Il cane di Giacometti

Archivio rassegna stampa

  • 13Mar2018

    Silvia Castellani - ilgiornaleoff.ilgiornale.it

    La città, costellazione di destini - Intervista a Stefano Raimondi

    Stefano Raimondi (Milano, 1964) è poeta e critico letterario, laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano. Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (2006) e su Nuovi Argomenti (2000; 2004). Ha pubblicato Invernale (1999); Una lettura d’anni, in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (2001); La città dell’orto (2002); Il mare dietro l’autostrada (2005); Interni con finestre (2009). È inoltre autore di saggi come: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941) (2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char (2007). È tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio.

    Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017) è la tua più recente raccolta poetica, secondo tassello della trilogia dell’abbandono, iniziata con Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Vorresti spiegarci il significato del titolo?

    La scultura di Giacometti è sempre stata per un me un richiamo alla forza e alla resistenza: un cane abbandonato che continua a camminare. L’abbandono è un sentimento forte che ognuno di noi ha ap-provato e questa partecipazione l’ha reso un sentimento condivisibile. Giacometti poi è stato un’artista che ha saputo non accontentarsi mai di ciò che creava e questo l’ha sempre posto tra coloro che “son sospesi” tra un balbettìo e un rantolo, proprio come sono le parole in una poesia. Esse possono essere un annuncio, ma anche una condanna.

    Scrive Fabio Pusterla nel risvolto di copertina: “Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano… ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera…” E’ presente nel libro la dimensione esplorativa anche urbana, che mai si stanca di intrecciarsi a quella dell’intimo umano. Puoi raccontarci maggiormente circa questo aspetto?

    “Trovare” e non “cercare” è la parola adatta a questa perlustrazione urbana e interiore. Un viaggio nell’abbandono e tra gli abbandoni (oltre che tra gli abbandonati) è sempre un tragitto che si compie venendo da se stessi all’Altro e mai il contrario. L’abbandono è una centralità che porta a incominciare/indagare sempre una riflessione, uno stato d’animo che parte da noi e va a rispecchiarsi sugli Altri e sulle cose. Non si è mai abbandonati senza la nostra esperienza. Una città è per me un corpo e i corpi sono perlustrabili ovunque: il loro dentro è una traccia, il loro fuori una piazza.

    Ci sono sempre posti che vengono per portarci via, altri per metterci paura. Questo passo del libro è molto intenso e ti vorrei chiedere a riguardo: quale un posto di cui hai ricordo, che ti ha metaforicamente “portato via”?

    Ogni luogo è una svolta che accogliamo in noi; ogni posto è un abitare differente. La città è colma di svolte, di angoli e ognuno è abitato da un’improvvisazione che ci potrebbe cadere accanto e determinare un cambiamento, portandoci ad un allontanamento imprevisto, regalandoci un destino diverso. Ogni posto ci porta via! È questo l’annuncio che ci pone in attesa dei cambiamenti, anche di quelli che fanno male, che ci caricano di abbandoni appunto. Ma non dimentichiamo che la parola abbandono ha all’interno (e alla fine) un’altra parola, che è “dono” e di questo dobbiamo fare tesoro.

    Nella sezione finale intitolata Cuore-atlante a un certo punto compare forte la dimensione del sogno e dell’immaginazione, così presenti nei bambini. Cosa senti di avere perso di più crescendo o cosa senti di aver dovuto necessariamente lasciar andare?

    Crescendo si perdono – come disse Pasolini – “le lucciole”; quel luccichio negli occhi che era la spensieratezza e la leggerezza del restare collimanti alla vita nonostante tutto e nonostante il tutto. Mentre ciò che ho necessariamente lasciato andare, è quella zavorra dell’“Io” che  tanto ingombra nell’età dell’ansia.

    Sei tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio, oltre che curatore della rassegna di incontri “Paroleurbane”. Di cosa trattano queste due iniziative?

