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Il cane di Giacometti

Archivio rassegna stampa

  • 02Mag2018

    Mario De Santis - libri.mariodesantis.net

    C’è una differenza tra la scultura dell’uomo che cammina di Giacometti e la scultura del cane anch’esso in cammino. L’uomo, nella solidità del ferro dà  l’idea di un’ombra che si allunga sul nostro simile cammino, per il cane invece non c’è tanto l’idea di ombra e di serenità, ma di una nervosa,  Vitale, fame, che il cane attraversa, ansimando indifferente alla carestia.

    Il cane di Giacometti non è una presenza muta come le sculture filiformi a guisa umana.
    E’ un cane magro che ha fame, ma che pure se ne va con una sua insondabile  baldanza.
    L’ombra degli umani è il nostro infinito, il cane è una conformazione che dal ferro spinge a movimento. Il cane resta vivo resta concreto.
    La solitudine della figura umana nella sua ombra in Giacometti ci parla dell’abbandono, dell’essere  abbandonati. MA pure dell’essere situati in una miseria in cui, pur rimanendo un filo, stanno nella resistenza di un’indivisibilità del bronzo.
    Il passo guizzante e leggero  del cane, colto nel suo scatto affamato, ci parla anche diversamente. Con la figura umana condivide un moto istintivo, quasi di organismo irriducibile – è l’essere vivente che cammina, si muove – ma il cane è anche qualcosa in più: è un essere vivente in sé, senza linguaggio,  del quale possiamo tagliar fuori dinamiche soggettive, di coscienza. Esso vive per sé, siamo noi che lo abbandoniamo, ma esso non è – non si sente – abbandonato, se non quando entra in relazione con un umano.
    Attenzione, non sto negando i sentimenti all’animale, sto solo dubitando di tutti quelli che etologia e filosofia attribuiscono loro, dubitando se on siano antropomorfici.

    Diverso è consideralo un vivente: come noi, in solitudine, anch’esso sta nel mondo al di là dell’ “essere con
    l’altro “ o no. Scrive Giacometti della sua scultura – e Stefano Raimondi pone la citazione all’inizio del libro:
    “il cane mi pare adesso disegnato come spettro armonico, la linea della schiena che risponde alla linea delle zampe, spettro che sa essere l’esaltazione suprema della solitudine ”.

    E’ dunque un cane situato in questa  solitudine, cane randagio, e questo stato è una posizione nel mondo. Dice bene Pusterla nell’avviare la lettura con la nota del libro che Raimondi che “l’esplorazione dell’abbandono (..) apre a luce incerta.” Raimondi  sceglie questa scultura come titolo del suo nuovo libro per indagare una possibile nuova armonia che si ritrova dopo la frantumazione, il taglio, lo iato. Armonia presuppone un accordo, presuppone una costellazione o quanto meno due note all’unisono.

    L’armonia di Stefano Raimondi è sempre quella paradossale della lirica, nonostante tutta la sua posterità del XXI secolo: è un’armonia di assolo.
    E’ magari non canonica, anzi di certo unica, assoluta,  come tutta la vera  poesia lirica che mai esegue melodie predefinite, ma  sempre ricerca altro. Atonale, irregoalre, verso la prosa, post-poetica. Ma lirica è nel ferro ritto di una solitudine.

    Giacometti nelle sculture delle figure umane, ferme in un’attesa o nella posa del cammino, aveva scolpito una permanenza muta dentro un diapason dolente di spazio che proprio per questo si rivela misera, disperazione. Queste poesie di Raimondi partono dall’esprimere un acuto di dolore per una separazione. Sarà come vedremo una separazione che apre tuttavia verso una diversa solitudine. Una separazione senza mancanza. Lo spazio intorno è un vuoto in cui non si precipita. E’ lo spazio che da sempre la poesia “apre” all’altro anche nell’assenza.

