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Il Conoscente

Archivio rassegna stampa

  • 22Ott2019

    Davide Dalmas - L'Indice dei libri del mese

    Dall’autocoscienza all’ampiocoscianza

    La condizione normale del poeta moderno è “quella di una solitudine senza rimedio, pericolosamente esposta al delirio di grandezza e alla melanconia, all’azzardo, alla follia”. Una solitudine senza rimedio, perché la sua gloria non è legata a un consenso ma precede qualsiasi riconoscimento pubblico, è ciò che ha sentito premere; l’appello alla scrittura. Così, una quindicina di anni fa, Umberto Fiori ragionava a partire dal Parini delle Operette morali di Leopardi: uno dei testi essenziali per capire appieno questo suo ultimo lavoro, che si legge e rilegge come libro autonomo ma possiede anche la forza di un richiamo a rivedere il suo intero percorso poetico. D’altra parte, il Conoscente è innanzi tutto qualcuno che conosce – ma in che modo? in che senso? – la vita e la poesia dell’autore-protagonista. Osservato da questo punto di vista globale, il nuovo libro si oppone a quelli precedenti, soprattutto ai primi, su diversi piani. Possiamo assistere al passaggio dalla concentrazione lirica alla diffusione narrativa; dalle ricche forme di impersonalità del locutore poetico al nome e cognome dell’autore spiattellato impudicamente; da presenze umane senza nome e senza volto a veri e propri personaggi; dai Chiarimenti (titolo del libro del 1995), che dicono tutto su modi, luoghi, toni del dialogare e nulla sul contenuto a dialoghi espliciti, tra virgolette; da un lessico saldamente incentrato su parole comuni a macchie espressive ricercate (“anòfele”, “grébano”… fino alla sistematica e crudele deformazione delle parole nella “cura” imposta dal Conoscente, dove “autocoscienza” può diventare “ampiocoscianza” o “innamorata” “inzhavorrhata”); da un paesaggio quasi esclusivamente urbano (ma c’è da tenere presente almeno il precedente della Bella vista, del 2002) alle splendide apparizioni mediterranee di un’isola emblematica e concretissima; dalla ripetizione con variazioni di Esempi (titolo del 1992) a una decisa progressione del senso, sia pur tortuosa.

     

    Il coerente, felice percorso di Fiori, da oltre trent’anni (a partire da Case, del 1986) ci aveva consegnato l’idea che nella vera poesia c’è sempre un elemento paradossale, non pienamente afferrabile: come il suono emesso dalla cantante del popolo dei topi, nel racconto di Kafka, la poesia è un fischiettare non diverso da quello di tutti gli altri topi eppure “Giuseppina è la nostra cantante”, unica, singola; il canto “salva” il popolo, eppure è il popolo che protegge la debolezza della cantante… Questo rischio costitutivo emergeva però pienamente soltanto nell’incontro tra le poesie di Fiori e la sua scrittura saggistica (proprio dal racconto di Kafka viene il titolo principale: La poesia è un fischio, 2007), con l’idea che la persona del poeta scopre la sua voce e si scopre facendolo non perché costruisce un io lirico che parla di sé, dei suoi sentimenti, delle sue visioni, ma perché quei tentativi di parlare, anche laddove appaiono sommamente impersonali, sono la ricerca radicalmente onesta della voce giusta, che non può essere diversa. Quindi proprio quando non parlava mai di sé, della propria biografia, ma – ad esempio – della luce sulle case, di uno scavo in città, di un ascensore che si blocca, della luce che si spegne in un appartamento, di una conversazione telefonica tra persone non determinate, c’era qualcosa di impudico, di intimamente personale. Scoprire la propria voce significa scoprirsi. Però finora questo avveniva in modo mediato: occorreva avvicinare i testi poetici a quelli saggistici per sentire fino in fondo questa impudicizia pudica, questo esibizionismo riservato.

    Ora, Il Conoscente costringe la persona del poeta, a partire dalla pronuncia del suo nome (potremmo dire, con Dante, un nome “che di necessità qui si registra”, Purgatorio XXX), a venire direttamente sotto il riflettore. Il Conoscente – questo Avversario, questo diavolo russo alla Dostoevskij o Bulgakov – è un nichilista totale, ha il talento “di ridurre le cose al loro fondo / più crudo e squallido”; la sua voce “è una punta di trapano che si insinua / nell’anima” e ferisce “a forza di ironia, / allusioni maligne, disincanto”. Il problema principale è dunque che il poeta – sottoposto a questo sguardo – diventa “il Conosciuto”: è costretto a emergere direttamente, in modo sofferto, a difendersi e a resistere a forme di autoanalisi dirette e implacabili, rivolte alle fondamenta del proprio agire. La volontà di essere visto e di essere invisibile; il nesso tra narcisismo e vergogna del poeta; il timore e il desiderio dello smascheramento; il sogno di una piena comunicazione-comunione con gli altri, i “voi”, i “tutti”, con il “prossimo” (Essere un coro) e, al tempo stesso, il “disprezzo disperato” per la folla, il fastidio per l’abbraccio di tutti questi “altri”.

    L’opposizione totale rispetto ai libri precedenti è quindi solo un lato del foglio: sull’altro campeggia una fortissima continuità. Possiamo ritrovare, ad esempio, un’esperta ragnatela di similitudini; delle situazioni tipiche (come qui: “Sotto di noi, tra le dune fiorite / di uno spiaggione, un lago d’ombra: uno scavo. / Una pala meccanica, tre operai / in casacca arancione”); oppure un lavoro sulla rima tanto presente in tutte le sue varianti quanto dissimulata nel facile e nel prosastico (“i cipressi, le viti, i panni stesi, / i campanili, i paesi, / il parlamento delle ginestre, sotto / le grandi arcate fronzute di un acquedotto”).

    Letti da soli, i singoli pezzi numerati richiamano le poesie dei volumi precedenti, ma qui non possono avere piena autonomia (esempio estremo, il passaggio dalla fine del frammento 88: “Per una madre si piange, per un amico, / un figlio. Di dolore, di nostalgia. / Di pietà. Ma di cosa piangevo io?” all’inizio dell’89: “Di ignoranza, piangevo. / Di memoria. / Di chiarezza, di meraviglia”) poiché nell’insieme costruiscono una vicenda che prevede personaggi, descrizioni, dialoghi, avvenimenti. Nelle quali, fin dal prologo, ha un ruolo decisivo la “Convenzione”, invenzione che tiene insieme convention e convento: riunione modaiola e luogo appartato religioso; e finisce per diventare anche una sorta di clinica, quando il Conoscente diventa lo “sdottore” che individua il male del protagonista, indeterminato ma certamente legato al rapporto con gli altri, e il Conosciuto deve sottoporsi a una “cura” che sta tra medicina alternativa, pratiche settarie e rieducazione da sistema totalitario divertimentista.

    Non bisogna svelare la trama, visto che siamo di fronte a un “racconto” (se proprio dobbiamo parlare di generi non richiamerei però tanto il romanzo in versi ma al massimo una singolare forma di autofiction in versi; tanto più che già prima di Troppi paradisi di Walter Siti, Fiori aveva scovato – per il suo Tutti, del 1998 – la perfetta epigrafe autofittiva: “Mi chiamo Erik Satie, come tutti”); però sono previsti anche viaggi e amori, politica e filosofia, bellezza, degrado e discorsi sull’esistenza di Dio, in un adeguato contesto da “soglia” bachtiniana. Ma alla fine, anche per questo libro rimane attuale la scommessa leopardiana: anche quando è costretto a diventare attore protagonista di un lungo racconto, la condizione del poeta moderno è solitudine senza rimedio, non c’è “Convenzione” o positivo abbraccio con gli “altri” che tenga. Ma è nei rari frutti di questa solitudine – anche e forse soprattutto quando viene sfidata a rischiare tutto, fino in fondo – che le “moltitudini” possono ritrovare “nei secoli, la gloria della loro comunità”.

    https://www.lindiceonline.com/letture/fiori-conoscente/?fbclid=IwAR2MktR6hAs_kj1Zr7xpv1K0fMNbJxOj0_kBkaxycix9vcpE4uCd8gYrEOc

