I frutti dimenticati

Archivio rassegna stampa

  • 07Ott2016

    Pagsy7 - boudoir77.wordpress.com

    “I frutti dimenticati” (Cristiano Cavina)

    I frutti dimenticati di Cristiano Cavina è un libro agile (duecento pagine circa), si legge facilmente e con discreto accanimento, complice anche la struttura per piccoli capitoli.

    Il libro è gradevole. Scorre via tra ricordi e ironia e con un disarmante mood leggero e – a tratti – ingannevole, racconta la vita. La vita vera, quella dell’autore. Cavina non è nuovo al corso e ricorso autobiografico, risultando – a detta di alcuni critici – patetico nel servirsi di una serie di aneddoti e di dramatis personae che sfociano nel sicuro luogo comune della vita di provincia.

    A mio avviso, seppure l’autore attinge a un repertorio standardizzato di situazioni e personaggi, a salvarlo resta la veridicità dei nomi, dei luoghi e dei vissuti riportati al lettore nella pulita essenzialità del loro concreto esistere. Quella narrata è l’esperienza diretta dell’autore e non è criticabile… chi può dire cosa è giusto e cosa è sbagliato se non era nei suoi precisi panni in quei precisi momenti?  Criticabile può essere lo stile o il volerne parlare, ma non l’esperienza in sé.

    Un protagonista, un padre assente/inesistente (che anche quando appare sembra destinato a liquefarsi), un figlio in arrivo, un nonno adorabile sono circondati da un universo femminile forte, presente, capace di slanci di amore e titaniche certezze. Sono le donne a giganteggiare in questa storia: la mamma che torna dalla raccolta fondi con lui nella pancia e decisa a tenerselo, nonna Cristina la matriarca, Anna dal fisico di uno scricciolo e dalla tempra risolutiva… persino suor Luca Maria e Giovannona! E poi ci sono le corniole, i corbezzoli, le pere volpine… i frutti dimenticati… come dimenticate sono alcune emozioni, esigenze e – talvolta – le persone perché, come scrive Massimo Cirri nella sua prefazione al romanzo: «Siamo un po’ tutti frutti dimenticati. Ci salva qualcuno che sa scrivere di sé e di noi. Intrecciando storia e memoria come la strada sul fiume.»

    Prima di concludere, permettetemi una piccola divagazione, nata dal voler assecondare una mia personale curiosità. La prima volta che nel suo romanzo, Cavina, parla della Festa dei frutti dimenticati ho dato per scontato fosse un’invenzione. La seconda volta… mi sono fermata e ho pensato: «E se…?». Senza riflettere troppo ho digitato su Google festa dei frutti dimenticati Casola Valsenio e… sorpresa! La festa dei frutti dimenticati esiste davvero… non  solo… esiste la scuola d’infanzia delle suore dorotee, esiste la Chiesa di Sopra, esiste il mercatino delle erbe. Inoltre, scopro che i frutti dimenticati sono protagonisti di un menù e di un’enogastronomia interamente dedicata a loro, che vengono utilizzati per decorare le cosiddette Dame d’Autunno e che gli sportivi possono ammirarli nel loro ambiente naturale facendo trekking.

    Insomma, se per caso l’8/9 o il 15/16 ottobre vi trovasse nella zona di Ravenna, passate da Casola Valsenio… i frutti dimenticati vi aspettano!

    Per informazioni e il programma della manifestazione eccovi l’indirizzo della Pro Loco di Casola Valsenio:  http://proloco-casolavalsenio.blogspot.it/2016/09/festa-dei-frutti-dimenticati-26-edizione.html

  • 27Mag2016

    Beppe Sangiorgi - ilrestodelcarlino.it

    Cristiano Cavina firma alcune copie del suo libro tradotto in arabo ad Abu Dhabi

    Faenza (Ravenna), 27 maggio 2016 – E’ comune che i libri di uno scrittore italiano di successo vengano tradotti in francese, inglese, tedesco o russo. Inconsueta è invece la traduzione in arabo, come è capitato per I frutti dimenticati dello scrittore casolano Cristiano Cavina, rientrato da poco da Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, dove ha presentato il suo lavoro nel corso del Festival del Libro.

     

    Un’iniziativa letteraria poco comune, considerato oltrettutto che, come gli altri suoi libri, I frutti dimenticati, è ambientato a Casola Valsenio e tratta di vicende famigliari e paesane. «Tre anni fa – spiega Cavina – ho partecipato con altri scrittori italiani al Festival del Libro di Abu Dhabi e in quell’occasione ho parlato di Casola, di mia nonna e di mio nonno, delle loro litigate e di come in casa comandasse lei. Argomenti che hanno divertito moltissimo il pubblico, comprese le donne col viso velato e gli occhi ridenti. Un editore di quella città mi chiese se avevo scritto un libro su tali argomenti e così ho proposto I frutti dimenticati». Che è stato pubblicato in un formato per noi molto strano perchè si legge a rovescio.

    «Miei libri – prosegue Cavina – sono stati tradotti in francese e prossimamente anche in tedesco ma quello in arabo è veramente una sorpresa. Per me, ma anche per i lettori arabi perchè oltre all’ambiente casolano tratta di un ragazza madre, tema quasi sconosciuto per quei lettori. Eppure quando ho presentato il libro presso una Fondazione di Abu Dhabi con un pubblico solo femminile ho trovato tantissima attenzione. Anche in un successivo incontro con un pubblico misto ho visto molto interesse verso la mia esperienza di bambino diventato adulto senza padre. Anche in questa occasione ci sono stati momenti divertimento soprattutto quando ricordavo mia nonna e mio nonno, sui quali poi mi hanno rivolto molte domande». Quindi ha trovato un pubblico molto aperto verso il nostro mondo, la nostra cultura, i nostri modi di vita.