    La prima è un tentativo di ridare valore al silenzio, qualsiasi esso sia e cercare di portare la sua centralità in luce nel nostro quotidiano rumoreggiare col mondo. La seconda rassegna – Paroleurbane – è una serie di incontri che pongono in dialogo la poesia con la filosofia, l’architettura, l’urbanistica ecc., facendo risaltare l’importanza della poesia nel discorso umano/urbano. La rassegna è il canto dei luoghi, svolgendosi nella prestigiosa sede di Casa Fornasetti.

    Le grazie dell’acqua è il titolo di un’altra tua opera, di recente protagonista di un evento-reading insieme alla presentazione – ad opera di Emanuele Beluffi – delle incisioni dell’artista Mauro de Carli. Vorresti darci una sintesi di quest’opera e soprattutto darci la tua visione di come le arti si possano tra loro sostenere?

    La relazione tra il “fare” delle arti è preziosa e questo progetto è stato davvero uno scambio di vedute e di visioni. I disegni di de Carli hanno viaggiato di pari passo alle mie poesie, creando spazi d’intesa e di ospitalità. È questo il compito dell’arte: offrire ospitalità.

    Quali i tuoi prossimi progetti culturali, poetici e non?
    Rimanere somigliante e felice!

     

    Scegliere le scene più belle

    Montarle ad una ad una, farle

    diventare il racconto lento dei respiri.

    Ho sentito parole dividersi

    il pane con la luce rimasta

    imprigionata tra i marciapiedi.

    Le ho sentite mentre si correva

    dalla parte sbagliata delle ombre

    colate sulle case a mezzogiorno.

    Facevano rigagnoli gelati

    cenni, che nei tombini

    scendevano male.

    ***

    Ecco le notti lunghe, notti

    che a dirle bisognerebbe

    stare in due: ognuno

    dalla sua parte, dove

    incominciare a credersi.

    Si lanciano i cani i stanare

    a prendere tracce, orme

    colpe. Si portano nelle ossa

    le sfiducie: si fiutano da ciechi.

    Sapere, fare i conti, bastarsi

    nei silenzi, negli anni.

     

    http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2018/03/13/citta-costellazione-di-destini/

  • 05Feb2018

    Antonella Lucchini - mangialibri.com

    “Ci sono età dove incontrarsi è restare/ altre si tengono nei sogni mentre/ le lame girano, tagliano, tolgono/ il sangue sempre più vicino al fiato”. Le “altre” sono età del non restare, dell’abbandono. Quando due ritorna a essere uno si accende il buio (“con un pezzo di buio vicino”), finiscono le parole e restano le azioni o le non azioni (“Sono senza saluti gli amori che passano/ gli addii dritti sui binari/ quello stare pieni dentro un gesto”).

    Il viaggio nella solitudine di chi resta, disancorato e senza appoggio, ha una partenza a caduta e si cade perché “non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene”. Si precipita dentro la città e i suoi luoghi più umili e più cupi (“Di questa città/ si dovrebbe dire solo/ il vero delle cantine”), (“…alla fine sono i tombini qui/ ad essere le gole dei paesaggi”), dove la luce c’è a macchie, e quando è macchia/ luce si inspira il dubbio che è anche speranza (“Dimmi fino a quando possono reggere/ le braccia spalancate senza/ che incomincino a tremare”). Ma nel singhiozzo della luce, nell’essere tornati a camminare solo con le proprie gambe, tra tombini, cunicoli e cantine si trova, forse si trova, un pezzo di qualcosa, di fortuito o di proprio, a cui tenersi stretti per non annegare (“Lasciare che il giorno passi/ come quando fino all’ultimo si resta/ aggrappati a un legno/ a un coro d’unghie”)…