    La voce della poesia di Raimondi parte dall’abbandono ma non scava in quello: agisce verso una costruzione che non sia ri-costruzione dei frammenti, ma come se nascesse da un’azione del pregresso, della memoria, del lampo, della traccia fisica di un passato, come premonizione di un futuro. E’ quel che fa la forma della lirica, è que lche fa l’io-poetica di questa “situazione” lilrica.

    L’io che attraversa spazi, che li occupa, ne cerca nuovi, cammina nella città, cerca un suo nuovo spazio fosse anche quello precario degli angoli di una città distrutta, di una discarica di uno squarcio periferico di notte –  che sono i tipici spazi dove abitano i cani randagi e quelli frequentati dagli  uomini che se ne sono andati .

    In quest’alterità stanno i cani che per il poeta “non sono gli amici più fedeli dell’uomo, almeno per me (.) mai accarezzati, mai portati in giro”.

    Sono il volto o il muso che guarda e che tiene a bada l’io dell’abbandono. Da qui inizia il poeta con il suo scavo in “abbandoni” che non si collocano in un precipizio perché “da lì/ iniziano le vie gli incontri”. Il punto di partenza è collocato in una vicenda che parte da un quadro di affettività personale, amorosa, terminata. L’abbandono dell’altro e al tempo stesso quel momento successivo “quando si ritorna/ a prendere le cose della casa/ i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione”. L’io che cammina in questo “circondario di colpa” viene proiettato in una dimensione nuova “come fossimo noi persiane/ appena aperte, sole appena entrato/ di mattina per dire: “non è vero,/ non è successo mai”:

    Lutto, cancellazione dell’altro dall’orizzonte, miseria degli strumenti umani inadatti (“non esiste una parola sola/ che possa salvare in tempo”) ma pure sopravvivenza (“si scappa tutti dalla parte/ dove il sole entra nelle case”) come le figure filiformi di Giacometti l’io che sopravvive al disastro, fioco e sfiatato, che nelle poesie di Raimondi sta in uno sfarfallio allusivo, in un dettato che sceglie astrazione e concretezza, che sembra il ritorno alla realtà dopo un’operazione o un incidente. Sottili percezioni, vaghe premonizioni: “ le ore della purezza/ lo stordimento della luce./ La fragilità dell’abbandono./ il Taglio di un nome”.

    Cosa ci dice Raimondi? ci porta – prendendo a misura allegorica una condizione postuma di vita affettiva interrotta, di nuovo inaspettato inizio dopo lo tsunami della separazione – dentro una dimensione di immobilità implacabile, nel lamento di un destino che ogni poeta poi proietta come altra allegoria, quella  di una condizione comune, anche collettiva:  siamo situati in uno spazio ma sono andate in frantumi tutte le geometrie, la traccia di un “noi” s’è fatta polvere (la parola ‘noi’ infatti non compare mai ) ma alla fine come dalla infinita polvere che si accumulava nello studio di Giacometti, emerge una figura, si staglia nella desolazione,  dove ancora si insiste sul fatto che non possono bastare le parole per raccontarci storie vere.

    La storia si fa strada da cunicoli simbolici eppure veri, siamo nella tradizione lombarda delle cose: il dolore e la malattia di una città, che ancora una volta è vera, è Milano che appare però come un “corpo che si svuota senza impronte” in cui “si sta soli”, abitata da uomini esausti, consunti e vecchi salutato da “cori nei tombini”. Immagine che resta appesa in una dimensione tra fantasy e realtà, se la pensiamo come traccia di un umanità-calibano che si muove nella “vita rasoterra” o nel sottosuolo, come i bambini di Bucarest o immigrati invisibili, come una minaccia o una promessa per “inizi d imprevedibili distanze” che si aprono in una città-paesaggio (che per Raimondi era invece forse più chiusa in interni, in chiostri di “balconi e cortili” dove restano tracce archeologiche o fossili di un passato fantasmatico, ormai).

    Stefano Raimondi oscilla tra i versi liberi una tradizione della post-lirica che nasce da Sereni o Caproni, fino al Milo De Angelis di “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, figura-emblema che in Raimondi, poeta anch’egli milanese e dunque di interni, utilizza, insieme a cantine, orti, cunicoli.

