Ho paura torero

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  • 08Feb2017

    Redazione - secondocapitolo.wordpress.com

    Ho paura Torero || Pedro Lemebel

    Dicembre 2016, sono alla fiera Più Libri Più Liberi a Roma, ho un’idea più o meno precisa sugli stand da visitare assolutamente. Il tempo poi volerà, non riuscirò a vedere tutto quello che avrei voluto vedere…Ma non rinuncio a una capatina da Marcos y Marcos. Chiedo un consiglio al ragazzo in stand, mi indirizza su questo titolo con poche semplici parole introduttive. Accetto il consiglio, ed eccomi qui a parlarvene a libro finito.

    La trama

    Ci troviamo in Cile, sono gli anni della dittatura di Pinochet.
    La Fata dell’angolo è un travestito che vive a Santiago e conduce una vita umile realizzando lavori di cucito e ricamo per le signore benestanti della città.
    Carlos è uno studente universitario militante nel Fronte patriottico Manuel Rodríguez.

    La storia dei due si intreccia quando la casa della Fata diventa il luogo di ritrovo per le riunione clandestine dei ribelli politici. Per amore di Carlos, la Fata offrirà la sua casa, il suo silenzio e la sua fedeltà, accettando coraggiosamente e senza domande tutte le conseguenze di questa complicità.

    Dall’altro lato c’è Pinochet, un dittatore sanguinario ritratto in una dimensione insolitamente umana ma ferocemente satirica. La moglie logorroica che lo assilla, la sua vigliaccheria difronte al pericolo. Ma anche la furia intransigente, la rabbia, il comando violento. La sua strada si incrocerà con quella di Carlos e del Fronte patriottico nel corso dell’attentato alla sua vita nel 1986.

    La storia di un amore puro, impossibile, drammatico e sofferto sullo sfondo di una pagina altrettanto drammatica della storia cilena. Un amore narrato senza pregiudizi in modo ironico, coinvolgente, diretto e poetico al tempo stesso. Un libro che richiede di abbandonare qualsiasi forma di pregiudiziosui sentimenti e sulla sessualità: bisogna solo abbassare le proprie difese e lasciare che questa passione ci incateni alle pagine, una dopo l’altra.

    Sono tanti i temi messi in ballo da questo romanzo: la dittatura, l’omosessualità, la transessualità, ma anche tutto il contesto sociale e culturale che vi si districa attorno, dalla povertà alle differenze sociali, dalla discriminazione alla solidarietà.

    Commento

    Nell’anno della sua pubblicazione, “Ho paura torero” è stato il libro più venduto in Cile (2001). Questo dato, già di per sé, dovrebbe dare un’idea del significato di quest’opera: lontano dall’essere un prodotto puramente commerciale, questo libro dipinge un affresco del Cile crudo e veritiero, la povertà delle periferie, la violenza della dittatura, le manifestazioni, idesaparecidos, ma anche i colori, i suoni e i profumi di una terra e di un popolo che non si arrende alla storia di quegli anni.  Al tempo stesso, lega il lettore a una vicenda più intima e umana come quella di ogni storia d’amore che si rispetti: stavolta però non c’è un lieto fine scontato, non si tratta di un amore convenzionale.

    Un libro che fa riflettere su tanti temi, che ti invita a mettere da parte tutto quello che sai dell’amore, o forse a recuperarne la sua parte più autentica, a volte leggera e gioiosa, altre sofferta e dolorosa. Pedro Lemebel colpisce nel segno, costruendo una storia autentica e incisiva, piacevole da leggere e che ti resta dentro. Lettura consigliatissima.

  • 23Lug2015

    Silvia - Altervista

    Difficile parlare di questo romanzo particolarissimo, ma una cosa è certa, di storie come Ho Paura Torero non ne leggerete più. O meglio, non leggerete più storie scritte in questo modo.
Per un attimo ho avuto il timore che lo stile ricco e piumato di Lemebel potesse nuocere alla fluidità della narrazione, invece è incredibile come, nonostante il carico di fronzoli, tutto risulti incredibilmente poetico e travolgente. Ed è stata proprio la sua penna tagliente, grottesca e surreale il punto forte dell’intero libro. Una penna che da una parte si diverte a infiocchettare con passione e nostalgia una storia d’amore impossibile e dall’altra ridicolizza con arguzia e ilarità la classe sociale che detiene il potere politico del Paese.