  • 17Set2019

    Paolo Pegoraro - L'osservatore romano

    Il poeta sul monte delle tentazioni

    «Il Conoscente» protagonista del romanzo di

    Umberto Fiori

    Se ha un nome proprio, non ci è dato saperlo. Lo chiamano “il Conoscente”, un po’ perché conosce tutti, un po’ perché non è estraneo a nessuno. Appare quando meno te lo aspetti e ti abbraccia con calore, mentre ancora tenti di rammentare quando vi siete visti. Lui di te, però, ricorda tutto. Soprattutto le aspettative deluse e i sogni traditi, che infilza con ironia proprio come le sue dita — nel frattempo — si piantano tra le tue costole. Un ciarlatano? Sì, ma d’alta classe. Un ammannitore di efferate banalità, un artista della dissacrazione quotidiana. Pomposamente grossolano come il Monsieur Homais di Flaubert, sinuosamente mellifluo come il Monsieur Ouine di Bernanos. Un cafone metafisico. Ma sorge il sospetto che, dietro quella maschera abbronzata e incravattata di rispettabilità, si celi un segreto innominabile…

     

    È lui il protagonista dell’inquietante e geniale romanzo in versi sul quale il poeta ligure Umberto Fiori ha lavorato a più riprese lungo undici anni. Classe 1949, cantante rock negli anni Settanta e una vita impegnata per la scuola, qualche anno fa Fiori aveva pubblicato la sua opera completa (Poesie 1986-2014, Mondadori) a cui ora, con Il Conoscente (Milano, Marcos y Marcos, 2019, euro 20, pagine 309), aggiunge un importante tassello. Come definirlo? Probabilmente, come un duello spirituale. Dopo l’incontro casuale tra il Conoscente e il poeta, la loro frequentazione si fa assidua, e i dialoghi sfumano velocemente dalle questioni intermedie a quelle ultime — la letteratura, la politica, i bilanci di un’esistenza, il vivere insieme, il significato delle parole — ma le loro visioni divergono sempre più. «Io sono uno / che cederebbe il passo / a un gatto, a un grillo, a un palo della luce», dice di sé Umberto Fiori. Viceversa, il Conoscente è un’epitome di ambiguità: «Io sono uno… / o eventualmente un altro. A volte due, / tre, sette, nove / che dove sono, non li trovi mai lì». Pagina dopo pagina, i tratti cialtroneschi del Conoscente si fanno sempre più sulfurei, e non sorprenderebbe se dall’elegante mocassino spuntasse d’improvviso uno zoccolo fesso. Tra moine e lusinghe, il Conoscente miagola poi il nuovo comandamento con il quale difendersi da ogni preoccupazione: l’indifferenza. «Impara il sonno. Sii finalmente / indifferente a te stesso / come lo sei agli altri, / come gli altri ti sono indifferenti».

    Ciò che il Conoscente vuole è avvelenare ogni istinto di bene, abortire ogni proposito di cambiamento, convincere il suo ascoltatore che il cinismo è l’atteggiamento più onesto, perché ai suoi occhi — duri come biglie di ferro — tutto è già nudo di mistero. Il Conoscente non giudica: condanna. La sua voce è una macina che tutto riduce a pula, difetto, colpa. Per questo annichilitore universale «niente è se stesso / … / Nemmeno / il cambiamento». «Io conosco un po’ tutti», confida alludendo vagamente al suo «mestiere» (spia? pubblico accusatore? parassita?), ma questo vanto è pure il suo tallone d’Achille: di ognuno egli conosce solamente il lato d’ombra, l’ottusa coerenza del male. E il resto? Preclusa gli è l’inattesa discontinuità che è il bene, la metànoia, l’inversione di rotta. Per l’«occhio dell’assassino» — posto non a caso in rima con «Caino» — non ci sono più stupore né riconoscenza. Nonostante «le sue arie da padrone», lo sguardo del Conoscente è però «sottomesso, disperato». Stampata in faccia non ha la luminosità del sorriso, ma il ghigno pietrificato della derisione. È la smorfia «di chi / abbia dovuto ingoiare un boccone amaro / pesante quanto il mondo, / piegarsi a lungo, servire»; è il rictus mefistofelico del servo triste, quello che sempre vorrebbe il male e sempre scopre che i suoi piani vengono inglobati in un Progetto più grande. Infinita dev’essere la frustrazione di questo essere captivus, prigioniero di se stesso, incapace di tenerezza, compassione, benevolenza, asserragliato in un abisso infernale di solitudine e sterilità. Non potendo creare, la vendetta del Conoscente è corrompere ciò che esiste, scimmiottarlo, storpiarlo, caricaturizzarlo. È uno «sdottore», uno «scoordinatore», uno «stutor», un «smoderatore» che — grazie ad autentici anti-miracoli — trasmuta le cose in qualcosa di più basso: nelle sue mani il linguaggio decade a volgarità, la cultura a esibizionismo narcisistico, i versi poetici in versi animaleschi.

    Lo scontro verbale tra il Conoscente e il poeta si fa via via più intenso. E, come il Tentatore condusse Gesù sul pinnacolo del tempio e sull’“alto monte”, così il Conoscente trascina Umberto Fiori in una serie di luoghi lungo i quali sgrana la sua vischiosa controcatechesi. Guidato da questo anti-Virgilio, Umberto Fiori scende nei gironi di una superficialità sempre più spaventosa, fino a giungere in uno stabilimento balneare che ricorda le Malebolge dantesche. Qui, armati di moto d’acqua, moderni Malebranche camuffati da animatori guizzano in un’«acqua nera» come pece bollente. Su questa spiaggia si ritorce la fanghiglia di mille personalità corrotte e corruttrici, fuse e confuse in una medesima carne: una anti-comunità dove sono banditi il pudore, le domande, il silenzio, il pensiero della morte. Bisogna distrarsi, freneticamente, a ogni costo, e il poeta stesso rischia lo smarrimento: «cominciavo a vedermi / come da fuori». A salvarlo sarà il rifiuto a sottoporsi all’umiliazione finale, un gesto minimo che avrebbe tuttavia sancito la rinuncia al pudore; ma sarà proprio il voler conservare la “grazia della vergogna”, per citare Papa Francesco, a preservarlo.

    Riemergendo dal suo viaggio allegorico, Umberto Fiori si troverà infine interpellato da una suorina sull’esistenza di Dio. La sua risposta sarà non tanto un atto di fede, quanto piuttosto un autentico atto di realtà: «Non esiste / … / Dio è / … / Siamo noi, poveracci, che esistiamo, / … / siamo noi / che ce ne stiamo sparsi / qui uno, l’altro lì, scompagnati, / seduti, in piedi. È a noi / che si fatica a credere». L’Essere divino, invisibile come le fondamenta di una casa, risulta tuttavia più stabile delle tegole sconnesse e pencolanti sotto il sole. È forse lui quel «bene che ci precede» e che ci lega tutti assieme. «Sento, tra noi, un bene / che non facciamo. / E non potremmo farlo: è troppo grande. / … / È da lì che vengono le parole. Albero, casa, / nuvola, cane, mondo… / … / Ecco la fonte inesauribile / del nostro essere presenti, / aperti gli uni agli altri, nudi, esposti / a una lingua, la stessa (o alla sua promessa)».

    http://www.osservatoreromano.va/it/news/il-poeta-sul-monte-delle-tentazioni?fbclid=IwAR2WwfGd45cKx0A-lMkB3pjFUmKeFKmfEWXBO7brhuzV0vJAsabx3ktV1cs

  • 25Ago2019

    Matteo Marchesini - Il Foglio Quotidiano

    Il poeta sa cos’è la verità

    Un pezzo di Novecento e il canto delle parole nel “Conoscente”, il romanzo in versi di Umberto Fiori.

    La volgarità dell’estetismo sta nella convinzione che la verità si trovi in un oggetto, non importa quanto raffinato. In questo senso è speculare al bruto realismo, che la cerca letteralmente in un “trancio” di vita. Il suo equivalente politico, in cui gli uomini più machiavellici rischiano di convergere con i complottisti più naif, è l’idea che la verità consista sempre inun segreto, in un retroscena, in ciò che è nascosto “dietro” o “sotto” la soglia del visibile. Idea esoterica e feullettonistica, seducente almeno quanto frustrante.

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  • 24Ago2019

    Daniele Lo Vetere - laletteraturaenoi.it

    Il disagio della dissomiglianza. Su Il Conoscente di Umberto Fiori

     

    Sono trascorsi cinque anni dall’uscita della raccolta completa delle poesie di Umberto Fiori (Poesie. 1986-2014, Mondadori). In quel volume si poteva leggere un’anticipazione delle prime strofe del poemetto Il Conoscente, che quest’anno esce integralmente per i tipi di Marcos y Marcos (l’editore “storico” di Fiori). Fiori è un poeta – lo hanno osservato molti – in possesso fin dall’esordio di una voce pienamente dominata, compatta, sempre riconoscibile di raccolta in raccolta: in questo nuovo libro la sua poesia scarta invece inaspettatamente ed è quindi forte la tentazione di considerare Il Conoscente un nuovo inizio dopo la ricapitolazione mondadoriana. Sul piano dello stile, della struttura, dell’invenzione, il “nuovo corso” de Il Conoscente è innegabile; eppure le ossessioni gnoseologiche ed etiche del poeta sono rimaste le stesse. Ma partiamo dalle differenze con il Fiori cui siamo abituati.