    Secondo volume di quella che sarà una trilogia, preceduto da Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Tre libri per parlare dell’abbandono. Nel primo l’abbandono viene trattato da Stefano Raimondi con un parallelo tra il disastro emotivo personale (un abbandono doloroso) e l’attualità della Seconda guerra del Golfo (2003) e di altri tragici avvenimenti (il G8 di Genova, per dirne uno). Parallelo, appunto, che si somiglia ma che non si sovrappone, come a dire, stessa risultanza, la sofferenza, ma diversa eziologia. Nella nuova raccolta, il “cane” del titolo, che prende spunto da una considerazione di Alberto Giacometti (famoso scultore e pittore svizzero), è la reificazione della solitudine. Se l’abbandono è azione breve, un suono acuto che ha un inizio e una fine, la solitudine è un tinnito. Qui Raimondi, poeta che ha sempre un occhio rivolto all’interno e uno attento al fuori, accompagna la sua solitudine per le vie della città, soffermandosi sui tombini, le grondaie, i cunicoli, le cantine, ambienti dove si raccoglie l’acqua reflua, lo scarto. La metafora è forte e svilente, ma nel contempo compassionevole per un’anima lasciata sola, scartata, che cerca di rielaborare il lutto e di riagganciarsi alla vita. Il linguaggio è coerente all’esperienza emotiva e procede dal pessimismo addolorato dei primi versi (“non ci sono”, “non esiste”, “mai”) fino alla possibile guarigione, (“esserci”, “perdoni”, “carezze”, “respiri”). Poesia, forma eletta per alfabetizzare il dolore.

    http://www.mangialibri.com/poesia/il-cane-di-giacometti

  • 17Dic2017

    CasaLettori - Robinson La Repubblica

    “Il cane di Giacometti” edito Marcos y Marcos esplora la separazione, che non è perdita ma ricerca di nuovi spazi ideativi.

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  • 30Nov2017

    Stefano Raimondi - lepparoleelecose.it

    Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi

    (È uscito da poco per Marcos y Marcos. Ne presentiamo sei testi)

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  • 09Set2017

    Alida Airaghi - sololibri.net

    “L’oscillazione tra solitudine, miseria e armonia, tra luce, stella, tremore e senso d’abbandono, è forse davvero la cifra del nuovo libro di Stefano Raimondi… Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano… ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera…”.

     

    Così Fabio Pusterla nel risvolto di copertina del volume di versi “Il cane di Giacometti” del poeta Stefano Raimondi (Milano, 1964), che individua con precisione il leitmotiv che attraversa queste pagine, il senso acuto di impotenza e incomunicabilità, nostalgia e rimpianto, isolamento e timore.
    Facilmente rilevabili già da una prima, superficiale lettura, in cui riscontriamo da subito il reiterarsi di una stessa preposizione (“senza”, ripetuto una decina di volte), degli stessi verbi (“tremare”, “finire”, “sparire”), di aggettivi che paiono rincorrersi (“spezzato”, “schiacciato”, “inutile”, “vuoto”).
    Anche i nomi, sia quelli astratti (“buio”, “paura”, “silenzio”, “abisso”), sia quelli concreti (“stortura”, “taglio”, “crepa”) sottolineano continuamente l’idea di una ferita immedicabile, di un distacco doloroso, di un addio definitivo.
    E se nella descrizione degli interni (cucine e camere disadorne, fredde) si citano “finestre”, “vetri”, “porte”, le vediamo serrate od opache, mai in grado di segnalare un passaggio, un’apertura; mentre l’immagine che più caratterizza l’arredo urbano è quella del tombino, che grigio e gelido ha il compito di coprire i rifiuti della città.

    “Devastati dalla fedeltà prendiamoci / carezze, spasimi, boccate, brani di fiato / ognuno dalla sua parte, disossata e accesa. / Sentire il peso dell’aria, l’abisso / dei tombini, stare nella cerchia buona / dell’ultima parola, tra una città / che cade tra sé e sé”.

    Una Milano disumana, quella raccontata da Stefano Raimondi, sfregiata da “scavi aperti”, in cui la “vita rasoterra” si trascina per inerzia, tra muri sordi, cantine, ringhiere, parchi desolati, passanti “dormienti”: una metropoli malata, che non offre scampo o ancore di salvezza.

    “Ci si guarisce così nelle città: / aspettando”.

    In questo libro di prose che sembrano poesie, e di poesie cadenzate narrativamente, il cane solitario di una scultura che Alberto Giacometti descriveva all’amico Jean Genet è puro pretesto allusivo per Stefano Raimondi, essendo tutto interiore il cane che a lui rode il cuore e accerchia i pensieri: scodinzola, ringhia, minaccia, tiene a bada, morde, annusa, insegue. Impietoso come ogni solitudine dopo ogni abbandono.