Il battello bianco

Archivio rassegna stampa

  • 26Gen2018

    Violetta Giarrizzo - polonicult.com

    È sempre un’avventura approcciarsi per la prima volta alla letteratura di un paese lontano, di cui si conosce poco, e così è stato con questo libro di Tschingis Aitmatov, scrittore kirghiso che con “Il Battello Bianco” (edito in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Gigliola Venturi) ci trasporta in una piccola riserva forestale sulle sponde del lago Issyk-Kul’, nel Kirghizistan.

     

    Čyngyz Aitmatov, seppur poco noto in Italia, rappresenta una pietra miliare nella letteratura sovietica. Nei suoi romanzi ha esplorato a fondo temi legati alla crescita e all’adolescenza, al conflitto tra il bene e il male, dando sempre una grande rilevanza al folclore del suo amato paese natio, il Kirghizistan. Il Battello Bianco, pubblicato nel 1970 nell’Unione Sovietica, rappresenta il suo primo romanzo scritto direttamente in russo, in quanto la produzione letteraria precedente rispecchia il bilinguismo dell’autore che era solito scriver prima in kirghiso, traducendo successivamente in russo. Da questo libro è stato tratto l’omonimo film sovietico del 1976.

    Il battello bianco narra le vicende di un bambino, abbandonato dai suoi genitori, cresciuto in una riserva forestale insieme al nonno Momun, sua moglie, la zia Bekej e il marito, il violento Orozkul, insieme a Sejdachmat e Guldzamal, una giovane coppia. L’unica via di fuga per il bambino è la sua fervida immaginazione: e così un binocolo diventa un compagno di scorribande, le rocce prendono forme di animali, una cartella da scuola diventa un amico a cui confidare le proprie preoccupazioni. Il nonno Momun, uomo buono vessato e sottomesso dai familiari e dalla società, è l’unico a prendersi cura del bambino e a guidarlo nella sua infanzia difficile, insegnandogli i valori, le tradizioni e i miti della terra kirghisa. La leggenda preferita del bambino è quella della Madre Cerva dalle ramose corna, che un giorno accolse con sé due bambini sulle rive del fiume Enesaj, salvandoli da morte certa e dando loro la possibilità di fondare la stirpe da cui discendono il bambino e la sua famiglia.  Il bambino vive immerso nella sua fantasia, in un mondo incantato e surreale, accanto a una natura benevola che si contrappone al suo mondo reale, fatto di soprusi e abbandono, di violenza e ingiustizia. Con la mente fugge lontano dalla sua valle e dalla solitudine, lontano dallo zio Orozkul, un ‘‘sabotatore della foresta socialista’’, uomo violento che si ubriaca e non risparmia nessuno, lontano dagli altri adulti che non si curano di lui, verso il battello bianco che osserva tutte le sere con il suo binocolo. Sogna un giorno di diventare un pesce e di raggiungere a nuoto suo padre, che nei suoi pensieri è un marinaio del battello bianco che tutti i giorni attraversa il lago Issyk Kul’.  ‘‘Cento volte al giorno sarebbe pronto a tuffarsi nell’argine del nonno. Sino a tramutarsi, infine, in pesce. Voleva assolutamente, a ogni costo, diventare un pesce’’.

    In un drammatico crescendo finale, un avvenimento scuote l’esistenza del bambino: il ritorno dei cervi, che da tempo immemore avevano abbandonato i boschi della valle, regalano una flebile speranza, forse non tutto è perduto. Ma ci rendiamo ben presto conto che si tratta del punto di non ritorno. Improvvisamente ripiombiamo nella realtà, in un mondo spietato dove la bontà non esiste, e l’incantesimo della fiaba viene spezzato: non esiste redenzione, né salvezza per i deboli e le vittime. Il bambino riflette sull’esistenza e, nonostante la sua piccola esperienza di bambino si chiede: ‘‘Perché la gente vive così? Perché alcuni sono cattivi, altri buoni? Perché ci sono alcuni che tutti temono, e altri che non fanno paura a nessuno?’’ Ma le risposte a queste domande sono difficili da trovare.