     

    Un personaggio realistico e allegorico

    Il Conoscente è un romanzo in versi allegorico e la scelta del genere è la prima evidente novità. Fiori è stato fin qui poeta dalla misura quasi sempre breve, (anche se a ben vedere, fin dalle raccolte degli anni Novanta, Esempi e Chiarimenti, egli ha amato aprire o chiudere i propri libri con articolate serie di poesie e già La bella vista del 2002 era un compiuto poemetto, anche se più descrittivo e riflessivo che propriamente narrativo). Questo nuovo libro, al contrario, ha una vera e propria trama. Il protagonista, Umberto Fiori, rincontra per caso un personaggio del proprio passato, “Il Conoscente”, un ex compagno di lotte politiche negli anni Settanta, in realtà un infiltrato e una spia (è necessario precisare, dopo due decenni di letteratura di autofiction, che l’omonimia del protagonista con l’autore è un gioco di specchi, o a nascondino, tra vera e propria autobiografia e libera invenzione?).

    Il Conoscente è attraente e repulsivo, giocoso e insinuante, gran retore ma semicolto, spiazzante per sincerità eppure ipocrita e macchinatore; mellifluo, volgare, irritante, benché dotato di un’energia vitale quasi ammirevole. È un personaggio dantesco: dettagliatamente realistico, ha però soprattutto un valore allegorico. Incarna il costante rovesciamento – spesso parodico, ma non necessariamente; comunque sempre nichilistico – di tutto ciò che il personaggio Umberto Fiori pensa ed è («Pochi al mondo, io credo, hanno il talento / che aveva il Conoscente / di ridurre le cose al loro fondo / più crudo e squallido»); e i due personaggi sono tanto avvinghiati nella lotta che talvolta al lettore riesce difficile distinguere chi abbia ragione e chi torto, nelle lunghissime diatribe che li oppongono e che affrontano i temi dell’impegno politico, della funzione della poesia, della potenza o impotenza del linguaggio, del rapporto tra solitudine del poeta e comunità umana. O meglio: sentiamo che il Conoscente non ha, non può avere ragione; ma Umberto Fiori si trova spesso con le spalle al muro e aver dato a questo avversario la parola finisce per essere indistinguibile dall’essersi sottomessi a un’auto-anamnesi spietata.

     

    Una nuova concretezza

    Nonostante il costante aggancio a scene quotidiane e realistiche, la poesia di Fiori è sempre stata iterativa, tendente all’emblema: situazioni e personaggi tipici, fondali essenziali, eventi ridottissimi. Il Conoscente prende invece la tangente di uno sviluppo narrativo pieno di svolte e di sorprese, sempre più stralunato, grottesco, feroce. Nel racconto spicca una geografia di luoghi perturbanti, verso i quali il protagonista è condotto dal Conoscente in veste di anti-Virgilio: l’Ente, una elegante residenza che può ricordare il misterioso e untuoso albergo di Todo modo di Sciascia; Urate, un inventato ma verosimile paesino dell’hinterland milanese dove Fiori conosce Olindo, arci-italiano qualunquista e fascistoide e, a detta del Conoscente, Grande Vecchio della politica italiana; la Convenzione, una convention insensata su un’isola del Mediterraneo (ispirata a Stromboli), in cui i “convenuti” si sfidano a infernali giochi – una specie di Musichiere, una gara di insulti – venendo non si sa se accuditi o torturati. Tuttavia in questa visionarietà allegorica i caratteri di  realismo sono lampanti. Si tratta del primo libro di Fiori in assoluto nel quale compaiono nomi propri, di luoghi e persone (in primo luogo dell’alter ego omonimo del poeta), e in cui i personaggi abbiano un presente e un passato storicamente determinati. Si tratta di una novità di non poco conto per un poeta che aveva sempre fatto del ricorso ai nomi comuni, anzi ai nomi generali a oltranza (vigili, signore, passanti, altri), una delle sue cifre più caratteristiche: perfino il poeta era, altrove, «uno», «un tizio».

    L’infinita dissomiglianza

    Ma dove punta Fiori con questo libro? Ho detto che le sue “ossessioni” gnoseologiche ed etiche sono rimaste le stesse. Il Conoscente può essere letto – almeno a me così pare – come controcanto o verso della sua poesia: «Dentro lo sguardo opaco del Conoscente / dal pozzo senza fondo del suo ascolto, / mi salutava quello / che da sempre mi sfugge, il punto cieco / dove mi trovo, e non mi so».

    Molta della poesia di Fiori, così naturale e prossima, nasce invece da un disagio, appunto da un oscuro «punto cieco»: quella angosciata perplessità sul mondo che gli uomini che si presumono a posto con la coscienza trattano sempre a paternalistiche pacche sulle spalle – smettila di essere così pesante e rigido, dice a Fiori il Conoscente – e che è invece, per parafrasare un suo verso, un’infinita dissomiglianza («Dalla forma più sua, / mentre la ascolta, allora, sente salire / un’infinita somiglianza», Una forma, in Tutti). Come Rilke, che constatava come il destino dell’uomo – unico in questo tra tutti gli animali – fosse di essere sempre e soltanto contro, mai dentro insieme con, i versi di Fiori sono una reiterata messa in scena dell’inappartenenza al mondo, agli altri, a noi stessi, «essere la mia faccia, / finalmente / liberata di me. […] / Non diventare più. Assomigliarmi» (Desiderio, in La bella vista), desiderio destinato a restare lettera morta: «solo la faccia mi resta. // Eccola: è vostra» (ultimi versi della raccolta Voi).

    Questa condizione di estraneità degli uomini a se stessi non è psicologica, ma linguistica (quindi anche sociale). Il tema delle conversazioni a tavola, delle discussioni, dei litigi, del bisogno di chiarimenti si ritrova nelle pagine di Fiori praticamente ad apertura di libro (eccone un esempio: «Parlare / è sempre troppo / e non è mai abbastanza. // Di colpo ha chiaro il vuoto / e l’arroganza / di essere lì presente», Chiarimenti, nell’omonima raccolta).

    Il nostro linguaggio, come ha scritto Paolo Virno (Saggio sulla negazione), nega gli altri e le cose del mondo per intima costituzione, perché ci ha staccato dalla realtà, differenziato da essa. Lo strumento che ci rende unici fra gli animali è anche quello che ci rende soli: le parole e i concetti non sono le cose, noi non siamo le parole che ci definiscono, noi non siamo la faccia che portiamo: «Fisso gli occhi / negli occhi del divano, / dell’opposto, del sempre, dell’altrimenti, / del senza, del peggio. Prego / nessuno, niente: proteggimi / dalla tua potenza» (No, in La bella vista).

    È pur vero che in Fiori si trovano luminose soluzioni a questa condizione: un suo acuto lettore, Rocco Ronchi, ha osservato che il poeta si arresta davanti alla semplice presenza delle cose e delle persone e, pur sapendo che “in linea teorica” quella presenza potrebbe essere ulteriormente interrogata, che il senso di quell’esser lì non è lì ma sempre altrove, dietro, si fa bastare quel che c’è, quello che si offre al suo sguardo: «Devono pur finire, le domande. / Allora c’è il punto morto, / una calma enorme» (ma, subito dopo: «Poi col vento il ramo si muove. / Ritornano le spiegazioni»: Verità in costume, in Esempi). Da qui nasce l’amore di Fiori per i muri ciechi e le facciate delle case: essi stanno non contro a noi ma di fronte, a risponderci e corrisponderci. Nei versi di Fiori la commovente bellezza delle apparizioni e rivelazioni dei paesaggi cittadini o naturali, e degli incontri umani, sta proprio nella piena accettazione della loro evidenza fenomenica – ma è meglio dire: nello sforzo, nella lucida intenzione di accettarli pienamente –, prima che il linguaggio li dissolva in concetti e parole, in fantasmi.