    «Certamente, anche se non proprio del tutto, come ho potuto verificare di persona. In un incontro con un altro scrittore ero tra il pubblico con a fianco la mia ragazza che mia aveva accompagnato. Al termine due agenti della sicurezza ci hanno fermato e portati al comando di polizia. Dove ci hanno spiegato che un signore presente all’incontro aveva segnalato un nostro atteggiamento sconveniente. Sorpreso ho spiegato che c’era stata solo una brevissima effusione di affetto come se ne vedono da noi nei luoghi pubblici tra innamorati. Mi sono scusato ed ho anche firmato una lettera di rincrescimento indirizzata a colui che era rimasto turbato dal nostro comportamento. Tutto è finito bene, anzi più che bene perchè ad un certo punto è arrivato il comandante sul cui salvaschermo del cellulare ho visto lo stemma della Juventus ed io tifoso del Cesena ho instradato il dialogo sul calcio portando felicemente e termine la mia visita, si fa per dire, al comando di polizia».

    Forse ci saranno sviluppi nei rapporti letterari con Abu Dhabi. «Spero e credo di sì», conclude Cavina. «L’editore arabo dei Frutti dimenticati è un appassionato di calcio e mi ha chiesto se ho scritto qualche libro su tale argomento. Penso di inviargli Un’ultima stagione da esordienti, poi si vedrà».

  • 15Set2015

    Alice Pascutti - MELOLEGGO.IT

    I frutti dimenticati, di Cristiano Cavina

    Ogni anno a Casola Valsenio viene celebrata la festa dei frutti dimenticati: prugnolo, corbezzolo, corniolo, e poi pere volpine, sorbi, giuggiole… Sono i frutti semplici della campagna di cui si cerca ancora di preservare il ricordo. E proprio il ricordo sembra essere l’ancora che, in tutto il romanzo di Cristiano Cavina, I frutti dimenticati, edito da Marcos y Marcos, mantiene l’autore e protagonista ben saldo a terra, mentre il mare della vita si fa sempre più agitato.

    In questa sua opera Cavina ci apre le porte del suo mondo personale, e noi non possiamo fare altro che entrarvi per poi venirne completamente coinvolti, non senza sentirci, a volte, un po’ degli intrusi. Come nei momenti in cui lo sguardo si sposta sulla sua relazione con Anna, che finisce proprio mentre lei sta aspettando il loro bambino.
    Questa è dunque la storia di un uomo che diventa padre, ma ancora di più la storia di un uomo che diventa figlio. Il fulcro della narrazione è, infatti, la comparsa di un padre fino a quel momento assente e per questo idealizzato dall’autore durante tutta l’infanzia; un padre diventato protagonista di mille imprese eroiche che manda in frantumi questa immagine perfetta presentandosi sotto le spoglie di un uomo comune e malato.
    Tuttavia questo sconosciuto, da un letto d’ospedale, si trasforma nello spettatore di mille storie, quelle dell’infanzia di Cristiano. In questi punti la narrazione si fa così limpida che a volte sembra davvero di immergersi a fianco di quel piccolo palombaro alla ricerca di tesori nascosti mentre lui, attraverso il filtro dei suoi occhi di bambino, ci racconta il variegato mondo di Casola, dove l’ordinario si fa straordinario.
    Forse in questo modo siamo un po’ spinti a riconsiderare la vita tranquilla dei piccoli paesi: è davvero così monotona? O magari, senza rendercene conto, anche noi siamo circondati da persone stravaganti che con le loro stramberie rendono il mondo un po’ meno noioso?
    Questo libro finisce per essere una chiara affermazione del potere della memoria, capace di diventare rifugio quando le prove a cui la vita ci sottopone appaiono troppo dure, un luogo in cui trovare il coraggio per affrontarle e arma per combattere e, alla fine, vincerle.
    Non è certo un caso che con questo libro Cavina sia arrivato fra i finalisti del Premio Strega 2009. È essenziale nelle descrizioni eppure ricco di episodi, è un’altalena fra i momenti dell’infanzia e della vita matura, fra le parole che scaturiscono dall’immaginazione fervida del bambino Cristiano e le amare constatazioni che derivano dalla consapevolezza disincantata dell’uomo adulto che cerca di non essere trascinato via dalla forza delle onde, riuscendo sempre a trovare un salvagente a cui aggrapparsi.

  • 26Dic2012

    Martina Pagano - CriticaLetteraria.org

    Raccontare per salvare e salvarsi: I frutti dimenticati di Cristiano Cavina

    Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio in provincia di Ravenna, paese dei frutti dimenticati. Pere volpine, mele delle rose, giuggiole, sorbe. Nomi che non dicono molto, ma ogni terzo fine settimana di ottobre vengono ricordati in una festa affinché almeno un po’ rimangano nella memoria dei visitatori.

    Ed è nel paese dei frutti dimenticati che Cavina costruisce una storia, in parte autobiografica, che intreccia ricordi d’infanzia, scoperte inaspettate e nuove gioie. C’è nel suo romanzo I frutti dimenticati un’urgenza, un’ansia di fissare quei momenti che accompagnano la vita di ogni uomo, ma che non tutti hanno il coraggio di guardare in faccia. Cavina mette in gioco se stesso, le sue colpe ma richiama anche quelle degli altri.

    Si parte da un’infanzia trascorsa con la madre e i nonni senza un padre che ha pensato bene di andarsene quando scopre che la fidanzata  aspetta un bambino. Questo padre piomba con un espediente nella vita del figlio e lo fa con egoismo, lo stesso egoismo che trentatré anni prima l’aveva spinto ad andarsene. Il motivo è una malattia oramai terminale. Vuole unire i tasselli della sua esistenza, forse ripulirsi la coscienza con prepotenza, mettendo il figlio davanti a una scelta, non permettendogli di tirarsi indietro, obbligandolo a dargli una possibilità.

    Un’esperienza che acquista ancora più valore e insieme dolore perché quel padre appare quando tu stai per diventare padre e anche tu di errori ne hai fatti. Sai di non amare più la tua compagna, Anna, un’anima pura incapace di fare del male che si renderà presto conto di provare lo stesso per te.

