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I cento pozzi di Salaga

Archivio rassegna stampa

  • 15Lug2019

    Mariangela Taccogna - Mangialibri

    Intervista a Ayesha Harruna Attah

    Ayesha Harruna Attah è nata in Ghana ed è cresciuta a pane e libri. Ha studiato all’estero, ma ha deciso di tornare nella sua Africa e scrivere della sua terra. Pluripremiata e tradotta in diversi Paesi, la sua voce si è imposta nel panorama della letteratura africana. Per lanciare il suo ultimo, tagliente e appassionato romanzo sul mercato italiano e partecipare al Festival “Letterature 2019” è stata a Roma. Abbiamo colto l’occasione per incontrarla.

    La schiavitù è stata una ferita terribile per l’Africa, come scrivi nel tuo romanzo I cento pozzi di Salaga. Quali sono le ferite dell’Africa oggi?
    Sì, oltre a soffrire di diverse forme di schiavitù, sopportiamo anche le ferite della colonizzazione e siamo ancora sfruttati – specialmente quando si tratta delle nostre risorse. Siamo anche divisi internamente e quindi vulnerabili all’esterno.

    Aminah e Wurche: due modi diversi di vedere e vivere la propria vita. Ayesha è più simile ad Aminah o a Wurche?
    Sono più simile ad Aminah, ma mi piacerebbe essere audace come Wurche, correre dei rischi come lei, e non aver paura di essere diversa.

    Entrambe nuotano contro la marea. Cosa vuol dire oggi essere “contro”, infrangere le regole, essere veramente liberi?
    La totale libertà per me si raggiunge quando le donne sono alla pari con gli uomini sul posto di lavoro e a casa. Quando le persone di tutti i colori sono trattate con lo stesso rispetto e hanno la stessa dignità. Quando le persone non vengono discriminate a causa di abilità, colore della pelle, forma dei capelli, genere o per chi scelgono di amare. Quando l’ampio divario tra gli abbienti e i non abbienti viene reso sempre più piccolo.

    Sei una delle scrittrici più interessanti della scena africana. Com’è nata la tua passione per la letteratura?
    Grazie, sono uno dei tanti scrittori interessanti che il continente produce oggi! Per quanto possa ricordare, ho sempre amato i libri. Ho iniziato a leggere all’età di quattro anni, quindi ormai è davvero da tanto tempo. Ero addirittura prefetto della biblioteca alla scuola elementare – questo dovrebbe dirti molto!

    Non è facile per una giovane donna africana che scrive di raggiungere pubblicazioni, tour mondiali, festival ecc. Quali ostacoli hai incontrato sulla strada del successo?
    Come per chiunque pratichi una forma d’arte, la lotta è sempre per sopravvivere, rimanendo fedeli al nucleo del proprio materiale. Sto ancora lavorando su come farlo.

    http://www.mangialibri.com/interviste/intervista-ayesha-harruna-attah

     

  • 12Lug2019

    Gabriele Santoro - Il Messaggero

    «Lo schiavismo? Una ferita aperta perciò ne parlo»

    La giovane scrittrice Ayesha Harruna Attah è un talento emergente nel panorama della letteratura africana. In Italia, è stato tradotto e pubblicato recentemente il suo terzo romanzo, I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos, 18 euro, 300 pagine, traduzione di Monica Pareschi), città ghanese già epicentro del mercato degli schiavi. Due donne alla ricerca della propria libertà animano la narrazione, che ha lo spirito e il respiro del romanzo storico.

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  • 04Lug2019

    Pier Maria Mazzola - Africa

    I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah

    Una donna ghanese scrive di due donne del Ghana di fine Ottocento, ispirandosi alla storia di una sua trisavola ridotta in cattività dallo schiavismo intra-africano. La città di Salaga fu la “Timbuctu del sud” perchè crocevia di commerci e genti […]

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  • 28Giu2019

    Elena Buia Rutt - L'Osservatore Romano

    Un incontro per la libertà

    La complicata storia del Ghana precoloniale del XIX secolo viene narrata in modo originale e realistico nel terzo romanzo di Ayesha Harruna Attah, I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos), attraverso gli occhi di due giovani donne, Wurche e Aminah, alla ricerca della propria libertà, in un periodo storico dominato da violenza e sopraffazione. Il titolo allude ai pozzi della vivace città mercantile nel nord del Ghana, appositamente costruiti affinché gli schiavi, razziati dai predoni e sottoposti ad atrocità di ogni tipo, vi venissero lavati prima di essere venduti.

     

    Ayesha Harruna Attah, una delle voci più significative della giovane narrativa africana, ha tratto ispirazione da un fatto a lei noto e vicino: la storia di una sua trisavola, fatta schiava e venduta proprio a Salaga. La scrittrice ghanese, classe 1983, nata in una famiglia di giornalisti, mostra, attraverso i dettagli domestici e storici che caratterizzano le storie di queste due donne, come la schiavitù a quel tempo non fosse una questione etica, ma una lunga tradizione, nonché fonte di guadagno in primis per i popoli africani.

    Aminah è un’adolescente che vive una vita stabile e serena con le due mogli e i figli di suo padre; eppure a Botu, il piccolo villaggio in cui abita, dove stazionano brevemente le carovane islamiche per commerciare e rifornirsi, iniziano ad arrivare voci di persone rapite e portate alla “grande acqua”. Nonostante le preghiere al dio africano, Otienu, la casa di Aminah, una notte, viene attaccata dai predoni: la famiglia uccisa, dispersa, ridotta in schiavitù. In modo diametralmente diverso, si dipanano invece i fili della vita di Wurche, giovane donna musulmana africana, la cui nobile famiglia vive in un insediamento più vicino alla costa atlantica, arricchendosi con la tratta degli schiavi. Wurche detesta le normali occupazioni femminili, ama cavalcare e vuole partecipare al governo del suo popolo, consigliando il padre e prendendo parte alle riunioni con gli altri capi. Quando la tribù degli Ashanti, le forze britanniche e quelle tedesche iniziano a minacciare il potere e il commercio della sua famiglia, Wurche viene data in sposa al re dei Gonja, Adnan, per consolidare un’alleanza politica. Ma il matrimonio non riesce a domarla: nonostante le violenze subite dal marito, Wurche mantiene un’indomita forza d’animo che la porta a scappare, lasciando coraggiosamente Adnan e, suo malgrado, la propria famiglia di provenienza.

    Un ingegnoso dispositivo della trama di questo romanzo fa sì che grazie al personaggio di Moro, schiavo e mercante di schiavi, i destini di Aminah e Wurche si incontrino. Entrambe le giovani, pur per ragioni diverse e in circostanze molto diverse, si innamorano di lui. Wurche finisce per comprare Aminah e l’ultima parte del romanzo dà voce al rapporto tra le due giovani donne basato su un dislivello gerarchico, ma in realtà paritario sul piano della stima e dell’affetto. Entrambe combattono per seguire la loro indole, per realizzare il loro sogno, senza piegarsi a un mondo maschile insensibile, brutale e arretrato, abituato a considerare la donna un oggetto sessuale o una sorta di “animale da lavoro”. La riflessione sull’orrore della schiavitù avviene dunque attraverso una presa di coscienza da parte di entrambe, basata su una reale esperienza di vita e di incontro.

    http://www.osservatoreromano.va/it/news/un-incontro-la-liberta

  • 13Giu2019

    Mariangela Taccogna - Mangialibri

    I cento pozzi di Salaga

    Autore: Ayesha Harruna Attah

    Traduzione di: Monica Pareschi

    Genere: Romanzo Etnico

    Editore: Marcos y Marcos 2019

    Botu, Ghana. Aminah e le sue sorelle sono sole: il padre è via per vendere le sue scarpe. Il rumore della carovana in arrivo interrompe le loro attività: il “madugu” si avvicina, fiero e flessuoso sul suo cavallo. Imponente e carismatico, si ferma davanti ad Obado, il capo del villaggio, per contrattare il pedaggio. È il momento, per le tre ragazze, di vendere le loro pietanze ai viaggiatori. E non c’è tempo da perdere. In giro, da sole, per l’accampamento, Aminah e le sorelle non sanno quanto un uomo possa essere spregevole e violento. Non resta che tornare a gambe levate a casa. Al diavolo l’uomo col turbante! Al diavolo il budino! Nella capanna trova pace e la presenza del padre la rassicura ulteriormente. Ma è pronto a partire e le fa promettere di prendersi cura della madre, delle donne di casa. Nello stesso momento, a Kpembe, anche Wurche è sola: suo padre e i suoi fratelli sono partiti per un importante incontro di capi tribù. Avrebbe voluto essere lì con lui ma la politica non è cosa da donne. Suo padre le aveva concesso il privilegio di studiare ma il suo destino, come quello delle altre, è legato ad un buon matrimonio. Niente di più lontano da quanto desiderasse il suo cuore: essere a guida del suo popolo.

