Grandi ustionati

Archivio rassegna stampa

  • 13Set2013

    Luca Maria Palladino - smemoranda.it

    Ho conosciuto Paolo Nori in automobile, o meglio, ho conosciuto la sua voce. È successo questa estate, è successo.

    Fu Marta, la mia compagna di viaggio, che sulla Salerno/Reggio Calabria, direzione Reggio Calabria, altezza Lauria Nord, inserì nello stereo un audiolibro. È successo anche che lo scetticismo che possedevo lo tirai fuori e lo usai: inutile dire che la mia protesta fu vana. 
L’audiolibro che Marta m’impose sulla Salerno/Reggio Calabria*, s’intitola “Grandi Ustionati” ed è edito da Marcos y Marcos.

    La penna è di Paolo Nori, la voce anche. 
Paolo Nori non ha bisogno neanche del sondino naso gastrico per nutrirsi di parole. Paolo Nori salva la lingua parlata scrivendola, e c’ha una voce che non nasconde il luogo di provenienza. 
Il protagonista di questa storia si chiama Learco Ferrari, un omaccione che di mestiere fa lo scrittore.
Al Learco gli è capitato un brutto incidente automobilistico nel quale si è gravemente ustionato; a causa di ciò è ricoverato nel reparto “Grandi Ustionati” dell’ospedale di Parma.
Learco inizia a raccontarci quello che gli succede dentro e fuori il reparto. Ci racconta un pezzo di vita sua. Ci racconta che è possibile fare 10mila di urina, che in Giappone sono alto, che l’ospedale è un posto farsesco e carnascialesco, che l’uccello africano della famiglia dei fischioni è fischiò; che l’umorismo post operatorio è una carezza al lettore, che il prurito è tuo amico, che in Giappone sono alto; che se ti operi in testa poi ti fa male la testa, che il catetere non è giusto, che andare a casa è pur sempre bello, che dipende dai giorni, che avere la seggiola e non avere il culo devi stare in piedi, che in Giappone sono alto; che le visioni eloquenti sono ben belle, che i fatti di mal di culo sono precisamente fatti di mal di culo, che la stipsi è un indice dentro il buco del culo, che le recensioni sono come le previsioni del tempo, non c’azzeccano mai, che in Giappone sono alto; che lo straniamento non ho ben capito che cazzo sia, che Aleksandr Sergeevič Puškin è un grande poeta, che anche il cavallo a quattro zampe inciampa, che Miasma le cose facili non le capisce, che i congiuntivi ogni tanto scappano, che la paratassi non è una malattia, che pian piano tra un po’ ti dimentichi, che il Foscolo ci teneva assai alla patria, che il muratore Gaspare Chiapponi è molto meglio di Giuseppe Saragat, che per inviare delle lettere ci devi avere un Lorenzo a cui inviarle, che chissà che lavoro, che… puttana vacca troia!
L’inchiostro di Paolo Nori non si perde nell’immensa pianura: fa’ tè!
    “… se le cose non finissero mai io diventerei matto”

    note: *[1] Un’autostrada d’Italia.

  • 03Feb2013

    Fiorella Fumagalli - la Repubblica

    Scoprire il piacere di un testo letto ad alta voce, specie se a dare vita alla pagina scritta sono i ritmi, i colori e la gestualità dell’autore. Paolo Nori interpreta il suo romanzo Grandi ustionati, edito da Marcos y Marcos…

    Leggi l’articolo completo

  • 02Feb2013

    Alessandro Beretta - Il Corriere della Sera

    “IL MIO AUDIOLIBRO LO REGISTRO IN PUBBLICO”
    Pochi scrittori sanno far suonare, leggendole dal vivo, le proprie pagine come Paolo Nori.

    Leggi l’articolo completo

  • 29Gen2013

    Elisa Girotti - kathodik.it

    Paolo Nori mi fa rabbia. Ogni volta che leggo un suo libro, cosa che è succesa piuttosto di frequente negli ultimi 12 mesi, inizio a parlare e pensare con il suo stesso stile. Nori fa spesso voli pindarici, con frasi sintatticamente sconclusionate, paragrafi completamente sconnessi che ad un tratto si ricollegano, come in un enorme pianta aggrovigliata che tutto ad un tratto si riunisce in un’unica radice. Il problema, con i miei pensieri e le mie parole, è che io non ho una visione d’insieme abbastanza ampia da riuscirci, almeno non sempre.