    La poesia però attenua la sua tradizione, il passato stesso è “una gloria sperduta”. L’uso di un tasso lessicale tenuto nel registro comune, così come la figuralità ha occorrenze che si aggregano intorno a poche invenzioni, fino all’ uso della prosa: su tutto, come sulla poesia, piove un’ombra di sconfitta.

    Forse proprio questa incertezza, se da un lato è condizione di chi fa passo dopo passo, in un tempo non figurabile, dall’altro fa emergere un limite di queste poesie, come se togliesse l’azzardo immaginativo ad una parola che ha ancora fiducia in sé stessa.

    Un’ambivalenza tuttavia comprensibile e condivisibile. C’è dolore nelle nostre vite, e la poesia, anche quando come questa de “il cane di Giacometti” sembra imprigionata in una strozza di gola, chiede di uscire, uscire fisicamente anche dal quadrato della propria consuetudine immaginativa di poeta: “sappimi dire tutta la storia vera, quella che dalla casa, dalla stanza esce”. E quella storia vera fatta di chi come il poeta sta in una “evidenza testarda del dolore” Raimondi l’ha raccontata in un altro libro (“Soltanto vive” (Mimesis) , 59momologhi di donne che hanno subito violenza) – e di una presenza narrativa è densa la terza sezione di questo libro, fin dal titolo (“il pianista zoppo e la gobba claudicante”)

    La storia fa dunque irruzione nei cortili, negli interni. Non c’è – fortunatamente  – scampo a questa catastrofe, che investe uomini che camminiamo sempre solitari. Le loro voci che si moltiplicano sono un coro dissonante di io-isolati, quali siamo noi, perché l’unicità dell’Io è ora quella di essere minimizata a  io singolare proprio mio, per dirla con Patrizia Cavalli. E cito non a caso un’autrice distante forse da Raimondi , am pure protagonista di un’antilirica per diminutio, che per certi versi aleggia in questo libro, autrice che va considerata come pietra miliare di un’età del narcisismo singolare che paradossalmente ha aumentato il bisogno di poesia come espressione, ma ha ridotto al minimo quello della poesia medesima come identificazione. Soggetti parlanti ma sordi, questo siamo. Parlanti incessantemente allo specchio.

    Raimondi certo, prevalentemente,  si colloca ancora sul versante di una tradizione di un soggetto che vuole abbracciare il mondo ancheannaspando, una poesia di espressione del sé ma non quella che promuove a quarti di nobiltà fenomeni poco più che pop e snob al tempo stesso come certe semplicistiche prove di poesia della minuzia, elevate a lirica.
    Raimondi è collocato sul versante della responsabilità e del fallimento di una parola chiamata a cucire una frattura e una fragilità che hanno a che fare con una condizione di destino generale. (“sembrano on bastare più le parole per raccontarci storie vere”). Ma ricordandosi sempre che il tragico e il fallimento sono una ferita individuale, sempre.

    Il dolore accumuna e rimette di fronte sia  chi ha di colpe, sia chi le ha subite. In un’afasia comune e in un ottuso comportarsi muto come un animale   (“ correre Alla Tana più che puoi battere le mani sopra il muro gridare capire che è tutto finito”). La responsabilità è dell’altro, la pone sempre davanti l’altro che pronuncia delle parole, in un incontro, laddove chi-dice-Io in questo testo non aveva fatto altro che lamentarsi dell’insufficienza delle stesse, pur continuando a scrivere. Il lacerto di risposta è sferzante:
    tu che mi hai detto/ Fai che la mia vita sia / tutt’altro che un brano strappato / e riletto intero e per domani fai / che possa rincontrarti e riconoscerti e dirtelo/ ancora come salvarmi come/ perdonarmi per il niente, per l’abiura”.