    “Mi ami ancora?” chiedeva.

    All’inizio della nostra storia quella domanda era una specie di gioco segreto a cui io ero felicissimo di rispondere.

    “Certo che ti amo” le rispondevo “nessuna è mai riuscita a farmi lucidare le scarpe tante volte come te. Mi piace lucidare le scarpe. Credevo fosse impossibile e invece mi piace lucidare le scarpe. Vuol dire che ti amo.

    All’improvviso era diventata una domanda con pressione da abisso oceanico.

    Una gravidanza difficile, piena di imprevisti e il rischio che il bambino non ce la possa fare. Ma alla fine Giovanni nasce ed è tutto un ricominciare, un ritornare a respirare, un motivo per cui ripartire. Ed è proprio pensando al suo bimbo che Cavina scrive le parole  più vive e disarmanti, quelle che fanno sinceramente commuovere.

    Sentii la sua presenza dentro di me.

    Il suo sangue era terriccio fertile che scorreva nel mio, come se lui avesse fatto nascere me.

    C’era una catena lunghissima a cui eravamo collegati, formata da anelli che uno dopo l’altro, a ritroso, si perdevano in secoli oscuri; lui si era agganciato a me, e la stava trascinando avanti.

    Ebbi la consapevolezza della forza di questa creatura minuscola nelle mie vene, nel balzo verso il futuro che aveva fatto fare a questa lunga catena.

    Era un attrezzo allentato, in certi punti, arrugginito, ammaccato, ma che adesso, nella cima che contava, era completamente nuovo.

    Tutta la fatica, i fallimenti, le disgrazie, l’estinzione dei Creonti e secoli di Cavina ormai sepolti avevano ora uno scopo.

    Nel mezzo del romanzo pagine di episodi di un’infanzia genuina, ricca e spensierata, anche senza un padre: l’affetto dei nonni, i compagni di giochi, la scuola materna dalle suore orsoline con il      sorvegliatissimo orto dei frutti dimenticati. Casola è essa stessa protagonista del romanzo con i suoi frutti che ogni anno vengono ricordati, come in un rito. Il romanzo di Cavina è un po’ un voler conservare e celebrare tutto quello che altrimenti rimarrebbe un ennesimo frutto dimenticato. E forse è questa l’essenza del raccontare: immortalare come in un’istantanea, salvare, e se ci riesci è per sempre. Cristiano Cavina lo sa fare, è uno di quelli che sa costruire ponti, come scrive Massimo Cirri nella prefazione del libro.

    Un uomo che diventa padre quando incontra per la prima volta il suo, quando può finalmente rimproverargli la sua vigliaccheria ma decide di perdonarlo, comunque. Un libro che è un percorso verso la consapevolezza, ma che a differenza di molti non finisce con chissà quale clamorosa rivelazione. La scoperta del protagonista è molto più delicata, sottile, normale perché, si sa, non si cambia così, da un giorno all’altro. È la coscienza di chi sa che di strada ce ne è ancora da fare: “Sono un vecchio palombaro fortunato” scrive in conclusione. “Ho sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare. Seguo la rotta opposta a quella di mio padre. È sempre stato così, da quando sono nato. Ho bisogno di una vita intera, solo per cominciare a chiedere scusa”.

    Scrivere dei Frutti dimenticati non è semplice, almeno per me non lo è stato, perché più che un libro è un pugno dritto in faccia, ti stordisce, ma ti risveglia al tempo stesso.

    Dedicato a tutti quelli che hanno voglia che di riprovarci.

  • 14Dic2009

    Anna Folli - Gazzetta di Parma

    Con il suo quarto romanzo, Cristiano Cavina ritorna a casa, alla sua Casola Valsenio, il paese romagnolo dove vive e ambienta le sue vicende letterarie. E con quello che ­il più autobiografico dei suoi pur autobiografici romanzi, si guadagna uno dei dodici posti alla selezione del Premio Strega. ­I frutti dimenticati ­(edizioni Marcos y Marcos) ­forse la più intensa delle sue opere, in bilico tra sorriso e commozione, tra realtà e favola.

    A capitoli alterni, Cavina racconta il presente e il passato: un presente in cui si trova a dover affrontare la perdita di un padre che per tutta la vita non ha conosciuto e la nascita di un figlio dalla compagna che forse non ama pi. Un passato dove un bambino che­cresciuto senza padre, per riempire questa mancanza di padri se ne inventa una moltitudine: sono padri le suore dell’asilo, la madre, i nonni. E sono padri soprattutto Cirano de Bergerac, D’Artagnan, Sandokan e tutti gli eroi dei libri che popolano la sua giovinezza. Ed­ è suo padre persino Dio, che gli regala un fratellastro importante come Gesù e un’infinità di santi come parenti.

