I miei piccoli dispiaceri

Il Meglio di...

Daria Bignardi, Vanity Fair – 29/04/15

“I miei piccoli dispiaceri toglie il fiato per quanto è brillante e poetico e persino divertente”

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Leonetta Bentivoglio, La Repubblica – 17/05/15

“Una storia irresistibile e vitale”

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Annalena Benini, Il Foglio – 29/04/15

“Non è una storia senza lacrime ma è una storia in cui i singhiozzi trovano sollievo”

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Archivio rassegna stampa

  • 21Apr2017

    Sara Addio - officinadellibro.blogspot.it

    Probabilmente una delle recensioni più difficili che ho mai scritto è questa riferita a “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews, Marcos y Marcos, uno dei libri più belli che abbia mai letto e a cui mi sono affezionata moltissimo.

    Il tema del suicidio e dell’eutanasia ha radici profonde in tutta la letteratura e Miriam Toews ce lo ricorda spesso in “I miei piccoli dispiaceri”: tantissimi artisti e autori hanno deciso di porre fine alla loro vita, la prima che mi viene in mente è la grandissima Virginia Woolf. La cinematografia non si esime, e il libro mi ha ricordato in certe parti (soprattutto quelle finali) il film “Milion dollar baby”, la fine di qualcuno che non vuole più passare il tempo nel dolore e chiede a chi è più vicino un aiuto che però implica conseguenze pericolose e definitive. Forse più aderente al tema del “mal di vivere”  è il libro, uscito lo scorso anno, “La casa blu” di Massimiliano Governi (Edizioni E/O), anche qui è facile trovare qualche assonanza con lo stato emotivo di Elfrieda.

    La storia racchiude moltissimi aspetti di una famiglia (a)normale mennonita che da un paio di generazioni è fuggita in Canada, a Winnipeg, dalla Russia. Una storia che già a partire dai nonni è segnata dal dispiacere (la nonna di Yolandi, la nostra narratrice, ha dovuto seppellire sei figli su sedici) ma anche da qualcos’altro, qualcosa che inevitabilmente è passato a metà della famiglia Von Riesen attuale: un’incredibile resilienza. Una forza che nasce dall’interno, dall’ironia, dal non prendere tutto troppo sul serio, dall’accettare che non si può controllare ogni cosa e affrontare anche le situazioni più devastanti.

    <<Calma invincibile, le dico.

    Calma invincibile, ripete lei.

    Trionfi, dico io.

    Trionfi, dice lei.>>

    L’altra metà della famiglia ha ereditato, invece, il cosiddetto “mal di vivere”, una sorta di rifiuto alla vita, non per qualcosa in particolare ma semplicemente una stanchezza intrinseca al vivere. Ed è così che il papà e la sorella di Yolandi, Elfrieda, decidono di togliersi la vita. Prima il padre e poi i diversi tentativi della sorella che non riesce per una serie di motivi ad arrivare al suo obiettivo. Così inizia il racconto di Yolandi una donna con due figli avuti da due uomini diversi e ora divorziata (quasi) da entrambi. Una scrittrice per romanzi di ragazzi che vorrebbe fare di più ma che corre avanti e indietro per impedire alla sorella di ammazzarsi e stare vicino a sua madre, anche lei tenace e forte come un leone, stare dietro ai suoi figli, ai suo ex e cercare di guadagnare abbastanza per mantenere ogni cosa.

    Elfrieda è rimasta a Winnipeg a vivere con suo marito. Lei è la stella della famiglia una famosa pianista che fin da piccola, era evidente, fosse un po’ eccentrica ma anche determinata e intelligente, una divoratrice di libri con una passione per la poesia, tanto da affermare di essere una possibile amante di Coleridge se i due fossero stai contemporanei. E proprio da una poesia di questo autore inglese nasce il titolo I miei piccoli dispiaceri. Elfrieda è legata a doppio filo con la musica, ragione del suo successo e della sua vita, ma anche portatrice di sconforto e depressione: il suo modo di suonare tanto emotivo esprime una tristezza che solo lei e il pianoforte possono comporre. Il pubblico è incantato anche se prova una forte pulsione di fuga.

    <<Era un dolore privato. Per privato intendo dire inconoscibile. L’unica a conoscerlo era la musica, e custodiva segreti tali per cui la sua interpretazione era un puzzle, un sussurro, e dopo la gente al bar beveva e non diceva niente perché si sentiva complice. Non c’erano parole.>>

    Yolandi vuole cercare di far vivere sua sorella, costi quel che costi, come sua madre e il marito di Elfrieda, ma quest’ultima non ne vuole sapere, lei non vuole vivere malgrado tutto.

    Il romanzo tocca tantissimi temi importanti come la depressione, l’eutanasia, il suicidio, la morte che si scontra con la vita, che si affianca, l’accarezza: il desiderio di morte di due componenti della famiglia, paradossalmente, infonde vita nella parte rimanente.  In contemporanea ci racconta anche del coraggio della forza di chi rimane, che deve andare avanti perché nulla si ferma anche se tutto, per un attimo, ci appare immobile.

    Ma quello che più colpisce è come vengono affrontate le tematiche: a un primo impatto lo sguardo di Yolandi può apparire cinico, quasi ironico, invece io l’ho trovato semplicemente pratico e umano, spesso impulsivo. Ogni personaggio è caratterizzato da qualità e difetti reali, il libro è intriso di poesia e musica e libri e storie che servono a dare coraggio ai protagonisti, un punto, un aiuto per dare un senso a quello che accade alle loro vite.

    <<I libri sono quello che ci salva. […] Cos’aveva detto delle biblioteche e della civiltà?

    Perché fai una promessa, aveva detto. Prometti di restituire il libro. Prometti di tornare. Quale altra istituzione opera in una simile buona fede, Yo?>>

    <<Erano  mio padre e mia sorella che insistevano costantemente perché io e mia madre leggessimo di più, perché trovassimo conforto nei libri, perché placassimo brame e dolori con le parole e ancora parole.>>

    L’autrice non giudica la scelta di Elfrieda o di suo padre, anzi, più di una volta quando Yolandi si arrabbia e sbraita perché non capisce la scelta di suo sorella chiude la scena con qualcosa che ha come fondo l’amore, perché chi ama lascia libero di fare e di decidere.

    Il romanzo contrappone, neanche troppo sottilmente, vite ed esistenze diverse mettendoci davanti alle cose importanti, ai valori essenziali e fondamentali togliendo tutto ciò che è superfluo. Così da un romanzo costellato di dispiaceri e tragedie l’autrice trasmette al lettore una forza suprema, insuperabile, inafferrabile che solo passando attraverso il punto di vista di Yolandi (o una vita difficile) è possibile assumere.

    <<E poi si è messa a sussurrarmi delle cose, tutte incentrate sull’amore, sulla bontà, sull’ottimismo e la forza. E su di te.

    Sulla nostra famiglia.

    Su come possiamo lottare duramente, ma su come possiamo anche riconoscere la sconfitta e smettere di lottare e dire pane al pane. Le ho chiesto cosa si fa quando il pane non è pane e mi ha detto che alle volte la vita va così, che il pane non è il pane, e bisogna accettarlo.>>

    Un romanzo da togliere il fiato, da sottolineare e rileggere e amare. Un capolavoro che consiglio davvero a tutti i lettori.

  • 15Feb2016

    Federica Guglietta - Liberidiscrivere.com

    I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015)

    Finito di leggere più di un mese fa, questo libro che pare “scritto per dare forma a un dolore vero”- come si può chiaramente leggere in quarta di copertina -, ma non riuscivo proprio a parlarne, ad esternare tutto il bagaglio di emozioni, smarrimento ed empatia che mi aveva lasciato dentro.
Così me lo sono trascinato dietro per un po’ di tempo, presenza fissa sul mio comodino, nella borsa e persino nella valigia.

    L’ho spiegazzato, come si fa con qualcosa che non si capisce, l’ho trascurato per esorcizzarne il dolore, l’ho ripreso quando ho capito che potevo parlarne. Ma andiamo per gradi.
 Vincitore del Premio Sinbad 2015 come miglior libro straniero, è il mio primo Toews. Esatto, prima di avere tra le mani I miei piccoli dispiaceri, io, Miriam Toews, non la conoscevo. Eppure ne ha scritti di libri prima di questo.
La mia personale iniziazione alla sua scrittura è avvenuta insieme a una trafila di dolori, come se gli amabili uccellini rappresentati su quella copertina neutra e pulita lasciassero in qualche modo presagire, con l’apparente calma, i loro colori vivaci e l’essere rivolti verso direzioni tutte diverse, un lieto fine per quei (già annunciati) piccoli dispiaceri. Titolo che è, tra l’altro, una citazione dotta, ripresa da un verso della poesia di Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem, in cui si legge appunto All My Puny Sorrows.
Come se, ammettiamolo, il dolore possa essere qualitativamente e quantitativamente piccolo, poi.
La piacevolezza della copertina, invece nasconde e tutela un racconto duro che vi rimarrà nel cuore con un tonfo secco e vi aprirà gli occhi: non sempre c’è una spiegazione agli eventi della vita, alcune cose sono così inspiegabilmente assurde da sembrare irreali, quando poi sono le più reali di tutte. Facevo male, eccome se facevo male, a non conoscerla, ma non quanto ne faccia questa storia. Ve l’assicuro.
I miei piccoli dispiaceri parla di tante cose. Di famiglia, una in particolare, quella di Elf e di sua sorella Yoli, legatissime seppur così diverse. Fanno parte di una comunità mennonita, hanno una grande famiglia, ma sono diverse. Di un amore, il loro, fraterno ed immenso che farà da contrappeso a scelte difficili. Di un dolore, unico e multiforme, totalizzante.
Elf, la sorella maggiore che di mestiere è pianista di successo con intelligenza fuori dal comune, è stanca. Elf vuole morire e vuole farlo proprio a sole due settimane da un tour molto importante. Yoli, che ci racconta la sua storia, è la sorella minore e problematica, con due figli avuti da due uomini diversi senza che sia mai stata sposata con nessuno dei due e una vita decisamente sopra le righe.

    Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.”

    Elf vorrebbe essere portata in Svizzera, per finire lì i suoi giorni, lì c’è la possibilità di morire in pace, c’è l’eutanasia. Invece resta in Canada, a Toronto. Yoli vorrebbe solo strattonarla e portarla via, lontano dall’inquietudine che la sta dilaniando e annichilendo. Cerca di farlo consolandola e canzonandola, a volte la sgrida, spesso finisce per dirle: “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?”
Elf giace su un letto d’ospedale: ha tentato per la prima volta di togliersi la vita, ma non ce l’ha fatta.
Yoli ed Elf sono solo i tasselli principali di questa storia dalla trama esile, ma con un apparato di personaggi collaterali ricco e variegato, che dà perfettamente l’idea di quella che dev’essere la vita in una comunità che segue determinate regole e che probabilmente, non ha nel proprio codice comportamentale quell’insoddisfazione che caratterizza il presente di Elf. Difatti nessuno la comprende.
I miei piccoli dispiaceri è nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice e racconta perfettamente il dolore e il nero della depressione, il male vero che si prova, senza giri di parole e inutili metafore. Il dolore è vero e percepito proprio perché è vissuto.
Un male raccontato in modo crudo e drammatico, ma che finisce per essere solo buffo e paradossale, inesorabilmente attaccato alla vita. Una scrittura che dà vita a personaggi veri quanto la loro sofferenza, nati dal ricordo personale e dalla voglia di farlo rivivere per trarne un insegnamento che sia utile ad altri, alla società, al mondo.
Consigliato a chi crede che non ci sia scampo, che finirà schiacciato dal peso della propria esistenza tanto da non poterci fare nulla. Perché, se è vero che si parla così tanto di morte, non ci si ritrova a fare altro se non desiderare di voler vivere ancora.
Traduzione di Maurizia Balmelli, immagine di copertina di Lorenzo Lanzi.

    Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosa; I miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

    Maurizia Balmelli, nata e cresciuta a Locarno, ha studiato all’École Lecoq a Parigi e alla Scuola Holden a Torino. Collabora con varie case editrici italiane tra cui Einaudi, Adelphi, Rizzoli. Dal 2003 è titolare del corso di Traduzione dal francese presso la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali gestita dall’Agenzia Tuttoeuropa di Torino. Tra gli autori tradotti Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Aleksandar Hemon, Martin Amis.

    Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

  • 13Gen2016

    Myriam Pettinato - gufetto.press

    Miriam Toews, I MIEI PICCOLI DISPIACERI, Marcos y Marcos Edizioni

    «Era la prima volta che in un certo qual modo formulavamo il nostro problema di fondo. Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si  amavano». Pubblicato da Marcos y Marcos, I miei piccoli dispiaceri è il piccolo e commovente capolavoro della scrittrice canadese Miriam Toews, vincitore della  prima edizione del Premio Sinbad – Premio internazionale degli editori indipendenti – per la narrativa straniera.