     

    Essenzialmente “Grandi Ustionati” è la storia di Learco, grande ustionato a causa di un incidente d’auto, della sua degenza in ospedale, del suo lento recupero. E questa è una trama.
    Essenzialmente “Grandi Ustionati” è la storia di Learco, quasi vincitore di un premio letteriario e del suo tentativo di capire che tipo di scrittore lui sia, il tutto sullo sfondo di un brutto incidente. E questa è un’altra trama.
    Essenzialmente “Grandi Ustionati” è la storia di Learco, del suo rapporto difficile con un padre distante e malato, con una madre semi-presente e delle incomprensioni che sono alla base dei rapporti familiari, il tutto complicato da un grave incidente E questa ne è ancora un’altra.
    E potrei continuare così per almeno altri due o tre capoversi.
    Il punto è che “Grandi Ustionati” è tutto questo mischiato e shakerato (passatemi il termine) in un unico lungo racconto, spezzettato in una miriade di micro paragrafi. A salvarci da quello che potrebbe sembrare una catastrofe letteraria confusionaria e squilibrata c’è la lucida visione d’insieme che ad un certo punto si rivela sommessamente. Certo non è facile scorgerla in tanta confusione, ma c’è ed è un grande sollievo riuscire a venirne a capo.
    Dopo aver letto “La meravigliosa utilità del filo a piombo” e “Pubblici Discorsi” si può dire che Nori dà il meglio di sè nei racconti brevi e nelle divulgazioni di una ventina di pagine al massimo, quando si cimenta in qualcosa di più lungo diventa inevitabilmente troppo arzigogolato, troppo confuso. Non mancano i suoi “classici” rimandi a certe opere, scrittori e situazioni, ma neppure annoiano certe ripetizioni. Nori conserva intatta la capacità di essere riletto più volte cogliendo ogni volta qualcosa di nuovo, un aspetto nascosto, una frase sottovalutata all’inzio.
    Un’ultima nota va alla meravigliosa copertina, anche lei fa parte del grande disegno che sottende al libro; è un piacere chiuderlo e scoprire che anche quest’ultimo ramo parte dalla stessa radice.

  • 03Set2012

    Bruno Elpis - i-libri.com

    Vi aspettate un’opera drammatica sulla dolorosa esperienza dei grandi ustionati?
    Credete di leggere il tortuoso percorso di guarigione di chi ha rischiato di morire arso vivo durante un incidente d’auto?
    Pensate di affrontare la cronaca di giornate trascorse nel reparto asettico di un ospedale?
    “Grandi ustionati” di Paolo Nori – che comunque trae spunto dall’esperienza ospedaliera e di dolore occorsa a un grande ustionato – non è niente di tutto questo. Per una serie di motivi.