    Nessuna delle due immagina che le loro strade siano destinate ad incrociarsi…Le voci di Aminah e di Wurche si alternano, a raccontare lo stesso tempo e lo stesso spazio da due differenti punti di vista. Due donne lontane, con storie differenti, unite dal comune coraggio di forzare le tradizioni, di andare controcorrente, di non piegarsi a regole ingiuste. Accumunate dalla condizione di essere donne nell’Africa di fine Ottocento. Ayesha Harruna Attah, considerata una delle espressioni più interessanti della narrativa africana di oggi, riesce ad affrontare, con uno stile coinvolgente e scorrevole, le questioni scottanti legate alla sua terra (la schiavitù, i privilegi, il potere, il colonialismo). Ma non si limita a questi aspetti. Va a fondo nell’animo umano toccando corde più intime (l’amore, il coraggio, l’amicizia). Temi senza tempo e senza spazio. Il taglio realistico evidenziato dalla capacità di creare immagini vivide e dall’uso di termini originari, trasporta il lettore in terre lontane e si inserisce in una interessante capacità di raccontare, in modo potente, i sentimenti e le emozioni. Le due protagoniste, infatti, sono due personaggi complessi, tratteggiate con sapiente attenzione, lasciando emergere i lati psicologici che le rendono personaggi universali e contemporanei. I cento pozzi di Salaga (gli stessi pozzi utilizzati dagli schiavi per lavarsi prima di essere messi in vendita), particolarmente apprezzato in Africa per la fedeltà della ricostruzione storica, è in corso di pubblicazione in diverse lingue.

     

    http://www.mangialibri.com/libri/i-cento-pozzi-di-salaga

  • 27Apr2019

    Redazione - Il club dei lettori solitari

    I cento pozzi di Salaga

    Storia di una schiava e di una principessa ribelle

    Nell’Africa pre-coloniale due donne portano avanti le proprie battaglie

    I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah è uscito in Italia il 13 febbraio 2019 per Marcos y Marcos

    A
    come Aminah

    È una delle due protagoniste femminili di questo romanzo ambientato nel Ghana pre-coloniale caratterizzato da guerre locali per il potere tra le città snodo delle principali carovane e dall’arrivo dei primi bianchi a schierarsi con le diverse fazioni.

     

    Aminah vive con il padre calzolaio, le sue due mogli e i vari fratelli e sorelle: mentre gli adulti discutono sul pretendente con cui dovrebbe maritarsi, lei sogna invece di imparare a cucire scarpe per poter viaggiare e venderle.

    Anche Wurche, di ben altre origini, non ha alcuna intenzione di sposarsi e preferirebbe combattere al fianco del padre per ottenere il trono che si merita, ma è destinata a un matrimonio combinato con un uomo sgradevole per accontentare il padre e garantire una pace tra i popoli.

    B
    come Blu

    Bello dalla pelle incredibilmente scura al punto da sembrare blu è l’uomo che accomuna queste due donne così diverse e lontane per estrazione sociale: è Moro che, pur essendo dotato di grande sensibilità, è invischiato nel traffico di esseri umani di cui la stessa Aminah resterà vittima.

    C
    come Crocevia

    Perché I cento pozzi di Salaga può essere riassunto con questa parola: è una storia di incroci di popoli, persone, culture, idee.

    Incontri e scambi che, nel bene e nel male, producono inevitabilmente delle conseguenze e dei contrasti, il prezzo da pagare per portare a termine il processo di cui sono protagoniste queste due meravigliose e coraggiose donne: l’emancipazione.

    L’autrice

    Dal sito di Marcos y Marcos:

    Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, sotto il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti molto aperta in cui le storie erano il pane quotidiano. Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere. I suoi primi due libri sono stati finalisti di premi prestigiosi (Commonwealth Writers’ Prize, Kwani? Manuscript Project) e i suoi testi sono stati pubblicati sul «New York Times Magazine». La prima scintilla dei Cento pozzi di Salaga è il ricordo di una trisavola, venduta come schiava sul mercato di Salaga nel Ghana precoloniale, negli anni cruciali dell’aggressione europea. Celebrato in Africa per la profondità della ricostruzione storica e per la forza delle due protagoniste femminili, è in corso di pubblicazione in nove paesi. Ayesha Harruna Attah vive in Senegal ed è considerata una tra le voci più forti della narrativa africana di oggi.

     

    LA SCHEDA

    Come si intitola? I cento pozzi di Salaga
    Chi lo ha scritto? Ayesha Harruna Attah
    Traduzione di Monica Pareschi
    Con quale editore? Marcos y Marcos (2019)
    Quante pagine ha? 300
    Quanto costa? 18 euro
    Qual è il personaggio di questo libro che entra nel Club? Wurche, guerriera ribelle
    Questo libro è adatto per: ricordarci che essere donne non è mai stato facile, ma che le libertà di cui godiamo oggi sono frutto delle lotte delle nostre antenate e quelle di cui godranno le nostre figlie saranno il risultato delle nostre battaglie.
    https://ilclubdeilettorisolitari.it/2019/04/27/i-cento-pozzi-di-salaga/

  • 19Mar2019

    Camilla Sernagiotto - Grazia

    10 nuovi libri bellissimi da leggere questa primavera

    Nuovi libri da leggere questa primavera: tra le nuove uscite abbiamo selezionato i migliori titoli per risvegliare i 5 sensi dopo il letargo invernale.

     

    La primavera è il momento del risveglio di tutto, dai sensi alla voglia di rivoluzionarsi dentro e fuori, alla faccia del letargo invernale. E i libri ci aiutano tantissimo, stimolandoci a vivere vite altrui (quelle dei protagonisti) e contemporaneamente la nostra.

    Leggendo ciò che capita agli altri, infatti, introiettiamo pensieri ed emozioni che altrimenti non potremmo sperimentare.

    Per fare sbocciare tutte queste sensazioni inedite, ecco i 10 libri più interessanti in odore di primavera.

    Romanzi appena usciti che già promettono di diventare cult.

     

    Bianco letale. Un’indagine di Cormoran Strike, di Robert Galbraith

    Quarto capitolo dell’appassionante saga thriller capitanata dall’investigatore privato Cormoran Strike e Robin Ellacott, ancora insieme in un giallo venato di rosso sangue e tanta suspense.

    Bianco letale. Un’indagine di Cormoran Strike è la nuova fatica di Robert Galbraith, un nome (anzi: uno pseudonimo) che di successi letterari se ne intende.

    Si tratta infatti dello pseudonimo di J. K. Rowling, l’autrice dell’epopea di Harry Potter.

    Il Cormoran Strike messo a titolo è l’investigatore privato già protagonista de Il richiamo del cuculo, Il baco da seta e La via del male.

    Qui si troverà alle prese con Billy, un ragazzo che si rivolge alla sua agenzia investigativa per chiedere di indagare su un omicidio a cui è certo di avere assistito da bambino.

     

    Nightflyers, di George R.R. Martin

    Palati amanti della fantascienza, deglutite perché l’acquolina in bocca è tanta: Nightflyers, il racconto di fantascienza del mitico George RR Martin, è arrivato in edizione italiana.

    Giusto in tempo per leggerlo prima che approdi su Netflix la serie tv omonima, ispirata proprio a questa avventura spaziale.

    In un futuro prossimo, la Terra è ormai sull’orlo del tracollo e l’unica speranza perché si salvi si chiama Nightflyer.

    Si tratta della più avanzata nave spaziale di tutta la galassia, in rotta verso un’astronave aliena in cui sperano di trovare il segreto per salvare l’umanità. Ce la faranno i nostri astro-eroi?

     

    Morto che cammina, di Irvine Welsh

    Rent, Begbie, Sick Boy e Spud, i mitici protagonisti di Trainspotting, tornano a rivivere avventure folli e davvero al limite sulla pagina di Morto che cammina di Irvine Welsh.

    Ancora schiavi delle loro dipendenze, il quartetto di pazzoidi nato dalla penna di Welsh ritorna.

    Però per uno di loro sarà l’ultima volta.

    Chi dei quattro è il “dead man walking” messo a titolo?

    Un’avventura mozzafiato piena zeppa di imprevisti, colpi di scena e pazzie à la Irvine Welsh.

    Per chi ha amato Trainspotting sia in cartaceo sia in versione filmica, Morto che cammina è una manna dal cielo.

    Cielo nuvoloso e grigiastro targato Scozia e Inghilterra, quello che fa da scenario alle vite dei quattro antieroi “welshiani”.

     

    Fedeltà, di Marco Missiroli

    Fedeltà è un romanzo che indaga sul principio morale numero uno su cui si basa la fiducia.

    Nonché una delle cose più difficili da rispettare per un essere umano.

    L’autore Marco Missiroli scrive una storia che potrebbe essere la storia di chiunque: lui e lei ma anche l’altra e l’altro.

    Anche il meno fedifrago su questa terra ha avuto almeno una volta qualche pensiero poco fedele perché, ahinoi, l’uomo non è un animale che con la fedeltà ci va a braccetto, anzi.

    Fedeltà è la lettura ideale se siete curiosi di sapere qualcosa di più sul tema, magari da poco scottati dalla scoperta di un tradimento o anche solo desiderosi di capire i meandri psicologici ingarbugliatissimi della vostra mente (“Sto benissimo con il mio fidanzato ma continuo a pensare all’ex!” Tranquilli: è normale. Ma quell’ex a cui pensate in realtà non esiste, sappiatelo. Si tratta di una vostra proiezione mentale ben lontana dal reale).

     

    Elevation, di Stephen King

    Se c’è uno che non ha bisogno di “elevation” in materia letteraria, quello è Stephen King.

    Il maestro indiscusso della penna a inchiostro nero horror torna con un breve romanzo da bere tutto d’un fiato: Elevation, appunto.

    Ambientato nell’immaginaria cittadina di Castle Rock, lo scenario reso ormai mitico da King e situato nel Maine, ha come protagonista Scott Carey, un uomo che improvvisamente si ritroverà attanagliato da una misteriosa malattia che gli fa perdere peso senza tuttavia mutare nell’aspetto.