    Io, voi, il Conoscente

    Questa soluzione estatica è però fragilissima: potrebbe essere ulteriormente messa in discussione. Chi ci garantisce, in effetti, che non sia l’ennesimo abbaglio di un soggetto che scambia per realtà la propria volontà di potenza? Nella rete del linguaggio nulla è certo. Ma ciò che rende la poesia di Fiori diversa da quella che si traduce in un’indagine esclusivamente interna al linguaggio stesso è la sua venatura etica e antropologica: la rete del linguaggio è per Fiori una conversazione tra il soggetto e gli altri, tra l’io e il voi. Il problema è che nessuno di questi due pronomi può vantare una maggior consistenza dell’altro: non c’è salvezza né nelle certezze personali né nel rifugio presso l’Altro, quell’imprendibile e spesso minaccioso “voi” che dà il titolo alla penultima raccolta di Fiori.

    A volte l’io è niente, solo un vuoto e un senso di colpa, e sono gli altri ad essere interi: «uno è troppo poco. / È niente. È il suo rimorso» (questa e tutte le citazioni che seguono da Voi); «solo voi siete»; «comodo, essere gli altri. // In salvo, fuori tiro, / padroni di andare e venire / come vi pare. // Invece io – sempre qui, / a disposizione»). A volte sembra esser vero esattamente il contrario: «lo so, non ci sarete / mai abbastanza». A volte il “voi” è non solo intero, ma addirittura portatore para-divino di una verità assoluta che umilia la parziale individualità dell’io: «Non siete uno, voi, non avete / labbra, lingua, respiro. / Solo ragione». A volte la distinzione stessa tra soggetti è abolita: «Lo sapete: mi siete / molto più / di quanto io mi sia. Tanto intimi / che nemmeno io stesso». Ma su tutto vince la constatazione affranta della dissomiglianza: «Se siamo uguali, se / siamo lo stesso, / che cos’è questo male, / questo bene / che ci separa?».

    Ma se in Voi questa lotta era offerta al lettore solo dopo aver operato su di essa un processo di distillazione, come a offrircene una forma pura, trascendentale, nell’ultimo libro essa si incarna ed è moltiplicata in specie diverse, storicamente circoscrivibili: il Conoscente è lo stesso interlocutore e avversario del “voi”, ma passa in rassegna con concreta minuzia la vita di Fiori, lo stana, non gli dà pace. Ad esempio, dimostra di conoscerne benissimo l’opera, ma sembra ripetere a pappagallo categorie critiche ormai consuete per descriverla (parodia della critica? Parodia di se stesso? Imbarazzo verso se stesso? Spia del disagio di vedersi infilzato come una farfalla dall’entomologo nelle riviste letterarie?): «”Ogni volta che leggo i tuoi libretti” / continua il Conoscente “ho l’impressione / che tutto si riduca a quattro o cinque / luoghi comuni. Scenette trite e ritrite, / come se niente ci fosse di misterioso / al mondo, di straordinario, di nobile. / […] Anche chiamarle poesie, / diciamolo, è un po’ troppo: nemmeno prosa… / sembrano barzellette da bambini, / o gli sproloqui di un tassista; non c’è una rima […]».

    Ancora: di fronte all’accusa del Conoscente di sentirsi superiore ai molti versificatori dei nostri anni, il protagonista risponde con un’affermazione in perfetto stile fioriano «Non è / questione di confronti […]. / Scrivo quel che ho da scrivere» e il suo avversario lo oltraggia inchiodandolo alla sua irrilevanza sub specie aeternitatis: «Sì, scrivi, bravo, scrivi… Ma per chi? / Li conosco i tuoi sedici lettori […]. Già ma tu / pensi al dopo, lo so: pensi alla gloria / che verrà. Pensi alle generazioni / future… Me li vedo i ragazzini, / tra cinquant’anni, darsi appuntamento / ogni primo mercoledì del mese / sul sagrato del Duomo / per commentare – in arabo? in cinese? – / le tue opera omnia. / Se pure ci saranno ancora opere, / libri, carta, scrittura. Se ci saranno / ancora uomini / sulla terra… // Altrimenti, a celebrarti / saranno gnomi e folletti. Cosa ne dici? / O scarafaggi, topi…». Anche la ben nota riduzione dell’attrito della prima persona nella sua poesia è schernita: «Due cani, un ponte, un inceneritore… / Via, sii sincero: quel che ti preme, in loro / sei sempre tu». La pretesa di non parlare per gli altri e di non giudicarli è volta dall’anima nera del Conoscente nel suo contrario: disprezzo, incapacità di perdonare, odio e risentimento.

    Il disagio di aver mancato la coincidenza con le cose invade anche la Storia e i sogni rivoluzionari della gioventù, che sono ovviamente annichiliti dal Conoscente: lui sa, sapeva già allora, la verità, che non era quella professata in slogan, striscioni, parole d’ordine, assemblee, volantini – quello era il teatrino che era lasciato credere agli ingenui da chi nell’ombra degli arcana imperii manovrava tutto. E la verità è quella che decenni di berlusconismo e impoliticità ci hanno sbattuto in faccia: che siamo soli, che ogni pretesa politica di costruire una comunità, un noi, è patetica, che agli altri, alla media degli altri, non solo non interessa quella comunità, ma che il problema è il nostro zelo: «chi ve l’ha chiesto? / Che presunzione!»; «lasciala in pace, l’Umanità; / piantale di addossarle / un problema che è tuo, / soltanto tuo. È solo a te che tocca / affrontarlo, affrontare la realtà».

    Ed è proprio quello che alla fine Fiori sarà costretto a fare: la salvezza è solo sua, in una nave («la mia nave») che lo porta lontano, chissà dove, dopo una finale ascesa, un po’ infernale, un po’ purgatoriale, sulle pendici del vulcano che domina l’isola della Convenzione. Almeno, questo è lo scioglimento narrativo de Il Conoscente. La rete che tutto avvolge domani potrebbe riacciuffare anche quella nave.

  • 10Giu2019

    Marco Bertola - megliounlibro

    È il 23 aprile, Sant Jordi. Per Barcellona è la tradizione festa dei libri e delle rose. I capitoli scandiscono le ore, i minuti, dalle 5:55 alle 23:59. Al termine della giornata e della lettura uscirete esausti e divertiti, coinvolti e sconvolti. […]

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  • 02Giu2019

    Paolo Febbraro - Il Sole 24 Ore

    Perdonarsi la disillusione: un brillante gioco poetico

    Nel 2001, i pochi fortunati o casuali lettori delle riviste letterarie avrebbero potuto imbattersi in alcuni brani di una sequenza poetica intitolata Il Conoscente firmati da Umberto Fiori sulle pagine di un periodico chiamato «Il Gallo Silvestre». Già autore di quattro libri, fra cui il notevole Tutti del 1998, e in procinto di proporre lo splendido La bella vista (2002), con quei brani Fiori faceva al lettore una promessa e poneva a sé un compito, forse maligno ma necessario: l’evocazione di un personaggio “informato sui fatti” che giunge dal passato per risvegliare il protagonista, “Umberto Fiori”, dal seppellimento volontario nella pace, e dal «disprezzo disperato» di chi un tempo ha militato nell’estrema sinistra, credendo a ideali più grandi di sé, e di ogni uomo. […]

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  • 21Mag2019

    Alessandro Mantovani - Il Foglio

    Il paesino di Urate, sebbene luogo inventato, potrebbe confondersi benissimo con i vari omoteleuti del lombardo – Canegrate, Olgiate, Albairate, Besate e altri – c’è tutto […] Proprio qui approda, nel suo snodo centrale, la vicenda de Il Conoscente di Umberto Fiori.

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  • 17Apr2019

    Fabio Pusterla - leparoleelecose.it

    Storia di una lettura intricata: “Il conoscente” di Umberto Fiori

    Storia di una lettura intricata: ho letto per la prima volta Il Conoscente più di un anno fa, in dattiloscritto; mi aveva colpito molto, e avevo steso una scheda di lettura che oggi mi sembra misera e insufficiente. Perché? Perché penso che siamo di fronte a un’opera particolare, una specie di poema allegorico che chiede di essere meditato, decifrato e ragionato, e che muta con il passare del tempo e con l’affinarsi della coscienza. Storia di un autore partito da lontano: Case (1986), Esempi (1992), Chiarimenti (1996), Parlare al muro (1996), Tutti (1998), La bella vista (2002), fino ai più recenti Voi (2009) e all’Oscar Poesie 1986-2014 di cinque anni fa. Di questo lunghissimo cammino, che fa di Fiori uno dei maggiori poeti contemporanei, Il conoscente rappresenta in un certo senso la summa, ma anche la rivisitazione, o meglio ancora l’indagine del momento di profonda crisi (crisi politica, ontologica e potremmo persino dire antropologica) da cui la parola poetica di Fiori trae origine.