    Primo fra tutti lo stile di questo scrittore originale e contagioso.
    “Perché il cervello, non è che te puoi indirizzarlo ove vuoi te, il cervello, che te gli dici Pensa delle cose belle, al cervello, e lui il cervello comincia a pensare a delle cose che ti fanno star bene no, non funziona così. Era bello, se funzionava così, era comodo.”
    Una sorta di pittura naif realizzata con pensieri e parole. Con candore e anacoluti. A volte ai limiti del nonsense.
    Prendo in prestito da “Così in terra” di Davide Enia (un romanzo che ho letto in questi giorni) il pensiero che mi ha accompagnato durante la lettura di Paolo Nori: “… per scardinare la lingua ci vuole consapevolezza … la conosce così bene da potersi permettere di violarla …”
    Un altro motivo di interesse è l’ironia che pervade lo scrivere di Nori: “Per esempio io avevo pensato di prendere Rocco da parte di dirgli Rocco, facciamo un patto; il primo di noi che esce prende l’impegno che entro tre giorni là fuori ne ustiona un altro”. Manzoniana? Pirandelliana? (Sto provocando l’autore, che ampiamente ironizza su chi lo paragona ad altri scrittori).
    Ancora, mi ha avvinto il modo personale di rappresentare dialoghi e discorso diretto. Ne scelgo uno, per meglio esprimere cosa intendo:
    “Perché hai quella faccia? Mi chiede un’infermiera.
    Eh, le dico, adesso Rocco è guarito ormai andrà a casa, io invece chissà quando vado.
    Perché, mi dice l’infermiera, che ormai sei guarito anche tu?
    No per via del reparto, le dico, che se vado a casa io poi dovete chiudere.
    Ma non preoccuparti, mi dice. E’ giugno, la stagione dei barbecue, vedrai che tra qualche giorno si riempie, qua dentro.”
    Nel romanzo ci sono almeno due splendidi inserti-divagazione: l’allucinata “Fischiò” e il racconto sul mare (“Al mare, io sono vent’anni che non ci vado, al mare …”)
    Infine ho apprezzato l’utilizzo, deliziosamente subdolo, del testo: per criticare i critici, i premi letterari, le case editrici.“Allora Cristina ha chiamato questa scrittrice Federica Ganassi, non si chiama Federica Ganassi, dico Federica così per dire, perché non mi ricordo come si chiama questa scrittrice, di sicuro non Federica Ganassi, che Federica Ganassi è una mia amica che ha un cane bellissimo che si chiama Rocco, proprio come Rocco …”
    Un autore contagioso, dicevo. Che questo libro, vero, ha proprio incantato, tanto per dire, be’ per quel che riguarda il libro ma anche il suo autore, così restio ai paragoni e così colto, perfino…

  • 08Ago2012

    Redazione - Vox

    “Ma la cosa più brutta, di cadere giù per le scale, non è quando prendi la botta che ti fa male, la cosa più brutta è il momento che te sei per aria, le gambe in avanti, ti rendi conto che la botta, è questione di poco, sta per arrivare…”

    http://www.marcosymarcos.com/wp-content/uploads/2014/10/Grandiustionati_Vox_0812.pdf

  • 02Ago2012

    Giuseppe Scintilla - ClubDante.net

    In una nuova pelle
    Il dolore è l’esperienza che, più di tutte, ci consente di percepire pienamente il nostro corpo. Il nostro involucro fatto di pelle e carne lo avvertiamo quando è debole e ferito. Paradossalmente, è nella sofferenza che ci rendiamo realmente conto di essere vivi. Learco Ferrari definirebbe carnascialesca questa situazione e non si sbaglierebbe. Learco è il protagonista di Grandi ustionati, libro del 2001 di Paolo Nori, ripubblicato ultimamente per i tipi di Marcos y Marcos.

    Dopo un incidente in cui la sua macchina prende fuoco, Learco si ritrova ricoverato nel reparto grandi ustionati. Un microcosmo in cui “le cose vanno tutto il contrario di come vanno di solito”, dove si sta sdraiati, in attesa di essere rimessi in sesto. Dove si mangia tre volte al giorno, ma si dimagrisce perché il corpo brucia tantissime calorie.
    Ma la sofferenza, come detto in precedenza, ci rende presenti a noi stessi, e Learco si accorge subito che anche le vicende editoriali che riguardano i suoi scritti stanno subendo un’evoluzione carnascialesca: le grandi case editrici gareggiano per pubblicare i suoi scritti e lui deve partecipare di persona ai concorsi letterari e alle presentazioni. Proprio allora, nonostante le sue condizioni precarie. Learco, tuttavia, non è tipo da farsi cogliere impreparato di fronte al carnascialesco. Certamente non lo ha scoperto in ospedale, bensì lo ha sperimentato ogni giorno, vivendo in provincia, circondato da un esercito di personaggi che della contraddizione e dello straniamento hanno fatto uno stile di vita: dal padre all’amico Tanzi che suona in un gruppo solo perché possiede un impianto e sale sul palco per cantare Io sono un deficiente. L’effetto straniante è, senza dubbio, amplificato dallo stile caratteristico di Nori. L’uso frequente di frasi legate da congiunzioni e la mancanza di congiuntivi – “Ma lei come mai fa un uso così massiccio di proposizioni paratattiche? Mah, gli ho detto io, non saprei” – contribuiscono a dare un preciso senso generale di precarietà, di incompiutezza, di attesa a tutto il romanzo. Learco è salvo, ma la sua pelle si sta rinnovando. Quella ustionata si sta staccando, e, mentre quella nuova si sta formando, nello stesso momento, sta cambiando il suo sguardo sul mondo. Gli amici, la famiglia, i ricordi: forse ha ragione, il nostro Learco, quando pensa che uno degli effetti collaterali dell’ustione possa essere la proustite. Del resto, non è stato proprio l’autore della Recherche a scrivere che “nella malattia ci rendiamo conto che non viviamo soli, ma incatenati a un essere di un diverso regno, dal quale abissi ci separano, che non ci conosce e dal quale è impossibile farsi comprendere: il nostro corpo”? Se non altro, Nori, a quel corpo, è riuscito a dare una voce. Flebile, incerta, ma profondamente significativa.