    Inoltre la bilancia non sembra indicare variazioni significative, sia che Scott indossi o meno i vestiti, eppure qualcosa di tanto misterioso quanto inquietante sta accadendo al suo corpo.

    Chiederà aiuto al suo medico di fiducia, Bob Ellis, per scoprire una realtà davvero incredibile.

     

    La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio

    Due personaggi tanto lontani tra loro quanto empatici: un giovane ragazzo e un anziano investigatore sono l’accoppiata vincente che fa da protagonista di questo romanzo.

    Un romanzo che è in realtà una miscellanea di racconti a tema poliziesco, con un’intricata trama fatta di misteri, sospetti e tanta suspense.

    A corredare il tutto, anche una profonda riflessione sul lavoro investigativo, sul rimpianto e sul senso di colpa, questi ultimi tra i tormenti peggiori dell’essere umano (nonché i più onnipresenti).

    La versione di Fenoglio di Gianrico Carofiglio è perfetto per chi ama i gialli che indagano non solo sull’assassino ma anche nella profondità morale, psicologica e inconscia di tutti i personaggi, nessuno escluso.

     

    L’isola dell’abbandono, di Chiara Gamberale

    L’isola dell’abbandono è il romanzo che tratta della paura numero uno dell’essere umano: essere lasciati.

    L’abbandono di chi amiamo, sia in termini di essere traditi e lasciati sia di abbandoni più tragici e irreversibili, come le dipartite causate dalla morte…

    La protagonista della storia sente il bisogno di tornare sull’isola di Naxos, in Grecia, dove dieci anni prima è stata lasciata da Stefano, il suo primo (e da allora unico) grande amore.

    Questo suo viaggio sarà anche un viaggio interiore, per riconnettersi con una parte di sé dimenticata o forse mai nemmeno conosciuta: la sua essenza.

    Spesso la paura della fine delle cose ci impedisce di godercele mentre stanno accadendo.

    Questa è la peggiore delle maledizioni dell’essere mortali: non la morte in sé ma la paura di essa, il timore che inquina tutti gli altri giorni della vita.

    E la paura di essere abbandonati va di pari passo.

    Curioso sapere che l’espressione “piantare in asso” si debba a Teseo che, uscito dal labirinto grazie all’aiuto di Arianna, anziché riportarla con sé ad Atene la lascia sull’isola di Naxos. In Naxos: in asso, appunto.

     

    Il cieco di Ortakos, di Salvatore Niffoi

    Il cieco di Ortakos è il nuovo libro di Salvatore Niffoi che racconta una doppia storia che va in parallelo ma in senso inverso, su binari che mai si toccano ma che molto hanno da spartire.

    Il tema, innanzitutto: la cecità messa a titolo.

    Entrambe le storie raccontate ne Il cieco di Ortakos, una sotto forma di romanzo breve e una di racconto, parlano di episodi in cui il diventare cieco svolge un ruolo centrale.

    La prima trama racconta di Damianu Isperanzosu, un ragazzo cieco dalla nascita e odiato dal padre proprio per questa sua invalidità che riuscirà a sopportare i dolori della vita grazie all’amore di sua mamma e alla carità del medico e del parroco del paese.

    Il prete lo aiuterà a studiare con i metodi didattici appositi per i non vedenti, garantendogli una buona cultura che sarà per Damianu un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. A un mese dalla sua tragica fine, ironia della sorte, Damianu incomincerà per la prima volta a vedere.

    La seconda storia invece ha come protagonista Paolo, un ragazzo soprannominato Pasodoble per via della sua passione viscerale per il tango.

    Lettore vorace che usa i libri per vivere letteralmente le vite degli altri, a un certo punto della vita si convince di avere ormai visto tutto quello che c’era da vedere e si chiude in convento. Perdendo davvero la capacità di vedere.

    Una cecità che è sia fisica sia spirituale, metafora anche della capacità di andare oltre all’apparenza e alzare il velo illusorio che copre ogni cosa.

     

    I cento pozzi di Salaga, di Ayesha Harruna Attah

    I cento pozzi di Salaga è il romanzo della scrittrice africana Ayesha Harruna Attah che i lettori più amanti dell’esotismo divoreranno.

    Le protagoniste sono due donne: Aminah vive in un villaggio sulla pista delle carovane e sogna di cucire scarpe e viaggiare per venderle; Wurche è una guerriera figlia di un re, intenzionata a governare assieme al padre e ai fratelli per contrastare con tutte le sue forze gli europei e la loro voracità colonizzatrice.

    A Wurche verrà fatta una richiesta per lei assurda: una proposta di matrimonio per sancire un’alleanza. Le due donne, così lontane per estrazione sociale e tipologia di vita, verranno messe in contatto da Moro, un uomo bellissimo e dotato di una profonda sensibilità che mal si adatta al suo lavoro: è invischiato nel traffico di esseri umani.

    I cento pozzi di Salaga è un’avventura coinvolgente che racconta con ritmi serratissimi le evoluzioni di vite da noi lontanissime che tuttavia hanno lo stesso leitmotiv che fa da sfondo a qualsiasi esistenza: nutrire sogni per un futuro migliore.

     

    Vita su un pianeta nervoso, di Matt Haig

    Vita su un pianeta nervoso è il nuovo libro di Matt Haig che parla di un tema caldo per chiunque (o quasi): l’ossessione del controllo dei social network, del numero di like, retweet ed endorsement ricevuti sui vari Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn e chi più ne ha più ne metta.

    Dopo lo strepitoso successo riscosso dal suo bestseller Ragioni per continuare a vivere in cui Haig si è messo a nudo, parlando senza mezzi termini delle sue crisi depressive, il giornalista e scrittore inglese torna a confessarsi circa un’altra tagliola per lui estremamente affilata e insidiosa: la dipendenza da social.

    Il suo libro parla della vita frenetica che conduciamo, spesso connessa proprio al tipo di tecnologie che la caratterizzano e della solitudine che ne deriva.

    I social network infatti, a dispetto del loro nome, finiscono per isolare in bolle di asocialità gli utenti più fedeli, confinandoli a un’alienazione molto pericolosa che può portare a livelli estremi di ansia e depressione.

    Perché essere connessi ci disconnette dalla realtà, dalla vita, dai cosiddetti “piedi per terra” tanto cari alla saggezza popolare.

    Vita su un pianeta nervoso è il titolo che tutti coloro che si sentono attanagliati dall’ansia da selfie, feedback e riconoscimenti social vari dovrebbero assolutamente leggere.

    Per aprire gli occhi e, forse, spegnere finalmente lo smartphone.
    https://www.grazia.it/stile-di-vita/libri/nuovi-libri-da-leggere-primavera-2019

  • 18Mar2019

    Dario D'Ubaldo - sulromanzo.it

    “I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, un messaggio di emancipazione

    Si fatica non poco a cogliere l’essenza fondamentale de I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah, per questo è doveroso andare a sbrigliare i nodi della matassa uno a uno. Solo così si potrà comprendere e apprezzare la potenza del messaggio di emancipazione che porta con sé.

    Mi premerà parlare anche della traduzione di Monica Pareschi e dell’edizione Marcos y Marcos, per cui la copertina e l’impaginazione. Andiamo con ordine.

     

    L’ambientazione è l’Africa precoloniale, nella regione del Ghana. Due donne, una principessa e una schiava, affronteranno le ingiustizie di quel mondo complesso e tremendo. A prescindere dalla loro estrazione sociale la storyline a cui sono legate – anzi, incatenate – le rende a tutti gli effetti coprotagoniste del libro. Interessante, da questo punto di vista, il fatalismo pervasivo di una certa cultura africana, che prende il nome di “licabili”:

    «Aminah non ci aveva mai pensato. Era la convinzione che qualunque strada uno scegliesse di prendere nella vita, sarebbe arrivato dove era stabilito che arrivasse. Per lei questo non aveva significato granché».

    La parola chiave è emancipazione e, in particolare, l’emancipazione dalle tradizioni, laddove queste possano essere portatrici di preconcetti negativi. Negativi perché non rinforzano la libertà e la grandezza delle persone, ma separano e tracciano confini tra l’utile e l’inutile. Interessante da questo punto di vista è l’esergo che subito ci catapulta in una dimensione di riflessione culturale:

    «La tribù più numerosa è anche la più forte» (Proverbio gurma)

    Primo elemento: etnia gurma, l’emancipazione intellettuale foucoltiana per cui “Africa” è un’idea molare, ossia superficiale, intrinsecamente limitata e limitante. Il lessico specifico diventa l’arma intellettuale di emancipazione; dire “gurma” significa specificare, legittimare un’etnia, un popolo. In questo senso I cento pozzi di Salagaha il carattere di un romanzo veristae non perché si dichiara come uno ”stile africano”, che non esiste e non esisterà mai, essendo un concetto molare e, quindi, un’approssimazione della realtà. È “africano” perché parla di “gurma”, di Islam, di Salaga, di schiavitù precoloniale, etc.

    «Salaga era come le zuppe che cucinava sua nonna, piene di carne e pesce d’ogni tipo. I mossi, gli yoruba, gli hausa, i dioula, i dagomba laggiù erano di casa. Quando le capitava di andarci, scrutava avida le armi europee arrivate fin lì dalla costa, i cavalli portati dai mossi, e ascoltava le battute che si scambiavano i venditori ansiosi di piazzare la merce e i compratori che si divertivano semplicemente a contrattare. A Salaga, tutto era in vendita.»