    In I frutti dimenticati, il protagonista ha il suo nome e il suo cognome, la sua età, la sua professione di pizzaiolo. Nel romanzo, parla di suo padre e di suo figlio. Ci vuole coraggio a raccontare una storia così intima. Come ci è arrivato?
    E’ stato tutto molto naturale. Sono cresciuto raccontando storie. E la cosa più semplice­raccontare di sé stessi. Certo, scrivendo si mescolano passato e presente, ricordi miei con parole venute da altri. Sono partito dal bisogno di parlare di mio figlio Giovanni. E tutto quello che lo riguarda ­verissimo, anche se lui è ancora più straordinario di come lo descrivo. E’ vera la gravidanza difficile di Anna, sua madre, ed­ è vero il fatto che durante quei mesi io ho scoperto di non essere più innamorato di lei, anche se cercavo un alibi per non confessarlo nemmeno a me stesso. Ho cercato di raccontare la mia storia come se fossi al bar di Casola con i miei amici.
    Casola Valsenio, Riolo, Imola, Cesena. Il suo mondo letterario ha confini geografici molto precisi e definiti. Non ha mai pensato di scrivere una storia lontana da lei, magari di pura invenzione?
    Non so se potrò mai farlo. Io non ho passato tutta la mia vita a Casola. Ho abitato a Torino e a Bologna, ma la parte di me che scrive è ­quella che guarda al passato. E il mio passato­strettamente legato al mondo di Casola, un paesino della Romagna con meno di tremila abitanti. E’ legato a quell’appartamento delle case popolari dove sono cresciuto con una mamma e dei nonni straordinari. E’ legato a un certo modo di vivere e di intendere la vita.
    Il titolo del suo romanzo ha un significato reale e uno simbolico. Chi sono i frutti dimenticati?
    I frutti dimenticati sono la mela cotogna, le giuggiole e le pere volpine che hanno sfamato intere generazioni e poi, nel momento del benessere, sono stati abbandonati. A Casola ci sono sempre stati e, nonostante siano complicati da coltivare, esistono ancora. Nel mio romanzo, per, i frutti dimenticati hanno anche un altro significato: sono quelle persone difficili che però continuano a nascere e a produrre frutti.
    La sua scrittura­apparentemente semplice e molto vicina al linguaggio parlato. Ma in realtà vive in un delicato equilibrio fatto di ironia ed emozione, di leggerezza anche nei momenti più drammatici. Quanto lavoro c’dietro questa ricercata semplicità?
    Per trovare quel tono, ho scritto e riscritto, cercando sempre di migliorarmi. E con il tempo, ho trovato la mia voce. Credo che mi abbia aiutato leggere molto. E io ho letto tantissimo, sempre, anche tra una pizza e l’altra.
    Ho letto Guareschi, che ora hanno tutti dimenticato e invece è ­un creatore di storie e di parole che nessuno usa più. Ho letto Natalia Ginzburg che ho amato per la sua capacità di narrare le piccole cose della vita. E poi Goffredo Parise e John Fante.

  • 30Lug2009

    Marco Belpoliti - L'espresso

    Cuor di provincia

    La caratteristica prima della narrativa di Cristiano Cavina è una forma di leggerezza gentile che gli permette d’avvicinarsi a temi e vicende tristi, persino tragiche, con una levità straordinaria. Lo aiuta una lingua paratattica, al limite del diaristico, della confidenza intima, anche quando racconta in modo fluente.

    “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos, pp.201, euro 14) sembra scritto per sé, una forma di monologo in cui Cristiano racconta la propria storia: la nascita del figlio, la fine dell’amore con la compagna, il ritrovamento del padre scomparso dalla propria vita e da quella di sua madre, la malattia mortale del genitore, il sospetto di una propria malattia. Tanta carne al fuoco. Ma il racconto procede con un ritmo spedito, così da tenere il lettore col fiato sospeso: come andrà a finire? L’abilità di Cavina sta nel differire le singole storie, nel prenderle e poi abbandonarle, e riprenderle ancora. A far da cornice è di nuovo il suo paese, Casola, vicino a Ravenna, la sua famiglia, e una formidabile suora coltivatrice di frutti rari. Un altro capitolo del romanzo della provincia italiana che Cavina scrive da anni con ottimi risultati. Una poetica delle piccole cose e dei grandi sentimenti che è anche l’istantanea di un periodo. In questo romanzo il narratore ha spostato la lente d’ingrandimento dal proprio Io passato – il bambino che era – al proprio Self – l’Io attuale. Ne scaturisce il ritratto di un trentenne in cui la grazia si mescola all’impossibilità di trovare una definizione, un senso del proprio stare al mondo: i figli di Tondelli crescono.

  • 10Giu2009

    Laura Pezzino - Vanity Fair

    Un giovane Holden con accento romagnolo. Cristiano Cavina è tra i 12 finalisti del Premio Strega, con il suo romanzo I frutti dimenticati, edito da Marcos y Marcos…

    Leggi l’articolo completo

  • 22Mag2009

    Caterina Soffici - Il giornale

    L’intervista a Cristiano Cavina
    “IO, PIZZAIOLO, SFORNO LIBRI PER LO STREGA”

    Lavora nel ristorante dello zio, ma con I frutti dimenticati è tra i candidati al prestigioso premio letterario. Eppure non si è montato la testa: “La mia scuola sono i bar di provincia, dove la gente sa ancora raccontare storie”.

    Leggi l’articolo completo

  • 18Apr2009

    Giuseppe Giglio - Il Riformista

    Alla scoperta dei frutti della vita

    Gilbert Keith Chesterton diceva che bisognava fare il giro del mondo per ritrovare la propria casa. E in quest’affermazione c’è tutto il senso dell’avventura chestertoniana, l’avventura del man alive, dell’uomo vivo, protagonista di tante storie del grande narratore inglese. Ma a volte è sufficiente fare il giro della propria casa per avventurarsi tra gli impervi sentieri della vita. E aprire una finestra sul mondo, capire di più di sé stessi e degli altri, scoprire insomma una porzione di esistenza. Che è poi la ragione d’essere di un romanzo.