    Siamo nel Cile di Pinochet, è il 1986, e la fata dell’angolo ricama lenzuola e tovaglie per la Santiago “bene”, mentre nella sua soffitta giovani rivoltosi si riuniscono per capovolgere le sorti della nazione. Tanto… chi vuoi che sospetti di una vecchia checca artritica con tre peli in testa, ma è lo stesso, lei sta al gioco, fa finta di non capire cosa stia realmente succedendo tra le mura di casa, e tutto perché al di là delle ciglia posticce, degli immaginari tacchi a spillo e dei nastri di tulle, c’è un fragile cuore di cristallo che batte per il bellissimo Carlos. Il suo principe. E mentre lei gli dona un amore incondizionato senza chiedere nulla in cambio, mettendo addirittura a repentaglio la propria incolumità, nell’enorme dimora di Pinochet si consuma il dramma del generale; l’uomo temuto da tutti, l’uomo che sta terrorizzando il Cile, quello stesso uomo che si è macchiato di crimini contro l’umanità viene tratteggiato da Lemebel come un codardo ossessionato dalla paura di morire e vittima silenziosa di una moglie ciarliera quanto una gallina. È qui che la satira si fa pungente, è qui che dietro al riso si nasconde il pianto. L’autore apre uno squarcio su un periodo storico buio e opprimente, ma la lettura si mantiene sempre leggera e frivola, a tratti anche grottesca, nonostante sia noto a tutti cosa abbia significato per il Cile la dittatura.
    Le spezzavano il cuore i singhiozzi di quelle signore che frugavano tra le pietre, bagnate fradice sotto i getti del cannone ad acqua, che chiedevano dei loro cari, che bussavano a porte di metallo che non si aprivano, respinte da un fiotto d’acqua davanti al Ministero della giustizia, aggrappate ai pali, con le calze rotte, tutte spettinate, con le mani strette al petto per non farsi strappare da quell’acqua scura la foto attaccata al cuore.”
    Lemebel usa la penna come una spada. Ridicolizza e svilisce l’immagine di Pinochet rendendo i siparietti tra lui e la moglie la parte più comica dell’intero libro; generale e consorte sono tratteggiati in modo volutamente ridicolo, aggettivo che non appartiene invece alla Fata. Lei che canta vecchie canzoni romantiche, che cela la sua sessualità sotto grandi cappelli gialli e si muove sinuosa tra pizzi e stoffe colorate, no, lei ridicola non lo è nemmeno per un secondo. È semplicemente una Penelope domestica che coltiva sogni nella sua testa da uccellino ossigenato, una sirena senza mare, una fata senza bacchetta, anche se, di magie, sa farne eccome.
    Dalla sua bocca da usignolo sdentato prende vita la storia di un sentimento unico, sensuale e castigato allo stesso tempo. Perché Ho Paura Torero sarà anche il grido sovversivo del fronte patriottico, sarà anche ribellione, dignità e sofferenza, ma è soprattutto un inno all’amore, quell’amore che non conosce la diversità, capace di abbattere barriere, costumi, pregiudizi e ipocrisie.
    “Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra amore e affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza.”

  • 04Lug2015

    Daniela Fabbri - Blog di Daniela Fabbri

    La Fata è una sartina, vanesia e frivola, ma anche un travestito. Tutto scorre tranquillo tra un ricamo e l’altro, finché la sua vita cambia, il giorno in cui incontra Carlos. Un universitario educato, rivoluzionario e con gentilezze da principe, in cerca di un posto per le sue riunioni clandestine. La Fata gli offre la propria soffitta e si lascierà usare in nome del suo amore per lui.
Proprio lei, nonostante porti sul corpo e nell’anima i segni di una vita traboccante di dolore, ha conservato la testa da uccellina ossigenata.

    Inizia così “Ho paura torero”. Un romanzo romantico e malinconico, pieno di passione e di libertà. Per anni, prima di essere pubblicate, erano solo pagine nascoste tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici.
Una storia di guerriglia e di amore, che poi forse non sono così diversi. Entrambi nascono dallo stesso germoglio, quello della rabbia. Quella tra la Fata e Carlos è una storia che non esiste, ma ha a che fare con quel bisogno di essere meno soli nella solitudine.
Lemebel è dalla parte dei dimenticati, dei perdenti, degli emarginati, di chi è nato nel fango.
La sua scrittura è rossa, come il sangue. Violenta, feroce. Barocca, come la personalità della Fata. E di Lemebel stesso. Pur essendo uno degli scrittori più amati del Cile, non avrebbe mai accettato l’elemosina dei diritti civili che la società borghese cercava di offrigli, diceva. Non si è mai fatto addomesticare. Decise di essere così, “così rossa, così frocia, così piena di risentimento”. Anche quando, negli ultimi anni della sua vita un tumore alla laringe gli rubò la voce non si costrinse mai al silenzio.
    “Lei principessa riesce a costruire un regno dal nulla. Bisogna vivere con dignità, signor autista”.