    A Salaga tutto è in vendita, perfino gli umani.

    I personaggi non sono rappresentati, ma rappresentativi e, in questo senso, dei tipi più che veri e propri personaggi. Non c’è la volontà di fare un resoconto storico degli avvenimenti ma di portare al lettore una narrazione romanzata che, per quanto fedele all’ambientazione, trova il suo messaggio di testimonianza proprio nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nel sottotesto. Come il sottotesto dell’esergo: se la tribù più numerosa comanda, allora le donne diventano strumento di potere e chi le controlla decide il futuro della tribù. L’omosessualità in tutte le sue forme diventa una strada inefficace per il raggiungimento del potere. Nello schiavismo e nei matrimoni combinati del romanzo c’è tutta la biopolitica di Foucault; il potere sul corpo, sulla vita delle persone, che vale molto di più che farle semplicemente morire:

    «Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte» (Michel Foucault)

    A questo punto bisogna chiedersi se tutto questo writivism (parola macedonia che mischia scrittura e attivismo) è compatibile con il modo letterario del romanzo classico o se siamo di fronte a un’avanguardia.

    Si potrebbe avanzare l’ipotesi che il colonialismo francese abbia ancora ripercussioni sulla cultura africana, anche nelle manifestazioni di opposizione al colonialismo stesso. Si potrebbe dire che il postmodernismo francese abbia colonizzato il pensiero africano e la politica in generale, tanto che non stupisce che la CIA monitorasse i tipi sospetti come Foucault. Per quanto ci possa davvero essere un disperato bisogno di rileggere quei testi, anche in Italia, è altrettanto vero che la dimensione artistica ha (o dovrebbe avere) una sua indipendenza.

    L’autrice è sicuramente padrona del mestiere dello scrivere. Fa un uso sapiente di figure retoriche, strutture narrative, dinamiche di conflitto e non solo, porta al lettore belle immagini (evocative e introduttive), ricchezza di tematiche, chiarezza del tema centrale, scorrevolezza del testo. Il tratto che più mi ha colpito è la capacità di integrazione dei vocaboli nella prosa, ne avevo parlato anche il mese scorso con Il pieno di felicità. Anche senza una traduzione il lessico straniero si intuisce dal sostegno portato dalle azioni della scena, dalla semantica delle frasi adiacenti e il verbo della frase. Leggiamo un esempio chiarificatore:

    «Lasciò dunque cadere la lucertola pietrificata dentro il mortaio e cominciò a pestarla piano, trattenendo il disgusto. Ancora non aveva capito cosa ci facesse Adnan con quegli intrugli. Forse gli servivano per un sacrificio? A Botu, le uniche occasioni in cui comparivano animali morti come quello erano quando i ragazzi facevano scherzi alle ragazze o quando era in corso un sacrificio, ma era Obado a compiere il parli. Alle donne non era permesso toccare nulla che fosse collegato al sacrificio.»

    “Parli” significa “sacrificio cruento”, parola che ricorre sia nell’immagine, sia nella frase ma che non viene posta come banale traduzione ma come appiglio semantico per il lettore. L’eleganza di questo passaggio è proprio nella sua apparente semplicità che nasconde, tuttavia, la ricchezza delle famiglie di linguaggi africani ignote a noi lettori italiani. Il lavoro di traduzione è eccellente e arricchisce il valore del libro in questo senso.

    Parliamo anche della copertina: una donna di colore immersa in un pozzo, che riflette la figura di una persona dal volto basito. L’immagine ci riporta a parlare del writivism, un genere di scrittura che sovrappone il piano della pura artisticità a quello storico-politico. Senza contare che l’autrice è ghanese e l’idea del libro è stata ispirata dalla vita di sua nonna, venduta come schiava proprio in quelle terre. Questi elementi esterni al piano dell’arte per l’arte rendono il libro un “caso letterario”, qualcosa che in parte si spoglia delle vesti del romanzo e, senza prendere la casacca della ricostruzione storica, si fa portatore di un messaggio universale che vale per ogni donna e per ogni persona sulla terra. Un messaggio di libertà, di uguaglianza e di amore.

    I cento pozzi di Salaga funziona proprio perché è un libro sull’emancipazione, che non ha paura di condannare la finzione dell’arte per ambire a qualcosa di più. Riprendendo la prima citazione, possiamo pensare Aminah come sinonimo dell’autrice, a cui l’idea di un destino prestabilito (per i personaggi di un libro o per le persone reali) non ha nessun significato.

    In definitiva, I cento pozzi di Salaga è un libro d’avanguardia, in quanto dalla finzione narrativa preferisce ricondurre il lettore alla cruda realtà, allargando quanto più possibile il concetto stesso di romanzo, in allegoria al desiderio di sovversione culturale in chiave anti-patriarcale.<

    http://www.sulromanzo.it/blog/i-cento-pozzi-di-salaga-di-ayesha-harruna-attah-un-messaggio-di-emancipazione

     

  • 18Mar2019

    Valentina Zirpoli - Economia Italiana

    La battaglia per la libertà non ha colore, né censo, né cultura

    La giovane ghanese Ayesha Harruna Attah mette in scena l’intrigante storia di una principessa e di una schiava che si incontrano a Salaga, la città dei cento pozzi

    Si chiama Ayesha Harruna Attah e si propone come una delle voci più intense della nuova narrativa africana. Basta leggere I cento pozzi di Salaga (Marcos Y Marcos, pagg. 300, euro 18,00, traduzione di Monica Pareschi) per rendersene conto.

    Sia per la capacità di raccontare sia per gli argomenti trattati. Il tutto a fronte di una robusta capacità nel saper intrecciare la storia delle sue due protagoniste (due donne diverse sia per nascita che per indole che si raffrontano con i temi del potere e della libertà) con quella dell’Africa di fine Ottocento. Quando ancora a tenere banco era il commercio degli schiavi, una piaga che l’autrice tratta da par suo, senza lasciarsi andare a una più che lecita commiserazione.
    Una capacità che sorprende anche perché il racconto – supportato da anni di ricerche – si rifà a una vicenda vera legata alla trisavola dell’autrice, che era stata venduta come schiava sul mercato di Salaga, appunto nel Ghana precoloniale, quello dominato dalle potenze europee. Risultato? Un lavoro di indubbio impatto che si rifà a un personale modo di scrivere, peraltro celebrato dai critici per la capacità di evocare in maniera convincente le vicende storiche e le atmosfere africane dei tempi andati.
    E appunto in Ghana, e più precisamente nella capitale Accra, Ayesha Harruna Attah è nata nel 1983, quando ancora teneva banco il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti in cui le storie rappresentavano il pane quotidiano. Una famiglia che le avrebbe permesso di poter studiare negli Stati Uniti (Columbia e New York University), per poi tornare in patria (anche se oggi vive in Senegal) e mettersi scrivere apprezzati romanzi, tradotti o in corso di traduzione in nove nazioni (Usa compresi).
    Il Ghana, si diceva. Un Paese che fa da sfondo a una storia che ho saputo apprezzare in maniera particolare in quanto, non molti anni fa, nel corso del mio girovagare giornalistico per il mondo, avevo avuto modo di incontrare l’allora presidente della Repubblica nonché il re degli Ascianti (la massima autorità religiosa del Paese), oltre a visitare alcuni dei fortini sparpagliati sulla costa – a ridosso dell’oceano – da dove, uscendo dalle cosiddette ed emozionanti porte del “non ritorno”, gli schiavi venivano imbarcati sulle navi per essere trasportati in quella che oggi viene celebrata come la culla della libertà. Appunto gli Stati Uniti d’America.
    Detto questo, spazio a briciole di trama de I cento pozzo di Salaga, dove a tenere banco sono Wurche, una principessa mascolina e selvatica, abituata a comandare, e Aminah, una donna timida e sensuale che cucina per le carovane di passaggio. E sarà appunto a Salaga, la città degli schiavi, che le loro strade si incroceranno. Salaga, dove le carovane arrivavano all’alba o quando il sole era altissimo nel cielo o quando la mezzanotte “aveva avvolto tutto in blu vellutato. L’unica cosa certa era che la carovana di Sokoto arrivava molto prima che la stagione secca finisse. Adesso, però, non era più così…”.
    Come da sinossi, “Aminah vive in un villaggio sulla pista delle carovane, le piace cucinare e creare cose con le mani; sogna di cucire scarpe come suo padre e viaggiare per venderle. Il viaggio che l’aspetta è però ben diverso, ma rivela il suo coraggio e la sua capacità di resistenza. Wurche è invece la figlia di un re, una guerriera; sogna di governare insieme al padre e ai fratelli, per risolvere i conflitti interni e contrastare la rapacità degli europei. E non immagina certo che le venga chiesto di sposarsi per cementare una importante alleanza”.
    La guerra incombe, e nei villaggi imperversano i mercanti di schiavi, che portano il loro bottino a Salaga, la splendida città dai cento pozzi. Uno di loro è Moro, cavaliere bellissimo e sensibile, eppure implicato in quel vergognoso traffico. E sarà proprio grazie a lui che Aminah (nata libera, ma fatta schiava) e Wurche (nata principessa, ma condannata alla ragion di Stato) si incontreranno. Due donne diverse per censo e cultura, ma entrambe costrette – supportate da una grande forza di volontà – a battagliare per conquistarsi la libertà.
    In buona sostanza una storia, quella della Attah, contrassegnata dalla capacità di intrigare e far partecipe il lettore alle tematiche trattate con il garbo dovuto, anche se di indubbio peso. Un esempio? “Gli uomini parlarono per ore, dopo di che il nero vestito da ispettore porse a Etuto un panno azzurro, bianco e rosso. Più tardi, quella stessa sera, Mma disse ad Aminah che aveva appena visto la Storia compiersi sotto i suoi occhi. Accettando la loro bandiera, Etuto aveva accettato l’alleanza con il popolo bianco degli inglesi…”.