  • 25Lug2012

    Redazione - leciliegieparlano.tumblr.com

    Grandi ustionati venne pubblicato per la prima volta nel 2001 da Einaudi, diventando introvabile da pochi anni a questa parte, così da essere ripubblicato nel 2012 da Marcos y marcos (e rilegato in maniera adorabile), come il bellissimo La meravigliosa utilità del filo a piombo prima e Si chiama Francesca, questo romanzo poi. Già il primo paragrafo ci svela, senza troppe novità, che ci si trova di fronte al solito, inconfondibile Paolo Nori.

    Quindi non consiglierei il libro a chi detesta il suo stile che riproduce il parlato, il pensato e lo inviterei anche a non soffermarsi sulla lettura di questa sorta di recensione, perché ci troverebbe il mio poco nascosto e del tutto condizionato gusto personale, il quale apprezza moltissimo lo scrittore emiliano. Questo romanzo – che nella prima parte è interamente ambientato nel reparto Grandi ustionati dell’Ospedale maggiore di Parma – rivede come protagonista Learco Ferrari, l’altra voce di Nori, alle prese con le conseguenze di un incidente stradale, con le case editrici che si contendono i suoi famigerati scritti, con amici singolari e insoliti incontri, e che manifesta, pagina dopo pagina, le incertezze, le debolezze e le ironiche paranoie comuni non solo alla sua vita (un’esistenza che ha un non so che di precario, che si muove ma non evolve, in preda alla velocità dei soli pensieri) ma alla maggior parte delle vite, esasperate, in attesa.
    Vivere non è attraversare un campo, diceva Pasternàk, aveva ragione, vivere non è attraversare un campo.
    Quattro ciliegie.

  • 10Lug2012

    Monnalisa - Lankelot.eu

    Ero curiosa di scoprire Paolo Nori e quando la Marcos Y Marcos ha deciso di ripubblicare “Grandi ustionati”, un libro uscito originariamente, nel 2001, per Einaudi, ho colto la palla al balzo. Un librino di dimensioni ridotte. In copertina un pulcino giallo che esce dal suo guscio e un “fischiò” tratteggiato in rosso. “Sembra divertente”, mi dico.