     Il “problema di fondo” nel quale si può sintetizzare la trama del romanzo, ossia il disperato tentativo da parte di una giovane donna (e con lei il resto della famiglia)  di impedire alla sorella di morire, fa germogliare una molteplicità di temi e piani narrativi la cui complessità è costantemente dissimulata dalla leggerezza  della prosa della scanzonata voce narrante di Yoli, che veste di ironia e umorismo anche le punte più acuminate di dolore e tristezza del racconto. I miei piccoli  dispiaceri, in effetti, è un romanzo sulla tristezza e sul male di vivere che abitano ciascuno di noi, come condizione esistenziale e senza causa apparente, a  eccezione, forse, di una profonda e insopportabile sensibilità all’orrore del mondo. Ma è anche, fra le altre cose, un romanzo capace di raccontare con  lancinante chiarezza il cammino di allontanamento dall’infanzia, lungo il quale vanno irrimediabilmente smarriti l’inconsapevolezza, l’audacia, il  candido splendore di  una vita che non ha ancora idea di cosa siano il dolore, il tempo, la morte.

     Elf e Yoli sono due sorelle che hanno vissuto, nonostante tutto, un’infanzia felice, figlie di un padre suicida e di una madre gioviale e allegra, cresciute  nell’ultraconservatrice comunità di mennoniti di Winnipeg, nello stato canadese del Manitoba. L’una divenuta pianista di fama mondiale, l’altra scrittrice di libri per  ragazzi  dal discreto successo, nutrono un amore reciproco e pieno, messo alla prova da Elf, che desidera e cerca in ogni modo di togliersi la vita e che, dal suo  letto  in un  reparto di psichiatria, chiede a Yoli di aiutarla, sprofondandola di più nel dolore e scombussolandone ulteriormente la vita già molto ingarbugliata.

    I miei piccoli dispiaceri è un romanzo che parla di suicidio e del rapporto unico tra sorelle, dunque: di ciò che l’amore e i ricordi felici e innumerevoli che allacciano un’esistenza all’altra vorrebbero fare per convincere chi desidera più di ogni altra cosa di andarsene a restare e, allo stesso tempo, di ciò lo stesso smisurato affetto suggerisce, al di là del bene e del male.

    Ma il libro contiene anche un’appassionata riflessione sulla lettura e sulla scrittura. Le protagoniste amano i libri, e molti sono i riferimenti e le citazioni di scrittori e poeti morti suicidi (o morti e basta), i titoli, i brani di romanzi e poesie, che formano via via una traccia lungo la quale Yoli cercherà di ritrovare un nuovo equilibrio, perché dalla tristezza rifiorisca la gioia di vivere ancora.

    «Come si fa mettere delle parole sulla tragica partitura della vita?» Miriam Toews lo ha fatto usando la tragica partitura della propria vita, mettendovi sopra parole e figure lievi, buffe, divertenti, così da lasciare alla tristezza tutta la sua poesia.

  • 12Gen2016

    Martina Pagano - criticaletteraria.org

    Se dare voce al dolore è possibile. I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews
    Elf ha un pianoforte di cristallo dentro di sé, sente che il vetro si sta per spezzare in mille pezzi. Yoli non sa più che pesci pigliare con quella meravigliosa sorella che ha deciso di non voler più vivere.
    I miei piccoli dispiaceri, da un verso di S.T Coleridgeè l’ultimo romanzo della scrittrice canadese Miriam Toews pubblicato da Marcos y Marcos con la traduzione di Maurizia Balmelli.
    Come nelle opere precedenti l’ambientazione è di nuovo tra i Mennoniti, questa volta del Manitoba, nelle praterie canadesi da cui Miriam proviene e che ha lasciato a 18 anni per conoscere il resto del mondo.
    Agli anziani Elf non è mai piaciuta, ha sempre avuto qualcosa su cui ribattere, per non parlare dei troppi grilli per la testa. Il pianoforte, per esempio, quella passione esagerata che l’ha resa un’artista celebre in tutto il mondo e chiunque l’abbia sentita suonare, giura, essersi commosso davvero.
    Anche Yoli, la sorella minore, ha aspirazioni artistiche: vorrebbe fare la scrittrice, ma per il momento si accontenta di romanzi per ragazzi ambientati nel rodeo. La sua vita non è mai stata come quella di Elf: due figli da due mariti, lavori instabili, sentimenti precari, una vita che somiglia a quella di molti di noi e non può non ammirare il successo di Elf che riesce a fare tutto con la stessa grazia con cui muove le dita sul pianoforte.
    Accade che un giorno Elf decida di morire. E la carriera brillante, il matrimonio felice anche senza figli, quella bellezza che sembra non sfiorire mai? Un incubo che si ripete, dopo che il padre delle due donne si buttò sotto a un treno e che ha tristemente a che vedere con l’autobiografia dell’autrice. Miriam Toews si è presa del tempo per riuscire a raccontare del padre e della sorella, morti entrambi di suicidio: «Non avevo parole. Mi ci vollero due anni prima di pensare ‘No aspetta’, sono una scrittrice, questo è quello che faccio, metto insieme del materiale e lo elaboro in qualcosa che abbia un senso per me»* ha dichiarato in un’intervista al Guardian.
    Il romanzo è un lungo tentativo di convincere Elf a restare. Da una parte c’è lei per cui niente ha più importanza, dall’altro c’è Yoli che non riesce a contenere la fatica per tenerla in vita, che le scoppia il cuore di dolore e amore per quella sorella che vuole morire tutti i costi. Yoli lotta disperatamente per non lasciare andare Elf, ossessiona l’ospedale affinché la vigilino quando lei o i suoi familiari non ci sono perché non permette che tutto finisca così:  
    «Ti è mai venuto in mente che anch’io ho avuto un padre suicida, che anch’io faccio fatica a superarlo, che anch’io sto cercando di dare un senso alla mia stupida, patetica vita, che anch’io spesso penso che è tutta una ridicola farsa e che l’unica risposta intelligente sia il suicidio, ma poi mi dissocio da questa conclusione perché genera un peso piuttosto sgradevole? Manco fossi Virginia Woolf o uno di quei personaggi decisamente troppo fichi per vivere o troppo svegli o troppo in sintonia con la tragedia del tutto o che cazzo ne so io, e volessi crearti una stronzissima eredità di genio maledetto».
    Ma Elf non vuole sentire e chiede a Yoli di aiutarla ad andarsene, magari in una clinica in Svizzera. I miei piccoli dispiaceri non è un romanzo politico, perché è prima di tutto la storia di due sorelle, tuttavia non può non emergerela questione del suicidio, in particolar modo di quello assistito. Nel febbraio 2015 la Corte Suprema del Canada si è espressa a favore dell’eutanasia non solo nei casi di estrema sofferenza fisica ma anche di disagio psichico incompatibile con la vita.
    Qualche tempo fa in un’intervista per La Lettura il filosofo e romanziere svedese Lars Gustafsson ha ricondotto l’attenzione all’incomunicabilità del dolore come base della sofferenza:  
    «alla radice del problema linguistico vi è però, credo, un problema esistenziale: si tratta comunque di solitudine. Ponendo la domanda ‘in che modo la vita interiore è comunicabile?’ mi confronto comunque con una condizione di solitudine. La solitudine comunicativa, che crea la difficoltà di esprimere l’esperienza del dolore».
    Allora come si può riuscire a cogliere quel pianoforte di cristallo che si sta frantumando dentro Elf? Per tutto il romanzo Yoli e la sua famiglia non la lasciano un attimo, provano a tirarle su il morale, fanno per lei progetti, le rendono meno dure le regole della clinica, ma Elf nemmeno li sta ad ascoltare perché forse ha già scelto.
    In maniera sorprendente I miei piccoli dispiaceri diluisce frustrazione e speranza, pianti e risate, dolore e ironia rendendolo uno di quei romanzi da portarsi dentro a lungo.
    Martina Pagano
    *La traduzione è a cura di chi scrive. Per l’originale si rimanda al link.
    I miei piccoli dispiaceri (All my puny sorrows)
    di Miriam Toews
    traduzione italiana di Maurizia Balmelli
    Marcos y Marcos 2015
    pp. 368
    € 18

     

  • 31Dic2015

    Paola Bisconti - Linkiesta.it

    I miei piccoli dispiaceri. Il male di vivere raccontato con ironia beffarda

     

    Chiedersi come riuscire ad accettare la fragilità della vita è un interrogativo che si insinua nella mente subito dopo aver letto “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Maurizia Balmelli. Bando ai sentimentalismi, non c’è posto per le smancerie e neppure per tristezze melanconiche. Quest’ultimo romanzo dell’autrice canadese è un exploit di gioia, una liberazione di ironia maestosa e dissacrante. Ne “I miei piccoli dispiaceri” la Toews compie una sorta di giustizia letteraria della vita delle sorelle Elfrieda e Yolandi Von Reisen attraverso una grazia letteraria insolita e ammaliante.

     

    Alle parole, accurate e preziose, è affidato il viaggio di due donne: “Lei voleva morire e io volevo che vivesse. Eravamo due nemiche che si amavano”. Così scrive Yoli, voce narrante del libro, che racconta come Elf, la bellissima sorella maggiore, la pianista acclamata in tutto il mondo, che con la sua musica offre momenti di un’intensità incredibile, la donna che fa innamorare perdutamente gli uomini di lei, la colta e raffinata Elf, così dannatamente intelligente, desideri morire. A lei non le importa della carriera e dell’imminente tournèe, Elf non intende più vivere.

    A distoglierla dal tentativo suicida c’è Yoli, la bizzarra sorella minore, che ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, scrive libri per ragazzi ambientati nel mondo del rodeo e spera in un successo che forse non arriverà mai. La gloria, invece, l’ha ricevuta la sorella Elf, la pianista, che però sembra non scalfirla. Quando erano fanciulle sognanti e abitavano a Winnipeg, nel Manitoba, in Canada, in una comunità mennonita, profondamente religiosa e ossessionata dall’idea del peccato che si insinua ovunque e che per questo voleva controllare la libertà individuale di ogni singolo abitante, il comportamento delle ragazze diverso, ribelle e un po’ anarchico attirava l’attenzione di molti suscitando chiacchiere e pettegolezzi. Perfino l’arrivo di un pianoforte nella famiglia Von Reisen ritenuto anch’esso dal resto della comunità, pericoloso e tentatore, diventava sinonimo di sacrilegio.

    Quando però Elf suonava accadeva una magia, ciò che era intorno a lei appariva così: “Gli uccelli smisero di cantare e in cucina le mosche cessarono di andare a sbattere contro le finestre. L’aria era immobile. Lei era al centro del mondo in corsa. Fu in quell’istante che Elf assunse il controllo della propria vita. Era il suo debutto di donna adulta, nonché, sebbene a quel tempo lo ignorassimo, il suo debutto di pianista mondialmente riconosciuta”.

    Yoli affronta l’incomprensibile con invidiabile determinazione, è una donna forte nonostante sembri essere sempre sul punto di arrendersi dinanzi alla forza travolgente di una malattia incurabile e invisibile. Yoli pensa e si interroga “e tutti i momenti apparentemente felici del suo passato, i sorrisi, le canzoni, gli abbracci sinceri e le risate e i pugni agitati per aria e i trionfi, erano solo deviazioni temporanee dal suo anelito innato alla liberazione e all’oblio?” e poi osservando Elf ripete a se stessa“Fiuto la paura e mi accorgo che proviene da me. È come se non avessi pelle a sufficienza, parti di me che dovrebbero essere coperte sono esposte. E indugiamo l’una nelle braccia dell’altra più a lungo del solito”.

    Si può imparare da un libro ad affrontare il male di vivere? Forse. In questo caso lo si può fare grazie anche ai personaggi che lo animano come la madre delle due sorelle, il padre, zia Tina, il marito di Elf, il suo agente, i nipoti. Tutti vorrebbero aiutare Elf riflettendo anche sull’eventualità di accompagnarla in Svizzera dove è possibile in maniera legale porre fine alla sua indomabile inquietudine. L’idea di offrire una morte dolce è certamente una soluzione estrema che il solo pensiero angoscia e turba, ma allora come fuggire al tormento dei giorni? Con la musica certamente e con la cultura, questa è la grande salvezza. Nel romanzo infatti appare un continuo echeggiare di rimandi letterari che ne arricchiscono le pagine.

    “I miei piccoli dispiaceri” ha vinto il premio per la narrativa straniera della prima edizione del Premio Sinbad degli editori indipendenti e nel 2014 è entrato nella lista dei migliori libri dell’anno di molti quotidiani americani. Questo romanzo ha la capacità di smuovere un dolore e trasformarlo in un’opportunità di riflessione sulla bellezza della vita e lo fa senza retorica, ma con l’innato desiderio di raccontare con gioia, una tristezza inconsolabile. D’altronde, scrive Yoli, “ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave”.