     

    http://www.economiaitaliana.it/it/articolo.php/La-battaglia-per-la-libertA-non-ha-colore-nA-censo-nA-cultura?LT=CULT&ID=33751

  • 15Mar2019

    Carlo Fariciotti - Famiglia Cristiana

    «L’Africa ha un passato violento»

    Con I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos) Ayesha Harruna Attah racconta l’intreccio dei destini di due donne, la principessa Wurche e la schiava Aminah nell’Africa del 1890, nell’attuale Ghana.

    Leggi l’articolo completo

  • 15Mar2019

    Noemi Milani - illibraio.it

    “I cento pozzi di Salaga”: Ayesha Harruna Attah racconta la forza delle donne africane

    Aminah è una giovane che vende cibo alle carovane di passaggio nel suo villaggio, spera di sposarsi e vivere una vita coniugale felice come quella dei genitori. Wurche, invece è una principessa che aspira alle libertà degli uomini. La scrittrice ghanese Ayesha Harruna Attah racconta le loro vicende ne “I cento pozzi di Salaga”, un romanzo di formazione femminile, ambientato a fine Ottocento, con al centro due personaggi estremamente contemporanei

     

    Ghana, fine dell’Ottocento: le storie di due donne molto diverse si legano, dando origine a un romanzo che attraversa gli anni finali della tratta degli schiavi in Africa.

    Aminah è una giovane che vende cibo alle carovane di passaggio nel suo villaggio, spera di sposarsi e vivere una vita coniugale felice come quella dei genitori. Wurche, invece, è una principessa che aspira alle libertà degli uomini.

    La scrittrice ghanese Ayesha Harruna Attah racconta le loro vicende ne I cento pozzi di Salaga (marcos y marcos, traduzione di Monica Pareschi).

    Nel romanzo, in cui i capitoli vengono affidati una volta ad Aminah e l’altra a Wurche, si muovono personaggi che hanno desideri e bisogni moderni, o forse più semplicemente senza tempo.

    A fare da cornice alla narrazione il difficile clima che si respira nel paese, dove le alleanze tra le tribù locali vacillano e stanno sorgendo alleanze con inglesi e tedeschi che porteranno al consolidamento delle colonie occidentali in Africa. La schiavitù è un pericolo che grava sugli abitanti dei villaggi, ma è anche il motore economico del territorio.

    Salaga, infatti, è una città fondata sul traffico di schiavi e i suoi numerosi pozzi hanno uno scopo ben preciso: permettere agli schiavi di lavarsi prima di essere messi in vendita nella piazza principale.

    E proprio da Salaga e dal suo mercato degli schiavi dipende la storia della famiglia di Ayesha Harruna Attah, trentacinque anni, figlia di giornalisti e con alle spalle studi universitari negli Stati Uniti: la sua trisavola è stata venduta proprio lì.

    Tuttavia, il vero cuore del romanzo sono le sue due protagoniste. Da un lato Aminah che scopre ben presto che la sua bellezza viene notata dagli uomini e che non tutti si accontentano di goderne solo da lontano. Dall’altro Wurche che non riesce ad accettare le norme di comportamento che la società a cui appartiene impongono alle donne.

    Nel romanzo, infatti, spiccano le riflessioni delle protagoniste sulla condizione femminile: la necessità dell’indipendenza economica, il matrimonio vissuto come imposizione, le minacce che una donna sola e senza diritti deve sopportare.

    “Quelle settimane erano state un tormento e lei aveva finito per disprezzare le donne, che facevano tutti quegli sforzi per cose che gli uomini probabilmente neppure notavano”, pensa Wurche appena diventata ragazza, dopo essere stata costretta dalla nonna a prendere parte alle attività destinate alle donne presso la corte del padre.

    I cento pozzi di Salaga è, prima di tutto, un romanzo di formazione femminile, con al centro due personaggi estremamente contemporanei. Ma è anche un libro che permette anche di avere una visione più completa sulla tratta degli schiavi, che spesso, da lettori, conosciamo nella sua declinazione statunitense grazie a opere come La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead o a Non dimenticare chi sei di Yaa Gyasi.

     

    https://www.illibraio.it/cento-pozzi-salaga-ayesha-harruna-attah-961104/

  • 13Mar2019

    Flavia Martino - gufetto.press

    I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah @ Marcos y Marcos: il canto della libertà

    Il Ghana è una terra che ci appare lontana, come quasi tutte le nazioni africane: per noi occidentali, convinti che la storia graviti solo intorno al vecchio continente e agli USA, l’Africa è un luogo affascinante ma poco conosciuto.

    Ecco uno dei motivi per i quali consigliamo caldamente I cento pozzi di Salaga, edito nel 2019 dalla casa editrice milanese Marcos y Marcos.

    Autrice è Ayesha Harruna Attah, trentacinquenne ghanese che ha al suo attivo altri due romanzi, Harmattan Rain (2009) e Saturday’s Shadows (2015), al momento inediti nel nostro Paese ma che hanno avuto notevoli riscontri internazionali.

    Questo suo terzo romanzo dà la possibilità anche a noi lettori italiani di conoscere questa voce così potente.

    Attah si rivela essere scrittrice estremamente sensibile, capace di delineare con precisione paesaggi, caratteri, suoni, odori, di renderli vivi attraverso la sua scrittura.

    Leggendo I cento pozzi di Salaga ci ritroviamo immersi in un mondo ancestrale, quasi mitico: il deserto delle carovane che scorrono lente attraversando kilometri di nulla, il villaggio di Botu dove tutti sono uguali, Salaga la grande città dai cento pozzi, il centro propulsore del commercio degli schiavi.

    Qui c’è la prima grande contrapposizione: se infatti Attah immerge il lettore nelle atmosfere senza tempo dell’Africa, dall’altra innesta una dolorosa frattura parlando della tratta degli schiavi, della brutalità con cui i predoni entravano nei villaggi razziandoli e distruggendoli, portando via tutti quelli che trovavano per venderli al migliore offerente, spesso un europeo.

    La disumanità della tratta degli schiavi, storia vera che leggiamo nei libri di scuola, si mescola ai colori, agli odori così caldi e densi che traspirano in ogni pagina e che sembrano creare una fiaba di altri tempi.

    A ben guardare, Attah ci regala proprio una fiaba moderna, di quelle che Marie Louise Von Franz, finissima interprete junghiana del femminile e delle fiabe, avrebbe certamente considerato e studiato.

    Abbiamo due eroine, diverse in tutto: Aminah, nata libera nel villaggio di Botu, Wurche, figlia del re Etuto.

    Aminah è dolce, bella, femminile, ama la sua famiglia e la sua gente e nel suo destino sembra essere scritto che debba avere sempre cura di qualcuno.

    Wurche è una principessa guerriera, vuole partecipare alla vita politica, cosa decisamente poco opportuna per le donne, essere consigliera del padre.

    Aminah viene rapita una notte dai predoni, i temibili uomini a cavallo, che incendiano Botu e trascinano in catene quelli che sono sopravvissuti al loro assalto.

    Wurche è costretta per un gioco di alleanze politiche a sposare Adnan, principe del Dagbon: il padre la usa come merce di scambio, lei accetta pensando di poter continuare a fare la principessa a modo suo, per poi scoprire che non è così.

    Wurche e Aminah sono due combattenti, due donne le cui storie si intrecciano a Salaga, la città dove Aminah giunge in catene dopo avere subito inerme vessazioni e violenze e Wurche la compra pur sapendo nel suo intimo che non è giusto possedere un altro essere umano.

    Queste due incredibili donne si trovano unite e unite rimangono nei momenti peggiori. Sono sorelle di anima, nonostante una sia schiava e l’altra padrona.

    Insieme affrontano una corsa estenuante verso la libertà; e se sembra a volte che il panico le assalga, non si danno per vinte, non si crogiolano nel dolore ma proseguono come una carovana nel deserto: bisogna pazientemente camminare perché “qualunque strada si scelga di prendere nella vita, ognuno di noi è destinato ad arrivare dove è stato stabilito che arrivasse”.  Wurche e Aminah non si fermano ma ognuna, a proprio modo, lotta per andare incontro al proprio destino.

    Tracciano in questo senso un arco di sviluppo narrativo perfetto, non perché entrambe giungono alla libertà – che poi implica l’ignoto e l’assunzione di responsabilità enormi -, ma perché in entrambe rintracciamo una evoluzione profonda, un ingigantimento della loro personalità. Wurche non è più solo la principessa ribelle, ma diventa una donna indipendente, costruisce la sua fortuna al di là della sua posizione sociale e, quindi, costruisce il suo avvenire e quello della sua gente con maturità e sensibilità. Aminah, la giovane bella che non sa cosa sia l’amore, l’amicizia, che ha perso tutto e vive in balia degli eventi si riscopre forte, riprende coscienza di sé e finalmente chiede e ottiene di tornare libera, padrona esclusiva della sua vita.

    Con loro camminiamo per Salaga, la città che ha costruito cento pozzi per lavare gli schiavi prima di venderli, la città che sta crollando sotto la spinta degli europei che dopo avere creato la tratta la dichiarano fuorilegge, la città che è un miscuglio di etnie, lingue, storie, una città viva anche se morente.