    Insomma al dire si oppone un “fai”, quasi  come quell’invito agli innamorati (che diventa anche una diversa impostazione della poesia lirica che sull’amore modula da sempre tutto il suo senso universale di conoscenza del mondo) di Biancamaria Frabotta nella prima poesia del suo recente e inedito “La materia prima” contenuto in “Tutte le poesie” : “non ci si può limitare/ a guardare quello che succede”scrive Frabotta. Etica e poetica insieme,binomio che sfiora anche Raimondi, seppur sul versante ancora una volta della frattura.
    C’è ne “il cane di Giacometti”  l’ombra di un patto rotto come trauma carsico del libro. C’’è uno strappo, un breve foglietto archiviato. (amori e desideri “che passano” e il cerchio che era di un abbraccio diventa “il cerchio del vaso coi fiori lasciati ad appassire”). All’io non resta che il realismo (“non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene, mai/ abbracci dati una volta sola”). il “sempre” era un luogo minacciato da ombre e notti. Nelle promesse c’è sempre un buio vicino che le inficia, un’ombra. Ora “il vero ci porta via “come un nuovo tsunami, silenzioso.

    Anche Gli addii si dimenticano con i desideri, che si fanno ingrati. La posizione dell’Io che sta dopo questa rottura è l’allegoria di una condizione storica dopo la catastrofe. Passato lo tsunami, restano tracce di un passato in cui individuiamo la premonizione di un futuro di catastrofe  (“come quando si aspetta l’ultimo rumore sordo del chiodo che si spezza” e l’acuto della stortura era già “nel martello” ).

    Come un amuleto o un feticcio anticipatore di tutte le catastrofi, il poeta porta nel suo testo questi frammenti come Robinson sull’isola.  E’ una flebile traccia di ciò che è stato, la catastrofe qualcosa che resta “fino a trovarti” e ti ritrova in quelle “poche cose, in quello che tieni / stretto tra le mani e non c’è già più / davvero”. Feticcio di una perdita non investito però di Eros una traccia essiccata priva di voce.

    Anche se in parallelo, nel corsivo dell’ultima poesia le “bugie, storture/tagli” che sono stati possono essere ricomprati (“dimmi cosa spendere”) in questa economia del desiderio dissipato, ma di un bene accumulato, è anche questa la possibilità di una diversa etica cui il vero può spingere: la catastrofe c’è stata ma pure è stata vita, e un’altra vita è possibile. Dunque “si fanno provviste inutili dentro/ queste mura” ma si fanno. Inutili, certo, ma la possibilità è in sentimento che sembra anche essa  depotenziare ogni poesia dell’amore: “volerci bene”.  Raccogliere le macerie, ricomprarle addirittura per farne la base di un bene possibile.

    Il “cuore atlante” (titolo dell’ultima sezione) dei bambini definisce lo spazio di possibilità che sembrano infinite . a loro – e forse anche a noi che le sappiamo cicliche, ma in questa ciclicità di giorni, stagioni, epoche, sta la loro immortalità, il loro essere per lo stare insieme dei giochi, del nome pronunciato oppure lo spavento notturno, il mostro. Il sogno raccontato non è ancora una storia, ma sono le storie a tenere, a tenere anche le parole mozzate dei versi, incompiute, inavverate. Nella poesia di Raimondi si avverte il fantasma del desiderio di tanti poeti, sempre più pressante il fantasma di un romanzo, o meglio di storie. Perché Le parole non salvano, a meno che non facciano coro, tutte insieme a formare una storia.

    http://libri.mariodesantis.net/2018/05/stefano-raimondi-il-cane-di-giacometti.html

  • 13Mar2018

    Silvia Castellani - ilgiornaleoff.ilgiornale.it

    La città, costellazione di destini - Intervista a Stefano Raimondi

    Stefano Raimondi (Milano, 1964) è poeta e critico letterario, laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano. Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (2006) e su Nuovi Argomenti (2000; 2004). Ha pubblicato Invernale (1999); Una lettura d’anni, in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (2001); La città dell’orto (2002); Il mare dietro l’autostrada (2005); Interni con finestre (2009). È inoltre autore di saggi come: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941) (2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char (2007). È tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio.

    Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017) è la tua più recente raccolta poetica, secondo tassello della trilogia dell’abbandono, iniziata con Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Vorresti spiegarci il significato del titolo?

    La scultura di Giacometti è sempre stata per un me un richiamo alla forza e alla resistenza: un cane abbandonato che continua a camminare. L’abbandono è un sentimento forte che ognuno di noi ha ap-provato e questa partecipazione l’ha reso un sentimento condivisibile. Giacometti poi è stato un’artista che ha saputo non accontentarsi mai di ciò che creava e questo l’ha sempre posto tra coloro che “son sospesi” tra un balbettìo e un rantolo, proprio come sono le parole in una poesia. Esse possono essere un annuncio, ma anche una condanna.

    Scrive Fabio Pusterla nel risvolto di copertina: “Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano… ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera…” E’ presente nel libro la dimensione esplorativa anche urbana, che mai si stanca di intrecciarsi a quella dell’intimo umano. Puoi raccontarci maggiormente circa questo aspetto?

    “Trovare” e non “cercare” è la parola adatta a questa perlustrazione urbana e interiore. Un viaggio nell’abbandono e tra gli abbandoni (oltre che tra gli abbandonati) è sempre un tragitto che si compie venendo da se stessi all’Altro e mai il contrario. L’abbandono è una centralità che porta a incominciare/indagare sempre una riflessione, uno stato d’animo che parte da noi e va a rispecchiarsi sugli Altri e sulle cose. Non si è mai abbandonati senza la nostra esperienza. Una città è per me un corpo e i corpi sono perlustrabili ovunque: il loro dentro è una traccia, il loro fuori una piazza.

    Ci sono sempre posti che vengono per portarci via, altri per metterci paura. Questo passo del libro è molto intenso e ti vorrei chiedere a riguardo: quale un posto di cui hai ricordo, che ti ha metaforicamente “portato via”?

    Ogni luogo è una svolta che accogliamo in noi; ogni posto è un abitare differente. La città è colma di svolte, di angoli e ognuno è abitato da un’improvvisazione che ci potrebbe cadere accanto e determinare un cambiamento, portandoci ad un allontanamento imprevisto, regalandoci un destino diverso. Ogni posto ci porta via! È questo l’annuncio che ci pone in attesa dei cambiamenti, anche di quelli che fanno male, che ci caricano di abbandoni appunto. Ma non dimentichiamo che la parola abbandono ha all’interno (e alla fine) un’altra parola, che è “dono” e di questo dobbiamo fare tesoro.

    Nella sezione finale intitolata Cuore-atlante a un certo punto compare forte la dimensione del sogno e dell’immaginazione, così presenti nei bambini. Cosa senti di avere perso di più crescendo o cosa senti di aver dovuto necessariamente lasciar andare?

    Crescendo si perdono – come disse Pasolini – “le lucciole”; quel luccichio negli occhi che era la spensieratezza e la leggerezza del restare collimanti alla vita nonostante tutto e nonostante il tutto. Mentre ciò che ho necessariamente lasciato andare, è quella zavorra dell’“Io” che  tanto ingombra nell’età dell’ansia.

    Sei tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio, oltre che curatore della rassegna di incontri “Paroleurbane”. Di cosa trattano queste due iniziative?

    La prima è un tentativo di ridare valore al silenzio, qualsiasi esso sia e cercare di portare la sua centralità in luce nel nostro quotidiano rumoreggiare col mondo. La seconda rassegna – Paroleurbane – è una serie di incontri che pongono in dialogo la poesia con la filosofia, l’architettura, l’urbanistica ecc., facendo risaltare l’importanza della poesia nel discorso umano/urbano. La rassegna è il canto dei luoghi, svolgendosi nella prestigiosa sede di Casa Fornasetti.

