cadiamo di nuovo nelle nostre vecchie abitudini imperfette». Spesso (anche se non sempre) si tratta di pagine da rileggere e meditare, nonostante a volte rallentino il ritmo narrativo.
    E tuttavia, dopo tanto riflettere, dopo tanta “letteratura”, il nocciolo (o la via d’uscita) del libro sembra essere proprio nel “fuori”, nelle azioni, nei gesti, nella vita che batte anche accanto a Vladimir: le sue «opere e i giorni» sono nell’abbraccio con cui stringe la moglie al petto, come se così Zoe «potesse sentirsi più amata, più venerabile, più protetta che attraverso qualsiasi parola». Magari sembrerà banale, ma per Salmón è proprio quel gesto d’amore a redimerlo «da tutta la poesia del mondo, da tutte le grandi, belle, inutili parole che ci circondano».

  • 05Mar2011

    Susanna Nirenstein - La Repubblica

    Leggere i ‘Demoni’ durante il terrorismo
    Quando alle 7 e 37 dell’ 11 marzo 2004 il primo treno saltò in aria a Madrid spargendo sulle «piccole e ostinate vite un’ alluvione di sangue, rabbia e paura» Vladimir, raffinato correttore di bozze, sta lavorando sulle bozze dei Demoni di Dostoevskij.

    La continuità tra il terrorismo nichilista descritto dalle pagine di Fedor e il dirompere del male che esplode nelle strade della Spagna è immediato, così come è necessario al nostro protagonista, un autore di romanzi che ha rinunciato a scrivere in odio al palcoscenico che la letteratura oggi richiede, stabilire un dialogo con le riflessioni sull’ orrore e la violenza di Camus, Thomas Bernhard, Virgilio e Platone o con l’ opera che Don DeLillo ha dedicato all’ 11 settembre. 
L’ ambizioso mosaico che Salmón compone non è però solo astratto: siamo con Vladimir lungo tutto il trascorrere della giornata, mentre la vita continua nonostante le centinaia di morti e di feriti, in mezzo a storie comuni, alle telefonate, alle lacrime, alle prime menzogne della politica. Unica isola, unico rifugio, l’ amore tra Vladimir e sua moglie, tra Vladimir e il potere etico della letteratura.

  • 04Mar2011

    Angel Basanta - El Mundo - Internazionale

    Il correttore, del quarantenne Ricardo Menéndez Salmón, è un romanzo che nasce dalla storia e dalla letteratura allo stesso tempo. Il punto di partenza è la notizia del selvaggio attentato terroristico realizzato a Madrid l’11 marzo 2004.

    Nella mattina di quel giorno, il narratore e protagonista sta correggendo le bozze di una traduzione dei Demoni di Dostoevskij. L’orrore scatenato dalle bombe nella capitale spagnola e la manipolazione del linguaggio come strumento che “crea e modifica la realtà” al servizio del potere fanno sorgere in lui la necessità di fare i conti con quella tragedia: un anno più tardi comincerà a scriverne la “cronaca”. La ricchezza di significati di questo romanzo si manifesta in molte sfaccettature: il coraggio nel trattare criticamente una dolorosa e vicina realtà; la profonda riflessione sull’orrore, sulla violenza e sulla paura che avvelenano il presente; la capacità di affrontare con decisione la manipolazione e l’inganno di chi detiene il potere; l’autocritica in alcune pagine che si richiamano alle opere precedenti di Menéndez Salmón; le digressioni su argomenti che hanno un legame con la storia narrata, come la vita e la morte o la funzione della letteratura. Passando per numerosi riferimenti a libri e scrittori, da Platone e i tragici greci fino a Don Delillo e J. M. Coetzee, Il correttore culmina con un inno alla salvezza attraverso l’amore: è questa la saggia lezione appresa al termine di tanto dolore.

  • 04Mar2011

    Angel Basanta - Internazionale

    Ricardo Menéndez Salmón, Il correttore, Marcos y Marcos, 160 pagine, 14,50 euro.

    Il correttore, del quarantenne Ricardo Menéndez Salmón, è un romanzo che nasce dalla storia e dalla letteratura allo stesso tempo.