  • 13Ott2014

    Redazione - SOLO LIBRI BELLI

    L’amica che mi ha prestato questo libro mi ha detto che le aveva ricordato Manuel Puig. E io adoro Manuel Puig, ho conosciuto i suoi romanzi all’università grazie a un corso di letteratura ispanoamericana con Angelo Morino, che era il suo traduttore e insomma, se non conoscete Puig leggetevi Il bacio della donna ragno e Una frase, un rigo appena.
    Comunque, questo è Pedro Lemebel e non Manuel Puig. Ma non posso negare che una somiglianza ci sia, per i temi trattati e per lo stile. In Ho paura torero troviamo la fata dell’angolo, un omosessuale sensibile e fragile che sogna di essere una principessa e cuce tovaglie finissime, indossa leggiadri cappellini, si muove con eleganza sinuosa, ama le canzoni passionali, ma non solo.

    Ospita anche un gruppo di ribelli, conservando chissà quali oggetti pericolosi per questi ragazzi che si oppongono al regime di Pinochet, occultando le loro casse con pizzi e stracci, trasformando in tavolini preziosi scatole che probabilmente contengono armi o esplosivi.
    Lo fa per amore di Carlos, uno studente misterioso che non gli (anzi, le, perché la fata è così, ha l’anima di una ragazzina anche se porta la dentiera e ha quattro capelli in testa) racconta mai nulla. Ma la fata non è stupida, sa cosa sta avvenendo in Cile in quegli anni, sa dei possibili attentati al dittatore, la radio non parla d’altro. La sua storia scorre parallela a quella del generale e della sua insopportabile moglie chiacchierona. Il generale che ricorda quando era un bambino crudele e ora se la fa sotto per paura degli attentati, il tutto raccontato con un’ironia feroce e molto ben riuscita. La fata che vuole vivere un sogno d’amore e si ritrova coinvolta in una storia pericolosa. Carlos che la usa, ma poi le si affeziona.
    La penna di Lemebel è davvero sublime, resa alla perfezione dai traduttori M.L. Cortaldo e G. Mainolfi: tratteggia una storia dalle tinte fosche con una leggerezza ariosa e canterina, delicata come un battito d’ali ma con implicazioni luttuose. La storia politica del Cile la conosciamo tutti, ma qui è solo sullo sfondo, la vera forza del romanzo è lei, la fata, e tutto ciò che è disposta a fare per un brivido d’amore non ricambiato.
    Come Puig, anche Lemebel intervalla la narrazione con brevi versi tratti da canzoni d’amore, ed è un espediente molto efficace e adatto ai personaggi e alla storia raccontata. Questo libriccino pubblicato ormai dieci anni orsono non merita di cadere nel dimenticatoio: è una perla rara e delicata, che sotto la superficie luccicante e un po’ leziosa nasconde una durezza nemmeno troppo celata.

  • 13Set2014

    Redazione - La Lettrice Rampante

    Iniziamo subito con il dire che Ho paura torero è un libro stupendo. Lo dico nel caso, con la mia recensione, non riesca a farlo capire in modo convincente.
    E’ difficile recensire un libro così. E’ difficile raccontare con parole che non siano quelle dell’autore, questo Pedro Lemebel che, prima di trovare per puro caso questo libro nascosto da una pila di altri libri in un mercatino dell’usato, nemmeno conoscevo.
    Mai avrei pensato che quelle tre parole in copertina, semplici e, a prima vista, anche abbastanza incomprensibili, potessero significare e trasmettere tanto.