    È quel che accade ne I frutti dimenticati, l’ultimo libro di Cristiano Cavina – ormai non più esordiente – appena dato alle stampe da Marcos y Marcos: un romanzo breve (o un racconto lungo) ambientato ai nostri giorni, in cui l’incontro di Cristiano (il trentenne protagonista, pizzaiolo e scrittore al tempo stesso, come Cavina; o meglio: narratore innamorato delle storie) con uno sconosciuto coincide con la prima tappa di un viaggio. Un andirivieni tra un presente difficile e i sogni della memoria (sogni che volano come mongolfiere), tra le pareti della casa e le viuzze del piccolo borgo romagnolo in cui Cristiano – che è anche l’io narrante – è cresciuto, ove «era tutto un coltivare frutti dimenticati», una vera e propria festa collettiva, ogni anno celebrata: giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo, lazzeruoli, cornioli; tutti tirati su con amore. Un viaggio affidato ad una scrittura scarna e asciutta, che disegna per linee essenziali lacerti di vita, come schizzi vergati attraverso rapide pennellate. Luoghi reali e simbolici al tempo stesso, dai quali – strettamente e sottilmente intrecciando autobiografismo e invenzione – una libera e felice fantasia sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire: tra amicizie e inquietudini, gioie ed errori, passioni e avventure, tra le bancarelle dei frutti dimenticati e i frutti della vita non raccolti, o mancati. Con la leggerezza, il candore e l’innocenza che della favola sono propri.
    E a proposito di favola, di favoloso: questa storia si potrebbe leggere come un’immaginaria cartolina dalla Romagna, di calviniana memoria; dove il fiabesco e il realistico, perfettamente complementari, cesellano un personaggio-uomo che anche a noi somiglia: inquieto e come alla ricerca di un’antica armonia perduta, o non trovata. Un personaggio che dolorosamente ritrova il padre mai avuto (un uomo che è quasi giunto al capolinea, un uomo «molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine»), al quale decide di raccontare la propria vita disordinata, che sembra sfuggirgli di mano, proprio mentre la sua compagna – che non è più sicuro di amare – sta per dargli (a lui, a Cristiano) un figlio: un bimbo con occhietti da canaglia, «da unno invasore», e con i «mignoli perfettamente uncinati». Proprio le stesse caratteristiche somatiche di Cristiano: che da bambino, come un intrepido palombaro (sprofondato in una vecchia tuta da lavoro del nonno, con sulla faccia una maschera da saldatore), guizzava con straordinaria agilità nella camera della nonna a caccia di mirabolanti tesori, come fosse in fondo all’oceano, sicuro della protezione dei papà che si era immaginato: D’Artagnan, Sandokan, Jean Valjean, il conte di Montecristo, persino Dio. Tra una nonna-folletto che si spostava per cunicoli sotterranei, e che aspirava ad un «trono vicino all’Altissimo, una poltrona con lo schienale reclinabile»; un campanaro che usava le campane per trasmettere le previsioni del tempo; un amichetto – che il destino decise di strappargli per sempre quando aveva ancora cinque anni – che sapeva aggiustare tutti i giocattoli e credeva che le stelle cadessero «per colpa di Dio, perché le appiccica al cielo notturno con il vinavil».
    I frutti della vita, dunque; quelli cioè che alla vita stessa appartengono, che alla vita conferiscono dignità e senso. Assaggiati quasi inconsapevolmente nella vivida stagione della fanciullezza, insinuati negli interstizi dell’animo, poi riscoperti da adulto; e vissuti come favola di sé, come avventura di sé: l’assenza, l’inquietudine, la malattia, il dolore, la morte, la gioia, la fantasia, le cose semplici, i bambini, l’amore. Soprattutto l’amore. Soprattutto la scoperta e la riscoperta dell’amore. E il lettore si sente come convitato ad un gioco di intelligenza attiva, pagina dopo pagina. Guizza – anche lui palombaro – attraverso le profondità ove si spinge il protagonista, per seguirne la difficile rotta. Fino all’epilogo della storia. Quando si torna in superficie, dopo aver recuperato qualche tesoro. Quando la vita finisce e ricomincia. Quando si viene a capo di un agile filo di fantasia che a volte corre lungo le nostre inquietudini, a volte si ritorce e biforca nelle intermittenze del cuore, a volte si impenna in grappoli di gioia.

  • 25Nov2008

    Alessandro Castellari - Repubblica Bologna

    Tutti gli anni in ottobre, a Casola Valsenio, si celebra la festa dei frutti dimenticati. Sulle bancarelle sono esposte giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo dentro dentro a ceste ornate di rami di corbezzolo: modeste meraviglie della natura che negli orti di Casola vengono coltivate con amore…

    Leggi l’articolo completo

  • 19Nov2008

    Annalena Benini - Il Foglio

    Ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, così adesso ricomincia da capo. Sbagliava e risbagliava, fin da bambino, infatti la suora appassionata di Fiori di Bach a scuola gli dava gocce di boccioli di ippocastano, che curano l’incapacità di apprendere dagli errori del passato, “sono l’ideale per quelli a cui capita di comportarsi consapevolmente in modo disastroso”.

    Ora che ha trentatré anni e sta per diventare padre sbaglia di nuovo tutto, proprio come suo padre, che un giorno lo cerca e lo aspetta seduto su una panchina, uno sconosciuto come tanti altri in mezzo alla cacca dei piccioni. Il quarto romanzo di Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati”, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta come si diventa un padre e come ci si aggrappa alle manopole di una carrozzina, per non sprofondare. Descrive un ombelico, probabilmente il suo (il protagonista si chiama Cristiano come lui, il figlio Giovanni come suo figlio, l’età è la stessa e il paese in provincia di Ravenna anche), ma senza le solite minuscole sbronze causate dal mondo crudele: lui invece si prende a ceffoni, “a uno sguardo poco attento potrei addirittura sembrare una persona decente” e racconta il buco lasciato da un padre che non ha mai tifato a una partita di calcio, non ha mai firmato un voto sul diario, non sa nulla di quando il figlio si è lanciato dallo scivolo per vedere se aveva i superpoteri e si è rotto un dito e gliel’hanno steccato con i bastoncini del ghiacciolo. Ma racconta anche i buchi che sta per lasciare. I frutti dimenticati, come quelli che celebrano in una festa a Casola: azzeruole, giuggiole, pere volpine, sorbi, melograni, mele cotogne asprigne. Nessuno li vuole ma loro continuano a sbocciare, finché qualcuno se ne prende cura.