     

  • 30Dic2015

    Redazione - Sulromanzo.it

    Non è facile selezionare i migliori libri dell’anno, eppure anche per il 2015 noi di Sul Romanzo abbiamo pensato di provarci.

    I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, traduzione di Maurizia Balmelli, Marcos y Marcos

    È un romanzo difficile da dimenticare, perché osa parlare di morte, per di più suicidio, invece che fare finta che non esistano né l’una né l’altro.

    E tutto questo con una scrittura che passa con disinvoltura dall’allegria alla commozione, poi di nuovo all’allegria. Più o meno come capita a noi quando viviamo.

    (scelto da Antonella Sguicciarini)

     

  • 08Dic2015

    Annarita Briganti e Giusy Cascio - Donna Moderna

    A Natale fidati dei librai

    Storici e indipendenti. È a loro che abbiamo chiesto di scegliere le novità da regalare o regalarsi. Ecco 20 chicche: romanzi, saggi, fiabe o racconti per grandi e piccoli lettori.

    I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews (Marcos y Marcos)

    «Come si può convincere qualcuno ad amare la vita?» È la domanda di sottofondo di questo romanzo che il New York Times considera “irresistibile”.

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  • 25Nov2015

    Redazione - IlPost.it

    Di cosa parla “I miei piccoli dispiaceri”, che ha vinto il premio Sinbad

    Cioè quello delle case editrici indipendenti: il romanzo è una storia di sorelle, simile a quelle vere, scritta dalla canadese Miriam Toews

     

    Venerdì 20 novembre, il romanzo I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, ha vinto il premio per la narrativa straniera della prima edizione del Premio Sinbad degli editori indipendenti. Nel 2014 il romanzo – All my puny sorrows in inglese – è entrato nella lista dei migliori libri dell’anno di molti quotidiani americani, tra cui Washington Post, New Republic, Boston Globe e Daily Telegraph. La motivazione della giuria formata da Concita De Gregorio, Michela Murgia, Nicola Lagioia, Marco Missiroli e Simonetta Bitasi, inizia citando Anna Karenina: «Ci sono le famiglie felici, ma con quelle non ci si fa un romanzo».

    Miriam Toews è una scrittrice canadese, nata nel 1964 vicino a Winnipeg, nella provincia di Manitoba in una famiglia di culto mennonita, la maggiore tra le chiese anabattiste. In tutti i suoi libri, Miriam Toews racconta il modo in cui la libertà individuale è limitata e influenzata dalla comunità in cui si cresce. Toews ha scritto sei romanzi, cinque dei quali tradotti in italiano: il primo, Un complicato atto d’amore, A complicated kinderness, nel 2005 da Adelphi, tutti gli altri da Marcos y Marcos. Oltre alle opere di narrativa, Toews ha scritto anche Swing Low: A Life, la biografia di suo padre Melvin che il 13 maggio 1998 si suicidò buttandosi sotto un treno. Dodici anni più tardi, nella primavera 2000, a suicidarsi fu Marjorie, la sorella di Miriam, una brava pianista che aveva fatto concerti in Europa.

    I miei piccoli dispiaceri – tradotto da Maurizia Balmelli, il disegno di copertina è di Lorenzo Lanzi, il disegnatore delle copertine Marcos y Marcos – ha molte somiglianze con la realtà. Il romanzo racconta proprio il rapporto tra due sorelle, Elfrieda e Yolandi von Reisen. Esattamente come Marjorie, anche Elf è una pianista di talento che gira l’Europa per fare concerti. È sempre stata lei la più bella e dotata. È spiritosa, geniale e gli uomini per lei fanno pazzie. Yoli, invece, è un disastro, ha fatto figli con uomini diversi e combina sempre casini.

    Alla vigilia di un tour importante, però, Elf tenta il suicidio, per la seconda volta in vita sua. È lei la più fragile: nonostante la bellezza e il successo è terrorizzata dall’idea di avere dentro di sé un pianoforte di vetro che può andare in pezzi da un momento all’altro. Non vuole più vivere. Da quel momento, per Yoli, la sorella incasinata, salvare Elf, o almeno convincerla a vivere, diventa una missione, e questo anche se acconsente ad accompagnarla in una clinica Svizzera dove praticano l’eutanasia assistita. Tra loro c’è una specie di lotta che alterna momenti di pazzia, odio e amore, che rendono impossibile distinguere tra la forza e la fragilità, dove scene drammatiche e scene comiche si susseguono, perché le cose si mischiano sempre. La voce narrante del romanzo – che non ha scene madri e dialoghi diretti – è quella di Yoli: «E tu che cos’hai fatto di bello? ha chiesto. Oh, non saprei, ho detto io. Niente di che. Ho imparato a essere una buona perdente».

  • 23Ott2015

    Riccardo Staglianò - Presi nella rete - Stagliano.blogautore.repubblica.it

    Dolore, morte, amore tra sorelle, amore tra e con sconosciuti, solidarietà tra naufraghi della vita, come tutti. Straordinario libro, scoperto in ritardo: I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews. Frasi scelte:

     

    Ho chiuso gli occhi e cercato di pensare. Cos’è l’amore? In che modo la amo? Stringevo il volante come faceva mio padre, quasi avesse a rimorchio un pianeta appena scoperto, un pianeta in cui fossero custoditi i segreti dell’universo.

    E tu che cos’hai fatto di bello? ha chiesto. Oh, non saprei, ho detto io. Niente di che. Ho imparato a essere una buona perdente.

    Come ci si sente? A essere ufficialmente divorziate? ho chiesto. Ufficialmente divorziate, ha detto. Due parole orribili. Non dovrebbero neanche essere delle parole.

    Ero pronta a fare qualunque cosa volesse, ma solo se era assolutamente vero che non c’erano altre porte da trovare, da aprire o da buttare giù, perché se c’erano mi sarei spezzata tutte le ossa che avevo in corpo lanciandomi contro quella fottuta porta ripetutamente, senza sosta.

    Ha aperto il suo portatile per una partitina a Scarabeo in rete. L’ultimo suo compagno di gioco era un tizio dalla Francia che si era offerto di farle vedere una foto del proprio pene. Lei gli aveva risposto No, merci. Non ha delle foto di Parigi?

    Sfrecciava su e giù lungo il marciapiede e lei rideva e ballonzolava e a un certo punto ha perso un’infradito e siamo dovuti tornare sui nostri passi al buio, il che suppongo sia il senso della vita.

  • 22Ott2015

    Ludovico Fontana - Il Corriere del Mezzogiorno

    Masini, Pincio e Vendemiale; Chalandon, Ernaux e Toews. Sono stati annunciati ieri a Roma i sei finalisti della prima edizione di “Sinbad – Premio internazionale degli editori indipendenti città di Bari”, che si terrà nel capoluogo pugliese il 20 e 21 novembre al teatro Margherita.

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  • 06Ott2015

    Antonella Squicciarini - SulRomanzo.it

    Elf scrive sui muri di casa il suo piccolo grido di dolore: IMPD. Miriam Toews scioglie la sigla nel titolo, I miei piccoli dispiaceri, e con il suo racconto prova a diluire una storia di tristezza terribile e per molti versi incomprensibile.

     

    La soluzione stilistica che sceglie l’autrice passa per un composto difficile da ottenere: dosare bene i momenti di disperazione con le frasi spiritose, lasciando che a impersonarle siano personaggi spontaneamente e involontariamente comici. Di questi sprazzi successivi è fatta la narrazione: rapida, vivace.
    I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos, con un’altra delicatissima copertina firmata Lorenzo Lanzi, e la traduzione di Maurizia Balmelli), infatti, è una chiacchierata dolce, di affetto e intimità: privata come possono esserlo solo le conversazioni tra sorelle.
    Elf è bellissima, suona il piano incantando le folle di tutto il mondo, ma si porta dentro una tristezza profonda, che fa piangere chi la ascolta. Yoli è la sorella minore, che scrive libri strampalati sul Rodeo, ha due figli ma non ancora una storia fissa ed è un po’ bizzarra. Ma è quella più forte, e tocca a lei fare tutto il possibile per salvare Elf.
    Fare tutto il possibile per salvare Elf è una frase che va letta nel senso più ampio dell’espressione, quando di mezzo c’è una sorella che vuole morire perché vivere le costa troppa fatica, quando in passato ci sono stati svariati tentativi di suicidio e una sofferenza che, di per sé, non ha senso.
    L’autrice, comunque, non pone la questione al centro di una discussione etica: non pontifica. L’etica viene da sé, segue le parole di Elf e Yoli, i loro gesti, la loro stessa crescita all’interno di una famiglia mennonita strampalata. Sono sempre state persone strane rispetto alla comunità di cui fanno parte, e per questo tenute a distanza, sorvegliate a vista, soprattutto quando Elf decide di studiare pianoforte scandalizzando gli “anziani” mennoniti. È però una famiglia forte, con dei genitori teneri che accettano le fragilità delle figlie, le accolgono, le fanno proprie: basta stringersi ancora un po’, anche nei momenti di dolore, e cantare un inno allegro.
    E basta parlare, ancora e soprattutto: «Parlando a me parla a se stessa». Come se soltanto così ci si possa scrollare di dosso quella «solitudine viscerale» che si posa sulla mente di una persona.

    La stessa struttura ha un assetto dialogante: non c’è il tema del suicidio strutturalmente al centro (che succeda o no, vi assicuro che non cambierebbe niente del romanzo), non ci sono urla, non c’è un apice di dolore, dopodiché la storia si smonta. No, perché c’è ancora da parlare dopo, da raccontare, finanche da ridere. Ci sono ancora i pranzi con le amiche e il Natale in famiglia, e tante cose da capire e ricostruire.
    Il gesto in sé di togliersi la vita non viene certo compreso, ma in qualche modo viene accettato, quasi come necessario alla vita stessa. La potenza dei Miei piccoli dispiaceri, del resto, è proprio l’incertezza di sentimenti, uno spaesamento di chi – io credo – difenda a ogni costo e senza se e senza ma la Vita. Leggi di una persona che sta male (nella testa, in un modo non-fisico e per questo difficile da vedere e da comprendere), e che desidera morire. Glielo vorresti impedire a ogni costo, perché non è giusto, se è una persona bellissima, sana e bravissima, non è giusto. Ma poi, leggendo, ti nasce un pensiero sotterraneo, inconsapevole e a cui non vuoi quasi dare voce: perché non è giusto? Chi sei tu per dire che non è giusto?
    La Toews si fa queste domande in tono sommesso, non è una voce narrante giudicante.
    E nonostante la delicatezza dell’argomento (e sui temi caldi l’editore milanese conferma la propria sensibilità), o forse proprio per questo, viene rincarata la dose di ironia – non è ottimismo, non c’è nemmeno un filo di ottimismo in tutto il libro. Ma si ride tanto.
    Credo che la combinazione giusta del romanzo, ciò che lo rende in qualche modo speciale, è proprio l’andare e venire continuamente dalla tristezza senza scampo alla via di fuga improvvisa, inattesa, e per questo straordinaria, del sorriso. Questo, insomma, l’esercizio di stile della Toews in I miei piccoli dispiaceri. Come fare delle scale al pianoforte.

  • 15Set2015

    Fabrizio Quadranti - Cooperazione

    Ma come si può scrivere di un argomento durissimo, il suicidio di una sorella, con tanta pesante leggerezza? Facendo anche sorridere, lasciando il lettore aggrovigliato in una ragnatela di contrastanti emozioni. E non si tratta di humor nero, e neanche d superficialità (la tragedia è autobiografica). Come si fa? Leggete I miei piccoli dispiaceri (anche il titolo è un programma) della scrittrice canadese Miriam Toews, magistralmente tradotta dalla”nostra” Maurizia Balmelli.

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  • 02Set2015

    Mr. Ink - Diariodiunadipendenza.blogspot.it

    “Allora Elf mi dice che dentro di sè ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettersi che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata. Ma più di tutto la terrorizza l’idea che si possa rompere dentro di lei.”

    Scoprire con insolito ritardo un romanzo già arrivato in libreria. Volerlo tanto, dopo non averlo notato all’inizio.