    Tra quelle macerie ci muoviamo guidati da una autrice poderosa, da due donne complesse e memorabili, da una storia che racconta l’Africa del tardo Ottocento, dove schiavitù, brama di potere e brama di libertà sono il cuore pulsante.

    http://www.gufetto.press/index.php?page=visualizza_articolo&id=2164

  • 11Mar2019

    Federica Maria Zucca - unaciliegiatiralaltra.com

    Perché ho letto I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah?
    Una volta qualcuno mi ha chiesto come facessi a leggere libri diversi da quelli delle solite case editrici e che sono in cima alle classifiche di vendita, insomma dove scovassi delle letture più originali.

    Uno dei metodi che utilizzo è iscrivermi alle newsletter delle case editrici più piccole ma di cui ho già letto altri libri che mi sono piaciuti: non sempre trovo degli spunti interessanti, ma ogni tanto vedo qualche titolo che mi incuriosisce.
    Leggere libri africani non è così usuale e quando ho visto che marcos y marcos stava per pubblicare un libro ambientato in Ghana mi sono subito attivata.
    Ed è stata una scelta effettivamente azzeccata perché questo libro è meraviglioso.

    La trama molto in breve:
    Ghana precoloniale e due ragazze all’apparenza molto diverse: Wurche è una principessa guerriera che vorrebbe governare il suo popolo ma viene promessa in sposa ad un uomo che nemmeno conosce; Aminah è bellissima e di origini più umili, sogna di diventare una fabbricante di scarpe come suo papà ma viene fatta schiava durante l’incursione di un gruppo di predoni.
    All’apparenza non hanno nulla in comune ma condividono l’amore per lo stesso uomo, Moro, e la voglia di libertà. Le loro strade si incroceranno a Salaga, il grande mercato degli schiavi.

    Le copertine:
    La copertina scelta per l’edizione italiana è proprio bella e “giusta” per il libro perché è chiara nell’evidenziare gli elementi che potrebbero interessare ad un lettore:

    • si parla di donne e non solo di un’unica protagonista: infatti nel libro i capitoli sono alternati con la storia di Wurche e quella di Aminah. Questo dà ritmo alla narrazione, anche se all’inizio ho fatto un po’ di fatica a stare dietro ai tanti personaggi che venivano citati e poi venivano “dimenticati” per il capitolo successivo.
    • è palese che stiamo parlando di Africa per il colore della pelle ed i tratti somatici della protagonista: anche se non conoscete molto della storia del Ghana (nel mio caso era praticamente nulla) non preoccupatevi perché il libro vi darà tutti gli elementi per capirne un po’ di più.
    • Salaga: credo siano in pochi a sapere dove si trova e la storia dei suoi pozzi, ma sono assolutamente il centro di questa storia! L’ultima copertina a me sinceramente ricorda un po’ troppo un pezzo di emmental e non mi piace perché taglia completamente fuori l’elemento femminile.

    “Salaga è la città dei 100 pozzi” disse Wurche.”Perché ci sono tutti questi pozzi?” chiese Aminah.”Li hanno costruiti per lavare gli schiavi dopo giorni e giorni di viaggio” disse Wurche. Una città creata per vendere esseri umani, pensò Aminah.

    Lettera alle protagoniste:
    Aminah e Wurche,
    scusatemi se ci ho messo un po’ a finire la vostra storia e la lettura è proceduta più lentamente del solito. La vostra storia mi ha sinceramente fatto stare male, come un pugno allo stomaco, e non riuscivo a leggerla prima di andare a dormire (davvero)!
    Mentre scorrevano le vostre vite non riuscivo a smettere di pensare che oggi, nel 2019, ci sono persone, donne, delle Aminah e delle Wurche, che vengono trattate come voi: schiave, merce da scambiare e vendere.
    Leggere le vostre storie mi ha aiutato a conoscere qualcosa di più della storia del Ghana e avere uno sguardo inedito sulla storia della schiavitù, diversa da quella raccontata sui libri di scuola. Le vostre storie però raccontano di donne forti, donne che non si arrendono alla loro mancanza di libertà e trovano la strategia per rimettersi in gioco, che poi è il modo migliore per essere libere. Ed essere libere non significa essere felici, ma non esserlo sicuramente vieta di esserlo. Le vostre storie danno speranza a chiunque stia cercando la sua strada e abbia voglia di iniziare a percorrerla senza tralasciare quello che la rende unica.

    http://unaciliegiatiralaltra.blogspot.com/2019/03/i-cento-pozzi-di-salaga.html?m=1

  • 06Mar2019

    Patrizia Debicke - libroguerriero.com

    I cento pozzi di Salaga, ricordati nel titolo, erano i pozzi usati nel mercato degli schiavi della città di Salaga dai trafficanti di essere umani per lavare la merce, prima di metterla in vendita. I cento pozzi di Salaga è un romanzo potente e toccante, ambientato nel Ghana pre-coloniale del XIX secolo con, in veste di protagoniste, due donne molto diverse tra loro per rango, carattere ed educazione.

    La prima, Wurche, infatti è una fiera principessa di sangue reale, figlia di un re, una guerriera abituata a dominare e comandare. Wurche vorrebbe governere con il padre e i fratelli, per sbrogliare i conflitti interni tra signorie e ostacolare l’avidità degli europei. Non può immaginare invece che dovrà sposarsi, per rafforzare un’ importante alleanza tra tribù. La seconda protagonista della storia, Aminah, una quindicenne riservata ma passionale che sarà catturata come schiava in una cruenta incursione nel suo villaggio, è la figlia maggiore di un calzolaio. Una ragazza che cucina per le carovane di passaggio, ma nel suo cuore fa progetti: sogna di fare scarpe come suo padre e viaggiare per venderle.

    Ma il viaggio che l’aspetta sarà molto diverso. Ciò nondimeno le loro strade, i loro sogni e il loro destino si incroceranno a Salaga, la splendida città dai cento pozzi del Ghana settentrionale, centro di raccolta e smistamento di schiavi, portandole a convivere nella seconda parte del libro. Una brutta guerra incombe e nei villaggi spadroneggiano i mercanti di carne umana, che razziano in lungo e largo il loro bottino. Uno di loro è Moro, il bellissimo e attento cavaliere nero che Wurke e Aminah ameranno. I cento pozzi di Salaga è un romanzo intenso che ci obbliga a riflettere su quale era il ruolo delle donne nella società, nelle relazioni, nei desideri, nelle aspettative e nelle difficoltà nel poterle realizzare, in quel travagliato periodo della storia africana. La narrazione dell’autrice (che si dichiara discendente di Aminah), avvincente e convincente, è impostata, capitolo su capitolo, altalenando i punti di vista delle due giovani donne e, man mano il romanzo progredisce, sarà sempre più evidente che le loro esperienze e i percorsi di vita, pur riflettendo mondi paralleli, verranno comunque influenzati dalla loro inferiore condizione femminile. L’autrice infatti, che è considerata attualmente una delle migliori voci della letteratura africana, affronta e porta avanti con decisione una discussione sulla vita delle donne di allora e sugli effetti della schiavitù e del tribalismo nella vita quotidiana dei personaggi. Mettendo giustamente in risalto i tanti temi che contribuiscono ad esaltare la trama: la schiavitù interna, i problemi (e i piaceri) di essere un membro della famiglia regnante, l’amicizia, la rivolta, la violenza sessuale, la religione, il desiderio di potere, il colonialismo, l’unione interrazziale, la sessualità e la violenza domestica. Il tutto filtrato dagli occhi e dallo spirito di due donne, che la convivenza ha avvicinato moralmente e psicologicamente.

    Ayesha Harruna Attah riesce a rappresentare con il suo romanzo l’essenza di vita di due donne forti che devono in qualche modo imporsi in una società patriarcale e la complessa politica della tratta degli schiavi, ben rappresentata dall’incisivo personaggio di Aminah, che l’ha subita di persona. Barbara consuetudine quella della tratta degli schiavi, ma preesistente al colonialismo e da secoli esercitata nella regione. Un romanzo ambientato in un momento spaventoso della storia del Ghana ma intrecciato con la speranza e la luce di un possibile futuro. Per i lettori più curiosi un po’ di storia per ambientarsi meglio nella trama: l’era precoloniale del Ghana vide la nascita, alla fine del 1600, del regno Ashanti, sotto la guida di Osei Tutu, che regnò dal 1695 al 1731. I primi europei sbarcati sulla costa dell’attuale Ghana furono i portoghesi, nel 1471, che, rendendosi conto dell’abbondanza di oggetti d’oro in mano agli indigeni, dettero alla zona il nome di Costa d’Oro. I portoghesi crearono una serie di porti ( tra cui, il primo, S.Giorgio). Ai portoghesi subentrarono, a partire dal 1637, gli olandesi, seguiti da danesi, svedesi e inglesi che edificarono lungo la costa una settantina di fortezze. I nuovi arrivati ripresero il già fiorente commercio degli schiavi: tanto che per circa 200 anni la costa dell’attuale Ghana divenne uno dei principali punti di transito della tratta di esseri umani. Nel 1807 il commercio degli schiavi fu bandito e la maggior parte degli europei abbandonarono il Paese. Rimasero però gli inglesi che entrarono in conflitto con l’ancora potente regno degli Ashanti. Nel 1874 le truppe inglesi conquistarono Kumasi, roccaforte dell’impero Ashanti. E nel 1901 la Costa d’Oro fu dichiarata colonia britannica. Ma dal 1957 il Ghana ha cessato di appartenere alla Gran Bretagna. Ai nostri giorni il paese è caratterizzato da un mosaico etnico abbastanza articolato. Gli Akan (45,3% del totale, secondo il censimento del 2000) sono un gruppo di origine sudanese che vive nelle aree occidentali e sud-occidentali del paese. A est troviamo il gruppo degli Ewe (11,7%) che si divide tra il Gana e il Togo. Gli abitanti del Ghana sono in maggioranza di religione cattolica salvo nella zona settentrionale (quella dell’ambientazione il romanzo) dove prevalgono popolazione voltaiche (dal fiume Volta), in parte discendenti dagli antichi regni del Sudan e fortemente islamizzate.