    Non ha avuto il padre e ha vissuto con un vuoto imponente, che ha riempito con figure grandiose: il babbo era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawyer, Jean ValJean, il conte di Montecristo. Poi invece all’improvviso, a trentatré anni, mentre sta per avere un figlio e rischia di commettere lo stesso errore di suo padre, si trova davanti un uomo magro con i vestiti troppo grandi, non un imperatore, uno che non ha le sue stesse mani, come lui aveva immaginato, uno che non riesce a dirgli nulla e a cui lui dice con rabbia: “D’estate andavo in colonia”. Perché non c’era un babbo per portarlo a pescare o in moto o al mare, allora si andava con le suore a Igea Marina e lui passava il tempo a tormentare il bagnino, chiedendogli in continuazione quando arriva lo squalo. Non c’è una morale, soltanto molti sbagli e un figlio che arriva prima e pesa un chilo e mezzo e deve stare un mese in ospedale, proprio come suo padre che però sta morendo. Così ci si aggrappa alla vita nuova che splende e resiste per poter sopportare e perdonare quella che si spegne. Per perdonarsi l’incapacità di imparare dagli errori. La fidanzata lo manda via, gli dice “Non ti amo più”, ma è il contrario e lo sanno entrambi, dormono l’uno accanto all’altra senza sfiorarsi e lei ha smesso di chiedergli da mesi “Mi ami ancora?”, perché i sì non sono convincenti e perchè lui ha presto smesso di pronunciare anche quelli. Mentre le cresce la pancia, mentre innaffia i fiori piangendo, mentre lui resta immerso dentro la sua infanzia e dentro quel vuoto imperdonabile. “Proprio nel momento in cui pensavo di essermi liberato in modo onorevole di quel pasticcio, mi resi conto della verità. Avevo perso tutto. E non l’avrei trovato più. Due giorni dopo, per la prima volta, vado in ospedale a trovare quel che resta di mio padre”. E gli racconta la sua vita senza di lui.
    È un libro bello e anche se non ce n’è bisogno la dedica spiega che è tutto vero.

  • 19Nov2008

    Vera Bessone - Corriere Romagna

    Cristiano Cavina, Premio Tondelli con il suo romanzo Alla grande, ha appena pubblicato per Marcos y Marcos I frutti dimenticati, sorta di romanzo di formazione:
    “Non so se è una storia autobiografica: volevo raccontare un padre e un figlio che partono dallo stesso punto.”

    Leggi l’articolo completo

  • 15Nov2008

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    In letteratura le apparenze ingannano e sta alla qualità dello scrittore determinare, non tanto il fondo da cui ha attinto per la propria storia, quanto la possibilità di rendere questa storia “simbolica” al punto da annullare tutte le contigenze e i riferimenti. E’ quello che accade nel nuovo romanzo di Cristiano Cavina, autore giovane, tra i più solidi, legato anima e corpo alla realtà di un paese dell’Appenino Romagnolo, Casola Valsenio, che anche in questa storia è “il luogo” per eccellenza, con le sue tradizioni (qui è quella del recupero dei “frutti dimenticati”, con la visione dell’orto delle suore che era una sorta di Eden per queste piante destinate all’oblio), con le sue stramberie, con quella verità ancestrale che il fatto di essere appartartati, dentro una dimensione di provincia, ha preservato dall’impatto forte e devastante con il cinismo dell’omologazione.

    Questo è anche il romanzo in cui Cavina si presenta a nudo, raccontando di sè, della sua infanzia, del suo rapporto con il tema della paternità. E’ un passo avanti, anche temporale, rispetto al suo secondo, già intenso romanzo, Nel paese di Tolimtesac, dove erano le storie dei Cavina a farla da padrone. Qui l’autobiografia veniva mascherata dal senso di una coralità paesana, da una reivocazione che, in qualche modo, riportava allo spirito incantato e ironico, proprio dell’Amarcord  felliniano.

    Nel nuovo romanzo Cavina mantiene i toni di un’innocenza e di una naturalità di fondo, mediati da uno sguardo leggero e ironico, soprattutto nel continuo alternare passato prossimo e memorie infantili, ma vi innesta il senso del dramma, perchè la vita per lui ha voluto giocargli, così, di botto, a trentatrè anni, uno strano scherzo del destino, quello di ritrovare il padre che non ha mai avuto e nello stesso momento sapere di stare per diventare padre. Un tema da tragedia greca, parte autobiografica degli ultimi due anni di vita del giovane autore, che però Cavina ha la grande capacità di deviare dal genere classico dell’autobiografia, per innestarlo in una storia struggente e etica che abbandona il legame di sangue, per diventare emblematica materia romanzesca in cui lo scrittore pur parlando di sè, sembra guardare ad un altro, immaginario e simbolico protagonista. Questo succede agli scrittori veri e Cavina con questo romanzo (uno dei più belli di questo 2008) si conferma senz’altro ai primi posti di una ipotetica “play-list” della nuovissima generazione di scrittori italiani.

    Potente è il senso di smarrimento nell’incontro tra il protagonista e il padre, perfetto sconosciuto, che riesce ad avere il suo numero di telefono con uno stratagemma e quando lo incontra gli rivela di essere malato? Cavina racconta con grande pudore i movimenti interiori che nascono nel momento in cui è costretto, a riconoscere di avere un padre, nonostante lui se lo fosse immaginato e costruito  nell’anima negli anni e ora se lo ritrova senza forze, in un letto d’ospedale. Non cade mai nel sentimentalismo, ha il coraggio di riconoscere la sua inadeguatezza, l’essere in balia di un destino che non gliela racconta mai giusta. E straordinaria è la descrizione della devozione popolare della famiglia, una religiosità che invade tutto il quotidiano e che emerge nel momento del bisogno: quando ad esempio la sua ragazza cade dalle scale e viene ricoverata all’ospedale. Non si dimenticano le pagine in cui lui, in macchina, a manetta, chiede al Signore di risparmiarsi questi due esseri innocenti e di prendersi lui. Tutto dopo aver preso un foglio e scritto, quello che definisce la parte più bella di tutta la Bibbia, un frammento del Salmo 23: “E se anche dovessi camminare in una valle oscura/ Non temerei alcun male, perchè tu cammini con me”.