    Ma già leggendo l’incipit mi viene un (mezzo) colpo: “Stasera almeno c’è l’Inter su Radio Zeta, la radio di famiglia, e quando gioca l’Inter fanno sempre la radiocronaca, quando gioca l’Inter, e il radiocronista è uno che ha addosso una carica che sembra sempre che l’Inter deve spaccare lo stadio, Fenomeno qui, Fenomeno là, Baggio Baggino, gli dà questi soprannomi, ai giocatori, Tractor Zanetti, Paperinik, il postino Cauet, Ciccio Colonna è simpatico, il radiocronista. Dopo, nell’intervallo, che l’Inter magari sta perdendo uno a zero, oppure magari sta facendo zero a zero, vincere è un po’ difficile che vincono…”. E a questo punto il “sembra divertente” si è tramutato in un “sarà un’impresa”.
    Diffido sempre di chi si affida troppo ad uno stile tanto eccentrico perché, di solito, chi scrive in maniera così inconsueta non ha una grande storia da raccontare ma si diverte a scrivere per come scrive. E, a mio modesto avviso, Paolo Nori fa proprio questo: si diverte a scrivere per come scrive ma la sua storia non ha gran vigore. Faccio così conoscenza con Learco Ferrari che, a quanto ho potuto notare, non è che una sorta di alter ego, più o meno vicino, più o meno lontano, del Nori. Ferrari è un trentaseienne che, a seguito di un incidente automobilistico, viene ricoverato nel reparto grandi ustionati di Parma dove rimane per parecchio tempo. “L’incidente l’ho fatto il diciassette di aprile. Quando ho visto che il tempo passava non mi mandavano a casa Il sedici maggio, faccio in tempo a esser fuori, per il sedici maggio? Gli ho chiesto. Adesso vediamo, mi hanno risposto. E il ventinove di maggio, faccio in tempo, il ventinove di maggio? Adesso vediamo”.
    Learco è uno scrittore. Ha già pubblicato un paio di libri e, mentre è ricoverato per le ustioni riportate, riceve telefonate da parte di editori importanti pronti a dare il giusto onore al suo nuovo romanzo. Nemmeno i suoi amici gli fanno mancare affetto e vicinanza. Ragazzi nati e cresciuti, proprio come Learco (proprio come lo stesso Paolo Nori) nella provincia parmense. Il microcosmo ospedaliero ha molto di “carnascialesco”, spiega Learco. Ed è per questo che, proprio come un antico rito “carnascialesco”, tutto è ribaltato: sta bene se si sente male, sta male se si sente bene. Un mondo a rovescio dal quale, comunque, il protagonista riesce ad uscire. “Venerdì vai a casa, mi ha detto il dottore. Puttana vacca, come ci sono rimasto. Di sasso. E’ una bella soddisfazione, gli ho detto. Quasi quasi valeva la pena, gli ho detto, ustionarsi, per provare delle soddisfazioni come queste”.
    A casa Learco continua a curarsi. Scrive e porta avanti la sua carriera da scrittore. Quella che suo padre, un responsabile di cantieri edilizi, non riesce a capire e non vuole nemmeno conoscere. E tra un famoso premio letterario mancato, editori che sembrano loschi trafficanti e critici che fanno massa, arriviamo alla fine del libro di Paolo Nori senza aver conservato quasi nulla di quanto è stato letto. A parte una scrittura sincopata e delirante, l’assenza totale di congiuntivi, le virgole messe quasi a caso e una trama inconsistente.
    Uno scrivere che non somiglia al parlato, non somiglia al pensato anche se è fatto praticamente solo di cose dette e pensate. Peccato che a me sembri un po’ poco. Ed ora mi domando come farebbe Nori a scrivere un libro diverso da questo. Anche se sarei davvero curiosa di leggere qualcosa che esca da questa gabbia linguistica e stilistica in cui lo scrittore parmense si muove con agio ma che, probabilmente, gli rende la vita fin troppo facile.

  • 25Giu2012

    Marilù Oliva - bugiardino.comunita.unita.it

    Learco Guerra ha preso fuoco e la macchina è stata distrutta da un’Argenta guidata da due albanesi. Learco è ricoverato al reparto Grandi ustionati e va scoprendo che si tratta di un intero mondo alla rovescia, carnascialesco, dove tutto funziona al contrario, anche il corpo ustionato di Learco, forzato alla quasi immobilità, che si gonfia e si sgonfia come una pompa. In questo mondo strambo dell’ospedale arriverà qualche inaspettata soddisfazione e quando il protagionista tornerà al mondo reale… forse lo attenderà qualche caduta.
 Uscito (nel 2001 per Einaudi), ripubblicato a giugno 2012 per Marcos y Marcos
Pag. 190
Euro.