     

    Questo libro, il cui protagonista si chiama Umberto Fiori, si definisce “falsissimamente autobiografico”. L’avverbio è nell’aletta di presentazione, ma riprende ed esplicita lo spirito che aleggia nella conclusiva Nota d’autore; salvo che proprio il valore di quell’avverbio è ambiguo: potrebbe voler dire che il libro in questione non è affatto, non è in nessun modo “autobiografico”; oppure, cosa che a me sembra più interessante, che è sì “autobiografico”, ma in modo “falsissimo”. Il che significa, secondo me, che siamo di fronte a una specie di autobiografica poetica, cioè di risalita alle sorgenti di una postura di fronte al mondo e alle cose del mondo e alle parole per dire quel mondo e quelle cose. Sbaglieremmo insomma a cercare nei versi de Il conoscente squarci più o meno piccanti sulla vita dell’autore: in questo il Conoscente non è affatto un libro esibizionista, e non chiede pertanto lettori voyeuristici. Ma non sbaglieremmo, io credo, a leggere questo libro come un libro estremo, ossia che porta all’estremo un percorso poetico da sempre estremamente radicale, nelle sue scelte linguistiche e espressive, e che qui viene messo per così dire a nudo, in un vasto e complesso poema che ne indaga e ne dispiega le ragioni profonde e drammatiche.

     

    Per descrivere sommariamente e commentare parcamente il libro, vorrei anticiparne arbitrariamente due aspetti, che non è detto incontrino esattamente la volontà e il favore di Umberto.

    Il primo potrei affidarlo a una battuta quasi scema, che sospetto non appaia per la prima volta nella vicenda di Umberto. Siccome spesso in questi versi si citano, spesso volutamente storpiandoli o confondendoli, gli autori della tradizione (da Platone a Heidegger, da Omero a Leopardi a Baudelaire: altro indizio, a mio avviso, di quanto Il conoscente sia anche una resa dei conti con un percorso di lettura e formazione), mi consento anch’io un gioco di parole, che potrebbe non stonare sulle labbra sgradevoli del secondo protagonista dell’opera, cioè appunto Il conoscente, che dà al libro l’ambiguità del titolo: “colui che conosce” (o che asserisce di conoscere) ciò che invece l’io di Umberto Fiori ignora o rimuove; ma anche “colui che non è un amico, ma una semplice conoscenza”, faticosamente subita dal protagonista; colui che dalla propria posizione prossima eppure esterna può manipolare il personaggio Umberto Fiori, attirarlo in una serie di trappole sfruttando la sua onestà e facendolo sprofondare sempre di più in un pantano ontologico che lo turba e lo svia. Allora, ecco la battuta scema: Umberto Fiori (il personaggio dell’opera) è colto qui in un momento di crisi, di dubbio, di vertigine; tutto ciò in cui credeva di credere, tutto ciò che pensava di essere riuscito a salvare nel transito dalla sconfitta politica (un panorama di rovine ideologiche e ideali si staglia alle sue spalle; e chi ha vissuto con la stessa intensità gli anni sessanta e settanta non fatica a riconoscere in questo una dimensione collettiva, L’aria della fine di cui ci parlava un libro di Antonio Porta), tutto ciò che in lui ha cominciato ad assumere i contorni di una posizione poetica nel mondo (e che storicamente si manifesterà nei primi titoli che ho richiamato all’inizio, e forse soprattutto in Case), è ora profondamente minacciato. Il personaggio Fiori, che ha tentato di salvaguardare un’idea di bene, una proposta di bene (leggo a p. 66: «Eppure vedi… eppure / ci sono giorni/ in cui, mentre i miei simili mi parlano, / mentre ragionano insieme a me che ragiono, / sento montare invece una gioia altissima. / Una gioia che è molto più che mia. / Sento, tra noi, un bene / che non facciamo. / E non potremmo farlo: è troppo grande. / Un bene che ci precede. / È da lì / che vengono le parole. Albero, case, / nuvola, cane, mondo: l’Uno e l’Altro / convengono in loro, concordano. / Si abbracciano fino a confondersi») è in bilico su una voragine aperta davanti a lui dal perfido Conoscente. È tentato di diventare un “fiori del male” (ecco la battuta scema). Un simile tentazione è presente sin dall’inizio, ma appare con l’evidenza di una brutta ferita nella più breve delle sei parti o sezioni che scandiscono il poema, la quarta, vero e proprio giro di boa che separa le prime tre parti, in cui il rapporto con il Conoscente e il mellifluo effetto di quest’ultimo si sviluppano, dalle ultime due, ambientate in un luogo allegorico e enigmatico chiamato La Convenzione. È in questa parte che la portata della crisi viene dichiarata e esplicitata orribilmente: «Le piazze, gli alberi, / le case, i muri, i giardini, che per qualcuno / che una volta ero stato / erano favolose spiegazione / voltavano le spalle, si inclinavano ( dal lato della fine». (p. 191)

     

    Cosa ha potuto minare così profondamente la fiducia iniziale, cosa ha oscurato a tal punto quel «bene che ci precede» da rendere ora insensate e terribili quelle stesse parole che dal bene originavano, Albero, case, nuvola, cane, mondo e che adesso si inclinano «dal lato della fine»? Cosa minaccia di rendere impossibile e vana la poesia come azione nel mondo? Per provare a rispondere, bisogna aprire un altro discorso, non facilissimo; e del resto, dietro la gradevolezza e l’apparente semplicità del dire, la poesia di Umberto Fiori non è affatto una poesia “facile”. Ho già accennato alla struttura dell’opera, articolata in sei parti. Nelle prime tre, in linea di massima, si mette in scena l’apparizione del Conoscente, il suo lento, dissimulato lavorìo, che conduce l’altro personaggio, Umberto Fiori, sempre più addentro nella sua tela tentatrice, squadernandogli in faccia, con lenta e inesorabile maestria, lo strapotere di una realtà che si vuole unica: realtà politica, economica, che inizia a manifestarsi in tutta la sua non più dissimulata oscenità negli anni ’80 del secolo scorso (in cui è appunto ambientato il poema) e che da allora non ha smesso di proliferare quasi indisturbata. In questa realtà che non ammette alternative (ammetterle significherebbe riconoscere il proprio vizio di fondo, aprire una crepa pericolosa) e che si pretende unica e successiva all’epoca delle ideologie, i concetti su cui poggia la mite proposta poetica di Fiori (del personaggio Fiori), e quell’idea di bene di cui si diceva, non sembrano poter avere ragion d’essere; a contraddirli, l’evidenza delle cose, la precarietà del tutto, la vanità del tutto, che si traduce per il Conoscente in una sorta di impunità libertà totale, priva di limiti, senso o progetto. Se tutto è vano e inutile, allora tutto è possibile, si potrebbe dire; e la “rieducazione” del recalcitrante Umberto Fiori avverrà, per fortuna nostra in modo alla fine fallimentare, nelle due ultime parti dell’opera, dentro una lussuosa tenuta o prigione dorata da cui per finire il protagonista riuscirà a fuggire, rovinando verso il basso di un pendio montuoso, per ritrovare, come Dante sbucato fuori dall’inferno, un’ipotesi di senso, le stelle: negli ultimi versi del poema leggiamo infatti: «Ho alzato gli occhi. In mezzo al mare, laggiù, / ho visto avvicinarsi la mia nave».

     