    Strano, con quella copertina con gli uccelli esotici appostati su un pentagramma come sui fili telefonici; con un editore alle spalle di cui raramente perdo le pubblicazioni e il piacere di sfogliarne la brossura inimitabile; con un’autrice che conoscevo per sentito dire – protagonista di un lungometraggio applaudito a Cannes, scrittrice di romanzi accolti all’unisono con lo stesso calore – qui alle prese con gli scherzi della memoria e la rievocazione di una perdita autentica. Una sorella morta suicida. C’è chi compone elogi funebri e brevi epitaffi, per commemorare il defunto. C’è chi si affida agli analisti per superare la tristezza e il senso di vuoto bestiale. Ma se sei uno scrittore bravo, coraggioso, senza regole, se sei come Miriam Toews, i tuoi morti hanno diritto a una seconda vita – e a una seconda morte? – in un romanzo un po’ (tanto) autobiografico. Miriam diventa Yoli, autrice di mezza età dalla vita sentimentale disastrosa. Due figli adolescenti avuti da uomini diversi, amanti occasionali in notti senza un seguito, amici accasati che ragionano per citazioni colte stappando bottiglie di vino a profusione, una famiglia di sole donne nonostante una società di stampo patriarcale, da quando il padre si buttò sotto un treno in transito. E poi c’è Elf, un’altra Marjorie. Bellissima, talentuosa, ricca, amata. Il marito dei sogni e un lavoro da pianista per cui arrivano sempre ingaggi, bounquet raffinati, collaboratori preziosi. Elf – la sorella maggiore che già da bambina faceva la rivoluzione – che ha questa strana fissa di farla finita. Vuole morire, e ci ha provato e riprovato. Ma quando hai familiari che ti danno mille attenzioni, una sorella super protettiva, infermiere un po’ mamme nei paraggi, di uccidersi – dal lasciarsi morire di fame al taglio classico delle vene – non se ne parla.

    Ma quando hai quello che ha Elf, poi, perché desiderare la morte? I miei piccoli dispiaceri è una storia parzialmente vera di grandi, immensi dolori. Sull’amore più profondo, il senso segreto della vita, un male difficile da mettere a fuoco. Purtroppo si legge con attenzione altalenante: amare in una prima parte deliziosamente tragicomica, tollerare appena in una seconda metà superflua. Il romanzo ha un’ironia dissacrante che non ci si aspetta e pensieri fiume. Nella corrente, si perdono virgolette e voci, all’insegna di un utilizzo continuo del discorso diretto libero. Rendendo la lettura straordinariamente intensa ma poco agevole. Capitoli lunghi e un’assenza di dialoghi che pesa, elementi base di uno stile particolarissimo che o si ama o si odia. Inoltre, nonostante tra le pagine abbia trovato la descrizione forse più veritiera e dura del dolore, un dolore intimo esternato nell’immediatezza di uno sfogo scritto, qualcosa si perde a causa di personaggi sui generis e situazioni a me poco familiari. L’infanzia delle due sorelle, così come quella dell’autrice, trascorsa infatti nelle cerchie di una comunità mennonita in Canada. Un’esistenza girovaga nei primi anni di vita, tra le imposizioni maschiliste di un gruppo culturale normativo e gli stimoli di genitori pazienti e sempre con il naso in un libro.

    Lo stile nuovo distrarrà pure, ma I miei piccoli dispiaceri al solo pensiero mi commuove. E, nel mezzo, ha scene da leggere e rileggere, sui personaggi stretti attorno al capezzale della musicista con un pianoforte di vetro nel petto, l’estenunante lotta contro i medici, la guerra civile contro sé stessi. Il pensiero vago di regalarle un viaggio in Svizzera e l’eutanasia: una morte dolce. Soluzione estrema a cui si è favorevoli, solitamente, quando c’è di mezzo una malattia incurabile. E se la malattia incurabile c’è, ma è invisibile e radicata, non diagnosticabile, che ne è dell’opinione pubblica e degli interrogativi etici? Magari con qualche pagina in meno però. Magari con qualche poesia in meno. Il primo romanzo della Toews che leggo fa parte di quei titoli che consiglierò volentieri, ma che purtroppo non mi sono piaciuti quanto mi sarei aspettato. Come Piccola Dea, qualche mese fa, con le sue donne irrisolte e i pensieri densi. Yoli e Elf sono vere, in carne e ossa, ma chissà perché spesso le ho immaginate a cartoni. Più che alla Custode di mia sorella, strano io e un po’ strano questo libro, ho pensato a Frozen. Ad Anna che, con qualche aiutante coraggioso, tentava di portare indietro Elsa dal suo regno di ghiaccio perenne. Gelido e impraticabile come i confini del mal di vivere. Lì si cantava Let it go. Coniughiamolo, trasformiamolo.
    Lasciati andare, e soprattutto lasciala andare.
    Un saluto a chi è andato via. E un abbraccio forte forte a chi è rimasto.

    Il mio voto: ★★★

    Il mio consiglio musicale: Birdy – People Help The People

     

  • 05Ago2015

    Paola Babich - Intimità

    Elf e Yoli. Due sorelle, due caratteri e due stili diversi. Una è pianista e concertista di fama, geniale, l’altra è un po’ squilibrata, estroversa, forte. Elf vuole morire, e Yoli vuole impedirglielo e aiutarla.

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  • 31Lug2015

    Elisabetta Bolondi - SoloLibri.net

    Avevo già letto un libro della canadese Miriam Toews, scrittrice ormai ampiamente affermata che in quest’ultimo romanzo, sulla cui copertina l’editore ha proposto un pentagramma con uccellini colorati al posto delle note, racconta la storia di Elfrieda, grande pianista, musicista raffinata, sensibile intellettuale, fortemente intenzionata a concludere la sua vita, tanta è la sofferenza che questa le comporta, malgrado l’amore per il compagno Nic, per la sorella Yolandi, la narratrice della storia, per i due figli di lei, Will e Nora, per il suo impresario italiano, Claudio, per la madre e soprattutto per la musica.

    Le due sorelle vengono da una famiglia di mennoniti, una comunità fortemente integralista di Winnipeg, dove passano la loro prima giovinezza. Elfrieda, Elf, è un’anticonformista ostile alle regole della comunità di provenienza e la famiglia asseconda la sua passione per la musica e per il pianoforte malgrado la forte ostilità che questo strumento del demonio suscita nel gruppo degli anziani. Elfrieda incurante delle critiche studia, si perfeziona, va in Europa, si innamora dell’Italia dove giovanissima incontra un agente che intuendone la genialità non la abbandonerà seguendola lungo la portentosa carriera di pianista. Yolandi la “Svitata”, come la chiama la sorella, fa un percorso molto più irregolare, fa due figli con due diversi uomini, da ambedue si separa, vive a Toronto, ha come migliore amica Julie, una portalettere povera e svitata quanto lei, parla spesso al telefono o manda messaggi ai suoi due figli, fin quando deve correre al capezzale della celebre sorella che ha tentato il suicidio. La morte è in agguato in quella famiglia: già il loro padre aveva concluso precocemente la vita gettandosi sotto un treno, così come aveva fatto la cugina Leni. Ora Elf è convinta di voler morire e chiede alla sorella di aiutarla a compiere il gesto definitivo, magari andando a Zurigo, dove è legale l’eutanasia, o in Messico, dove è facile procurarsi farmaci letali. In tutta la seconda parte del romanzo Yolandi si interroga sulla decisione da prendere: assecondare la sorella o fare di tutto per salvarle la vita? 
Su un tema così attuale e drammatico Yolandi cerca risposte ricorrendo spesso all’ironia, alla risata sdrammatizzante, mentre la morte comunque incombe sulla famiglia: la zia Tina, dinamica sorella della madre, venuta a Winnipeg per dare sostegno, morirà imprevedibilmente in seguito ad un infarto.
    Tra cremazioni e camere ardenti, addentando panini e bevendo vino rosso, tra una visita all’ospedale e rapporti occasionali con uomini incontrati dopo anni, Yolandi affronta i temi cruciali dell’esistenza: rapporti familiari con genitori, sorella, figli, ex amanti, cognato, cugine, accettando la vita nella quale nutre una grande fiducia. Nel libro ci sono le indicazioni di lettura che le due sorelle si scambiano: L’amante di Lady Chatterley, una lezione di vita che Elf vuole comunicare alla sorella minore, e poi Thomas Bernhard, Pessoa, Pavese, Hemingway, Virginia Woolf, Kerouac. 
I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews rimanda a poeti, a cantanti, a viaggi, a riflessioni sulla quotidianità ma anche sui grandi temi filosofici che governano le ragioni del vivere e del morire, della felicità e del pessimismo, dell’arte che salva e della musica che non riesce a farlo.
Un romanzo che è come un fiume impetuoso nel quale nuotare, annaspare, riposare, tentare di uscirne vivi.
Meraviglioso il personaggio della madre delle due protagoniste, che campeggia nella parte finale del romanzo e lo colora con i suoi abiti sgargianti e fuori moda, con i suoi gialli di Raymond Chandler, con la sua estrema vitalità che tuttavia la spedisce almeno una volta all’altra al pronto soccorso, dove subito fa amicizia con tutti: l’altro estremo di Elfrieda, mentre in mezzo Yolandi scrive le sue amare riflessioni partendo da una lettera che Elf le aveva scritto:
    “Le ho chiesto come si fa quando il pane non è pane e mi ha detto che delle volte nella vita va così, che il pane non è pane, e bisogna accettarlo… Mi ha detto che il cervello è fatto per farci dimenticare delle cose e continuare a vivere, che i ricordi sono destinati a sbiadire e dissolversi…”

  • 31Lug2015

    Livia Manera - Corriere della Sera

    Tenero e tragicomico, “I miei piccoli dispiaceri” racconta i destini incrociati di Elf e Yoli. Un universo al femminile in cui la scrittrice canadese fa convivere allegria, disperazione e molti elementi autobiografici

    E possibile scrivere un libro sul suicidio e intanto brindare alla vita fino all’ultima stilla?

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  • 17Lug2015

    Sara Scarafia - Il venerdì

    Un libro che parla d’amore e delle sue contraddizioni: si può amare qualcuno a tal punto da aiutarlo a lasciarci?
    “Soffro da quarant’anni” le aveva confessato Marjorie: “aiutami a morire”.

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  • 11Lug2015

    Elena Stancanelli - D la Repubblica

    «Il mio fidanzato Samuel Coleridge», dice Elfrieda. E con lo spray scrive IMPD, acronimo de I Miei Piccoli Dispiaceri, sui luoghi caratteristici del suo paese: East Village.

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  • 05Lug2015

    Luca Marangolo - Fanpage.it

    “I miei piccoli dispiaceri”: Miriam Toews e la potenza di un legame fra due sorelle

    L’ultimo romanzo dell’acclamata scrittrice Miriam Toews racconta di due sorelle che si ritrovano spiritualmente e affronta il complesso tema della morte assistita. Il libro è stato elogiato per la sua complessità stilistica, poiché unisce forza e ricchezza emotiva addirittura a punte di ironia straniente. Abbiamo incontrato la Toews alle “Conversazioni” di Capri, tenute da Antonio Monda, che quest’anno hanno per tema addirittura la “Rivoluzione”.

    “To her I pour’d forth all my puny sorrows;/ (As a sick patient in a nurse’s arms,)/ And of the heart those hidden maladies ­/ That e’en from friendship’s eye will shrink ashamed.”

    Questi sono i versi famosissimi di To a Friend di S. T. Coleridge da cui trae il titolo l’ultimo libro  di Miriam Toews,  I miei piccoli dispiaceri, edito in Italia da Marcos y Marcos. Secondo un felice procedimento retorico per cui una citazione diviene più densa e ricca quando richiama ciò che è al di fuori del suo testo, forse i versi più importanti per capire il titolo sono quelli che ne completano il periodo, che potremmo tradurre così:  “in lei ho profuso tutti i miei piccoli dispiaceri /(come un paziente che soffre fra le braccia di un’infermiera)/ e tutte quelle malattie nascoste del cuore/ che si sottrarrebbero persino agli occhi dell’amicizia, per timidezza”.

    Infatti questo romanzo, che sembra essere paradigmatico della poetica complessa di Miriam Toews parla della vicinanza- o meglio- dell’intimità di due sorelle, come tutte le sorelle diversissime fra di loro; un’intimità dunque inattesa e inaspettata eppure ritrovata a causa di uno dei diritti più moralmente complessi e compromessi: il diritto di morire.

    E mentre il diritto a morire torna alla ribalta delle cronache, va rimarcato che I miei piccoli dispiaceri, storia di una donna che aiuta la sorella a morire, è in realtà soprattutto un’indagine sulla intimità e sul senso di familiarità ritrovato dalle due sorelle di cui narra.

    Miriam Toews è un’autrice di grande respiro sia per pensiero che per capacità letteraria, in grado, secondo i suoi critici più entusiasti, di fondere lirismo, sarcasmo, ironia e addirittura grottesco in storie, come questa, dotate di sincera e potente vibrazione drammatica.

    Il tema del suicidio le è caro perché ha attraversato tragicamente la sua famiglia, a partire da quando suo padre, membro di spicco di una piccola comunità canadese anabattista, si tolse la vita dopo la fuga della stessa Toews da Steinbach, questo il nome della cittadina. tale esperienza terribile è descritta in altro successo, dal titolo Swing: low,  che intreccia molti nodi profondi della sua poetica, non solo la morte e la volontà di porre fine alla vita, ma anche il fanatismo religioso e poi le relazioni familiari, che sono al centro praticamente di tutti i suoi lavori.