  • 06Nov2008

    Paolo Pegoraro - Famiglia Cristiana

    Di padre in figlio

    Ci sono momenti della vita in cui tutto pare convergere, giganteschi nodi del destino che ti chiamano inequivocabilmente all’appello. D’improvviso il padre che non hai mai conosciuto ti viene a cercare. Scopri di aspettare un figlio, trepidi per le gravi complicazioni della gravidanza, poi ecco una grave crisi di coppia. Infine ti devi confrontare con la malattia e con morti improvvise. Se non è questa, una resa dei conti…

    Ed è tutta nell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, un singolarissimo atto di audacia autobiografica che è, allo stesso tempo, una coraggiosa ammissione di sconfitta. Coraggiosa, sì, perché l’ultima parola non è una rassegnata resa al presemte, ma una sincera e pacata domanda di perdono. Un libro che sorprenderà soprattutto chi ha già conosciuto Cavina attraverso le pagine dei suoi tre romanzi precedenti (Alla grande, Nel paese di Tolintesàc, Un’ultima stagione da esordienti), incentrati sulla cronaca fantasiosa ed esuberante della sua infanzia a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, dove abita tutt’oggi.

    Cristiano, perché questo libro tanto diverso dai tuoi precedenti?
    «Lo scrittore Eduardo Galeano dice che una storia va raccontata perché tutti abbiamo qualcosa che merita di essere celebrato dagli altri e qualcosa per cui farci perdonare. Io credo che la letteratura dev’essere utile: una storia va raccontata perché c’è qualcosa da condividere. Volevo salvare questa storia, sentivo che valeva la pena raccontarla, però mi mancava il coraggio. Allora provavo a scrivere altro, ma non mi fermavo dopo poche pagine. Alla fine mi sono arreso alla storia che avevo dentro e che premeva per uscire. Era un pezzo di lava che, se non me lo fossi tolto, mi avrebbe dato fuoco».

    Dopo tre libri dedicati alla tua “infanzia incantata”, ora ne prendi le distanze.
    «Il passato può essere dolcissimo eppure pesante, come una meringa che non digerisci. Me ne rendo conto solo ora che c’è il futuro, cioè mio figlio. Sono sempre stato felice di non aver dimenticato niente e per molto tempo questo mi è bastato. Poi, quando è nato Giovanni, mi sono reso conto che fin da bambino avevo la foga di dover fare le cose più strane per sentirmi speciale… quando in realtà ero semplicemente un bambino che non conosceva suo padre. E non c’è niente di speciale in questo. Non avevo capito che non c’è niente di male nell’essere normali. Così ho sovraccaricato tutto di aspettative, solo per fare un errore clamoroso appena ne ho avuto l’occasione. La memoria è utile, ma a volte è un aratro che ti trascini dietro».

    Alcune pagine molto forti le hai dedicate all’incontro con lo sconosciuto che dice di essere tuo padre. Se da un lato chiedi scusa alla tua compagna, dall’altro c’è chi chiede perdono a te…
    «Io ci ho messo una vita per costruirmi il babbo ed era davvero il papà più forte del mondo: era Cyrano, era D’Artagnan, era mia madre quando si arrabbia e quando ride, era i miei nonni e i miei amici, era tutti loro insieme… solo che, in realtà, nessun padre può essere così. Ma finché scrivevo quelle pagine pensavo soprattutto a me stesso, perché oggi sono un papà che potrà sì veder crescere suo figlio, ma non minuto per minuto. È il prezzo che devo pagare per essere stato fatto a testa in giù».

    Nel libro, davanti al dolore, ti rivolgi subito Dio e improvvisi dei “patti” con Lui.
    «In tutti i miei romanzi si sente che sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e penso di esserlo anch’io: non so quanti hanno letto la Bibbia dalla prima all’ultima pagina… io sì. Sono cresciuto insieme a questo Dio che per me esisteva ed esiste concretamente, un po’ come un super-vigile urbano che tiene d’occhio tutte le faccende. Per cui, appena mi succede qualcosa di forte, il primo pensiero è di andare a Lui. Ma quando tutto va bene rischi di dimenticartene, come anche delle persone a cui vuoi bene».

    Dopo I frutti dimenticati sarà molto difficile tornare alla scrittura di prima, non credi?
    «È stata una svolta necessaria e giusta. Ho scoperto che posso scrivere non solo di “C’era una volta”. Per il futuro… le storie che ho dentro sono contate – cinque o sei – e quattro le ho già raccontate: mi sto avvicinando alla fine delle cose che ho da dire, non ci ho mai tenuto a fare lo scrittore di mestiere. Chissà! Forse il vizio della scrittura mi lascerà, forse no… ma non è un problema, ho scelto di restare un ragazzo di campagna che continua a fare il pizzaiolo. Va bene così».
    I frutti dimenticati di cui parli sono protagonisti di una festa di Casola, ma significano anche molto di più…
    «Sì, in effetti a Casola si continuano a coltivare frutti assolutamente non commerciali, come le mele cotogne asprigne e per niente belle come quelle dei negozi dove andiamo a fare la spesa. I frutti dimenticati sono quelle persone che non sembrano adatte a uno smercio su larga scala, eppure, per qualche magia, continuano a sbocciare e a produrre frutti».

  • 01Nov2008

    Redazione - Marie Claire

    «È uno sconosciuto come tanti altri e sembra annegare nei vestiti un po’ troppo grandi. Buona parte dei miei trentadue anni li ho passati a chiedermi come sarebbe stato questo momento, anzi a chiedermi se ci sarebbe stato». E per il protagonista (che si chiama Cristiano) quel momento arriva con tempismo cinematografico.

    Mentre sta per diventare padre e allungarsi nel futuro, il passato irrompe con una telefonata. E quel genitore che aveva immaginato come l’Altissimo, Jean Valjean, D’Artagnan, il Conte di Montecristo, «un babbo pieno dei ricordi delle persone vissute», se lo trova davanti in una piazza di Cesena. Dopodiché è un casino, perché la vita non ha il tasto stand by. Mentre il presente (e il non sapere dire alla propria donna «ti amo») fa paura, il passato e i ricordi(la vespa rossa del nonno, la scoperta di un mondo chiuso in un cassettone o l’orto delle suore dei frutti dimenticati) fanno da centro di gravità. E alla fine ti insegnano che le cose (quasi sempre) si possono aggiustare: «Se le stelle cadono perché Dio le appiccica col Vinavil», si può cambiare colla.