     

    Ho paura torero, tre parole che possono essere cantate, urlate o sussurrate. Tre parole che significano amore, passione, e anche un po’ di erotismo. Ma che significano pure ribellione, sofferenza, paura, rivoluzione.
    Siamo nel Cile di Pinochet, a diversi anni dall’attentato ad Allende che l’ha messo al potere. La fata dell’angolo, un travestito esuberante e passionale, che adora i bolero e che vive ricamando, conosce Carlos, militante del Fronte patriottico Manuel Rodriguez, che le chiede di nascondere in casa sua alcune scatole misteriose. La fata dell’angolo accetta, perché, pur sapendo di non doverlo fare, si innamora perdutamente di Carlos e per lui farebbe qualsiasi cosa. Anche organizzargli un compleanno cubano, anche consegnare al posto suo qualcosa di pericoloso rischiando la vita. Anche fuggire, abbandonare tutto, perché ormai troppo compromessa con il gruppo di rivoluzionari, pur sapendo che in cambio non riceverà mai niente, se non quei pochi momenti passati insieme. Eppure è un amore grande, grandissimo.
    Ho paura torero è un romanzo intenso e bellissimo. Un romanzo d’amore in tempi difficili, una storia impossibile e forse, per questo, ancor più passionale. La fata dell’angolo è un personaggio adorabile nella sua apparente semplicità e nella sua esuberanza. E Carlos, beh, probabilmente di Carlos mi sarei innamorata anche io.
    Alla loro storia, che parla d’amore ma anche di rivoluzione, si alternano episodi della vita di coppia tra Pinochet e la moglie. Una donna un po’ bisbetica, un po’ prepotente, che Pinochet non vorrebbe altro che stesse zitta. Forse la sopporterebbe di più, se non fosse continuamente soggetto a critiche, proteste e attentati.
    Pedro Lemebel ha trovato davvero un bel modo per parlare degli anni della dittatura di Pinochet, per farne una satira, certo, ma anche per raccontare le vite di chi l’ha vissuta e chi l’ha combattuta. E poi ha creato questo personaggio incredibile, esuberante, frivolo, ma di una dolcezza e una passione infinita. Indimenticabile.
    Un libro assolutamente da leggere.

  • 16Giu2006

    Linnio Accorroni - Stilos

    “In casa mia non c’era nemmeno un libro, e se entrava un giornale, era avvolto intorno alla carne: carta macchiata di sangue”.

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  • 10Giu2004

    Antonella Ottolina - Anna

    La Fata dell’angolo legge solo i giornali di moda, si dà le arie con occhiali da gatta, fa la seducente anche quando mangia.

    Non ha testa per la politica, anche se, nella Santiago di Pinochet, è difficile non far caso agli spari. La Fata è un travestito e di Carlos s’innamora all’istante. Lui è studente in non si sa cosa; l’importante è fingere di credergli quando dice che, dentro le casse con cui le riempe la casa tutta trine e svolazzi, ci siano solo libri. Per un amore che più puro non si può, la Fata accetta mezze verità e molti più pericoli. Questo libro di Lemebel – gioioso e drammatico, meravigliosamente sovversivo e dalla fantasia screanzata – lo vorrebbero tutti i registi. Ma è più probabile che lui – fotografo, cineasta, performer – un giorno se lo girerà da sé.

  • 01Giu2004
  • 01Giu2004

    B. Marietti - D Repubblica

    Siamo nell’86, in una Santiago primaverile sconvolta da cariche dell’esercito, manifestazioni di protesta in nome dei desaparecidos, slogan di libertà, mobilitazioni sindacali e marce studentesche.

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  • 01Giu2004

    Bruno Arpaia - Il Sole 24 Ore

    Ci sono molti modi di lottare contro Pinochet. Carlos è un giovane militante del Fronte patriottico Manuel Rodriguez…

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  • 21Mag2004

    Grazia Casagrande - Wuz.it

    “Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembrano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.”

    Siamo a Santiago, l’anno è il 1986. La dittatura di Pinochet sta perpetrando i suoi ultimi feroci crimini agonici prima della consultazione popolare (a cui non gli sarà possibile esimersi) che vedrà sconfitto, dopo tredici anni di persecuzioni, torture, uccisioni, sparizioni misteriose di dissidenti e avversari politici, quel cupo macellaio.