    E almeno in un paio di questi libri di fiction, in oltre, si soffermano sul carico simbolico e retorico che porta con sé il conflitto padre-figlia, Mi chiamo Irma Voth e Un complicato atto d’amore, in cui l’autrice sviscera la dinamica emotivamente complessa che porta a ribellarsi alle credenze del proprio genitori, acquisendo catarticamente un nuovo sguardo sulla propria persona e sullo spessore, sulla consistenza dei valori, religiosi o laici, proposti dal mondo in cui veniamo alla luce.

    La Toews è quindi un’autrice capace di scrivere libri che avvicinano le persone, che  schiudono il loro mondo emotivo al di sotto dei rapporti sociali e dei rapporti di forza siano essi culturali o familiari,  un disincanto e una voglia di indipendenza culturale e emotiva si affiancano alla capacità di descrivere le relazioni con uno slancio emotivo mai patetico perché complesso.

    L’abbiamo intervistata in occasione del festival organizzato da Antonio Monda Le Conversazioni, il cui tema titolava, quest’anno,  Revolution.  Miriam Toews è un’autrice che declina tale tema, la rivoluzione, nel modo più pregnante, essendo i suoi romanzi tutti incentrati sul mutamento, ovvero sulla rottura di equilibri psicologici e relazionali. E sulla necessità di tale rottura per comprendere in modo più profondo l’universo immobile che i suoi eroi e le sue eroine sono in grado di mettere in discussione, anche attraverso lo sguardo partecipe, la forza emotiva e la penna della loro creatrice.

  • 05Lug2015

    Redazione - Il Sole 24 Ore

    Parola di libraio.

    I più venduti:

    1) I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews.

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  • 30Giu2015

    Redazione - La Repubblica di Palermo

    La sua prima volta a Palermo ha rinfocolato il grande amore per l’Italia “così varia e così bella” che ha girato in lungo e in largo.Italia tanto amata anche da Elfrieda, l’intensa protagonista de “I miei piccoli dispiaceri”,il libro attraverso il quale Miriam Toews ha raccontato il difficile distacco dalla sorella Marjorie.

    Quanto amore ci vuole per accettare che le persone che amiamo non ci appartengono?Quanto per accettare che possano trovare insostenibile vivere al punto da chiederci di aiutarle a farla finita?”I miei piccoli dispiaceri”,pubblicato da Marcos Y Marcos,parla di suicidio assistito.Ma parla soprattutto d’amore, l’amore di una sorella,  Yoli, che tenta disperatamente di tenere attaccata alla vita la sua cara Elf. Il libro parla di legami, di madri, figlie, sorelle .Parla di mariti, di relazioni sbagliate, di incomprensioni, di piccoli dispiaceri. Parla del coraggio che ci vuole per arrendersi, ma anche di quello che serve per andare  avanti un passo dopo l’altro.Parla di abbracci, anche di quelli che non ci aspettiamo “perché l abbraccio forte e stretto di un estraneo é qualcosa di potente”. Oggi alle 18,30 la scrittrice canadese Miriam Toews sará alla libreria Modusvivendi di via Quintino Sella 79 per parlare del libro, di letteratura e di vita insieme con la sua traduttrice Maurizia Balmelli (ha tradotto tra li altri Martin Amis, Emanuell Carrére, Corman MCcharty)  e con il responsabile vendite della libreria Fabrizio Piazza.La Toews  per Marcos Y Marcos ha pubblicato “In fuga con la zia”,”Mi chiamo Irma Voth” e “Un tipo a posto” . Con  “Un complicato atto d’amore” è stata tradotta in quattordici lingue.”I miei piccoli dispiaceri”, pubblicato nel 2014,è considerato il suo capolavoro e ha già vinto numerosi premi sia negli Stati Uniti sia in Canada.(testo di Sara Scarafia, foto di Mike Palazzotto)

  • 29Giu2015

    Marilia Piccone - Wuz.it

    Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.
    Forse è vero che uno scrittore scrive sempre di sé. 
Forse la grandezza di uno scrittore sta proprio in questo, nello scrivere sempre di sé mentre in apparenza scrive d’altro, riuscendo ad allargare la propria esperienza personale, trasformandola in qualcosa di universale. 
Dieci anni fa avevo letto, restandone molto colpita, Un complicato atto d’amore, di Miriam Toews.

    Avevo appreso della comunità mennonita a cui il suo fondatore, l’olandese Menno Simons, aveva dato regole severissime nel lontano 1540. E tuttavia le stesse regole che hanno qualcosa di implacabile sono tuttora valide ai nostri giorni nella cittadina di East Village, nel Manitoba, in Canada, dove vive la famiglia von Riesen, per molti versi simile alla famiglia Nickels del primo romanzo di Miriam Toews. Padre, madre, due sorelle. Un padre ossequioso alle leggi, una madre con una straordinaria energia vitale, una sorella maggiore decisamente ribelle e infine lei, la sorellina di sei anni più giovane, voce narrante di I miei piccoli dispiaceri.
    Quella che Yolandi, alter ego di Mriam Toews, racconta, è una storia autobiografica. È la storia del viaggio verso la morte della sorella Elfrieda. Una morte cercata, voluta, desiderata, implorata. È una storia tristissima. Potrebbe essere solo una storia tristissima se non fosse che il piatto della bilancia della disperazione è equilibrato da quello traboccante del brio, dell’umorismo e della forza positiva di Yolandi. Elfrieda è in ospedale. Una volta, due volte. Non c’è il due senza il tre. Si riesce veramente a impedire a qualcuno di suicidarsi, se proprio vuole? Elfrieda aveva chiesto aiuto alla sorella, unita a lei da un legame fortissimo, perché la aiutasse aricorrere alla morte assistita. E Yolandi prende in considerazione la possibilità, in pagine che oscillano tra il macabro e il comico, mentre si informa su Google dei costi in Svizzera, oppure in Messico dove, però, bisogna addentrarsi in quartieri pericolosi (pericolosi per chi? per chi sarebbe felice in ogni caso di morire in qualsiasi maniera?) per procurarsi i medicinali letali, chiedendo nello stesso tempo a un amico avvocato se lei, Yolandi, corresse il rischio di essere incriminata per averla aiutata. E poi, ha senso sorvegliare a vista una persona se c’è forse un gene ereditario che spinge al suicidio? nella loro famiglia si erano suicidati il padre, una cugina…
    Si parla tanto di morte, cercata, arrivata per caso a chi non se l’aspettava (una zia venuta ad aiutare la madre), e tuttavia, parallelamente, si esalta la vita. È difficile far combaciare le due figure di Elfrieda, quella ormai trasparente nel letto di ospedale e quella dagli occhi verdi, il sorriso smagliante e i capelli al vento che aveva suonato Rachmaninov sfidando gli anziani della comunità che erano venuti per opporsi alla sua musica (peccaminosa) e alla sua iscrizione all’università (il posto delle donne è a casa, a fare figli), Elfrieda iconoclasta che lascia la sua firma in rosso sui muri, Elfrieda grande pianista capace di commuovere le folle, Elfrieda che aveva tutto, proprio tutto, anche un marito che la adora e un agente che arriva dall’Italia con un enorme fascio di fiori, Elfrieda maestra di vita della sorellina che è il suo opposto, casinista, squinternata, due figli da due diversi mariti, un divorzio in corso, un romanzo iniziato, senza capo né coda, che si porta dietro in un sacchetto del supermercato.
    Eppure, tutto l’amore, del marito, della sorella, della madre (personaggio straordinario nella sua stravagante ingenuità e purezza di cuore), non è sufficiente per ancorare Elfrieda.
Fortemente drammatico e teneramente buffo, spruzzato di riferimenti letterari (il titolo è una citazione di Coleridge, uno dei ‘fidanzati letterari’ di Elfrieda di cui Yolandi è gelosa), I miei piccoli dispiaceri è opera di una scrittrice che sa costruire un mondo su ogni frammento di ricordo.

  • 26Giu2015

    Stefania Vitulli - Il Giornale

    Quando Un complicato atto d’amore di Miriam Toews venne pubblicato da Adelphi, dieci anni fa, si assistette a un passaparola inarrestabile. Il romanzo, già bestseller in Canada, dava voce alla sedicenne Nomi Nickel e alla quotidianità di East Village, presso la “sottosetta più sfigata del mondo”.

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  • 24Giu2015

    Annarita Briganti - Donna Moderna

    A Capri arriva la canadese Miriam Toews, che firma I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos), “un genio che mescola lacrime e risate” secondo il Washington Post.

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  • 22Giu2015

    Daniela Origlia - CultWeek.com

    Per presentare I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, la casa editrice ha organizzato un reading di qualche pagina e un concerto per piano di Mozart, la passione di Elfrida, protagonista del romanzo.
    Idea calzante perché il precipitare delle vicende assomiglia alla vita di Amadeus: un debutto gioioso, facile, irresistibile, e un’inarrestabile epilogo drammatico colRequiem prima della morte.

    Calzante anche perché l’intera storia è come accompagnata e guidata da una colonna sonora segreta della rivoluzione segreta di Elf, che abbandona la famiglia e la bigotta comunità mennonita in cui è cresciuta, per studiare musica al conservatorio di Toronto.
    «Elf suonava più forte, poi più piano, poi di nuovo forte. Gli uccelli smisero i cantare e in cucina le mosche cessarono di sbatter contro le finestre. L’aria era immobile. Lei era al centro del mondo in corsa. Fu in quell’istante che Elf assunse il controllo della propria vita».
    Diventa un prodigio, tutti i teatri se la contendono, tutti gli uomini si innamorano di lei. È bellissima, felice, si sposa con un uomo che l’adora, ma tutta quella tensione artistica, quell’aspirazione alla perfezione la consuma.È come se dentro di lei si nascondesse un pianoforte di cristallo, che le preme contro, che rischia di infrangersi. Tenta più volte il suicidio. Scrive alla sorella Yoli su carta rosa e pennarelli colorati «lettere lunghe e spassose sulla morte, sul coraggio, su Virginia Woolf e Sylvia Plath», non può sottrarsi al loro destino.
    È Yoli, l’io narrante del romanzo, l’unica che riesce a comunicare con lei e aiutarla.
    Nel reading l’abbiamo incontrata da piccola che faceva la voltapagina per Elfie. «Dovevo appena appena precederla nella lettura e, quando voltavo la pagina, muovermi come un serpente in modo da evitare il minimo fruscio… Dovevo ricominciare finché non era soddisfatta… Mi piaceva l’idea di anticiparla in qualcosa».
    È un paradosso che sia Yoli ad assistere la sorella: la sua vita è un disastro, senza arte né parte, due figli da due uomini diversi, «una specie di esperimento sociale. Scherzo. Una specie di fallimento sociale». Scopa a destra e a manca, è sempre vissuta succube e nell’ombra del genio di Elf, o così crede, e crediamo noi.
    Mentre l’assiste nella camera d’ospedale, Elf svela la sua verità, ribaltando quello che sembrava scontato.
    Assistiamo a un lungo duello di parole, carezze, umorismo nero e pura comicità di cui è fatto il rapporto tra sorelle.

  • 19Giu2015

    Roberta Scorranese - Sette

    Tra promozioni, premi e passaparola in rete parte la folle caccia al prossimo bestseller da leggere in spiaggia anche solo fino a metà

    Zurro, da Cagliari, non ha dubbi: “Uno dei libri dell’estate sarà I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews, di Marcos y Marcos”.

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  • 14Giu2015

    Elisabetta Rasy - Il Sole 24 Ore

    Due donne, due sorelle che hanno una quarantina d’anni di complicità alle spalle. Una è un’affermata pianista ammirata in tutto il mondo, con un marito innamorato e devoto, una bella casa e un buon conto in banca; l’altra è una scrittrice di scarso successo e saltuaria ispirazione, con due figli avuti da due uomini diversi entrambi latitanti e un ménage familiare pericolante da tutti i punti di vista, compresi quello finanziario e quello amoroso.

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  • 01Giu2015

    Redazione - Ibs.it

    Elf è sempre stata la più bella. Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere; le capitali del mondo la ricoprono allegramente di dollari per farle suonare il pianoforte e gli uomini si innamorano perdutamente di lei. Yoli è la sorella squinternata. Ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata. E cos’è adesso questa storia che Elf vuole morire? Proprio in questo momento, poi, a due settimane da un’importantissima tournée.

    “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?” Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell’ospedale, cammina lungo il fiume tumultuoso del disgelo, non sa più che pesci pigliare. Cospira con la madre, con zia Tina, con il tenero marito scienziato di Elf, con Claudio, il suo agente italiano, e tra cene alcoliche, sms di figli ed ex mariti, sorrisi e ultime frontiere del pianto, lottano tutti per convincere Elf a restare. E in questo lungo duello di parole, carezze, umorismo nero si celebra la grazia e l’energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.
    Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
    Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
    Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.