    Con un linguaggio estremamente evocativo, Aitmatov ci porta a tratti in un mondo suggestivo e incantato, nella Valle di San Taš, dove la natura pressoché incontaminata regna sovrana e ci sembra quasi di assaporare il gusto acre del kumys, di sentire i canti tradizionali davanti al fuoco, e di intravedere i maraly, maestosi cervi, pascolare in lontananza. La storia è narrata dal punto di vista del bambino, che osserva con incanto e stupore infantile il suo piccolo mondo e ci restituisce immagini difficili da dimenticare.

    Un romanzo doloroso e viscerale in cui Aitmatov giustappone lirismo fiabesco e tragico realismo, che sfocia infine in un grande pessimismo cosmico, tracciando un mondo in cui l’innocenza e la purezza dell’infanzia si scontrano con la brutalità selvaggia degli adulti.

    https://polonicult.com/il-battello-bianco-aitmatov/

  • 04Dic2017

    Mariarosa Raffaelli - parladellarussia.wordpress.com

    Il battello bianco è un libro dello scrittore kirghizo Čyngyz Ajtmatov (1928 – 2008), nato a Chon Tash, il cui padre fu vittima delle purghe staliniane, fu ministro del governo Gorbachov e ambasciatore del Kirghizistan in Lussemburgo e in Belgio.

    Del Kirghizistan o Kirghizia ne abbiamo sentito parlare pochi giorni fa, per il tragico attentato alla metro di San Pietroburgo. Stato indipendente dell’Asia centrale dal 1991, si estende per circa 200.000 km² e vi abitano circa 5 milioni e mezzo di persone.

    Ma nel romanzo di Ajtmatov il Kirghizistan non è un nome sconosciuto, né un punto sulla mappa dell’Asia di cui pochi conoscono l’esistenza. È un mondo dove la natura detta i ritmi degli uomini che vi vivono, dove possenti montagne, tra le più belle dell’Asia, sono coperte d’inverno di neve che a primavera ingrossa torrenti impetuosi che scendono a valle.

    Protagonista della storia è un bambino di sette anni. Vive con il nonno Momun, uomo buono e mite, e con la seconda moglie. La madre del bambino, figlia di Momun, è andata a lavorare in città ed il padre si è ricostruito una famiglia lontano dal villaggio. Il romanzo inizia così.

    Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi, non ne rimase niente. E’ questa la storia.

    La favola del bambino altro non è se non il sogno segreto di trasformarsi in un pesce. Quella del nonno è il racconto di MadreCerva RamoseCorna, che ha dato inizio alla stirpe del popolo dei Bugu, da cui anche loro discendono. I cervi sono spariti dalla grande riserva. Sembra rimanerne solo la fiaba.

    La vicenda si svolge all’interno del nucleo familiare, nel vallone di San Tas. È il posto di guardia della riserva forestale dove vivono, in tre semplici case, Momun con la moglie e il bambino, la figlia Bekei, sposata a Orozkul, guardiaboschi violento e ubriacone e Seidachmat, guardia ausiliare con Gulgiamal, sua sposa.

    Il bambino possiede poche cose. La prima che appare nel romanzo è una cartella nera di fibra, dalla luccicante chiusura metallica a scatto. E una bella tasca laterale per le cose più piccole. Insomma, la più straordinaria delle più ordinarie cartelle da scuola. A pensarci, tutto cominciò da lì.

    che Momun compra al bambino per andare a scuola. E possiede un binocolo, con il quale, in cima al monte Sentinella, corre a vedere il battello bianco che vede passare ogni giorno e sul quale immagina ci sia suo padre.

    Amava, il bambino, parlare da solo. Stavolta però non si rivolse a se stesso, ma alla cartella:

    “Non stare a credergli, mio nonno non è per niente così. E’ senza malizia, per questo ridono di lui. Sì sì, non è niente malizioso, neanche un poco. Vedrai che ci porterà a scuola, tutti e due. Tu non sai ancora dov’è la scuola? Mica poi tanto lontano. Te la mostrerò.