    L’autrice: Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, sotto il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti molto aperta in cui le storie erano il pane quotidiano. Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere. I suoi primi due libri sono stati finalisti di premi prestigiosi (Commonwealth Writers’ Prize, Kwani? Manuscript Project) e i suoi testi sono stati pubblicati sul «New York Times Magazine». La prima scintilla dei Cento pozzi di Salaga è il ricordo di una trisavola, venduta come schiava sul mercato di Salaga nel Ghana precoloniale, negli anni cruciali dell’aggressione europea. Celebrato in Africa per la profondità della ricostruzione storica e per la forza delle due protagoniste femminili, è in corso di pubblicazione in nove paesi. Ayesha Harruna Attah vive in Senegal ed è considerata una tra le voci più forti della narrativa africana di oggi.

    https://libroguerriero.wordpress.com/2019/03/06/i-cento-pozzi-di-salaga-di-ayesha-harruna-attah-marcos-y-marcos/

  • 04Mar2019

    Claudia Pezzetti - girodelmondoattraversoilibri.com

    Nelle stradine strette di Salaga si vedeva gente con le vesti sudice e stracciate curva su mucchi fumanti di macerie, intenta a raccogliere i resti carbonizzati della propria vita. Un uomo calò un recipiente dentro un pozzo e si ripulì il viso dalla fuliggine.

    “Un altro pozzo!” esclamò Wumpini.
    “Salaga è la città dei cento pozzi” disse Wurche.
    “Perché ci sono tutti questi pozzi” chiese Aminah.
    “Li hanno costruiti per lavare gli schiavi dopo giorni e giorni di viaggio” disse Wurche.
    Una città creata per vendere esseri umani, pensò Aminah. Una città così non poteva prosperare (…) [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

    La città di Salaga-Kpembe appartiene alle terre dei Gonja, antico regno del Ghana settentrionale, e prospera grazie al mercato degli schiavi. A Salaga sono stati scavati cento pozzi: l’acqua serve per lavare gli esseri umani rapiti dai mercanti di schiavi, persone come Moro che razziano i villaggi e prelevano i disperati, venduti poi da Maigida.

    Aminah è una giovane ragazza originaria di Botu, un paesino che sopravvive grazie soprattutto alle carovane che transitano lungo le piste per portare merci (e non solo) verso la Costa d’Oro.

    Le carovane arrivavano all’alba. Le carovane arrivavano quando il sole era altissimo nel cielo. Le carovane arrivavano quando la mezzanotte aveva avvolto tutto in un blu vellutato. L’unica cosa certa era che la carovana di Sokoto arrivava molto prima che la stagione secca finisse [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

    Aminah abita in una modesta casa, modesta ma costruita in modo onesto da Baba; qui vivono le sue sorelline gemelle, sua madre, l’altra moglie di suo padre e il suo fratellastro. Sembra che nulla possa cambiare, nella vita di Aminah, la ragazzina è certa che seguirà un destino più o meno simile alle donne adulte che conosce. Ma una notte accade l’impensabile.

    Quando, poco dopo essersi addormentata, fu svegliata da qualcosa, pensò che si fosse rivoltata nel letto per l’ennesima volta. Poi, quegli strani rumori divennero più intensi. Si sentivano nitrire i cavalli. La gente strillava [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

    Wurche è una principessa, figlia di Etuto, e appartiene ad uno tre rami nei quali si è suddivisa la famiglia reale. Il principe Etuto non ha solo il problema di come divenire re: ha anche bisogno dell’alleanza con gli uomini del Dagbon per contrastare l’ingresso dei bianchi nei suoi territori.

    Wurche, orfana di madre e allevata dalla nonna, è mascolina e poco incline alle attività femmili; ama andare a cavallo, partecipare alle adunanze con il padre e i fratelli, vuole respingere i bianchi e le piacerebbe regnare. Anche a Wurche, come per Aminah, pare che nulla possa cambiare, ma per Etuto l’unico modo per siglare accordi con l’altro popolo, è quello di dare in sposa la sua unica figlia ad un principe del Dagbon.

    Aspettava il giorno del matrimonio con terrore, come una schiava che aspetta di essere venduta, certa che quel giorno sarebbe arrivato ma senza sapere esattamente quando. Ed era furibonda. [I cento pozzi di Salaga, Ayesha Harruna Attah, trad. M. Pareschi]

    Ed è proprio nella città dei cento pozzi, precisamente nella casa del commericante di schiavi Maigida, che le strade di Aminah e Wurche, due donne volitive e determinate, si incrociano. Non conoscono nulla l’una dell’altra: Aminah è costretta a fidarsi di Wurche, e Wurche si sente costretta a prendere con sé Aminah.

    “I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah (trad. M. Pareschi, marcos y marcos) è un romanzo che prende avvio da una vicenda storica realmente accaduta – la trisavola della scrittrice fu venduta come schiava a Salaga – e racconta la storia di due donne, diverse tra loro per estrazione sociale e carattere, ma con desiderio in comune: l’essere donne libere.

    Il romanzo è suddiviso in due parti e abbraccia un lasso di tempo di un paio di anni; è narrato in terza persona e ogni capitolo si alterna con le voci di Aminah e di Wurche. “I cento pozzi di Salaga” è scritto con un stile talmente scorrevole e piacevole che è davvero impossibile smettere di leggere, inoltre ci si affeziona subito alle protagoniste.

    Aminah, una donna con un carattere forte e capace a non piegarsi nonostante le numerose disgrazie che le accadono, una persona dotata di infinita resilienza e capacità di continuare a credere in un futuro migliore, anche nei momenti più drammatici.

    Wurche è anch’essa una donna forte, determinata, una che sa il fatto suo. Accetta il matrimonio, ma senza essere felice, e cerca un modo per sfuggirne. Così, in un contesto dove sembra davvero impossibile che succeda, prende una serie di decisioni che potrebbero cambiare la sua vita in modo indelebile.

    Sullo sfondo, come dicevo, c’è il Ghana precoloniale, magistralmente descritto in ogni suo dettaglio. Sono terre ricche soprattutto di forza lavoro a basso costo, zone interessanti agli occhi dei bianchi – inglesi e tedeschi – che commerciano schiavi e altre materie prime.

    Come avrete intuito, “I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah è un libro che mi è piaciuto moltissimo. Oltre al fatto che mi sono affezionata alle due donne protagonsite e sono rimasta ammaliata dalle vicende narrate – in particolare, mi incuriosiva il contesto storico – ciò che mi ha fatto davvero amare il romanzo è che né Aminah né Wurche si sono mai arrese e nessuna delle due ha mai perso la speranza.

    “I cento pozzi di Salaga” è un romanzo meraviglioso perché ci ricorda che ciò che viene qui raccontato è accaduto realmente e ancora oggi ci sono troppe persone private di ciò che un uomo ha di più prezioso: la libertà.

    Titolo: I cento pozzi di Salaga
    L’Autrice: Ayesha Harruna Attah
    Traduzione dall’inglese: Monica Pareschi
    Editore: marcos y marcos
    Perché leggerlo: perché è un romanzo meraviglioso, perché le due protagoniste sono due donne forti che non perdono mai la speranza, perché le vicende storiche sullo sfondo sono accadute realmente e ancora oggi, purtroppo, ci sono troppe persone private di ciò che un uomo ha di più prezioso: la libertà

    https://.wordpress.com/2019/03/04/ayesha-harruna-attah-i-cento-pozzi-di-salaga/

  • 01Mar2019

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.com

    Forse l’amore rendeva quell’atto meno umiliante?

    Una è una principessa, l’altra è una schiava. Ma nessuna delle due è libera.

    Per poter essere quel che anelano essere debbono lottare. Sono donne in una società che non le considera pari agli uomini ma piuttosto a delle cose, sullo sfondo di Salaga, la splendida città dai cento pozzi, snodo nevralgico dell’aberrante traffico di esseri umani: Ayesha Harruna Attah, giovane ghanese che ora vive in Senegal e che ha studiato a New York, scrittrice dalla voce stentorea e cristallina, pluripremiata, regala un travolgente e allegorico ritratto di vita e di passioni, che non si riesce a smettere di leggere, e che ci si rammarica davvero che finisca così presto. I cento pozzi di Salaga, Marcos y Marcos, tradotto da Monica Pareschi, è da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

    https://convenzionali.wordpress.com/2019/03/01/i-cento-pozzi-di-salaga/?fbclid=IwAR2N7J2FxWwwOIUSW-MMSnmgZIT2t8rFgTS4JVB8RVxuPdsQL13Qm00lY3Y

  • 21Feb2019

    Nadifa Mohamed - Internazionale

    Civiltà perduta

    Nel suo terzo romanzo, la scrittrice ghaneana Ayesha Harruna Attah esplora la complicata storia del suo paese nell’era precoloniale, nell’ottocento, attraverso gli occhi di due giovani donne, Wurche e Aminah.