    Forse è vero che uno scrittore scrive sempre di sé. Forse la grandezza di uno scrittore sta proprio in questo, nello scrivere sempre di sé mentre in apparenza scrive d’altro, riuscendo ad allargare la propria esperienza personale, trasformandola in qualcosa di universale. Dieci anni fa avevo letto, restandone molto colpita, “Un complicato atto d’amore”, di Miriam Toews. Avevo appreso della comunità mennonita a cui il suo fondatore, l’olandese Menno Simons, aveva dato regole severissime nel lontano 1540. E tuttavia le stesse regole che hanno qualcosa di implacabile sono tuttora valide ai nostri giorni nella cittadina di East Village, nel Manitoba, in Canada, dove vive la famiglia von Riesen, per molti versi simile alla famiglia Nickels del primo romanzo di Miriam Toews. Padre, madre, due sorelle. Un padre ossequioso alle leggi, una madre con una straordinaria energia vitale, una sorella maggiore decisamente ribelle e infine lei, la sorellina di sei anni più giovane, voce narrante di “I miei piccoli dispiaceri”.
    Quella che Yolandi, alter ego di Mriam Toews, racconta, è una storia autobiografica. E’ la storia del viaggio verso la morte della sorella Elfrieda. Una morte cercata, voluta, desiderata, implorata. E’ una storia tristissima. Potrebbe essere solo una storia tristissima se non fosse che il piatto della bilancia della disperazione è equilibrato da quello traboccante del brio, dell’umorismo e della forza positiva di Yolandi. Elfrieda è in ospedale. Una volta, due volte. Non c’è il due senza il tre. Si riesce veramente ad impedire a qualcuno di suicidarsi, se proprio vuole? Elfrieda aveva chiesto aiuto alla sorella, unita a lei da un legame fortissimo, perché la aiutasse a ricorrere alla morte assistita. E Yolandi prende in considerazione la possibilità in pagine che oscillano tra il macabro e il comico mentre si informa su google dei costi in Svizzera, oppure in Messico dove, però, bisogna addentrarsi in quartieri pericolosi (pericolosi per chi? per chi sarebbe felice in ogni caso di morire in qualsiasi maniera?) per procurarsi i medicinali letali, chiedendo nello stesso tempo ad un amico avvocato se lei, Yolandi, corresse il rischio di essere incriminata per averla aiutata. E poi, ha senso sorvegliare a vista una persona se c’è forse un gene ereditario che spinge al suicidio? nella loro famiglia si erano suicidati il padre, una cugina…
    Si parla tanto di morte, cercata, arrivata per caso a chi non se l’aspettava (una zia venuta ad aiutare la madre), e tuttavia, parallelamente, si esalta la vita. E’ difficile far combaciare le due figure di Elfrieda, quella ormai trasparente nel letto di ospedale e quella dagli occhi verdi, il sorriso smagliante e i capelli al vento che aveva suonato Rachmaninov sfidando gli anziani della comunità che erano venuti per opporsi alla sua musica (peccaminosa) e alla sua iscrizione all’università (il posto delle donne è a casa, a fare figli), Elfrieda iconoclasta che lascia la sua firma in rosso sui muri, Elfrieda grande pianista capace di commuovere le folle, Elfrieda che aveva tutto, proprio tutto, anche un marito che la adora e un agente che arriva dall’Italia con un enorme fascio di fiori, Elfrieda maestra di vita della sorellina che è il suo opposto, casinista, squinternata, due figli da due diversi mariti, un divorzio in corso, un romanzo iniziato, senza capo né coda, che si porta dietro in un sacchetto del supermercato. Eppure, tutto l’amore, del marito, della sorella, della madre (personaggio straordinario nella sua stravagante ingenuità e purezza di cuore), non è sufficiente per ancorare Elfrieda.
    Fortemente drammatico e teneramente buffo, spruzzato di riferimenti letterari (il titolo è una citazione di Coleridge, uno dei ‘fidanzati letterari’ di Elfrieda di cui Yolandi è gelosa), “I miei piccoli dispiaceri” è opera di una scrittrice che sa costruire un mondo su ogni frammento di ricordo.

  • 28Mag2015

    Fabiana Sargentini - Il Manifesto

    Carne, sangue e anima. Ma è poco hi-tech…
    FemmineFolli. Siamo commessi, esageratamente connessi persi dietro smarthphone, Iphone. Emozioni fittizie…

    Quando ero pic­cola io si trat­tava soprat­tutto di «spiz­zarsi» per la strada, era fon­da­men­tale il con­tatto visivo, da cui si sta­bi­liva o meno l’interesse tra le per­sone, tra ragazzi. Ora mi trovo a cam­mi­nare per la strada, fra la gente, e mi accorgo che il 70% di que­ste per­sone che mi cam­mi­nano intorno, è preso da que­sti male­detti oggetti tec­no­lo­gici che tiene nelle mani come un pre­zioso tesoro. Aiuto. Ho paura. Siamo ancora fatti di carne e ossa, pelle e san­gue, anima e cuore? Dove si può ritro­vare quello spi­rito di con­qui­sta, quella brama di occhi negli occhi, di pia­ci­mento super­fi­ciale ma diver­tente? Dove posso andare a cer­care que­sta dimen­sione ludica del flirt, dello sma­li­ziato dichia­rare apprez­za­mento solo tra­mite uno sguardo innocente?

    Io stessa, in que­sto istante, sto cam­mi­nando e det­tando al sud­detto orrendo oggetto tec­no­lo­gico un testo che diven­terà parola scritta, carat­teri di cal­li­gra­fia mec­ca­nica su un quo­ti­diano di carta stam­pata. E allora, per­ché mi fa sof­frire tanto que­sto pas­sag­gio, que­sta evo­lu­zione, que­sto che a me sem­bra un peg­gio­ra­mento della comu­ni­ca­zione tra esseri umani? Voglio capire, non ade­guarmi, non voglio adat­tarmi a qual­cosa che qual­cun altro mi impone. Il miglio­ra­mento qual è, dov’è? Nella velo­cità, nella fre­ne­sia, nell’orgia di dovere fare tutto nello stesso momento, senza rinun­ciare a nulla, volendo car­pire ogni istante, ogni momento, ogni bri­ciola alla ricerca di una simul­ta­neità di emo­zioni fit­ti­zia, rico­struita, che non esi­ste da nes­suna parte.
    Sotto tutto ciò si nasconde solo la paura della morte. Come elu­derla? Come non sen­tir­sene attratti? Tra le pagine del libro che ho appena finito di leg­gere, I miei pic­coli dispia­ceri di Miriam Toews, edi­zione Marco y Mar­cos, il desi­de­rio di morire e la pos­si­bile euta­na­sia di Elfrida, sorella di Yoli, la nar­ra­trice, sono trat­tati con la leg­ge­rezza del cuc­ciolo di gab­biano che sta impa­rando a volare davanti al mio bal­cone. Toews non ha paura di chia­mare le parole col loro nome e trova il tono con cui sfi­dare a rim­piat­tino il destino. Le due sorelle sono cre­sciute appar­tate seguendo la reli­gione men­no­nita, piena di divieti, limiti e dogmi: hanno supe­rato bar­riere per diven­tare ciò che vole­vano, la con­cer­ti­sta una, la scrit­trice l’altra.
    Ma Elf sente di avere un pia­no­forte di vetro nel petto: qual­siasi movi­mento è sem­pre lì lì per rom­persi. Dif­fi­cile vivere con tale peso. Non le basta la fama, la stima, l’amore degli altri per voler con­ti­nuare a vivere. Tutti intorno inven­tano gio­chi, leg­gono poeti, esplo­dono in richie­ste di aiuto pur di distrarla dal suo desi­de­rio di oblio. Ma invano. Non sem­pre l’amore basta. Eppure il romanzo fa sor­ri­dere, il clima non è mai cupo nem­meno quando declina la vio­lenza cruenta dei sui­cidi dei parenti: la cugina impic­cata, il padre but­ta­tosi sotto un treno.
    Yoli, nel frat­tempo, rie­sce ad amare, a cadere, a com­met­tere migliaia di errori, tutti in buona fede. Toews sa come sfug­gire l’abisso. Io no, ma fin­ché riu­scirò ancora richia­mare l’attenzione di uno sco­no­sciuto per la strada fino a por­tare i suoi occhi nei miei non avrò paura della morte. Dopo, forse si, chissà…

  • 26Mag2015

    Alida Airaghi - SuccedeOggi

    “I miei piccoli dispiaceri” della romanziera canadese Miriam Toews racconta (con leggerezza) il grande groviglio di sofferenze di una famiglia “normale”

    Marcos y Marcos propone ai lettori un quarto romanzo di Miriam Toews (I miei piccoli dispiaceri, 363 pagine, 18 Euro), autrice canadese di fama internazionale, nata nel 1964 da una famiglia mennonita di lontane origini ucraine.

    Di lei la critica ha sempre lodato l’abilità particolare nel raccontare vicende tragiche, in genere circoscritte al microcosmo della famiglia, senza scadere nella retorica o nel gusto del patetico, punteggiando invece la narrazione (scorrevole e colloquiale, fatta di frasi brevi e dialoghi vivaci, con frequenti e puntuali citazioni letterarie) di episodi leggeri, ironici, o francamente comici. Quasi a voler stemperare pudicamente il dolore, imbavagliandolo, quando si fa troppo forte o pericolosamente declamato.

    Anche in questo romanzo i riferimenti autobiografici sono espliciti: la residenza stessa dell’autrice nella città di Winnipeg, il claustrofobico clima di fanatismo religioso della comunità mennonita (sempre ottusamente incline alla riprovazione, alla condanna, all’esclusione di chi avverte come potenzialmente diverso, e quindi  minaccioso), la dolorosa catena di suicidi parentali, l’originalità controcorrente e le aspirazioni artistiche del nucleo familiare. Protagonista in prima persona è Yolandi, sorella minore e complessata della talentuosa, sensibilissima, geniale Elfrieda. Il rapporto che lega le due è strettissimo, simbiotico. La maggiore è una pianista di successo, «un’assoluta professionista della mondanità. Tutto in lei era di un’intensità incredibile. Così nitido e frizzante». Ma questo eccesso di intelligenza ed emotività l’ha resa fin da piccola un corpo estraneo nel mondo, vulnerabile, incapace di rassegnarsi alla mediocrità. Yoli invece si sa, o si crede, mediocre, e cresce all’ombra della sorella, con ammirata dedizione. Il romanzo si apre su una prima vicenda traumatica della famiglia, costretta a un trasloco non voluto, all’interno di una comunità religiosa fanatica e ottusa: padre, madre, figlie mal si adattano al conformismo dell’ambiente, cementandosi nel loro rapporto di assediati incompresi. Elfrida studia musica e legge poesie, e per lasciare un segno di sé incide su muri e alberi un acronimo tratto da un verso di Coleridge: «IMPD, i miei piccoli dispiaceri». Yolandi cresce goffa e alternativa, con un’inquietudine che la porterà da adulta a contorte scelte sentimentali, a una perpetua instabilità economica, e a inseguire una realizzazione come scrittrice sempre frustrata dai risultati.

    Dopo poche pagine, il lettore viene catapultato in una realtà drammatica: il padre, un idealista sconfitto dalla rudezza dell’esistenza, si è ucciso sotto un treno; la madre, positivamente ottimista ma incapace di reagire alla disgrazia, si ammala di cuore; Yolandi si immola all’assistenza adorante della sorella, chiusa nella sua disperata scelta di rinunciare non solo a una luminosa carriera di pianista, ma alla vita stessa. «La sofferenza, anche se risalente a un passato lontano, è una cosa che si trasmette di generazione in generazione, come l’agilità o la dislessia». I tentativi di suicidio di Elfrida si susseguono implacabili, come i suoi ricoveri, nonostante l’amore e la comprensione di chi la circonda, e della sorella in primo luogo. A niente valgono le carezze, i ricatti emotivi, le minacce, le recriminazioni, le dichiarazioni d’amore di Yolandi, perché «il problema è la vita e la sua invivibilità». Eppure, nonostante il dolore che dilaga, tra le righe aleggia un senso invincibile di leggerezza, di solidarietà e comprensione affettiva che fortifica i rapporti di amicizia e parentela; si impone come un dovere la possibilità di continuare a sorridere, aggrappandosi ai ricordi belli, ai rari gesti di qualche generoso sconosciuto, a preziosi momenti di inaspettata rivelazione della bellezza: «Lo sai che la gente è più felice quando smette di cercare di esserlo?»

    Il lungo racconto di Miriam Toews termina con l’apertura alla continuità della vita, e alla necessità della speranza: «Dài, alziamoci, facciamo la doccia e andiamo». Un plauso alla traduttrice Maurizia Balmelli, che ha saputo rendere in un italiano fluido ed elegante la prosa della scrittrice canadese.