    Le grazie dell’acqua è il titolo di un’altra tua opera, di recente protagonista di un evento-reading insieme alla presentazione – ad opera di Emanuele Beluffi – delle incisioni dell’artista Mauro de Carli. Vorresti darci una sintesi di quest’opera e soprattutto darci la tua visione di come le arti si possano tra loro sostenere?

    La relazione tra il “fare” delle arti è preziosa e questo progetto è stato davvero uno scambio di vedute e di visioni. I disegni di de Carli hanno viaggiato di pari passo alle mie poesie, creando spazi d’intesa e di ospitalità. È questo il compito dell’arte: offrire ospitalità.

    Quali i tuoi prossimi progetti culturali, poetici e non?
    Rimanere somigliante e felice!

     

    Scegliere le scene più belle

    Montarle ad una ad una, farle

    diventare il racconto lento dei respiri.

    Ho sentito parole dividersi

    il pane con la luce rimasta

    imprigionata tra i marciapiedi.

    Le ho sentite mentre si correva

    dalla parte sbagliata delle ombre

    colate sulle case a mezzogiorno.

    Facevano rigagnoli gelati

    cenni, che nei tombini

    scendevano male.

    ***

    Ecco le notti lunghe, notti

    che a dirle bisognerebbe

    stare in due: ognuno

    dalla sua parte, dove

    incominciare a credersi.

    Si lanciano i cani i stanare

    a prendere tracce, orme

    colpe. Si portano nelle ossa

    le sfiducie: si fiutano da ciechi.

    Sapere, fare i conti, bastarsi

    nei silenzi, negli anni.

     

    http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2018/03/13/citta-costellazione-di-destini/

  • 05Feb2018

    Antonella Lucchini - mangialibri.com

    “Ci sono età dove incontrarsi è restare/ altre si tengono nei sogni mentre/ le lame girano, tagliano, tolgono/ il sangue sempre più vicino al fiato”. Le “altre” sono età del non restare, dell’abbandono. Quando due ritorna a essere uno si accende il buio (“con un pezzo di buio vicino”), finiscono le parole e restano le azioni o le non azioni (“Sono senza saluti gli amori che passano/ gli addii dritti sui binari/ quello stare pieni dentro un gesto”).

    Il viaggio nella solitudine di chi resta, disancorato e senza appoggio, ha una partenza a caduta e si cade perché “non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene”. Si precipita dentro la città e i suoi luoghi più umili e più cupi (“Di questa città/ si dovrebbe dire solo/ il vero delle cantine”), (“…alla fine sono i tombini qui/ ad essere le gole dei paesaggi”), dove la luce c’è a macchie, e quando è macchia/ luce si inspira il dubbio che è anche speranza (“Dimmi fino a quando possono reggere/ le braccia spalancate senza/ che incomincino a tremare”). Ma nel singhiozzo della luce, nell’essere tornati a camminare solo con le proprie gambe, tra tombini, cunicoli e cantine si trova, forse si trova, un pezzo di qualcosa, di fortuito o di proprio, a cui tenersi stretti per non annegare (“Lasciare che il giorno passi/ come quando fino all’ultimo si resta/ aggrappati a un legno/ a un coro d’unghie”)…

    Secondo volume di quella che sarà una trilogia, preceduto da Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Tre libri per parlare dell’abbandono. Nel primo l’abbandono viene trattato da Stefano Raimondi con un parallelo tra il disastro emotivo personale (un abbandono doloroso) e l’attualità della Seconda guerra del Golfo (2003) e di altri tragici avvenimenti (il G8 di Genova, per dirne uno). Parallelo, appunto, che si somiglia ma che non si sovrappone, come a dire, stessa risultanza, la sofferenza, ma diversa eziologia. Nella nuova raccolta, il “cane” del titolo, che prende spunto da una considerazione di Alberto Giacometti (famoso scultore e pittore svizzero), è la reificazione della solitudine. Se l’abbandono è azione breve, un suono acuto che ha un inizio e una fine, la solitudine è un tinnito. Qui Raimondi, poeta che ha sempre un occhio rivolto all’interno e uno attento al fuori, accompagna la sua solitudine per le vie della città, soffermandosi sui tombini, le grondaie, i cunicoli, le cantine, ambienti dove si raccoglie l’acqua reflua, lo scarto. La metafora è forte e svilente, ma nel contempo compassionevole per un’anima lasciata sola, scartata, che cerca di rielaborare il lutto e di riagganciarsi alla vita. Il linguaggio è coerente all’esperienza emotiva e procede dal pessimismo addolorato dei primi versi (“non ci sono”, “non esiste”, “mai”) fino alla possibile guarigione, (“esserci”, “perdoni”, “carezze”, “respiri”). Poesia, forma eletta per alfabetizzare il dolore.