    La guarderemo col binocolo dal monte Sentinella. E anche il mio battello bianco ti farò vedere. Prima però corriamo al fienile. E’ là che nascondo il binocolo. Io dovrei sorvegliare il vitello, invece ogni volta corro a guardare il battello bianco. Il nostro vitello è grande ormai. Quando tira, non riesci a tenerlo. E poi ha mantenuto l’abitudine di succhiare il latte della mucca. Ma siccome la mucca è sua madre, non le dispiace darglielo. Capisci? Le mamme non rimpiangono mai nulla. Così dice Gulgiamal; lei ha una bambina…

    Presto mungeranno la mucca, e dopo noi spingiamo il vitello al pascolo; allora potremo arrampicarci sul monte Sentinella a vedere il battello bianco. Sai, anche col binocolo io parlo. Saremo in tre, adesso – io, tu e il binocolo…”.

    Il bambino, ogni volta che vede passare il battello,  immagina di essere un pesce che, gettandosi nel torrente, riesce e raggiungere il padre. Non conosciamo il nome di questo bimbo, ma ne conosciamo l’animo attraverso immagini che ci svelano i suoi piccoli e preziosi sentimenti.

    Sono delle vere amiche, le arundinarie. Specialmente se hai una pena, e vuoi piangere senza che nessuno ti veda, la miglior cosa è nascondersi tra le arundinarie. Profumano come quando entri in un bosco di pini. Si sta al caldo e tranquilli. E, soprattutto, non nascondono il cielo. Bisogna stendersi sulla schiena e guardare in alto. Dapprincipio attraverso le lacrime non si vede niente. Ma poi arrivano le nuvole, e tu distingui lassù quello che vuoi. Le nuvole lo sanno che tu non sei contento, che te ne vorresti andare, dove che sia; oppure prendere il volo perché nessuno ti ritrovi, e tra esclamazioni e sospiri si dica: “E’ sparito, il bambino, dove ritrovarlo, adesso?…”. E perché questo non accada, perché tu non sparisca, perché tu te ne stia tranquillo, steso a contemplarle, le nuvole si trasformeranno in tutto quello che vorrai tu. Le stesse, identiche nuvole possono diventare le cose più diverse. Basta saper vedere ciò che esse disegnano. Si sta tranquilli dentro le arundinarie, e non nascondono il cielo – ecco come son fatte, loro, con quel profumo di pineta al sole…

    Le descrizioni del paesaggio sono così vivide e intense che quei monti pare di vederli, dei boschi ne senti il profumo e delle acque il fragore.

    Da lì si vedeva ogni cosa. Perfino le cime nevose più alte, sopra le quali non v’è che il cielo. Si drizzavano dietro a tutte le altre catene, sopra a tutte le montagne e alla terra intera. Quei monti al di sotto, invece, erano monti boscosi, coperti in basso da alberi verdi, mentre in alto nereggiavano di abetaie. Poi i monti Kungei rivolti verso il sole; sui pendii dei quali non cresce che l’erba.

    Quanto alle creste ancor più basse, dalla parte del lago, si trattava niente più che di collinette pietrose, nude, digradanti verso la vallata, quella vallata che andava a perdersi nel lago. Da quella stessa parte si stendevano campi, orti, villaggi… Tra il verde del seminato apparivano zone gialle – s’avvicinava la mietitura. Sulle strade, minuscole automobili correvano come topi, trascinandosi dietro lunghe code di polvere. E all’estremità della terra, dove lo sguardo giungeva appena, oltre la striscia sabbiosa del litorale: la curva convessa del lago, d’un azzurro intenso. Quello era l’Issyk Kul. Lì acqua e cielo si toccavano. Più oltre non c’era niente. Il lago giaceva immobile, fulgido, deserto. Appena percettibile, si muoveva a riva la bianca spuma della risacca.