  • 01Nov2008

    Valeria Parrella - Grazia

    C’è di che ringraziare Cristiano Cavina per aver scritto questo libro: se è immaginabile una scala nel computer di uno scrittore, allora i romanzi precedenti gli sono serviti per arrivare a questo.

    Leggi l’articolo completo

  • 29Ott2008

    Giovanni Dozzini - Europa

    Cavina e il faro che lo guiderà

    È un padre che tiene in braccio il suo bambino e lo guarda con occhi innamorati, Cristiano Cavina. “Lui è il mio faro”, scrive dopo avergli scritto attorno un romanzo bello. E necessario, se è vero che stavolta Cavina non si limita a raccontare per filo e per segno i luoghi e i personaggi che hanno popolato fin qui la sua vita, come aveva già fatto nei suoi primi tre lavori (a partire da Alla grande, premio Tondelli nel 2006), ma ci mette la faccia fino in fondo. La faccia, e il nome, e il cognome.

    Il protagonista de I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 208 pp., 14,50 euro) è proprio lui, Cristiano. Che a trent’anni e passa incontra un padre mai conosciuto prima e si ritrova ad assisterlo al suo capezzale. Che vede sgretolarsi un amore grande e fortunato proprio quando da quell’amore stava aspettando il frutto d’un figlio da far crescere senza il vuoto che era toccato a lui. Cristiano va in giro a presentare i suoi libri, e intanto ricorda le storie della sua infanzia, dell’asilo dalle suore e dell’immancabile nonna dai piedi gonfi e dal rosario facile. Cristiano di sera fa il pizzaiolo nel locale dello zio e fantastica sui sensi delle cose, sui suoi patti con l’Altissimo e sulla sua irrefrenabile vocazione al fallimento.
    Parlando di Cavina quasi sempre si scomoda l’aggettivo “felliniano”, e bisogna scomodarlo anche stavolta, perchè il registro non cambia, e se cambia piuttosto s’affina, e le scene antiche di amicizia e fuggevoli e remoti dolori che affolano le strade del suo paese schiacciato tra le colline e il cielo basso di Romagna sembrano essere proprio sospese su un filo invisibile o che chi legge fa volentieri finta di non vedere. Come i fili che reggono certi acrobati o le marionette, come quelli che sapeva con incanto tirare Fellini, appunto, Fellini che Cavina per di più dichiaratamente ama allo stremo. I frutti dimenticati del titolo sono quelli che riempiono le bancarelle della festa paesana e quelli da cui la reverenda madre superiora distilla rimedi contro le mal disposizioni dei bambini, sono quello che potrebbe essere un uomo quando le campane avranno già da tempo suonato a morto per lui e la gente avrà confuso i ricordi del suo funerale con quelli del funerale di chissà chi. Arriva dove parte, questo romanzo, Cristiano è goffo quando comincia a raccontare, con la sua lingua sognante ma adatta, e rimane goffo quando esce di scena, ma ha il suo faro da cui non levare gli occhi di dosso, il suo bambino da cui ripartire e farsi guidare, quasi come un padre al rovescio, il padre che non potrà mai aver avuto.

  • 01Ott2008

    Roberta Capanni - www.mangialibri.com

    Cristiano non si è mai preso troppo sul serio. Ha trentatré anni quando decide di incontrare il padre che non ha mai conosciuto. Lo fa con la voglia di vomitargli addosso la rabbia che all’improvviso si accorge di avere dentro nonostante davanti a sé trovi solo uomo vecchio, malato… e totalmente sconosciuto. Cristiano è cresciuto sentendosi un prescelto, un bambino speciale, “nato in circostanze speciali in mezzo a gente speciale”.

    Membro di una famiglia i cui componenti maschi hanno come marchio di fabbrica “occhi da unno invasore e mignoli storti”, Cristiano è signore incontrastato dell’atmosfera di paese in cui cresce, tra nonna Cristina – storica portalettere di Casola Valsenio, detentrice, a suo dire, dei malanni più spietati e perennemente all’inseguimento di un posto in Paradiso – “l’anticonformista” nonno Gianì, una serie di suore da caricatura e le feste paesane che scandiscono mesi ed anni. L’incontro con Anna e la nascita di Giovanni entrano nella sua vita “speciale” senza un vero perché, con la leggerezza che contraddistingue la sua esistenza: solo la conoscenza di suo padre riuscirà a fargli trovare dentro si sé quelle risposte che non aveva mai trovato…
I frutti dimenticati è un libro che – come si dice utilizzando una formula trita ma evocativa – si legge tutto d’un fiato, grazie alla capacità di Cristiano Cavina di far emergere il lato grottesco di personaggi e situazioni. La premessa con una citazione di Henry D.Thoreau sulla necessità per uno scrittore di dare ai suoi lettori un racconto della propria vita fa immaginare che la lettura che ci aspetta sarà il ‘solito’ diario, invece ci troviamo immersi nel divertente stile letterario di Cavina e in una vita di paese disegnata da personaggi semplici ma pieni di carattere e originalità. Ci dispiace quasi non aver conosciuto di persona suor Luca Maria e il suo inviolabile orto dei frutti dimenticati, il parroco Don Elvis – uomo grande come una montagna e regolare frequentatore del Bar Nuovo – o il piccolo Franceschino Morara convinto che le stelle cadano perché Dio le appiccica in cielo solo con il vinavil. Ma il tema che serpeggia tra i capitoli del libro è quello del perdono e succede senza che il lettore se ne accorga: il perdono come rinascita, abbandono della paura. Cristiano perdona se stesso attraverso suo padre. Nonostante Thoreau e la premessa iniziale, la bravura di questo scrittore ci fa domandare: ma questa sarà la vera storia di Cristiano Cavina?