    http://www.mangialibri.com/poesia/il-cane-di-giacometti

  • 17Dic2017

    CasaLettori - Robinson La Repubblica

    “Il cane di Giacometti” edito Marcos y Marcos esplora la separazione, che non è perdita ma ricerca di nuovi spazi ideativi.

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  • 30Nov2017

    Stefano Raimondi - lepparoleelecose.it

    Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi

    (È uscito da poco per Marcos y Marcos. Ne presentiamo sei testi)

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  • 09Set2017

    Alida Airaghi - sololibri.net

    “L’oscillazione tra solitudine, miseria e armonia, tra luce, stella, tremore e senso d’abbandono, è forse davvero la cifra del nuovo libro di Stefano Raimondi… Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano… ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera…”.

     

    Così Fabio Pusterla nel risvolto di copertina del volume di versi “Il cane di Giacometti” del poeta Stefano Raimondi (Milano, 1964), che individua con precisione il leitmotiv che attraversa queste pagine, il senso acuto di impotenza e incomunicabilità, nostalgia e rimpianto, isolamento e timore.
    Facilmente rilevabili già da una prima, superficiale lettura, in cui riscontriamo da subito il reiterarsi di una stessa preposizione (“senza”, ripetuto una decina di volte), degli stessi verbi (“tremare”, “finire”, “sparire”), di aggettivi che paiono rincorrersi (“spezzato”, “schiacciato”, “inutile”, “vuoto”).
    Anche i nomi, sia quelli astratti (“buio”, “paura”, “silenzio”, “abisso”), sia quelli concreti (“stortura”, “taglio”, “crepa”) sottolineano continuamente l’idea di una ferita immedicabile, di un distacco doloroso, di un addio definitivo.
    E se nella descrizione degli interni (cucine e camere disadorne, fredde) si citano “finestre”, “vetri”, “porte”, le vediamo serrate od opache, mai in grado di segnalare un passaggio, un’apertura; mentre l’immagine che più caratterizza l’arredo urbano è quella del tombino, che grigio e gelido ha il compito di coprire i rifiuti della città.

    “Devastati dalla fedeltà prendiamoci / carezze, spasimi, boccate, brani di fiato / ognuno dalla sua parte, disossata e accesa. / Sentire il peso dell’aria, l’abisso / dei tombini, stare nella cerchia buona / dell’ultima parola, tra una città / che cade tra sé e sé”.

    Una Milano disumana, quella raccontata da Stefano Raimondi, sfregiata da “scavi aperti”, in cui la “vita rasoterra” si trascina per inerzia, tra muri sordi, cantine, ringhiere, parchi desolati, passanti “dormienti”: una metropoli malata, che non offre scampo o ancore di salvezza.

    “Ci si guarisce così nelle città: / aspettando”.

    In questo libro di prose che sembrano poesie, e di poesie cadenzate narrativamente, il cane solitario di una scultura che Alberto Giacometti descriveva all’amico Jean Genet è puro pretesto allusivo per Stefano Raimondi, essendo tutto interiore il cane che a lui rode il cuore e accerchia i pensieri: scodinzola, ringhia, minaccia, tiene a bada, morde, annusa, insegue. Impietoso come ogni solitudine dopo ogni abbandono.