     

    In copertina: un acquarello di Giuliano Della Casa

ISTRUZIONI PER L’USO
Categoria farmacologica: 
Unguento balsamico per le bruciature
Composizione ed eccipienti:
Scottature e medicamenti, nonsenso della realtà, reparto ospedale, visite, editori.   Carnevale.
Indicazioni terapeutiche:
Lenisce le ustioni della pelle e dell’animo.
Allevia dalle insoddisfazioni di vario tipo.
Consigliato a tutti, benefico per:
Chi trascorre il tempo a lamentarsi.
Chi è scoraggiato perché non ha mai vinto un premio.
Chi si morde le unghie per la sua condizione.
Chi non vede l’ora che arrivi il Carnevale per mascherarsi.
Controindicazioni:
Se avete da poco vinto un premio letterario o altro riconoscimento e la cosa vi ha gonfiato d’orgoglio e superbia: non leggete il libro. Potrebbe dimostrarvi la vanità degli umani trofei.
Posologia, da leggersi preferibilmente:
Lontano dal gas, soprattutto se i fornelli sono accesi.
Effetti indesiderati:
Se vi sentite deboli, se siete in ospedale o in convalescenza per qualche malattia e la vostra situazione vi avvilisce, leggendo questo libro potreste prendere più alla leggera la vostra condizione e fare cose che il medico vi ha proibito.
Avvertenze:
Conservare di fianco alle medaglie o, in alternativa, alle pomate al cortisone e al burro di cacao.
Spalmate:
«Sono lì sul mio letto che correggo Diavoli, entra mio babbo c’è una lettera per te, dice. La apro, è un invito a un convegno a Milano. Si intitola Gli under quaranta di fronte al nuovo millennio, mi chiedono di portare una pagina rappresentativa delle cose che scrivo e dieci righe di profezia-previsione per il futuro.
Be’, mi dice mio babbo, cattive notizie?
No, gli dico, mi hanno invitato a un convegno.
Un convegno? Mi chiede mio babbo.
Un convegno. Si intitola Gli under quaranta di fronte al nuovo millennio, invitano degli scrittori di meno di quarant’anni che devono portare una pagina rappresentativa delle cose che scrivono e dieci righe di profezia-previsione per il futuro.
Ah, mi dice mio babbo, con un minimo di dispiacere dentro la voce. Come se per un attimo aveva pensato che era una cosa seria, il convegno dove mi hanno invitato».
- – – – – – – – – – – – – – – – -
«Questo incontro con i lettori, non succede molto, questo incontro con i lettori, le uniche cose significative sono primo, che le seggiole sono comode, delle seggiole da spiaggia che il mio culo sopra ci sta benissimo   senza far sforzi, secondo, il fatto che quello che parla di più è Desiderato, che prima di cominciare lui dice che per favore a un certo punto è meglio se lo interrompono perché quando parla di cose interessanti se non lo interrompono lui va avanti per delle ore, effettivamente purtroppo nessuno ha il coraggio di interromperlo un’ora e un quarto di commento di Desiderato al romanzo di Desiderato»

  • 25Giu2012

    Nunzio Festa - Scritture.blog.kataweb.it

    L’altra volta, quando sapemmo che stava per uscire “La meravigliosa utilità del filo a piombo”, non c’aspettavamo che lo stesso editore, sempre lodevole Marcos y Marcos, riproponesse addirittura non uno ma due dei romanzi di Paolo Nori, che lo scrittore e traduttore pubblicò nel 2001, “Si chiama Francesca, questo romanzo” e adesso proprio “Grandi ustionati”. In Grandi ustionati, cominciamo o ricominciamo, Learco Ferrari rimane impigliato nel fuoco che cattura la sua automobile dopo che: “un’Argenta guidata da due albanesi” le finisce contro.