    Ajtmatov racconta questa storia piena di poesia riuscendo a restituire il mondo visto attraverso gli occhi di un bambino. I pensieri, i piccoli dispiaceri, le paure, i giochi. Ma quello che più sorprende è che sembra essere un mondo conosciuto, sepolto nella nostra antica memoria. Un racconto di amore tra un nonno e un nipote e un inno alla natura. Un libro da non perdere.

    Dal libro ne fu tratto un film, Belyj Parocod, girato nel 1976 in Unione sovietica, di Bolotbek Sciamsciev, che sono riuscita a trovare su Youtube e che vinse, nel 1977, al Filmfestival della montagna di Trento la Genziana d’oro Gran premio “Città di Trento”.

    Per chi volesse saperne di più su questo autore, questi due interessanti articoli, uno dalSole24ore e l’altro da Rivistatradurre.

    Dello stesso autore, nel catalogo Marcos y Marcos, si trova Melodia della terra o Giamilja. Introvabili i racconti. Speriamo che qualcuno vi ponga rimedio.

    https://parladellarussia.wordpress.com/2017/04/12/il-battello-bianco/

  • 13Apr2016

    Claudia - girodelmondoattraversoilibri.wordpress.com

    Tschingis Aitmatov | Il battello bianco

    “Il battello bianco” di Tschingis Aitmatov (marcos y marcos, 203 pagine, 14,50 €) è uno dei libri che ho acquistato al BookPride di Milano; era da parecchio tempo che desideravo leggere questo autore kirghiso, più o meno da quando lo trovai citato in un libro che amo molto: “Buonanotte signor Lenin” di Tiziano Terzani. Al BookPride sono stata indecisa se acquistare “Il battello bianco” oppure “Melodia della terra“: ho scelto più che altro in funzione della copertina, ma al Salone del Libro di Torino comprerò sicuramente anche “Melodia della terra“.

     

    Titolo: Il battello bianco

    L’Autore: Tschingis Aitmatov originario della Kirghisia, fu ministro per il governo Gorbaciov  durante la Perestoika e ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo; da sempre sostenitore dell’importanza delle minoranze, del pacifismo e dell’ambientalismo, fu anche diplomatico presso le ambasciate dell’ONU, CEE e UNESCO. I suoi romanzi sono molto apprezzati in Russia e nel mondo. Per marcos y marco è disponibile anche “Melodia della terra“

    Traduzione dal russo: Gigliola Venturi

    Editore: marcos y marcos

    Il mio consiglio: “Il battello bianco” è un romanzo imperdibile, con una delicatezza e una capacità narrativa rara Aitmatov racconta una storia bellissima e struggente

    Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi, non ne rimane niente. E’ questa la storia. Quell’anno aveva compiuto sette anni, era entrato nell’ottavo. Prima di tutto comperarono la cartella. Una cartella di tela nera, dalla luccicante chiusura metallica a scato, che si inseriva sotto la staffa. Insomma, la più straordinaria delle più ordinarie cartelle di scuola. A pensarci, tutto cominciò da lì. [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

    Nel remoto e boscoso Vallone San Taš, in Kirghisia, vivono solo tre famiglie: gli uomini lavorano come guardaboschi, mentre le donne si occupano della casa e delle faccende domestiche. Ci sono gli sposi Sejdachmat e Gul’dzamal con la loro bambina piccola; ci sono zio Orozkul e zia Bekej; infine, ci sono il nonno Momun, la nonna e il bambino. Il bambino ha sette anni, va per gli otto, e vive in questa valle bellissima quanto isolata. Si inventa storie di ogni genere, parla con i sassi – il cammello, il lupo, il tank – e con la sua bella cartella; prende il binocolo e corre, corre, corre come un pazzo per raggiungere la vetta del Monte Sentinella: da quassù può vedere l’immenso lago Issyk Kul’, dove ogni sera naviga sulle sue placide acque un battello bianco.