  • 19Mag2015

    Alice de Carli Enrico - MeLoleggo

    Ecco una nuova storia di Miriam Toews, sempre per quelli di Marcos y Marcos, che stavolta giunge in Italia grazie alla traduzione di Maurizia Balmelli.
    Questo nuovo romanzo prende ispirazione dalla vita della stessa autrice, la cui sorella si è suicidata nel 2010, e si intitola I miei piccoli dispiaceri ma piccoli, questi dispiaceri, non lo sono poi molto. Almeno per Elfrieda, una delle due sorelle protagoniste: donna bellissima, piena di risorse, con un senso dell’umorismo naturale e un incredibile talento per il pianoforte che le apre le porte delle sale da concerto di tutto il mondo. Non lo sono neanche per Yolandi, la sorella minore, che procede nella vita come meglio può, tra due figli avuti da altrettanti ex mariti, un paio di amanti, un nuovo libro in cantiere e nessuna idea del futuro.

    Sorelle di sangue, le due donne scelgono di essere sorelle anche di vita, soprattutto quando Elfrieda decide che vivere è troppo doloroso, che il fragile pianoforte che sente avere dentro di sé sta per rompersi irrimediabilmente in mille pezzi e che il dolore è troppo forte per poter continuare a respirare. Come fare? Come cambiare? Che forma assume il dolore quando chi amiamo ci chiede di morire? E che forma assume l’amore, quando il desiderio dell’altro va contro ciò che riteniamo sia il suo bene?
    Al centro della storia di Miriam Toews ci sono due sorelle, il tema dell’eutanasia, il dolore e l’amore in egual misura. Vi è anche la famiglia nel suo senso più stretto come nucleo primordiale degli affetti, origine di ogni male e bene, di ogni problema e soluzione. È nel tentare di discostarsi dai rigidi dettami dell’educazione mennonita che nasce la rivolta interiore di Elfrieda; è nell’empatia col padre e i suoi tristi umori che si misura la sua visione del mondo; è nell’imperitura forza della madre che ritrova la sua; è negli scambi con la sorella Yoli che pare trovare il suo rifugio per segreti e confessioni. Le persone altre sfumano, piccoli pianeti orbitanti attorno a legami forgiati dalla condivisione del quotidiano.
    Miriam Toews è maestra della suggestione. Invita il lettore nel suo mondo senza preamboli, crea subito un legame emotivo, lo rende partecipe lavorando il tempo a suo piacimento e, imitando la vita, mischia nel presente narrativo ricordi e aneddoti trasformando il passato, in questo modo, in parte integrante dell’azione, dei personaggi che descrive, dell’ora. Di sottofondo il Canada, il freddo, la neve, il ghiaccio dei fiumi che lentamente si incrina, si spezza e preannuncia l’arrivo della primavera.
    Le dico va bene, io me ne vado, ma domani torno.
    Lei dice non trovi buffo come venga dato conto di ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, mese, anno, come sia possibile nominarli quando invece il tempo, o la vita, sono così recalcitranti, così intangibili e sfuggenti? Questa cosa le fa provare pena per quelli che hanno inventato il concetto di ‘leggere l’ora’. Quanto ottimismo, dice. Quanta splendida futilità. Così perfettamente umano.
    Ma Elf, dico, il fatto di non avere accesso ai criteri che ci aiutano a misurare le nostre vite non significa che le nostre vite non necessitino di essere misurate.
    Può darsi, dice, ma non secondo una certa idea borghese della suddivisione temporale. È un modo fascista di organizzare una cosa – il tempo  – che per sua natura sfugge radicalmente a qualsiasi categoria o definizione.

  • 17Mag2015

    Leonetta Bentivoglio - RCult - La Repubblica

    Sembra una contraddizione in termini, eppure succede. I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews è una storia irresistibile e vitale che dall’inizio alla fine, per poco meno di quattrocento pagine, ci parla di suicidio, morte assistita e interrogativi etici sull’eutanasia. Niente di cupo e livido, ma molto di esilarante e variopinto, caratterizza quest’almanacco di suggestioni mortifere. Però non è affatto un romanzo modellato sul registro dello humor nero caro agli inglesi. I miei piccoli dispiaceri ha una qualità diversa, intensamente affettiva ed estranea al tono distaccato di certa lugubre comicità, dove si può ridere della morte e della sofferenza perché commuoversi, in qualsiasi direzione, implica un coinvolgimento emotivo riprovevole. All’ understatement britannico non si addicono i lacrimoni.

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  • 16Mag2015

    Paola Maraone - Gioia

    Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews prende le mosse da una storia vera, la sua, per raccontare il rapporto intricato tra due sorelle.

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  • 13Mag2015

    Paolo Grieco - La Provincia di Como

    Nel suo ultimo romanzo – “I miei piccoli dispiaceri” (Marcos y Marcos) – la scrittrice canadese Miriam Toews ha nuovamente confermato la sua bravura nel descrivere la realtà dei nostri giorni – tristi o allegri – e segnati dalle sorprese della vita, che, pur sforzandoci, non siamo in grado di modificare.

    Nelle pagine della Toews troviamo il linguaggio, i gesti, i comportamenti che, in ogni circostanza, segnano l’esistenza quotidiana: la macchina che si guasta, il desiderio di affidarsi a una bottiglia di vino, lo scambio ininterrotto di messaggi sul telefonino, i complicati rapporti interpersonali, le lacrime e le risate, i rapporti sessuali casuali.

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  • 04Mag2015

    Laura Salsi e Luisa Simonetto - Elle

    Da leggere: il romanzo “I miei piccoli dispiaceri”, dell’autrice cult Miriam Toews.

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  • 03Mag2015

    Andrea Cirolla - minimaetmoralia.it

    Non avremo forse sostanze

    né vere e proprie finestre nelle nostre spelonche,

    ma almeno abbiamo la rabbia,

    e con quella costruiremo imperi, signori miei.

    Miriam Toews

    La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo».

    Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

    «Scritto per dare forma a un dolore vero», si legge in quarta di copertina, I miei piccoli dispiaceri è innanzitutto la storia d’amore tra due sorelle, Elf e Yoli Von Riesen, di Winnipeg, capoluogo del Manitoba, provincia del Canada occidentale. Elf è una pianista di talento e di successo, riconosciuta in tutto il mondo, colta, appuntita, fragile e intuitiva, maledettamente intelligente. È la maggiore, non più giovanissima, eppure ha una pelle così chiara e liscia, e ha una luce nei tratti, insomma ha una bellezza che non passa e inganna il tempo. Lo ripete spesso, Yoli, con la sua voce narrante, quando va a trovarla in ospedale.

    Yoli è «la sorella squinternata» che scrive romanzi per ragazzi, ambientati nel mondo del rodeo, e «ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata», dice di nuovo la quarta. Questa descrizione, anche se non dichiara il falso, enfatizza decisamente il personaggio, che è dolce e rabbioso, impulsivo e riflessivo (talvolta fino alla paranoia), allegro e depresso, bello e goffo. In una parola: vero. Yoli va a trovare Elf in ospedale perché Elf ha tentato il suicidio. Non è un tentativo e basta, è un tentativo andato male.

    La notizia non sorprende nessuno. E nessuno lo accetta, ma tutti lo sanno che Elf vuole morire, lo vuole tanto da chiedere a sua sorella di aiutarla, di portarla in Svizzera. Intorno a Elf e Yoli, in ospedale e fuori, c’è la famiglia, quella di sangue – foltissima, chilometrica, parte di una comunità mennonita – con quella acquisita. Un corteo di personaggi cui l’autrice ha saputo affidare il dono della necessità, tra i quali spicca la madre delle sorelle, personaggio chiave su cui si concentra il lungo finale, perlopiù ambientato in una nuova fatiscente casa acquistata a Toronto, tre piani per tre generazioni: lei, la figlia (Yoli) e la nipote adolescente, Nora.

    Ecco in breve la trama di questo libro pieno, ricco di energia contagiosa, sincero, che fa piangere ma più spesso di risate, dato il suo spietato umorismo, e dove il grande evento non copre gli eventi minimi, le sue situazioni delicate. Il centro del libro, il grande evento, è il dolore di Elf con tutto ciò che quel dolore arriverà a smuovere. Oggetto rischioso per un romanzo, ma poi per qualsiasi rappresentazione artistica. Pur parlando d’altro, spiega bene la natura di questo rischio lo scrittore Francesco Pecoraro, in uno status scritto su Facebook lo scorso 15 aprile, che riproduco col suo consenso: «Oggi ascoltavo per radio Nanni Moretti parlare del suo film [Mia madre, NdR]. Che non ho visto. In linea di massima sono contrario alle narrazioni imperniate su malattia, morte, sofferenza, dolore per perdite di persone care, eccetera. Il motivo è che tutti prima o poi ne fanno esperienza, spesso plurima. Sono cose che fanno talmente parte della vita di ciascuno di noi, che il processo di riconoscimento è troppo automatico e coinvolgente, perché l’esperienza estetica proposta dalla narrazione sia davvero valida».

    Ciò che invaliderebbe l’esperienza estetica è la mancanza della possibilità di un distacco da essa. Perché il pathos della narrazione, «in linea di massima», innescherebbe un processo di riconoscimento, di identificazione, di visione priva di distanza. La visione priva di distanza – scrive il filosofo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han in Nello sciame. Visioni del digitale, uscito da poco nelle edizioni nottetempo per la traduzione di Federica Buongiorno – «è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine “spettacolo”, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, a cui manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare». Mutuando il discorso di Han da un’analisi della società digitale – tale è l’oggetto del suo discorso – a un’analisi dell’«esperienza estetica», si potrebbe dire che alla visione priva di distanza manchi quel particolare tipo di rispetto che è la capacità di giudizio estetico, perché un racconto di malattia, morte, sofferenza, dolore produce una sospensione di quel giudizio e un’attivazione del giudizio autoriflesso, venendo a mancare un piano prospettico a vantaggio di un piano “immersivo”, ed è oltretutto (i media lo dimostrano) più facilmente una spettacolarizzazione (della malattia, della morte, della sofferenza, del dolore) che una comunicazione.

    Che Pecoraro abbia in parte ragione, lo dimostra la difficoltà di giudicare un romanzo del genere. «In parte», c’è da sottolinearlo, perché se da un lato I miei piccoli dispiaceri conferma gli effetti di riconoscimento e coinvolgimento, col risultato di essere una vera e grossa esperienza umana, dall’altro comunque non priva il lettore di una vera e grossa esperienza estetica, s’intende sotto il profilo tecnico: per lo stile, personale e mai logoro, sempre espressivo; e per il ritmo e la struttura, sapienti e seduttivi. La questione non è facilmente districabile, ma un dato certo è che Miriam Toews ha saputo raccontare un dolore capace di smuovere, infine e su tutto, una pura gioia per la vita; ha trasformato un’esperienza privata e personale in un’occasione collettiva, in una possibilità di condivisione. Lo ha fatto senza retorica, ovvero tradendo la minima retorica possibile e irriducibile, perché insita nell’atto stesso della rappresentazione letteraria (e in genere artistica), allo scopo di coinvolgere il lettore, ma senza mai cedere alla tara ricattatoria del viscerale o del sentimentalismo.

    Come conferma con eloquenza e understatement Yoli, e con Yoli Miriam: «ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave».

  • 01Mag2015

    Marta Cervino - Marie Claire

    Ci vogliono maestria rara e un animo denso e poetico per prendere “la” tragedia (il suicidio di una sorella) e costruirci intorno un romanzo che vibra di vita.

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  • 29Apr2015

    Annalena Benini - Il Foglio

    E’ impossibile fare pace con il dolore, accettare che sia sensato, passare dentro una tempesta e uscirne senza niente di rotto, ma se uno scrittore trova le parole il dolore ha respiro, vita perfino, risate.

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  • 29Apr2015

    Daria Bignardi - Vanity Fair

    «Mio marito è come un diabetico: deve prendere le pastiglie, se no sta male. La sua malattia è non avere fiducia nel mondo».

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  • 27Apr2015

    Giulia Mandrioli - CultWeek.com

    Avevo anch’io una sorella, una sola
era pazza di me, come io di lei.
Le confidavo i miei piccoli dispiaceri
(S.T. Coleridge – To a Friend, together with an Unfinished Poem)
    Chissà perché, guardandolo, mi ero convinta che I miei piccoli dispiaceri fosse un romanzo turco. Forse la copertina color sabbia, un rigo musicale su cui sono appollaiati variopinti uccellini, mi faceva pensare alle colorate ceramiche di Istanbul, alle sofferte miniature cantate da Pamuk. O forse il titolo, così lieve, per un attimo, mi ha lasciato sperare in una storia triste ma delicata, una storia di non detti un po’ orientaleggiante… Be’, ho preso una cantonata. Meglio così, sia chiaro. L’idea di un libro sul suicidio a colori pastello mi pareva poco convincente.