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  • 16Feb2019

    Elena Masuelli - tuttolibri / La Stampa

    È LA CITTÀ DEI CENTO POZZI L’INFERNO DEGLI SCHIAVI D’AFRICA

    A Salaga, nel Nord del Paese, si incrociano in epoca precoloniale i destini di Aminah, affasciante e giovane vittima della tratta, e di Wurche, l’intraprendente figlia di un re che vorrebbe governare come un uomo. Una compra l’altra, insieme si possono salvare

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  • 16Feb2019

    Luisa Debenedetti - librierecensioni.com

    Trama:
    Aminah vive in un villaggio sulla pista delle carovane, le piace cucinare e creare cose con le mani; sogna di cucire scarpe come suo padre e viaggiare per venderle. Il viaggio che l’aspetta è ben diverso, ma rivela il suo coraggio e la sua capacità di resistenza. Wurche è la figlia di un re, una guerriera; sogna di governare insieme al padre e ai fratelli, per risolvere i conflitti interni e contrastare la rapacità degli europei. Non immagina che le chiedano invece di sposarsi, per cementare un’alleanza.

    La guerra incombe, e nei villaggi imperversano i mercanti di schiavi, che portano il loro bottino a Salaga, la splendida città dai cento pozzi. Uno di loro è Moro, cavaliere bellissimo e sensibile, eppure implicato in quel traffico osceno. Wurche e Aminah si incontrano grazie a lui: sono una principessa e una schiava, ma entrambe devono conquistarsi la libertà.

    Recensione:
    “I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, il cui titolo si riferisce ai pozzi, usati al mercato degli schiavi della città di Salaga per lavare gli schiavi prima che fossero venduti, è un romanzo potente e commovente, ambientato nel Ghana pre-coloniale del XIX secolo, che ha per protagoniste due donne molto diverse e si sviluppa attraverso i punti di vista alternati delle due protagoniste, Aminah e Wurche, che condividono uno stesso spazio, ma vivono in mondi paralleli.
    Wurche è una principessa di sangue reale mentre Aminah, che viene catturata come schiava, è la figlia maggiore di un calzolaio. Sebbene abbiano origini sociali diverse, diventa evidente, mentre il romanzo progredisce, che le loro esperienze e percorsi saranno fortemente influenzati dal dettato degli uomini e dalle aspettative del loro ruolo di donne. Non sorprende, quindi, che il romanzo faccia riflettere sul ruolo delle donne nella società, nelle relazioni, nei desideri e nelle difficoltà personali in un periodo della storia africana caratterizzato da una maggiore persecuzione. Anche se i percorsi di Wurche e Aminah si intersecano solo nella seconda parte del libro, l’autrice non esita a creare e sostenere un discorso aperto sulle condizioni delle donne e sugli effetti della schiavitù e del tribalismo nella vita quotidiana dei personaggi. E’ interessante notare come molteplici temi concorrano a legare l’intera storia: la schiavitù interna, i problemi (e i piaceri) di essere una regalità, l’amicizia, la ribellione, la violenza sessuale, la religione, la ricerca di potere, il colonialismo, l’accoppiamento interrazziale, la sessualità e la violenza domestica, il tutto visto attraverso gli occhi di due donne le cui circostanze opposte convergono fino a creare un legame molto forte che potrebbe definirsi amicizia anche se non viene descritta approfonditamente come tale.
    Il pregio di Ayesha è l’incredibile capacità di rappresentare in modo molto realistico ed empatico attraverso un’esperienza immediata e commovente, centrando l’attenzione di questo romanzo su donne forti in una società patriarcale e la complessa politica della tratta degli schiavi, un momento nella storia del Ghana da parte di coloro che lo hanno vissuto.
    Ayesha sottolinea il fatto che gli europei non hanno iniziato la schiavitù, ma hanno sfruttato un sistema esistente. L’autrice ci costringe a rivedere l’idea dell’imperialismo inteso come una forza esterna mentre, invece, contempla la lotta interna per il potere in Ghana e fa riflettere come alcuni africani, forse per paura del loro stesso razzismo, potrebbero impropriamente considerarsi come vittime passive.
    E’ una storia molto avvincente. Sia Aminah che Wurche sono personaggi a tutto tondo e complessi, sebbene Wurche, esuberante e ambiziosa, sia, ai miei occhi, la più avvincente delle due. Nata regale ma donna, è benedetta e maledetta, il suo cervello sottovalutato e il suo corpo usato per cementare alleanze politiche. E’ costretta a sposarsi con un principe Dagbon, ma rende nota la sua insoddisfazione e cerca con ostinazione piacere altrove e prova anche un certo turbamento quando guarda Aminah. I capitoli che riguardano Wurche sono l’aspetto femminista di questo romanzo.
    L’abilità di Ayesha è innegabile, intreccia magistralmente storie universali su genere, amore, perdono, comprensione, libertà e giustizia nel tessuto denso ma delicato della storia africana, riesce a personalizzare la schiavitù attraverso il personaggio di Aminah, per cui il lettore sente la ferita e la vulnerabilità che ha causato alla gente comune e si rende conto, di prima mano, come le donne (in questo caso Wurche) sono state utilizzate per attuare progetti di dominio, attraverso matrimoni combinati e altri atti di coercizione, e di contro narra dei vari atti di ribellione intrapresi da donne coraggiose.
    La dicotomia della storia è affascinante: al tempo stesso è orribile e splendente, Ayesha intreccia un momento spaventoso della storia del Ghana con la speranza e la luce del cambiamento.
    Questo romanzo ha il potere di aprire gli occhi e il cuore mentre riempie le menti con abbondanza di spunti di riflessione.
    Da leggere.

     

    https://www.librierecensioni.com/recensioni/i-cento-pozzi-di-salaga-ayesha-harruna-attah.html

  • 14Feb2019

    Ilaria Introzzi - nouvellefactory.com

    Da mercoledì 13 febbraio è in libreria il romanzo I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos), scritto dall’autrice africana Ayesha Harruna Attah. Inserito in un contesto storico e sociale del Ghana precoloniale, l’opera si sviluppa attorno ai temi riguardanti le differenze religiose di status e di linguaggio tra le varie tribù dello Stato dell’Africa centrale.

    Chi attribuisce la libertà esclusivamente ai ricchi e la schiavitù ai poveri, dovrebbe leggere la storia delle protagoniste del libro per ricredersi. Le vicende narranti l’incontro tra Wurche e Aminah, infatti, riescono a indagare il tema del libero arbitrio sotto un’ottica diversa: la prima è figlia di un re, una guerriera; sogna di governare insieme al padre e ai fratelli, per risolvere i conflitti interni e contrastare la rapacità degli europei, i quali stavano avanzando in terra africana. Non immagina che le chiedano invece di sposarsi, per cementare un’alleanza. Aminah vive in un villaggio sulla pista delle carovane, le piace cucinare e creare cose con le mani; sogna di cucire scarpe come suo padre e viaggiare per venderle. Il viaggio che l’aspetta è ben diverso, ma rivela il suo coraggio e la sua capacità di resistenza. Ed è proprio il lungo tragitto, il filo che congiungerà i destini delle due donne. Assieme a Moro, uno tra i tanti mercanti di schiavi che portano il loro bottino a Salaga,  la città dei cento pozzi. Ma nonostante egli sia corresponsabile di quel traffico osceno – che, per inciso, ha segnato realmente il continente in questione – rivela un animo sensibile, oltre che un aspetto niente male, in grado di affascinare entrambe. Una principessa e una schiava che devono conquistarsi il proprio diritto di esistere.

    Scritto in uno stile scorrevole, privo di frasi ridondanti e retoriche, I cento pozzi di Salaga è tratto da una storia vera, quella della trisavola della scrittrice, venduta come schiava proprio sul mercato di Salaga, cittadina che oggi è presa d’assalto dai turisti per via del suo passato. Un altro elemento in grado di fare apprezzare il terzo romanzo di Attah (i suoi primi due libri sono stati finalisti di premi prestigiosi come il Commonwealth Writer’s Prize e il Kwani Manuscript Project) è in grado di tenere la memoria personale, quella storica e la fiction in equilibrio, senza far prevalere l’una sulle altre.

    Tradotto da Monica Pareschi, il romanzo di Attah – classe 1983, nata ad Accra (Ghana) sotto il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti molto aperta, la quale le ha permesso di studiare negli Stati Uniti, presso la Columbia University e alla New York University – si inserisce in quella che si potrebbe definire la nuova letteratura africana, la cui voce – composta, tra le altre, anche da quella di Yaa Gyasi uscita l’anno scorso per Garzanti con l’opera Non dimenticare chi sei – è sempre più influente, come le donne in letteratura.

    https://www.nouvellefactory.com/single-post/I-cento-pozzi-di-Salaga-di-Ayesha-Harruna-Attah

  • 12Feb2019

    Francesca Giommi - Il Manifesto

    Terzo romanzo della ghanese Ayesha Harruna Attah, I cento pozzi di Salaga (Marcos y Marcos, pp.304, euro 18) è il primo a essere tradotto in italiano e uscirà domani, 13 febbraio, in contemporanea in cinque paesi, rivelando una giovane voce africana che affronta tematiche chiave per il continente – la schiavitù, il colonialismo, le questioni religiosa e femminile, con freschezza e leggerezza di tocco.

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