    Salvato non si sa come e non si capisce bene da chi, Learco, scrittore come lo scrittore di questa scrittura che ha (inventato) il personaggio-identità dello scrittore Ferrari/Paolo Nori. Dove Nori ha davvero parte delle caratteristiche e degli interessi di Learco; e il ricovero presso il Grandi ustionati di Parma gli permette di scoprire le mosse del suo corpo, intanto, che si gonfia e sgonfia a seconda in pratica della volontà di medici, medicine, tempi d’attesa. Poi tutto l’ospedale stesso che è un ‘mondo alla rovescia’ e tutto ciò che, nonostante anche questo, accade di buono, o comunque arriva dentro e fuori il Grandi ustionati. Stiamo parlando dei contatti vari che Learco ottiene da Einaudi e Feltrinelli, per esempio, nella finzione (?). Come gli elogi d’un Severino Cesari. La corsa verso riconoscimenti di valore. Tipo un premio letterario che lo vede alla selezione finale. Ma Learco Ferrari è anche a stretto contatto con l’agire del disinteresse d’un padre che non vuole saperne delle attività letterarie del figlio e d’una madre che invece di quest’ultime vorrebbe saperne sempre di più. Dall’interno del luogo di cura al quale è stato assegnato, inoltre, il protagonista di vicende che non è direttamente lui a creare da buon scrittore osserva e capisce le situazioni che sono il funzionamento del reparto e degli abitanti delle stanze d’assistenza. Tra un contratto d’edizione da valutare e una telefonata editoriale da superare. Sappiamo bene che Nori dal racconto toglie una serie di congiuntivi. Perché è l’originale avvento che lo condusse nell’albo, suo malgrado forse, delle penne da apprezzare. Autore incensato dalla critica, Nori è penna che non s’allinea alle tendenze e alle mode. Non si butta, Nori, nelle stoviglie del mercatino dei contenuti da sviluppare: perché è giusto parlar di: precarietà, flessibilità magari. Paolo Nori, abbiamo la conferma dopo oltre dieci anni dall’uscita della prima edizione del suo Grandi ustionati, ha una freschezza che non subisce maltrattamenti e conseguenze dal lavorio di custodia degli scaffali delle letture obbligate. La sua prosa si salverà.

  • 03Feb2012

    Mauro Maraschi - mangialibri.com

    Learco Ferrari è ricoverato nel reparto Grandi Ustionati dell’ospedale di Parma. Una notte di un mese e mezzo prima la sua auto è stata travolta da “un’argenta guidata da due albanesi”. Learco è stato salvato da tre sconosciuti pochi secondi prima che l’auto incendiata saltasse in aria “come nei film”. Riceve le visite di amici e parenti, nonché le offerte di contratto di Einaudi e Feltrinelli per il suo nuovo romanzo. Learco è infatti uno scrittore, lusingato dalla critica e adorato dai fan, nonostante parli unicamente di se stesso e sconosca il congiuntivo. O forse proprio per questo…

    Pur raccontando di una brutta esperienza ospedaliera, Grandi ustionati non fa leva sul dolore, delegandone la latenza all’immaginazione del lettore (“[…] Hai proprio ragione, gli direi al lettore, è ben strano, questo fatto che invece di parlar dell’ustione mi metto a parlare dell’editoria, gli direi”)­. Grandi ustionati offre piuttosto un susseguirsi di idee brillanti, riflessioni all’acqua di rose e timidi slanci di intellettualismo, dai quali emerge una visione del mondo “carnascialesca”, fatta di risposte non pertinenti, di affetti profondi quanto effimeri, fondamentalmente di caos. Paolo Nori domina uno stile encomiabile, più per la formalizzazione dello stesso che per il risultato in sé, un registro inconfondibile a cavallo tra il naïf e l’atarassico. I suoi periodi sono perfetti, sapientemente pausati da una punteggiatura arbitraria: la ripetizione a fini umoristici, il trionfo dell’anacoluto, i gesti minimi colmi di solitudine, tutto è controllato senza sbavature. Un modo di scrivere “che può diventare un punto di riferimento per tutta una generazione” quello di Learco, ma anche quello di Nori, che non per niente vanta diversi emuli. Nelle sue pagine, poi, si annidano rimandi citazionistici e meta-letterari tra i più alti. Al contempo, il suo lettore deve cedere a un patto, quello di far proprio e di apprezzare un parlato fintamente vero, questo colloquiale trascritto che, del colloquiale, più che la forma, conserva l’assenza di finalità. Sicuramente da leggere, almeno una volta.