    Un episodio, tuttavia, merita di essere sottolineato, perché è già anticipato nel prologo che apre la prima parte dell’opera, e ritorna poi verso la fine, al termine della quinta parte; è un episodio fondamentale, in cui forse si riassume tutta la voragine nichilista schiusa dal conoscente, e che forse ci permette di rispondere all’interrogativo da cui siamo partiti. Nel bel mezzo della festa, il Conoscente conduce Umberto Fiori a visitare “la Collezione”, il tesoro gelosamente custodito nei sotterranei della tenuta, dietro «una porticina di ferro, verde, / e poi più giù per una scaletta di sasso, / sempre più fresca, sempre più stretta, fino / a una volta muschiosa, a un’altra porta». Qui, dentro una grotta illuminata da luci al neon, appare il tesoro: casse e casse colme di unghie e di capelli, che il misterioso proprietario ha collezionato nel corso della sua vita: sue unghie, suoi capelli, conservate a milioni. A che scopo? L’autore non lo spiega, ma lascia che siamo noi a desumere tutto l’orrore di una collezione che riduce ogni cosa al suo elemento puramente materico, al suo nulla più totale; è questo che viene custodito nei sotterranei della tenuta, nei sotterranei della realtà unica: il senso del vuoto, del niente, della non durata. Le unghie, i capelli: come non ripensare all’orrore dei lager, alla descrizione terrificante che ci viene offerta da Vasiliy Grosmann nel suo spietato reportage su Treblinka del 1944? Prima di giungere al campo, ormai abbandonato dai nazisti, prima di poter capire, il narratore racconta di come, nei boschi, si camminava attraverso mucchi di capelli, incomprensibili e proprio per questo paurosi, preannuncio di un vuoto inimmaginabile eppure presentito. I capelli nelle boscaglie attorno a Treblinka hanno un significato per noi evidente e scandaloso; quelli conservati nei sotterranei del libro di Fiori non rimandano ad altro che al nulla, a un nulla fondativo che nega ogni progetto dignitoso di senso. Se nulla dura, se ogni cosa si riduce a unghie e capelli, e se dal nulla una luce oscena si riverbera sull’essere, la poesia diventa impossibile; o per lo meno diventa impossibile quell’idea di poesia a cui noi attribuiamo senso, e su cui poggia l’esile destino del personaggio Umberto Fiori. Questo risulta a mio avviso molto chiaro se si mette in corto circuito il tesoro di unghie e capelli, cioè il tesoro negativo e paralizzante della Collezione, con un verso di Hölderlin su cui si fonda, o si è voluta fondare da parte di Heidegger, la poesia degli ultimi duecento anni, cioè la poesia intesa come ricerca e manifestazione dell’essere. Il richiamo a Heidegger non è fuori luogo, se il nome del filosofo ricorre con una certa frequenza nel libro di Fiori, di solito sulla bocca del Conoscente, e spesso citato a sproposito. E il verso di Hölderlin a cui si fa riferimento, per altro celeberrimo, conclude la poesia Andenken e recita: «Was bleibet, aber, stiften die Dichter», ossia « Ma ciò che resta, lo fondano i poeti» (così la traduzione di Giorgio Vigolo). Ciò che rimane: nel senso della durata, della resistenza al tempo; e forse anche nel senso di ciò che resta dopo una distruzione, di ciò che la poesia sa estrarre dalle rovine del mondo. Nell’uno e nell’altro caso, il progetto della poesia ha a che vedere con la durata di ciò che la poesia sa dire e rappresentare, con l’opposizione tra la presenza manifestata dalla poesia e l’attrazione del nulla. Ecco perché le unghie e i capelli della Collezione negano il principio stesso della poesia; è questo il punto terminale del magistero del Conoscente: «Pochi al mondo, io credo, hanno il talento / che aveva il Conoscente / di ridurre le cose al loro fondo / più crudo e squallido. / Era il bambino che mentre i compagni / pilotano il sommergibile / ripete che è soltanto un tavolo marcio / con su quattro coperte da cavallo» (p. 109).

     

    «Ho visto avvicinarsi la mia nave», recita l’ultimo verso del poema; e su quella nave, su quella scia potrà svilupparsi pienamente la poesia di Umberto Fiori. Sicché questo libro si colloca contemporaneamente all’inizio e alla fine, nel passato e nel presente; all’inizio, dentro il passato di quasi quarant’anni fa, se prova a scandagliare le ragioni, le contraddizioni, le difficoltà di una scelta di campo poetica che forse non può più «abitare poeticamente il mondo», secondo le celebri parole di un tardo e forse dubbio Hölderlin, ma neppure può del tutto rinunciarvi; e che dentro le corrente incrociate di Scilla e Cariddi deve cercare la sua rotta, inevitabilmente di collisione rispetto al vuoto schiuso dal Conoscente; oggi, dentro il presente di un lungo cammino poetico, se Il Conoscente può esistere anche grazie a un linguaggio espressivo faticosamente conquistato negli anni e nei decenni di lavoro. Questa osservazione aprirebbe le porte a una ricognizione linguistica e stilistica che non è oggi il caso di fare, ma che andrà senz’altro fatta; per il momento, basterà forse osservare che anche da questo punto di vista Il Conoscente, libro particolarissimo e forse per qualcuno persino spiazzante, potrebbe essere considerato la summa del percorso compiuto da Umberto Fiori: quello vero, stavolta, non il personaggio dell’opera; il poeta che merita tutta la nostra attenzione anche per questa sua nuova opera.

    http://www.leparoleelecose.it/?p=35386

     

  • 06Apr2019

    Angelarosa Weiler - librierecensioni.com

    Trama:
    Un personaggio riemerso dal passato. Ridicolo e insinuante, arrogante e mellifluo. Il retro del mondo, i misteri: la storia italiana del secolo scorso, delle utopie, delle stragi. Un viaggio lungo le bellezze della penisola, fin ‘dietro le cose’. L’ineffabile, potentissimo signor Olindo. La malattia, la cura. Un’isola fumante. Una gara di insulti. Una canoa, un antico bassorilievo. Selva, la femmina che seduce e si restringe. Il confronto finale. Il libro di Umberto Fiori è un racconto in versi falsissimamente autobiografico, un sogno – e per certi aspetti un incubo, un’allucinazione – il cui protagonista porta lo stesso nome e cognome dell’autore. Il suo ambiguo antagonista – il Conoscente: mestatore politico, tuttologo rampante, infine tartufesco ‘guaritore’ – lo lusinga e lo provoca, lo trascina attraverso una serie di incontri che dovrebbero ammaestrarlo, rivelargli ciò che si ostina a ignorare, e finiscono invece per stordirlo e confonderlo.

    La verità, in questa storia, è un segreto osceno che si esibisce e si sottrae, un enigma di cui il Conoscente pretende di avere in pugno la chiave. “Umberto Fiori” affronta i vari incontri come ci si sottopone a una serie di prove d’iniziazione nelle favole. Solo, senza amici, assediato da un’umanità grottesca e spocchiosa, riuscirà alla fine a sfuggire alla presa del suo mefistofelico terapeuta?

    Recensione:
    Un libro di non facile lettura, destinato a menti elette, pronte ad impegnarsi in un percorso tortuoso. La configurazione assolutamente particolare, un romanzo in rima, lo rende interessante, pur tuttavia implica un minor livello di intelleggibilità rispetto ad una tradizionale opera di narrativa. La trama è criptica, affronta un argomento arduo, sottile, compenetrabile solo a fatica da parte di una persona comune: il confronto tra il protagonista, che per sorte indossa lo stesso nome dell’autore, ed il proprio lato d’ombra, quello che ognuno di noi vorrebbe evitare di conoscere o addirittura preferisce disconoscere. L’interlocutore, “Il Conoscente”, è una presenza immateriale, onniscente, onnipresente. Una presenza che spinge Umberto Fiori verso il limite estremo della verità più nascosta, promette rivelazioni e soluzioni, ma in pratica altro non fa che fungere da specchio segreto.
    Nella mia assoluta semplicità, devo confessare di non essere stata in grado di definire né l’inizio né l’epilogo di questa narrazione assolutamente non canonica. Tra le pagine, ho percepito le incertezze, i dubbi ed i tormenti di un’anima, ma non sono riuscita a pormi in sintonia con un pentagramma caratterizzato da note troppo vagamente tracciate per poter essere da me interpretate.
    E’ per questo motivo che mi sento di consigliare questa lettura solo ad individui forti di un intelletto notevole e di un’altrettanto notevole capacità deduttiva. Lo stile letterario è corretto, piacevole, raramente contaminato dallo sproloquio. Trattandosi di un dialogo tra due entità, va da sé che ognuna di esse si esprime in prima persona. Altrettanto fanno i comprimari che partecipano al racconto.
    Ho trovato interessanti le descrizioni degli scenari che ospitano questo percorso letterario che si snoda dal nord al sud del nostro Paese, ancorché nessuna indicazione logistica reale sia esplicitata nel racconto. Le note a margine fornite dall’autore consentono di stabilire, a volte in modo preciso, altre volte vagamente, le località nelle quali i fatti si svolgono.
    Gli amanti dell’ombra e dei misteri che essa avvolge saranno certamente incuriositi da questa inusuale trattazione.

    https://www.librierecensioni.com/recensioni/il-conoscente-umberto-fiori.html

     

  • 24Mar2019

    Roberto Galaverni - Corriere della Sera - La Lettura

    Tra me e me ci sono io, e scrivo

    Erano dieci anni che Umberto Fiori non usciva con un nuovo libro di poesie. Lo ha fatto ora con un sorprendente racconto in versi, che dovrà per forza rappresentare uno spartiacque importante nella sua vicenda di poeta.