    Pur mantenendo un tono gradevole e ironico, invece, I miei piccoli dispiaceri è un romanzo intelligente e piuttosto duro. Nessuna facile consolazione, nessun dubbio etico risparmiato.
    Miriam Toews è una scrittrice canadese, e il suo romanzo è interamente ambientato in Canada, tra l’inospitale Toronto, la commovente Winnipeg, in cui a primavera i ghiacci si spezzano con rumore assordante, ed East Village, cittadina mennonita in cui abita la famiglia della protagonista.
    Una famiglia unita, eccentrica e piagata da una sofferenza profonda e senza nome. Senz’altro troppo originale e “straripante di energia” per i rigidi schemi mennoniti. Fin dalle prime pagine, ci si presenta come un orizzonte monolitico e percorso da forze in contrasto, legami insolubili e schieramenti mutevoli: all’inizio, genitori da una parte e figlie dell’altra, e poi, drammaticamente, da una parte i suicidi (o quelli che vogliono morire a tutti i costi) e dall’altra i sopravvissuti (o quelli che, contrariamente alle aspettative, resistono alle intemperie).
    Rientra in quest’ultima categoria Yolandi, protagonista e voce narrante della storia. Scrittrice di incerta fama, madre insicura di due adolescenti nati da due padri diversi, ex moglie senza troppi rimpianti, amante occasionale di meccanici e avvocati, figlia affettuosa e ferita, e soprattutto sorella.
    Sorella minore e innamorata della magnetica Elfrieda, Elf, che, nonostante la sfolgorante carriera da pianista, la devozione di un compagno affettuoso, della famiglia e dei fan, fa parte del ramo suicida della famiglia; quindi vuole morire con tutte le sue forze, e ci prova finché non ci riesce.
    Attraverso gli occhi impotenti ed esausti di Yolandi, assistiamo agli ultimi mesi di vita di Elf, dentro e fuori dai reparti di psichiatria. Attraverso la sua voce ironica, contempliamo lo strazio dell’incomunicabilità e delle incomprensioni su cui, nonostante l’amore incondizionato, si fonda la relazione tra lei e la sorella. E tra pensieri scombinati, giornate stracolme di preoccupazioni, confidenze alcoliche e sesso occasionale, vediamo affacciarsi al suo cuore il dubbio più atroce: se Elf vuole così tanto morire, non bisognerebbe portarla in Svizzera? Il suicidio assistito, se non altro, le eviterebbe la solitaria sofferenza del gesto più violento.
    I miei piccoli dispiaceri tiene fedelmente il passo frenetico di chi si trova ad accompagnare i giorni estremi della vita di qualcuno. Un crescendo di accidenti più o meno drammatici o allegri impedisce – si direbbe fisicamente – alla protagonista di crollare. Sono gli imprevisti a tenerla vorticosamente attiva, e a rendere il suo punto di vista autoironico, ma anche appassionato, così caro e credibile.
    Sempre appropriato, infine, lo stile: anche nei momenti più drammatici, la Toews – che tra l’altro con questo romanzo dà forma a un dolore vero – riesce a non scadere nel patetico, a volte eludendo i dettagli scabrosi, a volte affidandosi al tono scanzonato della protagonista, qualche volta, infine, ingentilendo la sofferenza con una preziosa citazione letteraria dagli “amanti poeti” di Elf. Così facendo, il lettore non si sente mai respinto dalla troppa durezza delle situazioni. Al contrario, consuma le pagine, nonostante soffra per il dolore dei personaggi. Perché – intuisce – da quel dolore, lottando, forse qualcuno può guarire.

  • 21Apr2015

    Claudia Spadoni - Portobellos Magazine

    Yoli è la sorella avventata, quella che ha fatto due figli con due uomini diversi, ha una mezza storia con un avvocato, una mezza carriera come autrice di saghe sul rodeo, una mezza idea su un libro da scrivere. Elf, l’altra sorella, è bellissima, intelligente, affermata come pianista, circondata da persone che la adorano (a partire dalla sua famiglia, il compagno Nic, il manager Claudio, fino ad arrivare ai fan e a chi la ricopre d’oro per farla suonare in giro per il mondo). Eppure: Elf vuole morire.

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  • 21Apr2015

    Daria Bignardi - Barbablog.vanityfair.it

    «Mio marito è come un diabetico: deve prendere le pastiglie, se no sta male. La sua malattia è non avere fiducia nel mondo». La storia del padre fuggito in Spagna col figlio nato da due settimane, seguita con ansia da molti – e fortunatamente finita bene –, ha un aspetto positivo: spiega che le malattie psichiatriche sono malattie come le altre, si possono e si devono curare farmacologicamente, non sono malattie di cui vergognarsi.

    ***

    Dovrebbe essere scontato, ma sui disturbi del cervello grava ancora un’aura di imbarazzo, come se avessero una componente diabolica e misteriosa. Come se le persone che ne soffrono avessero qualche oscura responsabilità. La scorsa settimana, quando Enzo, senza motivi apparenti, era fuggito in auto per millecinquecento chilometri dalla provincia di Torino fino al Sud della Spagna col figlio appena nato, in molti avevano previsto esiti drammatici. Ma sua moglie Stefania era sembrata subito una persona lucida. Aveva detto: «Enzo ha smesso di prendere le pillole. Le prende da nove anni, da quando ha avuto un esaurimento, e se non le prende soffre di paranoie: improvvisamente nella sua mente tutto diventa cattivo e ostile».

    ***

    Aveva aggiunto che il marito, laureato in filosofia, era una persona curiosa, intelligente, generosa e simpatica. Non sono molte le donne che sarebbero state capaci di parlare così in un frangente del genere. Evidentemente Stefania aveva avuto modo di comprendere con chiarezza quali sono gli effetti di un disturbo psichiatrico, ed era riuscita a separarli dal carattere di suo marito. Sapeva che lui non era la sua malattia. E sapeva che le malattie si curano.

    ***

    Non è scontato essere capaci di farlo. Tutte le malattie hanno effetti che mettono alla prova non solo i malati, ma anche e a volte soprattutto i loro familiari più stretti. Il giorno in cui la fuga di Enzo col neonato è finita e Stefania, col bimbo in braccio, ha parlato con sobrietà del disturbo di suo marito, avevo appena finito di leggere un libro bellissimo che vi consiglio. Si intitola I miei piccoli dispiaceri e lo ha scritto Miriam Toews, geniale scrittrice canadese cinquantenne, che in forma romanzata racconta la sua vera storia: sia il padre sia la sorella si sono tolti la vita, a dodici anni di distanza. Miriam racconta con incredibile precisione e disperazione ma anche ironia, leggerezza e tenerezza il lungo percorso del padre e soprattutto della sorella, eccelsa pianista, donna di rara intelligenza, adorata dalla famiglia, dal marito e dal suo pubblico, determinata a togliersi la vita fino a che non riuscirà a farlo, nella realtà il giorno prima di compiere cinquantun anni e, nel romanzo, il giorno stesso.

    ***

    I miei piccoli dispiaceri toglie il fiato per quanto è brillante e poetico e persino divertente, ma anche per la lucidissima capacità di Miriam Toews di descrivere una malattia mentale che coinvolge un’intera famiglia e che nel caso di sua sorella, che aveva rifiutato di curarsi, è sfociata nella morte. Non è certo stato facile per Miriam accettare il suicidio, e possiamo immaginare che la scrittura l’abbia aiutata. Col suo racconto emozionante però ci fa capire l’importanza ma anche l’estrema difficoltà di non identificare una persona con la sua malattia e con gli effetti di questa malattia, qualunque essa sia.

  • 18Apr2015

    Antonella Lattanzi - TTL - La Stampa

    Se una persona che amiamo non vuole più vivere, amarla vuol dire trattenerla in vita a tutti i costi o lasciarla morire? O persino aiutarla, perché non debba mai morire in modo violento, e da sola?

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  • 17Apr2015

    Jared Bland - The Globe and Mail - Internazionale

    Nel nuovo romanzo di Miriam Toews, splendido e disperatamente triste, facciamo la conoscenza di due sorelle. Una è la protagonista, Yolandi, o Yoli, un’autrice di discreto successo di romanzi per ragazzi.

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  • 15Apr2015
  • 12Apr2015

    Sara D'Ellena - Libreria Immaginaria

    In libreria dal 9 aprile, I miei piccoli dispiaceri è stato il romanzo protagonista delle mie letture serali che però, invece di conciliarmi il sonno, me lo ha fatto perdere in diverse occasioni.

    A raccontarci questa storia è Yoli, una canadese nata da una famiglia mennonita, trasferitasi poi dalla piccola e  retrogada cittadina alla ben più indifferente e libera Toronto. Yoli è, come tutte le donne, tante persone in una: è madre di due figli avuti da due relazioni differenti, è una scrittrice di libri per adolescenti, è una figlia premurosa ma soprattutto è la sorela di Elf che ha deciso di voler morire.

    Anche Elf è tante cose: è un genio della musica tanto da essere, a cinquant’anni, una pianista di fama internazionale; è adorata da tutti: dal suo agente italiano Claudio, dai suoi colleghi musicisti e dai suoi fan (che le scrivono mail e lettere d’affetto e amore); è una moglie amata dal tenero Nic, che la venera con quel sentimento puro, scoperto e completo che ogni donna desidera per sè.

    Ma allora perchè Elf tenta il suicidio?
    Cosa spinge una donna che ha così tanto dalla vita a volersene liberare? Come agisce questa invisibile malattia, questa tristezza insita, questa depressione, questa incapacità di vivere? E’ un gene che si trasmette da genitori a figli o nasce da un evento traumatico che non sappiamo gestire?

    Questo Yoli non lo sa. Non sa come aiutare sua sorella a ritrovare la voglia di vivere, ma ci prova in tutti i modi: con la tenerezza e le carezze, con le risate, con i ricordi delle loro pazzie infantili, con le parole dure e la rabbia, con le lacrime della disperazione, stalkerando i medici del reparto psichiatrico affinché non la dimettano…

    La voce narrante del romanzo è appunto quello di Yoli, un personaggio nel quale ci auguriamo di non doverci mai identificare ma che al tempo stesso ammiriamo per la per la sua fibra adamantina. Come fa a non crollare? Dove trova la forza di essere sempre presente al capezzale della sorella, di monitorare i due figli adolescenti a Toronto tramite sms, fare da stampella emotiva a sua madre che prova ad affogare i dispiaceri giocando al bingo online e ciarlando con chiunque le capiti a tiro? E davvero vuole prendere in considerazione la richiesta di Elf di non lasciarla morire da sola, di aiutarla quindi a morire?

    Miriam Toews mi ha tirato un tiro mancino.
    La sua scrittura oliosa, frizzante, delicata e a tratti oserei direi “leggera”, mi ha spinta erroneamente a credere di trovarmi davanti una lettura adatta alla ore piccole della notte, una lettura che potessi affrontare senza troppi ragionamenti, senza ripensamenti.

    E invece, come una cena che non si lascia digerire facilmente, questo libro ti ritorna in mente, s’insinua negli angoli più impolverati della mente e all’improvviso fa capolino nei pensieri, nella pancia. Qual è la causa scatenante del mal di vivere? Quanto siamo capaci di sopportare? Qual è il nostro limite?

  • 28Mar2015

    Raffaele Cecoro - Scrigno Magazine

    In uscita il 9 Aprile 2015 con Marcos y Marcos il nuovo romanzo dell’autrice canadese che si è fatta conoscere nel mondo con Un complicato atto d’amore, e che ci ha conquistato con In fuga con la zia e Mi chiamo Irma Voth.
    “Perché ci dicono sempre che se crediamo in lui Dio risponderà alle nostre preghiere? Perché non può essere lui a fare la prima mossa?”
    Con I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews supera se stessa e ci regala uno di quei romanzi rari e stupefacenti che riempiono di commozione e gioia profonda.

    La storia è semplice e nasce da un’esperienza dolorosa di Miriam: il suicidio dell’amatissima sorella. Ma proprio qui Miriam rivela tutto il suo genio e la sua umanità. La narrazione di una sventura si tramuta sempre più in un inno incredibile alla vita, alla debolezza e al coraggio, alla musica del mondo che ci chiama. E tutto senza un filo di sentimentalismo, anzi, con un umorismo che colpisce al cuore, con una lucidità che è un dono inestimabile.
    Yoli, la sorella dalla vita sgangherata, Elfie, la sorella pianista di successo, Nora, la quattordicenne favolosa, la nonna, discepola della vita, fagotto rubensiano di carne e cicatrici, Nic, che piange senza saperlo, Claudio, che crede nella musica come medicina universale… diventano, per trecento pagine, i nostri amici più veri. I miei piccoli dispiaceri è un capolavoro che ha conquistato premi, recensioni e classifiche sia in Canada che negli Stati Uniti. Bibliotecari, librai, critici severissimi della rete, del Washington Post e del New York Times l’hanno celebrato tra i romanzi più belli del 2014. La versione italiana è scritta da Maurizia Balmelli, grande traduttrice che su questo romanzo ha lasciato pezzi di cuore.

I miei piccoli dispiaceri