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  • 04Mar2011

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    Sorprende sempre la narrativa di Ricardo Menèndez Salmón, dopo quel piccolo capolavoro che è ”L’offeso” e dopo la tesa raccolta di racconti,“Gridare”, arriva in Italia, nella sempre lucida traduzione di Claudia Tarolo, “Il correttore”, terzo romanzo di una ideale “trilogia sul male”, iniziata con “L’offesa”, continuata con un romanzo non ancora tradotto in italiano e ora conclusa da questo terzo libro, che pone lo scrittore spagnolo tra le voci più interessanti della nuova narrativa europea, proprio per la capacità che ha il suo sguardo di interrogare, mai in modo banale, le grandi questioni morali di oggi.

    Ci riporta infatti agli attentati terroristici dell’11 marzo 2004 alla stazione di Madrid, che assumono un ruolo rilevante in questa narrazione, tanto da scandirne il ritmo, da segnarne (e qui stilisticamente risiede la valenza costruttiva dell’opera) una sorta di plot,  quello legato all’inquietudine che prende piano piano il protagonista, mentre le notizie sulla tragedia si diffondono e la matrice dell’attentato via  via si chiarisce.
A raccontare in prima persona è Vladimir, che proprio quel giorno è alle prese con un lavoro che diventerà la chiave di lettura della realtà, una possibilità per cercare di capire il senso della paura che aggredisce il nostro presente, con la sua incertezza, con l’impossibilità di dare una giustificazione logica al male e al suo compiersi. Il suo mestiere è quello del correttore di bozze e sta correggendo proprio un libro-emblema, “I demoni” di Dostoevskij, che, insieme ad Albert Camus, è lo scrittore preferito da un uomo che ha scelto questa professione forse per ripiego, forse incapace di accettare la sfida che la letteratura inizialmente gli ha posto come scrittore: “Il Vladimir scrittore avrebbe meritato miglior fortuna di quella che ebbe. Non aveva genio, certo, però aveva talento, e di conseguenza nulla da invidiare a molti scrittori che adesso passano tra le mani del Vladimir correttore, alimentando le classifiche dei libri più venduti”.
    Così ha scelto di nascondersi dietro la professione del correttore, che ora gli pone di fronte una chiave interpretativa della realtà, quella offerta da Dostoevskij, la cui forza espressiva è quella di saper aderire ancora oggi, ad una dimensione che l’uomo non ha ancora risolto. “Ogni tempo ha i suoi simboli, i suoi emblemi, le sue cabale. Il nostro ha fatto della paura il suo stendardo, il suo salmo di dolore, il suo turbamento”.
    L’anima della nostra contemporaneità, in questo romanzo che sembra navigare in un’aria stranita, fuori dal tempo, proprio perché scandito da una cronaca così precisa e identificata, viene ritrovata da un personaggio dei “Demoni”, quello di Stavrogin, il terribile e il crudele, una simbologia la sua che vede Salmón accostare anche i suoi due scrittori preferiti: “Anche Albert Camus era ossessionato da Stavrogin, l’uomo che uccise Dio… E come avrebbe potuto non esserlo, se tutti noi, nel fondo della nostra anima – parola a cui, per inciso, non sono mai stato disposto a rinunciare – siamo Stavrogin, viviamo prigionieri della fatalità, che si annida nelle nostre paure, nelle nostre ribellioni, nei nostri demoni”.
    Salmòn, ancora una volta, dimostra quanto sia necessaria la parola resistenza, in un romanzo che mette in scena il dissesto di della tradizione occidentale, dove le coscienze sono annientate e addomesticate dal potere, dove solo la grande letteratura può ancora essere coscienza critica, arbitro di ogni dissimulazione.

  • 26Feb2011

    Redazione - D La Repubblica

    Correggere le bombe.

    11 marzo 2004: mentre a Madrid le bombe uccidono 190 persone un correttore di bozze rivede la traduzione spagnola dei Demoni di Dostoevskij.

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  • 02Feb2008

    Giovanna Fiordaliso - Università della Tuscia

    Ricardo Menéndez Salmón (Gijón, 1971), giovane scrittore asturiano, è considerato oggi una delle voci più acute e profonde nel panorama della narrativa spagnola contemporanea: si tratta di un autore che, nonostante la sua giovane età, ha già ottenuto molti riconoscimenti e premi letterari – tra cui il prestigioso Premio Juan Rulfo per il racconto Los caballos azules (Ediciones Alfabia, Barcelona, 2009) – e che la critica indica come “uno de los grandes narradores de nuestro tiempo”.

     

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Il correttore