    Con le sue quasi 300 pagine di testi, Il Conoscente (Marcos y Marcos) rappresenta infatti il primo grande scossone all’interno del sistema poetico fino a questa altezza piuttosto costante: la scelta di un linguaggio […]

     

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  • 21Mar2019

    Daniele Gorret - doppiozero.com

    Le lettere di Leopardi da Londra

    Nel Maggio 2010 ebbi la fortuna di ascoltare Edoardo Sanguineti a Savona (sarebbe stata l’ultima volta perché il poeta era destinato a morire di lì a pochi giorni): divagando, come amava fare, Sanguineti raccontò di un’esperienza di qualche anno prima quando, nel palazzo della sua università, alla ricerca del “giusto” ufficio cui rivolgersi, gli venne indicato lo sportello “Risorse Umane”. “Allora capii – raccontava il poeta – che il mondo non era più fatto per me ed io non ero più fatto per lui”.

     

    L’aneddoto mi è tornato alla mente leggendo il ritratto che il protagonista dell’ultimo libro di Umberto Fiori fa di se stesso: “‘Io…penso di far parte…diciamo/che sogno di far parte di quegli uomini/che quando uno li chiama, rispondono./Che fanno quello che bisogna fare /(…) Che ti guardano/in faccia, ti salutano/con la bocca e con gli occhi,/da pari a pari. Persone che ricevono/il mondo, e lo regalano’”: l’autoritratto è quello stesso implicito nell’affermazione di Sanguineti; il mondo per cui noi siamo “risorse” alla pari di un giacimento petrolifero o minerario, è estraneo al poeta milanese come lo era al poeta di Genova.

     

    Chi conosce la lingua poetica di Umberto Fiori sa quale lingua deve aspettarsi leggendo quest’ultimo suo volume appena uscito da Marcos y Marcos, Il Conoscente: una lingua sciolta, prosaica, colloquiale e confidenziale, antiermetica in sommo grado, lingua volutamente “sporca” di parlato e di vita e di corpo. Qui, se mai, questo temperamento della sua lingua si accentua rispetto alle raccolte precedenti, e si piega volentieri alla disposizione narrativa e drammatica: la divisione in capitoletti ciascuno con un suo titolo in qualche modo riassuntivo del proprio contenuto e i molti dialoghi – a volte con indicazioni scenografiche precise – in cui la narrazione si risolve, ne fanno quasi una presceneggiatura teatrale o cinematografica.

    Il protagonista del “racconto-dramma” è Umberto Fiori che è e non è l’autore del libro; diciamo che lo è con il nome e il cognome inquadrati dalle virgolette: “Umberto Fiori” perché, forse, l’autobiografismo letterario in altro non consiste che nel citare tra virgolette la propria identità e la propria vita ed è forse proprio questo il “patto autobiografico” che ad ogni autore è concesso.

    Grazie all’invenzione di personaggi grotteschi (il Conoscente, il signor Olindo…), Fiori può concimare generosamente di sarcasmo ma anche di autoironia il suo libro: tutto procede naturalmente verso la “satura”; e questo non può non essere notato dal lettore di un’epoca – la nostra – in cui troppo spesso troppi poeti tendono a prendersi troppo seriosamente sul serio.

    Succede, nel racconto in versi, che un brutto giorno “Umberto Fiori” incontri, su un filobus infreddolito, qualcuno che lo riconosce e lo chiama per nome: è e sarà, per tutto il libro, “il Conoscente”, una figura, un figuro ambiguo che, incontro dopo incontro, si appiccica al protagonista come il paguro bernardo si incolla al corpo della conchiglia di cui diventa ospite a vita. È, il Conoscente, un vecchio amico dimenticato? o è una spia, un agente al servizio di (ai servizi di…), un incallito provocatore, un ex confidente della polizia? o, più semplicemente, un essere malvagio che gode nel tormentare il protagonista? Quello che è certo è che di “Umberto Fiori” il Conoscente sa tutto: passato, presente, avventure e disavventure, carattere, opinioni politiche e non… Egli, per professione, conosce e vuole, ancor più, conoscere. Giunge progressivamente a divenire presenza indispensabile per il protagonista: indispensabile come un analista sadico per un paziente sempre più in difficoltà con se stesso: “‘Prova a scrollarti di dosso/i pregiudizi, a liberarti dai blocchi,/dalle parole che ti sono più care. Via,/prova una buona volta a lasciarti andare’” arriverà a dire al povero “Umberto Fiori” ormai in sua balìa. Più pericolosamente e più fastidiosamente ancora, il Conoscente fa riferimenti al comune passato dei due: “Mai, fino allora,/il Conoscente si era riferito/ tanto esplicitamente al suo passato/(che era poi anche il mio,/o il rovescio del mio)”: un vero e proprio doppio, insomma, un Mister Hyde che agisce non in assenza ma in concretissima presenza del dottor Jekyll. La comune origine dei due – lo si capisce presto – sta nella comune età: quella di chi, nato nel dopoguerra, è stato giovane negli anni ’70-’80 e di quei decenni ha vissuto (subìto o agito) le ideologie, i moti e le illusioni ora – apparentemente almeno – fantasmi lontani. Il tempo che li accomuna è anche il crinale che li oppone: “Umberto Fiori” è stato un militante, un extraparlamentare di sinistra, un figlio del sessantotto (ad un certo punto si citerà esplicitamente il Presidente Mao); il Conoscente, da parte sua, appartiene ai rampanti anni ’80, è sicurissimo di sé, ha la soluzione forte per tutto, rinnova ad ogni istante il suo atto di fede nel potere. Come nella ventesima scena del Don Giovanni, entrambi potrebbero cantare “Viva la libertà!” ma a condizione di dare ciascuno alla stessa parola il “suo” significato (la “libertà” del cavaliere non potendo convivere con la “libertà” del suo servo): “‘Non la capite, voi, la Libertà’”: strepita infatti il Conoscente rivolto a “quelli come ‘U.F’ ”. (E la stessa cosa potrebbe dirsi di altre parole d’ordine che hanno tatuato quella generazione: “Progresso”, ad esempio, o “Popolo”, termini di cui qualcuno, prima o poi, dovrà scrivere la storia avventurosa).

    “Il passato affiorava con un sapore/di miseria e vergogna. Il futuro/uno sbadiglio immenso, zannuto./Verso quella voragine vorticava/la festa burattinesca/di cui ero l’ostaggio. La speranza/era una piaga senza cura/che mi rodeva la testa”: quanti – di quelli che sono diventati maggiorenni nel ’68 (l’autore è nato nel ’49) – possono sottoscrivere questi versi? Tanti, pensiamo.

    Fatto sta che ad un cero punto – tortura dopo tortura – “Umberto Fiori” è introdotto alla Convenzione (o Convenienza o arcano Convenevole o anche Convento): luogo insieme misterioso ed evidente dove tutto, appunto “con-viene”, ed è questa (“la “Quinta Parte”) la sezione a mio giudizio più alta e terribile del libro. Qui si conviene in tanti (il rapporto non è quindi più duale) e tutti i convenuti sono in qualche modo malati, tutti sperano in una qualche guarigione (di gruppo, appunto, come è stato di moda per tanti anni: chi non ci è cascato?). Alla contrapposizione socio-ideologica di prima, subentra ora quella tra malattia e salute, incarnate, rispettivamente, dal protagonista (e dagli altri membri del gruppo) e dal solito Conoscente. La terapia però assume tratti sempre più violenti, il dottore è uno “sdottore”, il tutor uno “stutor”, il coordinatore uno “scoordinatore”: la terapia propende a un’allucinata sterapia che abbia come obiettivo non un’utopica guarigione (o una guarigione dalle utopie del protagonista) ma un distopico peggioramento esistenziale…

    Come in un’iniziazione da incubo con gare di insulti tra gli iniziandi, tra fischi, applausi (“si trattava di offendere, di ferire/quanto più si poteva/chi ti stava di fronte, di inventare/uno per l’altro/l’ingiuria più bruciante”), sferzati dal costante sadismo del Conoscente, per “Umberto Fiori” sembra trapelare una via di fuga dalla volgarità se non di salvezza: sono le lapidi di un cimitero secolare dove uomini donne bambini paiono avere raggiunto la fermezza e la dignità del riposo, è – subito dopo, e di segno apparentemente opposto – l’innamoramento (sensualissimo) per una delle convenute, di nome Selva (!) una sorta di amazzone (o valchiria) contemporanea in sella alla sua moto (d’acqua) che tratta l’innamorato come un infante o un imbecille, innamoramento che però finirà in un portentoso fallimento (si legga bene questa sezione perché dà un’idea della crudeltà mirabile che il poeta sa usare verso il suo omonimo).
    La ribellione ovvero l’inizio della salvezza arriverà per il protagonista poco dopo, quando la cerimonia di iniziazione dovrebbe giungere al suo culmine con la tonsura dell’iniziato: “Umberto Fiori” si ribella, minaccia una reazione violenta e da lui inaspettata: per chi è stato ragazzo negli anni ’60 (e cantante rock!) i capelli continuano pure a rappresentare qualcosa anche in epoca di crani rasati! È il “miracolo” a cui tutta la produzione poetica di Fiori ci ha abituato. Ma mentre nelle raccolte precedenti il miracolo era un ri-apparire delle cose più quotidiane come nuove, come inedite (quasi sulla scorta dei “gialli dei limoni” montaliani o della “musica delle tende che sbattono sui pali” di Vittorio Sereni), qui il miracolo è, più corposamente, un gesto che ribalta le cose, la vita stessa del protagonista: “in quel momento il mondo/mi è sprofondato sotto,/si è ribaltato, si è messo a ribollire/nei nervi e nelle ossa”. La conferma ce la offre per converso il Conoscente che “pallido, curvo/tra la parete e il tavolo/come chi cerca qualcosa che gli è caduto/rantola e sbava…”.