    Ma questa drammatica atmosfera non sembra toccare la casetta macilenta della Fata dell’angolo. Nuovo arrivato nel quartiere periferico di una Santiago di mezza tacca (l’uso indifferenziato del maschile e del femminile quando ci si riferisce a questa “uccellina ossigenata”, un travestito quarantenne, caratterizzerà tutto il romanzo), ha come principale fonte di sopravvivenza il ricamo: abilissima nel tracciare disegni elaborati e romantici su tovaglie e lenzuola, annovera tra le sue principali clienti le mogli dei generali del regime, entusiaste della perfezione e della delicatezza delle sue magiche dita di Fata. Un incontro casuale, un innamoramento immediato, totalizzante e pudico per un uomo che sa non potrà mai corrispondere al suo desiderio alato e impossibile, le cambieranno la vita. Carlos, questo è il nome di battaglia del giovane rivoluzionario, userà quella casa piena di trine, nastri e cuscini color fucsia, per nascondere delle casse piene di improbabili libri e un grande pesante cilindro che verranno mimetizzati, trasformati in mobilia, coperti da drappi colorati e ricamati dalla sentimentale e inconsapevole complice. L’amore, un amore che non ha pretese, il rispetto per l’amato, il bisogno di non far vergognare il ragazzo con atteggiamenti eccessivi, la paura di perderlo per sempre, la miscellanea di sentimenti forti e stordenti della fata sono alimentati da pochi eventi. Qualche abbraccio amicale e riconoscente da cui questa povera fata turbata si ritrae, infiammato da una passione che sa dover contenere. Un sogno: un rapporto sessuale reale e onirico nello stesso tempo di cui Carlos è forse inconsapevole, raccontato da Lemebel con incredibile tensione erotica e pari pudore virginale. Una gita domenicale in campagna, alle pendici delle Ande, proprio là dove Pinochet andava ogni fine settimana. Il bel cappello giallo a falda larga, gli occhiali da sole con i brillantini erano forse troppo vistosi, ma come resistere alla tentazione di sfoggiarli in quell’occasione irripetibile? E sarà proprio quel cappello ad attirare l’attenzione della logorroica e insopportabile moglie del dittatore quando l’auto dai finestrini oscurati passerà di là per raggiungere la casa di campagna. Creazione straordinaria dello scrittore cileno, la moglie di Pinochet resta davvero un personaggio indimenticabile: il suo parlare continuo fa da contrappunto all’odiosa e macabramente silente figura del coniuge, la superficialità e la stupida leggerezza rendono ancora più mostruose le azioni che si stanno compiendo, e che si sono compiute da tredici anni, in quel Paese.
    Quella gita fuori porta aveva per Carlos lo scopo ben preciso di fare un sopralluogo, passando inosservato (e quindi utilizzando quella strana amica) sul territorio in cui dopo pochi giorni avrebbe, con i propri compagni, organizzato un attentato: come nei piani, l’auto presidenziale viene colpita, un inferno di fuoco circonda Pinochet, ma il dittatore si salva fortunosamente e, altrettanto miracolosamente, gli attentatori riescono a sfuggire alla cattura. Ma la repressione e la ricerca capillare dei responsabili finirà col toccare anche l’ingenua fata costretta a lasciare precipitosamente il suo roseo nido fatto di nulla.
    Molti, molti altri i fatti che si intrecciano nel romanzo, le figure che entrano in gioco, patetici vecchi travestiti o odiose mogli di generali, ma è lei, la Fata, a essere davvero un personaggio straordinario e a restare scolpita nella mente del lettore. Questo è un romanzo d’amore, della più pura e totale delle passioni; l’erotismo è lasciato all’onirico perché il pudore impone di nasconderlo. Ma è anche un romanzo politico in cui il delirio di onnipotenza del dittatore, la sua paranoia brutale, la volgarità della violenza e l’orrore della repressione, fingendosi da contorno al melodramma amoroso, diventano invece nucleo centrale che determina vita e morte, scelte obbligate e rinunce definitive.
    Il linguaggio, pur nei toni emotivi, per altro perfettamente adeguati al personaggio, sa trovare una sua crudezza quando la circostanza lo richiede e il tono giocoso e sentimentale fa da contrappunto ironico e nello stesso tempo tragico a una realtà di violenza e di coraggio, di eroismi quotidiani e necessari a cui anche i meno coscienti, come la nostra Fata, sono a un certo punto chiamati, per amore certo, ma anche per un rigurgito orgoglioso di ribellione sempre più consapevole e irresistibile.

  • 08Mag2004

    Enzo di Mauro - Alias

    Questo Ho paura torero del cileno Pedro Lemebel dimostra, come meglio non si potrebbe, la felice, incomparabile duttilità della scrittura romanzesca.

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