    Il bambino non ha i genitori, la mamma – figlia di Momun – è fuggita in città e si è separata dal padre del bambino. A lui non restano che l’amato nonno, la moglie del nonno, gli zii e i vicini di casa. Ma sogna ogni giorno che i genitori lo vengano a prendere, anche se da nonno Momun sta bene, non gli manca nulla. Lui immagina che sul battello bianco ci sia il suo papà, che forse è un marinaio chi lo sa, e vorrebbe diventare un pesce per nuotare lungo il torrente impetuoso e sfociare nel calmo lago Issyk Kul’.

    Ma quello che ai suoi occhi appare un mondo tranquillo e bellissimo, fatto di gite in montagna, cavalcate, bagni nel gelido torrente, appostamenti sul Monte Sentinella, in realtà non è così fiabesco. Zio Orozkul adora ubriacarsi, lui è il capo dei guardaboschi, e spesso insulta nonno Momun davanti a tutti gli altri; poi, quando è davvero ubriaco fradicio, picchia zia Bekej, perché lei è sterile, non può dare allo zio il tanto desiderato figlio.

    La nonna a volte è cattiva, bercia che il piccolo non è suo vero nipote, non ha voglia di occuparsene, per lei è un estraneo. Per fortuna c’è il nonno, che racconta al bambino tante storie e leggende, come quelle della Madre cerva dalle ramosa corna, l’animale sacro dal quale tutti i bagu kirghisi derivano. Ma un giorno la situazione precipita: è quasi autunno e nonno Momun disobbedisce a zio Orozkul, innescando un crescendo di tensioni che sfoceranno nel poco idialliaco finale.

    E preso lui stesso dal proprio racconto, si diceva: com’è semplice provare felicità e dividerla con gli altri. Bisognerebbe vivere sempre così. Sì, come adesso, come in questo momento. Ma la vita non va in questo modo – accanto alla felicità sta appostata, pronta a far irruzione nel tuo animo e nella tua vita, l’infelicità, che ti segue senza allontanarsi d’un passo, inseparabile, eterna [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

    Il romanzo di Tschingis Aitmatov è una vera e propria perla della letteratura. E’ una storia scritta in modo fluido e scorrevole, dove le vicende sono inframezzate dalle descrizioni di stupendi paesaggi kirghisi. Foreste, alberi maestosi, fiumi impetuosi, tempeste di neve improvvise e un lago grandissimo dove ogni sera naviga il battello bianco che tanto attrae il bambino.

    Ha il sapore di una fiaba, con le suggestioni tipiche delle storie che si raccontavano una volta attorno al fuoco, alla sera, mentre fuori infuriava una tempesta di neve. Ci sono i buoni, come il nonno Momun, e i cattivi ovvero il perfido zio Orozkul, ci sono i cervi figli della Madre cerva dalle ramosa corna, animali magici e c’è il bambino, colui che rappresenza l’infazia, un momento della nostra vita nel quale siamo spensierati e spesso felici per delle cose piccole.

    Ma non tutte le fiabe hanno il lieto fine; non sempre i buoni riescono a sconfiggere i cattivi. Così, dal momento in cui inizia la ribellione di nonno Momun, in un crescendo di emozioni anche il bambino arriva a capire fin dove la cattiveria umana possa arrivare. A quel punto non resta che aggrapparsi alla speranza del battello bianco.

    Intanto il battello navigava, allontanandosi lento. Bianco e lungo, scivolava sulla liscia superficie azzurra del lago, col vapore che usciva dai fumaioli – e non sapeva che verso di lui nuotava il bambino, trasformatosi in un bambino-pesce. Sognava di trasformarsi così perfettamente, che tutto in lui sarebbe stato di pesce: corpo, coda, pinne, scaglie – solo la testa sarebbe rimasta la sua, grossa e tonda sul collo magro, con le orecchie a sventola e il naso graffiato [Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, trad. G. Venturi]

  • 15Set2011

    Redazione - Metro

    Il libraio consiglia

    Che cosa consiglia “Il battello bianco” di Tschingis Aitmatov, Marcos y Marcos. Nella Kirghisia si sviluppa la vicenda di un bambino che, circondato da adulti indifferenti e ostili, ricrea un mondo fantastico a sua misura: si identifica con gli animali, dà vita alle rocce.

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