    La salute, d’ora in poi, non sarà allora nell’antiantropocentrismo, nella compagnia serena-dolorante dei nonumani? – si chiede il lettore partecipe del racconto. Cautamente possiamo rispondere di sì: l’ultima sezione (“La salita”) ci rappresenta un uomo che reincontra la Natura: è Isola, è Mare, è Montagna, è Eruzione, è Pioggia, è Salvezza: “Anch’io,/tra scosse e tuoni, grondante,/pendevo dalla montagna/come un suo frutto”. E i compagni insieme, attorno: “Siamo qui, noi. E ti vogliamo bene,/porca vacca…”.

    Prima, molto prima di questa resurrezione, mentre il protagonista impara a (ri)conoscere il Conoscente, nell’ambaradan delle citazioni colte di cui costui fa sfoggio c’è anche “l’epistolario di Leopardi da Londra”: la trovata può passare quasi inosservata o, al più, strappare un sorriso al lettore che ama il grande poeta. A me però piace pensare a qualcosa che vada oltre: oltre, intendo, lo scherzo colto. Immaginare un Leopardi, a cui sia riuscita la fuga da Recanati, stabilito a Londra (dove magari conosce William Blake o John Keats e Mary Shelley…) non è solo una swiftiana stramberia o una borgesiana finzione. Attraverso questa apparentemente innocente boutade, possiamo trarre la “lezione” di tutto il libro di Fiori: scrivendo, ogni autore ha il potere di “falsificare” la storia (e la sua stessa biografia) ma è proprio con queste piccole e grandi “falsificazioni” che lo scrittore e i suoi lettori “tentano” la verità; in Il Conoscente è stato necessario mettere in scena personaggi rappresentanti dell’umana inciviltà per fare un po’ di vecchia e buona “poesia civile”, è stato necessario inscenare la distopia della Convenzione per accennare l’utopia cui tutti i poeti (tutti gli umani) sono chiamati. Come a dire che oggi è più che mai necessario rappresentare il disumano per tentare disperatamente l’antica pietà. L’immaginario epistolario leopardiano dalla capitale inglese è come la minuscola “mise en abyme” di Il Conoscente: libro che non può esistere, utopico quindi in sommo grado ma anche “veritiero” perché capace di costituire la pietra d’inciampo per il “buon” lettore: “Buoni bisogna essere: perché/è il bene l’unico bene./Essere veri, si deve./Si deve vivere come si deve./E si deve dovere…” (da: Esempi in Poesie 1986-2014, Oscar Mondadori, p.63).

    Contro il potere dello scontato, dell’idea dominante, il potere dell’abitudine, si accampi il miracolo dell’imprevisto, dell’invenzione, dell’immaginazione e del gratuito. Il che equivale ad augurarsi che vinca, “miracolosamente”, la forza di Poesia.

     

    https://www.doppiozero.com/materiali/le-lettere-di-leopardi-da-londra

  • 08Mar2019

    Alessandra Corbetta - rivistaclandestino.com

    Umberto Fiori e il Conoscente: un incontro

    Ha qualcosa di geniale l’ultima produzione di Umberto Fiori, qualcosa che va oltre l’aspettativa.

    In un’ambientazione tra il verosimile e il reale, datata anni Ottanta, viene messa in scena la rappresentazione, quasi teatrale, di un incontro sui generis, quello tra il Signor Umberto Fiori, nome e cognome falsamente riconducibili all’autobiografia dell’autore ma assai funzionali ad avvolgere tutto di fitta credibilità, e l’improbabile ma probabilissimo Conoscente, sbucato fuori da un passato non ben precisato, nelle cui affermazioni-sentenza e domande-che-non-vogliono-risposta si sommano i tanti conoscenti e finti amici in cui, volenti o nolenti, a ognuno tocca imbattersi nel proprio percorso esistenziale.

    Ha la spietatezza dell’incuranza e dell’ignoranza la saccenza il Conoscente e mille volti, ognuno simile a quello di qualcuno che abbiamo già incontrato e che ci ha detto proprio quelle cose; a rispondergli il Fiori personaggio, portavoce di una voce fuori campo, fuori tempo e fuori moda – così sembrerebbe auto considerarsi in quel gioco di dissacrante ironia che investe tutta l’opera – eppure dilaniante e tagliente nella sua autenticità, nel suo totale e puro tentativo di esserlo.

    La raccolta è il dialogo continuo tra protagonista e antagonista dove, nonostante la scorrevolezza dei passaggi e delle vicende descritte, lo spessore poetico resta altissimo; e infatti l’aspettativa superata non è quella relativa al versificare dell’Umberto Fiori poeta, che non delude ma anzi conferma voce, stile e visione sul mondo, restando riconoscibile eppure di nuovo capace di sorprendere; ciò che non si ci si aspetta è che qualcuno, ed è proprio Fiori a farlo, scardini i convenevoli, intesi nella loro forma originaria di “ciò che conviene dire” e anche in quella conseguente di “non dire mai altro da ciò che è meglio si dica”. Fiori sulla vita, sulla poesia, sul sé e sugli altri, compie un lavoro di profondissima analisi sociologica, identitaria, relazionale e anche storica che, ne Il Conoscente, trova una formulazione espressiva inusuale ma riuscitissima, in cui viene tracciata una linea, non più eliminabile, tra chi vuole vedere e chi preferisce perseverare nella propria ostinata cecità.

    È vero: ci sono giorni
    che le vostre parole più care e buone
    mi suonano come insulti,
    giorni che dal mattino alla sera il sole
    splende contro di me
    come contro un ritaglio di lamiera:
    non mi si parla senza avere
    dritto in faccia
    il suo abbaglio tremendo. Ci sono volte
    che mi trovate là,
    fermo, freddo
    come l’avanzo nel piatto.
    Non vi ascolto, non alzo nemmeno gli occhi.

    È che ho la testa piena
    di una scena che ho visto
    tanti anni fa.


    Il Conoscente tace. Mi dà ascolto
    come la luna ai cani.

    Un ascolto infinito
    mi dà, che si spalanca
    sotto di me come un burrone.

    Per coprire quel vuoto, io proseguo:
    “E insomma, alla fine, senti:
    invidiare a Sempronio quello che ottiene
    (diplomi in pergamena, assegni, fama,
    zuppiere artistiche in argento, cattedre)
    se uno poi considera quanto valgono
    le quattro cose che pensa scrive e fa
    – diciamo la verità –
    è un po’ come invidiare a un paralitico
    la vera pelle, le splendide cromature
    della sua sedia a rotelle”.

    “…
    Morirò. Non vedrò la vita vera.

    Ma ecco: un altro pensiero
    fermentava da questa disperazione.
    Anzi, non un pensiero: una visione.
    Meglio: una vista.
    Di colpo, ho visto il mondo.
    E dentro il mondo, le figure:
    un albero, un passante, un capannone.
    Ho visto l’ora, il qui che mi teneva
    con loro. Senza proclami, senza bandiere,
    senza una verità da far valere,
    senza un noi a vantarla e a custodirla.
    Chiunque. Ognuno. Uno. Come tutti
    da sempre, in ogni tempo.
    Da allora, sono finalmente solo
    – vedi? – di fronte al mondo, a pronunciarlo
    come posso, con quelle venti parole
    che mi sono rimaste. Ora basta.
    Di quel che faccio, soltanto io rispondo.
    Se parlo, è a nome mio. La mia morte
    nessuno può morirla”.

    https://www.rivistaclandestino.com/umberto-fiori-il-conoscente/